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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Con gli occhi chiusi

di Federigo Tozzi

PARTE QUINTA

Ella aspettò che rialzasse la testa, con una fisionomia tra bonaria e astuta; e gli chiese, quasi scherzando: - Le piaccio adesso?
Egli non volle rispondere, provando una gran contentezza.
All'infuori di loro e della stanza, non esisteva più niente!
Ghìsola proseguì: - Mi amerebbe ancora?
Allora rispose con sforzo, come se avesse parlato con la voce di un altro: - Se tu non hai amato mai!
C'era un silenzio tale che ambedue credevano d'udire i movimenti delle loro congiunture; ed evitarono di guardarsi.
Egli ebbe compassione che fosse serva e che la padrona, risapendo della sua visita, l'avrebbe forse umiliata rimproverandola. Andò verso la finestra, discostò lo stoino verde; e vide, in uno abbarbagliamento di sole, alcune aiuole fiorite con bambù nel mezzo. Ghìsola gli si avvicinò in fretta, con un passo solo; e lo trasse indietro: - Non si affacci!
Egli s'intimorì come se stessero per staccarsi tutti i mattoni della finestra, per colpa sua. Ma quando Ghìsola lo toccò, si sentì impallidire. Come una volta!
Ella, dopo essersi subito scostata, prima che egli si riavesse, disse ridendo: - Mi vuol bene ancora; è vero.
Pietro rise per imitare Ghìsola; sentendosi girare la testa come dopo un pericolo. Ghìsola fece l'incredula, aggiungendo: - Ma non a me sola!
Egli era incapace di qualunque riflessione; e le sue parole seguivano una continuità incosciente.
- Perché mi rispondi così? Se te lo dico io...
Gli parve che anche le sue mani parlassero. Ad un tratto percepì Ghìsola lontana, fuori d'ogni illusione, sentendo come un presentimento nemico che avrebbe dovuto combattere per chiamarla a sé. Il suo sogno d'amore era ancora remoto! Come profondamente aveva sognato!
Che era bella non glielo doveva dire, per non farle un complimento che sembrasse magari equivoco; e poi perché la sua bellezza non sarebbe valsa a niente se non avesse avuto anche un istinto profondo di onestà, proprio come lui.
Voleva che avesse la coscienza dell'onestà, e che ne fosse orgogliosa. Questo era necessario; per quei principii morali che in lui si fondevano con quelli di redenzione e di giustizia nella vita. Perciò egli, per primo, doveva dargliene l'esempio. E si propose di spiegarle tutto in seguito.
Non trovava più che dirle e gli pareva che qualcuno gli imponesse d'andarsene. Si piantò in mezzo alla stanza, dette un'occhiata a Ghìsola, le stese la mano, e uscì lentamente; non sapendo come uscire, battendo una spalla nell'uscio.
Ella fu contenta che la visita fosse finita così in fretta, perché avrebbe potuto giungere il suo amico.
La scala era di mattonelle consumate, concave e sottili: guardandole, gli pareva che i suoi piedi le sfondassero.
Un grande tremito lo scuoteva. Richiuso l'uscio con un tonfo che gli parve troppo forte, alzò gli occhi e vide Ghìsola affacciata ad una loggetta di ferro: lo salutava muovendo il capo. Ma egli non ebbe la forza di risponderle: si voltò due volte sempre con il desiderio che fosse lì, tutto intenerito per lei o pensando che aumentava sempre più l'impossibilità di poterla salutare. Ed entrò in città senza né meno avvedersene.
Quantunque camminasse sul marciapiede rasente il muro dell'argine, non guardò l'Arno con poca acqua verdastra dove era qualche strisciatura turchina. Fermi sopra una specie di penisoletta fatta dal fondo del fiume, stavano alcuni barrocci già carichi di rena; e lì attorno l'acqua, più bassa che altrove, era tutta guizzi di scintillamenti.
Talvolta, il rumore della città pareva più distante, spostarsi verso un altro punto, per tornare un momento dopo; e siccome Pietro camminava in fretta, di quando in quando doveva soffermarsi per aver sbagliato strada.
Giunse al Lungarno degli Archibusieri: il Ponte Vecchio con i due piloni che sorreggono le case degli orefici come picce e insieme con le altre che stanno aggrappate sopra le mensole ad archi e sopra i puntelli di legno verniciato di rosso: le pareti sono fatte a brandelli dalle finestre troppo larghe e troppo fitte.
Di là d'Arno, case strette strette, grigie, sporche, vecchie, quasi abbiano paura di essere rovesciate giù; case come strisce sottili, d'ogni colore, attaccate con quelle del ponte; rettangoli di case e rettangoli di acqua: tutti di seguito, diseguali.
L'Arno rasentava gli archi delle mensole: il suo silenzio e quello delle case faceva udire i brusii lontani, intonati quasi sempre con qualche campana; e i cipressi di Torre al Gallo su nell'aria con una immobilità dolcissima.
Di qua d'Arno le botteghe semichiuse, arse dal sole, con l'ombra troppo calda delle loro tende corte; con le strade che entravano, deserte, nella città.
Mentre dalla chiesa di San Miniato, e dal Belvedere, gli alberi come una siepe alta, sparsa di ville bianche e scendenti dietro i tetti di Borgo San Iacopo.
Il Poggio dell'Incontro aveva una chiarità celestrina.
Sul Ponte Vecchio il vento sbatteva le tende scolorite degli orefici, portava la polvere delle strade sopra il fiume. Ed ecco le statue candide, con le ombre gialle, del Ponte Santa Trinità; che finisce tra l'abside della chiesa di San Iacopo, a sponda del fiume, e tra la chiesa di Cestello. Poi il campanile di Santo Spirito, dinanzi alle case più rade e più basse; fino alle ciminiere del Pignone. E, quasi solitario, il Ponte della Carraia: in fondo, i primi alberi delle Cascine; nella luce e lontani.
Tornò a casa molto tardi; cambiò di posto ai libri portati da Siena, tolse dalla valigia tutta la biancheria. Durante la notte, si svegliò due o tre volte; e, prima di riaddormentarsi, si disse, sempre con gioia, a voce alta: - A domani c'è poco!
Stette indeciso tutta la mattina, e la sera le scrisse; perché sentiva d'amarla da vero. Di Ghìsola non si ricordava come fosse il volto; ma piuttosto, senza vederli chiaramente, gli pareva che si ripetessero i suoi movimenti intorno a lui. Il colore del suo vestito era doventato una luce, che di quando in quando sopraggiungeva come un lampo.
