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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

EROS

Giovanni Verga


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XXXI

Alberto s'incamminò lentamente andando alla ventura, col sigaro in bocca, il viso pallido, l'occhio ardente e fisso dinanzi a sé, guardando macchinalmente il lago, i monti, la gente che incontrava. L'aria fresca del mattino facevagli dilatare i polmoni con forza, e sembrava infondergli un'esuberanza di vita. Il canto degli uccelli, i mille profumi dei campi, i primi raggi del sole lo penetravano vagamente, sottilmente, con un'altra fisonomia, quasi gli appartenessero e fossero al mondo soltanto per lui, incarnandosi confusamente in una immagine fitta nel cervello, nel cuore, dinanzi agli occhi. Il suo pensiero era inerte e vertiginoso; tutti gli avvenimenti di quella notte si urtavano confusamente nella sua memoria fra di loro, e l'abbagliavano con una specie di luminosa intermittenza. Non avrebbe saputo esprimere quel che provava, se era felice oppur no, sentiva un gran sbalordimento, un desiderio febbrile, un'immensa gioia tumultuosa, inquieta - e lei, sempre là, dinanzi agli occhi, dentro di sé, dappertutto.

Le vie cominciavano a popolarsi, il lago formicolava di barchette, e Alberti gironzava sempre attorno a quella villa che esercitava un fascino su di lui. Ella doveva esser lí dietro ogni persiana, ansiosa, bramosa come a cercarlo anche lei cogli occhi, colle reminiscenze, colla fantasticheria. Contemplava quella terrazza ov'erano stati insieme quella balaustra alla quale ella s'era appoggiata, quella scalinata per la quale era discesa, quel lago sul quale s'era cullata mollemente la loro barchetta, circondata di tenebre discrete, dolci, misteriose. Tutte quelle cose adesso erano inondate di sole, senza ombre, senza veli, petulanti. - Udiva dentro di sé quella parola "m'aspetti" - e quel piccolo grido soffocato.

Verso le undici non poté piú resistere al desiderio di rivederla, come se l'avesse lasciata da un secolo, ed andò. La cameriera gli disse che dormiva. Ei se lo fece ripetere due volte, quasi non fosse ben sveglio egli pure, e volse le spalle. Poi tornò indietro, e lasciò per lei il suo biglietto di visita, sul quale scrisse in inglese col lapis:

"Invidio voi che potete dormire."

Andò all'albergo, si buttò sul letto, e dormí due o tre ore un sonno da ubbriaco. Una lettera di lei venne a svegliarlo di soprassalto.

"Amico mio, - diceva - verrete domani alle quattro? Avrò anche la signora Rigalli, e faremo della musica. Conto su di voi. Oggi sono a pranzo dai Corvetti."

Il carattere era elegante, tracciato con mano sicura, la firma era per intero: "Emilia Armandi".

Il povero giovane stette mezz'ora voltando e rivoltando fra le mani quel fogliettino profumato, e rileggendo quelle due righe cosí semplici, cosí chiare, che non riusciva a comprendere.

Ei passò tutto il giorno in una specie di sonnolenza e di sbalordimento, pensando a lei, a che cosa stesse facendo, a che cosa fosse accaduto, al perché gli ordinasse di non vederla sino all'indomani, al come ella potesse aspettare sino a questo domani senza soffrire al par di lui. Trasaliva al ricordarsi con miracolosa precisione le parole di lei, il tono della sua voce, il profumo dei suoi capelli; stava guardando il lago, quel medesimo lago che cominciava a farsi bruno, e su cui le stelle cominciavano a scintillare. Fra il disordine delle sue idee ce n'era una piú insistente delle altre: perché ella gli avesse fatto promettere di buttarsi nel lago, e perché poi non gliel'avesse ordinato. Sapeva che non l'avrebbe obbedita, e che quel tale amore lo rendeva vile?

Il giorno dopo, avviandosi verso le quattro alla villa Armandi, incontrò la signora Rigalli che andava ad imbarcarsi insieme ad un'allegra brigata.

"Non va dalla contessa Armandi?" le domandò con un po' di sorpresa.

"No. L'Emilia doveva anzi venire con noi, ma stamane m'ha scritto che ha cambiato idea. Vuol essere dei nostri?"

"Grazie, non posso"; e si allontanò almanaccando perché l'Armandi in un biglietto di tre righe ci avesse cacciato anche la musica e la signora Rigalli.

