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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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VITA

Di: Vittorio Alfieri

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EPOCA TERZA - GIOVINEZZA

ABBRACCIA CIRCA 10 ANNI DI VIAGGI, E DISSOLUTEZZE

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Ripreso il viaggio.
Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, e ritorno in patria.

Dopo una sì fiera tempesta, non potendo io trovar pace nè luogo finchè io rivedea quegli stessi oggetti, facilmente mi lasciai persuadere da quei pochi che alcuna pietà amicale sentivan di me, e m'indussi al partire. Verso mezzo Giugno del 1771 lasciai dunque l'Inghilterra, e cercando pur qualche appoggio mi avviai per visitare per qualche giorno l'amico d'Acunha, all'Haja; dove giunto stetti assolutamente con lui solo, senza veder chichesia per quasi 3 settimane; ma sentendomi poi crescere la malinconia e il bisogno di supplire col moto e con la divagazione, mi rimisi in viaggio, e volli fare come già m'era altra volta prefisso, il giro di Spagna, e di Portogallo, che quasi soli paesi mancavano per aver visto tutta l'Europa. Avviatomi dunque verso Bruxelles, per luoghi che al cuore mio lacerato ancora di fresco moltiplicavan le piaghe, massime quando metteva a confronto la prima mia fiamma con questa seconda, sempre solo, sempre tacente, e spesso piangente così arrivai la seconda volta a Parigi. Non mi piacque niente più quella seconda volta che la prima; ci stetti pure da mezzo Luglio, fin quasi a tutto Agosto, per aspettare che scemassero i caldi al proseguire il mio viaggio.

In questo mio soggiorno in Parigi avrei facilmente potuto conoscere e forse anche trattare il celebre Giangiacomo Rousseau, per via di un italiano mio amico, che gli era andato a genio, e che spesso lo vedea. Questi mi ci voleva a ogni conto portare, dicendomi che ci saremmo piaciuti l'un l'altro. Io avea per Rousseau una grandissima stima, più ancora pel suo carattere integro, e per la condotta sublime, e indipendente, che pe' suoi libri, di cui non ne conosceva quasi niuno, e quei pochi m'avean tediato, come figli di stento. Pure non essendo per mia natura molto curioso, e sentendomi con tanto minor fondamento tanto più orgoglio, e inflessibilità di lui, non volli mai assolutamente piegarmi a quella dubbia presentazione, dove se avessi mai ricevuto una scortesia, glie ne avrei rese dieci, che sempre così ho operato; di rendere con usura il mal come il bene. Onde non se ne fece altro.

Fra quel dolore, fra quella noia e quell'ozio mi venne però un salutifero pensiero; e fu di comprare una raccolta di autori Italiani in 36 tometti, che avea vista non so più dove; e la comprai più per averla che per leggere, che non mi sentiva nessuna possibilità di applicare nè di capir nulla; e quanto all'italiano già già m'era quasi uscito affatto di mente, ed ogni autore sopra il Metastasio m'imbrogliava ad intenderlo. Tanta era la crosta che mi s'era sovrapposta al cervello. Pure squadernando così alla sfuggita i miei volumetti, mi maravigliai del gran numero d'autori in versi, che fra i nostri sommi poeti eran collocati a far numero; gente di cui non avea mai sentito pure il nome; ed erano, un Torracchione, un Morgante, un Ricciardetto, un Malmantile, ecc. e che so io. Mi consolai pure che c'erano i nostri sei lumi, Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Boccaccio, e Machiavelli; de' quali sentiva parlare da che era nato, ma di cui, tolti alcuni canti dell'Ariosto, non conosceva pur altro che il nome.