Ghìsola si fece leggere la lettera dal suo amico; a cui aveva già detto, a modo suo, della visita, non fidandosi della lingua di Beatrice, la donna di servizio veduta da Pietro.
Il signor Alberto le domandò, ridendo: - Perché ti scrive? Sembra che ti ami da molto tempo. È una lettera curiosa. Fammela rileggere.
Ad ogni frase, questa volta, si fermò per guardare Ghìsola che gli stava appoggiata ad una spalla. Riprovavano quei sentimenti che c'erano espressi, sapendo che non sarebbero stati possibili a loro. Finita la lettera, egli baciò l'amante: - Questo è suo.
Ella strappò il foglio, e si mise, per farlo ridere di più, ma anche per l'allegrezza, a camminare con i tacchi e a girare su se stessa. Egli ci si divertì, ma chiese: - Come fai a volergli bene?
- Così.
E rifece un gerbo sentimentale, con tutta la persona.
- Però tu non mi dici ogni cosa.
La prese per un orecchio e le domandò sottovoce: - Anche a lui?
Ella si rialzò tutta e impallidì, rispondendo più lesta che le fu possibile:
- Te lo giuro. Ma se mi sposa, perché non vorresti?
Egli, allora, si sarebbe perfino scusato!
- Soltanto voglio esser certo, per il bene tuo, che ti ama da vero e che è ricco, come tante volte hai sognato di trovar qualcuno. Altrimenti, mi pare che potresti restare dove sei.
- Se è ricco? Suo padre ha dieci poderi e una grande trattoria.
- Ma il suo consenso?
- Scommetto ce l'ha mandato lui.
Il signor Alberto credette a Ghìsola, e ne fu contento.
Mentre ella prendeva i piatti dalla dispensa per metterli su la tavola, pensò che avrebbe potuto, se gliene fosse venuta la voglia, restarle amico.
Ma i suoi affari non andavano bene e bisognava allontanare da sé quella vita troppo pacifica e troppo oziosa.
Ghìsola lo spiava quand'egli, senza accorgersene, abbassava la testa; aspettando la sua più intima risoluzione, quella forse che avrebbe nascosta. Temendo che stesse troppo a pensare, gli disse: - Che cosa c'è stasera? Sei tornato con i nervi?
Egli sorrise e rispose: - Hai ragione; io sono troppo anziano per te; e ti sacrificherei. Sono io che voglio che tu ti faccia sposare.
- Ma perché ne parli? Ce n'è bisogno? Mi fai rabbia.
- Sei tu che ne parli, cara Ghìsola! Ma mi viene una buona idea!
- Dimmela!
- Devi comportarti in modo da potergli far credere dopo che t'ha fatto restare incinta lui! Non ti sarà difficile. Non ti piace?
Ella si morse le labbra, in fretta, con le spalle volte al lume. Poi si mise a girare un dito intorno all'orlo del suo piatto.
Egli le chiese: - Ebbene?
- Non gli rispondo né meno. Se torna qui, gli butto un secchio d'acqua addosso.
E suonò il campanello elettrico, per chiamare Beatrice che portasse la cena. Ma il signor Alberto, come se concludesse le sue riflessioni, esclamò:
- Tu doventi più ricca di me.
E aggiunse, con una certa serietà: - Basta però che tu non lo faccia venire in casa mia...
Ella, sentendosi in fallo, volse la testa.
- ...a fare il comodo vostro.
Ella rise. Allora egli s'intristì: - E non voglio che tu ti faccia vedere insieme qui dalla gente di Badia. Mi conoscono.
E mentalmente proseguì: "Perdo anche lei. Doveva essere così, mi pare". Procurò di sorridere, si lisciò i baffi, andò a guardarla negli occhi, le dette un pizzicotto che le fece male.
- Hai inteso?
Ella rise per non piangere. Egli non aveva voglia d'intenerirsi; e chiese con diffidenza comica: - Non ti riesce a farti baciare da lui?
E aggiunse per burletta: - È più furbo di me; perché tu, con me, hai fatto quello che hai voluto.
Scoppiarono in una risata; e siccome la donna entrava, si sederono a cenare.
Ghìsola, lusingata perché aveva capito subito quanto Pietro l'amava, invece di rispondergli con un'altra lettera, andò lei stessa a trovarlo. Non poteva darsi che la sposasse da vero? E allora sarebbe tornata a Siena non contadina, ma padrona.
Quand'ella arrivò, Pietro stava in camera con un libro in mano, ma senza studiare; arrotolava con le dita i lembi delle pagine. Invece di due esami ne aveva dato uno solo; e pensava a Ghìsola. No; egli non doveva andare agli esami! Doveva fare in quel modo!
Quand'ella aprì l'uscio senza aver né meno bussato, il cuore gli fece un balzo. Ed esclamò: - Vieni! Ti aspettavo!
Ella, un poco seria, si sedé, alzando la veletta fino al cappello ornato di violette finte; ed egli le disse: - Lèvatelo.
Egli non aveva mai detto così a nessuna donna!
Ella, quasi che lo sapesse o lo sentisse dalla voce, sorrise di buon umore; e dopo aver esaminata con affettata diffidenza tutta la stanza, andò allo specchio, sfilò lo spillo, se lo mise in bocca, lo posò con il cappello sul marmo del canterano.
Averla sposata subito! Com'era bella!
Si sederono a faccia, provando egli un piacere impacciato a sorriderle, ed ella badando a fare come lui. Poi avvicinarono le mani insieme sopra il tavolino, ed egli le pigiò ad uno ad uno le dita, in silenzio; come per convincerla che non c'era niente di male.
Il sole faceva doventare rosse le stecche della persiana chiusa.
Egli si alzò e la baciò; ed ella socchiuse gli occhi. Ma nello stesso tempo avrebbe voluto rimproverarla dicendo: "Ti puoi fidare; ma se io non ti amassi così da vero?". E le teneva strette le mani, per provarle che l'amava; piacendogli il suo odore di sudore.
Ghìsola abbassava la palpebre tutte le volte che incontrava il suo sguardo; ma gli sorrideva, quasi invitandolo a capire e a smettere di amarla a quel modo, con la pretesa di non esser mai stata di nessuno. Poi tossì e appoggiò il dorso alla sedia per stare più discosta.
Ella, dunque, era sua! Ma che le dava in cambio di tanta gioia? E perciò le chiese: - Puoi amarmi anche tu?