Trovò la contessa nel suo salotto, sul suo canapè, circondata dai suoi amici e dalle sue amiche; fu accolto col miglior sorriso, e fu presentato agli altri senza il menomo imbarazzo. Ella era perfettamente padrona di sé, piena di brio e disinvoltura - scherzò anzi coll'aria un po' stralunata di lui - parlò di corse sul lago, di partite di piacere, delle avventure dei bagni. Un tale domandò del conte Armandi, ch'era ancora a Torino, sebbene la sessione fosse chiusa da un pezzo.

"Verrà quanto prima," rispose la contessa "appena terminati non so quali lavori di non so qual commissione parlamentare; e rivolgendosi alla signora che aveva al fianco aggiunse sorridendo: "Quella benedetta politica è una rivale pericolosa."

Alberto ascoltava la sua voce, e guardava le sue belle mani, ornate di larghi manichini di trina, che ella tirava in sú allorché le cadevano lungo il braccio. Alle ultime parole di lei la fissò in viso; poscia arrossí, senza saper perché, distolse gli occhi, e prese parte alla conversazione con vivacità nervosa, a sbalzi, con lunghe interruzioni che avrebbero grandemente sorpreso tutti coloro che erano presenti se non fossero stati tutti perfettamente ben educati.

"Non va colla signora Rigalli?" domandò ad un tratto.

La contessa gli rivolse un'occhiata tranquilla e rispose:

"No."

"Mi disse però che contava su di lei..."

"Souvent femme varie!" rispose l'Armandi colla massima disinvoltura, e sorridendo un po'.

XXXII

Infine i visitatori se ne andarono a poco a poco. Alberti e l'Armandi rimasero soli, seduti l'uno accanto all'altra, e, per alcuni istanti, silenziosi.

La contessa s'alzò all'improvviso, si allontanò bruscamente da lui, diede un'occhiata incerta all'intorno, poi gli venne incontro risolutamente facendo frusciare i lembi del vestito con un sibilo di serpente irritato, e gli si piantò in faccia.

"Cosa avete? Dite infine! parlate!" esclamò corrucciata.

"Nulla, cosa volete che abbia?" rispose egli con durezza.

Le labbra della donna tremarono convulsamente, e s'agitarono due o tre volte come per parlare. Ma ad un tratto scoppiò in un accento indescrivibile, coprendosi il viso colle mani:

"Ah! come mi punite!"

Ei s'alzò, le prese le mani che gli sfuggirono, e rimase alcun tempo senza trovar parola. "Che vi ho fatto?" balbettò infine.

"Nulla m'avete fatto!" esclamò l'Armandi sdegnosamente.

Alberto le prese nuovamente la mano. Stavolta ella gliel'abbandonò senza accorgersene; teneva gli occhi fitti sul tappeto, torva, accigliata. Tutt'a un tratto gli disse con voce breve e concitata, fissandogli in faccia uno sguardo lucido e freddo ome l'acciaio:

"Perché siete venuto? Cinque minuti prima di legarmi a voi mi sarei piuttosto buttata nel lago se avessi potuto immaginarlo! Ora avete il diritto di dubitarne!"

Alberto si fece rosso e pallido.

"Non mi amate?" le disse allentando la mano.

"Che cosa pensereste adesso di me se non vi amassi?" gli rispose sorridendo di un riso che faceva rilevare il labbro superiore con un'espressione d'amarezza intraducibile. "Ma non avrei voluto essere vostra amante... Ve lo giuro per mia figlia... per mia figlia!" replicò con forza, guardandolo alteramente negli occhi, e scuotendogli la mano, nell'osservare un impenetrabile movimento di lui. "Voi m'avete preferito a un'altra donna, ed io ero orgogliosa..." E chinando il capo con sarcastica e fiera rassegnazione: "Adesso vedete che non lo sono piú".

Si abbandonò sulla poltrona e nascose il viso nel fazzoletto, senza muoversi piú, senza dire una parola, cosí altera e sdegnosa che Alberto non osò scostare una punta di quel fazzoletto.

"Cosa v'ho fatto?" replicò alfine giungendo le mani "Non vedete come soffro? come vi amo? come ho sofferto per non avervi potuto vedere?... Avete letto il mio biglietto?"

"Sí... e la mia cameriera prima di me."

"Ho scritto per questo in inglese..."

