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La biblioteca di Babele
CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA


Il Dittamondo
di: Fazio degli Uberti 

LIBRO SECONDO 

Capitoli I - XI


CAPITOLO I 
Qui son de’ miei figliuoi giunta a la foce; 
qui Cesare m’aspetta e qui mi chiama 
con la sua grande e magnanima voce. 
Costui, per darli onor, grandezza e fama, 
mandai in Francia e giú di sotto il Reno, 5 
sopra gente che sempre poco m’ama. 
E se ne’ suoi cinque anni avesse a pieno 
compiuto il suo dover, non li sarei 
de l’onor che volea venuta meno. 
Ma per legge che fe’ Pompeo tra’ miei, 10 
per l’arbitrio che da se stesso prese, 
il mio senato il giudicò tra’ rei. 
Questo, ch’io dico, e le soperchie spese, 
invidia e cupidigia fun cagione 
del mal, che sopra me per lui discese. 15 
E come per natura sua il leone, 
allor che ’l cacciator nel bosco mira, 
l’ira raccoglie e diventa fellone: 
ciò è che tanto la sua coda gira 
sé percotendo, che ’l nobil cor desta 20 
e diventa sdegnoso e pregno d’ira; 
fatto crudele, con tanta tempesta 
si lancia in contro a qual vede piú presso, 
che par che tremi tutta la foresta, 
cosí Cesare allora in fra se stesso 25 
si combattea, cercando le cagioni 
come ’l suo core a ira fosse messo. 
Poi, crudel fatto, le sue legioni 
armate mosse e contro a me ne venne, 
che folgor parve quando vien da’ tuoni. 30 
Né la gran pioggia a Rubicone il tenne, 
né ’l mio dolor, né lo scuro sembiante, 
né i suoi veder pensar tra l’esse e l’enne, 
che non seguisse dietro dal gigante, 
e gli altri apresso, ché al mio tormentare 
ciascun fe’ il cor piú duro che diamante. 
Troppo lungo sarebbe a raccontare 
ciò che fe’ in Spagna, Marsilia e Tessaglia 
e sopra a Tolomeo, passato il mare. 
Troppo starei a dirti la battaglia 40 
lá dove Giuba fu e ’l buon Catone, 
che per mia libertá tanto travaglia. 
Troppo starei a dirti la cagione, 
dove e come s’uccise Rancellina, 
quando fu morto Igneo nel padiglione. 45 
Troppo starei a dirti la ruina 
ch’el fe’ de’ miei e come Cassio e Bruto 
dopo tre anni insieme l’assassina. 
S’io ti dovessi dir tutto compiuto 
a passo a passo il fatto e dirti ancora 50 
la gente ch’ebbe contro e in aiuto, 
e ricordarti quel che fece allora 
Domizio a Corfino e ancora dove 
col braccio in man la fine sua onora, 
e di Scipio piú volte le gran prove 55 
e Vergenteo in sul lito marino, 
che allor fe’ sí ch’assai n’è scritto altrove; 
e sí come Appio andò ad Apollino 
e Sesto ad Ericon, sol per sapere 
ciascun la veritá del suo distino; 60 
e quanto Leneo fu di gran podere 
e Metello, che ’n su Tarpea si dolse, 
quando spogliar la vide del mio avere; 
e come Ulterio pria la morte volse 
che domandar mercé, tanto fu duro, 65 
e ciascun suo compagno a ciò rivolse; 
e come Sceva, che fu aspro e sicuro,
istava a la difesa come un verro, 
quando fu morto a Durazzo in sul muro; 
e quanto mal mi fe’ l’ardito ferro 70 
di Lelio, che l’aquila portava 
e sopra l’elmo, per cimiero, un cerro; 
e dirti del valor, che s’adornava 
colui che Igneo in su la guardia uccise, 
quel dí che Cesar piú si disperava; 75 
e quanto mi fe’ noia e mi conquise 
l’altro, per cui ne la navicella 
Iulio con Amiclate andar si mise; 
e divisarti come mi fu fella 
la lingua di quel Curio maladetto, 80 
che tanto ardito contro a me favella: 
ora, come di sopra t’ho giá detto, 
senza alcun dubbio noi staremmo troppo, 
volendo di ciascun contar l’effetto: 
per ch’io in prima l’uno e l’altro doppo 85 
vo nominando e prendo pur lo fiore 
e quanto posso in brieve poi gli aggroppo. 
Qui dèi pensar che per suo gran valore, 
per doni, per franchezza e per sapere, 
Cesar del mondo e di me fu signore, 90 
e ch’esso fe’, per tanta gloria avere, 
cinquantadue battaglie, che niuna 
fu senza trombe e ordine di schiere: 
e cosí fa col buon buona fortuna. 