Ghìsola tacque, piegando la testa. Egli insisté per farsi rispondere; con una dolcezza che voleva fosse apprezzata. Allora ella lo baciò per la prima volta, come se non sapesse baciare; strofinandosi poi il fazzoletto alla bocca, quasi fosse pentita; e disse lesta: - Bisogna che torni a casa.
Pietro pensò: "È bene in fatti che non stia molto tempo qui!".
E le chiese il permesso di ribaciarla. Ghìsola allora finse di rimproverarlo, perché non glielo aveva chiesto anche prima; mortificandolo, senza ch'egli sapesse quel che rispondere: il nero delle sue pupille aveva quella lavatura, che pigliano le cose quando stanno in fondo all'acqua.
Ma nel mettersi il cappello, si bucò con lo spillo un dita. Poteva farsi male anche se egli era lì! Le afferrò la mano, guardando la stilla di sangue che ingrossava sempre di più; e quando fu per cadere, la succhiò.
Ella lo lasciò fare, incuriosita. E gli sorrise come a un ragazzo; già con una dolcezza ch'era più confidenziale e più buona.
Pietro inebriato, le disse: - Me ne ricorderò sempre!
In Piazza Beccaria, e gli alberi mossi dal vento pareva che non ci dovessero entrare più, il fazzoletto le cadde di mano. Egli lo raccolse, e lo tenne finché non si lasciarono. Il fazzoletto era quasi la stessa cosa con il vestito di lei.
- Quando torni?
Ghìsola non sapeva se il suo amico le avrebbe fatto far subito da vero quel che voleva.
- Non lo so...
Pietro si sforzò di capire se ne dovesse pensare bene o male: certo, gli parve impossibile ch'ella se ne andasse.
- Domani?
Ma gli dispiacque insistere, non sapendo se sbagliava.
- È troppo presto. Tra cinque giorni.
Ella sorrise soltanto per prendere tempo.
- Pensa che t'aspetto... Non mi credi? Dimmelo che mi credi...
- Lo so.
E sorrise un'altra volta.
- Ti posso scrivere?... Ma sai leggere?
- No.
E avrebbe invece voluto mentire, guardandolo più volentieri con alterigia; ma arrossì, abbassando il volto.
- E chi ti leggerà le lettere? Una donna, non è vero?... Bada di fartele leggere soltanto da una donna.
- Da una donna: c'è bisogno che tu me lo dica?
E arricciava con una mano il labbro di sotto; Pietro la guardava rapito; poi, per rassicurarsi che non fosse costretta a mentirgli, chiese: - Quella che vidi quando venni a trovarti?
Ma Ghìsola se ne accorse e rise; rispondendo: - Un'altra. Non venire più oltre.
Egli disse: - Torna presto.
Ed ebbe questa riflessione istantanea: "Perché l'obbedisco? Ma ciò mi procura un senso di piacere e d'orgoglio!".
Ella se ne andò, senza voltarsi mai. Ed egli stette a vederla sparire dietro una piegata, dov'era un cipresso ritto sopra un muro; come un'estranea che non sapesse né meno niente del loro amore; mentre quel che aveva provato gli pareva più reale di lei stessa.
Una foglia, staccatasi dall'albero di un giardino, gli rasentò il volto; se fosse stato a Poggio a' Meli, l'avrebbe presa.
Ghìsola, a pena distante, le parve di aver perso tempo e basta.
Tutti i giorni Pietro l'attese: la rivedeva lì con le braccia sul tavolino. Ma la sensazione d'averla trovata soltanto e di non amarla cresceva. E non andava agli esami, quantunque ci pensasse continuamente e s'imaginasse, come in una allucinazione che lo spaventava, d'essere interrogato e di non rispondere.
Andò invece a cercare Ghìsola, con un'impazienza che lo faceva perfino piangere.
Ella stessa aprì l'uscio; e Pietro fu sorpreso di amare proprio lei nel momento che le chiese: - Mi aspettavi?
Ella, per tenerlo a bada, rispose: - Forse.
Allora, quantunque provasse una specie di contrarietà anche a parlare, gli venne detto: - Non potremmo stare insieme nella strada? Sei sola?
Ghìsola rifletté; e poi rispose: - Aspettami dinanzi alla Badia.
Pietro non ne provò nessun piacere, perché il senso disagevole d'una menzogna indefinibile l'opprimeva. L'aspettò soltanto per non mancare a ciò che egli stesso le aveva chiesto.
Tirava vento; ma c'era dovunque il sole ardente e di luglio. Per la strada di Bisarno, alcuni cipressi si movevano in fondo alla svolta. E pareva che la luce fosse continuamente cambiata dal vento. Olivi, in fila, sporgevano con i rami lungo un muro. E le loro chiome, d'un verde tenero, vi sbattevano sopra. E anche le loro ombre parevano chiome: a pena si distinguevano da quelle vere.
Ella venne a passi rapidi. Era senza cappello e portava al collo una catena con un cuoricino d'oro.
Pietro temette d'esser ridicolo dicendole che doveva tornare a Siena. Ma, infine, ella gli chiese, dopo aver camminato in silenzio, mentre egli le guardava sempre le mani: - Quando vai via?
- Domani.
- Non ci vedremo più, dunque!
Egli, sorpreso di quella calma un poco scherzosa, chiese sospirando: - Penserai sempre a me?
Allora Ghìsola rispose, con convinzione, quasi con ubbidienza: - Sempre.
Poi lo guardò e vedendo la sua scontentezza, rispose: - Tu pensi ch'io ti ami poco.
Egli, quantunque fosse vero, rispose: - Mi fido di te.
Ghìsola, tenendo la testa bassa, risorrise; ma questa volta la bocca s'indugiò nell'atto piacevole.
Quella strada, dove il vento sollevava qua e là nembi di polvere bianca, senza farsi sentire, era così solitaria come non ci fosse mai passato nessuno. Ghìsola gli pareva bella in un altro modo, e più grassa. "Sì, anche così è vestita bene!". Ma egli non poteva levare gli occhi da quel cuoricino: glielo voleva portar via, perché se no l'avrebbero guardata di più proprio nel petto.
Ghìsola se ne accorse e aspettava. Egli, allora, quando vide che se n'era accorta, le disse: - Perché lo tieni?
Ella arrossì e parve che volesse proteggere il cuoricino.
- L'hai comprato tu o ti è stato regalato?
- Regalato.
- Dimmi chi. Dimmelo subito.