"Avreste dovuto scrivere in camaldolese: sarebbe stato meno sospetto, e meno compromettente."

Ella parlava piano, con calma, con accento di rassegnazione ironica, col viso dimesso, e le mani incrociate sulle ginocchia.

"Ho avuto torto!" rispose Alberto alquanto indispettito, "perdonatemi. Vi amavo, avevo perduto la testa Non pensavo alle convenienze, al mondo, ai domestici... Avevo bisogno di pensare a voi.... di fare qualche cosa per voi... Non avevo altro da dirvi..."

"Nemmeno che avreste fatto della musica colla signora Rigalli, onde non compromettervi col vostro scritto... Non è cosí?" interruppe la donna.

"Oh!"

"Perché arrossite d'avermelo rimproverato mezz'ora fa: Avevate ragione!" riprese ella colla medesima calma nella parola, nell'accento, nella fisonomia e nell'atteggiamento. "Il vostro amore è schietto, franco, e sincero. Io ho parlato dinanzi a voi di mio marito, e non ho arrossito In presenza di coloro che mi ascoltavano. Ho mentito l'indifferenza e la disinvoltura, ho mentito verso di voi, verso i miei doveri, e verso il mondo; avete il diritto di pensare che vi abbia mentito anche quando vi ho detto che vi amo! Mezz'ora fa mi avete guardata in faccia stupefatto due o tre volte, e avete arrossito per me, vi ho visto. Voi non ci avete colpa. Son moglie, son madre, ho dei doveri sociali e son la vostra amante: è impossibile conciliare tutto quello che ci è di contraddittorio nel mio stato senza mentire. Io mi sono umiliata ai vostri occhi facendo il sacrificio del mio orgoglio e della mia delicatezza dinanzi a voi, per voi. Non vi faccio un rimprovero. È colpa vostra se avete tutto per voi, la franchezza, la lealtà, la delicatezza l'onore, e, a salvaguardia di tutto ciò, la vostra spada? Voi avete tutto quello che io mi son messo sotto i piedi... per voi."

A queste ultime parole il sarcasmo scoppiò nell'accento vibrato, sibilante, nel sorriso amaro e nelle calde lagrime che ella asciugava dispettosamente prima ancora che spuntassero sull'orbita. Ciascuna di quelle parole, ciascuno di quegli accenti andavano a colpire sul viso Alberti, il quale stava zitto, immobile, arrossendo e impallidendo a vicenda come se si sentisse schiaffeggiare dalla propria coscienza.

"Perché m'avete amato?" domandò alfine con voce fremente e soffocata.

L'Armandi alzò su di lui gli occhi ardenti di lagrime e di collera, come smemorata, e non rispose.

"Perché non mi scacciate?" replicò Alberti.

Un'espressione indefinibile, un non so che di attonito, d'ansioso, d'irato, di vendicativo, d'innamorato e di pauroso, lampeggiò nello sguardo della contessa. Ella stette alcun tempo senza dir nulla; poi arrovesciò il capo all'indietro sulla spalliera della poltrona, con un movimento felino, e colle mani intrecciate dietro la nuca, colle larghe maniche cadenti per le candide braccia, rispose mollemente, guardando il soffitto:

"Avete ragione. Il meglio sarà non vederci piú."

Alberto rimase immobile, guardandola. Ad un tratto si precipitò su di lei come un leone innamorato, l'afferrò per la vita, senza dire una parola, e la sollevò sulle braccia. Ella piantò gli occhi scintillanti come armi omicide in quel viso pallido e stravolto, tenendosi discosta da lui con tutta la forza della sue braccia irrigidite, e all'improvviso gli si avventò al collo, e lo baciò rabbiosamente.

