De Bibliotheca
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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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L’Ercolano

di: Benedetto Varchi


C. Dichiaratemi dunque. A che si possa conoscere, e debbasi giudicare una lingua essere migliore, cioè più ricca, o più bella, o più dolce d'un'altra; e quale sia più di queste tre cose, o la greca, o la latina, o la volgare 
Quesito nono
V. Come a' poeti è conceduto, anzi richiesto, invocare le Muse non solamente ne' principj delle loro opere, ma dovunque in alcuna difficultà si ritruovano, la quale senza l'ajuto degli Dii risolvere o non si debbia, o non si possa, così penso io non essere disdetto, anzi convenirsi, a me rinovare in questo luogo la protestazione fatta di sopra più volte; e ciò non tanto per tema d'essere tenuto poco intendente, e giudizioso, quanto per disiderio di non essere giudicato troppo presuntuoso, e arrogante, e (quello che peggio sarebbe) o maligno, o senza il sentimento comune. Dico dunque; tutto quello che io vi dirò, non dovere essere altro che semplici oppenioni mie, se già non le voleste chiamare capricci, o ghiribizzi, più nel creder mio, ch'in alcuna ragione, o autorità fondate; laonde quanto più strane, e stravaganti vi parranno, e più dalla dottrina o de' passati, o de' presenti lontane, tanto potrete, anzi doverrete, crederle meno, riservandovi alla coloro sentenza, i quali così della Toscana, come della Greca, e della Latina lingua meglio s'intendono, e più sono sperti che non fo, e non sono io. Bisogna dunque vedere innanzi tratto, in che consista la bontà, la bellezza, e la dolcezza delle lingue; onde cominciando dalla prima, dico che tutte le cose quanto hanno più nobili, e più degni i loro fini, tanto sono più degne, e più nobili ancora esse, e che quanto ciascuna cosa più conseguisce agevolmente il suo fine, cioè ha di meno, e di minori ajuti bisogno, i quali sieno fuori di lei, tanto anch'essa è migliore, e più nobile. Il fine di ciascuna lingua è palesare i concetti dell'animo; dunque quella lingua sarà migliore, la quale più agevolmente i concetti dell'animo paleserà; e quella più agevolmente potrà ciò fare, la quale arà maggiore abbondanza di parole, e di maniere di favellare, intendendo per parole, non solamente i nomi, e i verbi, ma tutte l'altre parti dell'orazione. Dunque la bontà d'una lingua consiste nell'abbondanza delle parole, e de' modi del favellare, cioè dell'orazioni.
C. Dunque quella lingua fia migliore, la quale sarà più ricca, e quanto più ricca sarà, tanto fia ancora migliore.
V. Appunto l'avete detto. Quanto alla seconda cosa, tutte le lingue sono composte d'orazioni, e tutte l'orazioni di parole; dunque quella lingua, la quale arà più belle parole, e più belle orazioni, sarà anco più bella; dunque la bellezza delle lingue consiste nella bellezza delle parole, e delle orazioni. Ma qui è necessario avvertire due cose, la prima delle quali è, che nelle parole semplici, e singulari, cioè considerate sole, e di per se, le quali i loici chiamano incomplesse e noi le potremmo per avventura chiamare spicciolate, o scompagnate, non si truova propriamente né numero, né armonia, dalle quali due cose nasce principalmente la bellezza, di cui ora si ragiona. La seconda è, che non si potendo trovare né numero, né armonia dove non si truovi movimento, noi intendiamo non delle parole spicciolate, e scompagnate, ma delle congiunte, ovvero composte, che i loici chiamano complesse, e noi per avventura le potremmo chiamare accompagnate, e brevemente dell'orazioni, non come orazioni semplicemente, ma come quelle che profferite, e pronunziate generano, e producono di necessità, mediante la brevità, e la lunghezza delle sillabe, numero, e mediante l'abbassamento, e l'innalzamento degli accenti, armonia in quel modo, e per quelle cagioni che poco appresso dichiareremo.
C. Io voleva appunto dire che non intendeva né questo numero, né questa armonia.
V. Bastivi per ora intendere che la bellezza delle lingue consiste principalmente nella bellezza dell'orazioni, non come orazioni, perché così non hanno né numero, né armonia, se non in potenza, ma come orazioni, le quali quando si pronunziano, e profferiscono, hanno il numero, e l'armonia in atto. Quanto alla terza, e ultima cosa, tutte le lingue sono (come s'è detto pur testé) composte d'orazioni, e l'orazioni di parole, e le parole di sillabe, e le sillabe di lettere, e ciascuna lettera ha un suo proprio, e particolare suono diverso da quello di ciascuna altra, i quali suoni sono ora dolci, ora aspri, or duri, ora snelli, e spediti, ora impediti, e tardi, e ora d'altre qualità quando più, e quando meno; e il medesimo, anzi più, si dee intendere delle sillabe, che di cotali lettere si compongono, essendone alcune di puro suono, alcune di più puro, e alcune di purissimo, e molto più delle parole, che di sì fatte sillabe si generano, e vie più poi dell'orazioni, le quali delle sopraddette parole si producono; onde quella lingua sarà più dolce, la quale arà più dolci parole, e più soavi orazioni; dunque la dolcezza delle lingue nella dolcezza consiste dell'orazioni. E affineché meglio possiate comprendere quelle cose che a dire s'hanno, sappiate, che essendo la voce ripercuotimento d'aria, o non si faccendo senza che l'aria, la quale è corpo, si ripercuota, e s'attenui, ovvero s'assottigli, in ciascuna sillaba si truovano necessariamente, come in tutti gli altri corpi, tutte e tre le dimensioni, ovvero misure, cioè lunghezza, e altezza ovvero profondità, e larghezza. La lunghezza fanno gli spazj, ovvero i tempi delle sillabe, chiamati da alcuno grammatico intervalli; perché ogni sillaba è per sua natura o breve, o lunga, nonostante che possa essere e più breve, e più lunga, e brevissima, e lunghissima secondo il tempo che si pone in pronunziarla, rispetto così al numero, come alla qualità delle consonanti, di cui sarà composta; l'altezza, ovvero profondità fanno gli accenti, perché qualunche sillaba ha il suo accento, il quale, se l'innalza, si chiama acuto, se l'abbassa, grave, e se l'innalza e abbassa, circunflesso; il quale circunflesso nella lingua Greca, e nella Latina si può dire piuttosto perduto, che smarrito, e nella Toscana non fu, che sappia io, mai.
C. Io ho pur letto un libro di Neri d'Ortolata da Firenze, che egli si truova, e che a lui pareva di sentirlo.
V. Al nome di Dio sia. Neri d'Ortolata da Firenze doveva avere migliori orecchie, che non ho io, che sono disceso da Montevarchi. La larghezza cagionano gli spiriti, cioè il fiato, perché ciascuna sillaba si profferisce o aspirata, cioè con maggior fiato, la qual cosa gli antichi segnavano nello scrivere con questa nota h, o con minore, il che i Latini non notavano con segno nessuno, e i Greci con una mezza h.
C. A questo modo tutte le parole Toscane saranno strette; perché sebbene molte si scrivono colla lettera, o piuttosto segno h, tutte nondimeno si pronunziano come se ella non vi fosse; e anco nella Latina mi pare che cotale pronunzia sia perduta, e nella Greca s'osservi poco.
V. È il vero; ma sappiate che tralle bellezze della lingua Toscana questa non è l'ultima, che nessuna delle sue parole ha larghezza, e conseguentemente non s'aspira, cioè si profferisce tenuemente.
C. In che consiste questa bellezza?
V. Consiste in questo, che il pronunziare le parole aspirate è, sebbene il facevano i Greci, e i Latini, proprietà di lingua barbara, e usanza molto schifa, e da fuggirsi.
C. Perché così?
V. Perché a volere raccorre, e mandar fuora di molto fiato, è necessario aprire molto bene, anzi spalancare la bocca, quasi come quando si sbaviglia, e se non isputare, almeno alitare altrui nel viso; e il fiato altrui, quando bene sapesse di musco, o di zibetto, non suole a molti troppo piacere; e se non altro, il pronunziare aspirato intruona gli orecchi, come si vede nell'epigramma di Catullo allegato di sopra.
C. Perché scrivono dunque i Toscani havere, habitare, honore, honesto, e tante altre parole coll'h?
V. Credono alcuni che ciò si faccia per dimostrare in cotal guisa, l'origine loro esser Latina: ma io riputandola soverchia, direi piuttosto quei versi del Bembo: Siccome nuoce al gregge semplicetto La scorta sua, quando ella esce di strada, Che tutta errando poi convien che vada. Ma, tornando alla materia nostra, la lingua Greca comparata, e agguagliata colla Latina è migliore, cioè più ricca, e più abbondante di lei.
C. Per qual cagione?
V. Avendovi io detto innanzi, che queste sono semplici oppenioni mie, non occorre che voi mi dimandiate delle cagioni, né ch'io altro vi risponda, se non che così mi pare; perché sebbene in questa vi potrei addurre alcune, se non ragioni, autorità, tuttavia in molte altre non mi verrebbe per avventura fatto il potere ciò fare.
C. Io arò caro che, quando lo potrete fare, il facciate, e che per questo non mi sia tolta né l'autorità di potervi dimandare, né la licenza di contrappormivi, quando voglia mene verrà. Ma quali sono quelle autorità che voi dicevate?
V. Lucrezio, il quale volendosi scusare, nel principio del suo primo libro dice: Nec me animi fallit Grajorum obscura reperta Difficile illustrare Latinis versibus esse Propter egestatem linguae, et rerum novitatem.
C. Lucrezio fu innanzi a Cicerone, il quale fu quegli che arricchì la lingua Latina, e le diede tanti ornamenti, quanti voi diceste di sopra, il qual Lucrezio, se fosse vivuto dopo Cicerone, non arebbe per avventura detto così.
V. Quintiliano, che nacque tanto dopo Cicerone, e fu uomo dottissimo, giudiziosissimo, ed eloquente molto, lasciò scritto queste parole: Iniqui judices adversus nos sumus, ideoque sermonis paupertate laboramus. E in altri luoghi quando accenna, e quando dice apertamente il medesimo.
C. Chi pensate voi che potesse giudicare meglio, e terminare più veramente questa lite, Quintiliano, o Cicerone?
V. Io so appunto dove voi volete riuscire, e questa tralle altre fu una delle cagioni perché io rinovai di sopra la protestazione, e nondimeno vi risponderò liberamente, dicendo, Cicerone senza dubbio nessuno.
C. Ascoltate dunque queste che sono sue parole nel principio del libro de' Fini de' beni, e de' mali: Sed ita sentio, et saepe disserui, Latinam linguam non modo non inopem, ut vulgo putarent, sed locupletiorem etiam esse, quam Graecam. Udite voi quello che Cicerone dice, la lingua Latina non solamente non essere povera, come volgarmente pensavano, o arebbono pensare potuto, ma più ricca ancora che la Greca?
V. Odolo.
C. Udite anco questo altro luogo nel principio del terzo libro della medesima opera: Etsi, quod saepe diximus, et quidem cum aliqua querela non Graecorum modo, sed etiam eorum qui se Graecos magis, quam nostros haberi volunt, nos non modo non vinci a Graecis verborum copia, sed esse in ea etiam superiores. Voi udite bene che egli, cioè il medesimo Cicerone, diceva spesso, e disputava ancora che in ciò non solo i Greci si dolessero di lui, ma eziandio i Romani che tenevano la parte de' Greci, diceva (dico) e disputava spesse volte che i Latini non solo non erano vinti da' Greci di copia di parole, ma eziandio stavano loro di sopra.
V. Io l'odo pur troppo; ma non credo che gli dicesse da vero.
C. Era Cicerone uomo da burlare?
V. Era; anzi non fu mai uomo che burlasse né più di lui, né meglio; non penso già che dicesse questo per burla.
C. O perché dunque, se ciò non era vero, disse egli che vero fosse?
V. Perché, se nol sapeste, la lingua Latina ebbe quasi le medesime controversie colla Greca che ha avuto, e ha ancora la Toscana colla Latina; e se non fosse stato Cicerone, non so come si fosse ita la bisogna, perché i Romani tenevano ordinariamente poco conto delle scritture Latine, e molto delle Greche; ma Cicerone, come si vede apertamente sì altrove, e sì in cotesti due proemj che voi allegati avete, ora confortando i Romani uomini a dovere Romanamente scrivere, e ora riprendendogli, e mostrando loro il loro errore (non altramente quasi che il Bembo a' tempi nostri), le diede credito, e riputazione, e la condusse finalmente colle sue divine scritture tanto in su, quanto ella o poteva, o doveva andare; e per questa cagione, cioè per esortargli, e inanimirgli allo scrivere Latinamente, credo che egli quelle parole dicesse: e se pure le disse perché così gli paresse, io non posso, ancoraché volessi, indurmi a crederlo; vedete parole che m'escono di bocca, e se io aveva bisogno di nuova protestazione; benché men'usciranno delle maggiori.
C. Non dice egli ancora nel principio del primo libro delle Quistioni Tusculane? Sed meum semper judicium fuit, omnia nostros aut invenisse per se sapientius, quam Graecos, aut accepta ab illis fecisse meliora, quĉlig quidem dibma statuisset, in quibus elaborarent.
V. Se egli intendeva di se stesso, come con molti altri tengo ancora io, se gli può credere ogni cosa, perciocché alla divinità di quello ingegno non era nulla né nascoso, né faticoso; ma, se generalmente, non so che mi dire.
C. Credete voi che favellasse da buon senno, quando disse, che chi razzolasse tutta la Grecia, e rovgliasse tutti i loro libri, mai nessuna voce non troverebbe che quello sprimesse che i Latini chiamavano inetto?
V. Credolo, e credo che dicesse il vero.
C. Voi non dovete aver letto il Budeo, o non vene ricordate, il quale ne' suoi Comentarj sta dalla parte de' Greci, e dà contra Cicerone, mostrando che eglino, come fece ancora il Marullo in un suo leggiadrissimo epigramma, hanno non una, ma molte parole che significano inetto.
V. Io l'ho letto, e me ne ricordo, ma ognuno può credere quello che più gli piace in queste cose, dove non ne va pena nessuna.
C. Dunque vi par poca pena l'esser tenuto ignorante?
V. L'essere ignorante, a chi può fare altro, e non l'essere tenuto, mi pare grandissima, e vergognosissima pena; e contuttociò amo meglio d'esser tenuto ignorante, che bugiardo, e voglio piuttosto che si creda che io non intenda alcuna cosa, che dirla altramente di quello che io l'intendo.
C. Poiché voi non credete che i Greci abbiano parola nessuna, non che tante, la quale significhi propriamente inetto, credete voi ancora che la cagione di questo sia quella che dice Cicerone in un altro luogo?
V. Quale?
C. Che quella eruditissima nazione de' Greci era tanto inetta, che non conosceva il vizio della inettitudine, e non lo conoscendo, non gli avea potuto por nome.
V. Voi mi serrate troppo tra l'uscio, e 'l muro; che posso sapere io, e che accade a voi dimandare di cotesto? Io per me credo di no, né credo che Cicerone il dicesse egli; perché cotali cose più che per altro si dicono dagli ingegni grandi, ed elevati o per giuoco, o per galanteria.
C. E del nome Convivio, il quale noi chiamiamo convito, che dite? Non vi pare egli, come a Cicerone, che fosse meglio posto, e più segnalatamente da' Latini, che da' Greci Simposio?
V. Parmi; quanto è cosa più civile, e più degna il vivere insieme, che il bere, e lo sbevazzare di compagnia; e il medesimo dico del nome della divinazione, e della innocenza; e chi starà in dubbio che i Latini non abbiano molte cose o trovate da se, o cavate da' Greci, migliori delle loro, come n'hanno i Volgari, migliori di quelle, non solo de' Latini, ma de' Greci ancora?
C. Avete voi veduto certi epigrammi Latini che fece Messer Giovanni Lascari contra Cicerone in difesa de' Greci?
V. Maisì ch'io gli ho veduti; così veduti non gli avessi io!
C. Perché?
V. Perché non mi pajono né quanto alla sentenza, né quanto alla locuzione degni a gran pezza del grido di sì grande uomo, e se egli non avesse scritto meglio Grecamente che in Latino, il che non so, non so quello che mene dicessi, perché lo giudicherei piuttosto un plebejo versificatore, che un nobile poeta; e a ogni modo i Greci, o volete gli antichi, o volete i moderni, non ebber mai troppo a grado la lingua Latina, né mai la lodarono, se non freddamente, e cotale alla trista, e il medesimo dico degli uomini.
C. E' par non solo verisimile, ma ragionevole, poiché tolsero loro l'imperio.
V. Così avessero tolto loro ancora le scienze, acciocché come erano più gravi, e più severi, così fossero stati eziandio più dotti, e più scienziati di loro.
C. Deh ditemi qualcosa ancora della nobiltà, cioè qual lingua ha più scrittori, e più famosi, la Greca, o la Latina.
V. Di questo mi rimetto al giudizio di Quintiliano, il quale gli censurò tutti. A me pare che, se non nella quantità, almeno nella qualità, che è quello in che consiste il tutto, la Latina non perda dalla Greca, intendendo sempre non quanto alle scienze, ma quanto all'eloquenza; perché nelle scienze v'è quella differenza che è tralla cupola di Santa Maria del Fiore a quella non dico dì San Giovanni, o di San Lorenzo, ma di Santa Maria delle Grazie sul ponte Rubaconte.
C. Sebbene io veggo di quì la cupola, non so però quale si sia quella di Santa Maria delle Grazie; laonde se non volete esser ripreso, come fu Dante della pina di San Piero a Roma, date comparazioni che ognuno lo possa intendere.
V. Quanto è da una cosa grande grande a una piccina piccina.
C. Intendete voi così de' poeti, come degli oratori, sotto i quali comprendo ancora gli storici, e brevemente tutti coloro che scrivono in prosa?
V. Intendo, eccettoché della tragedia, e della commedia.
C. O che tragedie hanno i Latini, se non quelle di Seneca, le quali io ho sentito piuttosto biasimare che lodare?
V. Le tragedie di Seneca sono dagli uomini di giudizio tenute bellissime: e Messer Giovambatista Cintio Ferrarese dice ne' suoi dottissimi discorsi che i cori di Seneca soli sono molto più degni di loda che quelli di tutti i Greci; nel qual giudizio come s'accordò egli con quello d'Erasmo, così m'accordo io col suo: e come testimonia il medesimo nel medesimo luogo, se la Medea d'Ovvidio, tanto da Quintiliano lodata, e celebrata, fosse in pié, arebbe per avventura la lingua Latina da non cedere anco nelle tragedie alla Greca, e noi donde cavare la perfetta forma di cotal poema.
