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Senso. Nuove storielle vane
Di: Camillo Boito
 

Vade retro, Satana

 

1

 

Il prete aveva i gomiti poggiati sul davanzale; stava immobile, con lo sguardo fisso. Era la prima volta in dieci anni che vedeva dalla canonica del villaggio (il più alto villaggio del Trentino) la tempesta sotto i suoi piedi, intanto che il sole, un sole pallido, quasi intimorito, brillava sulle case del paesello e sulle cime delle montagne circostanti.

Il giovine prete, a intervalli, tossiva. Il suo collo scoperto era candido e magro; la sua bella faccia affilata in quel momento sembrava impassibile. Eppure, studiando bene i lineamenti del volto, si avrebbe potuto indovinare il di dentro: tra le narici e gli angoli delle labbra pallide nascevano due solchi dritti; la fronte alta ed aperta aveva una ruga profonda, che contrastava con la espressione dolce, quasi infantile degli occhi d'un colore celeste d'oltremare, simile a quello dell'acqua nel Lago di Garda. L'arteria del collo batteva forte; le mani delicate si stringevano febbrilmente; i capelli biondi, cacciati indietro dal vento, coprivano la chierica. E intanto le nubi si agglomeravano, s'aggomitolavano, quali onde di una burrasca fantastica. Era un lago, che, riempiendo tutta l'ampia vallata, urtava contro la corona dei monti, come se volesse rovesciarne le roccie, i boschi, i ghiacciai per inghiottire ogni cosa nel proprio fondo, nero più d'una tomba. Si vedeva quel fondo a intervalli qua e là secondo gli scherzi del turbine, quando nei flutti delle nubi s'apriva uno squarcio; e allora l'occhio piombava dentro nella valle, dove lampeggiavano i fulmini, mentre sul dorso ai mucchi bianchi dei densi vapori le saette sembravano appena scintille. Uno dei buchi tenebrosi lasciò indovinare il villaggio di Cogo; poi quel baratro si chiuse, e se n'aperse un altro di lontano, che mostrò per un istante la torre del castello di Sanna.

E il prete guardava sospirando, sempre coi pugni stretti. Sul davanzale aveva lasciato aperto il Breviario, che il vento si divertiva a scartabellare. Ma il vecchio Menico, il quale stava da un po' di tempo borbottando dietro il curato, prese il libro con un certo suo gesto dispettoso, lo chiuse e lo depose sulla scrivania. Poi, raccogliendo le carte, che il vento aveva sparpagliate sul suolo, disse ad alta voce: - Un bel gusto davvero, pigliarsi un raffreddore! Senza niente sul capo, senza un fazzoletto al collo -. E aggiunse un po' più basso: - La è da matto, proprio da matto -. Uscì di camera sbattendo l'imposta; ma poco dopo rientrò, andò a pigliare sul letto il calottino del padrone e, alzandosi in punta di piedi, glielo mise sulla chierica. Il prete si voltò irritato e, agguantato il calottino, lo buttò in terra dinanzi a Menico, gridando: - Ho caldo, vattene via.

Tornò a guardare le nuvole; ma non erano scorsi due minuti che si voltò di nuovo, cercando con gli occhi Menico. Non c'era; andò in cucina, non c'era; andò nel piano superiore, una specie di soffitta mezzo aperta all'acqua ed alla neve, non c'era. Lo trovò a' piedi della stretta e scricchiolante scala di legno, che dal piano, per così dire, nobile dell'edificio scendeva esternamente al sagrato della chiesa, dove cinque o sei contadini, ragionando sulla novità del temporale, guardavano ancora con tanto d'occhi alla valle, in cui le folgori avevano cessato di scoppiare, i lampi avevano smesso di balenare, e le nubi s'andavano via via diradando.

Il prete si accostò al vecchio e, nello stendergli la mano, gli disse in modo che i contadini potessero udire: - Menico, perdonami -. Il vecchio girò il viso dall'altro lato, alzando le spalle e tenendo le mani in tasca. Era piccolo, magro, sparuto; aveva la barba meno grigia che bianca, rasa la settimana innanzi, irta come spilli, ma le folte sopracciglia, sugli occhietti piccoli, erano ancora d'un nero d'inchiostro. Il sacerdote piegò il corpo alto ed esile, e, umilmente, con voce tranquilla, dolce, ripeteva: - Menico, ti prego di scusarmi -. I contadini ridevano sotto i baffi. A un tratto il vecchio, afferrata la mano del padrone, senza lasciare a questi il tempo di ritrarla, gliela baciò più volte; e gli occhietti piccoli erano lustri di lagrime.

Il prete, ritornato nella sua camera, aveva ripreso il Breviario. Lette appena due facce, seguendo, come vuole la Chiesa, con gli occhi intenti lo scritto e pronunciando sottovoce ogni sillaba, chiuse sconfortato il volume. - Non posso - mormorò - non posso. L'Officio si deve recitare con attenzione e devozione: Officium recitandum est attente et devote... Or io sento in tutte le membra una inquietudine di cui non so capire il perché, come se migliaia di formiche girassero e rigirassero sulla mia pelle. Cerco di fissare la mente all'un pensiero od all'altro, e la mente scappa dove le garba, compiacendosi in cento nuove immagini strane e puerili. Sarà forse l'aria, così carica oggi d'elettricità. Forse la mia consueta febbriciattola va peggiorando -. Si pose all'inginocchiatoio, davanti ad un Crocifisso allampanato. Vi stette qualche minuto con le mani giunte, il capo chino, bisbigliando preghiere: poi, alzatosi di botto, disse: - Oratio sine attentione interna non est oratio.

In quel mentre, spalancando l'uscio, comparve il cane del curato, un bel cane da caccia, e si mise a saltellare intorno al caro padrone. Questi lo accarezzò distrattamente, e ripeteva tra sé, intanto che con il pugno serrato continuava a picchiarsi forte il petto indolenzito: - Il sacerdote dovrebb'essere sempre come il sole sereno di poco fa: dovrebbe contemplare la tempesta dall'alto, quieto, puro, intangibile.

Entrò, senza bussare, il medico dei tre villaggi della Val Castra, bene sbarbato e vestito appuntino: - Buon giorno, signor curato. Presto, levi di dosso quella giacchetta, metta il collarino, infili la sua vesta più bella, e venga con me. Il demonio la vuole, reverendo; ma che caro demonio. M'ha detto in furia queste precise parole: «Corra subito, mio caro dottore (ha proprio detto mio caro dottore ), corra subito dal signor curato; gli racconti il mio male, aggiunga che ho bisogno di sentire la voce del cielo, che sono una pecorella pronta a rientrare all'ovile». E ripeteva: «Voglio il curato, voglio Don Giuseppe».

Il prete diventò bianco e grave. - È in pericolo di morte? - chiese.

Il dottore uscì in uno scoppio di riso: - Ci vuol sotterrare tutti, reverendo. È uno scherzo di nervi: roba di donne galanti. Non ho potuto neanche toccarle il polso. Mi ha cacciato qui senza lasciarmi tempo di fiatare: e noti che venivo dritto, sotto le nubi e i fulmini, da Ledizzo, e sull'asino.

Manco male che avevo l'ombrello e il pastrano. Insomma, Don Giuseppe, si va o non si va?

- Non vengo -, rispose il prete, a cui la fronte e le gote erano diventate rosse infiammate; e, alzando i pugni, con voce da far tremare le muraglie, soggiunse: - Quella donna e i suoi drudi sono l'infamia, e saranno l'ultima rovina di questa valle. Dio li maledica!

Il dottore, scandolezzato, guardò l'altro negli occhi, mormorando: - Signor curato, la carità cristiana!

- La carità cristiana? Io mangio polenta e cacio, qualche volta un po' di carne di maiale, mentre il mio corpo fragile, estenuato, roso, com'ella sa, dottore, da una malattia che aspetta ma non risparmia, avrebbe bisogno d'altri sostentamenti. Io vivo in mezzo al sudiciume di questo paese, alle miserie di questi montanari, a' quali ho dato quel poco che ho guadagnato in dieci anni. La sera negli otto mesi d'inverno mi faccio piccolo per insegnare ai bimbi del villaggio; non c'è fanciullo o ragazza dai sette anni in su che non sappia leggere e scrivere e distinguere il bene dal male. Al vescovo, che mi voleva parroco nella pianura, ho risposto: «Monsignore, amo oramai la solitudine e la neve, le privazioni e l'ingratitudine». Amo infatti queste grandezze della natura selvaggia, nelle quali il mio corpo è rimasto puro e sono vissuto fino ad ora in una cara povertà di spirito. Ho dovuto abbandonare da un po' di tempo il mio più vivo conforto mondano, la caccia, e rinunciare alle lunghe passeggiate solitarie su per i dorsi dei monti. La mia pelle già ruvida e bruna - e il prete guardava pietosamente le proprie mani - è diventata morbida e bianca, come quella di una donna galante. Dicono che, così magro e così smorto, sembro ringiovanito: ho trent'anni e ne mostro venti: torno fanciullo. Chi mi ridà la salute e la forza? - Il dottore sorrise, e il prete continuò: - Un giorno a Trento il vicario del vescovo mi dice con ironia: «Ella, reverendo, è un montanaro d'Arcadia». I miei parrocchiani, salvo pochi, mi guardano di traverso. La carità cristiana! Ecco che in questo paese, il più alto e il più povero del Trentino, dove gli uomini sono attivi, sobrii, leali, e le donne non hanno altra bellezza che la loro virtù, viene a piantarsi una masnada di truffatori e sgualdrine. Inventano delle miniere; gridano a tutti i venti che nel nostro suolo la natura ha deposto i suoi tesori di ferro; le Gazzette del Tirolo, della Germania, sono piene di annunzii e di lodi sulla famosa Compagnia siderurgica della valle di Castra; cinquemila azioni da cinquecento lire ciascuna, interessi, dividendi, almeno il cento per cento! Troveranno i gonzi, intascheranno i milioni, una parte almeno, e scapperanno, lasciando alle nostre montagne due grotte di più, due buchi. Ma intanto si pianta qui, per alcune settimane, in un palazzo improvvisato, il capo dell'impresa con la sua ganza; e servi e operai e donnacce riempiono il villaggio di scandali; s'aprono bettole, si balla tutta notte, ci si ubbriaca e peggio. Alle miniere, alle ferrovie ci pensa pincone. Tre famiglie del paese hanno già venduto le loro giovenche per barattarle con le mirifiche azioni siderurgiche: altre seguiranno l'esempio.

Alla rovina materiale si rimedierà, ma l'abiezione morale sarà senza riparo. Due delle più ingenue paesanelle, l'una di diciotto, l'altra di sedici anni, la Giulia di Pietro...

La voce del prete, rauca e fiera, s'interruppe di botto. Era stato un torrente di parole: sembrava che non dovesse fermarsi più; non aveva tossito neanche una volta. L'indignazione bolliva da un pezzo in quello spirito ingenuo, ed era scoppiata; ma dopo l'ultima frase Don Giuseppe rimase improvvisamente impacciato, mortificato. Guardò in volto il dottore per ispiare se questi avesse potuto intendere il senso del periodo appena incominciato; e si confortò un poco, vedendo che teneva la testa bassa, come sbalordito dalla foga del lungo sermone. Il curato girò gli occhi ad un angolo della stanza, li fissò un istante sul Crocifisso, che gli parve più sanguinolento, più addolorato del solito, e recitò un'orazione interna, breve, ma fervidissima. Un sordo, esercitato a leggere sulle labbra, avrebbe colto dai moti convulsi di quelle del prete alcune voci spezzate: Strictissima obligatio... inviolabiliter... sigillum confessionis.

Frattanto il dottore sorrideva, pensando alla rusticità del curato. Aveva compiuto egli i suoi studi di scienza medica niente meno che a Vienna, e in quegli otto mesi n'aveva proprio viste di belline. Le raccontava, adombrate appena di un velo, persino a sua moglie. Sì, signori, per allargarsi la mente, per non lasciarsi afferrare dalle idee storte e sentimentali, per acquistare l'esperienza del mondo, per imparare i modi garbati, è necessario vivere, almeno un certo tempo, nella capitale. Fra le montagne non si possono educare che gli orsi. Povero curato, il suo massimo viaggio era stato quello di Trento!