XXXIII

A Bellagio il marchese Alberti aveva la riputazione d'essere alquanto originale, e infatti menava tal vita da giustificare cotesta riputazione. Non si faceva vedere da nessuno per delle settimane intiere, e poi tutt'a un tratto mischiavasi a tutti i crocchi, prendeva parte a ogni divertimento, mostravasi assetato di piaceri, montava spesso a cavallo, faceva delle corse da numida, o dormiva per ventiquattr'ore, e lo s'incontrava a scorrazzare per i sentieruoli piú deserti ad ore da poeti, o passava le notti ad un giuoco d'inferno, perdendo delle grosse somme, colla stessa indifferenza con cui vinceva. Le signore chiudevano un occhio sulle stranezze di lui perché egli li aveva molto belli tutt'e due, era giovane e ricco, e qualche volta anche grazioso ed amabile. Quel po' di corteccia ruvida che gli rimaneva attaccata, e di cui s'ingegnavano a gara di mondarlo, davagli anch'essa una certa agreste attrattiva - dicevano. Egli aveva i migliori cavalli, gli amici piú simpatici, ed una volta pregò due di costoro d'andare a sfidare un tale, il quale aveagli detto che aveva anche la piú bella amante. I due amici cominciarono dal ridere, ma per rabbonirlo dovettero finire col dirgli che non era proprio il caso di prendere in mala parte un complimento di cui molti altri sarebbero stati lusingatissimi. Alberto erasi incaponito che quel complimento fosse ingiurioso per la riputazione della dama. Il piú intimo dei due, quegli che desinava piú spesso con lui e che gli doveva di piú, lo tirò alquanto in disparte e gli disse:

"Caro mio, sei ben sicuro d'essere stato il primo amante di quella dama?... Be'... Non c'è di che arrossire... Lasciamola lí piuttosto. Un duello la comprometterebbe infinitamente dippiú. Andiamo a cena e dormiamoci sopra."

La contessa riceveva Alberti frequentemente di giorno, anche quando non c'era per tutti gli altri, e di sera, allorché faceva della musica: il marchese era distinto pianista e l'Armandi amava la musica appassionatamente - ognuno lo sapeva. Alberti la vedeva in tutte le riunioni, in tutte le partite di campagna, e in tutte le traversate sul lago; era con lei sovente a cavallo o in carrozza, da solo o in numerosa compagnia, stava con disinvoltura nel salotto di lei, l'accompagnava al piano, e faceva il galante colle amiche di lei; sapeva condursi con garbo, rispettava le esigenze sociali, e piegava il capo con grazia alle piccole ipocrisie. Ella invece stava in mezzo a questi scogli colla testa alta, con aristocratica disinvoltura, dominando tutto ciò che non poteva elevare sino a lei; ingentiliva Alberto, lo perfezionava, stava a discorrere con lui accanto al piano, o presso il tavolino da lavoro, o si faceva accompagnare in giardino, dandogli l'ombrellino da portarle, e si lasciava baciare il guanto - sicché tutte le volte che gli permetteva di strapparle quel guanto, o lo precedeva sotto i folti alberi del boschetto, sorridente, esitante, guardandosi intorno nel raccogliere le pieghe del vestito, e camminando in punta di piedi, a lui sembrava che il cielo si spalancasse a due battenti. - Giammai non aveva voluto piú andare una sola volta sul lago con lui.

Si approssimava il ritorno del conte Armandi; Alberti lo sapeva vagamente, ma non aveva mai osato domandarne alla contessa, ed ella non gliene avea mai parlato. Un venerdí ch'era andato da lei per combinare una gita sul lago, e gli avevano detto che sarebbe ritornata a momenti, s'era messo al piano per ingannare il tempo, e scorreva della musica che la sera innanzi le avea mandato egli stesso. Infatti udí aprir l'uscio del salotto, e si alzò credendo fosse lei. Invece era la bambina, che giungeva correndo prima della madre, e vedendo Alberto s'era fermata sull'uscio.

"Le faccio paura, signorina?" disse Alberto.

In quel momento entrò anche la contessa; gli stese la mano, buttando l'ombrellino sul tavolo, e togliendo alla figlia il largo cappello di paglia.

"Come sei rossa!" le disse baciandola. "Vai dalla Tilde."

La bimba gli rese il bacio, e prima d'andarsene offrí anche ad Alberto la guancia vermiglia. Egli l'accarezzò sui capelli.

La madre tirò a sé bruscamente la figliuola, la baciò di nuovo, con singolare vivacità, e l'accompagnò sino all'uscio.

"Perché non avete baciato la mia bambina?" gli domandò tornando indietro.

Alberti tardò un istante a rispondere; ma ella, senza dargliene il tempo, andò al piano, e prese il fascicolo ch'era sul leggio.

"Vi ringrazio della musica" aggiunse senza voltarsi e sfogliandola. "Ci ho dato un'occhiata ieri stesso. È proprio bella."

E tornò lentamente verso il canapè, senza levare gli occhi dalla carta, sedette, e spiegò il quaderno sui ginocchi.

"Avete fatto una lunga passeggiata?" domandò Alberti.