Egli si soffermò dinanzi a lei, e l'obbligò a fare lo stesso.
- La mia sorella Lucia.
- Quanto tempo è?
- Anno, quando venne a trovarmi.
- E ti vuol bene?
- Lei sì, ma io no.
- Perché?
- Non lo so...
- Perché? Dimmelo. Se non lo dici a me!
- Non lo so. Non ci assomigliamo di carattere.
Egli pensò che potesse esser vero, perché erano completamente dissimili anche di persona; e ne ebbe piacere. Ma nondimeno era geloso lo stesso anche della sorella. E le disse: - Te ne comprerò uno io, e porterai il mio. Ossia il tuo, perché niente è più mio. Sei contenta?
Ella aveva voglia da vero di ridere; ma, certo, non era il momento. Invece tornò indietro senza dir nulla. E siccome si mise a camminare lesta lesta come se avesse fatto tardi, egli chiese: - T'aspetta quella donna?
- Sì, siamo stati imprudenti.
- Ma perché dici così, se io ti amo da vero? Tu non devi preoccupartene.
Ella sorrise, ed allungò il passo senza rispondergli.
Pietro lasciò che arrivasse sola nella piazza; poi, facendo finta d'aspettare qualcuno, camminò lì d'intorno. Ma non c'era nessuno! Vide un cane che scappava con la groppa ossuta, ad arco.
Per la strada di Grassina, guardò la collinetta d'un verde pallido e sbiadito, tutta oliveti; con cipressi qua e là, mescolati, sottili.
Arrivato da quella svolta un tranvai, egli vi salì. Quando alzò gli occhi era già dentro Firenze, passato di poco la Barriera, sul Lungarno biancheggiante, e vide da quel punto tutti i campanili insieme.
Pietro si commoveva fino a pensare: "Se anche fosse disonesta per necessità di non patire la fame, io non potrei approfittarne. Piangerei. L'aiuterei a fare in modo che si cambiasse. Qualcuno, allora, potrebbe stimarla e sposarla. Ma me lo avrebbe detto. Perché non me lo dovrebbe dire?",
E, per contrasto al dubbio, gli pareva d'una purità mirabile. Allora ne era geloso e piangeva. "Deve esser mia! Voglio amarla io! Perché non dovrei amarla?" Non era anche il suo dovere morale? Ma come trovare il modo di star meglio che in casa del padre? Ghìsola gli aveva detto: - È ricco; dipende tutto da lui. Ma egli non vorrà di certo.
Domenico, quando Pietro, tornato da Firenze, gli disse ch'era innamorato di Ghìsola e che, se fosse stato contento, aveva deciso di sposarla, non gli rispose né meno; ma si sentì aizzato contro di lui come la volpe quando le hanno accesa la paglia dentro la tana.
Degli esami tacquero ambedue. Pietro per non fargli sapere la verità, e Domenico per tentare che non ci pensasse più, ma con la voglia di sbatterlo nel muro come un cuscino.
Pietro tornava solo da lunghissime passeggiate in campagna, dopo essersi consigliato anche con l'aria. Talvolta gli era parso impossibile che Ghìsola avesse amato qualcuno, perché sarebbe stato una contaminazione della sua bellezza. Piuttosto era lui un geloso!
Talvolta si diceva: "Sono proprio a Siena? Non mi pare la stessa. Certamente, il suo cielo ora è più azzurro di prima: non era così una volta". Notò che d'estate, verso sera, nella Piazza del Campo rimane una luce pallida e tepida, un avanzo del meriggio; simile alla luce d'una lanterna, che illumini soltanto là dentro; mentre le persone, che attraversano quello spazio, sembrano lontane nel tempo, con un silenzio indefinibile.
"Quando ci sarà anche Ghìsola, le dirò quel che provo."
Tutte le mattine si svegliava con un sospiro. E come si ricordava bene dei sogni!
Ma senza Ghìsola non poteva vivere; e, verso la metà d'agosto, decise d'andare a prenderla, perché tornasse a Radda ad aspettare il loro matrimonio; un anno forse, un anno e mezzo al più. Perché non avrebbe avuto il consenso? Intanto, facendola stare a Radda, si sentiva più sicura di lei.
Da Rebecca si fece prestare il denaro per il viaggio.
Ma a Firenze, in quelle poche ore, gli pareva d'esser sempre a Siena, in cima alla via di Camporegio, dove era andato tutti i giorni quando faceva la scuola tecnica. È breve la distanza tra la mole rude e rossiccia di San Domenico e le case che s'arrampicano alla rinfusa, un'altra volta, in ogni direzione attorno al Duomo, fermandovisi sotto a pena che lo toccano; ma, a guardare di lì la profondità vuota di Fontebranda, ci si sente mozzare il respiro.
L'Ospedale, alto su le mura, rosso sangue, lo vedeva doventare del colore della terra bruciata; il turchino del cielo, bigio. E poi le prime stelle, qua e là, così sparse che gli facevano angoscia.
I vicoli, simili a spaccature e a cretti enormi, s'anneravano.
Tra i giardini e gli orti, l'uno più alto dell'altro, chiusi dentro i muri rettangolari, che spesso hanno a comune, nelle insenature o nelle sporgenze delle colline, e seguendo i loro pendii diseguali, il barlume della notte gli sembrava che cadesse come quando piove a dirotto.
Un briaco cominciava a cantare e poi smetteva. La Costaccia come il parapetto d'un abisso, e il Costone quasi a picco; con il suo arco greve e largo che lo tiene fermo perché sopra ci passi un'altra strada, salgono di squincio verso le case.
Non due tetti della stessa altezza, anche se accanto. Grumoli piccoli e grandi di case che s'allungano parallelamente obliqui e storti: alcune volte le case stanno a due e tre angoli l'uno dentro l'altro, a cerchio, a nodi, serrate insieme, mescolate, aggrovigliate, con curve rotte o schiacciate, sempre con improvvisi cambiamenti; obbedendo alle forme delle colline, ai pendii e alle svolte delle vie, alle piazze che dall'alto paiono buche.
Ad un tratto, uno stacco tra due case, e poi le altre che s'afferrano e si tengono ancora, con forza, pigiandosi e abbassandosi e poi risalendo e girando per sparire leste leste dietro quelle che hanno un movimento affatto diseguale e che vengono incontro dalla parte opposta; salite su; ma anche queste s'interrompono quasi subito per doventare una raggiera più larga, irregolare, tutta piana oppure contorta; dentro la quale si mettono e s'avventano case, di sghembo, a traverso, come riescono e possono; spinte da altre che fanno l'effetto di volersi accomodare meglio ed assestarsi, ciascuna per conto proprio.
