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Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 

di: Giuseppe Conti

  

IX

Il Congresso di Vienna: nuovi torbidi

in Italia

Un patto d'alleanza e un trattato di pace - Don Neri Corsini plenipotenziario della Toscana al Congresso di Vienna - Pretese sfatate della reggente Maria Luisa - Sospensione del Congresso - Napoleone I a Parigi - Il proclama murattiano per l'indipendenza d'Italia - Risposta del Bellegarde - Ferdinando III ripara a Pisa - Dà ragione della sua partenza - La Sandrina Mari si fa distinguere - Proclami del Pgnattelli napoletano e del Nugent tedesco - Ferdinando III torna a Firenze - La bravura dei soldati toscani - Ritorna la calma, e ritornano molti oggetti d'arte da Parigi.

La quiete che parve tornare con Ferdinando III era ancora di là da venire, poiché nuovi e gravi fatti la turbarono.

Nel dì 1° marzo 1814 era stato stipulato a Chaumont il patto d'alleanza contro Napoleone, fra il re di Francia Luigi XVIII, che aveva preso il posto di lui, e le quattro potenze alleate, cioè Austria, Russia, Prussia e Inghilterra.

Nel dì 30 maggio dell'anno medesimo fu altresì firmato a Parigi il trattato di pace fra il re e le potenze stesse. Questi due trattati furono confermati nel memorabile Congresso di Vienna, che ebbe una grandissima importanza, poiché vi intervennero quasi tutti gli Stati d'Europa.

La prima seduta preparatoria di quel Congresso fu tenuta il dì 16 settembre. E Ferdinando III si affrettò, appena rientrato a Palazzo Pitti, di mandarvi come suo plenipotenziario il consigliere Don Neri Corsini. Egli sostenne energicamente e con rara fermezza le ragioni della Toscana contro le pretese che accampava la già regina d'Etruria, in favore dell'infante Carlo Lodovico, patrocinate pure dallo spagnuolo cavalier Gomez Labrador, con nota del 22 novembre1814.

Don Neri Corsini, nella seduta del 5 dicembre, basandosi sull'altro trattato di Vienna del 3 ottobre 1735, in forza del quale Francesco II aveva ricevuto la Toscana in cambio della Lorena, dopo spenta la famiglia de'Medici con la morte di Gian Gastone, dichiarò al Congresso, senza titubanza, che la Toscana non aveva la vana ambizione di chiamarsi regno; e che su di essa nessuna ragione di dominio all'infuori di Ferdinando III poteva da altri allegarsi, poiché lo stesso Napoleone, allora relegato all'Elba, che aveva istituito il regno d'Etruria, era stato quello che poi l'aveva annientato. Questo episodio, per dir così, della vita della Toscana, non poteva alterarne affatto le ragioni giuridiche di possesso, il quale spettava unicamente a Ferdinando.

Il cavalier Labrador non voleva intenderla; e i rappresentanti delle altre potenze, approvando le ragioni esposte dal plenipotenziario Corsini, offrirono a Maria Luisa per il proprio figlio, il Ducato di Lucca, ma ad essa parve troppo piccola cosa e lo rifiutò, protestando sempre per la reintegrazione nel suo regno.

A tagliar corto poi su tale questione e non occuparsene più, contribuì il fatto improvviso della fuga di Napoleone dall'Elba, la sera del dì 26 febbraio 1815, che mise in convulsione tutti i congressisti, che stavano appunto discutendo per relegarlo a Sant'Elena.

Il 10 marzo il Bonaparte, coi suoi mille fidati soldati che con lui eran partiti sopra sei piccoli navigli, sbarcò a Cannes da dove mandò un fiero proclama all'esercito francese, eccitando i prodi che lo avevano accompagnato due volte sotto le mura di Vienna, a Roma, a Berlino, a Madrid, a Mosca e in Egitto, a riprender le loro Aquile e cacciare "quel pugno di francesi arroganti" che s'imponeva alla Francia.

Il re Luigi XVIII prima di tutto pensò bene di scappare; e poi lasciò che le Corti europee congregate a Vienna, piene di sbigottimento mal dissimulato da un'alterigia che tradiva la paura, emanassero il 13 marzo 1815 una dichiarazione dicendo che Napoleone con la sua fuga s'era posto fuori della legge, ed "aveva distrutto il solo titolo legale al quale si trovava unita la sua esistenza". Perciò esse erano fermamente risolute a mantenere il trattato di Parigi del 30 maggio 1814.

Erano tutti bei discorsi, ma intanto a Parigi una settimana dopo vi rientrava Napoleone, alla testa delle stesse truppe che il fuggente re gli aveva mandato contro per combatterlo!