Partii così alla volta di Spagna per Orleans, Tours, Poitiers, Bordeaux, e Tolosa, traversando senz'occhi la più bella parte di Francia. Entrai nelle Spagne per la via di Perpignano; e Barcellona fu la prima città dove volli alquanto fermarmi da Parigi in poi. La noia, il dolore, e l'ozio, mi perseguivan per tutto, onde di quando in quando ricorreva pure al mio Montaigne, che da più di un anno non l'avea guardato più, e che più di ogni mio pensamento mi rendeva coraggio, e dava qualche consolazione. Quanto alla mia raccolta italiana non ci toccava punto, tolto ad alcune novelle del Boccaccio, e preferiva le allegre alle triste. Dopo qualche giorni di Barcellona, comprai due cavalli andalosi, cosa di cui mi spirava da gran tempo, e con cui disegnava di far tutto il viaggio, poichè a oncia a oncia si convien viaggiare col legno, non v'essendo posta per essi. Mi posi anche un poco a studiar lo spagnuolo da me con un vocabolario italiano, e quella lingua mi andava molto a genio; e lessi quasi tutto il D. Quixotte, che avendolo altre volte letto già in francese, mi riusciva quindi più facile. Così passai quasi due mesi, e ai primi di Novembre mi avviai per Saragozza a Madrid. Avvezzatomi a poco a poco a quel modo di viaggiare, duro per chi non ha gioventù e salute, ma piacevole per chi avea l'uno e l'altro come io, e l'andar sempre, per primo bisogno. Andava quasi sempre a piedi col mio cavallo per mano, e lasciava andare il legno da sè; Elia frattanto su un mulaccio che cavalcava, a dritta e sinistra della strada con lo schioppo cacciava, e or conigli, or lepri, or altro ne riportava. Disgrazia mia, e forse fortuna d'altri, che io in quel viaggio non avessi mezzo nessuno di spiegare in versi i miei pensieri, che avrei versato un diluvio di rime: tanti erano i diversi affetti, ora di dolore, or di pensieri morali, or di imagini delle diverse cose vedute, e che tuttora mi si appresentavano. Ma non avendo nessuna lingua, e non mi pensando neppure di poter mai quando che fosse scrivere nè in versi nè in prosa, io mi contentava di ruminar fra me stesso.

E così passai quel primo viaggio fino a Madrid, e tanto era il gusto ch'io avea preso a quella vita di zingaro, che in Madrid subito mi tediai, e non ci stetti, che a stento un mesetto, e non ci conobbi anima al mondo, altro che un giovine oriuolaio, spagnuolo che veniva d'Olanda, e pieno d'ingegno, avendo un poco visto il mondo, piangeva meco dello stato del suo paese. E' qui accennerò una storietta, che mi accadde in terzo con Elia, in presenza di questo giovine, la quale non mi farà molt'onore. Una sera, che il predetto giovine avea cenato con me, e che ancora eramo seduti dopo alla tavola, venne Elia per acconciarmi i capelli per la notte, e tirandomi un capello più che un altro, io senza dir parola, più ratto che folgore, balzo in piedi, d'un manrovescio impugnato un de' candelieri, glie ne