De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Dei delitti e delle pene

di Cesare Beccaria

(1763)

Capitolo 42

DELLE SCIENZE

Volete prevenire i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertÓ. I mali che nascono dalle cognizioni sono in ragione inversa della loro diffusione, e i beni lo sono nella diretta. Un ardito impostore, che Ŕ sempre un uomo non volgare, ha le adorazioni di un popolo ignorante e le fischiate di un illuminato. Le cognizioni facilitando i paragoni degli oggetti e moltiplicandone i punti di vista, contrappongono molti sentimenti gli uni agli altri, che si modificano vicendevolmente, tanto pi˙ facilmente quanto si preveggono negli altri le medesime viste e le medesime resistenze. In faccia ai lumi sparsi con profusione nella nazione, tace la calunniosa ignoranza e trema l'autoritÓ disarmata di ragioni, rimanendo immobile la vigorosa forza delle leggi; perchÚ non v'Ŕ uomo illuminato che non ami i pubblici, chiari ed utili patti della comune sicurezza, paragonando il poco d'inutile libertÓ da lui sacrificata alla somma di tutte le libertÓ sacrificate dagli altri uomini, che senza le leggi poteano divenire conspiranti contro di lui. Chiunque ha un'anima sensibile, gettando uno sguardo su di un codice di leggi ben fatte, e trovando di non aver perduto che la funesta libertÓ di far male altrui, sarÓ costretto a benedire il trono e chi lo occupa

Non Ŕ vero che le scienze sian sempre dannose all'umanitÓ, e quando lo furono era un male inevitabile agli uomini. La moltiplicazione dell'uman genere sulla faccia della terra introdusse la guerra, le arti pi˙ rozze, le prime leggi, che erano patti momentanei che nascevano colla necessitÓ e con essa perivano. Questa fu la prima filosofia degli uomini, i di cui pochi elementi erano giusti, perchÚ la loro indolenza e poca sagacitÓ gli preservava dall'errore. Ma i bisogni si moltiplicavano sempre pi˙ col moltiplicarsi degli uomini. Erano dunque necessarie impressioni pi˙ forti e pi˙ durevoli che gli distogliessero dai replicati ritorni nel primo stato d'insociabilitÓ, che si rendeva sempre pi˙ funesto. Fecero dunque un gran bene all'umanitÓ quei primi errori che popolarono la terra di false divinitÓ (dico gran bene politico) e che crearono un universo invisibile regolatore del nostro. Furono benefattori degli uomini quegli che osarono sorprendergli e strascinarono agli altari la docile ignoranza. Presentando loro oggetti posti di lÓ dai sensi, che loro fuggivan davanti a misura che credean raggiungerli, non mai disprezzati, perchÚ non mai ben conosciuti, riunirono e condensarono le divise passioni in un solo oggetto, che fortemente gli occupava. Queste furono le prime vicende di tutte le nazioni che si formarono da' popoli selvaggi, questa fu l'epoca della formazione delle grandi societÓ, e tale ne fu il vincolo necessario e forse unico. Non parlo di quel popolo eletto da Dio, a cui i miracoli pi˙ straordinari e le grazie pi˙ segnalate tennero luogo della umana politica. Ma come Ŕ proprietÓ dell'errore di sottodividersi all'infinito, cosÝ le scienze che ne nacquero fecero degli uomini una fanatica moltitudine di ciechi, che in un chiuso laberinto si urtano e si scompigliano di modo che alcune anime sensibili e filosofiche regrettarono persino l'antico stato selvaggio. Ecco la prima epoca, in cui le cognizioni, o per dir meglio le opinioni, sono dannose.

La seconda Ŕ nel difficile e terribil passaggio dagli errori alla veritÓ, dall'oscuritÓ non conosciuta alla luce. L'urto immenso degli errori utili ai pochi potenti contro le veritÓ utili ai molti deboli, l'avvicinamento ed il fermento delle passioni, che si destano in quell'occasione, fanno infiniti mali alla misera umanitÓ. Chiunque riflette sulle storie, le quali dopo certi intervalli di tempo si rassomigliano quanto all'epoche principali, vi troverÓ pi˙ volte una generazione intera sacrificata alla felicitÓ di quelle che le succedono nel luttuoso ma necessario passaggio dalle tenebre dell'ignoranza alla luce della filosofia, e dalla tirannia alla libertÓ, che ne sono le conseguenze. Ma quando, calmati gli animi ed estinto l'incendio che ha purgata la nazione dai mali che l'opprimono, la veritÓ, i di cui progressi prima son lenti e poi accelerati, siede compagna su i troni de' monarchi ed ha culto ed ara nei parlamenti delle repubbliche, chi potrÓ mai asserire che la luce che illumina la moltitudine sia pi˙ dannosa delle tenebre, e che i veri e semplici rapporti delle cose ben conosciute dagli uomini lor sien funesti?

Se la cieca ignoranza Ŕ meno fatale che il mediocre e confuso sapere, poichÚ questi aggiunge ai mali della prima quegli dell'errore inevitabile da chi ha una vista ristretta al di qua dei confini del vero, l'uomo illuminato Ŕ il dono pi˙ prezioso che faccia alla nazione ed a se stesso il sovrano, che lo rende depositario e custode delle sante leggi. Avvezzo a vedere la veritÓ e a non temerla, privo della maggior parte dei bisogni dell'opinione non mai abbastanza soddisfatti, che mettono alla prova la virt˙ della maggior parte degli uomini, assuefatto a contemplare l'umanitÓ dai punti di vista pi˙ elevati, avanti a lui la propria nazione diventa una famiglia di uomini fratelli, e la distanza dei grandi al popolo gli par tanto minore quanto Ŕ maggiore la massa dell'umanitÓ che ha avanti gli occhi. I filosofi acquistano dei bisogni e degli interessi non conosciuti dai volgari, quello principalmente di non ismentire nella pubblica luce i principii predicati nell'oscuritÓ, ed acquistano l'abitudine di amare la veritÓ per se stessa. Una scelta di uomini tali forma la felicitÓ di una nazione, ma felicitÓ momentanea se le buone leggi non ne aumentino talmente il numero che scemino la probabilitÓ sempre grande di una cattiva elezione.

WB01467_.gif (3363 byte)

Edizione HTML a cura di: mail@debibliotheca.com

Ultimo Aggionamento:14/07/05 23.27