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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 

di: Giuseppe Conti

  

X

Riordinamento della città

Sposalizio di Carlo Alberto

La nuova magistratura civica - Compenso all'interpetre della lingua tedesca - I cartelli e i numeri delle strade - Dodici figliuoli! - I lucchi - Nuove leggi e ordinamenti - Un palio di ciuchi - Dispensa dal digiuno quaresimale - I loggiati della porta alla Croce - Abusi repressi - Domanda di matrimonio - Congratulazioni municipali - Le berrette del magistrato - Sponsali di Carlo Alberto di Sardegna con l'arciduchessa Maria Teresa - Feste nuziali - Gli sposi partono per Torino.

Ricostituita la Comunità, i primi atti del Magistrato civico furono diretti prima a riordinare le spese ed a scemare gli aggravi che da quindici anni si tolleravano di mala voglia; poi a provvedere alla pulizia e all'igiene eccessivamente trascurate, che avevano ridotto Firenze peggio d'un sobborgo o di un villaggio.

Ma come se fosse un destino che i denari del Comune dovessero esser sempre spesi, o per un verso o per un altro, a pro degli stranieri, il dì 31 maggio 1815 il Magistrato ebbe a stabilire a favore di Giovanni David la somma giornaliera di 5 paoli, per il servizio assiduo da lui "prestato di giorno e di notte" dal dì 3 maggio di quell'anno, in qualità di interpetre della lingua tedesca, all'ufizio degli alloggi militari.

I quali alloggi, furon causa, al solito, di spese per parte della Comunità, che dal 1799 in poi non aveva fatto altro che spendere per le truppe di tutte le nazioni che erano venute in Firenze: francesi, aretine, austro-russe, spagnuole, napoletane, tedesche.

Sistemata anche la faccenda dell'interpetre, la magistratura civica poté pensare finalmente alla città. Ed infatti a forza di richiamare in vigore vecchi editti, e pubblicarne dei nuovi, cominciò a poco a poco a riordinarsi. Una delle prime spese, diciamo così di civiltà, fu quella deliberata nel febbraio 1816 per far fare tredici cartelli per le scuole pubbliche, e dieci per le abitazioni dei chirurghi e delle levatrici. Quindi, per cominciare a togliere tanti e tanti abusi che da anni e anni nessuno si curava più di reprimere, fu "ridotto a memoria del pubblico la proibizione più volte pubblicata", e a quanto pare inutilmente, "di domar cavalli" o fare esercizi dei medesimi "sulla Piazza di Santa Croce", dopo che la Comunità aveva "graziosamente" ottenuto dal Governo, "che non si facessero in detta Piazza l'esercizio ed evoluzioni militari dal corpo dei dragoni toscani, per l'oggetto che non restasse devastato il suolo minutamente inghiarato di detta piazza".

Quindi richiamarono alla osservanza delle prescrizioni la proibizione di fare scorrere acque putride nelle strade e nelle piazze, di deporre paglia e strami a marcire, e di mettere ingombri per le vie. Di più, il Magistrato provvide a rifare i cartelli coi nomi delle strade, perché dei vecchi non era rimasto traccia; e così dei numeri delle case non essendovene quasi più uno; perché allora i cartelli si facevano a bianco e lettere con lo stampino; e alle case i numeri eran neri sopra un fondo color mattone.

C'è da figurarsi, per conseguenza, in quale stato era ridotta Firenze!

E per tornare a quei principio d'umanità e d'equità, che nei passati tempi parvero dimenticati, nel dì 11 marzo 1816 venne partecipato al Magistrato un biglietto della R. Segreteria di Stato dal quale risultava che S. A. I. e R. si era degnata di accordare al signor Giovanni Ginori la continuazione del poco invidiabile "privilegio" dei dodici figliuoli durante la vita del padre, cioè l'esenzione da qualunque tassa.