meno così fiero colpo su la tempia sinistra, che il sangue schizzò ad un tratto come da una fonte, fin sopra il giovine, che mi stava seduto in faccia, e che mi credé impazzito, non sapendone affatto il perché. Tosto Elia mi saltò addosso per picchiarmi, e fece benissimo, ed io a difendermi, e il giovane a separarci; appena libero io dalle mani di Elia, uomo di quasi un piede più alto di me, che son altissimo, io salto su la spada, che sguaino, e sto fermo con essa, dicendo, che se si approssima Elia lo passo. Così finì quella orribile rissa; la piaga d'Elia fu poca, benchè il sangue uscisse moltissimo; ma se un dito più su, lo uccideva sul colpo. Inorridii poco dopo di un così bestiale eccesso, e rimasto quel giovine finchè fossimo pacificati, io dormii pure senza sospetto nessuno quella notte avendo Elia corcato in un gabinetto a lato, e la porta aperta. Egli mi confessò poi dopo, che quella notte da lui passata in un'agitazione terribile, e bollendogli ancora il sangue per l'ira, gli era venuto in capo di scannarmi; ma che l' aver io lasciato la porta aperta, e non preso nessunissima precauzione contra lui, glie l'aveva più che ogni altra riflessione impedito. Questa riunione di ferocia, e di generosità, non si potrà ben capire da chi non conosce i costumi ed il sangue del popolo italiano, e massime piemontese. Io dopo rendendomi poi ragione del mio orribil trasporto, conobbi chiaramente, che aggiunta alla irascibilità estrema della mia natura, L'asprezza della continua solitudine, ed ozio, m'aveano fatto dar volta in quel punto, come da un vaso troppo pieno ridonda l'umore. Del resto, non ho mai battuto i servi, se non come uguali, e mai con bastone, ma con pugni, o seggiole, o altro che mi si presentasse, ed approvando e stimando quelli che mi risalutavano; cosa che pur di rado m'avvenne. Continuai in Madrid, quella mia salvatica vita, e non ci vidi neppure il nostro ambasciatore, a cui portai la mia lettera, e non trovatolo, non ci capitai più. Così non vidi il Re, né la corte, e questa con quella di Pietroborgo son le due sole aule d'Europa che non ho viste; e che pure non mi lasciano nessun rincrescimento. Al modo stesso, e con viaggio più disastroso per via delle strade, e stagione, m'avviai per Toledo, e Badajoz a Lisbona, dove giunsi dopo quasi 20 giorni di viaggio la sera innanzi al Natale. Lo spettacolo di quella città, che a chi arriva come io da oltre il Tago, d'Aldea Galliego, si presenta in aspetto quasi magnifico quanto Genova, e più esteso, mi rapì moltissimo in una certa distanza. La maraviglia, e il diletto andavan scemando nell'approssimar della barca alla ripa, e intieramente poi cessando si mutarono in oggetto di tristezza e squallore, allo sbarcare fra le strade intere di muricci rovine del terremoto, che ancor vi si vedeano in quell'anno 71, come se fosse stato dell'anno prima, accatastati e componenti strade.

