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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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Oreste

Di: Vittorio Alfieri

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ATTO SECONDO

 

 

SCENA PRIMA

Oreste, Pilade.

 

ORESTE

Pilade, sí; questa è mia reggia. - Oh gioja!

Pilade amato, abbracciami: pur sorge,

pur sorge il dí, ch'io ristorar ti possa

de' lunghi tuoi per me sofferti affanni.

PILADE

Amami, Oreste; i miei consigli ascolta;

questo è il ristoro, ch'io per me ti chieggo.

ORESTE

Al fin, siam giunti. - Agamennón qui cadde

svenato; e regna Egisto qui! - Mi stanno

in mente ancor, bench'io fanciul partissi,

queste mie soglie. Il giusto cielo in tempo

mi vi rimena. - Oggi ha due lustri appunto,

era la orribil notte sanguinosa,

in cui mio padre a tradimento ucciso

fea rintronar di dolorose grida

tutta intorno la reggia. Oh! ben sovviemmi:

Elettra a fretta, per quest'atrio stesso

lá mi portava, ove pietoso in braccio

prendeami Strofio, assai men tuo, che mio

padre in appresso. Ed ei mi trafugava

per quella porta piú segreta, tutto

tremante: e dietro mi correa sull'aure

lungo un rimbombo di voci di pianto,

che mi fean pianger, tremare, ululare,

e il perché non sapea: Strofio piangente

con la sua man vietando iva i miei stridi;

e mi abbracciava, e mi rigava il volto

d'amaro pianto; e alla romita spiaggia,

dove or ora approdammo, ei col suo incarco

giungea frattanto, e disciogliea felice

le vele al vento. - Adulto io torno, adulto

al fin; di speme, di coraggio, d'ira

torno ripieno, e di vendetta, donde

fanciullo inerme lagrimando io mossi.

PILADE

Qui regna Egisto, e ad alta voce parli

qui di vendetta? Incauto, a cotant'opra

tal principio dai tu? Vedi; giá albeggia;

e s'anco eterne qui durasser l'ombre,

mura di reggia son; sommesso parla:

ogni parete un delator nel seno

nasconder può. Deh! non perdiamo or frutto

dei voti tanti, e dell'errar sí lungo,

che a questi lidi al fin ci tragge a stento.

ORESTE

O sacri liti, è ver, parea che ignota

forza da voi ci respingesse: avversi,

da che l'ancore sciolto abbiam di Crissa,

i venti sempre, la natal mia terra

parean vietarmi. A mille a mille insorti

nuovi ostacoli ognor, perigli nuovi,

mi fean tremar, che il dí mai non giungesse

di porre in Argo il piè. Ma giunto è il giorno;

in Argo sto. - S'ogni periglio ho vinto,

Pilade egregio, all'amistá tua forte,

a te lo ascrivo. Anzi ch'io qui venissi

vendicator di sí feroce oltraggio,

forse a prova non dubbia il ciel volea

porre in me l'ardimento, in te la fede.

PILADE

Ardir? ne hai troppo. Oh! quante volte e quante

tremai per te! Presto a divider teco

ogni vicenda io sono, il sai; ma pensa,

che nulla è fatto, a quanto imprender resta.

Finor giungemmo, e nulla piú. Dei molti

mezzi a tant'opra, ora conviensi ad uno,

al migliore, attenerci; e fermar quale

scerrem pretesto, e di qual nome velo

faremo al venir nostro: a tanta mole

convien dar base.

ORESTE

La giustizia eterna

fia l'alta base. A me dovuto è il sangue,

ond'io vengo assetato. - Il miglior mezzo?

Eccolo; il brando.

PILADE

Oh giovenil bollore!

Sete di sangue? altri pur l'ha del tuo;

ma brandi ha mille.

ORESTE

Ad avvilir costui,

per sé giá vile, il sol mio nome or basta;

troppo è il mio nome. E di qual ferro usbergo,

qual scudo avrá, ch'io nol trapassi, Egisto?

PILADE

Scudo egli ha forte, impenetrabil, fero,

la innata sua viltade. A sé dintorno

in copia avrá satelliti: tremante,

ma salvo, ei stassi in mezzo a lor...