CAPITOLO II 
Però che spesso avièn che l’uom domanda 
de le mie insegne e sí de’ miei offici, 
è buon ch’io cibi te di tal vivanda. 
Tu dèi saper che le prime radici 
si funno i re, che fenno i senatori, 5 
li cui figliuoli eran detti patrici.
Consoli seguitaro e dittatori 
e costor fun tra’ miei sí grandi e tali, 
che potean comandar come signori; 
tribuni ancora apresso questi, i quali 
fun per la plebe in Sacro monte eletti, 
dico a difesa di tutti i lor mali. 
Fun censori, questori e fun prefetti, 
vescovi ancor sopra le cose sacre, 
edili per guardare ai miei difetti. 15 
A pro de’ grandi e de le genti macre 
funno pretori, che le questioni 
traeano a fin, quand’erano piú acre. 
Fun ciliarche e fun centurioni, 
maestri e reggitor dei cavalieri 20 
e, diretro da lor, decurioni. 
Con piú valor, con piú alto pensieri 
donna mai non si vide, com’io fui, 
né ordinata piú ne’ suoi mestieri. 
Io tel dirò, perché tu ’l dica altrui: 25 
in fra gli altri dolor, m’è or ch’io veggio 
tal far tribun, che l’uom non sa dir cui. 
Or se seguir dirittamente deggio, 
dir mi convien de l’una e l’altra insegna, 
con le qual vinsi quanto qua giú veggio. 30 
La piú vittoriosa e la piú degna, 
la piú antica e con piú alte prove, 
e quella che nel mondo ancor piú regna, 
l’aquila è, che dal ciel venne a Giove 
per buono augurio, quando pugnar volse 35 
co’ figli di Titano e anco altrove. 
Costui per arme in vessillo la tolse 
in fin ch’el visse e certo a lui s’avenne, 
ché giusto fu, e ’l ciel per tal lo sciolse. 
Questa per sua Dardano poi tenne; 40 
questa Ganimede trasse a la luna, 
dove pincerna con Aquario venne; 
questa portò Enea in sua fortuna 
per l’Africa in Italia, sí che poi 
un idol fu a la gente comuna; 45 
e questa a Prisco con gli artigli suoi 
trasse il cappel di capo e gliel rimise, 
come chiaro per Livio saper puoi: 
onde Tanaquil l’abbracciò e rise, 
tanto dolce diletto n’ebbe al core 50 
del bello annuncio in che speranza mise. 
Per questo, Prisco, poi che fu signore, 
la prese in tanto amore e sí l’avanza, 
che da piú parti le era fatto onore. 
Con questa Mario strusse la possanza 55 
de’ Cimbri, come il mio Sallustio scrive, 
quando Rodan cambiò volto e sembianza. 
Con questa Cesar cercò molte rive, 
Pompeo, Catellina e piú miei figli 
e Ottavian, ma con penne piú vive. 60 
E se cucito non le avesse i cigli 
per sua viltade Carlo di Buemme 
e rotto il becco e schiantati gli artigli, 
di bei rubini e d’altre care gemme 
tu le vedresti una ricca corona 65 
di sopra a gli archi e al gambo dell’emme. 
Poi la seconda, di che l’uom ragiona 
che piú temuta fu per tutte terre 
e piú gradita da ogni persona, 
si fu, con l’Esse, il P, il Q, e l’Erre 70 
d’oro scolpiti dentro al campo rosso: 
e con questa fornio giá molte guerre. 
E perché meno qui rimagni grosso, 
trattar ti voglio con brievi parole 
de’ due colori quanto dir ne posso. 75 
L’oro, ch’è giallo, è appropiato al sole 
e ’l sol ci dá prudenza e signoria 
e lume a ciascun ben che far si vole; 
il rosso a Marte dato par che sia 
e Marte dio di battaglie si crede, 
che porge altrui vittoria e maggioria: 
ond’io, che in questi dei avea fede, 
d’oro lo scudo vermiglio adornai, 
che al tempo di Numa il ciel mi diede. 
Ancor le quattro lettere formai, 85 
come da alcuno puoi avere udito, 
con argomento d’intelletto assai. 
Queste mostravan che come col dito 
istá la carne e l’unghia, cosí meco 
era il senato e il popolo unito. 90 
E in esse ancora intender puoi quel preco 
che giá di Cristo ragionar udisti, 
che ’n su la croce fe’, parlando seco, 
allor che disse ne’ sospir piú tristi 
Cristo, ch’è salvator di tutto il mondo: 95 
Salva Populum Quem tu Redemisti. 
E in altro ancor lo ’ntendo, ch’io nascondo. 

CAPITOLO III 
Da poi ch’io t’ho degli offici trattato 
e de l’insegne, è buono udir la gloria 
che ricevea qual era triunfato. 
Dico che quando con ricca vittoria 
tornava alcun d’alcuna signoria, 5 
in questo modo accrescea sua memoria: 
che per tutto il paese far sentia 
chi ’l volesse veder, quel cotal giorno 
ch’io triunfava il cotal che venia. 
Era in su quattro ruote un carro adorno 10 
e tanto bello, che vi si perdea 
alcuna volta l’uom mirando intorno. 
Di sopra ad esso una sedia avea 
di preziose pietre e d’un lavoro, 
ch’a riguardarla un miracol parea. 15 
Qui su sedea, qui su facea dimoro 
colui che n’era per suo valor degno, 
vestito a bianco e la corona d’oro. 
Quattro cavalli, i piú bei del mio regno, 
conducevano il carro e tanto bianchi, 20 
che piú la neve o ’l cigno non disegno. 
Camelli, forti muli e poco stanchi 
venian dinanzi con le ricche some, 
guidati da ragazzi duri e franchi 
(e sopra quelle erano scimie, come 25 
usiamo ancoi, e molti babbuini), 
con piú altri animai, ch’io non so il nome, 
leopardi, leonze e porci spini, 
ed eranvi giraffe e, sopra quelli, 30 
uomini come nani piccolini, 
gran leofanti, e questi avean castelli 
sopra il dosso con ghezzi neri e strani, 
struzzoli, pappagalli ed altri uccelli. 
Qui vedevi leoni e fieri cani: 35 
e sappi che seguiano in questo modo, 
secondo i luoghi che m’eran lontani. 
Apresso, i presi stretti a nodo a nodo 
venian legati e quivi ciascun messo, 
secondo ch’era degno e di piú lodo: 
per questo avresti conosciuto adesso, 40 
quando preso vi fosse o duca o re, 
ch’al sinistro del carro eran piú presso. 
E color che fidati avea da me 
di morte e di prigione, era ciascuno 
d’un segno pileato sopra sé. 45 
Tutti i gran fatti suoi ad uno ad uno 
dal destro lato cantava una gente, 
col ben che fatto avea al mio comuno. 
Da l’altro, a ciò che fosse conoscente 
di non prender superbia a tanto onore, 50 
un’altra andava ancor similemente: 
e questa ogni suo vizio e suo disnore 
ponea in versi, per sí fatta guisa, 
che giá ne vidi altrui mutar colore. 
Poi, dietro il carro, imagina ed avisa 55 
veder marchesi, conti e gran baroni 
sotto le insegne de la mia divisa. 
E imagina veder li ricchi doni 
che fatti avea a coloro, che a le imprese 
portavan fama di miglior campioni. 60 
Col capo raso, scoperto e palese, 
dopo costoro era alcun che menava 
li miei, che scossi avea d’altro paese. 
Ogni mia bella strada s’adornava: 
su la terra zendadi, erbetta e fiori 65 
erano sparti e quivi si danzava. 
In contro a lui veniano i senatori 
con la milizia a piè e il popol mio, 
vestiti a compagnia di bei colori. 
Veniano apresso con vago disio 70 
le madri, le donzelle e i pargoletti 
con tanta festa, che mai tal s’udio. 
Pensar ben dèi ch’a veder tai diletti 
venian signor di luoghi assai lontani 
ed alte donne con gentili aspetti. 75 
Giovani bagordare a le quintani 
e gran tornei e una e altra giostra 
far si vedea con giochi novi e strani. 
Cosí andava questa ricca mostra 
per render laude e sacrifizio a Marte, 80 
ch’era in quel tempo la speranza nostra. 
A chi volea, le mense erano sparte 
senza pagare e ciascun sí fornito, 
che parea quasi incantamento e arte. 
E poi ch’egli era fuor del tempio uscito, 85 
sopra il suo carro ne venia ad agio, 
con l’ordinato modo c’hai udito, 
in fino al piè del mio nobil palagio. 
Quivi scendea ed io con tanta festa 
poi l’abbracciava e con sí dolce bagio, 90 
che detto avresti: – Maraviglia è questa! – 