Le case, bassissime, quasi per affondare nella campagna, da Porta Ovile, da Fontebranda, da Tufi, sorreggono quelle che hanno a ridosso, le trattengono dalla loro voglia di sparpagliarsi più rade; i punti più alti sono come richiami alle case costrette ad obbedire per non restare troppo sole.
Nei rialzi sembra che ci sia un parapiglia a mulinello, negli abbassamenti le case precipitano l'una addosso all'altra; come frane. Oppure si possono contare fino a dieci file di tetti, lunghe lunghe, sempre più alte; di fianco, altre file che vanno in senso perpendicolare alle prime.
La Torre del Mangia esce fuori placida da tutto quell'arruffio.
E attorno alla città, gli olivi e i cipressi si fanno posto tra le case; come se, venuti dalla campagna, non volessero più tornare a dietro.
Ma gli pareva d'essere inseguito da suo padre, pur sentendosi rasserenato dal campanile di Giotto, da Santa Maria del Fiore, da quelle strade che conosceva, già percorse in quella specie di perdizione sempre più accanita. Aveva voglia di riparlare con qualcuno dei suoi compagni, di spiegare a loro l'equivoco avuto, e come si fosse perso per una ragione che non sapeva dire; per quanto gli dispiacesse tenere segreti anche ora che sentiva la necessità squisita d'aver qualche cosa da nascondere; una cosa che forse era come la sua anima stessa.
Un venditore di limoni, sotto un ombrello verde con le stecche di legno, era seduto al principio del Ponte alle Grazie. Qualche facchino e qualche persona indefinibile sonnecchiavano appoggiati al muricciolo dell'argine.
Un'allodola volò dagli alberi di San Miniato, verso le Cascine, come una cosa scintillante.
Andando verso la Piazza della Signoria, fresca e annaffiata, si cominciava a rivedere la gente: più fitta in Via Calzaioli e nella Piazza del Duomo. In fondo a Via Cavour, il poggio di Fiesole; alto e verde.
A Badia, quando scese dal tranvai, Pietro arrossì quantunque non ci fosse nessuno. E scrutò sotto le persiane, per scorgervi qualche viso che guardasse nella strada: soltanto piante di geranii polverosi.
Apertogli l'uscio proprio da Ghìsola, che però non lo fece entrare, egli subito si dolse che non fosse già andata a Radda; ed ella rispose che aspettava lui e voleva prima esser sicura che i suoi genitori l'avrebbero volentieri ripresa in casa.
Gli era inspiegabile la sensazione di trovarsi con lei già da tanto tempo.
- E perché no? Sono cattivi con te?
- Io non ci sto volentieri.
Gli fece caso che rispondesse proprio a quel modo e non altrimenti. L'accarezzò, pregandola: - Tu non mi devi rispondere di no; deve aspettare a casa tua. Mi farai piacere.
Poi pensò: "Perché le domando di fare così?".
- Se tu vuoi...
Visto ch'ella era per ubbidire, chiese: - Vieni a Siena con me, allora.
Ella sorrise e gli fece cenno di tacere.
Era convinto che dovesse provare una gran dolcezza ad ubbidirgli; ma Ghìsola, che aveva voglia di scherzare più che d'altro, gli chiese: - Ti piaccio meno?
- Perché dovresti piacermi meno?
E le accarezzò tutta la faccia: ella si discostò e gli guardò la punta delle dita.
- Perché non vuoi? Ti aspetto nella strada, verso la Badia.
- Verrò. Ora vattene.
Le baciò ambedue le mani, tenendogliele insieme, mentre ella si tirava a dietro, quasi chiudendogli l'uscio in faccia.
Ed egli pensava, scendendo le scale: "Ha sofferto. Soffre perché deve stare in una casa che non è sua. I genitori, forse, non le hanno più scritto; i parenti la invidiavano. M'è parsa più sensuale; ma io devo rispettarla lo stesso, anzi di più; dopo, la odierei".
Invece non gli fece caso che potesse venirsene via così a pena glie ne aveva parlato.
Il signor Alberto s'era impigliato in un processo di fallimento; e da una quindicina di giorni non si faceva più vedere da nessuno, né meno da lei, che andava a trovarlo, di rado, qualche mezz'ora, nello studio d'uno dei suoi avvocati dove ormai passava tutto il suo tempo. Egli l'aveva pregata di tornare a Radda, soltanto finché il processo non fosse finito; anche perché i parenti della moglie, ch'erano tra i testimonii, non soffiassero nella brace.
Denari non li dava più; e, più d'una volta, Ghìsola aveva dovuto cominciare a contentarsi di pane mangiato soltanto con qualche frutta. Ma, non volendo tornare a casa e non avendo dove andare, aspettava prima di decidere qualche cosa.
Così non aveva, dunque, dopo l'arrivo di Pietro, che da incaricare Beatrice di salutare il suo amico, pregandolo che non la dimenticasse.
Tuttavia, per farle ricordare che Pietro l'aspettava, ci vollero le altre persuasioni di Beatrice; alla quale, evidentemente, il padrone aveva ricorso anche per questa faccenda.
La donna l'abbracciò piangendo; con una tenerezza che la fece sorridere, lacrimando.
Pietro, lontano dall'uscio, ad ogni passo che udiva sperava che fosse Ghìsola; finalmente, la vide.
Non pronunciarono né meno una parola: c'era tra loro una specie d'ostilità rispettosa. Ella volgeva gli occhi attorno; ed egli seguitava sempre i suoi occhi che lo evitavano, quantunque paresse che lo vedessero lo stesso. Tuttavia, da poche parole che avevano dovuto dirsi, sentirono svanire il loro ritegno.
Quando il tranvai si fermò, salirono.
Ella aveva un cappello di paglia, con un solo nastro di velluto nero; una veletta chiara sul volto, i guanti di filo bianco. Pietro s'accorse di quell'eleganza grossolana; e perché se ne sentì commosso, le toccò una mano. Egli, certo, sposatala, l'avrebbe fatta vestire molto meglio. Ma tutti la guardavano; ed egli ne era contento per lei.