Questa savia disposizione fu lodata da tutti, ma nessuno invidiò la sorte del signor Giovanni Ginori, che se acquistò il privilegio di non pagar tasse, aveva però l'obbligo di mettere a tavola tutti i giorni dodici amatissimi rampolli!

E siccome la nuova Magistratura trovò distrutto molto di quello che prima usava, così fu costretta a rifarsi da una parte per riordinare ogni cosa.

Onde nel 18 marzo 1816, deliberò di rifornire i priori dell'abito ufficiale per le feste e cerimonie pubbliche; e stanziò la somma di Lire 670 da pagarsi al signor Francesco Barsi per valuta di 236 braccia di terzanella da servire per i lucchi del Consiglio generale.

Non c'era stato cambiamento di Governo, senza che il Magistrato avesse pensato a farsi l'abito che il nuovo ordine di cose via via imponeva.

Così, dopo tante, e variate fogge, si tornò ai lucchi di terzanella, che davano ai priori, almeno in apparenza, quella maestà che avevano in sostanza gli antichi priori della repubblica, i quali pure portavano il lucco.

Tra le misure di polizia urbana, una delle più importanti fu quella adottata nel 21 giugno 1816, con la quale il Gonfaloniere e i priori per "ovviare agli inconvenienti" che accadevano in occasione delle corse dei barberi, in cui alcune persone si facevan lecito di percuotere con bastoni i cavalli che correvano, "o fare spauracchi con gettar cappelli in aria, o rilasciar cani per arrestare il corso a detti cavalli, pregarono il Presidente del Buon Governo affinché pubblicasse un ordine proibente i detti inconvenienti, con la comminazione della carcere ai trasgressori".

E questo dimostra, che i rompicolli ci son sempre stati, e non sono niente affatto una privativa dei nostri giorni.

Nel dì 15 luglio 1816, per garantire il popolo contro la ingorda speculazione di abietti commercianti, fu deliberato di proporre al Governo severe misure contro i falsificatosi del segno dei fiaschi, ed impedire così "la frode in danno della povera gente che comprava il vino alle bettole e alle canove coi fiaschi di ingiusta misura".

Meno male che almeno una volta la voce dei truffati poté farsi udire da coloro che non hanno mai orecchi per i reclami giusti, e per le lagnanze contro i furfanti.

Per favorire poi in ogni modo i cespiti di onesto guadagno e di svago, il Magistrato nel 5 agosto 1816 accordò al signor Carlo Mazzuoli ed altri abitanti di Via Calzaiuoli, il permesso di eseguire il 24 d'agosto un palio di somari con fantino, dando le mosse "dal collegio di San Giovannino in Via dei Martelli, e la ripresa in Piazza del Granduca da Via Vacchereccia".

E ciò fu concesso perché anche nel 1791 essendo stata fatta una simile domanda da Francesco Brazzini e C. gli venne accordata.

Il mercato della paglia da cappelli che si teneva abitualmente sotto le Logge di San Paolo, fu deliberato nel dì 4 settembre 1816 di trasferirlo, alla primavera successiva, sotto le Logge di Mercato Nuovo, dove anch'oggi usa farsi, sebbene quel commercio non abbia più la importanza d'allora.

La Comunità, in quei tempi non era costretta soltanto ad occuparsi della amministrazione e della polizia della città, ma lo era altresì per cose che col potere civile non avevan nulla che fare.