CAPITOLO IV 
Seguita ora a dir de l’alta gloria, 
del nipote di Cesare, Ottaviano, 
e d’ogni sua vertú qui far memoria. 
Dico che quanti nel tempo pagano 
ne fur, né poi, niun come costui 5 
liberamente tenne il mondo in mano. 
Prudenzia e fortezza trovai in lui 
e vidil tanto temperato e giusto, 
che d’esser sua molto contenta fui. 
Costui a’ suoi contrari fu robusto 10 
e con gli amici benigno e pietoso 
e ’l primo fu che si fe’ dire Augusto. 
Insomma, il vidi tanto grazioso, 
ch’io l’adorava, s’avesse voluto, 
come s’adora Cristo glorioso. 15 
E quel che fece in contro a Cassio e a Bruto 
e contro a gli altri del gran tradimento, 
ben ti sarebbe a vederlo piaciuto. 
Qui non ti posso dire a compimento 
di Cleopatra e di Antonio come 20 
si dier la morte per fuggir tormento. 
Al fine, essendo corso col suo nome 
per Grecia, per Egitto e per la Spagna, 
con gran triunfo a lui sol diedi il pome. 
Poi quel che fe’ Tiberio ne la Magna: 25 
per lui l’opra fu tal, ch’io credo ancora 
che Germania e Pannonia il piagna.
Non molto dopo questo, poi dimora 
che ’l mondo si ridusse tutto a pace 
e degno fu che Cristo nacque allora. 
E questo fu quel tempo che veracemente 
dir posso ch’io fui nel piú colmo 
e ch’io vidi il mio stato men fallace: 
ché tanta terra quanta aombra un olmo 
nota non m’era, ch’io non soggiogassi; 35 
pensa s’a ricordarlo me ne dol mo. 
Tu mi pregasti ch’io ti raccontassi 
qual fui donzella e fino a cui crebbi 
e com povera venni ti mostrassi. 
E sai che giá t’ho detto come io ebbi 40 
sette mariti re e come apresso 
co’ miei figliuoli adornai li miei trebbi; 
che a passo a passo era ita in fino adesso 
in su la rota, come va l’uccello 
di ramo in ramo su per l’arcipresso; 45 
e tanto traslatai di questo in quello, 
che posta fui al sommo de la rota 
per questo mio signor, di cui favello. 
Onde, se ben per te si stima e nota, 
io t’ho giá fatto di due punti chiaro 50 
e segue che nel terzo si percota. 
In questo tempo, ch’io dico sí caro, 
poco era fatto sacrifizio a Marte, 
per che le porte a Giano si chiavaro. 
Di Saturno e de gli altri la piú parte 55 
era l’onore: e cosí il popol mio 
riposar vidi e ciascun viver d’arte. 
E s’io dicessi quel gran nover ch’io 
de’ cittadin trovai, non è cuore 
ch’a vederlo ora non venisse pio. 60 
Morto fu di velen questo signore 
e per lo molto onore e benefizio 
ch’ebbi da lui, ne portai gran dolore. 
In questo tempo spirò in Brandizio 
Virgilio mantovano, le cui ossa 65 
fun traslatate a piú nobile ospizio. 
Similemente perdé ogni possa 
de’ membri suoi e del bel dire Orazio 
e io nel Campo mio gli fei la fossa. 
E perché qui rimagni alquanto sazio, 70 
l’etá del mondo è ben ch’io ti rammenti 
e de la mia di uno in altro spazio. 
Cinque mil censettantanove e venti 
anni erano iti dal tempo che Adamo 
sol s’avea visto e senza vestimenti, 75 
in fino al dí, che del Vergine ramo 
nacque il bel Fior ch’alluminò il mondo 
e ch’è la mia speranza e ’l mio richiamo. 
E io potevo avere tutto a tondo 
da settecento diece cinque e piue 80 
in fino al punto che qui ti secondo. 
Quando la legge portata mi fue, 
n’avea trecento e Italia penai 
ad acquistar da cinquecento in sue. 
E poi che Scipio in Africa mandai, 85 
i’ dico quel che Cartago disfece, 
con la giunta di sei io mi trovai 
averne da sessanta volte diece. 
E questo mio signor, che sí mi piacque, 
come hai udito, e che tanto mi fece, 90 
cinquanta sei e mezzo in sul mio giacque. 