- Don Giuseppe, mi permetta di parlarle schietto: ella, scusi, mi sembra un tantino pessimista -. Dette queste parole quasi per tentare il terreno, il medico ristette, aspettando una risposta. La risposta non venne: Don Giuseppe aveva assunto un'attitudine raccolta e placida.

Fattosi coraggio, il dottore continuò: - Può darsi, non lo nego, che le cose previste da lei, reverendo, sieno tutte vangelo, e che una brutta catastrofe sovrasti alla povera valle; ma potrebbe anche darsi, chi lo sa? che le faccende andassero lisce. Lavorano negli scavi, hanno fatto gli assaggi; né sarebbe impossibile che il metallo sbucasse fuori, tanto più che si trovano nei nostri monti le tracce di molte vecchie ferriere. Se l'impresa andasse bene, quanta ricchezza non ne verrebbe egli a tutti i luoghi qui intorno? Dall'altra parte questo signor banchiere e barone, avviato l'affare e toltosi il ghiribizzo della vita montanina, andrà via con il suo codazzo, lasciando i veri lavoratori, gli onesti operai; e tutto rientrerà nell'ordine consueto, con qualche soldo e qualche comodità di più, che ce n'è di bisogno.

- Dio voglia! - Era un Dio voglia buttato là tanto per mutare discorso. Il curato chiese infatti senza interruzione al dottore: - Mi dica un po', come sta oggi la signora Carlina?

- Non c'è male, grazie. Mangia poco, quasi niente, sebbene io la faccia sgambettare dietro di me il più possibile.

- E di umore?

- Così così. Quando esco la mattina o dopo il desinare per le mie passeggiate mediche, potrei dire per i miei viaggi quotidiani, m'abbraccia e si mette a piangere. Qualche volta, confesso, perdo un po' la pazienza.

- Tolleri, dottore. È una bambina, e le vuol tanto bene. Dirò di più, veda di trattarla con infinita indulgenza, con ogni sorta di amorevolezze e di cure. La tenga come una pianticella tenera, delicata e sottile, trapiantata da tre mesi soltanto, e che vuole essere irrorata d'affetto.

- In fondo non è mai malata. Qualche dolor di capo, nient'altro; ma non ingrassa. E poi è tanto rustica: vorrebbe stare sempre sola o con me. Detesta la gente nuova; anzi, a dirgliela, Don Giuseppe, sono impacciato. La bella baronessa vuole vedere mia moglie a ogni costo. Appena entro nella sua camera grida: «E la sposina?».

- Per amor della Vergine Maria non gliela conduca. Profanare il candore, il pudore della giovinetta semplice, della colomba di diciott'anni con l'alito della donna infame!

- Reverendo, ella dice bene; ma io ho pur bisogno di tutti. Nato in questa valle, non ho intenzione di morirvi. Per guadagnarmi da vivere devo fare sulle scorciatoie dei monti tre o quattro ore di cammino ogni giorno al rischio di cadere in un precipizio, di gelare l'inverno in mezzo alla neve o di crepare giovine d'un vizio di cuore. Risparmio il mulo ed il ciuco, tiranneggio me e anche un poco mia moglie per mettere da parte qualche danaro, che mi permetta di piantarmi in una città, dov'io possa fare il medico davvero. Cavar sangue, strappar denti, aggiustar ossa a questi villani non è poi un mestiere decente per chi ha studiato nella capitale e s'è assuefatto a nobili desiderii.

- La nobiltà del desiderio consiste, dottore, nella volontà del bene; e il bene è tanto più difficile a farsi, ma tanto più meritorio quanto è più basso e, aggiungerò, più schifoso l'oggetto a cui si rivolge.

- Ella parla d'oro, signor curato. Ammiro la virtù sublime, ma tutti non hanno, neanche secondo il Vangelo, l'obbligo di esser santi. Si può vivere da galantuomini, si può beneficare il prossimo anche nelle città, ed io mi sento nato per la vita civile. Ora veda, Don Giuseppe, quella signora, chiamiamola baronessa o altrimenti, mi dà quattro fiorini per visita e mi chiama quasi ogni giorno. Il mio salvadanaio ne gongola.

- Dottore, la signora Carlina non approverebbe questi sentimenti.

- E avrebbe torto. Posso io rifiutare a colui che invoca il mio ministero l'aiuto della mia scienza? Non ci sono altri medici nella valle; occorrerebbero sette ore od otto per averne uno: intanto il malato rischia di crepar come un cane. È poi lecito il distinguere un contadino da un signore, una donna onesta da una bagascia, o non si devono soccorrere tutti ugualmente? Mi dica lei, Don Giuseppe, se un peccatore, se una peccatrice implorasse, anche senza sentirsi in punto di morte, una parola dal ministro di Dio, una parola che potesse confortare, migliorare, illuminare un'anima sviata, avrebb'ella il diritto di dir di no? Stendere la mano al prossimo smarrito o perverso, aiutarlo a ritrovare la via diritta, non è forse il primo, il più sacro dovere del pastor buono?

Queste ultime parole vennero pronunciate con molta enfasi dal dottore, il quale teneva i suoi occhi furbi fissi negli occhi ingenui del prete.

Seguì un silenzio, in cui si potevano udire i canti e le risa della gente del villaggio raccolta nella piazzetta della fontana. Il curato meditava. Fece un gesto risoluto, andò a pigliare il collarino nell'armadio, se lo affibbiò senza guardarsi nello specchietto che, appeso ad un chiodo sul telaio della finestra, gli serviva per radersi la barba, e infilò la sua veste nera, l'unica che avesse; poi disse: - Andiamo.

In quel punto al baccano sempre crescente dei villani s'unì un gran frastuono di trombe, di corni, di cornette e d'altri strumenti d'ottone, i quali stonavano e scroccavano maledettamente; e, fuori del paese, sul dorso del monte, rispondevano gli spari dei mortaletti. Era una festa solenne: avevano fatto venire la banda musicale dal capoluogo del circondario, niente meno; ed il Capo-comune presiedeva alla cerimonia. Si trattava anzi di una vera marcia trionfale. Gli eroi erano due ragazzi in sui dodici anni, l'uno bruno, l'altro biondo, incoronati di fiori selvatici, e tirati in uno di quei veicoli, i quali servono in montagna a trasportare il letame, ed hanno, curvi come sono al dinanzi, un certo aspetto d'antica biga romana. Il carro, tutto a ghirlande e a festoni, era tirato da due maestosi buoi bianchi, ma i due fanciulli, anziché mostrare la baldanza de' conquistatori, mostravano una gran paura di essere sbalzati a terra, quando le ruote o si alzavano sugli enormi sassi, di cui sono sparse le tortuose, strette ed erte vie del paesello, o si sprofondavano nelle buche di pantano, da cui schizzava intorno la melma. I due monelli guardavano in giro, confusi di tanto chiasso, desiderosi d'una cosa soltanto, di saltar giù dal carro trionfale per unirsi a' loro compagni e dimenarsi liberamente e gridare anch'essi: Viva, viva!

La cagione della loro gran gloria era spiegata da Menico ad un vecchio, venditore ambulante di quegli enormi ombrelloni rossi e azzurri, i quali mettono nella malinconia del paesaggio, quando piove, una pennellata allegra. Il caso dunque era stato questo: i due ragazzi, nel principio della passata primavera, andavano a raccogliere sul monte della Malga, quello che manda la più lunga ombra nella Val della Castra, le radici di una certa erba medicinale. È uno dei piccoli guadagni dei montanari, i quali per un grosso peso di arnica, di genziana, di aconito, di lichene, o che so io, racimolati sulle roccie, alla cima dei dirupi, col rischio di rompersi il cranio nella voragine, pigliano qualche soldo. La neve al basso si andava squagliando, ma i due fanciulli, raspandola via via, senza pensare ad altro, salivano sempre più in un luogo che da otto mesi non vedeva anima nata. All'improvviso, sotto ad un pino, che il vento aveva gettato a terra e che su quel lenzuolo candido con il suo tronco ed i suoi rami secchi pareva uno scheletro, odono un fruscìo. Tendono le orecchie; il fruscìo si rinnova; s'avvicinano, ed ecco che sbuca una bestia bruna, simile ad un cane non grande. La bestia scappa e va a nascondersi di nuovo in una macchia di arbusti; ed i fanciulli dietro. Avevano due bastoni, e si mettono a picchiare con tutta la forza di cui erano capaci, l'uno di qua, l'altro di là della macchia di arbusti, la quale, sebbene priva di foglie, era folta.

Volevano acchiappare il cane. La bestia, in fatti, spaurita, irritata, esce fuori, ma, invece di fuggire, avventandosi alle braccia di uno dei fanciulli, le addenta e ne fa uscire il sangue, che arrossa la neve; ma il fanciullo, niente paura, quanto più si sente mordere tanto più tiene saldo. Ed ecco l'altro che in buon punto dà con la mazza un forte colpo sulla testa dell'animale, ed un secondo colpo, e l'accoppa. Il ferito, più allegro che mai, tiene per un poco le braccia nella neve, poi, con il compagno, scende giù a sbalzi portando la sua preda. Erano incerti se fosse un cane o una volpe. Ma, prima di entrare nel villaggio, incontrano un vecchio di ottant'anni, alto, di corpo asciutto, dritto ancora come un fuso, svelto ancora come un cavriolo, che andava a passeggiare con la sua carabina ad armacollo. La fama di codesto vecchio esce dalla Val della Castra: Trento stessa lo conosce. Nella sua vita ha ucciso venti orsi; l'ultimo, dopo sbagliato il colpo del fucile, l'uccise abbracciandolo, e l'uomo cacciava all'orso il coltello nel ventre, e poi, sempre in un amplesso, arrotolarono un pezzo sulla china del monte, finché l'orso morì, e l'uomo di ottant'anni s'alzò dritto e placido. Ora quel vecchio chiamò i fanciulli, che gli passavano innanzi, e disse: - Figliuoli, dove avete pescato questa bestiola? - I ragazzi risposero: - L'abbiamo uccisa noi; ma è una volpe od un cane?

- È un'orsacchiotta, fortunati figliuoli: fortunati che non avete trovato la sua madre, e fortunati che vi beccate trentasette fiorini belli d'argento. Fate l'istanza al Capitano -. Dette queste parole ripigliò il cammino, guardando i ghiacciai sul cucuzzolo delle montagne.

Menico mostrò all'ombrellaio, tra la folla, un montanaro che soverchiava gli altri di quasi tutto il capo, e che guardava con serietà i due piccoli trionfatori: era il vecchio degli orsi.

Per farla breve, i ragazzi avevano potuto dopo qualche mese riscuotere i trentasette fiorini, che il Governo dà quale premio per l'uccisione di un'orsa; e la festa era fatta a commemorazione e a rallegramento del caso. Bisogna aggiungere, per amore di verità, che era stata anche pensata da qualche cervello ingegnoso per avere una nuova scusa di ballar con la banda tutta notte nell'osteria e di scialacquare in istravizii e bordelli; e, perché il curato lo sapeva bene, non aveva voluto ingerirsi né con la sua chiesa, né con la sua persona in così fatta commedia. Dall'altro canto la caccia dell'orso aveva lasciato nell'animo del prete un rimorso non piccolo. S'era imbattuto un inverno anch'egli fra le nevi in un orsacchino da poppa; aveva pigliato l'orsacchino e, picchiandolo un poco, l'aveva fatto guaire, perché l'orsa, che non poteva essere lontana, lo udisse. Venne in fatti, e precipitò furibonda, mentre il prete mirava attento e colpiva giusto. L'orsa, ferita a morte, si trascinò accanto al suo piccino, che continuava a guaire, e lo leccava in atto d'infinito amore. Il prete tornò a casa pensieroso, lasciando nel bosco la madre morta e l'orsacchino libero.

La sera scartabellò i volumi della sua piccola libreria per conoscere se l'inganno è innocente quando si volga contro le bestie feroci; ma non gli riescì di raccapezzar nulla che facesse al suo caso: solo nel secondo volume del Gury, Compendium Theologiae moralis, trovò che al sacerdote è lecita la caccia non clamorosa cum sclopeto et uno cane. Non trovò altro; ma non poté mai dimenticare la generosa, e sviscerata passione di quella madre morente, e, ripensandovi, sentiva nel cuore uno stringimento.

Ripeté ancora al dottore: - Andiamo - ed uscirono, allontanandosi dal frastuono del villaggio in festa.