ORESTE

Nomarmi,

ed ogni vil disperdere, fia un punto.

PILADE

Nomarti, ed esser trucidato, è un punto:

e di qual morte! Anco i satelliti hanno

lor fede, e ardire: han dal tiranno l'esca;

né spento il vonno, ove nol spengan essi.

ORESTE

Il popol dunque a favor mio...

PILADE

Che speri?

che in cor di serva plebe odio od amore

possa eternarsi mai? Dai lunghi ceppi

guasta avvilita, or l'un tiranno vede

cadere, or sorger l'altro; e nullo n'ama,

e a tutti serve; ed un Atride obblia,

e d'un Egisto trema.

ORESTE

Ah! vero parli...

Ma non ti sta, come a me sta, su gli occhi

un padre ucciso, sanguinoso, inulto,

che anela, e chiede, e attende, e vuol vendetta.

PILADE

Quindi a disporla io piú son atto. - M'odi.

Qui siam del tutto ignoti; è in noi sembianza

di stranieri: d'ogni uomo e l'opre e i passi,

sia vaghezza o timor, spiar son usi

gl'inquieti tiranni. Il sol giá spunta;

visti appena, trarranci a Egisto innanzi:

dirgli...

ORESTE

Ferir; centuplicare i colpi

dobbiam nell'empio; e nulla dirgli.

PILADE

A morte

certa venisti, od a vendetta certa?

ORESTE

Purché sian certe entrambe; uccider prima,

e morir poscia.

PILADE

Oreste, or sí ten prego,

per l'amistá, pel trucidato padre,

taci: poche ore al senno mio tu dona;

al tuo furor l'altre darò: con l'arte,

pria che col ferro, la viltá si assale.

Messi del padre mio ne creda Egisto,

e di tua morte apportatori in Argo.

ORESTE

Mentir mio nome? ad un Egisto? io?

PILADE

Dei

tacerti tu, nulla mentire; io parlo:

è tutto mio l'inganno: a tal novella

udrem che dica Egisto: intanto chiaro

ne fia il destin d'Elettra.

ORESTE

Elettra! Ah! temo

che in vita piú non sia. Di lei non ebbi

mai piú novella io, mai. Sangue d'Atride,

certo, costui nol risparmiò.

PILADE

La madre

forse salvolla: e se ciò fosse, pensa

che del tiranno ella sta in man; che puote

esser sua morte il sol nomarla noi.

Sai, che in tutt'altro aspetto in Argo trarti

Strofio ei stesso potea con gente ed arme;

ma guerra aperta, anco felice, il regno,

e nulla piú, ti dava: intanto il vile

traditor ti sfuggiva; e alla sua rabbia,

(se giá svenata ei non l'avea) restava

Elettra; la sua amata unica suora;

quella, cui dei l'aure che spiri. Or vedi,

se vuolsi ir cauti: alto disegno è il tuo;

piú che di regno assai: deh! tu primiero

nol rompere. Chi sa? pentita forse

la madre tua...

ORESTE

Di lei, deh, non parlarmi.

PILADE

Di lei, né d'altri. - Or non ti chieggo io nulla,

che d'ascoltar mio senno. Il ciel, che vuolmi

a te compagno, avverso avrai, se il nieghi.

ORESTE

Fuorché il ferir, tutto a te cedo; io 'l giuro.

Vedrò del padre l'uccisore in volto,

vedrollo, e il brando io tratterrò: sia questo

di mia virtude il primo sforzo, o padre,

che a te consacro.

PILADE

Taci; udir mi parve

lieve rumore... Oh! vedi? in bruno ammanto

esce una donna della reggia. Or vieni

meco in disparte.

ORESTE

Ella ver noi si avanza.

 

SCENA SECONDA

Elettra, Oreste, Pilade.

 

ELETTRA

Lungi una volta è per brev'ora Egisto;

libera andar posso ad offrir... Che veggio?

Due, che all'abito, al volto io non ravviso...

Osservan me; paion stranieri.