Basti, fra tante, quella di dover far premure ogni anno, all'Arcivescovo perché con un pretesto o con l'altro ottenesse la dispensa dal digiuno quaresimale o di qualche vigilia. Ed anche il 22 novembre 1816, sentito il Magistrato civico "che era solito pubblicarsi dal Magistrato supremo soppresso, l'obbligo del digiuno nella vigilia della festa della Santissima ed Immacolata Concezione della gloriosa sempre Vergine Maria, fu stabilito che in mancanza di detto magistrato supremo, sarebbe stato conveniente che si incaricasse la Comunità dì tale pubblicazione ad esempio di ciò che le fu commesso dall’I. e R. Governo relativamente alla pubblicazione del Perdono nell'Oratorio di San Giovan Batta". Venne deliberato perciò che per mezzo dei soliti trombi e banditore, fosse pubblicato il detto digiuno in ordine al voto fatto l'anno 1632 dal già monsignor arcivescovo Niccolini a nome di tutto il popolo fiorentino, nel modo e forma che veniva pubblicato dal soppresso Magistrato predetto.

Ma l'opera edilizia più importante che fu eseguita dopo il ritorno di Ferdinando III, fu quella dei loggiati della porta alla Croce.

Al tempo dei francesi, per misura politica più che per altro, fu posto mano ad un portico in quella località nel fine di dar lavoro a tanti disgraziati, specialmente impiegati licenziati, che eran rimasti senza mangiare.

Ma quel lavoro che fu poi abbandonato per i continui cambiamenti di governo, nel 18I7 venne ripreso in esame dal governo di Ferdinando il quale volle dare all'idea dei francesi un maggiore sviluppo, facendo un'opera più grandiosa, veramente utile e più duratura. Studiata la cosa, un benigno "quanto veneratissimo Rescritto" del Granduca in data 8 gennaio 1817 imponeva addirittura la costruzione di un loggiato o porticato fuori della porta alla Croce "a livello delle mura urbane". Il Magistrato civico incaricò di farne il disegno e la pianta gli ingegneri Kindt e Veraci; i quali sollecitamente presentarono i loro studi e con la spesa di 2628 scudi furono espropriate alcune casupole interessate non tanto nella costruzione del loggiato, quanto per il piazzale dinanzi ad esso. E nel 13 giugno 1817, fu concesso "in cottimo assoluto" al signor Luigi Casini, la costruzione del porticato o loggiato col ribasso del 4 per cento, e col patto che fossero terminati i lavori dentro un anno dal contratto.

Considerando però che i lavori stessi avrebbero non soltanto ingrandito ma veramente abbellita la località di porta alla Croce, che sarebbe stata ornata "di un loggiato elegante e comodo" il magistrato, nel dì 5 febbraio 1818 deliberò di "umiliare una supplica a S. A. I. e R." affinché si degnasse di comandare che le sentenze di morte non fossero più eseguite nel piazzone della porta alla Croce "ma venisse destinato altro locale".

Appena terminato puntualmente il lavoro dei loggiati, il magistrato avrebbe avuto in animo di erigere sulla piazza della porta alla Croce una statua rappresentante Ferdinando III, in memoria della benevola opera sua, per aver sollevato tanti e tanti indigenti, procurando loro lavoro con la costruzione del loggiato, il quale fu di tanto vantaggio per i mercati che si tenevano fuori della porta alla Croce tutti i venerdì. Pareva proprio destinato che quel lavoro dovesse esser fatto per sollevar la miseria. Ma a quanto pare, per mancanza di fondi, o d'entusiasmo verso il principe o di riconoscenza per il benefattore, invece della statua, che sarebbe costata troppo, fu rimediato con proporre una iscrizione latina da apporsi all'esterno della porta.

Frattanto il magistrato, mentre attendeva la sovrana approvazione di quella proposta, deliberò nel 20 agosto 1818 di solennizzare con una festa popolare "l'ultimazione dei lavori fuori di porta alla Croce". E "nella lusinga della sovrana approvazione" stanziò la somma occorrente "per dare con tutta decenza un tale spettacolo", questo fu deciso dovesse consistere in una corsa di cavalli sciolti "lunga un miglio" da farsi il 29 settembre, giorno di San Michele, di cui si solennizzava annualmente la festa nella chiesa di San Salvi, col premio di 100 lire al primo cavallo e di 40 al secondo.

