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LE VITE DE' PI ECCELLENTI ARCHITETTI, PITTORI, ET SCULTORI ITALIANI, DA CIMABUE INSINO A' TEMPI NOSTRI
Nell'edizione per i tipi di Lorenzo
Torrentino - Firenze 1550

di Giorgio Vasari

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DE LA PITTURA

CAP. XXII

 

Del pingere a olio nel muro che sia secco.

 

Quando gl'artefici vogliono lavorare a olio in su 'l muro secco, due maniere possono tenere: una con fare che il muro, se vi dato su il bianco o a fresco o in altro modo, si raschi; o se egli restato liscio senza bianco, ma intonacato, vi si dia su due o tre mane di olio bollito e cotto, continovando di ridarvelo su, sino a tanto ch'e' non voglia pi bere; e poi secco si gli d di mestica o imprimatura come si disse nel capitolo avanti a questo. Ci fatto e secco, possono gli artefici calcare o disegnare e tale opera come la tavola condurre al fine, tenendo mescolato continuo nei colori un poco di vernice, perch facendo questo, non accade poi vernicarla. L'altro modo che l'artefice, di stucco di marmo e di matton pesto finissimo fa un arricciato che sia pulito, e lo rade co 'l taglio della cazzuola perch il muro ne resti ruvido. Appresso gli d una man d'olio di seme di lino e poi fa in una pignatta una mistura di pece greca e mastico e vernice grossa, e quella bollita, con un pennel grosso si d nel muro, poi si distende per quello con un calzuola da murare che sia di fuoco. Questa intasa i buchi dello arricciato e fa una pelle pi unita per il muro. | E poi ch' secca, si va dandole d'imprimatura o di mestica, e si lavora nel modo ordinario dell'olio, come abbiamo ragionato.

 

 

CAP. XXIII

 

Del dipingere a olio su le tele.

 

Gli uomini per potere portare le pitture di paese in paese, hanno trovato la comodit delle tele dipinte, come quelle che pesano poco et avvolte sono agevoli a trasportarsi. Queste a olio, perch'elle siano arrendevoli, se non hanno a stare ferme non s'ingessano, atteso che il gesso vi crepa su arrotolandole, per si fa una pasta di farina con olio di noce et in quello si metteno due o tre macinate di biacca, e quando le tele hanno auto tre o quattro mani di colla che sia dolce, ch'abbia passato da una banda a l'altra, con un coltello si d questa pasta, e tutti i buchi vengono con la mano dell'artefice a turarsi. Fatto ci, se li d una o due mani di colla dolce e da poi la mestica o imprimatura, et a dipignervi sopra si tiene il medesimo modo che agl'altri di sopra raconti.

 

CAP. XXIIII

 

Del dipingere in pietra a olio, e che pietre siano bone.

 

cresciuto sempre lo animo ai nostri artefici pittori, faccendo che il colorito a olio, oltra lo averlo lavorato in muro, si possa volendo lavorare ancora su le pietre. Delle quali hanno trovato nella riviera di Genova quella spezie di lastre che noi dicemmo nella architettura che sono attissime a questo bisogno; perch, per esser serrate in s e per avere la grana gentile, pigliano il pulimento piano. In su queste hanno dipinto modernamente quasi infiniti e trovato il modo vero da potere lavorarvi sopra. Hanno provato poi le pietre pi fine, come mischi di marmo, serpentini e | porfidi et altre simili che, sendo liscie e brunite, vi si attacca sopra il colore. Ma nel vero quando la pietra sia ruvida et arida, molto meglio inzuppa e piglia l'olio bollito et il colore dentro, come alcuni piperni gentili, i quali quando siano battuti col ferro e non arrenati con rena o sasso di tufi, si posso' spianare con la medesima mistura che dissi nello arricciato, con quella cazzuola di ferro infocata. Percioch a tutte queste pietre non accade dar colla in principio, ma solo una mano d'imprimatura di colore a olio, ci mestica; e secca che ella sia, si pu cominciare il lavoro a suo piacimento. E chi volesse fare una storia a olio su la pietra, pu torre di quelle lastre genovesi e farle fare quadre e fermarle nel muro con perni sopra una incrostatura di stucco, distendendo bene la mestica in su le commettiture, di maniera che e' venga a farsi per tutto un piano di che grandezza l'artefice ha bisogno. E questo il vero modo di condurre tali opre a fine; e finite si pu a quelle fare ornamenti di pietre fini, di misti e d'altri marmi, le quali si rendono durabili in infinito, purch con diligenza siano lavorate; e possonsi e non si possono vernicare come altrui piace, perch la pietra non prosciuga, ci non sorbisce quanto fa la tavola e la tela.

