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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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L’Ercolano

di: Benedetto Varchi


C. A me non sovviene che dimandarvi più oltra in questa diffinizione, laonde passeremo al secondo quesito.
A che si conoscano le lingue
 Quesito secondo

V. Le lingue si conoscono da due cose, dal favellarle, e dall'intenderle.
C. Dichiaratevi alquanto meglio.
V. Delle lingue alcune sono, le quali noi intendiamo, e favelliamo; alcune, per lo contrario, le quali noi né favelliamo, né intendiamo; e alcune, le quali noi intendiamo bene, se non tutte, la maggior parte, ma non già le favelliamo: perché trovare una lingua la quale noi favelliamo, e non intendiamo, non si può.
C. Tutto mi piace, ma voi non fate menzione de' caratteri, cioè delle lettere, ovvero figure, chiamate da alcuni note, colle quali lingue si scrivono? Non sono anco queste lettere necessarie, e fanno differenza tra una lingua, e un'altra?
V. Messer no.
C. Come, Messer no? se una lingua si scrive con diversi caratteri da quelli d'un'altra lingua, non è ella differente da quella?
V. Signor no.
C. Se voi non dite altro che, Messer no, e, Signor no, io mi rimarrò nella mia credenza di prima.
V. Lo scrivere non è della sostanza delle lingue, ma cosa accidentale, perché la propria, e vera natura delle lingue è, che si favellino, e non che si scrivano, e qualunche lingua si favellasse, ancoraché non si scrivesse, sarebbe lingua a ogni modo, e, se fosse altramente, lingue inarticolate non sarebbono lingue, come elle sono. Lo scrivere fu trovato non dalla natura, ma dall'arte, non per necessità, ma per comodità, conciossiacosaché favellare non si può, se non a coloro, che sono presenti, e nel tempo presente solamente, dove lo scrivere si distende e a' lontani, e nel tempo avvenire, e anco a un sordo si può utilmente scrivere, ma non già favellare, dico de' sordi non da natura, ma per accidente; e se le lettere fossero necessarie, la diffinizione della lingua approvata di sopra da voi, sarebbe manchevole, e imperfetta, e conseguentemente non buona, e ne seguirebbe, che così lo scrivere fosse naturale all'uomo, come è il parlare; la qual cosa è falsissima.
C. Il Castelvetro dice pure nella divisione, che egli fa delle lingue, che le maniere di lingua straniera sono due, una naturale, e l'altra artifiziale, e che la naturale è di due maniere, una delle quali ha i corpi insieme, e gli accidenti de' vocaboli della favella propria, e usitata d'un popolo differente da quei della nostra, ma l'altra ha gli accidenti soli. E poco di sotto dichiarando sé medesimo, intende per corpi le vocali, e le consonanti; ma di che ridete voi? forse perché questa divisione è di sua testa?
V. Cotesto mi darebbe poca noja, anzi maggiormente ne 'l loderei, né io mi vergognerò di confessarvi l'ignoranza mia: sappiate, ch'io con tutte quelle sue dichiarazioni durai delle fatiche a poterla intendere, e anco non son ben chiaro, se io l'intendo, anzi son chiarissimo di non intenderla, perché le cose false non sono, e le cose che non sono, non si possono intendere.
C. Perché?
V. Perché quello, che è nulla, non è niente, e quello, che è niente non potendo produrre immagine alcuna di sé, non può capirsi.
C. Dunque voi tenete quella divisione falsa?
V. Non meno che confusa, e sofistica, e fatta solo (intendete sempre con quella protestazione che io vi feci di sopra) per aggirare il cervello altrui, e massimamente a coloro, i quali non sanno più là, come per avventura sono io, e per potere schifare le ragioni, e l'autorità allegategli incontra da Messer Annibale; perché, oltra l'altre cose fuori d'ogni ragione, e verità che al suo luogo si mostrerranno, egli vuole che la maggior differenza che possa essere tra una lingua, e un'altra, sia quella de' corpi, cioè delle lettere, come se le lettere, cioè gli alfabeti, fossero della natura, e sostanza delle lingue; la qual cosa è tanto lontana dal vero, quanto quelle che ne sono lontanissime: e sappiate che io ho molte volte dubitato che la risposta fatta da lui contra l'Apologia del Caro, non sia fatta da burla, e per vedere quello che gli uomini ne dicevano; e se io non dico da vero, pensate voi di me quello che io penso di lui. Ditemi (vi prego), se un Fiorentino, o di qualunche altra nazione si vestisse da Turco, o alla Franzese, sarebbe egli per questo o Franzese, o Turco?
C. No, ma si rimarrebbe Fiorentino.
V. Così una lingua scritta con quali caratteri, o alfabeti si voglia, si rimane nella sua natura propria: e chi non sa, che come ciascuna lingua si può scrivere ordinariamente con tutti gli alfabeti di tutte le lingue, così con uno alfabeto solo di qualsivoglia lingua si possono scrivere tutte l'altre? Ho detto ordinariamente, perché non tutte le lingue hanno tutti i suoni; chiamo suoni quelli, che i Latini chiamavano propriamente elementi, perché come la lingua Latina oltra alcuni altri, non aveva questi suoni, ovvero elementi, che avemo noi gua, gue, gui, guo, guu, così la Greca, oltra alcuni altri, mancava di questi, qua, que, qui, quo, quu; onde erano costretti, volendogli sprimere, o servirsi delle lettere dell'altrui lingue, o volendogli pure scrivere con quelle della loro, ridurgli, il meglio che potevano, e adattargli i Latini alla Latina, e i Greci alla Greca, e naturale pronunzia loro.
C. Non si conoscono ancora le lingue agli accenti, cioè al suono della voce, e al modo del profferirle?
V. Io vi dissi pur testé, allegandovi l'esempio di Teofrasto, che le pronunzie mostrano la differenza, che è tra coloro, che favellano naturalmente le lor lingue natie, e coloro, che favellano l'altrui accidentalmente; ma per questo non è, che una medesima lingua eziandio da coloro che vi sono nati dentro, non si possa diversamente profferire; come avverrebbe a chi fosse stato lungo tempo dalla sua patria lontano, delle quali cose (come vi dissi) non si posson dar regole stabili, e ferme.


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Ultimo Aggiornamento:
13/07/2005 23.31

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