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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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VITA

Di: Vittorio Alfieri

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EPOCA QUARTA - VIRILITA'

ABBRACCIA 30 E PIÙ ANNI CIRCA DI STUDI, E COMPOSIZIONI

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Rimessomi sotto il pedagogo a spiegare Orazio.
Viaggio primo letterario in Toscana.

Torno a bomba, e dico, che venuto il Gennaio del 1776, trovandomi già da sei mesi e più ingolfato nella letteratura italiana, mi venne una onesta e somma vergogna di non saper più affatto il latino, talchè, ritrovando in qualunque autore un mezzo verso citato, io era costretto a saltarlo. Inoltre trovandomi privo della lettura francese, mi trovava affatto nudo d'ogni aiuto per le cose teatrali; questo mi indusse ad entrare in questa seconda fatica per legger e conoscere il Seneca tragico, di cui avea sentito dei tratti sublimi, e le traduzioni letterali dei tragici greci, le quali riescon meglio e più fedeli in latino, che non in italiano. Preso dunque un pedante, ma di molta abilità, e postomi Fedro in mano, come il più facile, e che avea già spiegato 18 anni prima in 4a con mio rossore vidi chiaramente che non ne intendeva, e faceva degli sconci equivoci. Dato così il giusto saggio della mia asinità, si fermò tra me e il pedagogo, che era meglio assai andare subito al più difficile, e addossarmi una fatica intera, ma utile. Si prese Orazio, e dalla prim'ode fino all'ultima in tutto Marzo dal primo Gennaio, si spiegarono tutte facendo la costruzione, e traducendo a voce, e il tutto senza comenti. Questo studio mi costò grandissima fatica, ma mi fruttò poi oltre una intelligenza sufficiente della lingua, una chiave per così dire per intendere e gustare gli altri poeti, ed i nostri stessi. In quel frattempo non lasciava perciò di leggere e postillare italiani, come il Poliziano, ed altri, e già era ritornato alla seconda lettura del Tasso, e abitualmente sempre i divini sciolti dell'Ossian. E già avea messo in versi il Filippo, ma benchè fosse più corretto che non era stata la Cleopatra, il tutto mi riusciva così lungo, che non me ne potea dar pace; ed in fatti quel Filippo primo che poi fu ridotto alla stampa a 1400, e qualche versi, mi era venuto allora a quasi due mila, senza che vi si dicesse un pensiero di più, di quel che vi si disse in appresso. Questa lungaggine, di cui mi convinceva ogni giorno più esserne la vera cagione, l'esser questa una traduzione, e non una originalità; e che non direi mai brevemente e fortemente se non quando avrei concepito in quella stessa lingua con modi brevi e forti: mi risolvei di andare in Toscana per sei mesi, credendo che mi basterebbero.

Partii dunque nell'Aprile del 1776 alla volta di Piacenza, e di Parma, con tre cavalli passo passo, ora in biroccio, ora cavalcando, e co' miei poeti, e la mia chitarra, e le mie speranze di gloria. Per mezzo del Paciaudi, conobbi in Parma, in Modena, in Bologna, e in Toscana quasi tutti gli uomini di alcun grido nelle lettere; e quanto io era stato noncurante nei primi viaggi, tanto era curioso, di conoscere i grandi in qualunque genere. A questo viaggio conobbi in Parma il celebre nostro Bodoni, e certo in nessuna stamperia più illustre poteva io capitare per la prima volta, per conoscere gli ordigni, e il meccanismo di quell'arte divina, che m'erano affatto ignoti; e non avea mai visto un a di metallo; benchè fossi stato a Madrid, e a Birmingham, dove erano le due più belle stamperie d'Europa, dopo il Bodoni; tanta era stata la mia barbara incuriosità.

