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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

EROS

Giovanni Verga


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XXVI

Al cominciar della primavera la contessa Armandi era partita per la campagna, e non s'era piú fatta vedere in casa Manfredini; soltanto era ritornata in giugno per due o tre giorni a Firenze, prima di andare ai bagni; ma il caso avea fatto sí che non si fosse piú incontrata con Alberto.

La signora Manfredini, senza saper perché, avea rimandato alla seconda quindicina del mese la partenza per Livorno, e perciò anche Alberti avea rimandato la sua. Velleda non faceva la menoma osservazione, però era divenuta bisbetica, capricciosa, lunatica, e qualche volta anche dura ed ingiusta verso il suo fidanzato. La madre prendeva le parti della figliuola, e faceva prevedere una suocera coi fiocchi, o piuttosto con gli artigli. Allora Velleda avea dei momenti di affezione piú espansiva del solito, quasi dei pentimenti, che col suo carattere sembravano piú straordinari.

Alberto avea tal'altra idea di Velleda, che avrebbe creduto oltraggiarla mortalmente se avesse confessato gli ingiustificabili ma invincibili assalti di gelosia che l'assalivano di tanto in tanto. Il Metelliani era cosí attempato, e cosí poco seducente, che egli non avrebbe giammai creduto possibile un pensiero di Velleda per quell'uomo. Don Ferdinando era divenuto intanto uno dei piú assidui frequentatori del villino Flora. La signora Manfredini trovava sempre modo di far cadere nel discorso questo fatto, e Velleda non poteva fare a meno di esserne lusingata internamente, poiché Don Ferdinando era l'idolo della società, e le piú nobili dame erano gelose di cotesta preferenza. Metelliani possedeva quella disinvoltura da gran signore, che adattasi egualmente alla impertinenza e alle belle maniere; l'omaggio rispettoso di quell'uomo superbo e sprezzante verso tutti gli altri, dovea lusingare enormemente l'amor proprio della fanciulla vanitosa; ella avea finito per ringraziarnelo con una parola graziosa, con un sorriso, con un'occhiata, sempre però accompagnati da quell'ombrosa riservatezza che era la sua piú bella attrattiva. Alberti soffriva come un dannato, arrossiva e indispettivasi contro sé stesso, ma senza potersi vincere. Volere o non volere, era lui solo che in mezzo a tanti sorrisi rappresentasse la parte di uggioso, e la mamma Manfredini glielo faceva intendere in tutti i modi; la figliuola, ch'era superbetta, si mordeva le labbra senza dir nulla.

"Vi sareste pentito d'avermi data la vostra parola?" gli domandò un giorno, smettendo di giocare colla cagnetta.

"Io!... come?.. Ma perché mi dite ciò?..." Velleda si mise ad inseguire cosí pazzamente Gemma pei viali del giardino che Alberto non poté aggiungere altro, e non osò buttarsi ai piedi di lei.

Siccome il Metelliani non trascurava occasione per dimostrare la sua premurosa amicizia verso le signore Manfredini, avea insistito per avere l'onore di accompagnarle all'ultima festa a Pitti. Le signore avevano accettato. Passando in mezzo a quella folla di uniformi, di decorazioni, di grandezze mondane, appoggiata al braccio di quell'uomo di cui il nome correva sulle bocche di tutti, che portava la testa alta nella casa del Granduca, Velleda sentí qualche cosa di mai provato, che le fece rialzare il capo con un impercettibile movimento, come se avesse voluto gettarsi sulle spalle a guisa di manto reale il ricco volume dei suoi capelli. Ella volse sul principe un'occhiata rapida e sfolgorante, nella quale sembrarono riflettersi lo scintillío delle decorazioni e dei ricami dell'uniforme di lui.

Che brutta sera pel povero Alberti, il quale dovette subirsi la mamma, e vide la sua fidanzata sempre a distanza che si abbandonava con radiosa spensieratezza al piacere di esser corteggiata! Ei procurò di avvicinarsi alla contessa Armandi, per non rimaner né solo né colla suocera; ma anche la contessa gli volse le spalle - però senza che se ne fosse accorta, di certo - poiché incontrandolo poco dopo si mostrò amabilissima, prese il braccio di lui, e si mise a girare per le sale.

Dopo aver chiacchierato un bel pezzo d'argomenti diversi gli domandò con accento singolare:

"Si diverte?"

La domanda era semplicissima, ma Alberto si trovò imbarazzato a rispondere: "M'accorgo" disse alfine "che non son fatto per cotesti divertimenti."

"Cosa vuole! Qualche volta bisogna sacrificarsi per gli altri. Velleda ci si diverte tanto! cotesto non è un piacere per lei?"

"Sí" rispose egli secco secco.

La contessa ebbe uno di quegli scoppi di ilarità che la rendevano formidabile; sicché Alberto si fece di porpora. Ma tosto ella, per dimostrargli in certo modo la vera causa di quel riso a doppio indirizzo, soggiunse:

"Quel povero Metelliani m'ha l'aria di un rajà indiano, cosí camuffato e carico di brillanti."

Alberto saettò sul rajà romano uno sguardo che l'Armandi sorprese.