C. Quanto alle commedie, io non pensava che si potessero trovare né le più piacevoli di quelle di Plauto, né le più artifiziose di quelle di Terenzio.
V. Voi eravate ingannato; prima i Latini non hanno la commedia antica, ma ponghiamo in quel luogo la satira, della quale mancano i Greci; poi, sebbene Menandro a' dì nostri non si truova, la comune oppenione è che egli avanzasse di gran lunga e Plauto, e Terenzio, e tutti gli altri comici insieme.
C. Quanto a' poeti, e' mi pare che Cicerone medesimo, grandissimo fautore, e difenditore delle cose Latine, confessi che i Romani sieno inferiori.
V. Egli non l'arebbe mica confessato se fosse tanto vivuto, che avesse (per lasciare gli altri) letto l'opere di Vergilio, il quale solo, se non vinse, pareggiò tre de' maggiori, e migliori poeti che avesse la Grecia.
C. Sì, ma voi non dite che i Latini così poeti, come oratori, cavarono, si può dire, ogni cosa da' Greci.
V. Io non lo dico, perché penso che voi lo sappiate, e anco mi pareva averlo detto, quando dissi che la lingua Latina dipendeva dalla Greca, come la Toscana dalla Latina.
C. Io vo' dire che egli è un bel che, essere stati i primi, e che i Romani ebbero un gran vantaggio.
V. È verissimo; pure anco i Greci bisognò che cavassero di qualche luogo, e da qualche altra lingua; e nondimeno grande obbligo dee avere la lingua Latina alla Greca, e i Romani uomini a' Greci; il che nel vero fecero sempre, lodandola, e innalzandola fino alle stelle. Considerate quante volte, e con quanta loda, e venerazione ne favellano Quintiliano, e tanti altri scrittori, così di prosa, come di versi, non dice Orazio tra gli altri: Vos exemplaria Grĉca Nocturna versate manu, versate diurna? e nella medesima Poetica: Graiis ingenium, Graiis dedit ore rotundo Musa loqui, prĉter laudem nullius avaris. Potremo dunque conchiudere che la lingua Latina è inferiore alla Greca di bontà, ovvero di ricchezza; superiore di gravità; e di nobiltà poco meno che pari.
C. Questa conchiusione non mi dispiace; ma tralla Greca, e la Toscana come la saldate voi quanto a ricchezza?
V. La Greca semplicemente è più ricca.
C. Che vuol dire semplicemente? Forse, che semplice sarebbe, e per avventura scempio, chiunche altramente credesse?
V. Scherzate pure a vostro modo, e motteggiate quanto volete, che egli non v'è a un bel bisogno quella differenza che voi vi date ad intendere. Semplicemente vuol dire, considerando l'una, e l'altra assolutamente, e senza alcun rispetto; ma se si considerassino rispettivamente, cioè come quella è mezza morta, e questa viva affatto, la Toscana, non che a lungo, a corto andare potrebbe non solo agguagliare, ma avanzare la Greca. E a ogni modo male si può fare comparazione tra una cosa che è morta e una che vive; perciocché sono equivoche, non altramente che un uomo di carne, e d'ossa, e uno di stoppa, e di cenci, quali sono le befane. E se la lingua volgare seguita d'andarsi avanzando, come ella ha fatto già sono molti anni, cioè da che 'l Bembo nacque, voi mi saperrete dire, a che termine ella potrebbe arrivare, e quanto poggiare in alto; dove la Greca, e la Latina hanno ogni speranza perduto di poter crescere, e farsi maggiori.
C. Io credo che elle non faranno poco a mantenersi. Ma raccontatemi alcuna di quelle cose che abbia la lingua Greca, e non le abbia la Latina.
V. Lasciamo stare le tante maniere delle declinazioni de' nomi così semplici, come contratti, e delle congiugazioni de' verbi o baritoni, o circunflessi, o in mi, e che così ne' numeri, come ne' verbi ha il numero duale, del quale mancano tutte l'altre lingue; benché non si può dire veramente che ne manchino, non ne avendo bisogno; ed essendo cotal numero stato trovato dagli Ateniesi più a pompa della loro, che per necessità d'alcuna altra lingua; ella è felicissima nelle figure, cioè nel comporre le preposizioni, o volete co' nomi tanto sostantivi, quanto agghiettivi, o volete co' verbi; nella qual cosa, la quale è di non picciolo momento, i Greci avanzano tanto i Latini, quanto i Latini i Toscani. Ha i verbi non solamente attivi, e passivi, ma ancora medii, ovvero mezzi, cioè, ch'in una stessa voce significano azione, e passione, ovvero agere, e patire, cioè fare, e esser fatto.
C. Cotesta mi pare piuttosto una confusione, e uno intricamento, che altro.
V. Ella pare così a molti; ma ella non è. E abbondantissima di participj, dove la Latina n'ha anzi carestia che no, e la Volgare ne manca poco meno che del tutto. Ha, oltra la lingua comune, quattro dialetti, cioè quattro idiomi, ovvero linguaggi, proprj, diversi l'uno dall'altro, la qual cosa non si potrebbe dire, quanto e giovamento, e ornamento n'apporti, e massimamente a' poeti, che favellano quasi d'una altra lingua che gli oratori. Ha, che ella ebbe più giudizio nel formar parole nuove, che non ebbero i Latini, i quali, secondoché afferma Quintiliano, fecero in questo caso, come i giudici da Padova, mostrandosi troppo schifi o in formare le parole nuove, o in ricevere le formate da' Greci, onde nacque la povertà della lor lingua; nella qual cosa i Toscani hanno più la larghezza degli avoli, che la strettezza de' padri loro, seguitato; onde mancano di quel biasimo che Quintiliano diede a' Latini.
C. E' par pure che molti, e tra questi il Castelvetro, non vogliano che si possano formare parole nuove, se non con certe condizioni, e limitazioni loro, anziché non si possano usare altre voci che quelle proprie che si truovano o nel Petrarca, o nel Boccaccio.
V. Quanto cotestoro s'ingannino, e come si possano scusare per lo essere forestieri, si dirà nel suo luogo. Ha finalmente la lingua Greca e quanto alle parole, e quanto alle sentenze, se non infiniti, innumerabili modi di favellare figurato; e insomma ha tutte quelle cose che da tutte le parti a ricca, e copiosa lingua si richieggono.
C. Quanto alla gravità, che ne dite voi?
V. La lingua Greca è tenuta leggiera da molti, e atta più alle cose piacevoli, e burlesche, che alle gravi, e severe, e da molti tutto l'opposito. Io credo che ella sia idonea all'une cose, e all'altre; ma sia pure o piacevole, o grave quanto ella sa, che la Fiorentina non le cede, anzi l'avanza e nella piacevolezza, e nella gravità.
C. Quanto alla nobiltà?
V. Perdiamo noi d'assai.
C. Nella prosa, o nel verso?
V. Nell'una, e nell'altro, fuori solamente che nel lirico, e nell'eroico.
C. Intendete voi di quantità, o di qualità?
V. D'amendune.
C. Qui bisogna andare adagio, e fermarsi sopra ciascuna di queste parole per ponderarle, ed esaminarle tritamente tutte; e prima quanto alla prosa, non avete voi Messer Giovanni Boccaccio, il quale io ho sentito preporre molte volte e a Cicerone, e a Demostene?
V. Cotestoro se non volevano ingannare altri, erano ingannati essi o dall'affezione, o dal giudizio. Fra Cicerone, e Demostene si può ben fare comparazione, come fece giudiziosamente Quintiliano, così quanto alla gravità, 285 e spessezza delle sentenze, come quanto alla pulitezza, e leggiadria delle parole; ma tra 'l Boccaccio, e Cicerone, o Demostene no.
C. Per qual cagione?
V. Se non per altro, perché le comparazioni si debbon fare nel genere univoco, e il Boccaccio scrisse Novelle, e non Orazioni; e in questo non dubiterei d'agguagliarlo, e forse preporlo a Luciano, e a qualunque altro scrittore o Greco, o Latino; ma che egli tuoni, baleni, e fulmini, egli è tanto discosto dal farlo, quanto dal doverlo fare, scrivendo nel genere che egli scrisse le sue opere più perfette.
C. Voi sete per avventura dell'oppenione di coloro i quali tengono che collo stile del Boccaccio non si possono scrivere materie gravi, ma solamente Novelle.
V. Dio mene guardi.
C. Guardivi da maggior caso che questo non è; conciossiacosaché Monsignore Messer Gabriello Cesano, e Messer Bartolommeo Cavalcanti, l'uno Toscano essendo da Pisa, e l'altro Fiorentino, ambi di chiarissimo nome, sono di cotal parere, secondoché scrive il Muzio in una sua lettera a lor medesimi indiritta; se già non voleste piuttosto l'oppenione del Muzio solo, che d'ambidue loro, seguitare.
V. Voglio in questo, quando ben fossero ancora ambi quattro, che sarebbono la metà più.
C. E in quello che affermano tutti e due i medesimi, e Monsignore Paolo Giovio per terzo lo conferma, cioè che lo stile di Niccolò Machiavelli sia più leggiadro di quello del Boccaccio, quale oppenione portate? Non volete voi piuttosto seguitare tre che un solo?
V. Naffe, messer no. Anzi duro fatica a credere che il Cesano, e il Cavalcanti, se pure il dicono, lo credano; che il Giovio, intento solamente alla lingua Latina, disprezzò sempre, e non curò di saper la Toscana; il che ottimamente gli venne fatto; anzi si rideva, e gl'incresceva del Bembo, come a molti altri.
C. E il Bembo che diceva?
V. Che si rideva, e gl'incresceva altrettanto di lui, e di loro; e così venivano a restare patti, e pagati.
C. Cotesto non credo, ma che il Bembo rimanesse creditore indigrosso. Ma perché aggiugnete voi quelle parole fuori solamente nel lirico, e nell'eroico? Non hanno i Greci nove Lirici, e ciascuno d'essi bello, e meraviglioso? e Pindaro, il quale è il capo di tutti, bellissimo, e maravigliosissimo, e tale, che per giudizio d'Orazio medesimo egli è inimitabile?
V. Ebbergli già, se non gli hanno oggi, ma noi avemmo, e avemo il Petrarca.
C. Domin, che voi vogliate che il Petrarca solo vi vaglia per tutti e nove.
V. Voglio, in quanto alla qualità.
C. Guardate a non essere tolto su; che io non credo mai che i dotti, e giudiziosi uomini siano non dico per farvi buono, ma per comportarvi questo.
V. Tal paura avessi io degli altri; e poi non v'ho io detto che questi sono citrì, e griccioli miei, de' quali non s'ha a tener conto?
C. E nell'eroico avete voi nessuno non dico che vinca, ma che pareggi Omero?
V. Uno, il quale non dico il pareggia, ma lo vince.
C. E chi?
V. Dante.
C. Dante? Oh io n'ho sentito dire tanto male, e alcuni non l'accettano ne' loro scritti per poeta, non che per buono poeta; qui è forza, secondo me, che voi andiate sotto.
V. Basta non affogare, e anco, se io non sono da me il miglior notatore del mondo, ho nondimeno tai due sugheri sopra le spalle, o volete dire gonfiotti, che non debbo temere di dovere andare a fondo; ma che vi muove così a dubitare del fatto mio?
C. Primieramente voi ne volete più che la parte, perciocché a Dante stesso bastò essere il sesto fra cotanto senno, e voi lo fate il primo, e lo ponete innanzi a tutti. Poscia avete contra voi il Bembo, e ultimamente Monsignor della Casa, che pur fu Fiorentino, nel suo dottissimo, e leggiadrissimo Galateo, il quale ho tanto sentito celebrare a voi medesimo.
V. Dante usò quella modestia la quale deono usare i prudenti uomini quando favellano, o scrivono di se stessi; e anco pare che in un certo modo si volesse correggere, quando in un altro luogo scrisse: O tu che vai, non per esser più tardo, Ma forse reverente a gli altri, dopo. Ma lasciamo star questo; io sono obbligato a dirvi non l'altrui oppenioni, ma le mie. Il Bembo non so che faccia questa comparazione, so bene che poche volte biasimò Dante, che egli ancora nel medesimo tempo non lo lodasse; la qual cosa non fece Monsignor della Casa, il quale, tuttoché fosse Fiorentino, non pare che nelle sue scritture stimasse, o amasse troppo Firenze.
C. Il Bembo non teneva egli che il Petrarca fosse maggior poeta, e migliore che Dante?
V. Teneva; e Monsignor della Casa altresì, e poco meno che tutti coloro i quali sono stati, se non più dotti, più leggiadri nello scrivere: ancoraché non siano mancati di quelli che hanno agguagliato Dante all'oro, e il Petrarca all'orpello, e chiamato questo Maggio, e quello Settembre.
C. E voi da chi tenete?
V. Io non tengo da quel di nessuno, che voglio esser libero di me stesso, e credere non quello che persuadono l'autorità, ma quello che dimostrano le ragioni.
C. Io vo' dire, chi voi tenete che fosse maggiore, o Dante, o il Petrarca?
V. Per quanto si può giudicare da' loro ritratti, e anco da quelli che scrivono la Vita loro, Dante era minore.
C. Io non intendo maggiore semplicemente, cioè di persona, come lo pigliate voi, ma maggiore poeta, e voi sapete pure che Aristotile insegna che questa conseguenza non vale: tu sei poeta, e sei maggior di me, dunque tu sei maggior poeta me.
V. A volere risolvere questa dubitazione bisogna distinguere, perché questo agguagliamento è in genere, se non equivoco del tutto, almeno analogo, e io v'ho detto che le comparazioni si debbon fare nel genere univoco. Il Petrarca, per risolvervi in poche parole, come lirico, più perfetto che Dante, come eroico; perciocché nel Petrarca non si può per avventura disiderare cosa nessuna da niuno, e in Dante qualcuna da ciascuno, e spezialmente d'intorno alle parole. Ma la grandezza, e magnificenza dell'eroico è tanto più maravigliosa, e giovevole della purità, e leggiadria del lirico, che io per me torrei d'essere anzi buono eroico, che ottimo lirico. E chi non eleggerebbe di toccare piuttosto mezzanamente un violone, che perfettamente scarabillare un ribechino? Non disse il Petrarca medesimo: Virgilio vidi, e parmi intorno avesse Compagni d'alto ingegno, e da trastullo ec. intendendo de' poeti elegiaci, e lirici?
C. Voi non fate menzione alcuna delle tragedie, il quale, secondo che mostra Aristotile contra Platone, è il più nobile poema che sia?
V. Io non ne fo menzione, perché, a dirvi il vero, ancoraché le mandassi a chiedere a lui, non potei avere, e conseguentemente leggere, quelle del Ciraldo, il quale ha grido d'essere ottimo tragico. So bene che quando la sua Orbecche fu recitata in Ferrara, ella piacque maravigliosamente, secondoché da due Cardinali, Salviati, e Ravenna, che a tale rappresentazione si ritrovarono; raccontato mi fu; e la Sofonisba del Trissino, e la Rosmunda di Messer Giovanni Rucellai, le quali sono lodatissime, mi piacciono sì, ma non già quanto a molti altri. La Canace dell'eccellentissimo Messer Sperone è stata giudicata da altri ingegni, e giudizj che il mio non è. La Tullia di Messer Lodovico Martelli se avesse buona l'anima, come ha bello il corpo, mi parrebbe più che maravigliosa, e da potere stare a petto alle Greche. Di quelle d'Alessandro de' Pazzi, uomo nobile, e di molte lettere così Greche, come Latine, voglio lasciare giudicare ad altri, non mi piacendo né quella maniera di versi, né quel modo di scrivere senza regola, e osservazione alcuna; e tanto più che Messer Piero Angelio da Barga, il quale legge Umanità a Pisa, uomo d'ottime lettere Greche, e Latine, e di raro giudizio, me ne mostrò una da lui tradotta, la quale superava tanto quella di Messer Alessandro, che a gran pena si conosceva che elle fusseno le medesime. L'Antigone di Messer Luigi Alamanni, e le due di Messer Lodovico Dolce sono tradotte dal Greco; il perché non occorre favellarne.
C. Per qual cagione? voi sete forse di quelli che non approvano il tradurre d'una lingua in un'altra?
V. Anzi l'approvo, e il lodo, quando si traducono quegli autori che si possono tradurre in quel modo che si debbono, ma dico che la gloria prima è de' componitori, non de' traduttori; onde Sofocle, e Euripide s'hanno principalmente a lodare poi, l'Alamanni, e il Dolce, al qual Dolce, non meno che all'Alamanni la Fiorentina, dee non poco la lingua Toscana.
C. Forse, perché egli vuole che ella si chiami Toscana, e non Italica, come quasi tutti gli altri forestieri?
V. Non tanto per cotesto, quanto per la traduzione che egli fece delle Trasformazioni d'Ovvidio.
C. Che mi dite voi? Io comincino piuttosto a credere, che a dubitare, che voi non vogliate dire tutto quanto oggi paradossi, per non dire passerotti, e che non abbiate tolto a impugnare tutte le buone, e vere oppenioni, e tutte le ree, e false difendere. Voi non dovete aver veduto quello che scrisse contra cotesto libro Messer Girolamo Ruscelli.
V. Anzi l'ho veduto, e letto diligentemente.
C. Be, che ne dite?
V. Dico che se Messer Lodovico Castelvetro avesse così scritto contra Messere Annibale Caro, e ripresolo con tanta ragione, io per me non arei né saputo, né potuto, né voluto difenderlo; ma per questo non resta che quella non sia una bellissima, e utilissima opera, e degna di molta lode nel modo che ella si truova oggi.
C. Io penso quello che voi direste, se aveste veduto alcune Stanze del clarissimo Messer Domenico Veniero pur traduzione del principio di cotesta opera medesima, ma elle non vi debbono essere capitate alle mani.
V. Anzi sì, e mi parvero tanto belle, e leggiadre, che appena mi si può lasciar credere che alcuno (e sia chi si voglia), né egli medesimo ancora, possa infino al mezzo, non che insino al fine, così fattamente seguitarle, e alloraché io il vedessi, lo crederrei; prima no.
C. Sapete voi che Messer Giovannandrea dell'Anguillara seguita l'incominciata sua traduzione di cotesto libro?
V. Sì so, anzi so più oltre, che egli n'è a buon termine, e finita che l'arà, dice di voler venire qui a starsi un mese con esso meco, e senza che mi dimandiate d'altro, vi dico che alcune Stanze che io n'ho vedute, sono tali che mi fanno credere che i Toscani abbiano ad avere Ovvidio più bello che i Latini. Questo so io bene di certo che quelle mi dilettavano più che i versi Latini non facevano. Ma di grazia usciamo di questa materia, sì perché il giudicare di queste cose vuole agio, e bujo, e non si può fare (come si dice) a occhi, e croci, e si perché io non vorrei che noi mescolassimo, come abbiamo cominciato, il favellare collo scrivere; del quale ragionerò poi, e tanto mi distenderò, quanto voi vorrete, assegnandovi il come, e il perché, che ora si lasciano indietro per la maggior parte.