Ridestandomi così a poco a poco dal mio lungo letargo, andava imparando ogni giorno molte cose, e tra l'altre la più importante, a conoscere me stesso quanto alle facoltà letterarie, che quanto al morale non era per me nuovo studio, ed in questo solo avea piuttosto preceduto l'età che aspettatala ed anzi nell'anno prima avea impreso di stendere un ricordo giornaliero delle mie sciocchezze, per vedere se io mi potevo migliorare prima in francese, poi in italiano; tuttor lo conservo; non è bene scritto; ma originalmente sentito, e pensato. Durai forse un mese; poi me ne stufai, e feci bene, perché ci perdeva il tempo, e il sapone; trovandomi un giorno peggio dell'altro. E cominciava per l'appunto a discernere tutto quello che mi mancava, e quel poco, ch'io aveva da natura; e tra quello che mi mancava quali erano le parti che potrei spuntare interamente e quali meno, e quali niente. A questo studio ostinato io debbo forse, se non l'aver riuscito, il non avere almeno fin ora tentato nessuna specie di opera, a cui non mi spingesse un impulso naturale; i di cui getti sempre poi nelle arti si distinguono ancorchè imperfetta riescane l'opera, da quelli dell'impulso comandato, ancorchè perfetta opera diano.

Così passo passo studiando sempre principalmente il mio Orazio venni a Pisa, dove mi fermai dal Maggio mezzo a tutto Giugno. Vi conobbi tutti i più celebri professori, e ne andai cavando tutto quel che poteva; e la fatica la più terribile che io durava in ciò, era di pure cavarne senza spiattellatamente lasciar loro vedere la mia ignoranza; la quale a misura che mi si dissipavan le tenebre me ne parea di tanto più gigantesca. Ma non meno gigantesco era forse il mio animo, ed il mio ardimento, e mentre per una parte rendeva omaggio al sapere, non mi spaventava perciò niente il dover ideare del mio; e in quelle 7 settimane circa, ch'io stetti in Pisa, ideai, e distesi a dirittura in sufficiente lingua la tragedia d'Antigone, e verseggiai il Polinice assai meno male che non avea fatto il Filippo; a segno che credei di poterlo leggere ad alcuni di quei barbassori, che mi si mostraron contenti assai della tragedia; e ne censurarono qua e là l'espressioni, ma neppure con quella severità che avrebbe meritata. In quel verseggiare c'era qua e là delle cose dette felicemente, ma il total della pasta ne riusciva ancora a mio giudizio languida, e lunga, e triviale; a giudizio de' barbassori incorretta qua e là, ma fluida e sonante. Non c'intendevamo: io chiamava languido e triviale per versi di dialogo ciò ch'essi chiamavan fluido, e sonante. Non diceva però niente a que' signori: di cui chi volesse aver la giusta misura quanto al discernimento, ed al gusto nell'arte drammatica, la può avere dal seguente tratto. Dolendomi io con uno di costoro dei più pettoruti, circa alla difficoltà del farmi uno stile per la tragedia non avendo modello, mi portò il giorno dopo la Tancia del Bonarroti, commedia in 8a rima, dicendomi che certo non era quella un modello, ma che ci troverei gran dovizia di lingua, e di modi. Il che per l'appunto equivarrebbe a chi proponesse di studiare il Callotta a un pittore che si destinasse alla storia. Onde io era ben fermo di voler prima d'ogni cosa piacer a me stesso e leggeva anche io in quel tempo, e traduceva in prosa per mio studio la Poetica d'Orazio. Mi era anche dato molto alla lettura di Seneca tragico, di cui traduceva per mio studio in versi alcuni pezzi i più belli; e là appunto osservava l'enorme differenza che passa tra il iambo, e l'esametro; e ci vedea de' tratti di dialogo così maschi e feroci, che appunto anche oltre il loro pensiero riceveano gran forza dal loro metro poco sonante; e il paragone d'armonia era ben facile a farsi per esempio tra questi due versi, un di Virgilio, che narra e fa versi, e vuol rapire il lettore;

quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum;

e questo di Seneca, che vuole stupire, e atterrire l'uditore.

Concede mortem. si recusares darem.