V'ho fatto aspettare? Scusatemi. Ero andato ad incentrare Armandi. Invece ricevo una lettera che rimanda la sua venuta a domani."

"Ah!"
"Volete essere dei nostri a pranzo domani?"

"Grazie."

"Rifiutate?" diss'ella facendosi un po' rossa.

"Sí."

"Non se ne parli altro."

Suonò il campanello, e si fece recare il cestellino da ricamo

"Si fermerà molto tempo il conte?" domandò Alberto giuocherellando col gomitolo.

"Un mese circa, sin che andremo a Belmonte, poscia sarà a Torino per la riapertura della Camera."

Alberto chinò la fronte sulla palma, e dopo una breve pausa disse plano:

"Sicché... non ci vedremo sino a giugno?"

"Come volete che vi riveda senza presentarvi a mio marito?"

"È vero."

Il silenzio che seguí avea alcunché d'imbarazzante. La contessa, tutta intenta al suo ricamo, riprese alfine:

"Iersera so che avete fatto una grossa perdita al giuoco. Ho il diritto di parlarvene, perché sono la vostra migliore amica. Ciò è irragionevole, mio caro."

"Avrei anche potuto vincere. Sono sfortunato, ecco tutto;" rispose Alberto seccamente

"Ebbene, abbiate giudizio anche per la fortuna che vi manca: non giuocate."

"Lo volete?"

"Ve ne prego."

"Non giuocherò."

Ella chinò il capo.

"Che bel lavoro!" disse Alberto poco dopo.

"Vi piace?"

"Moltissimo. È un lavoro per uomo?"

"Sí."

"E... senza essere indiscreto?"

"Nessuna indiscrezione, mio caro;" rispose l'Armandi sorridendo; "anzi quel che c'è di piú legittimo: è per mio marito."

"Oh!... proprio un regalo di nozze!" diss'egli sorridendo a denti stretti.

La contessa sorrise senza alzare gli occhi dal ricamo, e arrossí lievemente. Ei cavò l'orologio e si alzò.

"Addio" gli disse l'Armandi stendendogli una mano, mentre coll'altra contava i punti del disegno.

Alberto le strappò il ricamo, e lo stracciò.

"Marchese Alberti!" esclamò l'Armandi rizzando il capo, altera, corrucciata e imponente.

Il marchese fece barcollando due o tre passi verso l'uscio, si arrestò sulla soglia, ed esclamò torcendosi le mani:

"Ah! come son vile!"

"No, siete pazzo!"

Gli volse le spalle, andando verso la finestra; e poscia, volgendosi vivamente verso di lui:

"Anche geloso di mio marito?"

Alberto impallidí.

"Tanto meglio!" esclamò la contessa con un sorriso irritato.

"Perché?... perché volete ad ogni costo che io stringa la mano di quell'uomo?" disse Alberti con accento brusco.

Ella lo fissò un istante con occhi di sfida e di collera.

"Perché vi ho dato il mio onore, e voglio che voi mi diate il vostro!"

XXXIV

Alberto partí la sera stessa per Milano, e andò a cadere come una bomba dalla Selene.

"Non è in casa" gli dissero.
Era il tocco della mezzanotte; egli andò al Circolo, e vi passò il resto della notte.
Il giorno dopo s'era levato da poco, allorquando Selene entrò come una spiritata, sbattendo gli usci, e cantarellando.
"To! eri tu, biondino? Sei venuto a cercarmi iersera? Sei tornato? Scusami se non mi hai trovata in casa; ero andata al Carcano."
"Al tocco?"
"Sí, dopo s'era andati a cena colla Irma, sai, l'Irma, la bruna, la conosci? ci pagava una cena scicche perché era il giorno della sua festa. Come stai?"

"Sto benissimo, grazie."

"Vieni dal lago? Cosa m'hai portato dal lago?"

"T'ho portato un braccialetto."

"Bello? Fammelo vedere. Dov'è?"

"Da Bigatti. Se hai furia puoi andare a prenderlo."

Scrisse su un bigliettino di visita due righe pel gioielliere che la conosceva benissimo, e glielo diede. Ella volle gettargli le braccia al collo.

"Grazie, non occorre..." diss'egli scostandola.

La povera Selene se n'andò mogia mogia. Alberti ordinò al cameriere di dir sempre che non era in casa tutte le volte che ella venisse a cercarlo.