 

2

 

La villa del barone banchiere era sorta all'improvviso. A un tiro di schioppo fuori del paese si vedeva dianzi una casa costrutta in sasso e in cemento, miracolo in quel villaggio fatto tutto di legno. Era stata alzata dieci anni addietro da un brav'uomo, il quale, essendo andato per mezzo secolo a lavorare giù per l'Italia da calderaio, e avendo raggruzzolato molte migliaia di lire, voleva godersele con la famiglia in santa pace nell'aria pura e nelle lunghe nevi del suo caro luogo natale. Non l'avesse pensato mai! Il dì che fu messa la prima pietra, ecco gli muore la figliuola; appena finito il solaio del primo piano, ecco gli si ammazza giù per una rupe il figliuolo; appena compiuto il tetto, passa a miglior vita la moglie. Il misero signorotto, solo, disperato, pieno di acciacchi e di paure, camminò un anno nelle stanze vuote, meditando con desiderio ineffabile al tempo della sua miseria, quando la moglie ed i figli, sani e robusti, mangiavano polenta asciutta, ed egli martellava quindici ore della giornata su caldaie e padelle. Morì di settant'anni lasciando la sua casa al Comune, il quale vi teneva il fieno, giacché, un poco per cagione dell'uso di abitare in isconquassate catapecchie di legno, un poco per l'idea che quell'edificio fosse stregato e recasse sventura, nessuno offriva un quattrino per andarvi a prendere alloggio.

I vetri delle finestre non c'erano più, le imposte cominciavano a sconnettersi; ma il palazzotto così bianco e alto e regolare, con la sua bella cornice e i suoi balconi sporgenti, rallegrava la vista, in mezzo alle capanne ed ai tugurii neri della valle. S'aggiunga ch'era piantato in uno dei più bei siti: sul contrafforte del monte, dove i paeselli della vallata di qua e di là si vedono tutti, e l'occhio si spinge sino al piano verde ed al castello di Sanna; e di dietro l'ombreggiava una folta macchia di larici antichi, mentre dinanzi lo rallegrava una prateria quasi orizzontale, piena di grandi arbusti di sambuco rosso, con i suoi grappoli che sembravano coralli infiammati, e ricca di fiori color di rosa, dondolanti sui gambi altissimi, di fiori gialli, violetti, bianchi, da farne la più gentile e variopinta corona per una vergine sposa.

La casa del calderaio, già bella, era diventata un incanto. Sulla fronte, nel piano terreno, sporgeva una nuova loggia, chiusa durante le ore del sole da tende che parevano di splendido drappo persiano; nei fianchi uscivano fuori due nuove ali in forma di padiglione, da cui quattro gradinate esterne scendevano alla prateria trasformata in giardino, dove non mancavano le zolle simmetriche, l'ampia vasca circolare con l'acqua limpida e i pesci d'oro, né i sedili dondolanti sparsi nei luoghi più misteriosi ed ombrati. Nel lato posteriore dell'edificio un nuovo portico riparava le cavalcature mentre aspettavano i cavalieri; la cucina, la scuderia de' muli, l'abitazione dei servi ed altri luoghi di basso uso avevano trovato posto in una specie di casa rustica, unita alla palazzina per mezzo di una lunga tettoia, la quale veniva tutta nascosta da piante arrampicanti e da arboscelli trapiantati.

Queste nuove fabbriche erano di legno, alzate su in fretta e destinate alla vita di tre mesi: non importava che le prossime nevi ed i geli le sfasciassero tutte.

Ai lavori aveva presieduto il vero scopritore, o, per meglio dire, inventore delle miniere, un farabutto matricolato, al paragone del quale il presidente della Società siderurgica, il barone banchiere, poteva dirsi una perla. Lo chiamavano Gregorio Viorz, e si bucinava che fosse stato due volte in carcere per truffa; gli attribuivano anche un veneficio, commesso per interesse, ma le prove mancavano e la giustizia non se n'era impacciata. Comunque sia, ad Innsbruck, sua città natale, n'aveva fatte tante, che non poteva più rimettervi il piede.

Dio l'aveva dotato, per disgrazia degli uomini, di un ingegno feracissimo e di un'attività senza pari; tanto che con la metà della fatica e del cervello, ch'egli impiegava nelle vie torte e buie, avrebbe potuto lungo la strada dritta rendersi ricco e stimato e sicuro della propria fortuna. Ma dall'animo perverso nascono inevitabilmente certe debolezze fatali, le quali sciupano tutto; e il Viorz ne aveva due. Prima: assottigliava troppo, sicché, studiando nelle imprese tutti i pericoli e industriandosi di mettere a tutti un anticipato rimedio, creava spesso le difficoltà nell'atto in cui voleva prevenirle. Seconda: man mano che si avvicinava il momento di raccogliere il frutto delle sue iniquità, la gioia e l'orgoglio del buon successo gli scemavano la calma, lo inebbriavano, e la prima cautela volpina si trasformava, nella lotta contro gli ultimi intoppi, in violenza brutale.

Un così fatto personaggio non poteva dare il suo nome a nessun affare d'industria o di banca; anzi si doveva tenere avvolto, almeno sul principio, in un prudente mistero. Aveva dunque bisogno di qualcuno da mettere in mostra: un galantuomo no, perché non si sarebbe prestato a simili birbonate; un noto birbante no, perché avrebbe, invece di adescarla, fatto scappare la gente. Ci voleva, per esempio, un signore che si fosse mangiato il patrimonio: vizioso e in urgente necessità di quattrini; d'intelletto bastevole per capire e secondare le finezze dell'impresa, ma di poca inventiva, perché non gli saltasse un giorno il ghiribizzo di fare da sé; di bei modi signorili, con un bel nome e un titolo sonoro. A tutte le indicate qualità bisognava unirne un'ultima: quella di non essere punto conosciuto nella classe degli uomini di banca, o, meglio, di esservi conosciuto favorevolmente. Questa prerogativa s'univa alle altre nel barone di Steinach.

Era piuttosto un uomo scettico e leggiero, che propriamente perverso. L'uso della società galante di Vienna e di Parigi l'aveva rotto ad ogni vizio, senza fargli perdere il garbo delle maniere aristocratiche ed una certa sensibilità di natura. S'era impacciato tre o quattro volte in affari grossi e romorosi, ma, puntualmente, con indifferenza, aveva pagato le perdite, rimettendoci sino all'ultimo soldo. Allora, dopo avere conosciuto Gregorio Viorz, che non lo perdette mai più di vista e che lo richiamò in gran fretta, qualche anno appresso, appena avuta la prima ispirazione della Compagnia siderurgica, andò a Monaco al giuoco, facendosi prestare la posta, e guadagnò; e con quel guadagno, piantatosi a Parigi, cominciò la vita del cavaliere d'industria.

In un modo o in un altro se la campava, sempre abbigliato, benché con un'ombra di gofferia teutonica, secondo l'ultima voga, in un quartierino di nobile apparenza e pieno di gingilli artistici, dove regnava questa o quella signora, bruna, bionda, fulva o rossa, ch'egli ripescava qua o là e rimutava, al più, ogni sei mesi. Così era giunto al sessantesimo anno, robusto ancora e pieno di vita, che pareva un miracolo pensando a' suoi vizi e disordini; né l'età si manifestava in lui altrimenti che in due cose: nella rotondità del ventre, che con il suo consueto panciotto bianco diventava anche più maestoso, e nel serbare com'egli faceva presso di sé da un anno l'ultima baronessa, rossa di capelli, senza provare nessun desiderio di sostituirne una nuova.

Il curato non aveva aperto bocca nel cammino da casa sua alla villa, sebbene il dottore lo andasse stuzzicando. Pareva distratto; guardava le nubi strane, che imbiancavano una parte del cielo.

Un domestico, in livrea turchina con la pistagna color cremisi e i gran bottoni dorati, fece entrare i due visitatori nella sala, dove il barone faceva il chilo col resto della compagnia, pregandoli di aspettare che la signora baronessa li potesse ricevere. Il barone, che fumava il sigaro immerso in una larga poltrona, s'alzò, andò incontro al prete, e, stringendogli la mano, gli disse un mondo di belle cose. Aveva bisogno di vederlo, conosceva le sue virtù, desiderava aiutare i poveri del paese, sapeva che la baronessa ne' primi dì del suo soggiorno in villa era stata alla canonica a portare delle elemosine; egli voleva fare qualcosa di più durevole, cento idee di carità gli frullavano nel cervello, ma per metterle in atto attendeva il consiglio del savio e sant'uomo, che lo guidasse, che gl'insegnasse a fare il bene utilmente.

Quei modi cortesi, quel sorriso aperto, sopra tutto quelle liberali profferte, mettevano il povero prete in un terribile impaccio. Già rinasceva nella sua mente la solita tenzone: posso io respingere il danaro del diavolo? Posso io togliere a' poverelli i soccorsi di cui hanno tanto bisogno? Non devo io anzi sollecitare codeste larghezze, qualunque sia la lor causa, lasciando a Dio di entrare nell'anima dei peccatori?

Il barone continuava a discorrere in piedi, davanti alla finestra, da cui si scorgeva tutta intiera la valle e si vedeva in fondo ad essa il torrente, sinuoso e lucido, come un nastro d'argento puro, svolazzante al sole. Intanto gli ospiti del barone chiacchieravano intorno ad una tavola rotonda piena di libri e giornali, nell'angolo opposto della sala. A un tratto il maestro di pianoforte della baronessa, un giovinetto piccolo, con gli occhiali sul naso a ballotta, allievo poco fortunato del Conservatorio di Dresda, tolta la fascia ad uno dei giornali illustrati, guardando la prima pagina, esclama: - Oh bello, magnifico stupendo davvero! - Poi, fatta vedere l'incisione agli altri, che s'accordano negli ah e negli oh ammirativi, sbalza accanto al barone per mostrargli niente meno che la veduta della sua villa. C'era la loggia con i panneggiamenti; c'erano i padiglioni con le quattro gradinate, ma con l'aggiunta, per verità, di due cupole e di due Fortune sulla cima, rimaste, pare, nella fantasia dell'architetto restauratore; c'erano le fontane con nuovi getti d'acqua: insomma una reggia.

Si leggeva sotto: Residenza del direttore della Compagnia siderurgica nella valle di Castra. Il barone, dopo avere gettato uno sguardo sul disegno, mormorò tra se stesso: - Astuzie di quella volpe del Viorz - e restituì il foglio al maestro di cembalo, il quale si mise a leggere l'articolo che accompagnava e spiegava l'incisione. Era un inno alla nuova impresa: le miniere gonfie di metallo; le ferriere vulcani; e già le braccia non bastavano più al lavoro, e le richieste del commercio soverchiavano venti volte la produzione dell'industria; bisognava praticare dei nuovi squarci nei fianchi del monte miracoloso, moltiplicare le fucine, emettere nuove azioni alla banca. Seguivano la parte artistica e la parte sentimentale: le descrizioni del palazzo e del giardino; le beneficenze del direttore, vera provvidenza, vero Messia della valle: asili d'infanzia fondati e già frequentati da trecento bimbi, che, oltre all'insegnamento, vi ricevevano gratis la colazione e il desinare; nuove strade in lavoro; farmacie aperte, eccetera, eccetera: una rigenerazione.

Il maestro di pianoforte leggeva ad alta voce, con enfasi, facendo spiccare le più belle frasi; né badava punto al barone, il quale, interrompendo il suo ragionamento col prete, gridava: - Basta, basta; leggerete poi -. Ma il prete non porgeva più nessuna attenzione alle lusinghe dell'altro; tendeva invece le orecchie per udir la lettura, avvicinandosi anzi passo passo alla tavola tonda. A un certo punto, senz'aspettare la fine, strappò dalle mani del leggitore il foglio e lo stracciò in più brani, ripetendo: - Sono tutte menzogne, tutte menzogne.

Il barone uscì dalla stanza, il medico scomparve. Ci fu un mezzo minuto di silenzio e d'immobilità generale; poi si vide alzarsi un ufficiale dei cacciatori, che stava accanto al maestro di pianoforte. S'accostò al prete e, dopo un formidabile ruggito d'ira, gridò: - Ringrazii la sua chierica ed il suo collare se questo braccio... - e alzava il braccio in atto di minaccia.

