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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA


Il Dittamondo
di: Fazio degli Uberti 

LIBRO SECONDO 

Capitoli XII - XXI


CAPITOLO XII 
Quando i miei danni e le cagion rimembro, 
veracemente dir non ti saprei 
quanto dolor sopra dolore assembro: 
onde, se pianger vedi gli occhi miei 
e hai rispetto a quel ch’a dir ti vegno, 
maravigliar per certo non ti dèi. 
Colui ch’or segue, che tenne il mio regno, 
fu ’l Magno Costantin, che, sendo infermo, 
a la sua lebbre non trovava ingegno, 
quando Silvestro, a Dio fedele e fermo, 
partito da Siratti e giunto a lui, 
sol col battesmo li tolse ogni vermo. 
E questa è la cagion, per che costui 
li diede il mio e tanto largo fue: 
benché contenta molto allor ne fui, 
ch’i’ pensava fra me: se costor due 
saran, com’esser denno, in un volere, 
temuta e onorata sarò piue. 
Per ver ti giuro ch’io credetti avere 
sí come il ciel, qua giú la luna e ’l sole 
e starmi in pace e con essi a godere. 
Ma colei che ci dá speranza e tole 
e che gira e governa la sua rota 
non come piace a noi, ma ch’altrui vole, 
la mia credenza ha fatto di ciò vôta, 
come ben può veder, a passo a passo, 
qual il mio tempo digradando nota. 
Ond’io accuso, quando ben compasso, 
il lor mal fare, per l’una cagione 
per la qual son caduta sí a basso. 
L’altra dir posso natural ragione, 
perché ogni cosa convien aver fine 
in questo mondo, che mortal si pone; 
la terza, le mie genti cittadine 
vivute senza fede e senza amore, 35 
punte d’avare e invidiose spine. 
Piú potrei dir, ma se tu poni il core 
al ver di queste tre, vedrai per certo 
ch’esse radice son del mio dolore. 
E cosí t’ho mostrato e discoperto 40 
quel di che mi pregasti tanto chiaro, 
che quasi il dèi, com’io, vedere aperto”. 
Qui si taceo e mai non lacrimaro 
occhi di donna lacrime sí spesse, 
come i suoi quivi il viso bagnaro. 45 
E quale è sí crudel che si potesse 
veggendo la pietá del suo gran pianto, 
tener che ’n su quel punto non piangesse? 
Non credo un serpe, c’ha il cuor cotanto 
acerbo; ond’io non fui allor sí duro, 50 
ch’apresso lei non lacrimassi alquanto. 
Ma poi che ’l pianto suo amaro e scuro 
vidi allenar, parlai per questo modo, 
pieno d’angoscia, reverente e puro: 
“Io ho sí ben legato a nodo a nodo 55 
ne la mia mente ciò che detto avete, 
ch’a pena una parola non ne schiodo. 
Vero è, madonna, ch’una nuova sete 
m’è giunta, poi che cominciaste a dire 
di quei signor, coi quai vivuta sete. 60 
E questo è solo di volere udire 
de gli altri, i quali il vostro governaro, 
sí come den per ordine seguire. 
Onde con quanto amor può figliuol caro 
a la sua dolce madre mover preghi, 65 
vi prego che per voi qui ne sia chiaro, 
a ciò che s’ello avièn che giá mai freghi 
la penna, per trattar di questa tema, 
che i nomi lor co’ nominati leghi. 
Ché noi veggiam che quando un’opra è scema, 70
che sia quanto vuol bella, l’occhio corre 
pur al difetto che la mostra strema. 
Ma quando è sí compiuta, che apporre 
non vi si può, allora si vagheggia 
e qual cerca vederla e qual riporre”. 
Ond’ella mi rispuose: “Ben che veggia 
ch’esser non può la cosa mai perfetta, 
che manchi o che sia piú ch’esser non deggia, 
io sono tanto dal dolor costretta, 
che gran pena mi fia giungere al segno, 80 
dove a me pare che ’l tuo arco saetta: 
ché vo’ che sappi che quanto piú vegno, 
parlando, verso il tempo ch’or ne cinge, 
che piú con pianto mi cresce disdegno. 
Ma pure il prego tuo tanto mi stringe 85 
e ’l dover, poi, per la ragion che hai mossa, 
che nel mio cor verace si dipinge, 
che presta son, secondo la mia possa, 
oltra seguire e ricordar coloro 
per li quali fui piú e men riscossa, 90 
secondo che vertú regnava in loro. 