"Senza adulazione, sa ch'è un bel trionfo il suo?" gli disse. "Non dipenderebbe che da Velleda di vedersi deporre ai piedi tutti quei ninnoli, e di aversi la corona di principessa allo sportello della carrozza!..."

"Se le fossi grato di una simile preferenza mi parrebbe di insultare la mia fidanzata" rispose Alberto, cercando di adattarsi all'aria scherzosa dell'Armandi, ma con troppa vivacità.

La contessa gli piantò in viso uno sguardo acuto e un sorriso incredulo, e gli disse tranquillamente:

"Ella è geloso!"

"Io?... di colui!..."

"Superbo!..."

E si mise a solfeggiare col ventaglio la musica che suonavasi. "Ta... ta... ta... Vogliamo sederci qui?"

Cambiò discorso e si misero a guardare il via vai della folla.

Poco dopo passavano la contessina Manfredini e il principe Metelliani. L'Armandi non aveva detto una sola parola, ma troncò a mezzo la frase incominciata, e li seguí semplicemente collo sguardo. Velleda rivolse loro da lungi un grazioso cenno del capo.

"Verrà anche lei a Livorno?" domandò l'Armandi al principe.

"Sí."

"Ma la Toscana se lo ruba addirittura!"

"Non domando di meglio che d'essere rubato, bella con tessa."

Ella scoppiò a ridere ironicamente, ma si fece rossa. "S'accomodi!" gli disse, volgendo a mezzo le spalle.

Anche Alberto s'era fatto di fiamma in viso; lanciò a Don Ferdinando uno sguardo provocatore, e gli disse colla voce leggermente tremante:

"È singolare però che ella cerchi da un pezzo!"

Velleda si morse le labbra, e colse il primo pretesto per allontanarsi.

"Cosa avete fatto, malaccorto!" esclamò l'Armandi allorché furono soli. "Vi siete perduto!"

"Come?... Perché?..."

"Avete fornito a Velleda le armi che ella cercava!... Lasciamoci, lasciamoci!"

Le signore Manfredini partirono com'erano venute, insieme ad Alberti. Velleda parlò poco, e smontando di carrozza gli porse la mano come al solito. Ei la lasciò un po' bruscamente.

Il giorno dopo, andando al villino Flora, gli fu detto che le signore erano in giardino; ma ci trovò soltanto Velleda, che stava passando in rivista i suoi fiori. La ragazza lo salutò freddamente, continuò a discorrere per un cinque minuti col giardiniere di cardenie e di magnolie, rispondendo con monosillabi alle domande di Alberto, e poscia s'incamminò lentamente verso casa, precedendolo, di qualche passo. Prima di giungere all'uscio, si fermò su due piedi, e gli disse, voltandosi verso di lui:

"Alberti, vi prego di ripigliarvi la vostra parola."

Egli rimase un istante sbalordito. "Perché?" balbettò.

"Non ci abbassiamo entrambi con spiegazioni superflue, voi sapete il perché assai meglio di me. Siete liberissimo di seguire le vostre inclinazioni, ma vi prego di rispettarmi tanto da non farmene spettatrice. Lasciamoci tranquillamente, da gente ammodo, da buoni amici, sinché vi è tempo.

Alberto non diceva una parola, e rimaneva come di sasso; fissando lei che giocherellava in aria distratta coi fiori che aveva colto. "Sentite, Velleda!" esclamò quindi con uno slancio d'affetto; "vorrei poter baciare la sabbia che calpestate!... Grazie!..."

La contessina lo guardò attonita. "Di che?..."

"Siete gelosa!... Dunque mi amate ancora!"

Velleda aggrottò il sopracciglio e parve un istante turbata ed esitante. "Chi v'ha detto ch'io sia gelosa?" rispose poscia alteramente.

"Ma dunque?... Ma perché?... Ma allora perché volete lasciarmi?"

Dopo alcuni istanti la giovanetta rialzò il capo che teneva chino, e rispose lentamente:

"Perché non ci conveniamo... Ci siamo sbagliati. Rimediamoci, finché siamo in tempo."

"E il rimediarci non vi costerà nulla?" domandò Alberto pallido come cera.

"Nulla!" diss'ella dopo alcuni istanti.

"Rimediamoci allora!"

Fecero alcuni passi in silenzio.

"Noi partiremo doman l'altro per Livorno" riprese Velleda con voce calma. "Questa sera andremo in casa Armandi e domani faremo le ultime visite di congedo; quindi saremo occupatissime sino al momento della partenza; cosí potremo far tacere le ciarle degli indiscreti, per adesso. Durante la stagione dei bagni avremo poi tutto il tempo per disporre le cose nel modo piú conveniente..."

Alberto s'inchinò in silenzio.

"È inutile che riveda vostra madre?" le domandò.

"È inutile; sa tutto."

Ella gli stese mollemente la mano, sfiorò appena quella di lui, ed entrò in casa.

"Povera Adele!" mormorò Alberto, come se allora soltanto indovinasse quel che avea dovuto soffrire la povera cugina, quando il piú acuto dolore della vita l'aveva addentata.

XXVII

Il marchese Alberti trovò a casa sua un biglietto di partecipazione delle prossime nozze dell'amico Gemmati colla cugina Forlani.