Andarono in fretta dalla Piazza del Duomo alla stazione, perché c'era poco tempo alla partenza del treno. Nelle vie la folla li faceva sovvenire di se stessi e della loro decisione, come se trasalissero. E, allora, si guardavano negli occhi. Ma presero lo stesso il treno per Siena; quasi senza parlarsi mai. Soltanto quando il loro scompartimento fu più vuoto egli le disse: - Perché non t'alzi la veletta?
E le soggiunse sottovoce: - Ti vedrò meglio.
Ella obbedì; e si sederono l'uno di fronte all'altro.
- Se ti vuoi riposare, vengo vicino a te. Vuoi appoggiare la testa su la mia spalla?
- Non importa.
Si sentivano legati dai loro sguardi, come dalle loro anime; che parevano pesanti.
Tutta la campagna correva, correva troppo! Pareva a Pietro che lo sfuggisse e non lo volesse comprendere più; anzi, lo disapprovasse. E allora aveva più bisogno d'amare Ghìsola.
Ma il giorno veniva meno come la sua esaltazione: la mattina, nel sole chiaro, gli era parso che i vagoni fossero per bruciare e fiammeggiare; ora, gli pareva, ad ogni stazione, che avessero paura di restare negli altri binarii, tutti intrecciati, dritti e curvi; che luccicavano una triste luce morta portandola con sé nell'oscurità delle lontananze diafane. La campagna si cambiava come i suoi stati mentali; ma non gli apparteneva.
A Poggibonsi, un treno, allontanandosi, divenne a poco a poco più corto, finché non ne restò che l'ultimo vagone visto di dietro; e non si sapeva più se stesse fermo o se camminasse; come certe sue illusioni. I vagoni che andavano su e giù, trainati, con le ruote che giravano con movimento eguale l'una dopo l'altra su le medesime rotaie, e i vagoni di un treno merci verniciati di rosso, con le cifre in bianco, sigillati, pazienti, lo fecero quasi piangere. Tutti scuotevano la sua anima, la schiacciavano!
Egli si sentì proprio solo e abbandonato e non si ricordò più di Ghìsola che, seduta dinanzi, lo guardava con acuta curiosità; e allora i suoi occhi avevano una immobilità affascinante.
Quand'egli, dopo aver sospirato, glieli vide così, esclamò: - Oggi mi vuoi più bene!
Ella lo fissò con disprezzo; ma abbassò in fretta le palpebre, per nascondere lo sguardo: se lo sentiva come portare via dall'anima.
Il giovine, senza capire, attese che parlasse lei, ora.
Allora Ghìsola lo fece sedere accanto; e si tennero per mano.
La gente che saliva e scendeva dal treno, i segnali delle stazioni le aumentavano la noia.
A Siena, ricusò di andare in casa della zia.
- Ma perché non vuoi?
- Vorrà sapere troppe cose da me: io agli altri non voglio dir niente di me.
Ella ci riusciva a vivere come voleva! La sentiva forte e indipendente. Ma per assicurarsi che non lo faceva per nascondere qualche cosa, le disse: - Fai male: è la tua zia.
- Se andassi ad un albergo?
- Vedendoti sola penserebbero male di te.
- E tu non sai ch'io sono tua?
E insisté con tono di voce quasi infantile, con certe moine; battendogli il ventaglio sopra un braccio: - Sì: accontentami. Vuoi fare sempre a modo tuo. Non è vero che questa sera accontenterai la tua Ghìsola?
Volevano decidersi, perché la strada fino alla trattoria era corta e già faceva oscuro.
Videro, dietro la basilica di San Francesco, una sfilata bassa di nuvole come il fuoco.
Qualcuno rallentava il passo per guardarli meglio, e allora camminavano più in fretta.
Alla loro sinistra si scoprì una parte di Siena, con la chiesa della Madonna di Provenzano. Tutte le case sembravano troppo fitte.
Ambedue, senza accorgersene, smisero di parlare. La Via Vallerozzi sembrava una scalinata di tetti larghi fino all'antica rocca dei Salimbeni; il cui sprone era coperto dall'ombra nera di un abete enorme. Di là da questa rocca, non si sa dove, la cima della Torre; e, più discosto, la cupola della Madonna di Provenzano, quasi rinchiusa dentro un'altra spianata di case. Mentre i tetti delle tre vie, che s'annodano insieme a Porta Ovile, scendevano, pendendo tutti da una parte; come se le case non potessero stare dritte. Un pezzetto d'una delle vie assomigliava a un baratro pietroso; e una donna, ferma, vi sembrava rinchiusa.
Tutti quei tetti, ad angolo, s'appiattivano; e alla casa più bassa, all'ultima, s'appoggiava tutta la fila delle altre.
Pietro, interrompendo la distrazione, la scosse per una mano e riprese: - Scusami se non voglio... Ma dài retta a me.
Ella s'impazientì e si fermò un'altra volta.
- Ascoltami... ho pensato di portarti a mangiare da mio padre. Io gli ho detto che andavo a Poggibonsi, dove ho un amico; e gli inventerò che ti ho trovata in treno.
Ella aspettò che uno smettesse di guardarla, e poi rispose: - E crederà a noi?
Già la curiosità dei passanti li impacciava con molestia, con tedio penoso.
- Certamente!
Ghìsola stette molto tempo a testa bassa, non per riflettere, ma per sforzarsi a non pensare ad altro: e poi rispose: - Mi piace poco.
Tacquero perché si sentirono vicini a bisticciare; poi egli, dopo uno di quei silenzii in cui si odono tutte le cose, la prese a braccetto fino allo scalino della trattoria.
Domenico, quando li vide entrare, salutò Ghìsola ma senza avvicinarsi; e credette lì per lì alla scusa di Pietro; che del resto non aveva mentito mai.
Il marito di Rebecca, con un piatto in mano, si fermò e le disse: - A pena che avrò servito questi signori, avvertirò la tua zia.
Ghìsola, vedendo come la parente le potesse esser di pretesto per esser venuta a Siena, lo ringraziò.
Domenico, ch'era di buon umore, dopo averla guardata sorridendo, così irriconoscibile da quando stava a Poggio a' Meli, andò in cucina; e come se si fosse trattato di avventori, ordinò a voce alta da cena per Pietro e per lei. Ma disse anche per farsi intendere subito: - Questi non pagano!
Ghìsola, disinvolta, si mise a ridere; e le dispiacque solo per orgoglio che Domenico la trattasse per quel che era; ma Pietro le fece rabbia. Non era punto furbo, e non contava proprio niente in casa sua!
