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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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VITA

Di: Vittorio Alfieri

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EPOCA QUARTA - VIRILITA'

ABBRACCIA 30 E PIÙ ANNI CIRCA DI STUDI, E COMPOSIZIONI

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Primi studi veri poetici, e frattanto un diluvio di versacci.
Ideate e stese in prosa francese le due prime tragedie.

Eccomi ora dunque in età quasi di 27 anni entrato nel duro impegno col pubblico e con me stesso di farmi autor tragico. A sostenere una tal temerità, io aveva allora i seguenti capitali. Un animo risoluto, tenacissimo ed indomito; un cuore ripieno ridondante di affetti di ogni specie, tra quali predominavano l'amore ed i suoi furori, ed una ferocissima profonda rabbia contra ogni tirannide; una mente piena di alte e virtuose brame, esagerate pure, e pendenti nel fantastico. Aggiungeasi a questo semplice getto di natura una debolissima ed incerta ricordanza delle tragedie francesi viste recitare in Francia; che posso dir, per amor del vero, che lette non ne avea mai intera nessuna fin allora; una quasi totale ignoranza di quell'arte, e una totalissima dell'arte dello scrivere, e della lingua mia principalmente. Il tutto poi si ravviluppava entro alla scorza di una presunzione, o per dir meglio petulanza incredibile, ed un impeto di carattere che non mi lasciava se non a stento, e di rado conoscere ed udire pazientemente il vero. Una segreta voce mi gridava pure in fondo del cuore più forte che nol poteano fare gli amici, che mi riconveniva rimbambire, e studiar da capo la grammatica a bel principio, e susseguentemente il resto. Cosa oltre ogni dire dolorosa nell'età in cui mi ritrovava, pensando e sentendo come uomo, di dovere pur ristudiare come ragazzo. Pure la fiamma di gloria talmente si spandeva, e incalzava, che a poco a poco mi fece affrontare tutti questi ferrei e schifosi ostacoli.

La recita, come dissi, della mia Cleopatra, mi aveva aperto gli occhi, non tanto sul demerito di quel tema intragediabile da chi che sia, nonchè da me alla prima, ma su l'immenso spazio che mi conveniva percorrere indietro, per ritrovarmi di nuovo munito e di lingua e capacità italiana, a segno di poter rientrar nell'aringo; e spingermi innanzi. Al cadermi di questo velo dagli occhi, feci in me giuramento di non risparmiarmi nè noia, nè fatica per saper la mia lingua quant'uomo del mondo; e parendomi che se io giungeva mai al poter ben dire, non mi mancherebbe poi mai il poter ben pensare, mi vi gettai a occhi chiusi. Quanto io era allora convinto di aver fatto male, altrettanto mi tenea sicuro di poter col tempo far meglio; e circa all'intrinseco valore dell'opera, ne teneva già nel mio scrigno la dimostrata prova; poichè tra il Marzo e il Maggio di quello anno stesso, cioè due mesi prima della recita della Cleopatra, io avea scritte in prosa le due tragedie il Filippo, e il Polinice, le quali lette ad alcuni pochi, mi erano sembrate colpirli, per l' attenzione non finta, e l' interesse caldissimo, che mi parvero prendervi. Disgraziatamente erano scritte in prosa francese; che in quella lingua tanto più facile che l'italiana, benchè io non inscrivessi bene, pure non ci tradiva il mio pensiero, e lo facea intendere, e sentire agli altri; ma quando veniva, non che al verso, ma alla stessa prosa italiana, quei pensieri senz'abito, non eran più quelli, ed io arrabbiava, ma invano; bisognava ingoiarsi prima tutta l'amarezza delle più sciapite letture, per invasarsi di modi toscani. Stando io dunque con le due mie tragedie future nello scrigno, ascoltava pazientemente in vista la recita di quella prima, che già era nulla a' miei occhi. Onde, come non mi avvilirono affatto le giuste forse ma certo più maligne, e indotte critiche che mi furon poi fatte alla mia prima edizione dell'83, così non mi insuperbirono affatto quegli ingiusti applausi della platea di Torino.