"Alcune volte il caso ha una logica singolare!" egli pensò

Il suo vecchio domestico venne a recargli il lume verso le otto, quantunque egli non l'avesse domandato, e gli chiese discretamente se si sentisse male, e se volesse desinare in casa.

"No" rispose Alberto. "Sai, Toni? l'Adele si marita! Sposa Gemmati!"

La contessa Armandi abitava un bellissimo appartamento a Porta San Gallo e siccome ci aveva un giardino annesso, riceveva ancora, malgrado che la stagione fosse inoltrata di molto. Alberto verso le dieci andò a Porta San Gallo, e fece rimettere il suo biglietto di visita alla contessa.

Ella venne ad incontrarlo all'uscio della sala. Era troppo gran dama per fargli nessuna domanda; ma era troppo donna per resistere alla tentazione di lanciargli la sua unghiata.

"Che fortuna!... finalmente!" gli disse stendendogli la mano.

Alberto sembrava calmo, ed aveva un sorriso nervoso che poteva passare per disinvolto. Sedendole accanto sul canapè, la ringraziò di aver tolto la consegna che gli vietava di passare la porta di lei.

"Non mi ringrazi, ché non ci ho nessun merito..." rispose l'Armandi piantandogli in volto come punti interrogativi gli occhi e il sorriso.

Era ancor troppo presto, e la contessa ed Alberti stettero soli una mezz'ora a discorrere di cose indifferenti.

"E le signore Manfredini?" domandò sbadatamente l'Armandi.

"Verranno piú tardi... probabilmente."

La contessa lasciò passare quel probabilmente, e cambiò discorso.

A poco a poco incominciarono a venire gli amici di casa, e l'Armandi presentava il marchese Alberti come se fosse arrivato dall'Australia. La conversazione si fece generale. Verso le undici entrarono le Manfredini coll'inseparabile Don Ferdinando. La contessa, alzandosi per andarle a ricevere, strinse furtivamente la mano ad Alberto, e gli sussurrò sottovoce queste parole:

"Giudizio, mi raccomando!"

Velleda possedeva una perfetta disinvoltura, e sebbene la presenza inaspettata di Alberti in casa Armandi dovesse sorprenderla, non ne mostrò nulla. Metelliani sembrava raggiante; la contessa Manfredini era maestosa. Alcuni si erano messi a giocare; una bella signora bionda canticchiava, provando della musica al piano, sottovoce; il crocchio principale era fra le due finestre della sala, presso il canapè, dove si trovarono l'Armandi, le due Manfredini, Don Ferdinando ed Alberto. Si facevano molte parole, perché quasi tutti gli attori di quella scena avevano una preoccupazione da nascondere. Alberto faceva pompa di una gaiezza febbrile che scoppiettava in paradossi e in epigrammi. Velleda, dopo avergli lanciato di nascosto due o tre occhiate fra sorpresa e curiosa, avea preso parte alla conversazione col brio che le era solito. L'Armandi, a guisa di abile capo d'orchestra, dirigeva la rappresentazione, e dava il tono alla conversazione generale.

In quel tempo non facevasi che parlare a Firenze di una povera ragazza, la quale si era asfissiata col carbone, perché volevano costringerla a sposare un tale, mentre amava un altro. La novità di quel genere di morte, la morte dei poveri di borsa e d'animo, avea messo in moda quell'argomento: nei saloni aristocratici se ne discorrava molto, e le signore vi sciorinavano sopra il loro sentimentalismo profumato. La sola Armandi avea indovinato esser quello un argomento scabroso, e cercava di cambiar discorso; ma Alberto vi si attaccava con avida ostinazione, come se si sentisse forte su quel terreno, e sfoggiava a proposito un cinismo provocante.

"Scommetto che il fidanzato proposto a questa ragazza non era ricco" diss'egli.

"Perché?" domandò imprudentemente la signora Manfredini.

"Perché se fosse stato ricco la ragazza si sarebbe rassegnata a sposarlo, invece di suicidarsi."

"Che orrore!" esclamarono le signore agitando il ventaglio.

"Signore mie, noi non possiamo giudicare su di ciò colle idee nostre. Quella era una povera popolana..."

"E per questo?... Non poteva amare?..." interruppe Don Ferdinando, che trovavasi nel quarto d'ora di tenerezza.

Alberto gli rise in faccia insolentemente.

"O che ci ha a fare l'amore con cotesto?..."

Le signore erano imbarazzate, compresa l'Armandi, che non sapeva qual contegno prendere. La signora Manfredini s'era fatta rossa come un tacchino; ma la figliuola era rimasta perfettamente padrona di sé, facendosi vento però con un poco d'animazione. Ella sola ebbe il coraggio di lottare colle medesime armi, contro quel disperato che ubbriacavasi di epigrammi.

"Ha notizia di sua cugina Adele?" gli domandò tranquillamente, come per sviare il discorso.

"Mia cugina sta benissimo, e sposa il mio amico Gemmati" rispose Alberti collo stesso tono.

"Ella dunque non crede all'amore!" insisté Metelliani con cocciutaggine presuntuosa e cercando di comprometterlo agli occhi di Velleda, poiché anch'egli era geloso di Alberto.