 

CAP. XXV

 

Del dipingere nelle mura di chiaro e scuro di varie terrette, e come si contrafanno le cose di bronzo, e delle storie di terretta per archi o per feste, a colla,

che chiamato a guazzo, et a tempera.

 

Vogliono i pittori che il chiaro scuro sia una forma di pittura, che tragga pi a 'l disegno che a 'l colorito, che ci stato cavato da le statue di marmo, contrafacendole, cos da le figure di bronzo et altre varie pietre. E questo hanno usato di fare nelle facciate de' | palazzi e case in istorie, mostrando che quelle siano contrafatte e paino di marmo o di pietra con quelle storie intagliate, o veramente contrafacendo quelle sorti di specie di marmo e porfido e di pietra verde e granito rosso e bigio o bronzo o altre pietre, come per loro meglio si sono accommodati in pi spartimenti di questa maniera; la qual oggi molto in uso per fare le facce delle case e de' palazzi, cos in Roma come per tutta Italia. Queste pitture si lavorano in due modi: prima in fresco, che la vera, o in tele per archi o per feste, le quali fanno bellissimo vedere. Trattaremo prima de la specie e sorte del fare in fresco, poi diremo de l'altra. Di questa sorte, di terretta si fanno i campi con la terra da fare i vasi, mescolando quella con carbone macinato o altro nero per far l'ombre pi scure, e bianco di trevertino con pi scuri e pi chiari, e si lumeggiano col bianco schietto e con ultimo nero a ultimi scuri finite; vogliono avere tali specie fierezza, disegno, forza, vivacit e bella maniera et essere espresse con una gagliardezza che mostri arte e non stento, perch si hanno a vedere et a conoscere di lontano. E con queste ancora s'imitano le <figure> di bronzo, le quali col campo di terra gialla e rosso s'abozzano e con pi scuri di quello nero e rosso e giallo si sfondano, e con giallo schietto si fanno i mezzi e con giallo e bianco si lumeggiano. E di queste hanno i pittori le facciate e le storie di quelle con alcune statue tramezzate, che in questo genere hanno grandissima grazia. Quelle poi che si fanno per archi, comedie o feste, si lavorano che la tela sia data di terretta, cio di quella prima terra schietta da far vasi, temperata con colla, e bisogna che essa tela sia bagnata di dietro, mentre lo artefice la dipigne, a ci che con quel campo di terretta unisca meglio li scuri et i chiari della opera sua. E si costuma | temperare i neri di quelle con un poco di tempera. E si adoperano biacche per bianco e minio per dar rilievo alle cose, che paiono di bronzo, e giallolino per lumeggiare sopra detto minio. E per i campi e per gli scuri le medesime terre gialle e rosse et i medesimi neri, che io dissi nel lavorare a fresco, i quali fanno mezzi et ombre. Ombrasi ancora con altri diversi colori altre sorti di chiari e scuri, come con terra d'ombra, alla quale si fa la terretta di verde terra, e gialla e bianco; similmente con terra nera, che un'altra sorte di verde terra e nera, che lo chiamono verdaccio.

 

CAP. XXVI

 

De gli sgraffiti delle case, che reggono a l'acqua; quello che si adoperi a fargli

e come si lavorino le grottesche nelle mura.