C. Passate dunque a raccontarmi qual lingua è più copiosa di parole, e di favellari, la Latina, o la Volgare.
V. Ella è tara bara.
C. Che vuol dir tara bara? E che domin di vocaboli usate voi? Quasi parlaste, non vo' dire, colla madre d'Evandro, ma con chi trovò la lingua vostra.
V. Vuol dire che ella è ne fa, ne fa, o volete, come dice il Pataffio, ne hai, ne hai, o come si parla volgarmente, la ronfa del Vallera.
C. Se voi non favellate altramente, io il vi terrò segreto, ancoraché non mi ponghiate credenza, perché non intendo cosa che vi diciate.
V. Fate vostro conto che ella sia tra Bajante e Ferrante, o come disse il cane che bee l'acqua, tal'è qual'è.
C. Voi volete scherzare, e motteggiare ancor voi, e mi fate il dovere, ma intanto il tempo sene va.
V. Io per me non ci so conoscere troppo vantaggio, perciocché come in alcune cose siamo vincenti, così in alcune altre semo perdenti; conciossiacosaché se noi abbiamo gli articoli, e gli affissi de' quali mancano i Latini: essi hanno i verbi passivi, e deponenti, de' quali manchiamo noi.
C. Io sono amato, tu sei letto, colui è udito, non sono passivi?
V. Sono, ma non sono in una voce sola, come: ego amor, tra legeris, vel legere, ille auditur; la qual cosa è di tanta importanza, che appena il credereste. Manchiamo ancora del tempo preterito perfetto in tutti i verbi, ma ci serviamo in vece di lui del lor participio col verbo avere ordinariamente negli attivi, e col verbo essere negli altri, come: io ho amato, io sono tornato. Bene è vero che noi avemo in quello scambio, come i Greci, non solo il primo aoristo, cioè il tempo passato indeterminato, come: io amai, tu leggesti, colui udì, o udío, che gli antichi dicevano udíe, ma eziandio il secondo, come: io ebbi amato, tu avesti letto, quegli ebbe udito: o io mi fui rallegrato, tu ti fusti riscaldato, colui si fu risoluto; de' quali ci serviamo felicissimamente: per che oltra l'altre commodità, dove i Latini nella terza persona del numero del più nel tempo preterito perfetto non hanno se non due voci, amaverunt, vel amavere, il quale amavere non è, come credono alcuni, il numero duale; noi n'avemo cinque, quattro ordinarj amarono, amaron, amaro, ed amar, e uno estraordinario de' poeti amarno, usato da Dante, quando favellando della reedificazione di Firenze, disse: Quei Cittadin che poi la rifondarno, in luogo di rifondarono, o rifondaron, o rifondaro, o rifondar.
C. Non avete voi ancora amormo più usitato di tutte?
V. Amorno, sonorno, cantorno, e tutte l'altre cotali, sebbene s'usano in Firenze, sono barbarismi, e conseguentemente non bene usate; e ciascuno che ama di favellare, o di scrivere correttamente, e senza biasimo, sene debbe guardare. Manchiamo ancora, come io dissi di sopra, di comparativi; di superlativi siamo poverissimi; de' supini non n'abbiamo nessuno, de' participj pochi, e quegli per la maggior parte sono divenuti nomi; perché in questa orazione: I buoni cittadini sono amanti la patria loro; amanti, perché ha il caso del suo verbo è participio, ma in quest'altra: I buoni cittadini sono amanti della patria loro; amanti, perché non ha il caso del suo verbo, ma il genitivo, non è propriamente participio, ma participio passato in forza, e natura di nome, e questo secondo modo, è più frequente nella lingua nostra, e in maggiore uso che'l primo, così nello scrivere, come nel favellare. Ma, dall'altro lato, noi abbondiamo de' verbali, come: fattore, ovvero facitore; difensore, o piuttosto, difenditore; compositore, o più Toscanamente, componitore; amatore, ovvero amadore, e altri tali quasi infiniti, come, amore, colore, creditore, e il più bello di tutti, valore; e il medesimo dico de' femminini, amatrice, facitrice, producitrice e
C. Né voglio lasciare di dire che i Provenzali davano l'articolo femminino a tutti quei verbali cui noi diamo il masculino, come si vede chiaramente ne' lor libri, e in quei versi di Dante che seguitano a quegli allegati di sopra da noi, dove si legge: las passata follor, per a che la valor, de ma dolor, come se follore, dolore, e valore fossero femminini, in luogo di follia, doglienza, e valenza. I diminutivi ci avanzano, conciossiacosaché noi diminuimo in più modi, non pure i nomi, ma i diminutivi medesimi, così ne' propri, come negli appellativi.
C. Io mi ricordo che io vidi già un Sonetto fatto a Roma nella solennità di Pasquino contra Messer Tommaso da Prato, quando era Datario, il quale cominciava Maso, Masuccio, Maserel, Masino, Vescovel, Datariuzzo di Clemente. Ma datemene voi un esempio negli appellativi.
V. Da casa, si forma, ovvero si diminuisce non pure casetta, casina, casuccia, caserella, casellina, e casipola, ma casettina, casinina, casuccina, e caserellina, e alcuna volta si dice non solo casa picciola, come si truova non una volta sola nel Boccaccio, e negli altri scrittori Toscani. E quello che è più, avemo alcuni diminutivi i quali significano grandezza, se già non gli volemo chiamare piuttosto, dirivativi, o altramente, come, casone da casa, e cassone da cassa; basta, che quando ad alcuna parola s'aggiugne nella fine questa desinenza, ovvero finimento one, egli le reca ordinariamente grandezza, ma le più volte in mala parte, il che nasce, più che da altro, perché le parole a cui s'aggiugne, significano per se medesime male, e ree cose, come ladrone, ghiottone, ribaldone, ignorantone, furfantone, manigoldone ec. Similmente quando alle parole di genere masculino s'aggiugne otto, ovvero occio, e a quelle di femminino otta, ovvero occia, si cresce il lor significato, come casotto, casotta, e casoccia; grassotto, e grassoccio, grassotta, e grassoccia; fratotto, e fratoccio; puledrotto, e puledroccio ec. E alcuni finiscono in ottolo, se pianerottolo, e bamberottolo, e alcuni altri sono diminutivi. Accio, ed accia aggiunti nella fine, significano cattività, come: frataccio, bestiaccia, tristaccio, tristaccia. Iccio, e iccia significano anzi cattivo, che no, come: bigiccio, amariccio, cioè, che tiene di bigio, e d'amaro; il che si dice ancora bigerognolo, e amarognolo, come verderognolo; e della medesima natura pare che sia etto, e etta, come: amaretto, e amaretta, e altri cotali. Ozzo, ed ozza accrescono, come: mottozzo, e parolozza, ec. Ello, ed ella diminuiscono, come: ghiotterello, tristerella, cattivello, e cativella ec. Uzzo, ed uzza anco essi diminuiscono, come: tisicuzzo, tignosuzza; e così uccio, ed uccia, come: tettuccio, e casucccia. Il medesimo fanno uolo, e uola, tristanzuolo, e tristanzuola. Ino, ed ina scemano ancor essi, come: casino, e casina, panierino, cioè paniere picciolo, e panierina, cioè una paniera picciola, che si chiama paneruzzola; ma spesse fiate, e massimamente quando s'aggiungono, a' nomi proprj, significano una certa benevolenza, e amorevolezza, che a' fanciulli piccioli si porta, come: Lorenzino, Giovannino, Jacopino, Antonino, benché questo è anco nome proprio, onde si dice Tonino, Giorgino, Pierino, e Pierina. Dicesi ancora per vezzi, ghiotterello, e ghiotterellino, tristerello, e tristerellina, ladrino, e ladrina. Essa significa qualche volta bene, come: fattoressa, padronessa, e dottoressa, e qualche volta male, come: liressa, e liutessa, cioè una lira cattiva, e un liuto non buono; e ancoressa significherebbe un'ancora vecchia, e cattiva. Eca significa sempre male, come dottoreca. Sordastro, e filosofastro sono cattivi. Vincastro non è diminutivo. Anitroccolo, cioè un'anitra picciola, e somiglianti pajono fuor di regola.
C. Non avete voi un'altra sorte di diminutivi, quando per abbreviare i nomi proprj, solete tagliargli, o levarne, o mutarne, alcuna parte?
V. Anzi pochi sono oggi a Firenze coloro che si chiamino per lo proprio nome loro, perché o s'appellano per alcuno soprannome, o per quei nomi mozzi che voi chiamate diminutivi, come: Bartolomeo, Baccio, benché Baccio è ancora nome proprio; e però la plebe dice, e i cittadini, Meo; e per diminuzione Meuccio, e Meino. Francesco, Cecco, Ceccone, e Ceccotto, e per diminuzione Franceschino, e Cecchino. Jacopo, oltra Jacopino, che è diminutivo, Ciapo, e per un altro diminuimento Ciapetto, dal quale si formano ancora Jacopone, Jacopetto, e Jacopaccio. Giovanni oltra Giovannino, o Giannino, Gianni, e Nanni. Niccolò, Coccheri, che Co, è de' Sanesi. Lorenzo, Cencio, il quale significa ancora Vincenzio. Girolamo, Giomo, e Momo. Bernardo, Bernardino, e Bernardetto. Lodovico, Vico. Lionardo, Nardo, onde Nardino in luogo di Lionardino. Alessandro, Sandro, e Sandrino, e (per non fare come Messer Pazzino de' Pazzi) Benedetto, Betto, e Bettuccio; che Bettino è nome proprio. Ma trattare queste cose minutamente, e ordinatamente s'appartiene a' gramatici; però conchiudiamo omai che la lingua Volgare, computatis omnibus, come si dice, cioè, considerato, e messo in conto ogni cosa, va di pari quanto a bontà e ricchezza colla Latina.
C. Io dubito questa volta che voi non facciate anche voi come i Giudici da Padova.
V. Può essere, ma io non lo fo già per parer savio; ma come così?
C. Perché il Bembo afferma nelle sue Prose che la vostra è alle volte più abbondevole della Romana lingua, perché chi rivolgesse ogni cosa, non troverebbe, con qual voce i Latini diceano quello che da' Toscani valore è detto.
V. Il Bembo andò imitando in cotesto luogo Cicerone, e io, come non niego che i Toscani abbiano molti vocaboli che i Latini non aveano, così confesso essi averne avuti, e averne molti, i quali non avemo noi; ma la ricchezza delle lingue non si dee considerare principalmente da simili particolari. Quello che importa è che la lingua Fiorentina è non solamente viva, ma nella sua prima giovinezza, e forse non ha messo ancora i lattajuoli, onde può ogni dì crescere, e acquistare, facendosi tuttavia più ricca, e più bella; dove la Greca, e la Latina sono non solamente vecchie, ma spente nella loro parte migliore, e più importante. E poi io intendo o solo, o principalmente nella maniera dello scrivere nobile; che nell'altre la Latina, e forse la Greca, non sarebbe atta a portarle i libri dietro, né ad esser sua fattorina.
C. Io credo che i Greci, e i Romani non avessono mai pelo che pensasse a' generi di scrivere bassi, e burleschi, e che arebbono dato per meno d'un ghiabaldano tutte così fatte comparazioni.
V. E si vede pur che nell'Elegia della Noce, e in quella della Pulce, e in certi altri componimenti v'è un non so che di capitoli: e quelli che presero a lodare la febbre quartana, e altri cotali soggetti, mi pare che volessero Bernieggiare; e la Tragedia di Luciano delle gotte lo dimostra apertamente.
C. Io son contento; ma non credete voi che così i Greci, come i Latini avessero di molti nomi, e verbi, e modi di favellare o plebej, o patrizj, i quali o non passarono nelle scritture, o si sono insieme cogli autori loro spenti, e perduti?
V. Ben sapete che io lo credo, anzi lo giurerei, e ne metterei le mani nel fuoco; né io vi potrei dire quanto danno abbiano alla lingua Fiorentina recato prima quella piena d'Arno così grande, e poi molto più l'ignoranza viemaggiore di coloro i quali non conoscendo le scritture vietate, da quelle che vietate non erano, l'ardevano tutte, né vo' pensare quanto dolore ne sentissi; ma queste sono doglienze inutili, e ogni cosa venendo dal dissopra, si può pensare, anzi si dee, che sia ben fatta, e a qualche buon fine, ancoraché non conosciuto da noi.
C. Sì certamente. Ma ditemi, se voi credete che i Fiorentini nella gravità del parlare, e scrivere loro adeguino Romanos rerum dominos, gentemque togatam.
V. Credolo risolutamente, e che gli avanzino ancora, ma questo non si può risolutamente affermare, per lo essersi perduta, com'io vi diceva, la purità, e la schiettezza della pronunzia.
C. Mi basta questo; ma quanto alla nobiltà?
V. Per ancora stiamo sotto noi, e cediamo a' Latini, ma non quanto a' Greci.
C. Inquanto al numero, o inquanto alla qualità?
V. Piuttosto inquanto al numero che alla qualità, e molto più nelle prose che ne' versi; perché lasciando stare i tragici, ne' quali se non siamo al disopra, non istiamo di sotto; quanto a' lirici, se Pindaro vince Orazio, e il Petrarca vince Pindaro, fate questa conseguenza da voi. Similmente se Omero è o superiore, o almeno pari a Vergilio, e Dante è pari, o superiore a Omero, vedete quello che ne viene.
C. Voi dite pur da dovero che Dante vantaggi, e soverchi Omero?
V. Da doverissimo.
C. Io inquanto a me vi crederò ogni cosa, ma non credo già che gli altri, e in, ispezie i letterati, lo vi siano per credere, e voglia Dio che non si facciano beffe de' fatti vostri, tenendovi per uno squasimodeo.
V. Non v'ho io detto tante volte che né voi, né altri mi crediate nulla più di quello che vi paja vero, o vi torni bene?
C. Varchi, questo è un gran fondo, e ci bisognerà altro che protezioni, credete a me.
V. Grandissimo, e io lo conosco, e vi credo, e contuttociò sperarei in Dio di doverne (bisognandomi farne la prova) uscire, se non a nuoto da me, coll'ajuto di due sugheri, o gonfiotti che io ho.
C. Quali sono questi due sugheri, o gonfiotti, ne' quali in così grande, e manifesto pericolo confidate tanto?
V. Due de' maggiori letterati de' tempi nostri, quali il dicono, e l'affermano, e vene faranno, se volete, un contratto, se non vi basta quarantigiato, in forma Camerĉ, e forse ne potreste vedere testimonianza ne' loro dottissimi componimenti che essi a' posteri lasceranno. E di più mi pare ricordarmi che Messere Sperone, quando io era in Padova, fosse nella medesima sentenza. Vedete se anco questa sarebbe una zucca da cavarmi d'ogni fondo: questo so io di certo che egli non si poteva saziare di celebrarlo, e d'ammirarlo.
C. Io credo alle semplici parole vostre, e quanto a' gonfiotti, e la zucca che dite, essendo tali, ognuno potrebbe arrischiarsi con elli sicuramente in ogni gran pelago; e se Messer Sperone non potea rifinare né di celebrare, né d'ammirare il poema di Dante, faceva in ciò ritratto di quello che egli è. Ma che dite voi delle Commedie?
V. Io ho gusto in questa parte corrotto affatto, conciossiacosaché poche mene piacciono, da quelle di Messer Lodovico Ariosto in fuora, e quelle mi piacevano più già in prosa, che poi in versi.
C. La commedia, essendo poema, pare che ricerchi il verso necessariamente: ma voi forse vorreste piuttosto il verso sciolto d'undici sillabe, che lo sdrucciolo, o di quella ragione per avventura co' quali tessé Messer Luigi Alamanni la sua Flora.
V. A me non pare che la lingua Volgare abbia sorte nessuna di versi i quali corrispondano agli ottonarj, a' trimetri, a' senarj, e a molte altre maniere di versi che avevano i Greci, e i Latini; laonde, se le commedie non si possono, o non si debbono comporre se non in versi, il che io nella nostra lingua non credo ancoraché abbia contra l'autorità d'uomini grandi, la lingua Toscana al mio parere è in questo poema inferiore non solo alla Greca; del che non si può dubitare, se agli scrittori credere si dee; ma ancora alla Latina. Ma se alle conghietture si può prestar fede, e anche parte alla sperienza, credo che i nostri zanni facciano più ridere, che i loro mimi non facevano, e che le Commedie del Ruzzante da Padova, così contadine, avanzino quelle che dalla città d'Atella si chiamavano Atellane. E io lessi già un mimo di Messer Giovambatista Giraldi, il quale mostrava, la nostra lingua ancora di quella sorte di componimenti essere capevole.
C. Dovendosi fare la commedia, in versi, quale eleggereste voi?
V. Stuzzicatemi pure. Io v'ho detto che nessuno mi pare atto a ciò: pure l'endecasillabo sciolto, perché è più simile a' versi jambici, e perché nel favellare cotidiano ce ne escono molte volte di bocca, sarebbe, se non più a proposito, meno sconvenevole. Ma di questo mi rimetterei volentieri al giudizio del Signor Ercole Bentivoglio, il quale in questo genere eccellentissimo, è pari all'Ariosto reputato da chi poteva ciò fare, cioè da Messer Giovambatista Pigna, giovane d'età, ma vecchissimo di sapere, e di giudizio.
C. Delle Satire dell'Ariosto?
V. Mi pajono, bellissime, e come vogliono essere le satire.
C. E quelle del Signor Luigi Alamanni?
V. Troppo belle.
C. Voi non avete detto né del Furioso, né del Girone, né di tanti altri poemi Toscani moderni cosa nessuna?
V. E' bisognerebbe che io fussi la vaccuccia, a dire, e far tante cose in un giorno. Io non ho anche detto nulla a questo proposito né della Cristeide del Sanazzaro, né del Sifilo del Fracastoro, né di tanti altri poemi Latini moderni, i quali parte pareggiano, e parte avanzano gli antichi, da quelli del buon secolo in fuori; tra' quali sei libri della Caccia in verso eroico di Messer Piero Angelio Bargeo doverranno avere tosto onoratissimo luogo. E, se io ho da dirvi il vero, i poemi Latini moderni sono più, e forse migliori de' poemi moderni Toscani; onde non istaremo in capitale; perché nel Curzio del Sadoletto, e nella Verona del Bembo non so io quel che si possa desiderare in questi tempi.
C. E di Messer Marcantonio Flamminio, e di Fra Basilio Zanzo, che dite?
V. Quello che del Vida, e di molti altri che io per brevità non racconto, i quali non si possano lodare tanto che non meritino più.