CAPITOLO V 
La grazia che nel mondo al Padre piacque 
di far, com’hai udito, fu la pace 
quando il Figliuol de la Vergine nacque. 
Morto Ottavian, che fu tanto verace 
e grazioso a governar lo ’mperio, 
che quanto piú ne parto e piú mi piace, 
il gener suo e privigno Tiberio, 
del qual parlar di sopra m’hai udito, 
eletto fu a tanto magisterio. 
Prudente il vidi e molto in arme ardito 
e fortunato e di sottile ingegno, 
d’alta scienza e con parlar pulito. 
Ma poi ch’egli ebbe ben preso il mio regno, 
divenne avaro e senza coscienza, 
simulatore e d’altri vizi pregno. 
Al tempo suo la umana semenza 
vita recoverò col benedetto 
sangue, che sparse la somma Potenza. 
Qui ti vo’ dir, perché ti sia diletto, 
Pilato fe’ confinare a Vienna, 
dove s’uccise d’ira e di dispetto. 
E non vo’ che rimanga ne la penna 
ch’Erode ed Erodiade lá moriro 
sí pover, che vendero e gonna e benna. 
Ma di quel ch’or dirò ancor sospiro: 
finí Ovidio, nel tempo ch’io dico, 
in esilio cacciato del mio giro. 
Diciott’anni fu meco questo antico 
e, facendo in Campagna sua dimora, 
provò il velen quant’è del cor nemico. 
Dopo costui fu dato il mio allora 
al suo nipote Gaio scelerato, 
del qual parlar m’è gran dispetto ancora. 
Superbo il vidi, avaro e dispietato 
e di lussuria sí acceso e pieno, 
che ne la propia carne usò il peccato. 
Bestia dir puossi, ché fu senza freno; 
ed el cosí come bestia fu morto 
e quattro anni mi tenne o poco meno. 
A Claudio poi fu il mio tesoro porto: 
qui Pietro a seminar quel seme venne, 
che poi fe’ sí buon frutto nel mio orto. 
Otto anni e sei questo signor mi tenne, 
lo qual Bretagna con l’isole Arcade 
ritornar fece sotto le mie penne. 45 
Ben dèi pensar che sí lungi contrade 
non s’acquistâr, che non vi fosser molte 
battaglie gravi e piú colpi di spade. 
E benché or sian disoneste e sciolte 
le mie parole e la novella strana, 50 
nondimen voglio che tu qui m’ascolte. 
Una donna ebbe costui, Messalana, 
tanto lussuriosa, che palese 
con l’altre lupe stava ne la tana. 
Cosí la trista il suo onore offese; 55 
cosí la trista il suo signore abassa, 
né mai di cotal fallo si riprese, 
e, per quel che si parla e si compassa, 
a cosí fatto vizio mai costei 
non fu veduta sazia, ma sí lassa. 60 
Or qui è bel tacere omai di lei, 
ché troppo è lungo a dir ciò che si dice 
di questo fallo e de gli altri suoi rei. 
In questo tempo apparve la fenice 
in Egitto, la qual veduta fue 65 
prima in Arabia per piú lunga vice. 
Cinquecento anni vive e ancor piue 
e, quando a la fin sua apressa, questa 
si chiude ove arde poi le membra sue. 
Il collo ha che par d’oro, e la sua testa, 70 
sí bel, ch’abbaglia altrui col suo splendore 
e, per corona, una leggiadra cresta. 
Il petto paoneggia d’un colore 
di porpora e il dosso suo par foco 
e com’aguglia è grande e non minore. 75 
Tutti i nobil colori a loco a loco 
fra le sue penne ha sí ben ritratto, 
che ’l pavon vi parrebbe men che poco. 
E perché noti ben ciascun suo fatto, 
un vermicel de la cenere nasce, 
lo qual, crescendo, trasforma in questo atto. 
Incenso e mirra è quello onde si pasce; 
e sappi ben che mai non è piú d’una; 
castitá guarda ne le belle fasce. 
Ma qui ritorno a dir la mia fortuna, 85 
la qual seguio, come udir potrai, 
acerba e dura quanto mai alcuna. 
Morto costui di tosco, io mi trovai 
del dispietato e superbo Nerone, 
per lo qual caddi di ricchezza assai. 90 
De la mia vesta nel piú bel gherone, 
lassa!, questo crudele il foco mise, 
seguitando il voler senza ragione. 
Piú senatori e ’l suo fratello uccise 
e la sua donna e odi se fu rio, 95 
che per lo corpo la madre divise. 
Lo primo fu che i cristian perseguio 
e morir fece di veleno ancora 
Seneca, ch’era del mondo un disio. 
La fine sua molto mi piacque allora, 100 
perché fu tal quale a lui si convenne, 
ben che ’l ciel troppo a ciò voler dimora, 
ché tredici anni e piú trista mi tenne. 

CAPITOLO VI 
Crudel via piú che col parlar non spargo 
vidi Nerone e del mio gran tesoro; 
quanto a sé, niuno fu giá mai piú largo. 
Reti fe’ far da pescar tutte d’oro 
e altri strani e nuovi adornamenti 5 
e ’l Culiseo, che fu sí gran lavoro, 
belle pinture e ricchi vestimenti; 
e tanto in suoi diletti spese e mise, 
che fe’ tornare il cento a men di venti. 
Ma poi che morte da me lo divise, 10 
di Galba Sergio fui, del qual si disse 
che per viltá se stesso il tristo uccise. 
Sette mesi signor con meco visse; 
apresso Otto seguio, che tre, non piú, 
governò il mio, prima che morisse. 15 
Vitellio Lucio dopo costui fu, 
che men di nove, per quel ch’io udío, 
la morte affretta e qui non fu piú. 
Vespasian diece anni tenne il mio, 
lo qual con Tito suo fe’ la vendetta 20 
sopra i Giudei del Figliuolo di Dio. 
Costui d’amare e servir si diletta 
sempre li suoi suggetti e tal fu in armi, 
che piú province mise in mia distretta. 
Qui voglio del figliuol suo gloriarmi 25 
che, poi che ’l suo buon padre venne meno, 
sempre pensò di valermi e d’atarmi. 
Dotato posso dir che fu a pieno 
d’ogni nobil costume e in opra tale, 
che ben fu degno di guidar tal freno. 30 
Ai suoi nemici rendeo ben per male; 
da lui niun si partí giá mai tristo, 
tanto era grazioso e liberale. 
Per mobile tenea e per acquisto 
quanto donava o presentava altrui, 35 
né mai turbato non l’avresti visto. 
Quel dí dicea che si perdea per lui, 
che del suo non donava o facea grazia; 
due anni e mesi il mio tenne costui. 
Domiziano apresso sí mi strazia 40 
da sedici anni, che suo fratel fue, 
benché in men d’uno me ne vidi sazia. 
Sí gravi funno a me l’opere sue, 
qual di Nerone o di Gaio Gallicola: 
certo fu ’l terzo dietro a questi due. 
Vero è che se in mal far la lor matricola 
seguio, e cosí poi similemente 
la vita lor crudelmente pericola. 
E, secondo ch’ancor m’è ne la mente, 
cosí il cristiano costui perseguio 50 
come Nerone dispietatamente. 
Il Panteon dentro dal grembo mio 
allor fu fatto in nome d’una dia, 
la qual si disse madre d’ogni dio. 
Di questa cosí bella profezia 55 
non m’accorsi io allora, ma or ne godo, 
ché veggio che s’intese di Maria. 
Nerva fu poi e di costui mi lodo 
perché a lui spiacque ciò che fatto avea 
Domiziano e seguí altro modo. 60 
Cosí a passo a passo giú cadea 
e su montava, come veder puoi, 
secondo quei signori i quali avea. 
Ma tosto finí meco gli dí suoi: 
dico ch’essendo entrato ne’ due anni, 65 
da quattro mesi visse meco poi. 
Costui da esilio ritornò Giovanni, 
intendi il Vangelista; or puoi udire 
del Santo il tempo, se tu non t’inganni. 
Seguita ora ch’io ti debba dire 70 
del buon Traiano, il qual con gran vittoria 
di vèr ponente vidi giá redire. 
E se far deggio lume a la sua gloria, 
in India, in Persia, in Egitto fe’ tanto, 
che degno sempre fie di gran memoria. 75 
E possoli per ver dar questo vanto: 
che ’n fino a lui niun, dal primo Augusto, 
mi tenne con piú bene e con men pianto. 
Se vuo’ saper qual fu dal capo al busto, 
spia, quando piangea la vedovella, 80 
quanto vèr lei fu temperato e giusto. 
E leggi ancor, se non sai, la novella 
perché Gregorio non fu da poi sano, 
che, pregandone Dio, per lui favella. 
In questo tempo divenne cristiano 85 
con la sua donna e coi figliuoli Eustazio, 
per un miracol molto bello e strano: 
ché, cacciando una cerva, tra lo spazio 
de le sue corna vide in croce Cristo, 
per cui sostenne poi martirio e strazio. 90 
E morto meco Ignazio, ancor fu visto 
lá, dove sparte furon le sue membra, 
iscritto d’or per tutto Cristo Cristo. 
Ohimè lassa, quando mi rimembra 
di sí giusto signore e del riposo, 95 
come la vita d’or trista mi sembra! 
O sommo Bene, o Padre glorioso, 
verrá giá mai a cui di me incresca, 
ch’i’ esca d’esto limbo doloroso? 
Certo io non spero in la gente tedesca, 100 
in greco né in francesco, ché ciascuno, 
com’è fatto signor, sol per sé pesca. 
Or dunque in cui io spero? In niuno, 
che sia qual Romol fu, Camillo o Scipio, 
de’ miei, che porti fede al ben comuno, 105 
col qual possa rifare il bel principio? 