 

Hanno i pittori un'altra specie di pittura, ch' disegno e pittura insieme, e questo si domanda sgraffito e non serve ad altro che per ornamenti di facciate di case e palazzi, che pi brevemente si conducono con questa spezie e reggono alle acque sicuramente. Perch tutti i lineamenti, invece di essere disegnati con carbone o con altra materia simile, sono tratteggiati con un ferro dalla mano del pittore. Il che si fa in questa maniera: pigliano la calcina mescolata con la rena ordinariamente, e con la paglia abbruciata la tingono d'uno scuro che venga in un mezzo colore che trae in argentino, e verso lo scuro un poco pi che tinta di mezzo, e con questa intonicano la facciata. E fatto ci e pulita col bianco della calce di trevertino, la imbiancano tutta, et imbiancata ci spolverono su i cartoni, o vero disegnano quel che ci vogliono fare. E di poi agravando col ferro, vanno dintornando e tratteg|giando la calce, la quale essendo sotto di corpo nero, mostra tutti i graffi del ferro come segni di disegno. E si suole ne' campi di quegli radere il bianco e poi avere una tinta d'acquerello scuretto molto acquidoso, e di quello dare per gli scuri, come si desse a una carta; il che di lontano fa un bellissimo vedere; ma il campo, se ci grottesche o fogliami, si sbattimenta, cio ombreggia con quello acquarello. E questo il lavoro, che per essere dal ferro graffiato, l'hanno chiamato i pittori sgraffito. Restaci ora ragionare de le grottesche che si fanno sul muro, quelle che vanno in campo bianco. Non ci essendo il campo di stucco, per non essere bianca la calce, si d loro per tutto sottilmente il campo di bianco; e fatto ci, si spolverano e si lavorano in fresco di colori sodi, perch non arebbono mai la grazia ch'hanno quelle che si lavorano su lo stucco. Di questa spezie possono essere grottesche grosse e sottili, le quali vengono fatte nel medesimo modo che si lavorano le figure a fresco o in muro.

 

CAP. XXVII

 

Come si lavorino le grottesche su lo stucco.

 

Le grottesche sono una specie di pittura licenziosa e ridicola molto, fatte dagl'antichi per ornamenti di vani, dove in alcuni luoghi non stava bene altro che cose in aria; per il che facevano in quelle tutte sconciature di monstri per strattezza della natura e per gricciolo e ghiribizzo degli artefici, i quali fanno in quelle cose senza alcuna regola, apiccando a un sottilissimo filo un peso che non si pu reggere, a un cavallo le gambe di foglie, a un uomo le gambe di gru et infiniti sciarpelloni e passerotti; e chi pi stranamente se gli immaginava, quello era tenuto pi valente. Furono poi regolate, e per fregi e spartimenti fatto | bellissimi andari; cos di stucchi mescolarono quelle con la pittura. E s inanzi and questa pratica, che in Roma et in ogni luogo dove i Romani risedevano, ve n' ancora conservato qualche vestigio. E nel vero che tocche d'oro et intagliate di stucchi, elle sono opera allegra e dilettevole a vedere. Queste si lavorano di quattro maniere: che l'una lavora lo stucco schietto, l'altra fa gli ornamenti soli di stucco e dipigne le storie ne' vani e le grottesche ne' fregi; la terza fa le figure parte lavorate di stucco e parte dipinte di bianco e nero, contrafacendo cammei et altre pietre. E di questa spezie grottesche e stucchi se n' visto e vede tante opere lavorate da' moderni, i quali con somma grazia e bellezza hanno adornato le fabbriche pi notabili di tutta la Italia, che gli antichi rimangono vinti di grande spazio. E la ultima lavora di acquerello in su lo stucco, campando il lume con esso et ombrandolo con diversi colori. Di tutte queste sorti, che si difendono assai da 'l tempo, se ne veggono delle antiche in infiniti luoghi a Roma et a Pozzuolo vicino a Napoli. Et ancora questa ultima sorte si pu benissimo lavorare con colori sodi a fresco, e si lascia lo stucco bianco per campo a tutte queste, che nel vero hanno in s bella grazia; e fra esse si mescolano paesi, che molto danno loro de lo allegro, cos ancora storiette di figure piccole colorite. E di questa sorte oggi in Italia ne sono molti maestri, che ne fanno professione et in esse sono eccellenti.