Murat non sapendo che piega potesse prendere la faccenda del cognato, ed impressionato dagli armamenti dell'Austria in Italia, pensò, con poco senno, di giuocar la carta di diventar lui re d'Italia, lusingando il desiderio dei liberali pei quali questo era il loro sogno accarezzato.

Per conseguenza, il 30 marzo 1815 mandò da Rimini un "magniloquente proclama" in cui affermava che era venuta l'ora nella quale dovevan compirsi gli alti destini d'Italia, poiché "la Provvidenza" che a quanto pare glielo aveva confidato in segretezza "chiamava gli italiani ad essere una nazione indipendente".

"Ed a qual titolo" esclamava il gran Giovacchino "popoli stranieri pretendono togliervi questa indipendenza, primo diritto e primo bene d'ogni popolo? A qual titolo signoreggiano essi le vostre contrade? A qual titolo s'appropriano essi le vostre ricchezze per trasportarle in regioni ove non nacquero? A qual titolo, finalmente, vi strappano i figli destinandoli a servire, a languire, a morire lungi dalle tombe degli avi?"

"No, no, sgombri dal suolo italico ogni dominio straniero!"

E via di questo passo, come se gli italiani abboccassero ancora a queste buffonate rettoriche, che altro non nascondevano sennonché la convinzione in chi le diceva, di parlare ad un branco di pecore: ma quel branco di pecore aveva imparato a sue spese che tutte le premure di tanti suoi liberatori non erano motivate che dalla paura che altri stranieri prendessero quello che volevano invece prender loro.

Pochi giorni dopo, e cioè il 5 aprile, un contro-proclama più ampolloso che mai, pubblicato a Milano dal feldmaresciallo austriaco Bellegarde, diceva agli italiani che la Germania, ossia l'Austria come si sottintendeva allora, era scesa con numerose truppe a sola difesa d'Italia.

Quanta gente ci voleva bene! Pare impossibile!...

Scriveva il Bellegarde: "Il re di Napoli (ossia Murat) gettata alfin quella maschera che lo salvò nei momenti più perigliosi, senza dichiarazione di guerra, di cui non saprebbe allegare giusto motivo, contro la fede di quei trattati coll'Austria, ai quali soli egli deve la sua esistenza politica, di nuovo minaccia con la sua armata la tranquillità della bella Italia, tentando di riaccender per tutto col simulacro della indipendenza italiana il fuoco devastatore della rivoluzione, che gli spianò la strada dalla oscurità della classe privata, allo splendore del trono.

"Egli tanto straniero all'Italia quanto nuovo nella categoria dei regnanti, affetta cogli italiani un linguaggio quale appena usar potrebbe con loro un Alessandro Farnese, un Andrea Doria, un magno Trivulzio".

Più sfatato di così, il re Murat non poteva essere. E le moltitudini, a questi proclami di due stranieri che facevano a gara a chi meglio sarebbe riuscito a imbrogliarle, risposero "con derisioni ed aborrimenti".

Frattanto Murat si dirigeva con una divisione di napoletani in Toscana, dopo avere occupato gli Stati della Chiesa. Il Papa s'era già rifugiato a Firenze, ed il Granduca che non aveva quasi finito di riprender gli antichi usi, per misura di prudenza, sapendo che i napoletani stavano per entrare in città da una parte, il 5 aprile andò via dall'altra e si fermò a Pisa, sempre pronto però a proseguire per Livorno, dove alcuni "vascelli inglesi erano parati a riceverlo".

Ferdinando III nel partire "diede contezza" alle popolazioni del motivo della sua partenza, dicendo che si allontanava dalle truppe napoletane che si accingevano ad entrare nella sua capitale, mentre il re di Napoli l'aveva assicurato del contrario. Il modo leale ed affettuoso col quale Ferdinando si rivolse ai sudditi, gli conciliò molte simpatie; e quando in numero di seimila, e forse anche meno, fra "veliti e lancieri" arrivarono i napoletani nei giorni 7 e 8 aprile, il popolo li ammirò "per l'eleganza delle montature e degli equipaggi", ma nessuno "confabulò con loro, perché truppa d'un re considerato nemico del Sovrano".

Si volle soltanto distinguere la vetusta Sandrina Mari, la quale nel bel mezzo del ponte alle Grazie, alla vista d'un ufficiale napoletano piuttosto atticciato, gli si fece incontro, e fattolo scendere da cavallo lo abbracciò e lo baciò come un fratello, invitandolo a casa sua la sera stessa, per stringere anche più la parentela, senza preoccuparsi affatto della gente che sentiva e scuoteva il capo in aria di disprezzo.

Il generale napoletano principe Pignattelli-Strongoli emanò subito anche lui un proclama, il quale ebbe il vanto almeno della cortesia.

Egli negava al generale tedesco Nugent, che s'era imposto anche lui con un proclama ai soldati toscani perché lo seguissero, ed a quelli napoletani perché disertassero, il diritto di opporsi alle truppe di Murat.