CAPITOLO VII 
Io non posso fuggir ch’i’ non mi doglia, 
quando ricordo quel tempo felice 
dove ’l ciel contentava ogni mia voglia. 
Dianzi ti parlai de la fenice, 
quant’ella è bella e che fra noi è sola 
e sopra ogni altro uccel valer si dice. 
Ben vo’, figliuol, che noti la parola: 
bella fui io e sol donna del mondo 
e or son men che ne l’abbí l’a sola: 
onde, se spesso nel pianto confondo, 
maraviglia non è, se ben rimiri 
come da tanto onor son ita al fondo. 
Ma qui non vo’ che tu, perch’io m’adiri, 
il tempo perda, onde ritorno al segno, 
dove or par ch’abbi tutti i tuoi disiri. 
Non per sé tanto questo signor degno 
alcuna volta il cristian perseguio, 
quanto per mal consiglio e falso ingegno. 
E piú sarebbe stato in vèr lor rio, 
non fosse Plinio, che con le parole 
oneste e sante li tolse il disio. 
Nove anni e diece questo mio bel sole 
con meco visse e tanto mi fu strano, 
quando morio, ch’ancora me ne dole. 
Rimasi tra le braccia d’Adriano: 
molto ben visse, ma fu invidioso 
del suo buon zio, io dico di Traiano. 
Al mondo il vidi forte e grazioso: 
e ciò fu degno, ché vo’ ben che sappia 
che sempre il tenne con dolce riposo. 
E voglio ancor che nel tuo petto cappia 
che fu il secondo che ’l Giudeo distrusse, 
che poi in Ierusalem non s’accalappia. 
Leggi fe’ molte e assai ne ridusse 
a ordinato modo e vissi seco 
con pace, qual se Numa stato fusse. 
Ragionar seppe ben latino e greco; 
a la fede cristiana men mal fece, 
ch’alcun che prima fosse stato meco. 
In Campagna costui morbo disfece 
e, poi che meco fu, la vita sua 
durò un anno con due volte diece. 
Qui ferma gli occhi de la mente tua: 
guarda, fortuna quando corre al verso, 
come l’un ben dopo l’altro s’indua; 45 
e cosí nel contraro; onde, e converso, 
questo dich’io: che piú signori allora 
mi seguîr buoni e poi venne il riverso. 
Dopo costui, che tanto me onora, 
il gener suo mi tenne, Antonio Pio, 50 
del quale mi lodai e lodo ancora. 
Costui in pace tenne me e ’l mio; 
tanto mi piacque, che poi l’adorai 
come Romolo, Giano o altro iddio. 
E perché forse ancor parlare udrai 55 
sí come amor la sua Faustina punse, 
onde bello ti fie se tu ’l saprai, 
per ver ti dico ch’ella si congiunse 
per medicina e l’appetito spense 
col sangue del suo amato, ond’ella sunse. 60 
E ben che cosí fosse, vo’ che pense 
che onesta fu e di nobil costume, 
né mai tal vizio il suo bel cuor non vense. 
Galieno in quel tempo fece lume 
a’ versi d’Ippocras, come si vede 65 
e legge ancora in alcun suo volume. 
Ogni grazia, figliuol, da Dio procede, 
come si par ne le piante e ne l’erba; 
e stolto è ben colui ch’altro ne crede. 
Or dunque quel signor che s’insuperba, 70 
come Neron, per gran prosperitade, 
ben si può dir ch’egli ha la testa acerba. 
Questo dich’io per lodar la bontade 
d’Antonio Pio, ché quant’ebbe piue 
e piú il vidi benigno e con pietade. 75 
Due anni e trenta meco signor fue: 
ben puoi pensar allora ch’io ’l perdeo 
se trista fui; e qui non dico piue. 
In questo tempo fiorio Tolomeo, 
ch’a noi alluminò l’astronomia, 
e, storiografo, di Spagna Pompeo. 
E qui Sabina fu per Serapia 
riconosciuta e morta per cristiana 
e Secondo lasciò filosofia. 
In questo tempo, ch’io vivea sí sana, 85 
Marco Antonio con Lucio mi tenne 
e cotal signoria mi parve strana: 
però che non sta bene e mai s’avenne 
ad una cappa due cappucci avere, 
piú che facciano insieme l’esse e l’enne. 90 
Lucio morio e rimase il potere 
a Marco Antonio, che governò in guisa, 
ch’assai mi fu di star con lui piacere. 
Costui fu tale che, avendo conquisa 
Numanzia, Granata e Terra Schiava, 95 
ch’a minor somma il censo lor divisa. 
Costui per briga alcuna non gravava 
li suoi suggetti e, quando avea bisogno, 
vendeva il suo e i cavalier pagava. 
E cosí visse al tempo ch’io ti pogno. 100 