Questi gli piantò gli occhi negli occhi; e rispose ironicamente:

"L'argomento comincia ad annoiare coteste signore. Vogliamo fare una partita a carte piuttosto?"

Il principe parve esitare: ma infine inchinò il capo e lo precedette al tavolino. Mentre Alberti lo seguiva l'Armandi gli disse piano:

"Alberto!"

Egli non s'avvide dell'accento turbato e della parola confidenziale; la rassicurò con un sorriso stentato, e passò nell'altra sala.

I due giuocatori sedettero di faccia. L'Armandi, inquieta, venne ad appoggiarsi alla spalliera di una seggiola, mostrando prendere un grande interesse alla partita. Velleda non si tradiva; ma era inquieta anch'essa, e ronzava per la sala da gioco con un'irrequietezza che non sapeva padroneggiare. I due avversari, seduti in modo che quasi si toccavano, non alzavano gli occhi dalle carte; si mostravano completamente assorti nel giuoco, e al lume delle candele sembravano pallidi.

Alberti giocava come un uomo che ha la febbre, o che perde sulla parola. I suoi occhi fissavansi di tanto in tanto scintillanti sul volto del principe, che rimaneva impassibile, e all'ombra della ventola pareva di marmo. Metelliani era troppo uomo di mondo per dare ad Alberti il menomo pretesto ad una provocazione. Giuocava freddamente, da gran signore, ed era fortunato come un milionario. Tutt'e due non dicevano che le sole parole indispensabili, il principe con la sua flemma inalterabile. Alberto armandole di tutte le punte dell'epigramma, senza che riescisse a far balenare gli occhi del suo avversario, o far imporporare il suo volto. Egli perdeva sempre. Infine, come se quell'imperturbabilità calcolata gli avesse fatto perdere la testa, si alzò, buttò con piglio insolente sul tavolino il denaro, e disse a Don Ferdinando:

"Ella mi ha domandato se credessi all'amore. Adesso che siamo soli le dico che ci credo quando invece di guadagnarci qualcosa ci si rimette - come credo all'onestà del giuocatore quando non vince sempre."

E rimase ritto dall'altro lato del tavolino, provocando ancora coll'attitudine. Il principe alzò finalmente gli occhi su di lui, si lisciò la barbetta, e rispose freddamente:

"Io ho centoventimila scudi di rendita, caro signore."

Si alzò anche lui, e gli volse le spalle.

Alberto sentí una mano tremante che l'afferrava pel braccio.

"M'aveva promesso!" gli disse l'Armandi, pallida anche essa.

Ei si passò una mano sulla fronte, come per mettere a sesto le sue idee.

"Ha ragione!... Le chiedo perdono! Non so dove abbia la testa!"

Rimasero silenziosi tutt'e due ritti presso la finestra.

L'ultima carrozza, ch'era quella delle Manfredini, passò la porta. Alberto si celò il viso fra le mani e scoppiò in pianto.

"Soffrite anche voi!... finalmente!..." proruppe l'Armandi con accento intraducibile.

Alberto rimase sbalordito da quella esplosione violenta di un sentimento inesplicabile che quella donna avea celato sotto la frivolezza, che irrompeva pieno di collera e di lagrime. Egli le afferrò le mani, e la guardò alcuni istanti con mille confusi sentimenti negli occhi ardenti di lagrime.

"Voi!" esclamò.

La fiamma dell'orgoglio asciugò in un lampo gli occhi di lei.

"No!" disse ella corrucciata e con impeto. "V'ingannate!"

Egli non l'ascoltava: avea la tempesta nell'anima. Ella strappò con violenza le mani da quelle di lui, si rizzò in tutta l'altezza della sua bella persona, e rimase un momento cogli occhi chiusi, premendosi il petto colle mani.

"Alberto!" disse quasi pacatamente. "Sappiate che non sono una bimba!"

Alberto levò il capo, la guardò stralunato, quasi non comprendesse quello che avveniva al di fuori di lui, e poi balbettò:

"Perdonatemi!... son pazzo..."

E quindi proruppe con amarezza disperata:

"Sí, son pazzo... guardate!"

"Lasciamoci amici" disse la contessa dopo una breve pausa, "amici schietti."

XXVIII

Non erano ancora le otto del mattino, e Alberto stava già per uscire di casa, allorché Toni venne a dirgli che una persona, la quale dovea parlargli di cosa che premeva, l'aspettava in legno alla porta.

Alberto vide rincantucciata nell'angolo del fiacre una signora velata.

Com'egli fu seduto, l'Armandi gli disse con animata concisione:

"Cosa pensa di fare?"

"Nulla"

"Nulla è troppo poco! Stava già per uscire alle otto di mattina! Avevo dunque ragione di essere inquieta!"

"Ebbene" riprese dopo un breve silenzio "mi dica la verità... vuol battersi?"

Alberti chinò il capo senza rispondere.

"Il principe Metelliani è religiosissimo, e non usa battersi. Cosa potrebbe fare per costringervelo? Schiaffeggiarlo? ei ricorrerà ai tribunali e per vendicarsi lo farà insultar mortalmente da un suo domestico che sarà lietissimo di buscarsi una discreta mancia andando in prigione pel suo padrone. Non faccia follíe, per carità! Non gioveranno a nulla."