La vigilia della festa fu dal Gonfaloniere partecipato ai priori che S. A. I. e R. "con benigno rescritto del 4 settembre si era degnata approvarne la celebrazione".

Fu quindi dallo stesso Gonfaloniere comunicato nel dì 20 ottobre successivo un biglietto della Segreteria di Stato col quale si annunziava che il Sovrano aveva approvato che a spese della Comunità "fosse apposta nella parte esteriore della porta alla Croce un'iscrizione latina per eternare la memoria dei generosi soccorsi compartiti dalla sovrana munificenza alla classe degli indigenti per l'esecuzione di grandiosi lavori diretti al pubblico comodo".

Ma siccome quei loggiati erano stati edificati nel territorio di altra Comunità, quella cioè di Rovezzano, così, perché "fosse tramandata ai posteri la memoria che erano stati costruiti a spese della Comunità di Firenze" fu deliberato dal Magistrato nel 30 dicembre 1818 che nell'interno dei due loggiati e precisamente "dirimpetto all'arco di mezzo di ciascuno fosse posto, da una parte, lo stemma del Comune di Firenze", con la semplice indicazione dell'anno della seguìta costruzione, e dall'altra parte questa iscrizione:

A COMODO DEI MERCANTI

LA COMUNITÀ DI FIRENZE

EDIFICÒ L'ANNO 1818

Ferdinando III era propenso senza dubbio al bene materiale dei suoi sudditi, ma gli premeva anche il bene morale. Come il Magistrato, appena restaurato il governo granducale, aveva dato mano a togliere gli abusi contro la pulizia, l'igiene e la decenza della città, egli Ferdinando, s'era seriamente preoccupato della immoralità in cui aveva trovato il clero, che col suo mal esempio corrompeva i costumi e l'indole dei cittadini. Infatti si parlava impunemente, senza riguardo e senza che nemmeno facesse un grand'effetto, di amanti di preti, pubblicamente riconosciute per tali, e di frati sfratati che convivevano con delle concubine senza darsene il minimo pensiero.

Di questi fatti son pieni i rapporti del Commissario del Buon Governo, con tale ricchezza di particolari piccanti, e chiarezza d'epiteti e di titoli, da far rimanere a bocca aperta i più increduli.

Ma la difficoltà di sradicare il male tutto ad un tratto appariva ogni giorno più per i mille intrighi, per le paure che si mettevano al Sovrano stuzzicando un tale formicolaio, e per le minaccie sorde e velate di una scissura nel clero che avrebbe avute conseguenze incalcolabili.

Perciò Ferdinando III, ora che gli si presentava l'occasione, pensò a provvedere anche per sé, giacché chi non sa acciuffar la fortuna a tempo non la riprende più.

E qui bisogna tornare un po' indietro.

L'articolo 86 dell' "Atto finale del Congresso di Vienna" del 1815, conteneva questa clausola: "Gli Stati che hanno composto la inaddietro Repubblica di Genova sono riuniti in perpetuo alli Stati di S. M. il Re di Sardegna per essere con questi posseduti da essa in tutta sovranità, proprietà ed eredità di maschio in maschio, per ordine di primogenitura nelle due branche della sua Casa cioè: la branca reale, e la branca di Savoia-Carignano".

Consolidato così il regno di Sardegna, Carlo Emanuele Duca di Carignano, nei primi mesi del 1817, accogliendo certe proposte che senza parer tali, anzi sotto forma di amichevole consiglio, gli furono fatte dopo il Congresso di Vienna, intavolò delle trattative con Ferdinando III per il matrimonio della bellissima e buona arciduchessa Maria Teresa, sua figlia sedicenne, col principe Carlo Alberto, nato in Torino il 2 ottobre 1798. Questa domanda che lusingò l'animo di Ferdinando, il quale vedeva dischiusa per la figlia "la via di salire a splendido trono" ebbe lietissima accoglienza; tanto che questa unione fu ben vista anche alla Corte di Vienna, "desiderosa di stringere legami di parentela col futuro re di Sardegna". Piacque moltissimo al giovane Principe l'Arciduchessa di Toscana: e questa si innamorò sinceramente di lui, che era "prevenente della persona ed aveva un'aria fiera, e dimostrava il fervido temperamento d'un giovane di diciannove anni chiamato ad alti destini".