CAPITOLO XIII 
Come si dice a questo tempo d’ora 
mille trecento cinquantuno e sette, 
trecento venti tre correva allora. 
Qui passo a dir le discordie e le sette, 
di Massenzo, lo qual giá mai non fina 5 
di darmi angoscia in fin che meco stette. 
Qui passo a dirti la mortal ruina 
che di qua fece di ciascun cristiano 
e oltra mare ancor di Caterina. 
Tanto fu aspro e di costumi strano 10 
e nemico de gli uomini e di Dio, 
che certo piú non fu Diocleziano. 
Ma ora torno a dirti sí com’io 
abbandonata fui da Costantino, 
che possedea allora me e ’l mio. 15 
Nel mar si mise e tal fu il mio destino, 
che di Bisanzo un’altra Roma fece 
e quivi visse e finio il suo cammino. 
E cosí cadde fra le genti grece 
l’aquila mia, ch’i’ m’avea notricata 20 
mille anni e piú cinquantacinque e diece. 
Cosí mi vidi sola, abbandonata, 
ben ch’allora mi piacque; e cosí fui, 
non cognoscendo il mal, del me’ pelata. 
Ne l’acqua de la Fé bis fu costui 25 
lavato; e, se nel vero non m’annebbio, 
trent’anni e piú si tenne il mio per lui. 
Costui licenza di venire a trebbio 
a’ cristian diede e di far concistoro; 
e qui fiorio Nicolao ed Eusebbio. 30 
Un tempio fece a Pier di gran lavoro 
ed un altro a Lorenzo tanto vago, 
ch’assai vi spese d’ariento e d’oro. 
Apparve allora nel mio grembo un drago, 
ch’era sí velenoso e tanto crudo, 35 
che uccideva altrui sol con lo smago. 
Silvestro senza lancia e senza scudo, 
solo col segno de la croce, allora 
il prese e d’ogni possa il fece ignudo. 
Dopo costui, il mio rimase ancora 40 
a tre suoi figli, ma due funno tali, 
che poco in signoria ciascun dimora. 
Qui lasso a dir le gran discordie e i mali 
ch’ebbon fra loro e quanto funno ingrati 
in verso me e contro altrui mortali. 45 
Per costor vidi i Cristian tormentati 
ispesse volte e morti a gran dolore 117
e gli Ariani esser su sormontati. 
Ario fu il primo, onde mosse l’errore 
per cui giá Cristo appario a Pietro 
coi drappi rotti e senza alcun colore. 
Cosí, come odi, ora tornava indietro 
la nostra Fede e ora innanzi giva, 
sí come quella ch’era ancor di vetro. 
Tu vedi bene, per venire a riva 55 
del mio parlar, come in breve ti conto 
ciò che io allora vedeva e udiva. 
In questo tempo, che ora t’affronto, 
si portâr l’ossa di Luca e d’Andrea 
dov’è la mia soror sopra Ellesponto. 60 
In questo tempo Donato vivea, 
che de le sette, in sí breve volume, 
l’uscio ci aperse a la prima scalea. 
Questi tre figli, de’ quai ti fo lume, 
Costantino, Costanzio e Costante, 65 
nomati fun da le paterne piume. 
Venti quattro anni in questo bistante 
tennon lo ’mperio e quel che men mi spiacque 
fu Costantino, che piú visse avante. 
Seguio apresso Giulian, che nacque 70 
d’un zio di loro, a governare il mio, 
il qual trentadue mesi su vi giacque. 
E di costui questa novella udio: 
che poi che da Sapor fu vinto e morto, 
che ’l cuoio dipinse per gran sdegno e rio. 75 
Sagace fu e in arme assai accorto; 
ma troppo fe’, per quel che si ragiona, 
sopra la nostra Fé gravezza e torto. 
Gioviano, apresso, tenne la corona 
da sette mesi e, se ’l tempo fu poco, 80 
nondimen lodo assai la sua persona. 
Cristiano fu e fuggí come il foco 
ogni scommettitore, ogni discordia, 
e pace disiava in ciascun loco. 
Seguita ora, ne le mie esordia, 85 
Valentino, che, quanto a lui bisogna, 
ben seppe menar guerra e far concordia. 
Certo io credo ben che quando il sogna, 
per la paura, sí forte il percosse, 
che tutto trema ancor quel di Sansogna. 90 
E mostrato averebbe le sue posse 
maggiori assai, in Pannonia dico, 
se la morte, che l’assalio, non fosse. 
Quattro e sette anni mi fu buono amico. 