Quel mio breve soggiorno in Lisbona di circa 6 settimane sarà per me un'epoca sempre memorabile e cara, per avervi colà imparato a conoscere l'Abate Tommaso di Caluso, fratello del Conte di Masino allora nostro ministro in Lisbona. Quest'uomo raro per l'indole, i costumi, e la dottrina mi rendè delizioso quel soggiorno, e oltre al vederlo ogni giorno col fratello, il più delle lunghe serate d'inverno preferiva pur anche di passarmele a solo a solo con lui, dove io sempre imparava: e tanta era la sua bontà, che la mia ignoranza estrema che tanta più compariva quanto era il saper suo, non mi cagionava con lui vergogna nissuna; il che con nessun altro nè letterato nè dotto avvenuto mi era fin allora. Fu in una di quelle serate ch'io ebbi, per quanto mi ricordi, un breve lampo di amore, e di rapimento per la poesia, che pure tornò a spegnersi per parecchi altri anni. Leggevamo insieme la bell'Ode alla Fortuna del Guidi; poeta, di cui io non conosceva neppure il nome; ed alcune stanze, e massime quella di Pompeo, mi trasportarono a un segno indicibile; tal che il buon Abate mi disse che io avrei potuto benissimo far versi; ma io trovandomi così irruginito, e vuoto, non lo credei mai possibile. L'amicizia, e compagnia di quell'uomo, che è un Montaigne vivo, mi giovò moltissimo a riassestarmi un po' l'animo; e benché non mi lasciasse ancora la malinconia, pure mi rimisi a pensare, e a dedurre assai più, che non avea più fatto da diciotto mesi prima. Di Lisbona stessa non mi piacque altro che le donne, in cui veramente abbonda il Lubricus aspici; ma essendomi ridivenuta assai più cara la salute dell'intelletto che non quella del corpo, posi mente a sfuggire principalmente le oneste. Verso i primi di Febbraio 1772, partii alla volta di Siviglia e di Cadice; e null'altro pensiero ne portai meco di Lisbona, che una stima, ed amicizia somma pel mio Don Tommaso, che sperava di rivedere quando che fosse, in Torino. In Siviglia mi piacque oltre il clima, la faccia originalissima di spagnuolismo, che quella città conserva sovra ogni altra del Regno; ed io sempre ho preferito tristo originale ad ottima copia. E' quella nazione è veramente oramai quasi la sola, che conservi una faccia sua, massime nel popolo: e benchè il buono sia naufrago in mezzo a un mare di storture d'ogni genere, pure io credo quel popolo una materia prima eccellente per potere operare gran cose, e massimamente in virtù militare. In Cadice finii il carnovale, bastantemente lieto; ma al partirne ai primi di Marzo, mi avvidi che ne riportavo memorie gaditane, che alcun tempo mi durerebbero. Questo amareggiò assai quel mio lunghissimo viaggio, ch'io intraprendeva d'un fiato a oncia a oncia fino a Barcellona, per tutta la lunghezza di Spagna. Pure a forza di robustezza, e di pazienza, e di non m'importa, cavalcando, camminando, e strappazzandomi forte arrivai, assai mal concio a dir vero, ma in grado pure di proseguire poi per le poste. Cordova, e Valenza sono i due soli luoghi che mi diedero qualche soddisfazione a vederli; e massime il paese di Valenza, dove arrivai il 24 di Marzo, ed era una deliziosissima primavera, di quelle veramente descritte dai poeti. E' le vicinanze, ed i passeggi, e la posizione locale della città, e il color del cielo, e un non so che di elastico, e di amoroso nell'aria; e donne i di cui occhi protervi mi faceano bestemmiare le Gaditane. E' insomma un tutto, che mi ha lasciato un desiderio di sè, tale che nessun paese mi ritorna si spesso nella fantasia quanto quello. Arrivato un'altra volta a Barcellona, tediatissimo del viaggiare adagio, lasciai il cavallo che mi rimaneva; che era un superbissimo animale della razza dei Certosini di Xerez famosa in Andaluzia, ma era un poco patito dal lungo viaggio. E' non lo volendo vendere, lo diedi ad un banchiere mio conoscente; il quale per gratitudine mi diede di alcun centinaio di doppie che mi rimaneano in moneta di Spagna, una cambiale su Monpellieri, dove mi fece scapitare fino a un danaio a rigore tutto quello che portava il cambio di quella settimana; cortesia mercantile, di cui non aveva io pure bisogno allora per fissare le mie idee su quella classe di pubblicani, che già mi parea una delle più vili della società; e ciò tanto più quanto ella si va mascherando signorilmente; e mentre vi danno un lauto pranzo in casa, vi spogliano al banco. L'altro de' miei due cavalli di sella essendo zoppo io avea lasciato nella Mancia; e regalatolo alle figlie dell'oste. Andato a Perpignano in due giorni in vece di 4 che avea posti al venire, la fretta di non so che mi era talmente entrata in corpo, che subito ripartii contento di poter correre le poste, e per Narbona, Carcassona, Monpelieri, Aix, e Antibo, venni come un fulmine a Genova; donde dopo tre giorni di riposo partii per Asti, e passatovi due giorni con la madre, ripartii per Torino, dove giunsi il dì 5 di Maggio 1772, circa tre anni dopo la mia seconda partenza. In Monpelieri dove avrei dovuto forse arrestarmi, io avea consultato un chirurgo, che mi ci volea trattenere: ma io fidatomi alquanto su la mia esperienza antecedente, e su quello che mi diceva Elia, che di ciò intendeva benissimo, e che con sole bevande mi avea perfettamente guarito già più volte in Germania, ed altrove, io proseguii; ma il viaggio mi avea molto aggravato, onde a Torino ebbi assai che soffrire per quasi tutta quell'estate, e mi ridiedi allora a leggere più che mai; ma non buoni libri, e sempre francese; libri di viaggi, o di storie di paesi da non sapersi.

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:08/02/2001 17.51

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