 

 

CAP. XXVIII

 

Del modo del mettere d'oro a bolo et a mordente et altri modi.

 

Fu veramente bellissimo segreto et investigazione sofistica il trovar modo, che l'oro si battesse in fogli s sottilmente, che per ogni migliaio di pezzi bat|tuti, grandi uno ottavo di braccio per ogni verso, bastasse fra lo artificio e l'oro il valore solo di sei scudi. Ma non fu punto meno ingegnosa cosa il trovar modo a poterlo talmente distendere sopra il gesso, che il legno od altro ascostovi sotto paresse tutto una massa d'oro. Il che si fa in questa maniera: ingessasi il legno con gesso sottilissimo, impastato con la colla pi tosto dolce che cruda, e vi si d sopra grosso pi mani, secondo che il legno lavorato bene o male. Inoltre, con la chiara dello ovo schietta, sbattuta sottilmente con l'acqua dentrovi, si tempera il bolo armeno, macinato ad acqua sottilissimamente; e si fa il primo acquidoso o vogliamo dirlo liquido e chiaro e l'altro appresso pi corpulento. Poi si d con esso almanco tre volte sopra il lavoro, sino che e' lo pigli per tutto bene. E bagnando di mano in mano con un pennello dove dato il bolo, vi si mette su l'oro in foglia, il quale subito si appicca a quel molle. E quando egli soppasso, non secco, si brunisce con una zanna di cane o di lupo, sinch e' diventi lustrante e bello. Dorasi ancora in un'altra maniera, che si chiama a mordente, che si adopera ad ogni sorte di cose, pietre, legni, tele, metalli d'ogni spezie, drappi e corami; e non si brunisce come quel primo. Questo mordente, che la maestra che lo tiene, si fa di colori seccaticci a olio di varie sorti e di olio cotto con la vernice dentrovi, e dassi in su il legno che ha avuto prima due mani di colla. E poi che il mordente dato cos, non mentre che egli fresco, ma mezzo secco, vi si mette su l'oro in foglie. Il medesimo si pu fare ancora con l'orminiaco quando s'ha fretta, atteso che mentre si d buono; e questo serve pi a fare selle, arabeschi et altri ornamenti. E se ne macina ancora di questi fogli in una tazza di vetro con un poco di mele e di gomma, che serve a' | miniatori et a infiniti, che col pennello si dilettano fare proffili e sottilissimi lumi nelle pitture. E tutti questi sono bellissimi segreti, ma per la copia di essi non se ne tiene molto conto.

 

CAP. XXVIIII

 

De 'l musaico de' vetri, et a quello che si conosce il buono e lodato.

 

Essendo assai largamente detto di sopra nel vi cap<itolo> che cosa sia il musaico e come e' si faccia, continuandone qui quel tanto che propio della pittura, diciamo che egli maestria veramente grandissima condurre i suoi pezzi cotanto uniti, che egli apparisca di lontano per onorata pittura e bella. Atteso che in questa spezie di lavoro bisogna e pratica e giudizio grande, con una profondissima intelligenzia nella arte del disegno; perch chi offusca ne' disegni il musaico con la copia et abbondanza delle troppe figure nelle istorie, con le molte minuterie de' pezzi, le confonde. E per bisogna ch'il disegno de' cartoni che per esso si fanno sia aperto, largo, facile, chiaro e di bont e bella maniera continuato. E chi intende nel disegno la forza degli sbattimenti e del dare pochi lumi et assai scuri con fare in quegli certe piazze o campi, costui sopra di ogni altro lo far bello e bene ordinato. Vuole avere il musaico lodato chiarezza in s, con certa unita scurit verso l'ombre, e vuole essere fatto con grandissima discrezione, l'occhio lontano, a ci che lo stimi pittura e non tarsia commessa. Laonde i musaici, che aranno queste parti, saranno buoni e lodati da ciascheduno; e certo che 'l musaico la pi durabile pittura che sia. Imper che l'altra col tempo si spegne, e questa nello stare fatto di continuo s'accende, et inoltre la pittura manca e si consuma per se medesima, ove il musaico, per la sua lunghissima vi|ta, si pu quasi chiamare eterno. Per il che scorgiamo noi in esso non solo la perfezzione de' maestri vecchi, ma quella ancora degli antichi, mediante quelle opere che oggi si riconoscono della et loro.