"Costui" diceva il principe Pignattelli parlando del Nugent "ha commesso il più grande attentato contro il diritto delle genti, forzando un corpo di bravi italiani a mescolarsi coi suoi oltramontani per far la guerra ad altri italiani".

E al solito lodando i toscani "che per ingegno si distinguono nella stessa Italia" il Pignattelli voleva tirarli dalla sua.

Il Nugent si fece contro ai napoletani per opporsi alla loro marcia; e fermatosi al ponte alle Mosse, quando seppe che questi avevan già occupata la capitale, prese le mosse davvero per la strada di Pistoia. I murattiani usciron fuori, ed imbattutisi negli austro-toscani sotto Campi il 13 e 14 aprile "sbigottirono"; e dopo uno scontro, avendo avuto venti morti, ma molti prigionieri e disertori, tornarono fino alle mura di Firenze; quindi entrarono in città postando i cannoni alle porte di San Gallo, del Prato e di San Frediano. Ma il giorno dopo lasciarono la città, portandosi via le chiavi delle fortezze e delle porte al Prato, San Niccolò e San Frediano, credendo così, stoltamente, di impedire l'ingresso ai tedeschi che erano a tre miglia di distanza. Quelle chiavi furono poi lasciate dal Pignattelli all'Incisa, e vennero dal podestà di quella terra, rimesse per espresso al comando di Piazza di Firenze.

Il 18 i napoletani ripassarono il confine toscano mentre il Nugent, invece, con tremila soldati tra fanteria e cavalleria tornò trionfante a Firenze, come se avesse vinto il mondo; e, dopo aver passate in rivista le sue truppe per le varie piazze, ripartì per guerreggiare il re di Napoli.

Una grande quantità di truppe austriache calò intanto in Toscana traversando Firenze, mentre il Granduca vi faceva ritorno trovando lo Stato nel massimo ordine, per quanto il popolo e l'aristocrazia fossero di mille partiti.

Mai, forse, come allora si facevan supposizioni le più strampalate, e si concepivano speranze e desiderio più contradittorii. Ognuno sperava di guadagnare ad un possibile cambio di governo; ma fortunatamente le sommosse erano soltanto platoniche.

Murat, che non venne neppure ammesso al Congresso di Vienna come regnante, fu dalle potenze condannato a sbalzare dal trono. Cosicché, vistosi perduto, accettò battaglia a Tolentino colle truppe austriache e toscane spedite nel Napoletano per riporre sul trono Ferdinando IV di Napoli. Murat ebbe la peggio perché non fu secondato "dalle legioni timide e molli, guidate da ufficiali o inabili o traditori".

I toscani che non si trovarono alla battaglia di Tolentino, perché disposti lungo il confine da Terracina e Ceprano fino a Rieti, si distinsero grandemente "gareggiando d'intrepidezza e bravura coi tedeschi". Deplorevole bravura perché usata contro i propri fratelli. Il loro "piccolo esercito era formato di reduci dalle armate napoleoniche; e quel che più monta era regolato da ufficiali esperimentati alle grandi campagne, di cui gli andati tempi non hanno uguali".

Il capitano Gherardi di fanteria si distinse all'attacco di Aquila; il capitano dei dragoni Bartolozzi "si diportò valorosamente a Pignattaro" ove si segnalò anche il capitano Banchi, pur de' dragoni. In varie occasioni spiegò singolare valore il capitano Bechi, d'artiglieria, ed i maggiori di fanteria, Casanova e Palagi.

All'assedio di Gaeta destò l'ammirazione degli stessi avversari, il corpo dei cacciatori, appena appena costituito, comandato da Girolamo Spannocchi.

Gli ufficiali superiori Trieb, Fabbroni, Bertini "ed altri rampolli delle grandi armate imperiali" diedero prove d'inestimabile valore: mentre ebbe a deplorarsi la codardìa "di un Coppini e di uno Strozzi, i quali, appena cominciata la spedizione, tolti a pretesto indegni motivi, da Acquapendente se ne tornarono addietro".

Detronizzato Murat con l'intervento degli inglesi, anche la Toscana tornò daccapo alla calma; e Ferdinando III poté finalmente occuparsi delle faccende del suo Stato.

E prima di tutto pensò anche lui di unirsi agli altri Stati, per far tornare dai musei di Parigi gli oggetti d'arte portati via da Napoleone, appena che questo venne di nuovo liquidato e mandato a Sant'Elena. Ritornò dunque la Venere de'Medici, divorziata dall'Apollo di Belvedere; tornarono quadri e cammei, ma molti oggetti rimasero, o furon rubati e nascosti durante il viaggio.

In questi affari non ci si guadagna mai!

    

  

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Ultimo Aggiornamento: 05/01/99 1.06