CAPITOLO XIV 
Tre C con otto croci eran passati 
d’anni del numer bel ch’usiamo ancoi, 
al tempo ch’io ti dico e che tu guati. 
Valente tenne il mio tre anni, poi 
(Arian fu e i monaci percosse, 5 
ch’erano allor come santi tra noi) 
del grande inganno, che fece ne l’osse 
ai Gotti, da’ quai sentí mortal fiamma, 
quando dal ver falsamente li mosse. 
E com’è il figlio amato da la mamma, 10 
cosí sei anni amai Graziano mio, 
che fu cristian, che non vi mancò dramma. 
E pensa ben se amato fu da Dio: 
ché vinse la gran torma de’ Tedeschi, 
che pure un sol de’ suoi non vi morio. 15 
E perché dolce piú il mio dir t’aeschi, 
dico ch’Ambruogio, ch’era allora meco, 
pregiare udia da Greci e da Franceschi. 
Tanta virtú e grazia era giá seco, 
ch’al pastor piacque che fosse in Melano 20 
padre de’ buoni e luce a ciascun cieco. 
Costui ridusse, che pria era pagano, 
Agustin, disputando, a nostra Fede, 
che poi fu tal, come tu sai, cristiano. 
Quando Massimo il colpo mortal diede 
a Graziano e cacciò Valentino, 
trista mi vidi su dal capo al piede, 
perché sempre con polito latino 
l’avresti udito e in ogni costume 
puro come òr di che si fa il fiorino. 30 
Seguita ora ch’io ti faccia lume 
di Teodosio, che dietro a lui venne, 
degno d’onore in ciascun bel volume, 
che tanto bene undici anni mi tenne, 
ch’io dicea fra me: Traiano è giunto, 35 
che m’ha con pace rimesse le penne. 
In questo tempo, ch’io ti dico appunto, 
traslatò il vecchio e ’l novo Testamento 
Ieronimo, qual hai di punto in punto. 
In questo tempo, che qui ti rammento, 40 
gli antichi templi fatti per li dei 
vidi disfare e ire a struggimento. 
In questo tempo, scisma tra Giudei 
e Saracini fu e del lor male 
poco curai, però ch’egli eran rei. 45 
Or come sai che ciascun ci è mortale, 
in Melano a cotesto mio signore 
morte crudele saettò il suo strale. 
Odi s’egli ebbe in Dio verace amore, 
ché i suoi nemici, piú che con le spade, 50 
vincea con preghi e con digiun del core. 
Apresso lui, a tanta dignitade 
Arcadio giunse; e certo ne fu degno, 
sí ’l vidi pien d’amore e di bontade. 
Qui, per parlar piú breve, in fra me tegno 55 
di Gildo e Mascezel e la cagione 
come moriro e che gli mosse a sdegno. 
E vo’ti ricordare il gran dragone 
lo qual Donato col suo sputo uccise, 
che tanto fiero la sua storia pone. 60 
E non ti vo’ tacer ch’allor mi mise 
Alberico crudele in tanti affanni, 
che presso che del tutto non m’uccise, 
che non che mi rubasse il velo e i panni. 
Ma poi Attaulfo ne menò via Galla 65 
con altre piú donzelle de’ suoi anni. 
E non pur questo peso giú m’avalla, 
ma tante pistolenze allor seguiro, 
che io ne ruppi l’omero e la spalla. 
Or questo mio signor, che ben fu viro 70 
degno di reverenza e di salute, 
da tredici anni tenne il mio impiro. 
In iscienza ed in ogni gran vertute 
veramente lodar tel posso assai, 
però che chiare in lui funno vedute. 75 
Poi quindici anni guidar mi trovai” 
ad Onorio, del quale Iddio ringrazio, 
tanto fu buono e io tanto l’amai. 
Qui venne al mio tormento Radagazio 
e qui di lui, come si convenia, 80 
con fame e con la spada fece strazio. 
E cosí Eradiano, che venia 
con gran navilio contro a me acerbo, 
ancor, come a Dio piacque, strusse via. 
Oh beato il signor, ch’è non superbo! 85 
Oh beato costui, che qui s’addita, 
sí fu pietoso in ciascun suo verbo! 
Vinti i nemici, in lor morte o ferita 
negava e dicea: – A Dio piacesse 
che quei, che morti abbiam, tornasse a vita! – 90 
Cotal costui la sua vita elesse, 
qual fece il padre, del quale io t’ho detto, 
che Dio orando e con digiun si resse. 
E, poi che morte gli trafisse il petto, 
Teodosio minor del mio fu reda 95 
cinque anni e venti con molto diletto. 
Qui fe’ il demonio de’ Giudei isceda 
in specie di Moisè e qui si tolse 
in Italia Totila gran preda. 
Qui si destaro, sí come Dio volse, 100 
ne la spilonca li sette dormienti, 
che fuggîr Decio, onde poi non li colse. 
Qui non ti saprei dir tutti i tormenti, 
che allor sentîr per Attila crudele 
dico in Alverna e di qua le mie genti. 105 
Qui non ti potrei dir con quanto fele 
mi funno incontro e Vandali e Gotti, 
se non che mi rubâr d’ogni mio mele. 
Or come ne gli scogli vedi i fiotti, 
l’un dopo l’altro, del gran mar ferire, 110 
allor c’hanno paura i galeotti, 
cosí vedea in quel tempo seguire 
l’un dolor dopo l’altro ed eran tali, 
che non è lingua che ’l sapesse dire, 
se non ch’eran soperchio a tutti i mali. 115 