La domanda della mano dell'arciduchessa Maria Teresa fu fatta dal marchese Antonio Brignole-Sale incaricato sardo, ed il Granduca l'accordò, dimostrando lealmente la propria soddisfazione.

Ed uguale soddisfazione provarono "i popoli" della Toscana ed in special modo i fiorentini, i quali, tanto gli uni che gli altri, presentirono in questa auspicata unione un più lieto avvenire per la misera Italia.

Il Magistrato della Comunità non poteva rimanere estraneo ad un fatto così importante: perciò avendo sentito che era Stabilito il matrimonio tra S. A. I. e R. l'arciduchessa Maria Teresa figlia dell' "amatissimo Sovrano", e S. A. R. il Principe di Savoia e Carignano, erede presuntivo della Corona Reale di Sardegna, e volendo il Magistrato stesso contestare a S. A. I. e R. la consolazione e gradimento "che provava il pubblico per una sì fortunata unione, capace di produrre i più felici resultati per i vincoli di amicizia e parentela che andavano a stringersi tra le due Reali Case e famiglie"; deliberò di deputare il marchese Tommaso Corsi, gonfaloniere, il marchese Leopoldo Carlo Ginori-Lisci e il conte Luigi Bellincini, "due dei priori nobili" a presentarsi in nome pubblico a S. A. I. e R. per congratularsi di un sì fausto avvenimento. Com'è da credersi, in una simile circostanza, il Comune era costretto a far delle feste, quale pubblica dimostrazione di gioia. Per conseguenza i signori Priori pensarono prima di tutto a mettersi in grado di comparire. Si sa: il primo prossimo è sé stesso! Perciò nel successivo 28 marzo dal signor Gonfaloniere fu rappresentato che non sembravagli completo l'abito di cerimonia del Magistrato, specialmente in occasione di comparse pubbliche per funzioni sacre e qualunque altra pubblica rappresentanza; "mentre non vi era con che coprire il capo uniformemente". Onde ne seguiva "il mostruoso inconveniente" che alcuni intervenivano col cappello tondo ed altri con cappello a vènti, e "in altre guise". Perciò proponeva che, e per decenza e per uniformità, fosse dato a ciascuno dei componenti il Magistrato, una berretta di seta, o di velluto, analoga all'abito di cerimonia, cioè: di color cremisi con teletta d'oro per il Gonfaloniere, corrispondente all'abito di costume; e di color nero per i Priori, corrispondente al lucco, da usarsi soltanto nelle funzioni pubbliche.

Applaudendo il Magistrato alle savie proposizioni del signor Gonfaloniere, il Magistrato stesso deliberò di ordinare che fossero fatte a spese della Comunità le berrette nel modo proposto, con quel disegno e forma che sarebbe stato trovato "il più analogo all'abito di costume e di cerimonia"; ed in quanto potesse far di bisogno per l'approvazione di una tal deliberazione, non essendo prescritto il detto finimento nel Regolamento della loro Comunità, ordinarono i Priori doversene render conto al signor Provveditore della. Camera della Comunità.

E curiosa la clausola di questa deliberazione del Magistrato che si fa quasi scrupolo d'avere ordinate le berrette perché "quel finimento" non era stato prescritto dal Regolamento! Come se si potesse imporre ai Priori d'andare in lucco con la tuba, oppure senza nulla in testa!

È vero che non tutte le berrette sarebbero bastate a mettere in testa quello che non c'era; ma il Magistrato non doveva andar tanto in là.