C. Quanto all'Elegie?
V. Siamo al disotto così a' Latini, come a' Greci; perché non avemo in istampa se non quelle di Luigi Alamanni, le quali sebbene pareggiano, e forse avanzano quelle d'Ovvidio, non però aggiungono né a Tibullo, né a Properzio; perché quelle che sotto il nome di Gallo si stamparono, sono tenute indegne di lui, che fu tanto celebrato da Vergilio: benché io mi ricordo averne vedute alcune di Messer Bernardo Capello, gentiluomo Viniziano, e di Messer Luigi Tansillo, e d'alcuni altri molto belle.
C. Delle Selve che dite?
V. Che quelle di Poliziano mi piacciono quanto quelle di Stazio.
C. Io ragiono delle Volgari, non dalle Latine.
V. Delle Volgari non ho mai veduto, se non quelle dell'Alamanni, le quali sono in versi sciolti, e i versi sciolti ne' poemi eroici non mi piacciono, salvo che nelle tragedie; per altro le lodo, mostrando la natura di quel buono, e dotto, e cortese gentiluomo.
C. Il Trissino scrisse pure la sua Italia Liberata in versi sciolti, la quale intendo che fu da voi nelle Lezioni vostre della Poetica tanto lodata.
V. Io non la lodai se non quanto alla disposizione, nella quale mi pare che egli avanzi, siccome quelli che andò imitano Omero, tutti gli eroici Toscani, eccettuato Dante, e rispetto all'altre sue cose, le quali tutte, se non se forse la tragedia, cedevano a quella.
C. Quanto agli Epigrammi?
V. I Greci furono in questa sorte di poesia felicissimi: i Latini antichi, da quelli di Catullo, della Priapea, e pochi altri in fuora, si può dire che ne mancassero; ma i moderni hanno in questa parte larghissimamente sopperito. Per la qual cosa, se il sonetto corrisponde all'epigramma, noi vinciamo di grandissima lunga: se il madriale, o mandriale; non perdiamo: benché io lessi già un libretto di Messer Luigi Alamanni tutto pieno di Epigrammi Toscani in una sua foggia assai gentile, e contuttociò porto oppenione, che come le lingue sono diverse tra loro, così le maniere de' componimenti non essere le medesime. Ecco, per lasciare stare molte maniere di componimenti plebei, come son feste, rappresentazioni, frottole, disperati, rispetti, o barzellette, e altri cotali, a qual sorte di componimenti si possono agguagliare le ballate, e massimamente le vestite. Ma ciascuna di queste cose vorrebbe una dichiarazione propria, e da per se, e ricercherebbe agio, e bujo, e voi le mi fate mescolare, e quasi accatastare tutte insieme senza darmi tempo nessuno. E anco, per dirvi il vero, avendo io disputato di tutte queste cose, e di molte altre pertinenti alla poesia lungamente nelle mie Lezioni poetiche, allegando tutte quelle ragioni, e autorità che allora mi parvero migliori, e più gagliarde, non mi giova ora di replicarle, anzi mi giova di non le replicare.
C. Passate dunque, se vi pare, alla dichiarazione della seconda cosa principale, cioè della bellezza; perché io terrò da qui innanzi che la lingua Volgare sia ricca, e grave, e quasi nobile quanto la Latina, ma tanto bella non credo, e non crederò così agevolmente.
V. Voi mi fate ridere, e rimembrare d'un certo Signor Licenziato, il quale venne già, o fu fatto venire a Firenze, la cui persona, per chi voleva comporre dialogi, valeva un mondo, anzi non si poteva pagare, perché, comeché, egli si mostrasse da prima molto scredente, e uomo da non volerne stare a detto, anzi vederla fil filo, era poi più dolce che la sapa, e non solo credeva, ma approvava alle due parole tutto quello che gli era detto, e d'ogni picciola cosa facea meraviglie grandissime.
C. Voi ne sete cagion voi molto bene, perché io vi credo troppo, e voi mi fate dire sì e no, e no e sì, secondo che vi torna a proposito. Ma ditemi, che noi non ce lo sdimenticassimo, quale è più bella lingua la Greca, o la Latina, o la Volgare?
V. La Greca.
C. Credolo.
V. No, io vo dire che la Greca, e la Latina, ma voi m'interrompeste, sono belle a' un modo di quella bellezza di cui ora si ragiona; ma la Volgare (io non so se gli è bene innanzi che io il dica, fare una nuova protestazìone, pure il dirò) la Volgare è più bella della Greca e della Latina.
C. Della Greca lingua, e della Latina è più bella la Volgare?
V. Più bella.
C. Egli era bene che voi la faceste, che questa è una delle più nuove cose, e delle più strane, e delle più enormi che io abbia sentito dir mai alla vita mia, e tale che io dubito, anzi son certo, che le protestazioni non v'abbiano a giovare, e comincio a credere che voi le facciate, più che per altro, per tema di non inimicarvi il Castelvetro, affinché egli, o altri per lui non vi risponda, e vi faccia parere un'oca.
V. Quando io le facessi per cotesto, non penso che voi, o altri mene voleste, o poteste riprendere; e vi ricordo che egli non è così barbuto, né forbito uomo, che un nemico non gli sia troppo; ma se io il facessi per cagione tutta contraria da quella che voi pensate; cioè perché egli o altri mi rispondesse, che direste voi?
C. Io mi motteggiava; che ben so che voi non avete paura.
V. E che paura si può, o debbe avere in un combattimento nel quale chi vince, ne acquista onore, e gloria, e chi perde, dottrina, e sapere?
C. Io ho pure inteso che molti dicono che se fussono stati voi, non arebbono pigliato cotale impresa.
V. Cotestoro pare a me che dicano il contrario di quello che dire vorrebbono, percioché se fossero me, farebbono come fo io, ma se io fossi loro, farei come dicono essi.
C. Non mi potreste voi raccontare alcuna delle cagioni che vi muovono ad aver una oppenione la quale credo che sia diversa, anzi contraria, da tutte quelle di tutti gli altri tanto dotti, quanto indotti, così antichi, come moderni, e di Dante stesso, e del Petrarca medesimo?
V. Potrei, ma saria cosa lunga, perché mi sarebbe necessario dichiararvi, altramente che io non avea pensato di voler fare, che cosa è numero, e in che differente dall'armonia, materia nel vero non meno gioconda che necessaria, ma difficile, e intricata molto.
C. Lascisi ogn'altra cosa prima che questa la quale è gran tempo che io desidero di sapere, e mi si fa tardi che voi la dichiariate; perché io lessi già un ragionamento d'uno de' vostri, nel quale si tratta de' numeri, e de' piedi Toscani, né mai, per tempo, e diligenza che io vi mettessi, potei, non che cavarne costrutto, raccapezzarne cosa alcuna; tanto che io non gli ho obbligo nessuno.
V. Anzi negli dovete avere duoi.
C. Quali, e perché ragione?
V. L'uno, perché egli faticò per insegnarvi, l'altro, perché egli non v'insegnò; e io anche debbo restargli in alcuna obbligazione, a cui converrebbe ora durare fatica doppia; ma voi intenderete un giorno, e forse innanzi che siano mille anni, ogni cosa più chiaramente. Porgete ora l'animo non meno che l'orecchie a quello che io vi dirò. Questa parola numero è appo i Latini voce equivoca, perciocché ella significa così il numero proprio, il quale i Greci chiamano aritmo, e noi novero, come il metaforico, ovvero traslato, il quale da' medesimi è chiamato ritmo, benché coll'accento acuto in sull'ultima, e da noi numero. Il numero proprio, cioè il novero, è (come ne insegna il Filosofo nel quarto della Fisica) di due ragioni, numero numerante, o piuttosto novero annoverante, il quale sta nell'anima razionale, ed è quello col quale noi annoveriamo, perché i bruti non lo conoscono, come uno, due, tre, e l'altre aggregazioni di più unità, perché l'uno non è proprio numero, ma principio di tutti i numeri, come il punto non è quantità, né lo istante tempo. Numero numerato, o piuttosto novero annoverato, non è esso novero che annovera, come il primo, ma esse cose annoverate, come esempli grazia: dieci cani, venti cavalli, cento fiorini, mille uomini ec. Del novero annoverante, e annoverato, e brevemente dell'aritmo, ch'è il novero proprio, non occorre che noi favelliamo in questa materia, ma solamente del numero metaforico, cioè del ritmo. Dunque ritmo, ovvero numero, non è altro generalmente preso che l'ordine de' tempi, o volete de' moti locali, che i filosofi chiamano lazioni, e noi movimenti.
C. Che intendete voi per tempi in questa diffinizione?
V. La minore, e più breve parte di quello spazio, ovvero indugio, e badamento che interviene in alcun movimento, in alcun suono, e in alcuna voce, come meglio intenderete di qui a un poco.
C. Secondo questa diffinizione pare a me che il tempo e il movimento vengano a essere una cosa medesima.
V. Voi avete meglio inteso che io non pensava, perché tempo, e movimento sono una cosa stessa realmente, e in effetto, ma differenti di ragione, come dicono i filosofi, cioè d'abitudine, e di rispetto, e insomma di considerazione, come il convesso, e il concavo, o l'erta, o la china, perché il tempo non è altro che o il movimento del primo mobile, o il novero annoverato, cioè la misura del movimento del primo mobile, perché il tempo è generato dall'anima nostra.
C. Egli mi pare ancora che da questa diffinizione seguiti che dovunque si trova movimento, quivi ancora si truovi di necessità ritmo, ovvero numero.
V. Egli vi par bene, perché come dove non e movimento, non può esser numero in alcun modo, così ogni numero ricerca di necessità alcun movimento onde egli nasca, perché nel movimento consiste, ed è fondato ogni numero; ma voi areste detto meglio movimenti nel plurale, perché il numero non può trovarsi in un movimento solo propriamente, ma solo impropriamente, ovvero in potenza; la qual cosa affinché meglio comprendiate, daremo un'altra diffinizione, se non più chiara, meno oscura. Il ritmo, ovvero numero, è la proporzione del tempo d'un movimento al tempo d'un altro movimento, cioè di quella mora, o spazio, o indugio, o bada che interviene tra un movimento, e l'altro; perché non si potendo fare alcun movimento in instante, seguita che ciascuno movimento abbia il suo tempo. Il tempo d'un movimento al tempo d'un altro movimento ha necessariamente alcuna proporzione, o doppia, o sesquialtera, o sesquiterza, ec. Perché quando una cosa o più si muove non egualmente, ma più veloce, e più tarda, egli è necessario che tra quella tardanza, e quella velocità caggia alcuna proporzione; quella proporzione è, e si chiama ritmo, ovvero numero, la quale non è altro che la misura almeno di due movi- menti agguagliati l'uno all'altro, secondo la considerazione de' loro tempi. E come il numero non può trovarsi in meno di due movimenti, così può procedere in infinito, cioè trovarsi in più movimenti, come si vede chiaramente infino quando altri suona il tamburino colle dita.
C. Bene sta; ma se tutti i movimenti son numeri, o generano numero, onde nasce che certi producono buon numero, il quale ci piace, e diletta, e certi altri lo producono cattivo, il quale ci spiace, e annoja?
V. Dalla propria natura loro, cioè secondoché la proporzione dell'un tempo all'altro è o buona, o cattiva, come accade nelle consonanze della musica, quando concordano, e discordano; perché essendo ciascuno movimento necessariamente o veloce, o tardo, perché queste sono le sue differenze, non dal veloce, o dal tardo semplicemente, ma dal mescolamento dell'uno coll'altro nasce il numero: il quale mescolamento, se è ben temperato, e unito, piace, e diletta; se male, dispiace, e annoja, non altramente che nella musica le consonanze che accordano, e le dissonanze che discordano.
C. Chi giudica questo temperamento, se è bene, o male unito?
V. L'occhio, e l'orecchio, o piuttosto l'anima nostra, mediante gli occhi, e gli orecchi; perché noi, come avemo da natura l'amare, e seguitare le cose che ne dilettano, e l'odiare, e fuggire quelle che n'apportano noja, così abbiamo ancora da natura il conoscere, se non perfettamente, tanto che basti a questi due effetti.
C. Io guardo che essendo i movimenti naturali, ancora i numeri che consistono, e sono fondati in essi, saranno naturali.
V. I numeri semplicemente sono naturali, ma i numeri buoni più dall'arte procedono che dalla natura. Considerate, quanto sia grande la differenza da uno che balli, o suoni, o canti di pratica, come gli insegna la natura, da uno che balli, o suoni, o canti di ragione, come faceva il Prete di Varlungo quando era in chiesa la Belcolore.
C. Voi non mi negherete già che ognuno che va, e ognuno che favella, non vada, e non favelli numerosamente.
V. Con numero volete dir voi; che numerosamente si dicono andare, e favellare solamente coloro i quali favellano, o vanno con buono, e temperato, e conseguentemente ordinato, e piacevole numero; il che può venire alcuna volta dalla natura, ma per lo più, anzi quasi sempre, procede dall'arte, perché la natura dà ordinariamente potere, e l'arte il sapere. Il medesimo fiato, e la medesima forza ricerca il sonare un corno, che il sonare una cornetta, ma non già la medesima industria, e maestria; e tanto mena le braccia colui che suona il dolcemele, o il dabbudà, quanto colui che suona gli organi; e insomma l'arte è quella che dà la perfezione delle cose. Non vedete, e non sentite voi, quanta noja, e fastidio n'apportino coloro agli occhi, e agli orecchi, i quali o non ballano a tempo, o non cantano a battuta, o non suonano a misura?
C. Ben sapete che io lo veggo, e che io lo sento, e conosco ora, perché Virgilio disse nel Sileno: Tum vero in numerum Faunosq; ferasq; videres Ludere; tum rigidas motare cacumina quercus; non volendo in numerum significare altro che a tempo, a battuta, e a misura; non so già quello volle significare quando disse: Numeros memini, si verba tenerem.
V. A volere che voi intendiate bene cotesto luogo, e tutta questa materia, e conosciate quando quello che giudica i ritmi, è o l'occhio, o l'orecchio, o alcun altro delle cinque sentimenta, bisogna dividere, e distinguere i numeri. Sappiate dunque che i numeri, ovvero ritmi, si dividono principalmente in due maniere; perciocché alcuni si truovano ne' muovimenti soli disgiunti, e scompaginati dall'armonia, e alcuni ne' movimenti congiunti, e accompagnati coll'armonia. I numeri che si truovano ne' movimenti soli senza l'armonia, sono quelli che nascono da' movimenti ne' quali non intervenga né suono, né voce, come nel ballare, nel far la moresca, nel rappresentare le forze d'Ercole, e in altri cotali: e questa sorte di numero si conosce, e comprende solamente col sentimento del vedere; come quella de' medici, quando cercano il polso agli infermi, si comprende, e conosce solamente col toccare. I numeri che si truovano ne' muovimenti insieme coll'armonia, si truovano o in suoni, o in voci. Quelli che si ritruovano ne' suoni, cioè, che si possono udire, ma non intendere, hanno bisogno o di fiato, o di corde. Quelli che hanno bisogno di fiato, hanno bisogno, o di fiato naturale, come le trombe, i flauti, i pifferi, le storte, e altri tali, o di fiato artifiziale, come gli organi. Quelli che hanno bisogno di corde, si servono o di minugia, come i liuti, e viole, e violoni, o di fili d'ottone, e d'altri metalli, come i monocordi.
C. In questa così minuta divisione non si comprendono i tamburi, i quali si sentono più discosto, e fanno maggior romore che nessuno degli altri.
V. È vero, ma né i cemboli ancora, i quali hanno i sonagli, e si va con essi in colombaja, né le cemmanelle, che si picchiano l'una coll'altra, né la staffetta, la quale vogliono alcuni che fosse il crotalo antico, né colui che scontorcendosi, e facendo tanti giuochi, suona la cassetta, e si chiama Arrigobello. Ma lasciatemi seguitare, perché quando s'è insin qui trattato del numero, fa poco, o niente al proponimento nostro, essendo proprio de' sonatori, come farà quello che si tratterà da qui innanzi, e perciò state attento. I numeri che si ritruovano nelle voci, cioè che si possono non solamente udire, ma ancora intendere, perché da alcuno sentimento, e concetto della mente procedono, e in somma sono significativi d'alcuna cosa, nascono anch'eglino dal veloce, e dal tardo. Ma quello che negli altri movimenti si chiama veloce, nelle voci si chiama breve, e quello che tardo, lungo; laonde dalla brevità, e dalla lunghezza delle sillabe, mediante le quali si profferiscono le parole, nascono principalmente questi numeri, e come quelli non si posson generare se non di due movimenti almeno, così questi ì generare propriamente non si possono se non almeno di due piedi, e per conseguenza di quattro sillabe, le quali sono ora brevi, il che corrisponde al veloce; e ora lunghe, il che corrisponde al tardo; e ora mescolatamente, cioè brevi, e lunghe, o lunghe, e brevi, il che risponde al veloce, e al tardo, o al tardo, e al veloce. Ho detto principalmente, perché il numero il quale nelle voci consiste, si genera ancora da altre cagioni, che dalla quantità delle sillabe, come si dirà. Truovasi questo numero di cui ragioniamo, o ne' versi, o nelle prose, o ne' versi, e nelle prose parimente. Il numero che si truova ne' versi, come è di quattro maniere, così s'appartiene a quattro artefici, e a tutti in diverso modo; al poeta, al versificatore, al metrico, e al ritmico; che altri nomi per ora migliori, e più chiari di questi non mi sovvengono. Il ritmico, per cominciare dal men degno, è quegli il quale compone i suoi ritmi senza aver risguardo nessuno né alla quantità delle sillabe, né al novero, ed ordine de' piedi, né alle cesure, ma attende solamente al novero delle sillabe, cioè fare che tante sillabe siano nel primo verso, quante nel secondo, e in tutti gli altri, le quali comunemente sono o sei, o otto; talvolta senza la rima, come per cagione d'esempio, quell'Inno, o altramente che chiamare si debbia, che comincia: Ave maris stella, Dei mater alma; e talvolta colla rima, come: Recordare, JESU pie, Quod sum causa tuĉ viĉ. Il metrico è colui il quale fa i suoi metri, cioè le sue misure, che altro non significa metro che misura, senza avere altro riguardo che al novero, e all'ordine de' piedi, non si curando delle cesure; perché se egli compone il metro, verbigrazia jambico, o trocaico, o dattilico, gli basta porre tanti piedi, e con quello ordine che ricercano cotali metri, senza badare alle cesure, che sono quei tagliamenti che ne' versi Latini necessariamente si ricercano, acciocché lo spirito di chi gli pronunzia abbia dove fermarsi alquanto, e dove potersi riposare, le quali sono in ciascun verso ora una, e ora due, e ora più, secondoché al componitore d'esso pare che migliormente torni. Il versificatore ha risguardo a tutte quelle cose che si debbono risguardare ne' versi, perché oltra la quantità delle sillabe, e il novero, e l'ordine, e la varietà de' piedi, dà mente ancora alle cesure. E con tutte queste cose versificatore è nome vile, e di dispregio, rispetto al poeta; perché sebbene ogni poeta è necessariamente versificatore, non perciò si converte, e rivolge, che ogni versificatore sia poeta; potendosi fare de' versi che stiano bene, e siano belli, come versi, ma o senza sentimento, o con sentimenti bassi, e plebei; e per questa cagione penso io che il Castelvetro a carte 100 chiamasse Annibale versificatore, la qual cosa con quanta ragione facesse, lascerò giudicare agli altri. Il poeta, oltra il verso ben composto, e sentenzioso, ha una grandezza, e maestà piuttosto divina, che umana; e non solo insegna, diletta, e muove, ma ingenera ammirazione, e stupore negli animi o generosi, o gentili, e in tutti coloro che sono naturalmente disposti, perché l'imitare, e conseguentemente il poetare, è (come ne mostra Aristotile nella Poetica) naturalissimo all'uomo. Il numero il quale si ritrova nelle prose, chiamato oratorio, siccome quello poetico, si genera anch'egli dalla quantità delle sillabe, dal novero, dalla varietà, ovvero qualità, e dall'ordine de' piedi, e nondimeno non è nessuno de i quattro sopraddetti, anzi tanto diverso, che il tramettere numeri poetici, cioè 1 versi, ne' numeri oratorj, cioè nelle prose, è riputato vizioso, e biasimevole molto, le quali voci deono bene essere numerose, ma non già numeri, perché dove il verso, chiamato da' nostri poeti Latinamente carme dal cantare, ha tanti piedi, e tali terminatamente, e con tale ordine posti, la prosa, come più libera, e meno legata, onde si chiama orazione sciolta, non è soggetta diterminatamente né alla quantità, né all'ordine de' piedi, più che si paja al componitore d'essa, mediante il giudizio dell'orecchio, e le regole dell'arte, perché diverse materie, e diverse maniere di scrivere ricercano diversi numeri, verbigrazia non pare l'orazioni hanno diversi numeri dalla storia, ma nell'orazioni medesime, se sono in genere giudiziale, debbono avere maggiori numeri che se fossero nel dimostrativo, o nel deliberativo; e le giudiziali medesime in diverse lor parti debbono avere diversi numeri; né si truova alcun numero così bello, e leggiadro, che usato frequentemente non infastidisca, e generi sazietà. Il numero che si ritrova ne' versi, e nelle prose parimente, è quello de' musici, ovvero cantori, i quali non tengono conto né di quantità di sillabe, né di novero, o qualità, o ordine di piedi, e meno di cesure; ma ora abbreviando le sillabe lunghe, e ora allungando le brevi, secondo le leggi, e l'artifizio della scienza loro, compon- 1 "Lo Speroni cadde frequentemente in ciò". gono, e cantano con incredibile diletto di se stessi, e degli ascoltanti che non abbiano gli occhi a rimpedulare, le messe, i mottetti, le canzoni, i madriali, e l'altre composizioni loro. E questo è quanto mi soccorre dirvi del numero così in genere, come in ispezie; il perché passerò all'armonia, della quale mediante le cose dette, non bisognerà che io tenga lungo sermone.