In quel momento il servo in livrea turchina con le mostre cremisi e i gran bottoni dorati entrò e annunziò dall'uscio: - La signora baronessa prega il reverendo signor curato di passare nella sua camera.

Il curato piegò la testa in atto di saluto e, lentamente, uscì dalla sala.

 

3

 

Aperto l'uscio della camera e fatto un profondo inchino, il servo si ritirò, lasciando il prete solo con la donna. Nel primo istante non la vide, perché la camera sembrava un grazioso incendio, e gli occhi restavano abbacinati. Le tappezzerie, i canapè, le poltrone, tutto era di stoffa rossa, d'un rosso roseo brillante, con certi disegni gialli sinuosi, come a fiamma; e il sole del tramonto, caldo, vivo, d'oro, entrava dalle due finestre spalancate, gettando sul rosso e sul giallo della stanza certi lumi incandescenti e certi lustri, che somigliavano a fuochi e a scintille. Un odore di essenze, acuto, inebbriante, si effondeva dalla toletta a trine e a ricami, dove, sotto al baldacchino, tenuto in aria volando da un putto alato, luccicavano dinanzi alla cornice dello specchio, tutta a fiori di vetro, innumerevoli vasetti di metallo bianco e pettiniere e saponiere e ampollette di cristallo terso e ninnoli d'ogni maniera.

Il prete, entrando, si sentì una vampa alla testa: avrebbe voluto fuggire. La donna lo chiamò con voce soave come un liuto lontano.

Era sdraiata sopra un sofà nel solo angolo ombroso della stanza, lungo il lato delle finestre, in fondo, lì dove le pieghe delle ampie tende scemavano sui fianchi la luce e lasciavano come una insenatura fra il parato ed il muro.

- Si metta qui, signor curato, qui accanto, in questo seggiolone. Mi sento così debole, che appena appena posso parlar sottovoce.

Il prete rispose ruvido: - Scusi, ho fretta. Sono venuto perché il medico mi aveva detto ch'ella era malata e aveva bisogno di me. Posso servirla in qualcosa?

- Sono malata, e come! Ma quel dottore sventato non capisce nulla. Ella. signor curato, dotto e santo com'è, può dirmi una parola, che mi conforti, che mi rianimi e, col ridonarmi la fede in me stessa e nelle cose del mondo, tornarmi forse la salute del corpo. Il mio male sta qui -. Si toccò il seno.

Era coperta d'una vesta a fiorami, che lasciava vedere tutto il collo, una parte del petto candido e il principio delle spalle rotonde, sulle quali cadevano, sciolti, i suoi capelli increspati, d'un biondo rossigno. Principiavano bassi, in riccioletti matti. Il naso appiccicato alla fronte, quasi senza incavo, con un piano vigoroso e largo; le narici gonfie, da cui la donna sbuffava alle volte al pari d'una cavalla araba; le labbra tumide, le gote piene, e il mento rientrante davano a quel viso un non so che di pecorino e lascivo. Il cinabro della bocca era anzi un poco troppo vivace, il roseo delle guance un poco troppo sfumato, e la forma delle brune sopracciglia un poco troppo sottilmente arcuata per poter credere che l'arte non ci entrasse in nulla. E sotto gli occhi cerulei stava un lividetto, che li faceva sembrare più grandi. Era bella insomma alla sua maniera e carnale.

Il prete rimaneva in piedi. Ella si alzò con fatica, andò verso di lui, lo prese per mano e, condottolo due passi innanzi, lo fece sedere nel seggiolone. Poi, guardandolo fisso, come se ella si destasse in quel punto, stirò le braccia, che le maniche larghe lasciarono vedere quasi fino alle ascelle; e il petto si arrotondò fieramente.

Tornò a buttarsi sul sofà, lasciando cadere a terra dal piede destro la pantofola ricamata. Gli occhi cerulei erano diventati di bragia.

La voce non aveva più la stanchezza e la dolcezza di prima. Vi dominava un timbro secco, strozzato, rabbioso, quando disse al prete interrottamente: - Mi dica un po', Don Giuseppe, perché mi sfugge? Perché non vuole vedermi più? Quand'io passo nel villaggio a cavallo della mia mula, perché mi chiude in faccia le imposte della sua casa? Dopo avermi ricevuta in principio quattro volte nella canonica, perché ha ora dato l'ordine di non lasciarmi entrare, nemmeno quando io reco il denaro dei poveri? Non posso metter piede in sagrestia; è molto che non mi caccino, come un cane, fuori di chiesa. Mi si rimandano i doni che faccio al tempio. Con qual diritto? Chi può mai rifiutare le offerte che si porgono a Dio? - Sbalzò in piedi e si piantò di contro il prete, domandando: - L'odio, signor curato, è forse una virtù cristiana?

Il curato affermò pacatamente, ma con la voce che tremolava: - L'odio del male è una virtù cristiana.

- Virtù cristiana, reverendo, è l'amore. Me lo insegnarono da fanciulla, quando andava in chiesa alla dottrina; me lo hanno ripetuto al confessionale. Poi, divenuta donna, vidi che l'amor vero mi rialzava l'anima, mi purificava lo spirito, mi avvicinava al cielo. L'amor vero passò, e, giuro, senza mia colpa. Allora, abbandonata, povera, gettata in una società piena di seduzioni e di corruzioni, cascai nella finzione dell'amore. Ma la finzione dell'amore, non è amore, è odio; è l'odio anzi più vile, abbietto, pauroso, straziante che si possa provare. Quest'odio m'uccide. Il cuore intanto arde, e cerca da molti anni invano il refrigerio di un affetto violento e sincero. Ho bisogno dell'amore che brucia.

Il prete, afferrando con un supremo sforzo di volontà i pensieri, che svanivano dalla sua testa, mormorò: - Calmatevi, poverina, mettete in pace la fantasia eccitata dalle sventure e dalle colpe della vostra vita. Fate di desiderare una sola cosa, il bene. Uscite da queste sozzure d'inganni e di vizii, in cui si trascina e imbratta la vostra esistenza. Tornate sola e povera, ma pentita e buona. Allora tutti vi dovranno amare, perché, amando voi, ameranno la virtù.

- Anche voi, Don Giuseppe, mi amerete anche voi?

E gli prese la mano, e la strinse, e il prete s'avvicinò.

La donna continuava sommessamente: - Don Giuseppe, guidatemi. Insegnatemi la via, conducetemi dove vi piace. Sarò la vostra schiava. Sarò, se vorrete, la vostra santa. Il vostro cuore dev'essere grande e nobile, deve specchiare il cielo, come i vostri occhi. Mi piacete perché siete bello, perché siete candido, perché indovino che non avete mai amato, perché voglio essere il vostro primo peccato, il vostro primo rimorso. Datemi il vostro amore, Don Giuseppe, il vostro amore.

La donna, arrovesciata sul sofà, teneva sempre con le due mani la mano del prete, il quale tremava dalla testa ai piedi. Il sole era tramontato; la camera diventava buia.

Ma, mentre la femmina ripeteva le ultime parole, sembrò al curato che d'improvviso un soffio fresco gli passasse sul fronte; e di repente gli comparve davanti la figura tetra e sanguinosa del suo Cristo dell'inginocchiatoio, solo che il volto, anziché piegato e morto, era vivo e guardava minaccioso e fierissimo. Il prete scattò e, prima che la donna potesse pronunziare una sillaba, era uscito dalla stanza.

Quando il servo con la livrea turchina e con le mostre cremisi vide scappare il prete dalla villa, quasi correndo, senza voltarsi, come se dietro le spalle lo minacciasse il demonio, sorrise maliziosamente, ponendosi l'indice della mano destra sulla punta del naso.

 

4

 

Il prete girò, senza saperlo, a sinistra, dove la strada sale e s'interna nella montagna; passò a' piedi della chiesetta di San Rocco, posta sul vertice di una rupe acuta, e camminò verso il prato così detto del Lago. Incontrava parecchi di quei carri alpini che, formati delle sole ruote dinanzi e di due lunghissime stanghe, le quali si trascinano per terra con la loro estremità posteriore, servono a portare il carico voluminoso di una erba appena tagliata, olezzante d'ogni grato profumo e tempestata de' fiorellini d'ogni allegro colore. I poveri buoi, scendendo lenti e gravi dall'erta ripidissima, puntavano vigorosamente le zampe tra i sassi enormi, docili alla parola delle montanine che li guidavano, maestosi e rassegnati, con l'occhio umido, un poco inquieto e assai mesto. Le donne salutavano, ma il curato non rispondeva. Una volta rischiò di rimanere schiacciato sotto a un carro, che non aveva scansato in tempo. Lasciò la strada; andò su per i sentieri, su per le roccie nude. La notte era diventata scura, e il prete andava senza sapere dove mettesse i piedi. Si trovò a un tratto sulla riva dell'alto lago, uno scolo de' ghiacciai, dove finalmente il rumore di due torrentelli, che precipitavano dalle cime e si frangevano tra i sassi, e il vento rigido delle gole, e la tosse, che gli spezzava il petto, richiamarono in sé il curato, il quale cadde con le ginocchia a terra e, giungendo le mani e fissando gli occhi nella vòlta tutta nera del cielo, ringraziò con una lunga preghiera il figliuolo di Dio.

In Menico frattanto crescevano le ansie. L'orologio della canonica aveva suonato la mezza dopo le dodici, e il padrone non ritornava. Il vecchietto aveva visto spegnersi i lumi nella villa del barone e sapeva bene che non c'erano moribondi nel paese: dove diamine quella testa sventata era dunque andato a passar la notte? Non s'attentava di allontanarsi troppo di casa; guardava dalle finestre, ma non vedeva altro che tenebre fitte. Se non fosse stato il servo di un sacerdote si sarebbe sfogato assai volentieri con qualche grossa bestemmia. Tendeva le orecchie, un cane aveva abbaiato, nulla; si sentiva un calpestio lontano, ascoltava, nulla. - O il reverendo l'avrà da fare con me. Starsene via tutta notte senza neanche avvisare! Siamo cani? E poi, col rischio di pigliarsi un nuovo malanno in tali disordini da scomunicati, e con quella maledettissima tosse, che non lo lascia mai stare. Figurarsi, sono ore queste da gironzare per le strade e da tenere alzati i galantuomini? Gliele voglio cantare secche, ma secche. Farebbe perdere la pazienza a san Luigi Gonzaga -. Tornava a guardare nell'oscurità e ad origliare; niente. Alla fine gli parve di udire in su, distante, il passo di un uomo; era un uomo, certo, che scendeva dalla montagna; il passo s'affrettava, rintronava; i cani abbaiavano: era il passo del curato. Allora il piccolo vecchio si pose dinanzi alla porta con il muso arcigno e gli occhi da cui schizzavano scintille di rabbia; aveva i pugni piantati sulle anche in atto di sfida, come se volesse impedire al prete l'ingresso della canonica, e già schiudeva le labbra per cominciare la ramanzina quando, vista la faccia del padrone, ammutolì e lo lasciò passare.

Borbottava tra i denti o per meglio dire tra le gengive: - Dio santo, che mutria! E come ha conciato i panni! Mi ci vorrà un mese a ricucirli e a rimetterli un po' in assetto. Bella carità cristiana.

Il curato passò il resto della notte all'inginocchiatoio, davanti al Crocifisso, che lo aveva salvato. L'alba fece parere più livido, più macilento, più contorto e più sanguinoso quel Cristo in croce, con la sua testa china incoronata di spine.

All'aurora principiò il concerto delle campane. Le suonava Menico, facendosi aiutare durante i suoi servigii di sagrestia e di chiesa, o quando si sentiva le braccia stanche, da un ragazzotto, che per solito era uno dei due monelli trionfatori del giorno innanzi, e propriamente quello bruno, il quale della metà dei trentasette fiorini guadagnati per l'uccisione dell'orsacchiotta non aveva visto il becco di un soldo, tanto i suoi parenti erano stati lesti a mangiarli tutti ed a berli.