ORESTE

Udisti?

Nomato ha Egisto.

PILADE

Ah! taci.

ELETTRA

O voi, stranieri

(tali v'estimo) dite; a queste mura

che vi guida?

PILADE

Parlar me lascia; statti. –

Stranieri, è ver, siam noi; d'alta novella

qui ne veniamo apportatori.

ELETTRA

A Egisto

voi la recate?

PILADE

Sí.

ELETTRA

Qual mai novella?...

Dunque i passi inoltrate. Egisto è lungi:

infin ch'ei torni, entro la reggia starvi

potrete ad aspettarlo.

PILADE

E il tornar suo?...

ELETTRA

Sará dentr'oggi, infra poch'ore. A voi

grazie, onori, mercé, qual vi si debbe,

dará, se grata è la novella.

PILADE

Grata

Egisto avralla, benché assai pur sia

per se stessa funesta.

ELETTRA

Il cor mi balza. –

Funesta?... È tale, ch'io saper la possa?

PILADE

Deh! perdona. Tu in ver donna mi sembri

d'alto affare: ma pur, debito parmi,

che il re n'oda primiero... Al parlar mio

turbar ti veggio?... e che? potria spettarti

nuova recata di lontana terra?

ELETTRA

Spettarmi?... no... Ma, di qual terra sete?

PILADE

Greci pur noi: di Creta ora sciogliemmo. –

Ma in te, piú che alle vesti, agli atti, al volto,

ai detti io l'orme d'alto duol ravviso.

Chieder poss'io?...

ELETTRA

Che parli?... in me? - Tu sai,

che lievemente la pietá si desta

in cor di donna. Ogni non fausta nuova,

benché non mia, mi affligge: ora saperla

vorrei; ma udita, mi dorrebbe poscia.

Umano core!

PILADE

Ardito troppo io forse

sarei, se a te il tuo nome?...

ELETTRA

A voi l'udirlo

giovar non puote; e al mio dolor sollievo

(poiché dolor tu vedi in me) per certo

non fora il dirlo. - È ver, che d'Argo fuori...

spettarmi forse... alcuna cura,... alcuno

pensiero ancor potria. - Ma no: ben veggio

che a me non spetta il venir vostro in nulla.

Involontario un moto è in me, qualora

straniero approda a questi liti, il core

sentirmi incerto infra timore e brama

agitato ondeggiare. - Anch'io conosco

che a me svelar l'alta ragion non dessi

del venir vostro. Entrate: i passi miei

proseguirò ver quella tomba.

ORESTE

Tomba!

quale? dove? di chi?

ELETTRA

Non vedi? a destra?

d'Agamennón la tomba.

ORESTE

Oh vista!

ELETTRA

E fremi

a cotal vista tu? Fama pur anco

dunque a voi giunse della orribil morte,

che in Argo egli ebbe?

PILADE

Ove non giunse?

ORESTE

O sacra

tomba del re dei re, vittima aspetti?

L'avrai.

ELETTRA

Che dice?

PILADE

Io non l'intesi.

ELETTRA

Ei parla

di vittima? perché? Sacra d'Atride

gli è la memoria?

PILADE

... Orbato egli è del padre,

da non gran tempo: ogni lugúbre aspetto

quindi nel cor gli rinnovella il duolo;

spesso ei vaneggia. - In te rientra. - Ahi folle!

in te fidar doveva io mai?

ELETTRA

Gli sguardi

fissi ei tien sulla tomba, immoti, ardenti;

e terribile in atto... - O tu, chi sei,

che generoso ardisci?...

ORESTE

A me la cura

lasciane, a me.

PILADE

Giá piú non t'ode. O donna,

scusa i trasporti insani: ai detti suoi

non badar punto: è fuor di sé. - Scoprirti

vuoi dunque a forza?

ORESTE

Immergerò il mio brando

nel traditor tante fiate e tante,

quante versasti dalla orribil piaga

stille di sangue.

ELETTRA

Ei non vaneggia. Un padre...

ORESTE

Sí, mi fu tolto un padre. Oh rabbia! E inulto

rimane ancora?