"È vero." rispose Alberti in tono breve.

"Abbiamo detto di essere amici schietti, ed ho perciò il diritto di darle dei consigli. Anzitutto perché si batterebbe? per dispetto o per gelosia?"

"Non lo so..." rispose il giovane dopo una pausa.

"Non lo sa?... diggià!" diss'ella con un gaio sorriso, "alla buon'ora!"

Andavano pel gran viale delle Cascine. L'aria era ancor fresca, il cielo azzurro, e i grandi alberi si elevavano dai due lati come immense muraglie di verdura. Per lungo tratto Alberto e la contessa rimasero silenziosi, guardando distrattamente i boschetti. Infine il giovane rivolse due o tre occhiate furtive su di lei, e disse esitando:

"M'ha perdonato davvero?"

"Che cosa?..." domandò ella saettandogli uno sguardo penetrante.

Egli ammutolí; ma la contessa, senza dargli il tempo di aprir bocca, aggiunse con uno scoppio di riso civettuolo:

"Ah!... Non ci pensavo piú!"

L'Armandi, malgrado la bizzarria del suo carattere, s'era mostrata, come avea promesso, amica schietta e vera d'Alberti nell'uggioso periodo che aveva seguito la rottura di lui colla Manfredini. Egli andava a trovarla piú spesso, e distraevasi chiacchierando con lei di cose indifferenti e sfogando l'umor nero. La contessa possedeva la rara qualità di saper ascoltare. Piú di una volta il giovane avea sorpreso sé stesso in muta contemplazione di quella mano fina e aristocratica che carezzava indolentemente il nastro della gorgierina, o gli sgonfietti del fisciò, e almanaccava dove l'avesse vista un'altra volta.

L'Armandi partiva anch'essa pei bagni, e a poco a poco Alberto aveva finito per andarla a trovare quasi ogni giorno. Alla vigilia della partenza entrambi s'erano fermati piú a lungo del solito sul terrazzino a contemplare gli ultimi raggi del sole che moriva. Alberto era taciturno, ed anche la contessa aveva parlato pochissimo.

"Non è punto allegro stasera!" diss'ella come per scacciare la tristezza che invadeva anche lei.

"Si fermerà lungo tempo ai bagni?"

"Dipenderà da mio marito; ma poi andremo sul lago di Como."

Ei chinò il capo e rimase zitto. Anch'essa divenne astratta.

Poi gli disse abbassando la voce, senza che ne sapesse il perché ella medesima:

"Veramente... le rincresce ch'io parta?"

"Sí" rispose Alberto senza alzare il capo.

La contessa ammutolí di nuovo. Infine ella gli prese la mano, e gli disse dolcemente con voce commossa:

"Io non vi amo, non posso amarvi, e non vi amerò giammai. Dopo quel ch'è stato fra di noi non possiamo esser altro che amici. Volete?"

Ei strinse la mano ch'ella gli porgeva, senza avere il coraggio di dire una sola parola.

Il giorno dopo Alberti era andato a dire addio alla contessa. Nel momento di lasciarsi ella gli domandò:

"Verrà a trovarmi sul lago?"

"Sí."

"Non manchi. Venga verso la metà di settembre."

E dopo alcuni istanti:

"Adesso cosa farà? Rimarrà a Firenze tutta l'estate?"

"Non lo so."

"Vada in campagna, ai bagni - viaggi. Ella ha bisogno di distrarsi, dia retta alla sua amica... E soprattutto cerchi d'innamorarsi, ma con giudizio, veh! tanto da non perderci la testa... Addio."

XXIX

La contessa avea promesso ad Alberto di scrivergli; ma non ne avea fatto nulla. Ella fu alcun poco sorpresa e, diciamolo pure, anche indispettita, di non veder giungere nessuna lettera del marchesino. Questi, dall'altro lato, incaponí vasi a non scriverle, perché ella non s'era curata di mandargli un sol rigo - ed entrambi, senza avvedersene, si tenevano il broncio, proprio come due innamorati. La donna combatteva anche colla curiosità di figlia d'Eva, e fu vinta la prima.

"Amico mio - gli scrisse - è morto? è vivo? dov'è? Poiché i giornali non recano notizia di lei, permetterà alla sua amica che se ne informi direttamente. Ha dunque seguito il mio consiglio? Innamorato diggià? O s'è fatto trappista? Promise di venirmi a trovare sul lago verso la metà di settembre, e siamo già alla fine."