CAPITOLO VIII 
Secondo ch’io li vidi piú e meno 
degni di fama questi miei signori, 
di lor parlar rallargo e stringo il freno, 
sí come sai che fanno i dipintori 
che, secondo ch’è degna la figura, 5 
e piú e men l’adornan di colori. 
Da diciotto anni signor meco dura 
Marco Antonio Vero, ch’a Verona 
trasmutò nome e fece fosse e mura. 
Commodo tenne poi la mia persona; 10 
e, benché fosse molto ardito e franco, 
di lui piú e piú falli si ragiona. 
Costui del nome suo volse fosse anco, 
sí come Iulio, un de’ mesi nomato, 
benché ’l potere a ciò li venne manco. 15 
Filippo, in questo tempo, fu mandato 
da Roma in Egitto per prefetto, 
che molto fu onesto e temperato. 
Una figlia ebbe costui, ch’io t’ho detto: 
Eugenia, che ne l’amore di Cristo 20 
ardea tutta dentro dal suo petto. 
Questa, per acquistare il Sommo Acquisto, 
fuggí dal padre e battesimo tolse 
in atto d’uomo e per tale era visto. 
Con altri due un monistero sciolse 25 
di monaci devoti molto a Dio, 
coi quali abito prese e viver volse. 
Essendo in tanto santo e bel disio, 
Melancia, che di costei s’accorse, 
accusò lei e ’l monister per rio. 30 
L’accusa innanzi dal prefetto porse 
e, tormentando i monaci e la figlia, 
il padre il vero di Eugenia scorse. 
Per la letizia e per la maraviglia, 
Filippo apresso si fe’ battezzare 35 
e non pur sé, ma tutta la famiglia. 
Subitamente discese per l’a’re 
una folgor che Melancia arse tutta 
e tal miracol fu ben da notare. 
Ahi quanto ben sarebbe che tal frutta 40 
spesse volte gustassono coloro, 
che van cercando ogni novella brutta! 
Ma qui torno a colui che ’l mio tesoro 
guardava allora, che, senza dí o mesi, 
fe’ tredici anni con meco dimoro. 45 
La fine sua è ben ch’io ti palesi, 
a ciò che i reggitor, che son villani, 
prendano asempro di farsi cortesi. 
Sí crudo il vidi a’ suoi e agli strani, 
che ne fu morto e qui de la sua donna, 
senza piú dir, lavar mi vo’ le mani. 
E, poi che morte il corpo suo assonna, 
Elio fu eletto e ordinato 
per mio sostegno e prima colonna. 
A costui certo proferse il senato 55 
di voler fare la sua donna Augusta 
e che ’l figliuol fosse Cesar chiamato. 
Ond’ello, con parola onesta e giusta, 
negò l’onor, dicendo: – Basta assai 
la grazia, che da voi per me si gusta –. 60 
Da diciotto anni il suo valor provai; 
odi se fu a la giustizia intero, 
che né tesor né amor nol mosse mai. 
Giulian l’uccise e poi venne Severo 
vertudioso tanto e d’alto ingegno, 65 
che di vil nazion giunse a lo ’mpero. 
Qui pensa se di tale onor fu degno, 
ch’io ’l vidi a dimandar tanto discreto 
e liberale al dar, ch’io me ne segno. 
Al tempo suo, il viver mio fu lieto, 70 
come colui che l’Africa ridusse 
per forza tutta sotto il mio decreto. 
Arabia, Partia ed Agario condusse 
e gran parte del mondo al mio dimino: 
miracol parve che suo fatto fusse. 75 
Assai intese ben greco e latino 
e fu in filosofia veracemente 
ed in altre scienze accorto e fino. 
Sol questo fece, di che son dolente: 
che fu il quinto che i cristian percosse, 80 
secondo che ancor m’è ne la mente. 
Diciassette anni piacque al ciel che fosse 
meco costui e, quando men mi venne, 
pensa che dentro al cuor molto mi cosse: 
ché con tanto valor m’accrebbe e tenne, 85 
ch’io dicea fra me: – Bene ha costui 
a l’aquila mia rimesse le penne –. 
E, secondo che udia contare altrui, 
maraviglia facea in Inghilterra, 
al punto ch’io rimasi senza lui 90 
e che la morte le sue luci serra. 