Era la domenica, e la messa del curato doveva principiare alle dieci. Verso le otto un contadino, che veniva dalla valle, consegnò a Menico una lettera per il suo padrone. L'indirizzo, scritto in calligrafia sottile, snella, elegante, palesava una mano di donna. Il prete pigliò la lettera, la guardò; le dita gli bruciavano, le mani gli tremavano; una visione terribilmente allettevole di donna mezza nuda gli passò nella fantasia, e gli parve di udire nelle orecchie l'eco seducente e paurosa di una voce che bisbigliasse: Datemi il vostro amore, Don Giuseppe, il vostro amore! - Il curato voleva ad ogni costo sapere chi avesse mandata la lettera: ma il contadino doveva essere già lontano, né Menico aveva avvertito da che parte fosse andato via. - Del resto, - osservò il vecchietto, alzando le spalle, - apra e vedrà chi scrive -. Il prete stracciò in fatti la busta e spiegò i fogli, ch'erano parecchi, con un gesto d'angoscia; ma tosto si rasserenò, si mise a sedere e a leggere. La lettera era della signora Carlina, la moglie del dottore.

«Reverendo signor curato, Ho bisogno di tutta la pazienza, di tutta la indulgenza del suo cuore. Il mio buon Don Giuseppe si è mostrato in questi mesi tanto dolce verso di me, ch'io non esito ad aprirgli la mia anima intera, con le sue tristezze, i suoi dubbii e le sue paure. Mi pare anche di non agire come dovrei; ed ella mi rimproveri o mi conforti, ma sopra tutto mi consigli, giacché la mia esperienza è così piccola e la mia natura, pur troppo, così timida, ch'io non solo non so risolvermi a operare, ma spesso non distinguo bene quale sia il cammino da scegliere. Mi compatisca, signor curato.

Ho diciott'anni compiuti: dovrei essere quasi una matrona: però sino a tre mesi addietro, sino al giorno del mio matrimonio, io era vissuta come una bambina, fra mio padre, ottimo uomo, ma severissimo, e mia madre, donna tutta di casa. Non si vedeva nessuno, io non aveva passione per la lettura; ricamava, teneva i libri di cucina volentieri, mettendo nell'arte della cuoca, massime ne' piattini dolci (bisogna, Don Giuseppe, ch'ella venga ad assaggiarne uno il primo giorno che avrà tempo. S'intenda con Amilcare), mettendoci, confesso, un poco d'ambizione. Del resto dicevano che la mia salute era delicata. Ella, signor curato, mi guarda qualche volta in faccia con un cert'occhio compassionevole, come se dicesse: poveraccia, è tanto magra, tanto pallida! Amilcare mi ha, come dice lui, ascoltata più volte: non ha trovato, dice lui, neanche l'ombra del male. Fatto sta che io non sono mai obbligata a rimanere a letto, e che posso dichiararmi sul serio una grande camminatrice, una vera alpinista. Anzi, a questo proposito, vorrei ch'ella persuadesse Amilcare a farmi camminare meno. Quand'egli va nelle montagne alla visita de' suoi malati, vuole, quasi ogni volta, ch'io lo accompagni; ieri mi condusse con quel sole, verso le due, sino a Masine dalle scorciatoie dei viottoli; un'ora e mezzo di salita, e che salita, e che sassi! Giunta nel paese, mi cacciai a sedere in un angolo della chiesa, una chiesa umida e melanconica, dove mi toccò attendere due orette buone che Amilcare avesse finito di dar ricette e di cavar sangue, e intanto mi sentiva tutta intirizzita da un'aria fredda gelata. Non ho coraggio di dir di no. Amilcare osserva giustamente che il camminare desta l'appetito, e che io, avendo bisogno di rinvigorirmi, devo mangiare, carne sopra tutto, e bere almeno un bicchiere di vino; ma il vino proprio mi ripugna, non lo dico per affettazione, e la stanchezza mi toglie anche quella poca voglia di mangiare che aveva dianzi.

Signor curato, ella non ignora come fu il caso delle mie nozze. Amilcare è il mio solo cugino; era, si può dire, il solo giovinotto che, ne' mesi d'autunno, frequentasse la nostra casa; e poi buono, bello, di bei modi cortesi, e con una vivacità di parlare tutta sua; studiava molto; a Vienna si faceva onore; era diventato dottore, e poi medico condotto in questa valle. In somma, quanti sogni io andava mulinando nel mio cervello! Stava desta la notte per poter continuare le belle fantasie, parendomi che la intera giornata non bastasse a tante care e interminabili meditazioni. Mio padre si mostrava poco contento; gli piaceva poco ch'io dovessi sposare un medico; diceva che i medici sono tutti materialisti, parola ch'io non capiva bene, ma che non mi piaceva affatto; e mi dipingeva la vita di questa valle come una specie di sepoltura: otto mesi d'inverno, la neve alta sei piedi, tredici gradi di freddo, impossibile a una donna l'uscir di casa, le ansie per il marito, un mondo di guai. Ed io pensavo all'opposto dentro di me; l'inverno sarà il mio paradiso; due stanzette ben calde, fiori accanto alle stufe, i miei ricami, la mia cucinetta, qualche lettera alla mamma, e poi, anzi prima di tutto, sopra tutto, il mio Amilcare sempre indulgente, sempre grazioso, sempre allegro, e che lunghi discorsi, e come sarà contento di tornare nella sua casina, presso la sua Carluccia, che gli vorrà tanto bene! Scusi, signor curato: sono una vera sciocca. Dunque ci siamo sposati; il viaggetto di nozze, un incanto; il primo mese in questa valle una delizia. A dirgliela però Amilcare fumava un poco troppo anche in principio, e mi appestava la camera.

Io non diceva niente; ma qualche volta mi mancava il respiro, mi sentiva un tantino di mal di stomaco. Cose da nulla. Il mio sposo mi amava; discorreva sempre del futuro, quando ci pianteremo in una città, e il suo nome diventerà celebre, e guadagnerà tanti quattrini, e gli pioveranno addosso tanti onori, e darà delle grandi feste, nelle quali io dovrò essere acconciata da vera regina. Quest'ultima parte non mi andava a' versi; ho sempre avuta poca inclinazione a figurar nella gente. Certe piccolezze mi davano già ombra, m'offendevano un poco; aveva torto.

Il male è cominciato quasi ad un tratto, quando venne ad abitare nella villa accanto a lei, signor curato, quella donna che dicono la baronessa, e quando, fino dal primo giorno del suo arrivo, mandò in gran furia a chiamar mio marito. Da quel momento non è stato più lui. Ha cento fumi per la testa; pare che si vergogni di me; e non ostante mi sforza a seguirlo nelle sue camminate sui monti, ma non mi guarda, non mi parla, non m'aiuta nemmeno a salire un'erta o a passare un'acqua. Anche in casa, se gli parlo, mi risponde sì o no, o non risponde affatto; ogni sua parola, quando finalmente la dice, è un rimprovero o, che mi duole ancora più, un sarcasmo: non so più né vestirmi, né pettinarmi, né quasi mettere alla bocca il cucchiaio, né adoperare la forchetta e il coltello. La casa gli sembra piccola; non gli piace né il desinare né la cena, per quanto io mi lambicchi nell'indovinare i suoi gusti e nel condire e cuocere le vivande. È andato quattro volte a cenare all'osteria con i carrettieri, ed anche le altre sere, quando non è alla villa o non esce per i suoi malati, va a bere la genziana, e ne beve (mi vergogno) più di un bicchierino di certo. Allora poi! Mio signor curato, mio buon Don Giuseppe, mi aiuti: io ci perdo la testa e ci muoio. A mio padre, alla mamma non posso dir nulla; ella, Don Giuseppe, è la sola persona sulla terra che mi sappia compatire e soccorrere.

E divento anche cattiva. M'affatico a stargli intorno con le carezze, con le dolcezze; mi respinge, ed io torno più mansueta che mai; ma qualche volta non posso; sento nascermi dentro come uno spirito fiero di ribellione, nuovissimo, incomprensibile, e ch'è pure tanto contrario alla pieghevolezza della mia natura. Provo una sensazione che non aveva provata mai: un'agrezza, un'amarezza profonda. Oramai conosco il sapore del fiele. Comprendo tante cose di cui prima non capiva nulla: un mondo brutto mi si apre dinanzi. Mi sono guardata bene nello specchio. Sì, sono magra; sì, sono pallida; ma i miei occhi mi paiono neri e grandi, la mia fronte, la mia bocca, tutti i miei lineamenti sono regolari, e il mio corpo non è poi uno scheletro. Non ostante, al mio marito di tre mesi, al mio sposo non piaccio più. Cita le bellezze tonde della baronessa. Le ho viste io quelle sfacciate bellezze: è passata tre volte sotto le mie finestre, seguìta da corteggiatori e da servi, sulla sua mula bianca. Le ho piantato gli occhi in faccia e la ho studiata bene: sulle guance ha il rossetto, sulle labbra la polvere di corallo, e le sue magnifiche sopracciglia sono tracciate col pennello.

Falsa al di fuori come dev'essere bugiarda al di dentro. E mi ha rubata la stima, mi ha rubata l'affezione di Amilcare! Ora, un'ultima parola, signor curato. Amilcare vuole che io vada a visitar la sua ganza. Ho detto di no, ed egli insiste, ed io, caschi il mondo, non voglio. Ho ragione? Ho torto?

Don Giuseppe, mi pigli per la mano. Ella che vede le cose di questo mondo dall'altezza della sua santa pace; m'insegni a uscire dalle bassezze di questi miei nuovi sospetti e dalle viltà di queste mie nuove angoscie. In un mese come è mutata La sua disgraziatissima

CARLINA».

 

Il prete aveva letto la lettera attentamente, sospirando in principio, fremendo alla fine. - Povera santa! - esclamò; e scrisse questo polizzino con la sua scrittura larga e affrettata: «Verrò domani. Discorreremo, e vedrà che i suoi dubbii non sono giusti. Pazienza, indulgenza, dolcezza: ecco i rimedii. Preghi la Santissima Vergine Maria, che conosce le debolezze e le ambascie dei mortali. A rivederci domani».

Menico aveva annunziato da un po' di tempo, che una donna, la Pina del Rosso, ed il vecchio padre di lei chiedevano di parlare al reverendo signor curato. Entrarono con gli occhi pieni di lagrime; e la donna, singhiozzando, raccontò che il suo marito voleva vendere le giovenche, tutte, una ventina, l'unica loro ricchezza, per impiegare il denaro nella impresa delle ferriere: - Deve condurre le bestie doman l'altro al mercato di Malè, e ci andranno con le loro mandre altri cinque o sei di questi indemoniati. Daranno via il bestiame per niente: e poi a tali imprese, che il diavolo se le porti, io non ci credo. Sono trufferie; lo dice anche mio padre, che sa il vivere del mondo -. E il povero vecchio mezzo paralitico accennava di sì, crollando mestamente il capo. - Non glielo avessi mai detto al mio uomo! S'è infuriato, mi ha picchiata; veda queste lividure - e mostrava le spalle maculate. - Ma io insisteva, e lui giù botte da orbo. Non ho potuto rimuoverlo di un ette. Ci salvi lei, signor curato; scriva a Trento, scriva all'imperatore; impedisca la distruzione del villaggio, per carità.

Il prete s'era alzato e, ascoltando la donna, camminava su e giù per la stanza, in preda ad un'agitazione vivissima. Ripeteva: - Infami -. Poi disse ad alta voce: Parlerò al Capocomune, m'intenderò con lui, e qualcosa, se Dio ci aiuta, riusciremo a fare.

- Il Capocomune! Un bel soccorso! - ripigliò la donna. - È lui che ha fatto impazzir la gente; è lui che suggerisce a tutti di barattare il bestiame, il quale dà tanti pensieri, come dice, e così poco profitto, con quei fogli di carta che fruttano del bell'oro solo a guardarli. L'ho sentito io con le mie orecchie, signor curato. Povero il nostro armento! E poi (la ho da dire?) a quelli che rispondevano che Don Giuseppe non crede a così fatti miracoli, il Capocomune replicava: «Ah sì! Quel... (la taccio per rispetto) quel... lo caccieremo via, e presto. È ora di finirla con quel... Non vede più là del naso e pretende d'insegnare alla gente». Poi, sottovoce, aggiungeva: «Sappiate che durerà poco, una settimana al più; lo so io, e basta».

Il prete continuava a camminare, invaso dall'ira: - Ebbene, andrò domani dal capitano a Malè, chiamerò il signor giudice, farò processare tutta questa canaglia -. Ma Menico, dalla soglia della camera, diceva: - Signor curato, sono quasi le dieci: venga a vestirsi per la messa -. Dovette avvicinarsi al padrone e ripeterglielo più volte, tanto il prete era fuori di sé.