ELETTRA

E chi sarai tu dunque,

se Oreste non sei tu?

PILADE

Che ascolto?

ORESTE

Oreste!

Chi, chi mi appella?

PILADE

Or sei perduto.

ELETTRA

Elettra

ti appella; Elettra io son, che al sen ti stringo

fra le mie braccia...

ORESTE

Ove son io? Che dissi?...

Pilade oimè!...

ELETTRA

Pilade, Oreste, entrambi

sgombrate ogni timor; non mento il nome.

Al tuo furor, te riconobbi, Oreste;

al duolo, al pianto, all'amor mio, conosci

Elettra tu.

ORESTE

Sorella; oh ciel!... tu vivi?

tu vivi? ed io t'abbraccio?

ELETTRA

Oh giorno!...

ORESTE

Al petto

te dunque io stringo? Oh inesplicabil gioja! –

Oh fera vista! la paterna tomba?...

ELETTRA

Deh! ti acqueta per ora.

PILADE

Elettra, oh quanto

sospirai di conoscerti! tu salvo

Oreste m'hai, che di me stesso è parte;

pensa s'io t'amo.

ELETTRA

E tu cresciuto l'hai;

fratel secondo a me tu sei.

PILADE

Deh! meco

dunque i tuoi preghi unisci; ah! meco imprendi

a rattener di questo ardente spirto

i ciechi moti. Oreste, a duro passo

vuoi tu ridurci a forza? ad ogni istante

vuoi, ch'io tremi per te? Finora in salvo

qui ci han scorti pietate, amor, vendetta;

ma, se cosí prosiegui...

ORESTE

È ver; perdona,

Pilade amato;... io fuor di me... Che vuoi?...

Qual senno mai regger potea?... Quai moti,

a una tal vista inaspettata!... - Io 'l vidi,

sí, con questi occhi io 'l vidi. Ergea la testa

dal negro avello: il rabbuffato crine

dal viso si togliea con mani scarne;

e sulle guance livide di morte

il pianto, e il sangue ancor rappreso stava.

Né il vidi sol; che per gli orecchi al core

flebil mi giunse, e spaventevol voce,

che in mente ancor mi suona. «O figlio imbelle,

che piú indugi a ferire? adulto sei,

il ferro hai cinto, e l'uccisor mio vive?»

Oh rampogna!... Ei cadrá per me svenato

sulla tua tomba; dell'iniquo sangue

non serberá dentro a sue vene stilla:

tu il berai tutto, ombra assetata; e tosto.

ELETTRA

Deh! l'ire affrena. Anch'io spesso rimiro

l'ombra del padre squallida affacciarsi

a quei gelidi marmi; eppur mi taccio.

Vedrai le impronte del sangue paterno

ad ogni passo in questa reggia; e forza

ti fia mirarle con asciutto ciglio,

finché con nuovo sangue non l'hai tolte.

ORESTE

Elettra, oh quanto, piú che il dir, mi fora

grato l'oprar! Ma, fin che il dí ne giunga,

starommi io dunque. Intanto, a pianger nati,

insieme almen piangerem noi. Fia vero

ciò ch'io piú non sperava? entro al tuo seno,

d'amor, d'ira, e di duol, lagrime io verso?

Non seppi io mai di te piú nulla: spenta

ti credea dal tiranno: a vendicarti,

piú che a stringerti al sen, presto veniva.

ELETTRA

Vivo, e ti abbraccio; e il primo giorno è questo,

che il viver non mi duole. Il rio furore

del crudo Egisto, che fremea piú sempre

di non poter farti svenar, mi fea

certa del viver tuo: ma, quando udissi,

che tu di Strofio l'ospitale albergo

lasciato avevi, oh qual tremore!...

PILADE

Ad arte

sparse il padre tal grido, affin che in salvo

dalle insidie d'Egisto, ei rimanesse

cosí vieppiú sicuro. Io mai pertanto,

mai nol lasciai, né il lascierò.

ORESTE

Sol morte

partir ci può.

PILADE

Né lo potria pur morte.