Al ricevere questa lettera Alberto s'era rammentato dei dolci e melanconici tramonti sull'Arno, quando la contessa gli stava accanto pensierosa; ma leggendone il contenuto cadde dal settimo cielo, e come un fanciullo che era, ebbe la temerità di voler lottare sul medesimo terreno e colle armi medesime con chi era piú forte di lui. Rispose:

"Ho seguito i suoi consigli: ho viaggiato! sono a Milano, e mi diverto mezzo mondo. Sono innamorato con giudizio di una bella tosa che avevo conosciuta ad un veglione della Pergola, e che rividi qui in una certa cena che un mio amico - ho molti amici - il quale prende moglie, ci dava per farla finita colle follie. Si chiama Selene - l'amata - (bel nome da palcoscenico, n'è vero?) ballerina al regio teatro della Scala, prima quadriglia, marcia in punta di piedi come niente fosse, e ci vogliamo un bene da non dire. Vedendomi, ella mi riconobbe subito, e fece un oh! che ci rendeva amici vecchi. Mi chiama Biondino. La nostra amicizia è stata facile e pronta, ed è per questo senza una nube. Ella vede dunque, amica mia, che non c'è nulla da temere per la mia testa. Noi non ci strappiamo i capelli, non abbiamo piú il meschino geloso da sfidare, o il piú piccolo balcone da scalare; non c'è la piú innocente lagrima, neppur l'ombra di una vera e grande passione... Ma tant'è, si campa lo stesso. La mia Selene è molto bella - nient'altro - e mi dice molte cose gentili alla sua maniera - fra le altre che mi vorrebbe bene, fossi anche povero come Giobbe, e che il mio portamonete non ci ha nulla a vedere nella mia felicità. Io le credo sulla parola, e l'ho divezzata dalla birra. Ella m'insegna un po' di meneghino, cosí ci perfezioniamo a vicenda. Alcune volte, è vero, rimane a fissarmi con tanto d'occhi spalancati - ha occhioni magnifici - come se le stessi a parlar turco; ma sarà perché non capisce bene il mio toscano, o perché l'annoio colle mie fantasie -ma le son fantasie e passeranno. A proposito di fantasie, sa? la contessina Manfredini è andata a Castellamare col principe Metelliani - e la mamma, ben inteso. - Son passati per Firenze. Tutti dicevano colà che ci ritornerà o principessa o morta.

"Conclusione: Se mi facessi trappista non avrei torto?"

La contessa stava per rispondere con una lettera che incominciava: "Ella è proprio sulla via di farsi trappista!". Ma si pentí e stracciò il foglio. Alberto, che cuocevasi d'avere una risposta, dopo due giorni non seppe piú continuare la sua parte, e scrisse:

"Contessa mia, non so davvero perché, ma son triste come un mortorio; quella povera ragazza non ci ha colpa, ma io nemmeno. Ho deciso di cambiar aria, ed ho bisogno che Ella mi sgridi e mi consigli come un ragazzo che sono. Mi rammento che costà, sulle rive del Lario, ci dev'essere una certa mia villetta, la quale era destinata ad essere il mio nido nuziale. Scaccio la paura delle nozze, e vengo a rannicchiarmi domani stesso: ne avremo 30 del mese. Giacché è scritto che le mie visite debbano giungere sempre in ritardo, vorrà permettermi di presentarmi a lei domani nella serata?".

Leggendo quella lettera la contessa sorrise, e poi si fece seria. Rilesse due o tre volte le poche righe, consultò il calendario, si mise al tavolino per iscrivere, e infine chiuse la lettera nel cassetto, e si alzò.

XXX

La giornata era stata calda e burrascosa, ma la sera era incantevole. La luna sorgeva dietro i monti, alcune bianche nuvolette erano ancor disseminate pel cielo, il lago sembrava color d'acciaio, solcato qua e là da bianche strisce luminose; di quando in quando, a lunghi intervalli, un soffio di fresca brezza faceva stormire gli alberi e fiottare le acque sommessamente.

La contessa Armandi avea passato una di quelle giornate bisbetiche nelle quali avrebbe dato non so che cosa per poter dire che aveva l'emicrania: s'era sentita stanca, inquieta, nervosa, uggita; s'era aggirata pel salotto, si era guardata nello specchio, s'era messa alla finestra, poi avea cominciato a leggere, avea buttato il libro da banda e s'era appoggiata all'étagère, a guardare sbadigliando la lancetta dell'orologio, ed era rimasta a guardarla mezz'ora senza accorgersene. Infine aprí il pianoforte, e si mise a suonare, dapprima svogliatamente. Ad un tratto udí gente al cancello; allora fece un movimento.

"Il marchese Alberti" annunziò il domestico.

La contessa assentí del capo, senza voltarsi, e continuò a suonare.

Alberto entrò, si accostò al piano, e si mise dietro a lei; ella lo salutò con un cenno del capo, senza volger gli occhi su di lui, animandosi contro una difficoltà di Schubert.

Infine smise bruscamente di suonare, e si alzò.

"Che peccato!" esclamò Alberto. "Continui, la prego!"

"No, mi annoia... Come sta?"

"Benissimo; ma ella non sta bene."

"Io? s'inganna. Com'è venuto?"

"In barca, dal lago. Ho sentito la sua musica accostandomi alla villa, e avrei fatto meglio standomene ad ascoltare laggiú..."

"Avrebbe fatto peggio, perché m'annoiavo orribilmente. Le piace quel pezzo?"

"Moltissimo."

"Lo suoni adunque."

"Volentieri, se lo desidera."

"Non per me!" diss'ella voltandogli le spalle.

"Per chi, allora?"

"Ma... per coloro che sono sul lago... pei pescatori."