C. Deh innanzi che voi venghiate a cotesto, ascoltate un poco, se io ho ben compreso, e ritenuto almeno la sostanza di quanto del numero infino qui detto avete, riducendolo a modo d'albero.
V. Di grazia.
C. Il ritmo, ovvero numero, è di due maniere, senza armonia, e con armonia. Il numero senza armonia si truova in tutti i movimenti ne' quali non sia né suono, né voce, come ne' polsi, ne' gesti, ne' balli, nelle moresche, nella rappresentazione delle forze d'Ercole, e in altri così fatti movimenti. Il numero con armonia si ritrova o ne' suoni, o nelle voci; se ne' suoni, o in quelli che si servono del fiato, o in quelli che si servono di corde; se di fiato, o naturale, o artifizioso; se di corde, o di minugia, o di filo; se nelle voci, o ne' versi, o nelle prose, o ne' versi, o nelle prose parimente; se ne' versi, o ne' ritmici, o ne' metrici, o ne' versificatori, o ne' poeti; se nelle prose, in tutti gli altri scrittori, fuori solamente questi quattro; se ne' versi, e nelle prose parimente, ne' musici, ovvero cantori.
V. Galantemente, e bene; ma udite il restante.
C. Dite pure.
V. Come il numero poetico, e oratorio nasce dal temperamento del veloce, e del tardo, mediante la brevità, e lunghezza delle sillabe, così l'armonia nasce dal temperamento dell'acuto, e del grave, mediante l'alzamento, e l'abbassamento degli accenti, perché l'acuto corrisponde al veloce, il qual veloce nelle sillabe si chiama breve, e il grave corrisponde al tardo, che nelle sillabe si chiama lungo (come s'è detto), onde chiunche pronunzia o versi, o prosa, genera necessariamente amendue queste cose, numero, e armonia; numero mediante la brevità, e lunghezza delle sillabe; armonia mediante l'alzamento, e abbassamento degli accenti (non vi curate, né vi paja soverchio che io replichi più volte le medesime cose, perché qui sta il punto, qui giace nocco, qui consiste tutta la difficultà).
C. Anzi non potete farmi cosa più grata, che replicare: e se io ho bene le parole vostre inteso, egli è necessità che dovunque è armonia, sia ancora numero, perché l'armonia non può essere senza movimento, né il movimento senza numero, ma non già all'opposto, perché, come dicevate pure ora, molti numeri si trovano senza armonia.
V. Voi dite bene, perché uno che balla senza altro, produce solamente numero senza armonia, e uno che balla, e suona in un medesimo tempo, produce numero, e armonia insieme.
C. E uno che ballasse, sonasse, e cantasse a un tratto?
V. Producerebbe numero, armonia, e dizione, ovvero sermone insiememente, nelle quali tre cose consiste tutta l'imitazione (si può dire), e per conseguenza la poesia; perché potemo imitare, e contraffare i costumi, gli affetti, ovvero passioni, e l'azioni degli uomini, o col numero solo, come ballando; o col numero, e coll'armonia, come ballando, e sonando; o col numero, e coll'armonia, e col sermone, cioè colle parole, come ballando, sonando, e cantando.
C. Non si può egli imitare col sermone solo?
V. Più e meglio che con tutte l'altre cose insieme: anzi questo è il vero, e il proprio imitare de' poeti; e coloro che imitando col numero solo, o col numero, e coll'armonia parimente non hanno altro intento, né altro cercano che imitare il sermone, perché il sermone solo è articolato, cioè può sprimere, e significare, anzi sprime, e significa, i concetti umani; ma, come avete veduto di sopra, nel sermone sono sempre di necessità così il numero, come l'armonia; onde non si, può né immaginare ancora cosa alcuna da intelletto nessuno né più bella, né più gioconda, né più utile che il favellare umano, e massimamente nella rappresentazione d'alcuno perfetto poema convenevolmente da persone pratiche, e intendenti recitato, e io per me non udii mai cosa (il quale son pur vecchio, e n'ho udito qualcuna) la quale più mi si facesse sentire addentro, e più mi paresse maravigliosa che il cantare in sulla lira all'improvviso di Messer Silvio Antoniano, quando venne a Firenze coll'Illustrissimo, ed Eccellentissimo Principe di Ferrara Don Alfonso da Este, genero del nostro Duca, dal quale fu non solo benignamente conosciuto, ma larghissimamente riconosciuto.
C. Io n'ho sentito dire, di grandissime cose.
V. Credetele; ché quello in quella età sì giovanissima è un mostro, e un miracolo di natura, e si par bene ch'e' sia stato allievo di Messere Annibale Caro, e sotto la sua disciplina creato; ed io per me, se udito non l'avessi, mai non arei creduto che si fossono improvvisamente, potuti fare così leggiadri, e così sentenziosi versi.
C. Il tutto sta, se sono pensati innanzi, come molti dicono.
V. Lasciategli pure dire; che egli non canta mai che non voglia che gli sia dato il tema da altri, e io gliele diedi due volte, e amendue, una in terza rima, e l'altra in ottava, disse tutto quello che in sulla materia postagli parve a me che dire non solo si dovesse, ma si potesse, con graziosissima maniera, e modestissima grazia.
C. Dio gli conceda lunga, e felicissima vita; ma ditemi quello che volle significare Vergilio, quando disse nella Boccolica: . . . numeros memini si verba tenerem.
V. Che non si ricordava delle proprie parole di quei versi, ma avea nel capo il suono d'essi, cioè l'aria, e quello che noi diciamo l'andare.
C. Voi non avete fatto menzione fra tanti stormenti che avete raccontato, delle fistule, e pure intendo che voi dichiaraste già in Padova la Siringa di Teocrito.
V. Io la dichiarai in quanto alle parole; ma quanto alla vera, e propria natura d'essa, io non ho mai inteso bene, né intendo ancora qual fosse, né come si stesse: so bene che ella era a guisa d'uno organetto, avendo detto Vergilio: Est mihi disparibus septem compacta cicutis Fistula, Damoetas dono mihi quam dedit olim. e quell'altro: Fistula, cui semper decrescit arundinis ordo: e che si sonava fregandosi alle labbra, onde Vergilio: Nec te poeniteat calamo trivisse labellum. Ma, per non andare tanto lontano dalla strada maestra, e venire qualche volta al punto per cui tutte queste cose dichiarate si sono, vi rimetto a quello che ne disse dottissimamente l'eccellentissimo Messer Vincenzio Maggio da Brescia, mio onoratissimo precettore, sopra la quarta particella della Poetica d'Aristotile interpetrata da lui, e da Messer Bartolommeo Lombardo Veronese, uomo di buona dottrina, e giudizio, con bellissimo ordine, e facilità. E dico, che la bellezza della lingua così Greca, come Latina, consiste primieramente nel numero, e secondariamente nell'armonia; perché tanto i Latini, quanto i Greci nel comporre i loro versi, e le loro prose avevano risguardo primieramente alla brevità, e alla lunghezza delle sillabe, onde nasce il numero; e poi secondariamente, e quasi per accidente, all'acutezza, e gravezza degli accenti, onde nasce l'armonia, perciocché, pure che il verso avesse i debiti piedi, e i piedi le debite sillabe, e le sillabe la debita misura, non badavano agli accenti, se non se in conseguenza; dove la bellezza della lingua Volgare consiste primieramente nell'armonia, e secondariamente nel numero, perché i Volgari nel comporre i loro versi, e le lor prose hanno risguardo primieramente all'acutezza, e alla gravezza degli accenti, onde nasce l'armonia, e poi secondariamente, e quasi per accidente, alla brevità, e lunghezza delle sillabe, onde nasce il numero; perciocché, pure che il verso abbia le dovute sillabe, e gli accenti sieno posti ne' luoghi loro, non badano né alla brevità, né alla lunghezza delle sillabe, se non se in conseguenza; onde come mutandosi nel Greco, e nel Latino i piedi, si mutano, e guastano ancora i versi, e così dico delle prose, eziandio che gli accenti fussono quei medesimi, così mutandosi nel Volgare gli accenti, si mutano, e guastano ancora i versi, nonostanteché le sillabe siano quelle medesime; come chi per atto d'esempio pronunziasse questo verso: Guastan del mondo la più bella parte così: Guastan la più bella parte del mondo. E di qui nasce che sebbene tutti i nostri principali, e maggiori versi deono aver undici sillabe, eccettuato quelli i quali avendo l'accento acuto in sulla decima n'hanno solamente dieci, e quelli i quali essendo sdruccioli n'hanno dodici non però ogni verso che ha undici sillabe, è necessariamente, buono, e misurato, perché chi pronunziasse quel verso: Ch'a' bei princípii volentier contrasta, Ch'a' bei príncipi volentier contrasta, l'arebbe guasto coll'avergli mutato solamente uno accento, e quinci nasce ancora che si ritruovano alcuni versi i quali, se si pronunziassero come giaceno, non sarebbono versi, perciocché hanno bisogno d'essere ajutati colla pronunzia, cioè esser profferiti coll'accento acuto in quei luoghi dove fa mestiero che egli sia, ancoraché ordinariamente non vi fosse, come è questo verso di Dante: Che la mia Comedia cantar non cura. E quest'altro: Flegiàs, Flegiàs tu gridi a voto. E quello del Reverendissimo Bembo: O Ercolè, che travagliando vai Per lo nostro riposo, ec. E per la medesima cagione bisogna alcuna volta dividergli, e quasi spezzare le parole in pronunziando per rispondere cogli accenti alle cesure de' Latini, e fare che dove non pajono, sieno versi misurati, quale tra gli altri è quello del Petrarca Fiorentino: Come chi smisuratamente vuole. E in quello del Petrarca Viniziano: E grido, o disavventuroso amante, E chi non vede che questa parola sola misericordiosissimamente, è bene undici sillabe, ma non già verso buono, e misurato, solo per cagione degli accenti? Ma ora non è tempo d'insegnare le leggi né del numero poetico, del quale, oltra il Bembo nelle prose, tratta ancora l'eccellente filosofo Messer Bernardino Tomitano ne' suoi ragionamenti della lingua Toscana, né meno dell'oratorio, del quale ha composto Latinamente cinque libri Messere Jovita Rapicio da Brescia con dottrina, ed eloquenza singolare. E però, venendo finalmente al principale intendimento, dico, che se l'armonia è, come io non credo che alcuno possa negare che ella sia, più bella cosa, e più piacevole, e più grata agli orecchi che il numero, la lingua Volgare, la quale si serve principalmente in tutti i componimenti suoi dell'armonia, è più bella che la Greca, e che la Latina non sono, le quali si servono principalmente del numero. E, perché meglio intendiate, voi sapete che in un flauto sono de' buchi che sono più larghi, e di quelli che sono più stretti; medesimamente di quelli che sono più vicini, e di quelli che sono più lontani alla bocca d'esso flauto. Quei buchi che sono o più stretti, o più vicini alla bocca, mandano fuori il suono più veloce, e conseguentemente più acuto. Quelli che sono o più larghi, o più lontani dalla bocca, mandano fuora il suono più tardo, e conseguentemente più grave; e da questo acuto, e da questo grave mescolati debitamente insieme nasce l'armonia. Ma perché dove è armonia, quivi è ancora di necessità numero, il numero nasce dal tenere quei buchi turati colle dita o più breve, o più lungo spazio, alzandole per isturargli, e abbassandole per turargli, come, e quando richieggono le leggi, e gli ammaestramenti della musica de' sonatori. Similmente nel sonare il liuto la mano sinistra, che si adopera in sul manico, in toccando i tasti cagiona il numero, e la destra, che s'adopera intorno alla rosa, in toccando le corde, cagiona l'armonia. Considerate ora voi, quale vi pare che sia più degna, e più bella cosa o il numero, il quale è principalmente de' Greci, e de' Latini, o l'armonia, la quale è principalmente de' Volgari. E credo, se vor- rete ben considerare, e senza passione, che quella oppenione la quale vi pareva dianzi tanto non solamente nuova, ma strana, e stravagante, vi parrà ora d'un'altra fatta, e di diversa maniera.
C. Io non mi curerò che voi mi tenghiate il Signor Licenziato, perché chi niega la sperienza, niega il senso, e chi niega il senso nelle cose particolari, ha bisogno del medico. A me pare che sebbene ne' suoni, e nelle voci non si può trovare né l'armonia senza il numero, né il numero senza l'armonia, che l'armonia sia la principale, e la maggior cagione del concento, e per conseguenza della dilettazione, e così della bellezza, della quale si ragiona al presente.
V. Tanto pare anco a me; pure, perché io non m'intendo né del cantare, né del sonare, come, e quanto bisognerebbe, mene rimetterei volentieri o a Messer Francesco Corteccia, o a Messer Piero suo nipote, musici esercitatissimi, o a Messer Bartolommeo Trombone, e a Messer Lorenzo da Lucca sonatori eccellentissimi.
C. Io intendo che coll'Illustrissimo Signor Paulogiordano Orsini, genero del Duca vostro, è uno che non solamente suona, e canta divinamente, ma intende ancora, e compone, il quale si chiama Messere Scipione della Palla.
V. Voi dite il vero; e perché egli m'ha detto che vuole venire quassù a starsi un giorno con esso meco, io vi prometto che gliene parlerò, e vi saperrò poi ragguagliare.
C. Voi mi farete cosa gratissima; e tanto più, che il Maggio, pare che dica che nel verso le prime parti sieno del numero.
V. Egli non ha dubbio che il numero è prima nel verso, che l'armonia; ma egli è prima di tempo, onde non segue che egli sia prima di degnità, e più nobile di lei.
C. Perché io ho gran voglia di possedere questa materia del numero, non v'incresca che io vi dimandi d'alcuni dubbj. Voi diceste di sopra che il numero oratorio nasceva ancora da altre cose che dalla brevità, e lunghezza delle sillabe: quali sono queste cose?
V. Cicerone le chiama concinnità, la quale non è altro che un componimento, e quasi intrecciamento di parole, e in somma una orazione la quale fornisca atta e sonoramente, e per conseguenza abbia numero; il qual numero nondimeno non sia cagionato in lei dalla quantità delle sillabe, ma da una, o più di quelle quattro figure, ovvero esornazioni, e colori retorici, che i Latini imitando i Greci chiamavano così: Similmente cadenti: similmente finienti: corrispondenza di membri pari: e corrispondenza di contrarj; i quali contrari sono di quattro ragioni; ma queste cose non si debbono dichiarare ora; però vi rimetto al libro che scrisse Latinamente della scelta delle parole Messere Jacopo Strebeo con somma dottrina, e diligenza; e vi dico solo che questo numero della concinnità è diverso, anzi altro, da tutti gli altri; e sebbene par naturale nelle scritture, si fa nondimeno le più volte dall'arte.