Intanto avvicinandosi l'epoca del matrimonio dell'arciduchessa Maria Teresa, il Magistrato il 13 settembre 18I7 deliberò di autorizzare il signor Gonfaloniere a presentarsi a S. A. I. e R. l'augusto sovrano, ed offrirgli in nome pubblico in tale circostanza la corsa del palio dei cocchi sulla Piazza di Santa Maria Novella, "o qualunque altra dimostrazione di gioia pubblica che fosse piaciuta alla prefata S. A. I. e R. di accettare, ed ordinare".

Ed il signor Gonfaloniere, rappresentò a suo tempo, di essersi, "in sequela" della commissione ricevuta, presentato in nome del magistrato a S. A. I. e R. per offerirle in occasione del matrimonio dell'arciduchessa Maria Teresa secondogenita con S. A. serenissima il Principe di Savoia Carignano, la corsa del palio dei cocchi, o qualunque altra dimostrazione di gioia Le fosse piaciuto di accettare e di comandare; e che la prefata S. A. I. e R. aveva gradito gli omaggi del Magistrato, ed in seguito, da S. E. il signor consigliere Frullani direttore delle II. e RR. Finanze gli era stato partecipato vocalmente che sarebbe stato di gradimento sovrano lo spettacolo dei fuochi di gioia sulla Piazza del Granduca, e dei soliti fuochi d'artifizio alla Torre di Palazzo Vecchio, con l’inalzamento di un globo aereostatico: e della solita illuminazione alla cupola della Metropolitana, "senza che per altro ne fosse stata fatta formale partecipazione in scritto né dall'I. e R. Segreteria di Finanze né da altro Dicastero; ma che il tutto sarebbe stato eseguito a forma del concertato con la prefata E. S. nella sera del dì 30 settembre, giorno stabilito per le nozze".

Ed infatti il 30 settembre 1817 si celebrò in Santa Maria del Fiore il matrimonio fra Carlo Alberto di Savoia Carignano e Maria Teresa di Toscana in presenza della corte, del corpo diplomatico, di tutte le magistrature dello Stato, e di un'infinità di popolo, che ammirava la giovane coppia per la bellezza gentile della sposa e per l'aria fiera dello sposo, sebbene velata da una leggera tinta di melanconia.

In tale circostanza era venuto a Firenze il principe Metternich, che si trovava a Livorno per avervi accompagnata la principessa Leopoldina d'Austria fidanzata a Don Pedro di Braganza "reggente" le corone del Portogallo e del Brasile. Carlo Alberto, aveva un'istintiva repugnanza per l'Austria; e troppo giovane per poter dissimulare i propri sentimenti, si mostrò col Metternich freddo e riservato. Per conseguenza il cancelliere austriaco, che era venuto per osservare e scandagliare come si impostavano le cose a Corte con questo parentado, rimase urtato dal contegno del principe e lo ricambiò cordialmente, ma con arte di vecchia volpe, della più cordiale e sincera antipatia, che si comunicò a tutta la Corte d'Austria. Antipatia che, trent'anni dopo, doveva cominciare a parlar piuttosto forte con la bocca del cannone!

Gli sposi partirono da Firenze il dì 6 ottobre; e Maria Teresa, commossa senza fine per dover lasciar la famiglia, sebbene innamoratissima del suo Carlo Alberto, fu accompagnata dal padre, dalla sorella e dal fratello Leopoldo, fino al Covigliaio "in cima agli appennini dove accadde la commovente separazione".

Anche il tranquillo popolo torinese la vide arrivare con soddisfazione, come se presago fosse delle beneficenze che ne avrebbe per lo avvenire raccolto.

Non era appena celebrato il matrimonio della figlia secondogenita del Granduca, che si cominciò a parlare di quello imminente dell'Arciduca ereditario.

    

  

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Ultimo Aggiornamento: 05/01/99 1.24