Don Giuseppe cercò di ricomporsi un poco, salutò la donna e il vecchio contadino, uscì dalla canonica e, traversando il sagrato, entrò dalla porticina esterna in sagrestia, intanto che il ragazzotto uccisore dell'orsa suonava a distesa l'ultima chiamata.

Mentre Menico s'affaccendava nell'aiutare il padrone a vestirsi, questi premeva violentemente il petto con la mano lì dove il cuore pulsa, come se avesse voluto impedirgli di battere, e bisbigliava le preci.

Mosse all'altare con gli occhi a terra, senza veder nessuno; s'inchinò dinanzi ai gradini, poi andò a baciare la tavola consacrata; e nello stesso tempo ch'egli pronunciava le parole rituali faceva nell'interno queste giaculatorie: - Io sono indegno di avvicinarmi all'ara dove stanno le reliquie dei Santi; io sono indegno di essere ammesso al divin desco dove s'imbandisce il Santo dei Santi. Fate, oh Signore, ch'io non vi porga un bacio simile a quello di Giuda. Ah, Signore, salvatemi da tanta nefandità purificando il mio spirito... Oramus te Domine... Kyrie eleison... Oh, dolce Signore, quanti beni avete dato agli uomini, e come questi vi restituiscono il male. Eccovi in faccia il più ingrato, il più colpevole di tutti. Perdonatemi, Signore; compatite alla mia miseria; abbiate pietà di me... Gloria in excelsis Deo...

Il prete, sempre con gli occhi a terra, si voltò verso il popolo; e mentre con la bocca leggeva l'Epistola dalla parte destra dell'altare, mormorava dentro: - Agnello senza colpa, che avete voluto essere calunniato, deriso, offeso per compiere gli oracoli della Scrittura, fate ch'io possa imitare la vostra innocenza negli atti e la vostra pazienza nelle afflizioni -. Tornò alla sinistra e cominciò la lettura del Vangelo: - Munda cor meum... Verbo grazioso nella dolcezza e nell'umiltà, fate che la dolcezza e l'umiltà non abbandonino mai il mio cuore... Credo in unum Deum...

Il prete scopre il calice, lo ricopre, si purifica le mani a lato dell'altare, mostra il volto a' credenti, e, sempre con lo sguardo basso, dice: - Orates frates -. Alza poi l'ostia, come immagine di Gesù alzato sulla croce, e, consacrato il vino, solleva il calice. - Oh sangue prezioso, sgorga insino a me quale nuovo battesimo. Oh se potessi versare il mio sangue tutto per te, il mio sangue fino all'ultima stilla... per omnia saecula...

Il prete spezza in due parti l'ostia santa, a similitudine dell'anima di Gesù che si stacca dal corpo; mette una parte dell'ostia nel calice e la consuma picchiandosi il petto: - Domine non sum dignus... - Indi riceve il sangue prezioso nel calice, e, dopo essersi comunicato, procede alle abluzioni: - Dominus vobiscum... Nella ineffabile gioia di vedervi salire al cielo, oh Salvatore del mondo, sento la contentezza di possedervi ancora qui in terra; la mia fede vi adora sul trono del vostro amore nell'Eucarestia, in quello stesso modo che vi adora sul trono della vostra gloria in Paradiso...

Nel dire: - Ite Missa est - il sacerdote alzò gli occhi e vide dinanzi alla folla, seduta nella prima linea di panche, Olimpia, la baronessa, accanto al maestrino di pianoforte.

Il collo di neve ed il principio del seno candido, spiccavano nella mezza oscurità del tempio. Ella sorrideva colle sue labbra tumide e rosse, fissando gli occhi negli occhi di Don Giuseppe, lasciva e sfacciata. Il prete sentì un velo calargli sulle palpebre; non ci vide più; traballò; il sangue gli corse tutto al cuore. Un istante dopo gli corse tutto al cervello, e allora non poté più frenarsi, e cominciò sui gradini stessi dell'altare, con la voce tonante, con il gesto del Cristo nel Giudizio di Michelangelo, una predica furibonda.

- Via dalla casa del Signore i perversi e gli ipocriti. Fuori i profanatori dal tempio. Voglio impugnare lo scudiscio di Gesù per cacciare lontano questi corruttori delle anime, questi ingannatori delle coscienze, questi avidi succhiatori del danaro del povero. E voi, gente illusa, non vedete, orbi che siete, quale precipizio vi si apre sotto ai piedi? Rovinate il paese, gettate nella miseria i vostri figliuoli, la vostra moglie, i vostri vecchi per correre dietro all'inganno. Aprite gli occhi, figliuoli. Credete a me, che da dieci anni sono con tutto il cuore vostro padre e fratello, credete a me, che piuttosto di lasciare questa cara montagna morirei cento volte. Ed io vi scongiuro, come pregavo momenti fa il Signore, padrone di tutte quante le cose: ravvedetevi, tornare ai vostri costumi onesti e semplici, alla cura dei vostri armenti, all'amore di chi vi ama davvero. Avrete la pace in terra, e la gioia in cielo. Rammentatevi i comandamenti di Dio. Nel sesto i Canoni penitenziali gridano anatema contro la femmina che si imbelletta per piacere agli uomini; nel settimo e nel nono gridano anatema contro colui che ruba con la violenza, con la frode, o con le false lusinghe. Fuggite i peccatori. Dio v'aiuti e vi ispiri.

 

5

 

Il prete, poiché si fu sfogato, rientrò nella sua camera livido in volto, salvo due cerchi rosei nel mezzo delle gote, con la gola arsa, con il petto divorato da fiamme interne, tossendo, sputando nel fazzoletto larghe chiazze di sangue, ma abbastanza calmo, mentre al di fuori invece la tempesta s'andava addensando contro di lui. In chiesa, nell'udire la voce terribile rintronar sotto le vòlte, nessuno aveva ardito di fiatare; ma poi, finita la predica, uscendo all'aperto, fu un bisbiglio, un interrogarsi, un esclamare, uno scandalizzarsi quasi generale. Chi non aveva bene afferrato il senso delle parole se le faceva spiegar dal compagno. La baronessa era sparita; il Capocomune era corso a dar l'ordine che sellassero il mulo, intendendo volare a Trento per ottenere, diceva, che i pazzi furiosi venissero finalmente mandati al manicomio.

Il dì seguente, appena giorno, non ostante la febbre, il curato scese a piedi nella valle, e poi da Cogo, montato sopra una carretta di contadini, andò a Malè per vedere il Capitano, il quale, ascoltate le parole del prete con qualche impazienza, gli disse che le sue proprie informazioni risultavano differenti; non c'erano pericoli; non c'era un perché di pigliarsela tanto calda; queste cose, del resto, riguardare l'autorità civile, non l'ecclesiastica; stesse quieto dunque e tornasse a casa.

Nel ritorno il prete, avvilito, sfinito, si fermò dalla signora Carlina, che era sola. Si rammentò della lettera ricevuta il dì innanzi, e principiò con savie ragioni a tentare di confortarla; ma, mentre parlava, le lagrime gli rigavano le guance, ed ansava. La buona giovane con bel garbo lo fece tacere, lo sforzò dolcemente a pigliare un poco di brodo, un mezzo bicchier di vino e due bocconcini di una certa torta ch'ella aveva preparata con le sue bianche mani. Il prete si calmò; ascoltava la voce tranquilla, soave della poverina, la quale aveva dimenticato i suoi proprii dolori per alleviare quelli del suo caro curato. Non voleva lasciarlo andare, lo pregava a mani giunte che non si rimettesse in cammino; ma il prete, sospirando, ripeteva: - Compirò il mio dovere.

Nell'uscire da quella casa si sentì più robusto, più leggero e più puro.

Prima di avviarsi all'erta della sua montagna volle tornare indietro una ventina di passi per inginocchiarsi ad una cappelletta. Un lumino rischiarava l'immagine della Santa, la quale, certo, non era stata dipinta né dal Beato Angelico, né da Raffaello da Urbino. I capelli, fatti a linee ondulate mezze giallognole e mezze rossigne, le cadevano sulle spalle, ed erano circondati da una grande aureola a raggi, simile alle ruote di un carro; aveva le guance porporine; aveva la bocca a forma di sgraffa orizzontale d'un bel colore vermiglio; e le sopracciglia dovevano essere state tracciate con le seste, prendendo a centro le pupille azzurre, tanto il loro semicerchio appariva netto e preciso. Ma quando il prete, nel fervore della sua orazione, alzò gli occhi a quella figura, gli parve che fosse uno scherzo del diavolo. Credé di vedere un'atroce caricatura di Olimpia, e subito sentì il cuore martellargli orribilmente, e si alzò disperato.

Mille idee ribollivano nel suo cervello; ma ce n'era una piccola, la quale si metteva innanzi a ogni tratto, ed era questa: - La donna infame ha sì o no le labbra, le gote e le sopracciglia dipinte? La signora Carlina aveva visto bene, o l'innocente gelosia le aveva forse offuscato il giudizio? - E al sospetto che fossero finzioni, il prete sentiva un certo vago rammarico. Poi si vergognava di quegli indegni pensieri, s'affaticava a ritrovare il filo della preghiera interrotta; ma quanto più raccoglieva le sue forze per cacciar via l'immagine della donna oscena, tanto più quell'immagine viva, imperiosa, seducente, supremamemte bella, gli si piantava ostinatamente in faccia.

Il dì seguente alle cinque del mattino il curato stava seduto nel confessionario ad ascoltare e a perdonare i peccati monotoni delle paesane. Era il dì di San Rocco, e le donne timorate, prima di unirsi con la candela alla processione, che, verso le quattro della sera, doveva avere luogo tra la chiesa del villaggio e l'oratorio del Santo, volevano mettere la coscienza in pace. Ad ogni assoluzione il prete ripeteva dentro di sé, compunto e devoto, i versetti del cinquantesimo Salmo, e, per vincere la stanchezza e la noia, riandava nella memoria i capitali precetti sul ben confessare, massime quelli dati da sant'Alfonso dei Liguori, il quale insegnò a rimanere sempre nel giusto mezzo, non declinando neque ad dexteram rigorismi, neque ad sinistram laxitatis.

Una ventina di penitenti aveva già ricevuto l'Ego te absolvo quando il prete sentì un olezzo come di viole, soavissimo, e vide dai bucherelli della fitta grata un'ombra tutta nera. In quell'incavo buio del confessionario non si potevano scorgere i lineamenti del volto, ch'erano, per di più, ricoperti di un velo nero a ricami. Il sacerdote principiò in tono pieno di benevolenza: - Ringraziamo il Signore, figliuola mia, che vi ha condotta quest'oggi al tribunale della penitenza. Non temete: io non sono altro che il vicario del suo amore, vicarius amoris Christi. Dio vuole consolarvi: fate dunque cuore; io vi aiuterò. Qualunque cosa vi sia succeduta, col soccorso divino rimedieremo a tutto. Dite dunque con santa confidenza.

- Padre, sono io.

Il prete scattò e fece per uscire dal confessionario; ma poi, credendo che fosse una tentazione del demonio, strinse la croce che gli pendeva dal collo e mormorò una preghiera.

- Padre, sono io, - ripeteva la voce dell'ombra nera, - e voglio che mi ascoltiate.

Il prete rimase a sedere, pensando che non è lecito respingere un penitente, e balbettò, mentre grosse stille di sudore gli gocciolavano dalla fronte: - Siete pentita? Propriamente pentita? Sapete che cosa è la contrizione? È l'odio del peccato commesso con la ferma volontà di emendarsi.

- Don Giuseppe, vengo a salvarvi.

- Si tratta di me soltanto?

- Di voi solo.

- Allora questo non è il luogo. Scrivetemi.

- Non posso. Quel che vi dirò deve rimanere segreto.

- Sotto suggello di confessione?

- Sotto suggello di confessione.

- Vi avverto allora che non dovete pronunciare nomi di colpevoli o complici: i Concilii hanno riprovato formalmente queste delazioni.

- Dirò una cosa; tacerò i nomi. Don Giuseppe, siete un ostacolo; vogliono torvi di mezzo.

- Lotterò.

- Don Giuseppe, vogliono farvi morire.

- Mi difenderò.