Per far vedere che non aveva bisogno di mangiare in trattoria, non voleva sedersi a tavola; ma Pietro la supplicò, sottovoce, di non insistere; e le disse che il giorno dopo le cose sarebbero state chiarite.
Domenico, che veniva e andava dalla cucina alla stanza dov'erano essi, con le mani in tasca e con la testa bassa, senza guardarli mai, uscì e andò a sfogarsi dal suo amico droghiere; un figliolo non doveva portarsi in casa le amanti, sia pure che facesse bene a fare il comodo suo ora che era giovine. Ma il droghiere rise della sua collera e gli disse che lo lasciasse divertire, giacché si trattava di una bella ragazza.
Ghìsola, mangiando, non alzò mai la testa; e pareva che avesse poco appetito. Ma Pietro le pestava leggermente i piedi e le diceva qualche parola perché dissipasse il malumore. Poi la lasciò nella trattoria a chiacchierare con la cugina Rosaura, accanto alla dispensa, dov'era meno luce. E Ghìsola accompagnata da lei andò a trovare la zia, raccontandole una filza di abili menzogne, con l'aria più ingenua che ci fosse. Rebecca le disse: - Per stasera, non ho da darti da dormire qui. Dormirai con la tua cugina, se il padrone è contento.
Ghìsola ridiscese ed entrò nella bottega, curiosa di vedere come sarebbe andata a finire!
Già era prossima la mezzanotte; e le tavole della trattoria sparecchiate. I cuochi sonnecchiavano appoggiati al ceppo del tagliere. I fornelli si spegnevano: come se anche la brace s'addormentasse. Tutti i lumi abbassati; e la trattoria piena di quell'odore ripugnante di tante vivande insieme.
In un corbello vicino all'acquaio, le bucce delle frutta e gli avanzi.
Improvvisamente la notte si fece più oscura e piovve alcuni minuti: una di quelle piogge che fanno notare subito il nostro malumore, come quelle che ribollono l'immondizie ammucchiate in mezzo ai campi.
A Ghìsola, presa dalla stanchezza e dal sonno, parve che piovesse nella sua anima, ma non riesciva a togliere tutte le cose che c'erano. Si sentiva soffocare lo stesso.
Qualche lampo, silenzioso, s'accese tra le nuvole.
Allora, ella credette che avrebbe risentito quella pioggia in qualche sogno. Evitava di pensarci, per essere attenta a quel che accadeva intorno a lei e a quel che le dicevano.
Domenico, svegliatosi dal canapè dove da qualche tempo dormiva almeno due ore prima d'andare a letto, ordinò: - Chiudete le porte.
Era evidente la sua scontentezza; tanto che Rosaura non gli disse volentieri: - Io salgo in casa a trovare le lenzuola per Ghìsola.
Domenico non disse né sì né no; e si volse dalla parte opposta quando Ghìsola passando rapidamente vicino a lui, quasi provocandolo, lo salutò.
La camera di Rosaura era così bassa che, stando sdraiati su uno di quei letti, si poteva toccare una trave. Una finestra strettissima, nel muro più grosso di un metro, dava in una corte angusta e umida anche d'estate.
Messe le lenzuola, Ghìsola togliendosi la giacchetta domandò: - Dove dorme Pietro?
- Nella stanza solita di quando era piccino. Ma vorresti andare a vederlo? Che braccia grosse tu hai!
- Senti come sono ingrassata!
Si fece pizzicare un fianco, e poi andò.
Riconoscendo bene la casa, si avanzò quasi a tastoni, attraversando la stanza d'ingresso e poi il salotto meno buio perché c'era la luce elettrica della strada.
L'uscio della camera di Pietro era aperto perché vi doveva passare Domenico per andare nella sua. Ella vide il tavolino con i libri, il canterano con lo specchio che luccicava. E proseguì verso il letto messo ad una parete: Pietro dormiva.
Allora si chinò e cominciò a baciarlo su la bocca. Egli, senza finire di destarsi, sentì un brivido; ed esclamò a voce alta: - Sei tu, Ghìsola!
Pietro non sapeva spiegarsi certi odii di Ghìsola, che parevan capricci, contro i parenti. E se ne dolse con Rebecca, consigliandola di rimproverare la nipote. Le disse anche: - Bisogna che impari a leggere, almeno; me l'ha promesso.
Ma Ghìsola sapeva far dimenticare una cosa mettendone fuori un'altra.
S'imaginò che si fosse offesa di Domenico, della trattoria e di tutto il resto; e che volesse trovare il modo d'allontanarsene subito. Già gli aveva risposto la mattina dopo dell'arrivo: - E tu credi ch'io voglia stare con tuo padre, anche se mi ci vuole?
Pietro sentì che non aveva niente da prometterle e disse: - Quando egli si sarà convinto, come me, che tutto quello che hanno detto è falso, ti rispetterà. Perché non ti deve rispettare, perché non deve permettere che tu sia la mia moglie?
E la teneva per un braccio; ma ella sapendo che era sempre più impossibile, rispose: - Mi odia. E non vuole che ci vogliamo bene. Non ti ricordi che mi fece mandar via da Poggio a' Meli quando s'accorse che anche allora ci volevamo bene?
Tutti i suoi progetti gli doventavano ridicoli, come una volta erano parsi serii, l'uno più dell'altro; e Pietro convenne che avrebbe dovuto lasciarla andare dove voleva: sentire rimorso di mandarla a Radda! E non osò più né meno tenerle il braccio.
Ghìsola, sapendo che non avrebbe potuto trattenersi più di due o tre giorni, non prendeva sul serio niente; e fece subito sapere a Domenico che se ne sarebbe andata. Accompagnata da Pietro, andò a Poggio a' Meli, dai nonni; e così non rimise più piede nella trattoria.
Gli olivi avevano messo una bella trama bianca, che s'illuminava di lucciole. Mentre, su i poggi neri del Chianti, i lampi apparivano e sparivano come una luce liquida ma densa.
Ghìsola stava sola sul murello dell'aia. Masa e le altre donne degli assalariati, al chiaro di luna, aumentavano la sua collera. E le pareva che il chiaro di luna rimanesse attaccato alle loro vesti e se lo trascinassero seco movendosi. Lontana da loro, senza che né meno si ricordassero che viveva, quelle donnucce sporche come era stata anche lei!
Si sdraiò sul murello; con un tremito convulso. Fissò una stella più grande delle altre; e le parve che girasse a cerchio e poi saltellasse in qua e là; sentendosi, a seconda di quel moto, strappare le tempie.