CAPITOLO IX 
Morto questo signor, del qual ti dico, 
Antonio Caracalla, suo figliuolo, 
(non figliuol dovrei dir, ma suo nimico) 
sette anni mi tenne in tanto duolo, 
ch’io dicea fra me: – Domiziano 5 
tornato è qui dal tenebroso stuolo –. 
Lussurioso, crudele e villano, 
avaro, malizioso e in ogni cosa 
pessimo il vidi e di volere strano. 
La sua noverca Iulia si fe’ sposa. 10 
Quando fu morto, tal piacer mi fue, 
quanto mi fosse d’alcun’altra cosa. 
Macrin fu poi, del qual l’opere sue 
un anno vidi, ché ’l figliuolo e ’l padre 
invidia uccise e qui non dico piue. 15 
Seguio un altro Antonio e se bugiadre 
non fur le lingue, tal fu e senza legge, 
che morto il vidi insieme con la madre. 
Qui dèi veder che l’uom che molto legge 
che spesso truova cosa di che gode 20 
e onde si raffrena e si corregge. 
Cosí aviène che chi ascolta e ode 
dai buon di belli asempri ed ello è tale 
che li sappia tener, ch’assai gli è prode. 
Tu odi ben sí come mal per male 
ispesse volte ricevean costoro, 
ch’eran signor d’ogni cosa mortale. 
Onde non creder né esser sí soro, 
che del bene e del mal Chi tutto vede 
a la fine non renda il suo ristoro. 30 
Costui, ch’io dico, ebbe assai men fede 
da la cintola in giú, che Macometto, 
secondo che udio e che si crede. 
E tanto fe’, che Dio l’ebbe in dispetto. 
Forse tre anni tenne la mia seggia, 35 
ché morto fu cosí com’io t’ho detto. 
Ormai è buon ch’a mia materia reggia 
e d’Alessandro ragionar la vita; 
se dritto seguir deggio l’altra greggia. 
Dico la Persia, che s’era partita 40 
de la mia signoria, io disdegnosa 
condannata l’avea ed isbandita. 
Costui, essendo Augusto, mai non posa 
in fin ch’egli ebbe con la mano ardita 
fatto vendetta di ciascuna cosa. 45 
Tredici anni fe’ meco la sua vita; 
da’ suoi fu morto in Gallia, si disse, 
di che rimasi trista e sbigottita. 
In questo tempo Origenes visse, 
che sei milia volumi fece e piue, 50 
senza le molte pistole che scrisse: 
e qual ne la scienza, cotal fue 
ne la sua vita: Ieronimo il prova, 
che lesse giá tutte le cose sue. 
Quel, che or dico, dire non mi giova: 55 
Massimiano senza il mio Consiglio 
tolse la signoria ch’era a dar nova. 
E mise la Fé nostra in tal periglio 
e per sí fatto modo la percosse, 
ch’io la vidi tremar da’ piedi al ciglio. 60 
E poi che ad acquistare il mio si mosse, 
con piú province Germania conquise, 
le quali in contro a me s’erano smosse. 
E come da costoro si divise 
e tornava di qua, trovò Pupino 65 
che col figliuolo in Aquilea l’uccise. 
Cotal qual odi fu il suo destino: 
tre anni posso dir che visse meco, 
ma ’l piú del tempo si vide in cammino. 
Ora Gordiano a la mente ti reco, 70 
che per signore apresso mi fu dato: 
sei anni tenne il mio e vissi seco. 
Costui, vinta la Persia, ov’era stato, 
con la milizia sua, pien di conforto, 
tornava a me per esser triunfato, 75 
quando da’ suoi udii ch’egli era morto. 
Ahi, cupidigia, quanti fatti n’hai, 
nel mondo, di signor morire a torto! 
Dopo costui, di cui mi dolse assai, 
a Filippo fu dato il mio tra mano, 80 
che per signor sette anni me ’l trovai. 
E nota che fu il primo cristiano 
imperatore e Ponzio fu colui 
che ’l battezzò con la sua santa mano. 
E sappi ancor ch’al tempo di costui 85 
fu l’ultimo anno che compio il millesimo, 
dico dal dí che isposata fui. 
E, se ben mi ricordo ancora ed esimo, 
tanta letizia se ne fece, ch’io 
a pena dir te ne potrei il centesimo. 90 
E cosí stava allora il comun mio. 

CAPITOLO X 
Avea dal dí che nacque il nostro Amore 
in fino a quello che qui ti rammento, 
ch’io stava in tanto gaudio e in tanto onore, 
da cinque volte diece con dugento; 
e, ben ch io fossi afflitta alcuna volta, 
tosto mi rifacea di quel tormento. 
Ma qui ti vo’ contare, e tu m’ascolta, 
del mio Filippo e del figliuolo ancora 
come dal lor piacer mi vidi sciolta. 
Una grave battaglia fu allora, 
dove ciascun di lor morto fu visto: 
pensa se duolo ancor dentro m’accora! 
Vero è che ’l lor tesoro e ’l loro acquisto, 
tant’eran caldi ne l’amor di Dio, 
per farne bene altrui lassaro a Sisto. 
Ma poi, come tu leggi e ch’io udio 
ne le storie de’ Santi, da Lorenzio 
un altro il volse, a cui rimase il mio. 
Qui vorrei ben poter tener silenzio 
e lassar Decio con ciascun suo vizio, 
ma la tema mi stringe a dir l’assenzio. 
Di lui ti do per certo questo indizio: 
ch’avar fu sí, che mai veder non volle 
povero alcuno dentro dal suo ospizio. 
E come fu avar, cosí fu folle 
contro a la fede di Cristo e per certo 
giá mai a tal voler si vide molle. 
Questo ebbe in sé: che fu in arme sperto, 
ma non pur tanto, per quel ch’io intesi, 
che dal diavol non fosse al fin diserto. 
Due anni tenne il mio e quattro mesi; 
tanto l’amai, che de l’acerba morte, 
quando l’udio, niun dolor ne presi. 
Gallo e Volusian dopo tal sorte 
signoreggiâr due anni e fu sí poco, 35 
che pro né danno n’ebbe la mia corte. 
Valeriano tenne apresso il loco 
per quindici anni e sappi che fu tale, 
che piú province ne sentîr gran foco. 
E poi ch’egli ebbe assai battute l’ale, 40 
da Sapor re si vide preso e vinto, 
che poi li fe’ sentir di molto male. 
Claudio segue che qui sia distinto, 
lo qual fu tal che, se vivuto fosse, 
molto piú caro te l’avrei dipinto. 45 
Costui la Gozia e la Magna percosse 
e disertolle per sí fatto modo. 
che lungo tempo loro il danno cosse. 
Tu vedi ben cosí com’io annodo 
l’un dopo l’altro in brieve, onde figura 50 
lo reo piú reo e ’l buon di maggior lodo. 
Un anno meco la sua vita dura. 
D’Aurelio fui, al qual rendo ancor laude, 
perché piú ricca fe’ la mia cintura. 
Molto le genti mie per lui fun baude: 55 
cinque anni visse e a la fin fu morto 
da’ suoi a tradimento, per gran fraude. 
Costui in arme fu franco e accorto: 
s’io dico il vero que’ di Dacia il sanno, 
i Goti e i Franchi, a cui il fatto è scorto. 60 
Costui ti dico ancor, s’io non m’inganno, 
dei miei fu il primo con corona in testa 
d’oro e di gemme, sí come or si fanno. 
E quel ch’ora di lui a dir mi resta, 
si è che fece al Sole un ricco tempio 65 
di care pietre, ove facea gran festa. 
In contro a’ cristian fu aspro ed empio 
e con piú molti beata Colomba 
fece martoriare e farne scempio. 
Seguita ora che suoni la tromba 70 
per Tacito, che fu largo e prudente; 
ma poco meco il suo nome rimbomba, 
ché, secondo ch’ancor m’è ne la mente, 
sette mesi e non piú m’ebbe in governo: 
se morto fu, ciò spiacque a la mia gente. 
E se ben mi ricordo e ’l ver dicerno, 
apresso di costui mi seguí Probo 
che fece di Macreo non buon governo. 
Costui per pro e per sicuro approbo; 
da’ suoi fu morto e del tempo che visse 80 
sei anni tenne meco questo globo. 
Fiorian fu poi, di cui nulla si disse: 
e giusto è bene a non far d’un cattivo 
piú viva menzion, che sé morisse. 
Seguita Caro e io di lui ti scrivo 85 
che passò in Partia e quivi fu dal fiume 
sorbito, onde da poi non parve vivo. 
E se tu cerchi bene il mio volume, 
il troverai di ciascun vizio pieno 
e d’ogni brutto e cattivo costume. 90 
Due anni tenne in man del mio il freno; 
molto contenta fui dentro dal core 
quando mi venne, com’io dico, meno, 
sempre sperando in un altro migliore. 