Fatta dunque in me stesso la ferma inalterabile risoluzione di attendere a dirittura principalmente alla lingua, diedi bando a ogni qualunque lettura francese; non me ne permisi più di profferirne parola, e mi diedi a sfuggire espressamente ogni persona e compagnia dove si parlasse tal lingua. Da prima non potendomi piegare a studi gradati, e regolati, essendo sempre indocile agli avvisi, volea pur svolazzare, coll'ali mie, ed andava tentando di porre in versi le diverse fantasie che mi passavan pel capo, e ogni genere ed ogni metro tentava, e in tutti mi fiaccava le corna e l'orgoglio. Per una società di liberi muratori, volli a una cena far un capitolo allusivo all'arte muratoria; e benchè nel mio sonetto avessi rubato un verso del Petrarca preso da' suoi capitoli, pure, tanta era la mia disattenzione e ignoranza, che cominciai quel capitolo senza più ricordarmi la regola delle terzine, e lo proseguii sbagliando il metro fino alla duodecima terzina in cui parendomi pure che non stava bene così, aperto Dante, vidi l'errore, e lo corressi in appresso, ma lasciai il principio: e qual è, ne trascrivo qui alcune terzine, per dare a quei dell'arte, una giusta idea del mio non sapere.

Nel Luglio di quell'anno stesso, credendomi troppo distratto in città per studiare a mio modo, me n'andai ne' monti di confine fra il Piemonte e il Delfinato, in un borgo chiamato Cezannes, ai piedi del Monginevro, passo a quel che si dice, di Annibale. Non riflettei allora che in que' monti troverei quel maladetto francese che io andava sfuggendo; ma ci era stato già un altro estate essendo in Accademia e la bellezza di quelle solitudini mi vi richiamava; ed inoltre mi proponeva di nulla parlare, e molto studiare. Avea meco due abati; uno che m'insegnava la chitarra, strumento di cui mi era entrato il furore; l'altro era quello che meco era venuto in quel viaggio ridicolo di Firenze; statomi amico fin da ragazzo quand'egli era aio di due fratelli miei amici. Si chiamava questi Aillaud, era nativo di Cezannes, e pieno d'ingegno, e di bastante filosofia, e di molta lettura di classici francesi; di cui nella prima mia gioventù avea fatto il possibile per inspirarmi l'amore; ma invano. E alle volte si era fatto patto tra noi, ch'egli mi leggerebbe un'ora delle Mille et une nuif, con che io sentissi poi dieci minuti di Racine. Io era tutto orecchi alle stranezze della prima lettura, e mi addormentava poi al suono dei bellissimi versi del Tragico; cosa di cui l'Aillaud arrabbiava, e mi vituperava con ragione; ma non ho mai potuto patir versi francesi, nè quando non sapea cos'è verso, nè dopo che credo di saperlo.

Tra questi due abati, di cui l'uno mi sollevava dallo studio con la musica, l'altro mi dava al diavolo col francese, passai quasi tre mesi, deliziosissimi pel gran raccoglimento, e preziosi per me perché mi servirono per così dire, a dissodare il mio povero intelletto, e disserrarmi tutte le facoltà dell'apprendere, che mi s'erano oltremodo indurite, per quei dieci anni continui d'incallimento nell'ozio il più marcido. Ma i progressi con tutto ciò, o erano nascosti, e lentissimi, o nulli. Mi posi subito a tradurre in prosa italiana, e per quanto poteva con modi italiani, le mie due tragedie, ed elle rimasero così una cosa anfibia, e peggiore. Ma pure dovendosi poi far versi quando gli avrei saputi fare, mi conveniva pure far versi italiani di pensieri italiani, e non di pensieri francesi, cosa, di cui mi era già toccato di provarne il danno; in alcune scene intere di Cleopatra che mi era convenuto rifare intere in francese, perché mi era impossibile di altrimente esprimere i miei giusti sensi: scene che al mio censore tragico e non pedantesco, C.e Agostino Tana erano sembrate bellissime, una tra l'altre d'Antonio ed Augusto, e che quando poi vennero a snaturarsi ne' miei versacci italiani slombati, facili, e sonanti, rimasero cosa men che mediocre. Tanto è vero che in poesia l'abito fa la metà del corpo, e spesso fa il tutto; tanto che alcuni versi con la lor vanità che par persona, trionfano di molti altri in cui vi sian gemme legate in false anella. E' questa fu la crudelissima e feroce battaglia, in cui dovei passare almeno i due primi anni della mia vita letteraria, a cacciare sempre le forme, e le parole francesi; a spogliare per così dire le mie idee, e rivestirle di nuovo sott'altro aspetto; fatica indicibile, ingratissima, e da ributtare chiunque avesse avuto, ardisco dirlo, una fiamma minore della mia. Mi posi, dopo quella traduzione, a leggere regolarmente tutti i nostri poeti, e postillarli leggendoli; non di parole, ma di tratticelli più o men replicati, secondo che più mi colpivano i diversi lor passi. Cominciai dal Tasso, che non avea mai aperto fino a quel punto. Leggeva con una attenzione, ch'era tanta che si consumava per sè stessa; onde dopo dieci stanze non sapea più quel che avessi letto, ed era più stanco che se l'avessi fatte io. A poco a poco mi feci pure e l'occhio e la mente a quel faticosissimo leggere, e tutto lo lessi postillandolo. Dopo quello, l'Ariosto, su cui feci lo stesso, e che o per esser più facile, o per averne letto in gioventù, o per la fatica durata sul Tasso, me ne costò assai meno.