Alberto era rimasto immobile; indi le si avvicinò e andò a sedere presso di lei, che s'era messa sul canapè, scartabellando un libro nuovo."

"Cos'ha?" le domandò piano, dopo avere atteso inutilmente ch'ella levasse gli occhi.

"Nulla. Cosa mi trova? È stata una brutta giornataccia, ecco tutto."

"E son venuto in un brutto momentaccio?"

"Al contrario, l'aspettavo."

"Cosa legge?"

"Una sciocchezza" e buttò via il libro: "suoni qualcosa, dunque!"

"Cosa desidera che suoni?

"Quel che vuole... Quell'Addio di Schubert."

"Ma se non le piace..."

Ella si strinse nelle spalle con un movimento inimitabile. Alberti si mise al piano. L'Armandi s'appoggiò al leggio, poi incominciò a leggere della musica, infine andò a riprendere il libro che avea buttato via.

Alberti si volse, smise di suonare, e stette alcuni minuti cogli occhi fissi su di lei, il gomito appoggiato al pianoforte e la fronte sulla mano. Ad un tratto si alzò, e si avvicinò al canapè.

"Avete finito?" domandò l'Armandi levando gli occhi con sorpresa su di lui.

"Sí" rispose Alberto sbadatamente.

Ella sorrise, e chiuse il libro.

"Cosa fa a Bellagio? c'è molta gente? si diverte? si annoia?"

"Sí" rispose Alberto sbadatamente.

L'Armandi gli rivolse uno sguardo fra il distratto e il penetrante, e si diede da fare per rassettare gli oggetti che erano sulla tavola.

"La sera è bella?" domandò poscia senza pensare a quel che diceva.

Ei volse gli occhi alla finestra spalancata, che incorniciava il piú bel chiaro di luna, e rispose:

"Bellissima."

"È stato sul lago, oggi?"

"Son venuto in barca, gliel'ho detto."

Il discorso, privo d'alimento, cadde del tutto. La contessa si guardava attorno, come cercando un pretesto per rompere quel silenzio.

"Sul tavolino ci son dei sigari" gli disse "fumi pure, siamo in campagna."

"Grazie."

"Mi racconti che c'è di nuovo? Cosa si dice da quelle parti?"

"Si dice che i bigatti vanno benone."

"Ah! Avremo della seta a buon mercato dunque?"

"Certamente!"

"Che fortuna!"

Improvvisamente l'uscio s'aprí, ed entrò correndo una graziosa bambina di quasi cinque anni, che andò a buttarsi nelle braccia della contessa.

"Adagio, cara!" esclamò la madre baciandola. "Cosa dirà il signore di una bimba che entra cosí all'impazzata?"

La bambina si volse a guardare il signore coi grandi occhi timidi e curiosi. Alberto le disse cingendola colle braccia:

"Mi permette che le dia un bel bacio, signorina?"

La bambina seria seria acconsenti col capo, e sporse la guancia rosea.

"Com'è bella, e come le somiglia!" disse Alberto baciandola.

La contessa suonò un po' vivamente, e consegnò la figlia alla governante.

"Perché rimandarla?..." domandò Alberto, sorpreso da quel brusco congedo.

"È tardi per lei, sono quasi le dieci" rispose ella secco secco.

Alberti si alzò.

"Ma io non sono una ragazzina!" disse ridendo la contessa, e ritirò la mano che egli le stringeva per andarsene.

"Son venuto in un cattivo momento davvero!"

"No."

"Non la disturbo?"

"Parli, taccia, legga, suoni, ma non mi lasci sola con la mia noia, ché sarei capace di buttarmi nel lago" diss'ella col medesimo sorriso.

"Tanto meglio!"

L'Armandi gli rivolse una tacita interrogazione, e si appoggiò alla spalliera del canapè, contemplando i disegni della ventola.

Successe un lungo silenzio.

"E la sua ballerina?" domandò quasi sbadatamente.

"Sta benissimo" rispose Alberti senza levare gli occhi dall'album.

E tacquero nuovamente.

Tutt'a un tratto Alberti le piantò gli occhi in viso e domandò:

"Perché mi domanda della mia ballerina?"

"Cosí... per parlare di qualche cosa..."

Ei chiuse l'album, si alzò, andò a vedere l'ora che segnava l'orologio, e tornò a sedersi senza aprir bocca.

La contessa l'avea seguito collo sguardo, e s'era fatta pensierosa. Alla sua volta gli piantò gli occhi in faccia anche lei, e gli disse:

"Perché le rincresce che le parli della sua ballerina?"

"Non mi rincresce" rispose Alberti un po' bruscamente.

"Ho bisogno di rammentarle i nostri patti?" riprese l'Armandi dopo una lieve esitazione. "Non siamo piú amici come prima? Non ho piú il diritto d'interessarmi a lei? di darle dei consigli all'occorrenza? Ella è giovane e pieno di cuore - troppo, forse. - Non le ho detto che quella ragazza le conviene, giacché non è pericolosa per la sua immaginazione?"

"Grazie."

Successe un lungo silenzio.

