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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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VITA

Di: Vittorio Alfieri

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EPOCA PRIMA - PUERIZIA

ABBRACCIA I PRIMI NOVE ANNI NELLA CASA MATERNA

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Nascita e parenti.

Nella città d'Asti in Piemonte, il dì 17 di gennaio dell'anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti. E queste tre loro qualità ho espressamente individuate, e a gran ventura mia le ascrivo per le seguenti ragioni. Il nascere della classe dei nobili, mi giovò appunto moltissimo per poter poi, senza la taccia di invidioso e di vile, dispregiare la nobiltà di per sè sola, svelarne le ridicolezze, gli abusi ed i vizj; ma nel tempo stesso mi giovò non poco la utile e sana influenza di essa, per non contaminare mai in nulla la nobiltà dell'arte ch'io professava. Il nascere agito, mi fece libero e puro; nè mi lasciò servire ad altri che al vero. L'onestà, dei parenti fece sì, che non ho dovuto mai arrossire dell'esser io nobile. Onde, qualunque di queste tre cose fosse mancata ai miei natali, ne sarebbe di necessità venuto assai minoramento alle diverse mie opere; a sarei quindi stato per avventura o peggior filosofo, o peggior uomo, di quello che forse non sarò stato. Il mio padre chiamavasi Antonio Alfieri; la madre, Monica Maillard di Tournon. Era questa di origine savojarda, come i barbari di lei cognomi dimostrano: ma i suoi erano già da gran tempo stabiliti in Torino. Il mio padre era un uomo purissimo di costumi, vissuto sempre senza impiego nessuno, e non contaminato da alcuna ambizione; secondo che ho inteso dir sempre da chi l'avea conosciuto. Provveduto di beni di fortuna sufficienti al suo grado, e di una giusta moderazione nei desiderj, egli visse bastantemente felice. In età di oltre cinquantacinque anni invaghitosi di mia madre, la quale, benchè giovanissima, era allora già vedova del marchese di Cacherano, gentiluomo astigiano, la sposò. Una figlia femmina che avea di quasi due anni preceduto il mio nascimento, avea più che mia invogliato e insperanzito il mio buon genitore di aver prole maschia: onde fu oltre modo festeggiato il mio arrivo. Non so se egli si rallegrasse di questo come padre attempato, o come cavaliere assai tenero del nome suo e della perpetuità di sua stirpe: crederei che di questi due affetti si componesse in parte eguale la di lui gioja. Fatto si è, che datomi ad allattare in un borghetto distante circa due miglia da Asti, chiamato Rovigliasco, egli quasi ogni giorno ci veniva a piedi e vedermivi, essendo uomo alla buona e di semplicissime maniere. Ma ritrovandosi già oltre l'anno sessagesimo di sua età, ancorchè fosse vegeto e robusto, tuttavia quello strapazzo continuo, non badando egli nè a rigor di stagione nè ad altro, fè sì che riscaldatosi un giorno oltre modo in quella sua periodica visita che mi faceva, si prese una puntura di cui in pochi giorni morì. Io non compiva allora per anco il primo anno della mia vita. Rimase mia madre incinta di un altro figlio maschio, il quale morì poi nella sua prima età. Le restavano dunque un maschio e una femmina di mio padre, e due femmine ed un maschio del di lei primo marito, marchese di Cacherano. Ma essa, benchè vedova due volte, trovandosi pure assai giovine ancora, passò alle terze nozze col cavaliere Giacinto Alfieri di Magliano, cadetto di una casa dello stesso nome della mia, ma di altro ramo. Questo cavaliere Giacinto, per la morte poi del di lui primogenito che non lasciò figli, divenne col tempo erede di tutto il suo, e si ritrovò agiatissimo. La mia ottima madre trovò una perfetta felicità con questo cavalier Giacinto, che era di età all'incirca alla sua, di bellissimo aspetto, di signorili ed illibati costumi: onde ella visse in una beatissima ed esemplare unione con lui; e ancora dura, mentre io sto scrivendo questa mia vita in età di anni quarantuno. Onde da più di 37 anni vivono questi due conjugi vivo esempio di ogni virtù domestica, amati, rispettati, e ammirati da tutti i loro concittadini; e massimamente mia madre, per la sua ardentissima eroica pietà con cui si è assolutamente consecrata al sollievo e servizio dei poveri. Ella ha successivamente in questo decorso di tempo perduti e il primo maschio del primo marito e la seconda femmina; così pure i due soli maschi del terzo, onde nella sua ultima età io solo di maschi le rimango; e per le fatali mie circostanze non posso star presso di lei; cosa di cui mi rammarico spessissimo: ma assai più mi dorrebbe, ed a nessun conto ne vorrei stare continuamente lontano, se non fossi ben certo ch'ella e nel suo forte e sublime carattere, e nella sua vera pietà ha ritrovato un amplissimo compenso a questa sua privazione dei figli. Mi si perdoni questa forse inutile digressione, in favor di una madre stimabilissima.

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:08/02/2001 17.22

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