C. Quando, dove, da chi, e perché furono trovati i numeri?
V. I numeri semplicemente furono trovati ab initio, et ante secula dalla natura stessa, e si ritruovano in tutti i parlari di tutte le lingue; perché il parlare cade sotto il predicamento della quantità, e la quantità è di due ragioni, discreta, la quale si chiama moltitudine, o volete novero, e sotto questa si ripone il parlare; e continova, la quale si chiama magnitudine, ovvero grandezza, e sotto questa si ripone il numero; onde in ciascuno parlare si ritruova necessariamente, quando si profferisce così la quantità discreta, come la continova, e per conseguente i numeri; ma i numeri buoni, e misurati nascono dall'arte, della quale i primi inventori, secondoché afferma Cicerone, furono Trasimaco Calcidonio, e Gorgia Leontino, che vengono ad essere circa due mila anni; ma perché costoro erano tropo affettati dintorno al numero, e troppo scriveano poeticamente, Isocrate, che fu nell'Asia discepolo di Gorgia già vecchio, andò allargando quella strettezza; e sbrigandosi da quella troppa servitù, e osservanza, scrisse in guisa che le sue prose, benché sieno lontane dal verso, o dalla piacevolezza che del numero del verso si trae, non sen'allontanò molto; dimanieraché come non si sciolse in tutto dalle leggi de' numeri, così non rimase legato affatto. Il fine fu per dilettare gli ascoltatori, e tor via colla varietà, e soavità de' numeri il tedio, e il fastidio della sazievolezza; non essendo più schifa cosa, né più superba che il giudizio dell'orecchie. Il primo de' Latini che scrisse numerosamente fu Cornelio Celso, al quale di tempo in tempo succeddettero alcuni altri, infinoché Cicerone condusse tutti i numeri oratorj a tutta quella perfezione della quale era capevole la lingua Latina.
C. E de' Toscani chi fu il primo che scrivesse con numero?
V. Il Boccaccio, degli antichi.
C. Dante, e 'l Petrarca?
V. Del Petrarca non si trova cosa dalla quale ciò conoscere si possa; onde si può ben pensare che per l'ingegno, e giudizio suo scrivesse ancora in prosa volgare numerosamente, ma non già affermare. Dante si servì piuttosto nel suo Convito, e nella Vita Nuova dell'orecchio, che dell'arte.
C. E de' moderni?
V. I primi, e principali furono il Bembo in tutte le sue opere, e il Sanazzaro nell'Arcadia.
C. L'Orazione di Monsignor Claudio Tolomei della Pace?
V. Fu molto bella, e numerosissima; così fosse stata quella che egli fece al Re Cristianissimo.
C. E quella di Monsignor Messer Giovanni della Casa all'Imperadore?
V. Bellissima, e numerosa molto.
C. Questo numero artifiziale ricercasi egli in tutte le scritture?
V. Non v'ho io detto di sì? ma in qual più, e in qual meno, secondo le materie, e le maniere de' componimenti.
C. Quale è la più bassa maniera di scrivere? credete voi che sia le lettere?
V. No, ma i dialogi; perché lo scrivere non è parlare semplicemente, ma un parlare pensato, dove i dialogi hanno a essere propriamente come si favella, e sprimere i costumi di coloro che in essi a favellare s'introducono: e nondimeno quelli di Platone sono altissimi; forse rispetto all'altezza delle materie; e non intendete, come si favella dal volgo, ma dagli uomini intendenti, ed eloquenti, benché alcune cose si possono, anzi si deono, cavare ancora dal volgo. Cicerone fu divino ne' suoi dialogi, come nell'altre cose. Ma se i dialogi di Lione Ebreo, dove si ragiona d'Amore, fossero vestiti come meriterebbero, noi non aremmo da invidiare né i Latini, né i Greci.
C. Il Tomitano quanto a' numeri?
V. Si può lodare.
C. E Messer Sperone?
V. Si dee celebrare; e il medesimo intendo del Cintio, e del Pigna.
C. Messer Lodovico Castelvetro?
V. Io non so che egli abbia fatto dialogi, de' quali ora si favella, ma il suo stile è piuttosto puro, e servante la Toscanità, cioè le regole della lingua, che numeroso, e piacevole, anzi mi pare per lo più tanto stretto, scuro, e fisicoso, quanto quello di Messere Annibale largo, chiaro, fiorito, e liberale.
C. Io ho pure inteso che messer Giovambatista Busini, il quale voi m'avete dipinto più volte per uomo non solo di lettere, e di giudizio, ma che dica quello che egli intende liberamente, senza rispetto veruno, loda, e ammira lo stile del Castelvetro.
V. Non equidem invideo, miror magis; se già non lo facesse, perché pochi scrivono oggi i quali osservino le regole come egli fa; e in questo, se non lo ammirassi, il loderei anch'io, anzi il lodo, ma viepiù il loderei, se non fosse (come dice Messere Annibale) tanto sofistico, e superstizioso, e la guardasse troppo in certe minuzie, e sottogliezze le quali non montano una frulla; e mi par quasi che intervenga a lui nello scrivere come avvenne a Teofrasto nel favellare; senzaché voi dovete sapere che come anticamente la Latinità, così oggi la Toscanità schifa anzi biasimo, che consegua lode (come testimonia Cicerone medesimo), cioè che chi scrive correttamente, in qualunche lingua egli scriva, merita piuttosto di non dovere esser biasimato, che di dovere esser lodato.
C. Di Messer Giulio Cammillo?
V. Mene rimetto a quello che scrive, e testimonia di lui il suo amicissimo Messere Jeronimo Muzio in una lettera al Marchese del Guasto.
C. E Messere Alessandro Piccolomini?
V. Ha dato maggiore opera alle scienze, che all'eloquenza; ma io non sono atto, né voglio, come se fossi Aristarco, o Quintiliano, a cui si conveniva giudicare, quanto a me si disdice, censorare gli stili di coloro che hanno scritto, quali sono tanti, e tanto diversi, e alcuni che sono nella dottrina, e nell'eloquenza, e nel giudizio come Michelagnolo nella pittura, nella scultura, e nell'architettura, cioè fuora d'ogni rischio, e pericolo, avendo vinto l'invidia; oltreché da un pezzo in quà io non ho molto letto, non che considerato, altri autori che storici, per soddisfare almeno colla diligenza all'onoratissimo carico postomi sopra le spalle già sono tanti anni dal mio Signore, e padrone; perciò arei caro che voi mutaste proposito.
C. Io era appunto nella mia beva, e voi volete cavarmene; ditemi almeno, se vi pare che Messer Trifone Gabriele meriti tante lode, quante gli sono date in tante cose, e da tanti.
V. Tutte tutte, e qualcuna più; e si può veramente dire che all'età, e lingua nostra non sia mancato Socrate; ma io vi ripriego di nuovo che voi mutiate ragionamento.
C. Quale stimate voi più malagevole, cioè più difficile a farsi, il numero poetico, o l'oratorio?
V. Ambodue sono difficilissimi, e vogliono di molto tempo, e fatica; ma Quintiliano coll'autorità di Marco Tullio dice l'oratorio; ma io per me credo che egli intendesse piuttosto del numero de' versificatori, che de' poeti, cioè che considerasse il numero solo, e non l'altre parti che nel verso si ricercano de' poeti perfetti, come era egli perfetto oratore.
C. Che vi muove a credere così? forse altramente gli oratori sarebbono da più, o da quanto i poeti?
V. E' non seguita che alcuna cosa quanto è più malagevole e faticosa, tanto sia ancora o più bella, o più degna. Poi il verso non è quello che faccia principalmente il poeta, e il Boccaccio è talvolta più poeta in una delle sue Novelle, che in tutta la Teseide. Io per me porto oppenione che lo scrivere in versi sia il più bello, e il più artifizioso, e il più dilettevole che possa trovarsi.
C. Se il ritmo, ovvero numero, ha bisogno almeno di due piedi, perché chiamano alcuni, e tra questi Aristotile, e Dionisio Alicarnaseo, i ritmi piedi?
V. Forse perché il numero si compone, e nasce da' piedi; e forse perché ciascuno pié ha necessariamente quelle due cose che i Greci chiamano arsi, e tesi, cioè elevazione, la quale è quando s'alza colla voce la sillaba, e posizione, la quale è quando la sillaba s'abbassa; onde in un pié si trova ancora in un certo modo, se non propriamente, almeno impropriamente, e certo in potenza, il numero, come chi dicesse Latinamente fecit, o diximus. E se queste ragioni non vi soddisfano, leggete quello che ne dice il Maggio nel luogo poco fa allegato da noi.
C. Il ritmo Greco, e Latino è egli quel medesimo che la rima volgare, come pare che credano molti?
V. No, che creda io, e se pure i nomi sono i medesimi, le nature, cioè le significazioni, sono diverse; anzi la rima non è della sostanza del verso, cioè non fa il verso, ma fa il verso rimato solamente, cioè aggiugne al verso la rima, la quale è quella figura, e ornamento che i Greci chiamano con una parola sola, ma composta Omiotelefto, la quale traducendo i Latini con due la nominano, come dissi di sopra, similmente finienti. È ben vero che nella rima si può considerare ancora il numero, e l'armonia, perché essendo voce, non può essere, quando si profferisce, né senza l'uno, né senza l'altra; ma delle rime ci sarebbe che dire assai; e io vedrò di ritrovare un trattatello che io ne feci già a petizione del mio carissimo, e virtuosissimo amico Messer Batista Alamanni, oggi Vescovo di Macone, e sì lo vi darò. Per ora non voglio dirvi altro, se non che la dolcezza che porge la rima agli orecchj ben purgati, è tale, che i versi sciolti allato a' rimati, sebben sono, non pajono, versi; e se i Greci, e i Latini l'aborrivano ne' versi loro, era per quella medesima ragione che noi aborriamo i piedi ne' versi nostri, nonostanteché Messer Claudio Tolomei tanto gli lodasse, cioè perché noi seguitiamo non i piedi, che fanno il numero, ma gli accenti, che fanno l'armonia, e il fare i versi alla Latina nella lingua Volgare, di chiunche fosse trovato, è come voler fare che i piedi suonino, e le mani ballino, come mostrammo lungamente nelle Lezioni poetiche.
C. Qual credete voi che sia più laboriosa, e più maestrevole opera, il far versi Greci, o Latini, o Toscani?
V. I Latini avevano meno comodità, e minori licenze, che i Greci, onde Marziale disse: Nobis non licet esse tam disertis, Qui Musas colimus severiores. e per conseguente duravano maggior fatica. I Toscani (se voi intendete de' versi sciolti) hanno quasi le medesime difficultà che i Latini, ma se intendete (come penso) de' rimati, io non fo punto di dubbio che i Toscani ricerchino più maggior tempo, e più maggior maestria.
C. Che differenza fate voi da verso a metro?
V. Io la vi dissi di sopra: il metro non considera le cesure; e il verso le considera: ma perché intendiate meglio il ritmo, quando nasce dalle voci articolate, non è altro che un legittimo intrecciamento di piedi, il quale non ha fine alcuno determinato. Il metro è un ritmo, il quale ha il numero de' suoi piedi determinato. Il verso è un metro, il quale ha le cesure. Quinci apparisce che ogni metro è ritmo, ma non già per lo contrario; onde il metro agguagliato al ritmo è spezie, ma agguagliato al verso è genere. Il metro non ricerca cesure, il verso non dee stare senza esse. Il metro, ed il verso hanno ad avere il novero de' lor piedi determinato. Il ritmo non è sottoposto a questa legge, perché può avere quanti piedi piace al componitore; e perciò disse Aristotile nella Poetica che i metri erano padri del ritmo; il qual ritmo è (come s'è veduto) nel predicamento della quantità, dove il metro è piuttosto, e così l'armonia, della qualità; onde i Greci, e i Latini considerano ne' loro componimenti principalmente la quantità, e i Toscani la qualità.
C. Se il traporre i versi interi nelle prose è cosa molto laidissima, come testimonia Quintiliano, perché l'usò il Boccaccio così spesso? Era già l'Oriente tutto bianco, comincia il principio della quinta giornata; e altrove: Lasciato stare il dir de' paternostri. E altrove: Ma non potendo trarne altra risposta. E altrove: Quasi di se per maraviglia uscito. E altrove: Se tu ardentemente ami Sofronia. E in altri luoghi non pochi.
V. Forse perché i nostri endecasillabi sono somiglianti a' Jambi Latini, e ci vengono detti, come a loro, che noi non cene accorgiamo; e anco per avventura nella lingua Toscana non si disconvengono, quanto nella Latina; onde il Boccaccio medesimo ne pose alcuna volta due l'uno dietro l'altro, come quando disse: La donna udendo questo di colui, Cui ella più che altra cosa amava. E chi sottilmente ricercasse, troverebbe per avventura nelle prose nostre quello che nelle Greche avveniva, e nelle Latine, cioè che niuna parte in esse si troverebbe, la quale ad una qualche sorte, e maniera di versi accomodare non si potesse. Ma tempo è di passare omai alla terza, e ultima cosa, cioè alla dolcezza, della quale mi pare di potermi spedire, e mi spedirò brevissimamente, dicendo che quanto la lingua Greca era più dolce della Latina, tanto la Volgare è più dolce della Greca. Che la Greca fosse più dolce della Latina, non si tenzona; e Quintiliano nel decimo libro n'assegna le ragioni, affermando ciò procedere da tre cose, dalle lettere, dagli accenti, e dalla copia delle parole, onde conchiude così: Quare qui a Latinis exigit illam gratiam sermonis Attici, det mihi in loquendo eamdem jocundiditatem, et parem copiam. Che la Volgare sia più dolce che la Greca, la quale era dolcissima, si pruova così: La dolcezza, della quale si ragiona, nasce primieramente dalle lettere, le lettere vocali sono assai più dolci delle consonanti, le parole Toscane forniscono tutte, eccetto per, in, del, e alcune altre pochissime monosillabe, in alcuna delle lettere vocali, dunque la lingua Volare è più dolce della Greca, la quale ha infinite parole che finiscono in consonanti; onde Quintiliano volendo provare la lingua Greca soprastare alla Latina di dolcezza disse trall'altre ragioni: Nessuna parola Greca fornisce nella lettera m, la quale pare che mugli, e delle Latine molte.
C. Avvertite che tante vocali, e quella dolcezza che da lor nasce, non generino, come voi dicevate dianzi de' numeri, ancoraché bellissimi, fastidio.
V. Avvertite ancora voi che i volgari quando vogliono, o mette lor conto, possono infinite volte levare le vocali delle fini delle parole, e farle terminare in consonanti; onde si torrà via il fastidio, del quale dubitate; perché ne' nomi in luogo d'onore, d'amore, di favore, d'umore ec. diranno amor, onor, favor, umor ec. E ne' verbi in vece d'amare, vedere, leggere, e udire, diranno amar, veder, legger, udir ec. e così in infinite altre voci.
C. Ma quanto agli accenti?
V. Io v'ho già mostrato, quanto in questa parte noi andiamo loro innanzi.
C. Avete voi parola alcuna che fornisca coll'accento acuto altro che questo avverbio Spagnuolo altresì?
V. Altresì è Provenzale, non Ispagnuolo, e gli antichi nostri scrivevano altresie, e non altresì, come quie, costie, tue, e non qui, e costì, tu, non altramente che cantoe, e non cantò; udie, o udio, e non udì; ameroe, faroe, e non amerò, farò; e così di tutti gli altri futuri dell'indicativo, ovvero dimostrativo della prima maniera de' verbi. Similmente fue, e die, i quali usò ancora il Petrarca, non fu, e dì.
C. A questo modo voi non avete parola nessuna che fornisca coll'accento acuto, se non per levamento della ultima vocale.
V. Maisí.
C. Quali?
V. Lasciamo stare testé, che gli antichi dicevano testeso, non abbiamo noi, se non altro, il Re Artù?
C. Una rondine non fa primavera, dice Aristotile.
V. Sappiate che niuna parola né in Greco, né in Latino, né in nessuna altra lingua si può profferire senza l'accento acuto, onde nasce che almeno tutte le monosillabe in tutte le lingue hanno l'accento acuto, perché nel circonflesso, nel quale forniscono molte parole fuori della lingua Toscana, v'è compreso l'acuto: oltraché noi pronunziamo chermisì, tafettà, scangé, tambascià, citrì, frin frì, frin frò, tutte coll'accento acuto, e così molte altre.
C. Che sapete voi che altresì sia Provenzale, e che egli si profferisca Toscanamente coll'accento acuto in sull'ultima?
V. Io vene potrei allegare molti luoghi di poeti Provenzali; ma bastivi questo d'Arnaldo Daniello, che comincia così una sua canzone: Illi com cel qa le lepre cazada or pois [la perd, Autre la reten, tot autresi es avengud [a me. E Dante disse nella sua contra gli erranti: Ma ciò io non consento, Né eglino altresì, se son Cristiani.
C. Or ditemi, il fornire le parole coll'accento acuto non è proprietà di lingua barbara, come scrivono alcuni moderni?
V. No, santo Dio! Che la lingua Greca non era barbara, e molte delle sue parole fornivano coll'accento acuto.
C. In cotesta parte non poteva ella tener del barbaro?
V. Non credo io. Egli è vero che noi non potemo in queste cose procedere dimostrativamente, né colla sperienza, che vince tutte le dimostrazioni, ma bisogna, poiché le pronunzie sono o spente del tutto, o mutate in grandissima parte, o che ci serviamo delle congetture, o che cene stiamo a detta degli scrittori antichi. Il perché volere affermare oggi, o mantenere alcune di così fatte cose per certe, sarebbe anzi perfidia, e ostinazione, che dottrina, e giudizio. L'accento acuto nel fine (se si dee credere a Quintiliano, al quale io per me credo) non solo non è proprietà di lingua barbara, ma genera dolcezza. Udite le sue parole, quando vuol provare la lingua Latina esser men dolce della Greca: Sed accentus quoque cum rigore quodam, tum similitudine ipsa minus suaves habemus, quia ultima syllaba nec acuta unquam exitatur, nec flexa circunducitur, sed in gravem, vel duas graves cadit semper. Itaque tanto est sermo Graecus Latino jocundior, ut nostri poetae, quoties dulce carmen esse voluerunt, illorum id nominibus exornent. Vedete voi che, secondo Quintiliano, tralle dolcezze della lingua è una l'avere l'accento, in sull'ultima? Il che non hanno mai i Latini, se non in sulle dizioni monosillabe, come testifica il medesimo Quintiliano nel primo libro; e però i poeti Latini quando volevano fare dolci i lor versi, usavano le parole Greche. E chi non conosce che Zefiro, pronunziato come si debbe, è più dolce che Favonio? E noi abbiamo non solamente Zefiro Greco, Favonio Latino, ma ancora Ponente Italiano.
C. Io voleva appunto dimandarvi della terza cosa, che genera la dolcezza, cioè della copia delle parole.
V. La copia delle parole genera dolcezza per accidente, cioè fa che noi non siamo forzati a usare traslazio- ni, o giri di parole, e che se una parola ci pare o dura, o aspra, la possiamo scambiare, e pigliarne una, la quale sia o molle, o dolce; della qual cosa non manca la lingua Toscana, perché essendo l'ultima di tempo delle tre lingue più belle, ha, come pur testé vi diceva di Zefiro, i nomi Greci, e Latini, e Toscani. E oltraciò tutti quelli di tutte le cose che si son trovate dopo la lingua Greca, e la Latina; oltraché delle cose che sono per accidente, non si considera né arte, né scienza nessuna, perciocché non si possono sapere, conciossiaché il sapere sia conoscere le cose mediante le loro cagioni, e le cose per accidente non hanno cagioni alcune determinate. Laonde potemo conchiudere che la lingua Fiorentina sia più dolce non solamente della Romana, ma eziandio dell'Ateniese.
