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Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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La rigenerazione

ITALO SVEVO

Commedia in 3 atti

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SCENA VENTUNESIMA

EMMA e DETTI. RITA continua il suo lavoro che la obbliga ad entrare e uscire.

 

EMMA.               Padre mio! Io ti prego di perdonare se poco fa ti parlai duramente.

GIOVANNI       (rigido). Io ti posso perdonare. Io ti perdono. Io voglio perdonarti. M'augurasti però la morte.

EMMA                (subito piangendo). No, no, padre mio.

GIOVANNI.      Io ho la memoria buona. Mi dicesti: Quando… Insomma m'augurasti la morte. Era duro sentirsi augurare la morte dalla propria figliuola. Duro e anche pericoloso. Perché non dovrebbe subito essere esaudito l'augurio di morte fatto dalla figlia al suo proprio padre? Fu un colpo dal quale ancora non mi sono rimesso. E non perché io tema la morte. Per me la morte non sarebbe altro che il riposo desiderato dopo una lunga vita dedicata al lavoro a vantaggio di voi tutti: Anna, te e il fanciullo.

EMMA                (c.s.). Perdonami, padre mio. Io in quel momento non sapevo quello che mi dicessi. M'era stato detto che il figliuolo mio era stato ammazzato.

GIOVANNI       (convinto). Ed egli invece stava benissimo e lo vedesti subito dopo.

EMMA.               Ma io non potevo saperlo allora.

GIOVANNI       (per un momento non sa che dire, poi). Ma se tu avessi ricordato che da due anni esco giornalmente col fanciullo e che mai è successo nulla, non ti saresti messa ad urlare cosí. Prima di offendere a quel modo avresti dovuto pensare e studiare. (Poi.) Io, insomma, col fanciullo non esco piú.

EMMA                (dolcemente). Sí, padre mio. Sarà meglio cosí. Non uscirete affatto o io uscirò con voi.

GIOVANNI (colpito, resta senza parole). Non ti fidi dunque piú di me?

EMMA                (piangendo). Che ho da dirti, padre mio? Io a questo mondo non ho che quel fanciullo.

GIOVANNI.      Meno male che nel pianto ti confessi. Padre e madre dunque per te non contano.

EMMA                (abbandonandosi su una poltrona). Come sono infelice! La vita è finita quando si perdette il proprio marito.

GIOVANNI.      Anch'io perdetti molto quando morí il povero Valentino. Mi circondava del suo affetto e del suo rispetto. Già, come sempre, i morti sono i migliori. Il povero defunto era lieto ch'io ogni giorno uscissi col fanciullo non come te che ora vuoi proibirmi il maggior svago che ho nella mia giornata interminabile. (Accalorandosi sempre piú e gridando.) E in allora il fanciullo era molto piú giovine che non ora. Allora non avrebbe saputo correre dietro alle automobili a guardare quello che c'è di sotto. Perciò quello che avrebbe potuto succedere ora e che non successe avrebbe potuto succedere… non succedere allora. (Esitante e malsicuro perché eccitato.)

 

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:13/07/2005 23.46

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