"M'ascolti" riprese infine la contessa, mentre Alberti stava a capo chino. "Le ho parlato sempre con tanta schiettezza, che non le ho lasciato nemmeno il diritto di essere ingiusto. Sa che non l'amo, e che non l'amerò giammai, ma che le voglio un gran bene - in un altro modo - e che la sua amicizia mi è carissima. Però il giorno in cui ella mi amerà sarà un gran male, ci pensi! Se avrò un amante lo dirò a lei per primo - nient'altro - per provarle la schiettezza dei miei sentimenti, e costringerla a rimanere quello che desidero ch'ella sia per me. Le basta? Potrà promettermi di mantenere sempre dentro cotesti limiti le nostre relazioni? Ella è un uomo d'onore - parta o rimanga."

Alberto rimase alcuni istanti silenzioso. Poscia rispose:

"Ha ragione."

La contessa gli strinse la mano.

"Stasera sono stata bisbetica, e forse anche cattiva" riprese gaiamente. "È affar di nervi; mi perdoni, amico mio. Vuole che le suoni qualche pezzo per ricompensarlo della noia?"

"Sí" rispose egli distratto.

L'Armandi si mise al piano, e suonò lungamente senza interrompersi. Alberti sembrava ascoltasse attentamente, silenziosamente, e quand'ella si alzò, un po' stanca, non aprí nemmen bocca per ringraziarla.

Lei, seduta nell'angolo piú oscuro, taceva da un pezzo; il silenzio era profondo; di tanto in tanto un soffio di brezza spingeva verso l'interno del salotto le tende del balcone e il profumo dei fiori ch'erano sulla terrazza; dalla finestra aperta vedevasi la superficie del lago incresparsi in strisce argentee.

Infine la contessa si alzò senza dire una parola e andò lentamente sulla terrazza. Alberti la seguí. Si appoggiarono alla balaustrata, guardando il lago. Non si vedeva un lume; mezzanotte suonava lontano.

"Diggià!" mormorò l'Armandi.

Alberto prese il cappello per andarsene. Ella rispose appena al suo saluto, e non si volse nemmeno per vederlo partire. Udí vagamente chiudersi l'uscio del vestibolo, e poco dopo i passi di lui nel viale.

"La sua barca è laggiú?" domandò all'improvviso e con vivacità dall'alto della terrazza.

"Sí."

"Sa remare?"

"Credo di sí."

"Rimandi il barcaiuolo, e m'aspetti."

Dopo pochi momenti egli se la vide comparire dinanzi infilandosi i guanti, con un velo sul capo, il viso bianco e serio, gli occhi luccicanti.

"Sa proprio remare?" replicò brevemente e senza volgere gli occhi su di lui.

"Sí, sí."

Ella saltò nella barca senza aggiungere altro, e sedette a poppa.

La barchetta scivolò sulle acque tranquille, e allorché furono molto lontani dalla sponda Alberto lasciò i remi. La contessa guardava in silenzio la striscia luminosa che fuggiva dinanzi a loro sulla superficie bruna del lago, e l'acqua che s'increspava scintillante intorno ai remi. Stava mezzo sdraiata sui cuscini, tenendo il capo un po' arrovesciato indietro sul tappeto che sfiorava le acque, e guardando in alto; di tanto in tanto saettava uno sguardo su di Alberto, che teneva gli occhi rivolti altrove, e non diceva motto. Il silenzio aveva un fascino voluttuoso; quella pallida luce sembrava versare onde di non so qual nebbia seduttrice, un'ora suonava. La donna rivolse indolentemente il capo verso il luogo dove echeggiavano ancora gli ultimi rintocchi e tutt'a un tratto, fissando in volto ad Alberto gli occhi luccicanti, e bruscamente, ridendo quasi ironica, gli disse:

"Marchese Alberti, se in questo momento ci fosse anche in voi il conte Armandi, e se una metà del vostro individuo giurasse all'altra metà di non essere l'amante di vostra moglie, lo credereste?"

Alberto rimase sbalordito. Poi si rizzò di botto, e le disse con voce tremante e soffocata:

"Perché vi trastullate col mio cuore come con un cencio?"

Ella s'era alzata anche lei; si teneva ritta sulla poppa, leggermente pallida, cogli sguardi smarriti, le labbra smorte e sorridenti.

"No, Alberto!... Dico per ischerzo..." rispose con uno scoppiettío convulso.

Ei le afferrò le mani

"Aspettate!" diss'ella seria, risoluta, e con voce concitata. "Giuratemi che non è un capriccio il vostro!"

"Oh!..."

Il brusco movimento di lui minacciò di far rovesciare la barchetta. La contessa vacillò, mise un piccolo grido.

"Non cominciamo dalla fine!" disse.

I primi chiarori dell'alba imbiancavano il cielo quando la barca toccò la sponda. La luna era smorta, il lago sembrava piú scuro; la contessa era pallida, pensosa, sembrava pentita. Saltò vivamente sulla riva per non toccare la mano che il giovane le offriva; spinse la barchetta bruscamente col suo stivalino, e s'incamminò a passo lento verso il cancello, guardando con occhi distratti il lume che ardeva ancora nel salotto.

"Addio" gli disse con voce incerta, senza guardarlo, a capo chino.

 


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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23.31