Andò al Corso, alla sala d'armi, al Circolo; giuocò, rivide i suoi amici, e prese parte alle loro cene e a tutti i loro passatempi. Frelli, il nestore emerito della brigata, l'avea preso sotto la sua protezione. "È di buona razza e di buona tempra" diceva. Il nestore aveva quarantasette anni, due gran dame che se lo disputavano, ed un'amante per la quale gettava il denaro a due mani. Gli amici di Alberto erano tutti bravi giovanotti - borsa aperta, cuore a prova di spada, e scilinguagnolo un po' sciolto. Nella loro allegria, nella loro conversazione, nei loro bagordi, c'era un profumo di gaiezza, di spirito, e di cordialità giovanile che inebbriava i piú sobri.

Una delle piú belle sere di luglio Alberti era uscito dal Circolo, insieme a due amici coi quali avea desinato; avea la pupilla alquanto dilatata, è vero, ma le gambe piú ferme e la lingua piú sciolta degli altri. Andarono sui bastioni in carrozza, ciarlando, fumando e ridendo ad alta voce. L'aria era rinfrescata da un lieve venticello che veniva dalle Alpi; dai giardini venivano di tanto in tanto vigorosi profumi, incontravasi solamente qualche coppia che passeggiava lentamente, discorrendo sottovoce, e dileguavasi sotto gli alberi dei viali, o qualche brougham che andava a piccolo trotto il cavallo fiutando la polvere e il cocchiere contando le stelle nascenti. Alberti a poco a poco era divenuto silenzioso, s'era buttato in fondo al legno, e avea lasciato spegnere il sigaro. Ad un tratto fece fermare la carrozza, salutò gli amici, s'avviò a piedi pel corso, fermò il primo fiacre che incontrò e si fece portare dalla Selene.

"Oh!" esclamò costei vedendoselo comparire dinanzi, e rimanendo con una mano sul battente dell'uscio, con grand'occhi attoniti. "Non t'aspettavo piú."

Ei si chinò sulla candela, e accese un altro sigaro.

"T'hanno detto che sono venuta a cercarti?"

"Sí."

Selene andò in furia a prendere il biglietto che Alberti le aveva dato per Bigatti, e lo stracciò in cento pezzi.

"Allora ecco il tuo braccialetto! Non lo voglio."

"Come sei bella cosí in collera!" rispose Alberti dopo averla fissata alcuni secondi senza batter ciglio.

"Sei innamorato? Cos'hai, sei innamorato?"

Ei non rispose.

"Sei in collera con la tua bella, di'?"

Alberto scrollò le spalle e disse freddamente:

"Vuoi che me ne vada?"

"Sí, sí, vattene!" e poscia, afferrandolo con impeto per un braccio: "No! non te ne andare!".

E rimase a guardarlo avidamente, tenendolo sempre pel braccio, e gli occhi le si velarono.

"Come fa a non amarti, cotesta superbiosa?"

Gli gettò le braccia al collo. Ei che stava per partire tranquillamente, allorché sentí avvinghiarsi da quelle braccia dimenticò la contessa.

Uscí dopo mezz'ora, fosco, stralunato, dispettoso - la povera ragazza non ebbe il coraggio di trattenerlo. Andò a Como col primo treno; passò la giornata sul lago, e la sera, a notte fatta, s'avviò a piedi verso la villa. Tutto era buio, soltanto alla finestra della camera della contessa c'era lume.

Quel lume l'accecava, l'affascinava, gli trafiggeva il cuore come una punta di ferro arroventato. Ei non avrebbe osato ridire tutti i pensieri che gli tempestavano in mente: c'era una specie di gelosia acre, che avea un pudore singolare. Avrebbe ucciso la contessa con le sue mani piuttosto che rimproverarle le torture che ella gli faceva soffrire in quel momento - e stette ad assaporarle ad una ad una, sin quando quel lume si spense. L'indomani le scrisse: "Mi volete a desinare oggi?" Gli fu risposto con un invito del conte e della contessa Armandi.

XXXV

Il conte Armandi era un uomo politico, gentiluomo sino alla punta delle unghie, dignitoso, serio, freddo, ed uomo di mondo: avea la riputazione d'aver corso la cavallina in gioventú, la qual cosa gli avea lasciato una elegante piacevolezza di maniere ed una lieve tendenza all'epicureismo che gli andava come un guanto. Ei stava a Torino durante le sessioni parlamentari, e il resto dell'anno viaggiava, e andava ai bagni, dove riunivasi la chiesuola de' suoi amici politici.