Credendo d'impazzire, scosse vivamente la testa e si stropicciò gli occhi.
Poi le donne rientrarono in casa; e allora si rimise a sedere e guardò verso gli usci: nell'ombra stava quasi la metà del piazzale fino al pozzo, ed una entratura ad arco sotto il quale era un carro; ma le pareva che fossero soltanto colori di altre ombre.
Il murello era quello stesso quando, con qualche compagna, giornate intere, si chiappava le mosche su le ginocchia. Che risate insieme, a pena nella strada passava qualcuno!
Il pozzo le fece paura; come se tirasse giù, dentro l'acqua, lei e tutta la luna. Poi pensando che quel lume era anche sopra la sua faccia, se la nascose entro le mani e rimase così.
Dopo poco udì qualcuno che camminava sull'aia verso di lei: certo, era scalzo. Ma ella non si mosse; s'imaginava di non potersi muovere; per quanto sapesse che non era vero. Allora, Carlo le si mise a sedere accanto; tossì prima, e dopo un altro secondo le posò una mano sul petto.
Ella alzò la faccia senza guardarlo, fece una risata ed entrò in casa.
Carlo ebbe l'impressione di aver visto quella risata, e non la ragazza.
Pietro giunse poco dopo al cancello aperto; e, prima d'entrare da Giacco, si soffermò a guardare la luna che pareva escita allora allora dalle finestre dalla parte di dietro della casa.
Pensava anche che gli assalariati avrebbero ammirato il suo amore per una contadina, per una che era di loro.
Egli e Ghìsola andarono per la strada del campo, che dall'aia menava a quel ciliegio vicino al quale s'erano parlati molti anni innanzi. Il ricordo pareva ancor lì, sotto le fronde.
Ghìsola era nervosa e pronta a darglisi tutta. Stava per dirgli: "Perché non te n'accorgi?". Ma Pietro era in un'estasi che aumentava. Quasi parevagli di camminare sognando. Diceva: - Perché non guardi sempre me?
Infatti ella gli si volgeva soltanto di sfuggita, e lo avrebbe lasciato lì solo volentieri. Ma, dominandosi come quando s'era stesa con la schiena sul murello, contraffacendo la voce di lui, si fermò a guardare il cielo. Egli, credendole, esclamò: - Una notte così non la vedremo mai più! Le stelle scintillano anche dentro i tuoi occhi. Te le vedo io!
E la baciò lungamente. Ella scosse il capo, discostandosi. Era pazzo? La faceva soffermare ancora; gridava di gioia. Ghìsola, fuori di sé dalla voluttà, era come un'anfora che alla fine s'apre tutta secondo una sua incrinatura. E non si tenne dal dirgli: - Se tu fossi un uomo!
Pietro le rispose come a se stesso: - Io ti voglio bene!
E siccome anche la sua estasi doventava sensuale, volle tornare a dietro: Ghìsola non doveva accorgersene né meno!
Masa attendeva in cima alla strada, con le mani su i fianchi, inquieta per tutte le insinuazioni allegre degli assalariati seduti attorno all'aia. Giacco s'era rincantucciato in casa, malcontento di dover tenere acceso troppo il lume ad olio, contro il quale si buttava una farfalla con un corpo grosso quanto un dito. Il rumore delle sue ali, che di quando in quando si dibattevano, gli faceva alzare la testa e poi guardare dall'uscio scostato.
Pietro e Ghìsola allentarono il loro abbraccio, rasentando l'aia; mentre Masa disse sottovoce: - Non andate lontani.
Gli assalariati si chetarono a posta; anche per riguardo al padroncino; e si vedevano i loro volti che parevano senza linee nel chiaro di luna.
Lo stollo del pagliaio era rimasto inclinato verso un tiglio.
A Poggio a' Meli ci si divertiva!
Fuori del cancello, i due giovani si ripresero per mano.
Le lucciole, innumerevoli tra le chiome pallide degli olivi, sembravano aumentare continuamente: le lucciole che, talvolta, s'appiccicavano alle mani come se fossero state gommose.
Cominciarono a baciarsi, ella appoggiandosi alla cancellata di legno, ed egli stringendosi a lei; nascosti nell'ombra della siepe. Ma, ad un tratto, Pietro s'accorse che faceva movimenti troppo voluttuosi con tutte le anche: si discostò e la rimproverò.
Masa, sempre più intollerante, dopo essere stata in mezzo all'aia, turandosi la bocca per non rispondere agli assalariati che ascoltava a suo malgrado, chiamò proprio in quel mentre; e Pietro e Ghìsola andarono a casa.
Qualche assalariato, invaso da una giocondità intrattenibile, si grattava forte la testa. Carlo, curvo con le mani su le ginocchia, sghignazzava tutte le volte che aveva dato uno sguardo verso Masa; e dentro una mano gli pareva di tenere quel che aveva toccato.
Le chiacchiere, che se ne fecero, durarono più di un mese.
Carlo rimase un po' di tempo a spiare dal suo uscio quando s'avviassero, perché non gli pareva vero d'andare a letto senza aver parlato con Ghìsola.
Ma Ghìsola propose alla figliola di un assalariato di riaccompagnare con lei Pietro fino al borgo; così, dopo, tornando, non avrebbe dovuto far la strada da sola.
Camminarono a braccetto; mentre l'altra ragazza, non osando avvicinarsi troppo, si teneva a distanza. Ma, volgendosi, la vedevano sorridere attenta e agitata; e, poi, quasi convulsamente.
Prima di lasciarsi, si dettero altri baci. Allora la ragazza, che s'era coperta la faccia con ambedue le mani, guardandoli tra le dita, si buttò nel mezzo della strada e si rotolò nella polvere. Poi gridò, come se fosse stata sola: - Oh, oh, che faccio!
- Vestiti.
Trovatala in camera con le braccia nude, voleva che si affrettasse a rimettersi il giacchetto color rosa; e aspettando per baciarla. Poi le disse: - Così mi piaci di più. Altrimenti, non ti potevo baciare. Lo sai!
Ella sarebbe partita con la diligenza di Radda.
Le cose erano rimaste sempre allo stesso punto: Domenico aveva finto di non occuparsi di Pietro e di Ghìsola, sapendosi dominare, sicuro che il tempo lo avrebbe aiutato; e le chiacchiere insinuanti non erano state confutate: Pietro non aveva trovato nessun modo d'affrettare il matrimonio.

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Ultimo Aggiornamento: 01/03/99 0.48