C. Io per me lo credo, anzi quando leggo il Petrarca, ma molto più quando il sento leggere a un Fiorentino, mene pare esser certo; ma vorrei ben sapere perché Messer Sperone nel dialogo delle lingue, nel quale non ho mai potuto intender bene, se l'intendimento suo è lodare, o biasimare la lingua Toscana, agguaglia la numerosità dell'orazione, e del verso della lingua Volgare al suono de' tamburi, e delle campane, anzi al romore degli archibusi, e de' falconetti?
V. Messer Sperone pare a me che volesse lodare la lingua Toscana, ma mi pare anco che servasse più il decoro, o volete la convenevolezza nella persona di Messer Lazzero quando la biasima, e offende, che non fa nella persona del Bembo, e d'altri, quando la loda, e difende. Ma comunque si sia, egli vi son dentro di belle cose, e di bonissime oppenioni, e io confesso d'essergli non poco obbligato, perché quando era scolare in Padova, e cominciai a tradurre la Loica, e la Filosofia d'Aristotile nella lingua volgare, dove quasi tutti gli altri mene sconfortavano egli, e il Signor Diego di Mendozza, il quale era in quel tempo ambasciatore per la Cesarea Maestà a Venezia, non solo mene confortarono più volte, ma mene commendarono ancora.
C. Io mi ricordo che 'l Vellutello nel XXI
V. canto del Purgatorio, quando egli spone questo avverbio Lombardo issa, cioè testé, il quale testé gli pare piggiore, e più goffo che issa, dice che gli darebbe il cuore di provare colla favella medesima della città di Firenze, l'idioma Fiorentino in se esser pessimo di tutti gli altri Toscani, e il Lucchese insieme col Pisano essere più gastigato, e terso di tutti gli altri.
V. Che ragion n'allega egli che il Lucchese, e il Pisano siano i più belli di tutti gli altri?
C. Per avere le sue città molto contigue, e vicine.
V. Come contigue? Questa mi pare la ragion di colui che diceva d'aver nome Bartolomeo, perché egli era nato la vigilia di Santa Lucia. Non arebbe detto così Monsignor Messer Giovanni Guidiccioni, che fu quell'uomo e di dottrina, e di bontà, che sa il mondo, e che fu tanto amico, e affezionato di Messer Annibal Caro che gli indirizzò i suoi gravissimi, e dotti Sonetti. Né anco Messer Bernardino Daniello, che fu l'anima di Messer Trifone Gabriello, come era Messer Trifone Bencio nipote di ser Cecco, senza 'l quale non poteva stare la corte di quel gaglioffaccio del Molza.
C. Come gaglioffaccio?
V. Gaglioffaccio nell'idioma del Molza significava uomo buono, e da bene. Il qual Molza quando voleva lodare alcuno in superlativo grado, lo chiamava non Grifone, come il Cardinale di Ravenna, ma bestiale, cioè divino.
C. Chiamava egli così Messer Piero Aretino? O gliele scrivea nelle soprascritte delle lettere?
V. Non so; credo bene che né il Jona, né molti altri nobili, e letterati giovani Lucchesi che io ho conosciuti, e conosco, né il Menocchio affermerebbono quello che afferma il Vellutello, al quale però debbono avere obbligo i Lucchesi della buona volontà sua, e i Fiorentini, e gli altri della diligenza usata, e della fatica durata da lui in comentare il Petrarca, e Dante.
C. Io mi ricordo aver sentito dire più volte dal Conte Domenico mio zio, d'onorata, e felice memoria, che Messer Romulo Amaseo, il quale era, come sapete, uomo dottissimo, ed eloquentissimo, quando Carlo V. e Clemente VII. s'abboccarono la prima volta in Bologna, che fu nel XXIX. orò pubblicamente due giorni alla fila acerbissimamente contra la lingua Volgare; ma non ho ora a mente, se non due delle sue conclusioni.
V. Quale è la prima?
C. La prima è che egli voleva che la lingua Volgare, quanto al parlare, s'usasse nelle ville, su pe' mercati co' contadini, e nelle città co' bottegaj, e in somma colla plebe solamente; e la Latina co' gentiluomini. E, quanto allo scrivere, che le cose basse, e vili si scrivessero in Volgare, e l'alte, e gravi Latinamente; e molto si compiaceva, e si pagoneggiava in questa sua oppenione, che ne dite voi?
V. Io ho letto, e considerato coteste due scuole, che così si chiamano Latinamente; e nel vero quanto all'eloquenza, e all'arte elle sono bellissime, e degne d'ogni loda, ancoraché gli fosse risposto; e perché egli era uomo di gran giudizio, non credo che egli credesse quello che mostrava di credere, ma fece, e disse tutto quello che ricerca l'arte oratoria che fare, o dire si debbia; e parlandone io, quando fui in Bologna con Messer Pompilio, degnissimo figliuolo di cotal padre, mostrava che l'intendesse anch'egli così. E in vero se in una città medesima s'avesse a favellare con due lingue, una nobile, e l'altra plebea, perché non usare la nobile il dì delle feste, e la plebea quelli del lavorare? Se non che ne bisognerebbe una terza in quel mezzo per i giorni delle mezze feste, quando si sta a sportello, che i Latini seguendo i Greci chiamavano intercisi. E poi, per tacere molti altri inconvenienti, quando i gentiluomini sapessero la lingua Latina tutti quanti, la qual cosa oggi non è in uso, come arebbe egli scritto, e parlato alle gentildonne, le quali non sono meno degli uomini? Considerate voi, quanto le cose dette rettoricamente, quando s'esaminano secondo la verità, riescono le più volte o impossibili, o false, o ridicole? Se egli avesse fatto quella orazione in Volgare, non istate in dubbio che, dove intendo che ella fu grandissimamente lodata, ella grandissimamente stata biasimata sarebbe; perché ognuno arebbe conosciuto la falsità dell'inganno che dal liscio ricoperto delle parole si nascondea, e io vi dichiarerò un'altra volta, perché un medesimo predicatore, predicando le medesime cose colla medesima dottrina, ed eloquenza a' medesimi uomini intendenti non meno la lingua Latina che la Toscana, moverà assai più predicando in Volgare che Latinamente, la quale è la medesima, perché noi non ci vergognamo, né divenimo rossi ancora innanzi a donne castissime, favellare cose disoneste con vocaboli Latini, soloché non siano tanto somiglianti a' Volgari che si possano ancora da coloro intendere, i quali mai studiato non hanno. Ma quale è la seconda conclusione dell'Amaseo?
C. Che, come coloro i quali, secondoché era proverbio de' Greci, non potevano diventare Citaredi, si facevano Auledi, e come disse Messer Lazzero di Messer Sperone, che chi non poteva sonare il liuto, e' violoni, sonasse il tamburo, e le campane; così tutti quelli, a cui non bastava l'animo divenire eccellenti nella lingua Latina, si davano alla Volgare.
V. Questa è molto peggio, e assai più falsa che quella delle due lingue, perciocché.....
C. Non seguitate più opra, conciossiaché io ho in animo di proporvi un quesito, dove sarà necessario che mostriate quello che conosco che voi volete mostrare al presente.
V. Come più vi piace; io vi dirò in quello scambio come Messer Piero da Barga, mio amicissimo, aringò anch'egli pubblicamente nello Studio di Pisa contra la lingua Volgare asprissimamente, e con molta eloquenza; e trall'altre cose, favellando del Bembo onoratissimamente, disse, se essere talvolta d'oppenione che egli avesse confortato gli altri a volgarmente scrivere, affineché abbandonate da loro le Greche lettere, e le Latine per dar opera alle Volgari, egli solo divenisse, o rimanesse eccellente nelle Latine, e nelle Greche; la qual cosa, che in vero sarebbe stata più che io non potrei dire, nefaria, e biasimevole, sappiendo quanto fosse lontana dagl'interi, e casti, e santi costumi di tanto, e tale uomo; mostra di non credere anch'egli; e pure, seguitando gli ammaestramenti retorici, lo disse, che ognuno udì. Dirovvi Messer Celio Calcagnino Ferrarese, uomo il quale, secondoché si vede, vide a' suoi dì, e scrisse assaissime cose in un trattato che egli fece, e indirizzò a Messer Giovambatista Cintio della imitazione, biasima la lingua Volgare, quanto può il più, e quanto sa il meglio, affermando che ella si doverebbe con tutti gli argani, e ordegni del mondo sprofondare; la qual cosa se dagli effetti, e dagli avvenimenti si dee giudicare, non gli fu dal Cintio stesso, a cui egli la indirizzò, creduta né anco da Messer Litio Gregorio Cintio, il quale non avea né veduto, né scritto manco di lui; poiché tra gli altri fece un libro de' poeti Volgari, nel quale tra' poeti, e non tra' versificatori racconta, e celebra Messere Annibale Caro. Ancora vi dirò che Messer Francesco Florido, uomo dotto, ma che avea, come hanno talvolta gli uomini dotti, di strane fantasie, in una Apologia che egli fece contra i calunniatori della lingua Latina, si spogliò in farsetto per dirne male, e biasimando tutti gli altri scrittori Toscani, lodò solamente un poco il Petrarca, non per altro, se non perché ebbe tanto giudizio, che non iscrisse se non amori, e bagattelle, e così un poco il Furioso dell'Ariosto, perché fu dotto in Latino, ma che le Commedie che egli compose, non hanno di commedia altro che il nome.
C. Io pagherei buona cosa a sapere quello che cotestoro veggono di biasimar la lingua volgare, e perseguitarla con tanto odio.
V. E' si dee credere che lo facciano per amore, e non per odio, e se non credessono di far bene, siate certo che non lo farebbono; senzaché par loro per avventura cosa strana, e non comportevole, l'avere a favellare, se non con quelle medesime parole, almeno con quella stessa lingua, colla quale favellano i trecconi, e i pizzicagnoli.
C. I trecconi, e i pizzicagnoli in Grecia non favellavano Grecamente?
V. Favellavano, e le trecche ancora, poiché una rivendugliola alla pronunzia sola conobbe Teofrasto non essere Ateniese, il quale Atticissimamente favellava.
C. E in Lazio come favellavano così vili artefici?
V. Latinamente.
C. Di che si dolgono dunque? Io ho paura che non facciano come un nostro, a cui non vo' dar nome, il quale si rammaricava, né poteva sopportare d'avere (con riverenza vostra) il sedere di due pezzi, perché così l'aveano i fornai.
V. Io vene voglio raccontare una non men bella, o non men brutta di cotesta. Messer Agostino da Sessa essendo una mattina, quando leggeva filosofia in Pisa, uscito della Sapienza, spiovuto che fu una grossa acqua, non andò molti passi, che e' ne venne un'altra scossa delle buone, dalla quale sentendosi egli immollare, cominciò fortemente tutto alterato a scorrubbiarsi e bestemmiare, e dimandato dagli scolari che gli erano d'intorno, che cosa egli avesse, rispose con mal viso: come, che ho? Dove avete voi gli occhi? Non vedete voi che questa acqua non altramente bagna me, che ella farebbe un facchino?
C. Non è maraviglia, poiché egli uscito della Sapienza.
V. Bene avete detto; ma egli devea burlarsi, sebbene ne fece, e disse alcune altre in quello Studio non dissomiglianti a cotesta. Ma, per ritornare al segno, Messer Bartolommeo Riccio quasi nel principio del secondo dei tre dottissimi libri che egli con molta eleganza, e purità scrisse Latinamente dell'Imitazione, si duole a cielo che nelle città d'Italia si ragunino pubblicamente Accademie, e che d'ogni sorte uomini si ritruovino molti, i quali non cessino di tradurre le cose Latine nella lor lingua, e già essere venuta la cosa a tale, che molti volumi di Cicerone sieno stati volgarizzati; la qual cosa egli chiama grande, e nefaria sceleratezza.
C. I Latini non traducevano dal Greco?
V. Traducevano.
C. E Cicerone stesso non tradusse l'Orazioni di Demostene, e d'Eschine?
V. Tradusse; così volesse Dio che elle non fossero ite male; ma del tradurre favelleremo nello scrivere. Udite ora degli altri, i quali dannano, e detestano a più potere la lingua Italiana.
C. Io arei più caro che voi mi raccontaste di quei che la lodano, perché di quegli che la biasimano ne sono pieni i forni. Ma voi, il quale eravate de' maggioringhi dell'Accademia Infiammata di Padova, come soffriste Che Messer Giovambatista Goineo in quel suo paradosso Latino la conciasse sì male? E dicesse che ella non era lingua, se non da certi cortigianuzzi effemminati, e tutti cascanti di vezzi?
V. Appena era io de' minoringhi; poi cotesto non fu a mio tempo; oltraché quel paradosso fu composto da lui in villa, per ischifare, come dic'egli medesimo, il caldo; non recitato nell'Accademia: e anco non si debbe vietare a nessuno, né impedirlo che egli non componga o per esercitarsi, o per pubblicare il parer suo; è ben vero che coloro, i quali compongono, più che per altro, per fuggir mattana, in vece d'onore, e loda, ne riportano le più volte dalle più genti vergogna, e biasimo. E il torre a lodare, o biasimare alcuna cosa non è mica una buccia di porro, né impresa (come disse Dante) da pigliare a gabbo; ma egli non le fece quel male né che voi credete, né che egli arebbe potuto farle, volendo scrivere oratoriamente. Ma molto più largo campo arebbe avuto egli, e arà sempre, e molto più commendabile chiunche torrà a lodarla, per le cose infino a qui dette, e sì perché ella d'onestà, la quale è forse la maggiore, e certo la miglior parte che possa avere una lingua, si lascia dietro molto spazio non meno la Greca che la Latina. Considerate quello che fa Omero non dico dire, ma fare a Giove, Padre, e Re di tutti i loro Dii, con Giunone per impazienza di libidine.
C. Plutarco, Porfirio, e alcuni altri non pure lo scusano, ma il lodano ancora eziandio in coteste stesse sporcizie, dicendo che elle sono favole, sotto i velamenti delle quali con maraviglioso ingegno trovati si ricuoprono di grandissimi, e bellissimi, e utilissimi misterj.
V. Tutto credo; ma con tutto questo credere non mi può entrar nell'animo, non che capire nella mente, ciò essere ben fatto, e che meglio non fosse stato ritrovare con più degne favole meno disonesti velamenti. Pure dica ognuno, e creda quello che egli vuole, perché forse quei tempi, quella religione, e quelle usanze lo comportavano; il che i tempi nostri, la religion nostra, e le nostre usanze non fanno. Dante favellando dell'Italia disse una volta: Non donna di provincie, ma bordello. Della quale parola fu da molti, ed è ancora oggi, molto agramente biasimato, e severamente ripreso. Considerate ancora quante porcherie, e sporcherie dice Aristofane nelle sue commedie.
C. Quelle d'Aristofane sono commedie antiche, nelle quali dicono che erano concedute le disonestà.
V. Dicano quello che vogliono, io non mi arrecherò mai a credere di buon cuore che le disonestà siano concedute in luogo nessuno, e massimamente dicendo il proverbio che l'onestà si conviene, e sta bene infino, per non dire il vocabolo proprio, in Baldracca.
C. Voi volete dire in Baldacco, non in Baldracca.
V. Io vo' dire in Baldracca, non in Baldacco.
C. Il Petrarca disse pure Baldacco, e non Baldracca.
V. Voi m'avete bello, e chiarito; il Petrarca intese di Babilonia, e io intendo d'un'osteria, o piuttosto taverna, anzi bettola di Firenze, dove stavano già delle femmine di mondo in quel modo, che al Frascato. Giudicate ora voi che differenza è da un picciolo, e disonesto alberghetto a Babilonia.
C. Maggiore che da Giugno al Gennajo; ma guardate a non v'ingannare, perché io mi ricordo d'aver letto in uno scrittore moderno, del quale si fa grande stima, che Baldacco era un luogo disonesto, e disonorevole in Firenze, del quale anco il Petrarca faceva menzione nel Sonetto: L'avara Babilonia ha colmo il sacco.
V. Credete quello che vi piace. Baldracca era, ed è un'osteria in Firenze vicina alla piazza del grano, ma starà ben poco a non esser più, perché l'Eccellenza del nostro Duca, essendo ella quasi dirimpetto al suo palazzo, la vuol fare spianare, e murare in tutti quei contorni, edifizj, e casamenti, dove si ragunino i Magistrati.
C. Va poi, e fidati tu. Io conosco di mano in mano meglio, e più certamente che chi vuole intendere, non che dichiarare la lingua Fiorentina, e spezialmente in cose cotali, bisogna che sia o nato, o stato in Firenze, altramente fa di grandi scappucci; perché quanto sarebbe non solamente folle, ma fello sentimento, se si facesse dire al Petrarca, che la fede, o la sede Cristiana s'avesse un giorno a ridurre tutta quanta in Baldracca!
V. Lasciamo Baldacco, e Baldracca, che il Burchiello chiama Baldacca, se intese però di questa, e venghiamo a' poeti Latini, non agli eroici, perché Vergilio fu tanto casto, e vergognoso ne' costumi da natura, e nelle sue opere per giudizio, che egli per tutto era chiamato con voce Greca, come noi diremmo la donzella, ma agli altri, e spezialmente a quegli che poetarono d'amore. Tibullo, e Properzio sono tanto lascivi, quanto leggiadri. Ovvidio fu lascivissimo, e più sarebbe stato Gallo, se quelle Elegie che sotto il suo nome vanno attorno, fossero sue; il che io non credo, essendo egli suto non solo lodato, ma amato da Vergilio. Marziale in molti luoghi sembra piuttosto giocolare che poeta; dove la lingua nostra è tutta onesta, tutta buona, e tutta santa.
C. Io dubito che l'affezione vi trasporti. Io ho veduto delle Commedie più sporche, e più disoneste che quelle d'Aristofane; ho veduto de' Sonetti disonestissimi, e sporchissimi; ho veduto delle Stanze che si posson chiamare la sporchezza, e disonestà medesima, e se non altro quelle che l'uomo si vergogna a nominare pure il titolo, e però diremo della Meretrice errante; e la Priapea dell'Arsiccio quae pars est?