CAPITOLO XI 
Con gli occhi al cielo, spesso Iddio pregava 
che mi traesse da le man di Caro, 
come colei che d’un buono sperava. 
Ma tanto al prego mi si fe’ avaro, 
ch’apresso a lui Diocleziano giunse, 5 
che, per un, cento piú me ’l vidi amaro. 
Costui la Chiesa per tal modo punse, 
che diece anni non fu senza sospire: 
qui puoi pensar se la distrusse e munse. 
Ben venti milia e piú ne fe’ morire: 10 
Gervasio e Protasio in Melano, 
santificando, ricevêr martire; 
cosí ancor Vincenzo e Sebastiano, 
Grisogono, Martino e Nastasia, 
Agata, Margarita con Damiano, 15 
similemente Agnese e Lucia 
e Marcellin, che fe’ sí come Pietro: 
Cristo negando, la morte fuggia: 
e, poi che vide ch’erano di vetro 
i suoi pensier, si condannò a la morte 20 
e d’ogni mal voler tornò a dietro. 
Venti anni tenne e guidò la mia corte 
e fu Massimiano al mal con lui 
non men crudele in ciascun caso e forte. 
E se ’l morir parve amaro a costui, 25 
e a me piú che dolce, sí mi piacque 
quando da lui isviluppata fui. 
Eran passati dal tempo che nacque 
Colui che sparse il sangue suo per noi 
in fino al dí che ’n terra costui giacque, 30 
da trecento e sette anni: e qui ben puoi 
notare con che pena e gran fatica 
crebbe la Fé, che va così ancoi. 
Ora passo oltra e convien ch’io ti dica 
di Galerio, però che cosí segue 35 
de’ miei signori la dritta rubrica. 
E vo’ tacer le battaglie e le tregue 
di Massenzo, Carino e di Narseo, 
sí vaga son che da lor mi dilegue. 
Poco Galerio mi fu buono o reo, 40 
e però poco di lui ti ragiono, 
ché ’n due anni dir posso che ’l perdeo. 
Poscia Costanzo, ch’assai mi fu buono, 
passò in ponente e, de le opere sue 
pensando, ancor contenta assai ne sono. 45 
Cloelio re padre di Elena fue, 
la qual giovane, inferma, a Roma venne 
divota a Cristo quanto si può piue. 
Libera e sana qual fu mai divenne, 
onde per la beltá Costanzo allora 50 
vago di lei piú dí seco la tenne. 
Un anel d’or le donò in sua dimora, 
ché piú non volse, e poi un fanciul fece 
simile al padre e bellissimo ancora. 
Costui, avendo tre anni con diece, 55 
a ’ngegno per mar fu menato a un re, 
che allor regnava tra le genti grece. 
Tanta fu data a’ mercatanti fé, 
che ’l re la figlia sua li diede a sposa; 
ma qui non dico il modo né il perché. 60 
Rubarli, poi, tornando, d’ogni cosa; 
lassarli soli e, come piacque a Dio, 
rimase lor la ricca vesta ascosa. 
Tornati a me, Costanzo, il signor mio, 
Elena sposa e imperatrice feo, 65 
poi che ’l ver con l’anello li scoprio. 
Quindici anni con me viver poteo; 
reda lasciò il figliuol, per cui la Chiesa 
ricchezza acquista e santitá perdeo. 
Non che dir voglia che ’l dare e la presa 70 
allor non fosse ben, perché da troppa 
gente la fede nostra era contesa; 
ma perché dove ricchezza s’aggroppa, 
lussuria, ira, gola e avarizia, 
accidia, invidia e superbia ne scoppa. 75 
E tu puoi ben veder che per divizia 
di cotante grandezze, che ’l pastore 
falla e fallando le pecore vizia. 
Ahi quanto li terrei maggiore onore 
che fosse meco e governasse i suoi, 80 
che dirsi a Vignon papa e imperatore! 
Ché a tanto giunti siam veder ben puoi, 
per lo suo parteggiar, che quel d’Egitto 
securo vive e combattiam fra noi. 
Certo io so ben che le parole gitto 85 
indarno teco, ma fo com la trista, 
che corre al pianto, quando ha il cor trafitto. 
Non truovo santo alcun né vangelista 
che dica a Cristo piacesse palagio, 
bei palafreni o robe di gran vista. 90 
Non truovo che volesse stare ad agio; 
non truovo che chiedesse argento o oro, 
né che mai ricevesse piú d’un bagio. 
Truovo che povertá fu il suo tesoro 
e questa predicava in ciascun templo 95 
e questa volse nel suo concistoro. 
Truovo, se ben nel suo lume contemplo, 
per umiltá cavalcar l’asinello, 
e questo ai frati suoi die’ per essemplo. 
Truovo che disse: – Piú miracol quello 100 
terrei ch’uom ricco entrasse nel gran regno, 
che per la cruna d’un ago un cammello –. 
Truovo che dimandato fu a ’ngegno: 
– Rispondi tu, che sai tutte le cose,
se a Cesar dare il censo è giusto e degno, 105
o se non è –. Ed esso allor rispose: 
– Mostrami un denaro –. Ed un gliel diede.
E Cristo a quel, che ne la man gliel pose: 
– Or di’: questa figura che si vedee la scritta cui è? – E il fariseo: 110 
– È di colui che il censo ci chiede –.
Ond’ello, accorto del suo pensier reo, 
rispuose: – E come suo, a lui si renda. 
Quae Caesaris Caesari et quae dei deo –. 
E chi ha orecchi m’oda e sí m’intenda. 115 


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Ultimo Aggiornamento:
14/07/2005 23.41