Non consultava io dunque i saccenti di Pisa sul fondo dell'arte, ma gli ascoltava volentieri su la purità e gramaticità dello stile; benchè neppure in ciò i presenti Toscani la sfoggino. Mi trovava dunque in un anno col capitaletto in proprio di tre tragedie, di cui la prima, il Filippo l'avea cavata di ricordo dall'aver letto altre volte il romanzo di D. Carlos dell'Abate S. Reale; il Polinice l'avea tratto dai Fratelli nemici di Racine, nel tempo che prima della recita andava ancora leggiuchiando francese; ma in quella di Racine, appena ne avea sfogliato le prime scene, e il terzo, e quint'atto, avea veduto benissimo che c'erano due tragedie senza esservene una; avea letto allora nel Teatro de' Greci del Pere Brumois, e di là avea veramente cavata la mia; rubandone anche senza volerlo, alcuni tratti da quella dei Sette prodi di Eschilo: cosa, che in appresso poi mi fe' risolvere, a non leggere più tragedie di chi che si fosse, finchè ne avrei fatte.

Aveva anche in quel tempo quand'io leggeva ancora francese, letto con avidità somma, e più volte, una cattiva traduzione in francese di Shahespear, di cui sentiva i difetti, ma ne sentiva ancor più la bellezza, ed il maschio, benché mal tradotto. Ed io quindi poi stava molto sul Seneca, e quest'erano tutte le mie poche nozioni tragiche. L'Antigone la ritrassi dal duodecimo libro di Stazio; e appena l'ebbi ideata e stesa, che tosto ideai a un parto l'Agamen[none] e l'Oreste, soggetti, di cui quel Seneca mi aveva invasato, e da cui pure non credo di averne rubato nulla nel piano, e pochissimo poi ne' pensieri; perché quando le stesi l'anno dopo non le rilessi più niente in Seneca.

Nel Luglio, venuto a Firenze, dove mi ci trattenni per tutto settembre mi applicai, moltissimo al pigliare la lingua parlabile, e col trattar molti Fiorentini ci pervenni bastantemente, e cominciai allora a pensare almeno per metà in quella beata lingua. In quel soggiorno ci verseggiai per la seconda volta il Filippo; ma i progressi erano a parer mio lentissimi; e mi parea talvolta di tornar indietro. In quell'Agosto, trovatomi una mattina in un crocchio di letterati, udii a caso nominare il D. Garcia figlio di Cosimo primo, e l'uccisione sua dal padre: io non sapeva nulla delle cose fiorentine; e siccome questo fatto non è stampato, mi procurai da certi archivi quel fatto manoscritto, come si divulgò allora, e su quello ideai fin d'allora la mia tragedia. Continuai pure a fare un diluvio di altre poesie in rima d'ogni genere, e metro, ma tutte infelici; e di cui per fortuna ebbi il buon giudizio di non dare mai copia a nessuno; ed erano quasi diciotto mesi, che m'inondava di tutti i poeti; e non mi mancavano, nè pensieri, né affetti, né invenzioni; pure in quell'abbondanza di cose io mi ritrovava una penosa sterilità, e invincibile quasi, di eleganza, e di modi, talchè nulla mi riusciva; onde spesso ridubitai fra me stesso, della mia possibilità di scrivere mai versi, per l'essermivi dato così tardi. Non mi sgomentava pure, e proseguiva; e non mi mettea mai a fare sonetto, nè canzone, nè madrigale, nè altro, se non quando un'idea mi si affacciava per forza alla mente, e volea pure uscirne in versi; e me ne trovava alle volte fatti a dirittura non male i tre quattro primi. Allora io proseguiva, ma la non padronanza della lingua, il bastardume talvolta dell'idea, che ancor ci si provava a comparire in francese, davano tosto al rimanente del componimento un non so che di stentato, che non essendo il mio naturale carattere, mi assaettava oltre ogni dire. Non so forse esprimere neppure adesso con parole proprie ed efficaci quel meccanismo dell'intelletto, e quella battaglia orribile che in me si passava fra esso, il cuore, e la lingua, ma l'ho ferocemente sentita.

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:08/02/2001 17.51

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