Preparansi adunque i pezzi da farlo in questa maniera: quando le fornaci de' vetri sono disposte e le padelle piene di vetro, se li vanno dando i colori a ciascuna padella il suo; advertendo sempre che da un chiaro bianco, che ha corpo e non trasparente, si conduchino i pi scuri di mano in mano, in quella stessa guisa che si fanno le mestiche de' colori per dipignere ordinariamente. Appresso, quando il vetro cotto e bene stagionato, e le mestiche sono condotte e chiare e scure e d'ogni ragione, con certe cucchiaie lunghe di ferro si cava il vetro caldo e si mette in su uno marmo piano e sopra con uno altro pezzo di marmo si schiaccia pari, e se ne fanno rotelle, che venghino ugualmente piane e restino di grossezza la terza parte dell'altezza di un dito. Se ne fa poi con una bocca di cane di ferro pezzetti quadri tagliati, et altri col ferro caldo lo spezzano incrinandolo a loro modo. I medesimi pezzi diventano lunghi e con uno smeriglio li tagliano; il simile fanno di tutti i vetri che hanno di bisogno, e se n'empiono le scatole e si tengono ordinati, come si fa i colori quando si vuole lavorare a fresco, che in varii scodellini si tiene separatamente la mestica delle tinte pi chiare e pi scure per lavorare. Ecci un'altra specie di vetro, che si adopra per lo campo e per i lumi de' panni, che si mette d'oro; questo quando lo vogliano dorare, pigliono quelle piastre di vetro ch'hanno fatto e con acqua di gomma bagnano tutta la piastra del vetro e poi vi mettono sopra i pezzi d'oro. Fatto ci, mettono la piastra su una pala di ferro e quella nella bocca della fornace, coperta prima con un vetro sottile tutta la pia|stra di vetro, che hanno messa d'oro, e fanno questi coperchi o di bocce o modo di fiaschi spezzati, di maniera che un pezzo cuopra tutta la piastra. E lo tengono tanto nel fuoco, che vien quasi rosso, et in un tratto cavandolo l'oro viene con una presa mirabile a imprimersi nel vetro e fermarsi, e regge alle acque et a ogni tempesta; poi questo si taglia et ordina come l'altro di sopra. E per fermarlo nel muro usano di fare il cartone colorito, alcuni altri senza colore; il quale cartone calcano o segnano a pezzo a pezzo in su lo stucco, e di poi vanno commettendo appoco appoco quanto vogliono fare nel musaico. Questo stucco per esser posto grosso in su la opera gli aspetta duoi d e quattro secondo la qualit del tempo; e fassi di trevertino, di calce e mattone pesto, draganti e chiara di uovo, il quale tengono molle continuo con pezze bagnate; cos pezzo per pezzo tagliano i cartoni nel muro e lo disegnano su lo stucco calcandolo, finch poi con certe mollette si pigliano i pezzetti degli smalti e si commettono nello stucco, e si lumeggiano i lumi, e dassi mezzi a' mezzi e scuri a gli scuri, contrafacendo l'ombre, i lumi et i mezzi minutamente come nel cartone; e cos lavorando con diligenzia si conduce appoco appoco a la perfezzione. E chi pi lo conduce unito s che e' torni pulito e piano, colui pi degno di loda e tenuto da pi degli altri. Imper sono alcuni tanto diligenti al musaico, che lo conducono di maniera che egli apparisce pittura a fresco. Questo fatto la presa indura talmente il vetro nello stucco che dura in infinito; come ne fanno fede i musaici antichi, che sono in Roma, e quelli che sono vecchi; et anco nell'una e nell'altra parte i moderni a i d nostri n'hanno fatto del maraviglioso. |


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Edizione HTML a cura di: mail@debibliotheca.com
Ultimo Aggiornamento: 13/07/2005 23.49

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