V. Voi mescolate le lance colle mannaje. Nella Priapea, che così la voglio chiamare, e non col suo nome proprio, si conosce almeno arte, e ingegno, e similmente nelle Stanze, delle quali io credo che voi vogliate intendere; le Commedie non mi piacciono più per cotesta disonestà loro, e perché pare che non abbiano altro intento che far ridere in qualunque modo ciò si facciano, che per altro. Ma notate, che io non niego che nella lingua Volgare non si possa scrivere, e non si sia scritto disonestamente; che io negherei la verità; ma niego che ciò possa farsi, o almeno si sia fatto in componimenti nobili, e che vadano per le mani, e per le bocche degli uomini onorati: e quando pure si potessono fare, o si facessero, si leggerebbono solamente di nascoso, e alla sfuggiasca, e non solo non sarebbono lodati dagli ingegni pellegrini, né accettati, ma scacciati, e ripresi, né troverebbero gran fatto nessuno, che nelle sue opere o per pruova, o per testimonianza gli allegasse, né ricevesse; dove nella lingua Latina Catullo, il quale fu non meno disonesto, e sporco in molte cose, che dotto, e eloquente, fu lodato, allegato, e ricevuto al pari di Vergilio, e forse più. E chi diavolo potrebbe leggere, o sentir leggere senza stomaco, e indegnazione il principio di quel tanto puro, e tanto impuro epigramma? Paedicabo ego vos, et irrumabo, Aureli patice, et cinaede Furi.
C. Certo; ma e' pare che voi non vi ricordiate che egli medesimo altrove si scusa, dicendo: Nam castum esse decet pium poetam Ipsum, versiculos nihil necesse est. E quell'altro disse pure per iscusarsi: Lasciva est nobis pagina, vita proba est. E Adriano Imperadore nell'epitaffio che egli fece, e pose in sul sepolcro d'un suo amico chiamato Voconio, disse: Lascivus versu, mente pudicus eras.
V. Io mene ricordo; e so d'avanzo che ogni cosa si può scusare, o orpellare chi la vuole, e ha l'arte oratoria; ma io mi ricordo, e so anco che altra cosa è il dire, e altra cosa è l'essere; e durerò fatica a credere che uno che sia disonesto nel dire sia pudico nel fare, perché, come si dice volgarmente, la botte getta del vino che ella ha. Ma intendete sanamente, che io non biasimo chi favella d'amore, ma chi disonestamente ne favella; anzi quanto ciascuno ha maggiore intelletto, e più nobile animo, tanto meglio lo conosce, e più castamente ne favella, o scrive, e più spesso. Togliete, se non volete Platone, che pure è da volerlo, Salamone, del quale scrisse Dante, che scrisse ogni cosa: Entro v'è l'alta luce, u sì profondo Saver fu messo, che se 'l vero è vero, A veder tanto non surse il secondo. E io per me credo, e credo questa volta di poter senza fare protestazione, che in una canzone sola di Dante, o almeno nelle tre sorelle di Petrarca, sieno più concetti d'amore, e più begli, e più casti che in tutti i poeti o Greci, o Latini: sebben so che Platone in Greco, e Quinto Catullo in Latino fecero di bellissimi epigrammi. Qual si può trovare più dolce cosa in tutta la lingua Romana che quello endecasillabo di Catullo, il quale comincia: Acmen Septimius suos amores Tenens in gremio, ec. E nondimeno, se lo paragonate con un sonetto o di dante, o del Petrarca, o d'altro poeta Toscano nobile, che favelli d'amore, vi parrà che questi ami Diana, e quegli sia innamorato di Venere; l'uno all'altro che le bellezze del corpo furiosamente non cerchi, l'altro solo quelle dell'animo santissimamente desideri. Ditemi, per vostra fe, se un poeta Toscano, essendosene ita la donna sua a diportarsene in villa, dicesse in un sonetto, o in una elegia, o per entrarle in grazia, o per mostrarle il fervente amore che le porta, dicesse, dico, come fece Tibullo: O ego sum quum dominam aspicerem, [quam fortiter illic Versarem valido pingue bidente solum; cioè: Oh come rivolgerei io fortemente la grassa terra, e in somma zapperei con una gagliarda marra in mano, quando io mirassi la donna, e signora mia; che vene parrebbe? Non sarebbe ella stomacosa, e goffa? Non giudicherebbe ognuno che il Serafino non ci fosse per nulla? E so bene, e almeno credo, che cotali concetti, così fattamente vestiti, sieno in quello idioma, non dico comportevoli, ma lodevolissimi; il che dimostra la differenza che è da questa lingua a quella. Dove trovate voi negli altri linguaggi concetti d'amore così fatti, e così detti, come sono questi? Allora insieme in men d'un palmo appare Visibilmente, quanto in questa vita Arte, ingegno, natura, e 'l ciel può fare. Dove questi altri? Al tuo partir partì del mondo amore, E cortesia, e 'l Sol cadde dal cielo, E dolce incominciò farsi la morte. Ma egli bisognerebbe che io vi recitassi tutto il Petrarca, se volessi tutte le leggiadrie, e bellezze sue raccontervi; dal quale, tuttoché non ragioni mai d'altro che d'amore, può la più leggiadra, e la più casta donna che mai fosse, non solo leggerlo, ma apparare in leggendolo nuova castità, e nuova leggiadria. Di Dante non dico cosa nessuna, perché io ho per fermo che la grandezza sua non si possa, non che dire con parole, immaginare colla mente. E vi potrei allegare infiniti luoghi, non solamente nella commedia, la quale è un oceano di tutte le maraviglie, ma ancora nell'altre poesie sue, i quali lo rendono degnissimo di tutte le lodi, e di tutte le ammirazioni che a grandissimo, e perfetto poeta si convengono. Ma non voglio dirvi altro, se non che l'Inferno solo e da per se, è atto a fare chiunche lo legge, e intende, uomo buono, e virtuoso; pensate qual è, e quello che possa, o debba fare il Paradiso.
C. Non vi affaticate più, che io ne resto capacissimo. Disidero bene, per battere il ferro mentre che egli è caldo, che voi mi riduciate a brevità, e come in un sommario, tutta la principal sostanza delle cose dette da voi in questo quesito.
V. Io ho considerato nelle tre lingue, oltra le cose che voi mi proponeste, ricchezza, bellezza, e dolcezza, tre altre di più, delle quali mi domandaste incidentemente, e per un vie va; e ciò sono nobiltà, la quale consiste nella copia degli scrittori famosi, gravità, e onestà, e conchiuso che la lingua Volgare, paragonata alla Greca, e alla Latina, è più bella, più dolce, più grave, e più onesta di ciascuna di loro, ma che quanto alla ricchezza ella cede alla Greca, e contende colla Latina, e quanto alla nobiltà ella cede ad amendue, ma più alla Greca. Che ella sia più grave, e più onesta, io lo metto per fatto, né penso che alcuno o possa, o debba dubitarne, perché dove è l'onestà, rade volte è che non vi sia gravità. Che ella sia più bella, io lo provo, perché la Greca, e la Latina si servono principalmente del numero, e dell'armonia in conseguenza, dove la Volgare all'opposto si serve principalmente dell'armonia, e in conseguenza del numero. Che ella sia più dolce, nasce da tre cose, dalle lettere, dagli accenti, e ne' poeti dalla rima. Dalle lettere, perché, oltraché tutte le sue dizioni terminano in vocali, ella ha anco le consonanti più dolci, o in maniera le pone che elle rendono più dolce il suono, non accozzando mai due mute diverse. Considerate, quanto è più dolce il pronunziare pronto, che prompto, santo, che sancto, e infinite altre; e dall'altro lato raddoppia spessissime volte le consonanti, il che fuggiva la Latina; servesi della d, lettera dolcissima, in assai luoghi; mette poche volte la l in mezzo delle mute, e delle vocali, usa frequentemente la u, e la i liquide; cose che rendono tutte dolcezza; senzaché ella, come ha più elementi, così ha ancora più lettere da sprimergli, e conseguentemente più suoni, come appare nel s sibiloso, come in rosa fiore, e in Cosa nome proprio di femmina, il quale s, se pur non è, come io credo, ha grandissima somiglianza col _ Greco, come appare ancora nell'una delle nostre z chiamata dolce, come zanzara, cioè culex Latinamente, a differenza del z aspro, come zazzera, cioè coma, i quali due zeti hanno ancora gli Ebrei, e gli chiamano Zain, e Zari, l'alfabeto de' quali è veramente divino, e il nostro ha, se non parentela, grande amistà con ello, come in un trattato che io feci già delle lettere, e alfabeto Toscano potrete vedere. Né voglio lasciare di dire che come i Greci aveano l'omega, cioè l'o grande, o lungo, come in torre verbo, e l'omicron, cioè l'o picciolo, e breve, come in torre nome, e come aveano due e, l'una chiamata eta, la quale era lunga, e noi chiamiamo aperta, ovvero larga, come in mele liquore delle pecchie, e l'altra essilon, cioè tenue, ovvero breve, che noi chiamiamo e chiuso, ovvero stretto, così aveano ancora i Latini; ma perché essi non assegnarono loro proprie figure, e caratteri, come fecero i Greci, e gli Ebrei, si sono perduti, conciossiacosaché nessuna parola Latina si pronunzia oggi, se non per o aperto, ed e largo. Dagli accenti, perché infinite dizioni Toscane o intere, o raccorciate forniscono coll'accento acuto, la qual cosa non fanno mai le Latine, se non se nelle monosillabe; oltraché i Latini ponevano l'accento acuto, il quale è quello che solo si segna, o in sull'ultima sillaba, o in sulla penultima, o in sull'antepenultima, e non mai altrove; dove i Toscani, il che è cosa più naturale, lo pongono e in sulla quarta, e in sulla quinta, e in sulla sesta sillaba, come l'esempio del Boccaccio allegato dal Bembo, portandosenela il lupo, e talvolta in sulla settima, e ancora in sull'ottava, per l'esempio addotto da Messer Claudio, il quale io per me non comprendo, né 'l so direttamente profferire, favolanosicenegliene, nel quale, se si conta quella sillaba a cui egli è sopra, come s'è fatto infin qui, sarebbe l'accento in sulla nona. Dalle rime, perché, oltra il numero, e l'armonia de' versi, s'aggiugne il numero, e l'armonia delle rime, la qual dolcezza passa tutte l'altre dolcezze. Da ciascuna di queste cose, o da tutte insieme, nascono tutte le conclusioni che io ho fatte; onde si può agevolmente cavare che la lingua Fiorentina ha tutto quello che possono disiderare gli uomini, i quali altro disiderare non possono che o l'utile, o il piacere, o l'onesto. Il piacere le viene dalla numerosità, cioè dall'armonia, e dal numero, oltra la dolcezza delle parole, e delle rime. L'onesto, e l'utile le vengono da una cosa medesima, cioè dall'onestà, conciossiacosaché appresso i Mongoli, onesto, e utile si convertono, perciocché come niuna cosa è utile, la quale ancora onesta non sia, così nulla cosa è onesta la quale ancora non sia utile; e se nella nostra lingua si trasportassero le scienze, come si potrebbe, ella pareggiarebbe tutte l'altre, e forse avanzerebbe di nobiltà, sì perché le cose si vanno sempre raffinendo, come diceva Cicerone de' Romani, e sì perché alla filosofia Greca s'aggiugnerebbe quella degli Arabi, i quali furono dottissimi, e quella de' Latini moderni, i quali quanto sono barbari, e confusi nelle parole, tanto sono ingegnosi e sottili nelle cose, e nel medesimo tempo verrebbe a divenire ricchissima, e conseguentemente a superare ancora in questo la Greca.
C. Messer Claudio nel suo Cesano afferma che la lingua Toscana sia oggi non dico più ricca solamente, ma viepiù ricca della Greca, e della Latina; ascoltate le sue parole: Che più ne' tempi nostri, de' quali noi ora parliamo, e ne' quali si cerca se la Toscana lingua ha eccellenza alcuna, ne' tempi nostri, dico, viepiù ricca è di vocaboli questa, che o la Latina, o la Greca.
V. Messer Claudio, per quanto stimo, dovea mescolare la lingua nobile coll'ignobile, e intendere di tutti i vocaboli quali o s'usano, o si possono usare, in tutte le maniere di tutti i componimenti; nel qual caso io vi dissi di sopra che la Greca non sarebbe atta a scalzare la Volgare, ma molto meno la Latina.
C. Se io mi ricordo bene, voi non diceste scalzare, ma portarle dietro i libri, e esserle fattorina: le quali parole io intesi più per discrezione, come fo anco questa; e non vi potrei dire, quanto mi diletta d' intendere cotali metafore Fiorentine; ma arei caro le mi dichiaraste qualche volta, perché io n'ho passate più d'una a guazzo senza intenderle; se già non fate ciò studiosamente, e a bella posta; per non esser inteso da quei che non Fiorentini vi volessero riprendere.
V. Io lo fo bene in pruova, e a sommo studio, non già per sospezione che abbia di dover esser ripreso o da' Fiorentini, o da altri: che se ciò fosse, nol farei, potendo essere per avventura non meno in questa che in molte altre cose ripigliato; ma per compiacere a voi, e anco per mostrarvi che il rimescolarsi colla plebe di Firenze, se non è necessario, non è disutile a coloro che cercano o favellare, o intendere chi favella puramente Fiorentino: perché quanto allo scrivere ne parlerò nel luogo suo; onde se non avete in questa materia che dirmi altro; proponetemi un nuovo quesito.
C. Egli m'è rimaso un dubbio solo.
V. Mene pare andar bene; che volentieri arei fatto il patto a diece; ma quale è questo dubbio?
C. Voi non avete mai fatto parola nessuna della brevità, e io pur crederrei che quanto una lingua fosse più breve, tanto fosse ancora più commendabile.
V. Io non ne ho fatto menzione, perché non mi ricordo che Aristotile né nella Rettorica, né nella Poetica, dove egli dichiarò diligentissimamente le virtù del parlare, ne dicesse mai cosa nessuna; e Platone n'ammaestra che della lunghezza del dire nessun conto tenere si dee, ma solo delle cose che si dicono. E nel vero se le cose che si dicono, sono fruttuose, e profittevoli, ogni lunghezza dee parer breve, e se il contrario, ogni brevità dee essere riputata lunga.
C. Non è egli più breve una lingua che sprime i concetti con meno parole, che un'altra?
V. Senza dubbio; e Messer Claudio afferma che la Romana è più breve della Greca, e che la Greca, e la Toscana, quanto a lunghezza, e brevità, vanno a un giogo.
C. Qual cagione n'arreca egli?
V. Perché quelle particelle che alcuni chiamano puntelli, o sostegni, e altri ripieni, e noi chiameremo proprietà, e ornamenti di lingue, si ritrovano in minor numero nella Romana.
C. Di quali particelle, e ornamenti intendete voi?
V. Come. in Greco µ__, _, __, ec. in Latino nempe, quidem, etc. in Toscano egli, e nel vero, e altri cotali.
C. Siete voi d'accordo in questo con esso seco?
V. Io discordo mal volentieri da lui, perché nel vero egli fu uomo buono, e ingegnosissimo, e uno de' primi padri, e maestri principali della lingua.
C. Io intendo pure che nelle sue scritture, e spezialmente nelle Lettere, sono delle locuzioni barbare, e delle cose contra le regole.
V. È vero; ma crediate a me, il quale ne parlai più volte con esso lui, che alcune vene sono, non perché egli non le sapesse (e che non sapeva egli nella lingua Toscana?) ma perché credeva, o voleva credere, che così stessero, e dovessero stare, parte favoreggiando alla sua favella natía, e parte vezzeggiando la sua autorità, la quale era (e non senza ragione) grandissima, e alcune più per iscorrezione della stampa che per altro; e io per me credo quello che molti affermano, che il saper troppo d'alcuna cosa, cioè l'andarla più sottilizzando che non si conviene, si debba riputare le più volte vizio. Comunque si sia, io credo che la lingua Greca sia più breve della Latina, e la Latina men lunga della Toscana, perché quei ripieni, e ornamenti non sono quelli che facciano principalmente la brevità, o la lunghezza delle lingue, ma i nomi, e i verbi, quando son pieni, e quasi pregni di sentimenti. Sprimono i Greci molte volte con una parola sola quello che i Latini né con due, né con tre, e talvolta con quattro sprimere non possono, e il medesimo dico avvenire de i Latini verso i Toscani; non che i Toscani non abbiano anch'essi alcuni nomi, e verbi che i Latini, né forse i Greci potrebbono altramente sprimere che con più parole, ma le regole dagli universali, e non da' particolari, cavare si deono.
C. Non si vede egli che coloro i quali traducono versi o Greci, o Latini, crescono ordinariamente almeno il terzo, facendo d'ogni due versi tre?
V. Sì; ma qui si potrebbe rispondere che i nostri versi sono d'undici sillabe, o al più dodici, e i loro di diciassette, e talvolta diciotto; che è quasi proporzione tripla; ma sia come si vuole, che chi traduce così dal Greco, come dal Latino o prose, o versi, cresce o poco più, o poco meno che il terzo, il che dimostra la sperienza, la quale vince tutte l'altre pruove insieme.
C. Voi avete detto che Platone non si cura della lunghezza, dove le cose delle quali si ragioni, portino il pregio; e pur la brevità è lodata sì grandemente in Salustio.
V. Questa non è la brevità delle lingue, ma quella degli scrittori, la qual'è un'altra maniera, perciocché in una lingua stessa sono alcuni che scrivono brevissimamente, e alcuni con lunghezza.
C. Qual credete voi che sia migliore negli scrittori d'una medesima lingua, l'esser breve, o l'esser prolisso?
V. La brevità genera il più delle volte oscurezza, e la lunghezza fastidio; ma perché la prima, e principal virtù del parlare è la chiarezza, par che n'apporti men danno l'esser fastidioso che oscuro, e perciò disse Quintiliano che la brevità che in Salustio si loda, altrove sarebbe vizio, e Cicerone, che la brevità si può in alcuna parte lodare, ma non in tutto, e universalmente no. Ma vi conviene avvertire che altro è non dire le cose soverchie, e altro il tacere le necessarie. La buona, e vera brevità consiste non in dir meno, ma in non dir più di quello che bisogna, e a ogni modo è, se non maggior bene, minor male pendere in questo caso anzi nel troppo che nel poco, acciò avanzi piuttosto alcuna cosa, che ne manchi nessuna. Chi dice più di quello che bisogna, arreca per avventura fastidio ad altri; ma chi tace quello che tacere non dee, apporta danno a se stesso. E per conchiudere, come in tutte l'altre virtù, così in questa si dee eleggere il mezzo, cioè narrare tutto quello che è necessario, e quello il quale è soverchio, tacere; ma dovendosi peccare in una di queste due cose, è men dannoso peccare nella lunghezza; non intendendo però di quella Asiana, ovvero Asiatica fastidiosa, della quale fu ripreso Galeno; ma di quella di Cicerone, al quale non si poteva aggiugnere cosa nessuna, come a Demostene cosa nessuna levare si poteva. E brevemente, come i giganti non si possono chiamare troppo grandi, così i pigmei troppo piccioli appellare non si deono.


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Ultimo Aggiornamento:
14/07/2005 23.50

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