- Vi avveleneranno domani. Badate all'ampolla del vino. Chiudete la sagrestia; mutate il vino; spezzate l'ampolla: salvatevi. Addio -. E l'ombra nera scomparve dalla chiesa, mentre il sole cominciava a indorare la cima del campanile.

Il curato ripigliò le sue confessioni con la stessa pazienza, con la identica dolcezza di prima. Tutto il giorno fu affaccendato nella processione, nelle visite dei preti della valle, ai quali dovette offrire del vino, quello ben leggiero e acidetto che aveva, ed in molti altri uffici ed impicci. Diede le disposizioni per la cerimonia della mattina seguente, giacché la immagine di San Rocco, ch'era stata solennemente portata dall'oratorio alla chiesa del villaggio, doveva venire di nuovo riportata al suo luogo, e, salutato Menico, si rinchiuse alla fine nella propria camera più morto che vivo, benché la febbre fosse diminuita e la tosse gli avesse lasciato un po' di tregua.

Subito dopo la rivelazione di Olimpia il prete era diventato un altr'uomo. Le incertezze, le angoscie, il malcontento di sé, le lotte basse, che doveva combattere contro la propria immaginazione, la guerra spietata, che doveva muovere a' propri sensi, il dubbio di essere già caduto, per causa delle sue debolezze, in qualche grave peccato: tutto ciò lo aveva incurvato della persona e prostrato di spirito. Si era tosto raddrizzato e animato; aveva tosto assunto un'aria lieta, quasi baldanzosa. - Morirò - ripeteva - morirò sull'altare. Uscirò da questo sozzo involucro di carne; diventerò puro spirito. Non più contrasti, non più rimorsi, la quiete dell'eternità.

Ma, durante il giorno, gli erano nati degli scrupoli. Poteva egli bere senz'altro? Non aveva egli l'obbligo di serbarsi alle miserie mortali per amor del prossimo? Il segreto della confessione doveva spingersi fino a danneggiare se stesso, quando il salvarsi non poteva creare sospetti verso nessuno? Cercò nelle decisioni dei Concilii, nel Rituale romano; guardò il Tractatus de Sacramento Poenitentiae; consultò gli scritti del cardinale di Lugo, del Coninck sulla Confessione; esaminò le opere di san Tommaso. In nessun luogo all'inviolabilità del sigillo erano ammesse eccezioni. Il prete anzi, con sommo sconforto, rinvenne un caso identico al suo, quello del beato padre del Buffalo, fondatore dei Missionarii del Prezioso Sangue, il quale, avvertito che il vino delle ampolle era avvelenato, andò ugualmente a celebrare la messa, si servì di quelle ampolle, di quel vino e morì. Bisogna, in una parola, che il sacerdote ignori, anche per sé, a qualunque costo, sempre, ciò che ha udito nel confessionario. Messo bene in sodo questo punto essenziale, e ringraziato con caldissima effusione il Cristo dell'inginocchiatoio, il curato si pose a letto, dove trovò, dopo tante tempeste, un sonno lungo e placido.

Menico dovette scuotere più volte il corpo delicato del prete prima che questi riescisse a destarsi bene.

Buon pro le faccia, signor curato, - disse il vecchio bisbetico. - È ora di alzarsi. Non sente che suonano per la messa?

- Vengo, vengo, buon Menico -. E in venti minuti era già parato in sagrestia, e ripeteva, beato, il Veni Creator. Entrò in chiesa come se entrasse in Paradiso; aveva gli occhi esultanti; il suo incesso non era mai stato così maestoso; la sua persona non era mai stata così superba; sembrava ch'egli, raggiando, salisse i gradini del trono di Dio. Introibo ad altare... Introibo ad altare... e Menico, che doveva risponder messa, non capitava. Finalmente entrò dalla porticina della sagrestia, recando sul piccolo vassoio le due ampolle di vetro, e s'affrettò verso l'altare. Ma, mentre passava, un'ombra vestita di nero, col velo che le copriva la faccia, s'alzò, e come se volesse precipitosamente uscire di chiesa, diede di cozzo al vecchietto piccolo, sicché vassoio e ampolle andarono per terra. Si sentì un gran fracasso, e le ampolle si ruppero in cento pezzi. Il vino e l'acqua formarono due rigagnoletti.

Non si può dire la confusione che ne nacque. Chi è stato, chi non è stato? Una donna. È fuggita. L'ha fatto apposta? E quello sciocco di Menico! Ora come si farà? Non si dirà più la messa. Bisognerà riconsacrare la chiesa. È una minaccia del cielo. - Andate a pigliare le boccette nell'oratorio di San Rocco.

Questo consiglio fu immediatamente seguito, e, dopo un quarto d'ora, la messa poté ricominciare. Dopo la messa ebbe luogo la processione, con i relativi stendardi, le solite bambine vestite da angioletti, i soliti incappati di rosso e di verde, ed i consueti brontolii. La statua di San Rocco, in legno colorito, con il suo cappellone a larghe tese, la conchiglia del pellegrino e la mano che mostra le piaghe della gamba, fu rimessa nella nicchia dell'oratorio, e la cerimonia ebbe fine. Il curato aveva estremo bisogno di rimanere solo.

Entrando nella canonica, vide in piedi vicino alla finestra dell'andito due persone, che lo dovevano certo aspettare. Erano il Capocomune ed un ecclesiastico, appena giunti da Trento. Li pregò di mettersi a sedere; ma l'ecclesiastico, in attitudine umile e compunta, porse al curato una grande lettera, suggellata con le armi di Monsignor Vescovo. Il curato, lette le prime righe, impallidì e chiese licenza di ritirarsi per un momento nella sua camera. Appoggiò al muro le spalle e continuò a leggere, poi cadde sulle ginocchia di contro al Cristo sanguinoso e pregò alcuni minuti.

La lettera sospendeva il prete dalle sue funzioni di curato, gli ordinava di consegnare immediatamente la chiesa con tutti gli oggetti sacri, e la canonica con tutto ciò che non fosse di proprietà sua personale, all'ecclesiastico esibitore del foglio, d'accordo, per ciò che potesse riferirsi alla potestà civile, con il signor Capocomune. Quanto alle ragioni di una ordinanza tanto severa era detto poco. Si citava questo precetto: Parochus debet, in quantum potest, cum debita prudentia scandala de medio tollere; ora, non solamente il curato aveva mancato di prudenza nel cercare di togliere via gli scandali, ma ne aveva fatto nascere di nuovi e gravissimi, senza volersi fermare alla sua condotta sospetta, o per lo meno incauta anche rispetto alla morale.

Perduta oramai ogni autorità nella parrocchia, doveva lasciar ad altri il suo ufficio. - Firmato: GIOVANNI Vescovo.

L'ordine era perentorio; bisognava ubbidire. Chiamò Menico, pregandolo di fare senza indugio un involto della sua poca biancheria, della veste talare, di un paio di scarpe, di tre o quattro volumi teologici: nient'altro. Si mise in tasca i ritratti in dagherrotipo del padre e della madre defunti, ed uscì nell'andito, dicendo: - Sono pronto. Principiamo, se credono, dalla sagrestia.

L'ecclesiastico così subito non voleva; facesse il comodo suo; v'era tempo; desiderava anzi mostrargli la propria costernazione; bramava che si sapesse come non avrebbe accettato senza il vincolo della santa ubbidienza. Don Giuseppe insistette, e si principiò la consegna oggetto per oggetto. La faccenda non avrebbe dovuto riuscire lunga, tanto la chiesa era povera e l'armadio della sagrestia piccolo; ma il nuovo curato voleva esaminare tutto appuntino, e con voce untuosa, con accento mellifluo notava: - O Dio, com'è sudicio! Santa Vergine Maria, com'è stracciato! Ne manca un pezzo! V'è una macchia d'olio! Che pitoccheria! Che indecenza! - Vi fu un istante in cui Don Giuseppe guardò nel viso il pretino soave, poi disse con la frase rotta e rapida dell'impazienza: - Reverendo, la parrocchia è tanto misera! Ho dato per la chiesa tutto quel poco che avevo, tutto fino all'ultimo centesimo: non ho saputo far meglio. Compatisca -. L'altro diventò ancora più zuccherino e ostinato. Nominava in latino gli oggetti e li esaminava uno ad uno meticolosamente: Purificatorium lineum... è tutto sfilacciato! Mappa triplex ex lino vel cannabe confecta... vi sono due buchi, anzi tre, anzi quattro! Calix et patena... di ottone, e quante ammaccature! Missale cum puvillo... non c'è un foglio che abbia l'angolo intiero! Paramenta albi, rubri, viridis, violacei et nigri coloris... oh che colori sbiaditi, non si distinguono più l'uno dall'altro! Bursa, velum, manutergium... roba da buttar via! Ampullae vitreae... - Le ampolle non c'erano; e qui la faccia del novello pastore assunse una espressione tra lo scandalizzato, il disgustato e il pietoso, chinando il capo a sinistra e giugnendo le mani all'altezza della bocca.

Nella canonica Don Giuseppe disse: - Lascio tutto, eccetto, se permettono, questo fardello -, e mostrava la roba che c'era dentro. Continuò lesto, come se le parole gli bruciassero le labbra: - Prego il signor Capocomune di accettare in mia memoria questo fucile da caccia; prego il reverendo signor curato di distribuire ai poveri del paese un poco di danaro, a giudizio suo, in compenso di questi mobili, di tutti questi oggetti, che sono mia proprietà e che abbandono alla canonica -. L'ecclesiastico, grave e contegnoso, dopo avere ben guardato in ogni angolo della stanza, assentì col capo. La voce di Don Giuseppe ripigliò fioca, strozzata dal dolore: - Mi faccia poi una grazia, reverendo: ai miei... scusi, ai suoi buoni parrocchiani rechi l'ultimo addio del povero pastore senza gregge. Li ho tanto amati, e devo partire, dopo dieci anni, senza salutarli con una sola parola d'affetto, e nell'andarmene sento l'anima straziata ed il corpo disfatto, e mi restano pochi giorni di vita, ma in questi pochi giorni pregherò per essi come il padre prega per i suoi cari figliuoli -. Le lagrime spuntarono negli occhi di quel disgraziato.

Dalla via che conduce tosto fuori del paese, il prete, in compagnia di Menico, s'avviò rapido giù per la china; ma, dopo un centinaio di passi, si fermò come avesse scordato una cosa di suprema importanza. Stette un poco a pensare, poi, dandosi coraggio, tornò indietro e bussò alla canonica. Quando il nuovo curato se lo vide ancora davanti, non poté trattenere un moto di dispetto; e Don Giuseppe, confuso, pauroso, bisbigliò: - Perdoni, reverendo; un minuto solo; abbia pietà del misero prete, ch'ella non vedrà mai più. Il suo cuore sia generoso, senta, non s'adiri, mi faccia un dono, il più gran dono ch'io possa ricevere in questo mondo -. L'altro aveva negli occhi l'impazienza, lo sprezzo, l'avarizia, ma sulle labbra il suo perpetuo sorriso. Don Giuseppe continuò, sempre dalla porta, timidamente, umilmente, al modo di uno che implori l'elemosina: - Nella camera v'è un Cristo in croce, il solo conforto mio, e lo ho pregato sempre, e sempre mi ha aiutato, e sempre mi ha salvato dalle tentazioni della carne. Senza quel Cristo non potrei più vivere, né morire. Reverendo, abbia compassione di me, mi regali quel Cristo.

Il nuovo curato si avvicinò all'inginocchiatoio e guardò la figura: l'intaglio era grossolano, la dipintura goffa, con il rosso grumoso del sangue, che sprizzava dalla fronte incoronata di spine e sgorgava dalle ampie ferite del costato; e le membra da cadavere si contorcevano tutte; e la lunga e magra e livida faccia metteva disgusto e terrore. Il degno sacerdote staccò dalla parete il Cristo e lo porse a Don Giuseppe, dicendo: - L'immagine del Figliuolo di Dio mi piace più benigna e più bella. La religione non dev'essere uno spauracchio da bimbi e da perversi; e le anime dolci, come la mia, anelano la dolcezza. Prenda e vada con Dio.

Menico aspettava fuori del villaggio, tenendo in mano il fardello, e insistette per portare anche il Cristo, ma Don Giuseppe non volle. Le aveva involto in uno straccio di tela verde, ma lo teneva sotto l'ascella cautamente, come fosse stato di vetro; era in fatti di legno tanto tarlato e di pezzi così male incollati insieme che certo, cadendo in terra, non sarebbe rimasto intiero.