Quando Alberti entrò nel salotto la contessa non c'era; ma il marito accolse il nuovo invitato come una vecchia conoscenza, e gli parlò del fu marchese, ch'era stato suo amico, e della marchesa, ch'era detta a Milano la bella toscana. La contessa si fece un poco aspettare, sicché fu quasi il conte che dovette presentare Alberto alla moglie.

"Mia cara Emilia, vi son grato d'avermi fatto riannodare una vecchia conoscenza di famiglia."

"Finalmente!" diss'ella ad Alberto stendendogli la mano.

Come furono riuniti i tre o quattro amici che desinavano in casa Armandi, la contessa prese il braccio dell'ultimo venuto, il colonnello Marteni, e passò nella sala da pranzo. Alberto sedette accanto alla signora Rigalli, che stavolta era venuta davvero.

Il colonnello Marteni, dei carabinieri piemontesi, era un bellissimo uomo, con una larga cicatrice che gli attraversava mezza la fronte, e con due nastri turchini all'occhiello del suo abito da borghese; egli era amico personale del conte Armandi, che l'aveva indotto a venire a passare il suo mese di permesso sul lago di Como. Il colonnello faceva galantemente onore alla tavola, ai suoi ospiti, e alla sua dama, con galanteria un po' soldatesca. Le signore andavano matte per quel bel militare che s'era acquistato a Custoza ed a Goito i suoi nastri e la sua cicatrice, e ne parlavano tanto che il Marteni, da uomo di spirito, avea cercato due o tre volte di cambiar discorso, ed infine s'era salvato colla contessa, andando a prendere il caffè nel salotto.

La contessa in tutta la sera non avea rivolto che pochissime volte gli sguardi e la parola ad Alberti. I commensali avevano seguito in sala la prima coppia e s'erano fermati in diversi gruppi. Alberto era andato sulla terrazza; il conte Armandi discorreva con altri due presso il camino; la signora Rigalli assediava il suo militare sul canapè; la contessa era accanto alla tavola: dopo alcuni minuti di quelle ciarle scucite che avviano la conversazione, volse attorno una rapida occhiata, versò del caffè in una chicchera, e andò difilata verso la terrazza. Alberto stava colle spalle appoggiate alla balaustrata, e vedendo comparir l'Armandi nel vano luminoso del balcone, si rizzò di soprassalto; ella gli afferrò la mano e gli disse sottovoce, rapidamente, con accento intraducibile:

"Vi ringrazio. Adesso non v'è cosa che non farei per voi."

Ei le afferrò la mano, fissandola. - Cosí rimasero alcuni istanti zitti e palpitanti.

"Lo sapete che mio marito mi ucciderebbe?... Volete che mi faccia uccidere? Volete che mi perda per voi?" diss'ella sorridente. "Volete?"

In quel momento il conte avea finito di discorrere col suo interlocutore, e avvicinavasi alla terrazza. Scostò la tenda, si fermò un po' sulla soglia per abituare i suoi occhi alle tenebre, e scambiò qualche parola con Alberti. La contessa rientrò centellando tranquillamente il suo caffè, col piú spensierato sorriso in viso. Passando vicino alla signora. Rigalli e al Marteni, disse ridendo:

"Schiettamente, cara Virginia, vorreste essere un uomo celebre, glorioso, decorato?"

"Ma... se non fossi quel che sono... vorrei esserlo!"

"Idee false, amica mia, una delle tante ingiustizie sociali! Non c'è che una donna capace di far quello che il colonnello non oserebbe di fare, nemmeno colla speranza di una terza medaglia, per..."

Sedette sulla poltrona favorita, appoggiando il capo alla spalliera, e bevendo il caffè con una specie di voluttà, d'orgoglio e di trionfo.

"Per che cosa?" domandò il Marteni.

"Per una cosa da nulla, per un capriccio... per una tazza di caffè..." rispose l'Armandi con uno scoppio di risa. "Prenda la mia ch'è vuota, Marteni."

Gli invitati se n'erano andati a poco a poco. Alberti era rimasto a discorrere coll'Armandi presso l'uscio.

"Verrà domani?" gli domandò la contessa, cogliendo giusto quel momento. "Venga alle quattro. Ci ho della musica nuova."

 


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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23.25