Tornato in Torino, tutto quel rimanente dell'anno lessi con una tenacità incredibile, successivamente dopo l'Ariosto, il Dante senza comenti, non ne avendo allora; e quella difficoltà estrema, che molte volte non superai, mi insegnò pure a vincerne molte. Dopo Dante il Petrarca, e fu quello che mi diede più pena ad intenderlo; e quindi minor diletto, se non a luoghi; perché il diletto estremo nasce dal ben intenderlo; e perché lo sviscerava davvero. Cacciatami in corpo piuttosto un'indigestione, che una quintessenza di quei quattro sommi, dovendomi pur dare al verso sciolto, mi fu consigliata la Tebaide di Stazio, e con avidità somma la lessi, e postillai, poi l'Ossian del Cesarotti; e questi furono i versi sciolti che mi colpirono veramente, e che mi parvero con poche modificazioni un eccellente modello pel verso di dialogo. Alcune tragedie nostre che volli leggere, cercando pur d'impararci, mi cadevan dalle mani, lascio il resto, per la languidezza, e trivialità, e lunghezza dei modi, e del verso. Fra quelle come men cattive, lessi pure e postillai le 4 traduzioni del Paradisi dal Voltaire; e la Merope del Maffei, che a luoghi mi piacque assai più, ma che pure mi lasciava circa alla locuzione tanto da desiderare; e mi andava domandando a me stesso; perché questa lingua divina così maschia, e breve, e feroce in Dante, divien ella così sbiadita ed eunuca nel dialogo di queste tragedie ? certo non dev'essere per colpa sua.

Il buon Paciaudi frattanto, ch'io vedeva con altri letterati assai spesso, mi consigliava saviamente, a non metter da parte la prosa; che pure è tanto utile anch'essa pel verso; e mi ricordo che un giorno portatomi il Galateo, io che da ragazzo l'aveva come tutti facciamo mal letto e poco intendendolo, ci avea già senza avvedermene un mal talento nel cuore; pur l'apersi, e alla vista di quel Conciosiacosache, seguito poi da quel lungo, e pomposo periodo che così poco conchiude, mi prese un tale eccesso di collera, che buttatolo per la camera, gridai, che era pure una terribil cosa, se per iscriver tragedie all'età di 28 anni mi dovea rimpicciolire a segno d'ingoiar quelle baie, ed intisichirmi il cervello con tali pedanti. Sorrise il buon Padre, e mi profetizzò, che lo leggerei poi, e più d'una volta. E' in fatti così fu, ma molti anni dopo, e non forse in tempo abbastanza. Che tutti que' nostri prosatori, e massime i trecentisti a chi gli avesse ben letti per i modi, e per servirsi dell'oro dei loro abiti, lasciando i cenci delle loro idee, darebbero nelle cose e filosofiche, e d'ogni qualunque genere, una ricchezza, e splendidezza e forza di colorito, di cui non ho visto ancora nessuno scrittore italiano corredato. Ma la fatica è improba; e chi n'ha l'ingegno non la vuol fare, e chi non lo ha la fa indarno.

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:08/02/2001 17.51

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