Padrone e servo si guardavano sovente, senza pronunciare una sillaba. Cominciava a imbrunire e la strada era deserta. Il prete sentiva una spossatezza simile a quella che segue le grandi febbri, e aveva la fronte bagnata di sudore; si mise a sedere sopra un sasso, quasi in terra, nascondendo la faccia nelle palme delle scarne mani e posando i gomiti sulle ginocchia; pianse; poi, rialzando la testa e guardando Menico, disse: - Eppure, Menico, io non sono colpevole. Non ho fatto, ch'io sappia, niente di male. Ho resistito al demonio; l'ho vinto. Ho amato i miei parrocchiani.- E tornò a nascondere il volto ed a piangere.

Menico si fece coraggio, e chiese finalmente quel che voleva domandare da un pezzo: - Signor padrone, dove intende di andare?

- Fino a Cogo, per questa sera.

- Ma poi?

- Non lo so.

- E allora?

- Mi affido alla Provvidenza.

- La Provvidenza, va bene; ma, scusi, signor padrone, ha danari in tasca?

- No.

- Già non ne poteva avere. Li consegnava tutti a me, che facevo le spese. Ma se non me ne ricordavo io... - e porse al padrone un vecchio portamonete, soggiungendo: - Vi sono cento lire.

- Cento lire, in che modo? Io non posso averti consegnato tanto.

- Sì, signor padrone.

- Dimmi la verità.

- Ebbene, c'è dentro qualche cosa de' miei risparmi.

- Tutti, rispondi il vero. E vuoi restare senza nulla?

- Ho bisogno di poco.

- Sei un cuor d'oro; ma non voglio. Accetterò venti lire.

- Sessanta per lo meno.

- No, venti.

- Eccone venti sole, - e Menico diceva una bugia. Ne aveva lasciate sessanta.

- Ora va, Menico; è vicina la notte; pare che voglia far temporale; dammi il fardello e torna al villaggio.

Il vecchietto non voleva a nessun patto; intendeva scendere almeno sino a Cogo e passarvi la notte: il dì seguente il cielo avrebbe provvisto. Ma in realtà Menico, già stracco motto, camminava zoppicando e inciampando in tutti i sassi della via, sicché per forza si dovette fermare. Allora il prete, dando un bacio sulla fronte al vecchio che piangeva, gli disse addio. Nemmeno il cane da caccia, il quale aveva seguito il suo padrone saltellandogli intorno, voleva tornare indietro; e Don Giuseppe, mentre lo accarezzava, esaminò nella propria coscienza se gli fosse lecito d'ora in poi ricevere un qualche conforto dal gaio affetto della bestia fedele, ma concluse dentro di sé vergognandosi del desiderio profano e mormorando: - Per me la terra non deve più avere nessuna consolazione -. Il cane, legato ad una funicella e tirato da Menico, si contentò di rifare con la coda fra le gambe il cammino alle calcagna del vecchio, il quale andava a passi di lumaca; e la bestia, inquieta, insospettita, mandava degli ululati lunghi, strazianti, che si diffondevano come voci di triste presagio nel silenzio delle montagne.

Quando il prete non poté più vederlo, Menico si sdraiò sull'erba, brontolando: - Gliel'ho fatta. Egli crede che io ritorni al villaggio; invece mi riposo un'oretta, e poi scendo a Cogo a raggiungerlo, e sarà bravo chi mi potrà staccare da lui -. Di tratto in tratto ripeteva: - O che caso, o che brutto caso!

 

6

 

Il prete restò solo.

La via piegava in quel luogo, entrando a ghirigoro in un'altra vallata stretta, dalla quale non si poteva più scorgere il villaggio alpino. Don Giuseppe si voltò per guardare la sua chiesa, il suo monte, e fissare gli occhi ancora una volta sui ghiacciai della cima, che staccavano biancastri sulle nubi nella luce d'un crepuscolo grigio e monotono. Il pover'uomo non tossiva, non sentiva nessun bruciore nel petto, non aveva quella febbriciattola e quelle subitanee accensioni da cui era tormentato quasi continuamente: ringraziò il cielo, che gli dava un'ora di salute il giorno in cui gli aveva tolto ogni altra cosa mortale. Solo provava uno sfinimento di tutte le membra, il quale non era privo di una certa dolcezza, e metteva l'animo in uno stato di vaga e come sognante ebrietà.

Passando dal paesello di Ledizzo, alzò gli occhi alle finestre della casa dove abitava la signora Carlina. Ella che guardava appunto nella via, aspettando il dottore, vide negli ultimi bagliori della sera camminare lentamente il suo buon Don Giuseppe, e lo salutò, e tutta allegra lo pregò di salire. Al prete infelice la voce purissima di quella ingenua creatura parve scendesse dalle alture del cielo. - È l'angelo buono - mormorò, e questo pensiero gli richiamò nella fantasia con la rapidità del fulmine l'angelo cattivo, il demonio terribilmente bello: allora, scoperto dal drappo verde sdruscito il volto sanguinoso del Cristo che teneva sotto l'ascella, gli impresse un bacio disperato, come se invocasse da quel legno la propria salvezza.

Ma la signora Carlina insisteva: - Venga su, venga, signor curato; ho tante cose da dirle -. Il prete non rispose, e tirò di lungo; ma, dopo venti passi, mentre stava di fianco alla cappelletta, ove s'era fermato due giorni addietro, non potendo più reggersi sulle gambe, sentendosi vacillare e mancare, vi entrò. Al chiarore incerto del lumino, l'immagine goffa della santa gli tornò a sembrare il ritratto infernale di Olimpia.

Trascorse una mezz'ora. La signora Carlina, che aveva visto il prete entrare nella cappella, dalla quale si spandeva in un breve spazio di via un fioco barlume, non vedendolo uscire, impensierita cominciando a insospettirsi di qualcosa, scese con la fantesca e andò ella stessa a vedere. Don Giuseppe, accasciato in un angolo, non dava segno di vita: le braccia penzoloni, il capo reclinato all'indietro, gli occhi spenti, la bocca da morto. Fu chiesto aiuto, e il corpo del povero prete venne sollevato, portato piano piano alla casa del dottore e adagiato sul letto nella camera della signora Carlina, la quale aveva mandato a chiamare in gran furia il marito lì dove poteva essere a quell'ora, dalla baronessa, nelle osterie. Ella con dita leggiere, trattenendo il respiro, slacciò il goletto del prete, gli sbottonò la sottoveste, e pose la mano sinistra sul petto nudo, spiando le pulsazioni. Le parve di sentire che il cuore battesse; allora, buttatasi con le ginocchia a terra, ripeté più volte: - Il mio buon Don Giuseppe, oh Dio di misericordia, salvatemi il mio buon Don Giuseppe! - Poi tornava subito a sentire se proprio il cuore batteva.

Il prete mandò un sospiro così lieve che non avrebbe mosso la fiamma di un cerino; ma la giovine donna che se n'accorse e sulle labbra della quale spuntava il bel sorriso della speranza, avvicinò una guancia alle labbra livide dell'infermo per accertarsi se ne uscisse davvero un poco di fiato. L'infermo respirava, e aprì gli occhi trasognati, ma le membra restarono irrigidite. La prima cosa ch'egli domandò e che la signora Carlina comprese più dal moto della bocca che non dal suono della parola, fu questa: - Il mio Cristo, il mio Crocifisso -. Lo avevano trovato infatti, adagiato accuratamente sopra il fardello nell'oratorio, e lo avevano recato in camera. La signora Carlina, alzandosi in punta di piedi, mise la estremità del braccio inferiore della croce sul cassettone e appoggiò il Cristo alla parete, dritto, in faccia alla testiera del letto, sicché il prete, senza muovere il capo, lo potesse guardare. La croce spiccava negra sulla tinta chiara e tersa del muro, in mezzo a due litografie colorate, chiuse tra filetti d'oro, l'una delle quali figurava Paolo e Virginia al guado, l'altra la morte della fanciulla e l'amante che se ne dispera.

Il Cristo sanguinoso e sconquassato sembrava più terribile che mai nella pulitezza linda e leggiadra della camera, dove non c'era una macchia od un granello di polvere: le tende di bucato a bei fiorami inamidate, i parati del letto bianchi a disegni di rilievo e a merletti usciti dalle dita sapienti della padrona di casa, e ricami a lane di ogni colore sulle poltrone e sulle seggiole, e fiocchi e nappe e passamani condotti da lei pensando, sognando un paradiso ingenuo, modesto, virtuoso, nel quale vagava da un po' di tempo questo desiderio indistinto, che il suo Amilcare somigliasse al suo buon Don Giuseppe.

Don Giuseppe, che non fissava più il Cristo, aveva mutato faccia: sembrava spaventato e nello stesso tempo attratto da una visione; sbarrava gli occhi verso il soffitto per vedere meglio, e apriva la bocca sporgendo le labbra come per aspirare qualcosa. Bisbigliava con la voce esile, ma ora piena di terrori, ora piena di esaltamenti: - Vade retro, Satana. Lucifero. Bella, bionda e infame, la tua mano è una tenaglia rovente. Nascondi il piede ed il seno. Taci... Don Giuseppe il tuo amore, voglio il tuo amore; sono la tua schiava; un bacio... Indietro, Lucifero. No, vieni, vieni, tentatrice, in mezzo alle fiamme; ti abbraccio. Dammi le labbra, lasciamele succhiare; voglio vedere se le hai colorite di rosso. Guardami con i tuoi occhi celesti; lasciami esaminare quei lividori lì sotto se sono l'opera del pennello o l'opera della lussuria. Sozza e santa, i tuoi capelli brillano di raggi d'oro, più lucenti d'un'aureola, più splendenti di un nimbo. Copriti, per carità. Non posso fissare gli occhi nel tuo collo, nel tuo petto: come i ghiacciai sugli alti vertici delle mie montagne quando il sole di mezzodì li illumina in un caldo giorno di estate, il tuo collo ed il tuo petto mi accecano. Ahi, non istringermi tanto con quelle tue braccia morbide e rosee, che mi fai male. Sì, stringi, soffocami, stritolami, fa' presto: vedi le fiamme che guizzano intorno a noi e già ci ardono i piedi, le gambe, il cuore, la testa...

La signora Carlina ascoltava con l'orecchio teso; aveva le guance rosse di vergogna e gli occhi pieni di lagrime. Ripeteva: - Anche lui, anche lui! - e si copriva la faccia con le due mani. A troncare il vaneggiamento che le straziava l'anima, alzò il capo del prete, volgendolo dalla parte del Crocifisso, e gridò: - Guardi, Don Giuseppe, il suo Cristo -. Gli occhi del delirante caddero sulla croce, e a poco a poco una influenza benefica agì dentro di lui; si andò calmando; le labbra cominciarono a biascicar preghiere; il viso bianco si rasserenava, riprendeva la sua tranquilla, dolce, innocente, quasi eterea espressione; e la signora Carlina, riconfortata, esclamava: - Così siete bello, mio buon Don Giuseppe: adesso il cielo vi si specchia nel volto -; e il prete respirava più libero, e già poteva stringere con la propria mano la mano della ingenua infermiera. Lenta lenta, ella avvicinò la sua bocca pura alla fronte pura di lui. Don Giuseppe non se n'accorse: guardava sorridente il suo Cristo.

In quell'istante s'udì un gran fracasso alla porta di casa, poi un passo incerto e pesante fece scricchiolare la scala di legno, e il dottore, ubbriaco, entrò nella camera sbattendo violentemente sugli stipiti l'imposta dell'uscio. A quell'urto i mobili oscillarono. Allora il Cristo, perduto l'equilibrio, precipitò a terra, rompendosi in tanti pezzi. La testa rotolò in un angolo della stanza; le braccia, le gambe, il torso, si sparsero qua e là; il rosso del sangue pareva sgorgasse dalle membra squartate. Il prete, avendo seguito con lo sguardo quella distruzione, invaso da uno spavento infernale, stravolto, contraffatto, orribile a vedersi, mandò un urlo che gli spezzò il petto.

Quando il medico, fetente di acquavite, s'avvicinò al letto, Don Giuseppe era morto.

 

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23.56.16