ELETTRA

Oh, senza esempio al mondo, unico amico! –

Ma, dite intanto: al sospettoso, al crudo

tiranno, or come appresentarvi innanzi?

Celarvi qui, giá nol potreste.

PILADE

A lui

mostrar vogliamci apportator mentiti

della morte d'Oreste.

ORESTE

È vile il mezzo.

ELETTRA

Men vil, ch'Egisto. Altro miglior, piú certo,

non havvi, no: ben pensi. Ove introdotti

siate a costui, pensier fia mio, del tutto,

il darvi e loco, e modo, e tempo, ed armi

per trucidarlo. Io serbo, Oreste, ancora,

quel ferro io serbo, che al marito in petto

vibrò colei, cui non osiam piú madre

nomar dappoi.

ORESTE

Che fa quell'empia? in quale

stato viv'ella? ed il non tuo delitto

come a te fa scontar, d'esserle figlia?

ELETTRA

Ah! tu non sai, qual vita ella pur tragge.

Fuor che d'Atride i figli, ognun pietade

ne avria... L'avremmo anche pur troppo noi. –

Di terror piena, e di sospetto sempre;

a vil tenuta dal suo Egisto istesso;

d'Egisto amante, ancor che iniquo il sappia;

pentita, eppur di rinnovare il fallo

capace forse, ove la indegna fiamma,

di cui si adira ed arrossisce, il voglia:

or madre, or moglie; e non mai moglie, o madre:

aspri rimorsi a mille a mille il core

squarcianle il dí; notturne orride larve

tolgonle i sonni. - Ecco qual vive.

ORESTE

Il cielo

fa di lei lunga, terribil vendetta;

quella che a noi natura non concede.

Ma pure ella debb'oggi, o madre, o moglie

essere, il de'; quando al suo fianco, a terra

cader vedrá da me trafitto il reo

vile adultero suo.

ELETTRA

Misera madre!

vista non l'hai;... chi sa?... in vederla...

ORESTE

Udito

ho il padre; e basta.

ELETTRA

Eppure un cotal misto

ribrezzo in cor tu proverai, che a forza

pianger faratti, e rimembrar che è madre.

Ella è mite per me; ma Egisto vile,

che a' preghi suoi sol mi serbò la vita,

quanto piú può mi opprime. Il don suo crudo

io pur soffrii, per aspettare il giorno,

che il ferro lordo del paterno sangue

rendessi a te. Questa mia destra armarne

piú volte io volli, abbenché donna: al fine

tu giungi, Oreste; e assai tu giungi in tempo;

ch'oggi Egisto, per torre a sé il mio aspetto,

mi vuol d'un de' suoi schiavi a forza sposa.

ORESTE

Non invitato, all'empie nozze io vengo:

vittima avran non aspettata i Numi.

ELETTRA

Si oppon, ma invano, Clitennestra.

ORESTE

In lei,

dimmi, fidar nulla potremmo?

ELETTRA

Ah! nulla.

Benché fra 'l vizio e la virtude ondeggi,

si attiene al vizio ognora. Egisto al fianco

piú non le stando,... allor,... forse.... Fa d'uopo

vederla poi. Meco ella piange, è vero;

ma, col tiranno sta. Sua vista sfuggi,

finché non torni Egisto.

PILADE

E dove i passi

portò quel vile?

ELETTRA

Empio, ei festeggia il giorno

della morte d'Atride.

ORESTE

Oh rabbia!

ELETTRA

I Numi

ora oltraggiando ei sta. Di qui non lunge,

sulla via di Micene al re dell'ombre

vittime impure, e infami voti ei porge:

né a lungo andar può molto il rieder suo. –

Ma noi qui assai parlammo: io nella reggia

rientrerò non vista: ad aspettarlo

statevi lá dell'atrio fuor del tutto.

Pilade, affido a te il fratello. Oreste,

se m'ami, oggi il vedrò: per l'amor nostro,

per la memoria dell'ucciso padre,

l'amico ascolta, e il tuo bollor raffrena:

che la vendetta sospirata tanto

cader può a vuoto, per volerla troppo.

 

 



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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:
17/07/2005 01.07

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