CAPITOLO XV 
Avea dal tempo che si pone a Cristo 
in fino a quello che qui ti rammento, 
che ’l cuor mi vidi sí turbato e tristo, 
anni cinquantadue e quattrocento 
ed eran quarantuno, ch’i’ era stata 5 
per Alberico a simile tormento. 
Cosí come odi, mi vidi rubata 
piú volte e piú, poi che da Costantino 
fui, com’io t’ho detto, abbandonata. 
E se dritta deggio ir per lo cammino, 10 
designando per ordine ciascuno 
che tenne il mio e fenne a suo dimino, 
Marcian con gli altri miei signori aduno, 
ch’undici milia vergini in Cologna 
al tempo suo martoriate funo. 15 
In Francia, per la Magna e per Sansogna 
la gran turma dei Vandali passaro; 
se danno fenno, dirlo non bisogna. 
Sette anni fe’ costui meco riparo 
e dopo la sua fine venne Leo 20 
e qui mi vidi il cielo e lui contraro. 
In questo tempo, ch’io dico sí reo, 
Augustulus Italia tutta prese 
e, presa, poi vilmente la perdeo. 
Lassolla il tristo e sé né lei difese 25 
in contro a Odovacer, ch’a ferro e foco 
co’ Ruten consumava il mio paese. 
Teodorico, apresso questo un poco, 
di Gozia venne e non compié sua via, 
ch’i’ non me ne dolessi in alcun loco. 30 
In questo tempo giá parlar s’udia 
di Uter Pendragon e di Merlino 
e del lavor che, fondato, sparia. 
Or questo Leo, che, a fare buon latino, 
coniglio dovrei dir, ne portò seco 35 
le imagini mie fatte d’oro fino. 
E se la sana ricordanza è meco, 
diciassette anni tenne in mano il freno, 
che troppo fu, se deggio il ver dir teco. 
Seguita mo ch’io ti ricordi Zeno, 40 
il qual coi Gotti mandò Teodorico, 
ch’Odovacer cacciò fuor del mio seno. 
In questo tempo amaro e antico, 
passâr quei di Sansogna in Inghilterra 
e ’l gran mal che vi fenno qui non dico. 45 
Artú benigno, largo e franco in guerra, 
con l’alta compagnia Francia conquise, 
Fiandra, Norvegia e ciò che quel mar serra. 
E poi che morte distrusse e uccise 
Zeno, il quale diciassette anni tenne 
lo ’mperio e che piú leggi altrui tramise, 
Anastagio fu quel ch’apresso venne: 
tanto ebbe in sé di mal, che molte volte 
di Dioclezianmi risovenne. 
L’opere sue infedeli e stolte, 55 
per non dir troppo, a ricordar qui passo, 
né brievi le so dir, perché son molte. 
Vero è che due miracoli non lasso 
li quai ciascun per dispregiare apparve 
la fede del battesmo a passo a passo. 60 
L’un fu che l’acqua de la fonte sparve 
a Barabas; l’altro d’Olimpo, a cui 
Amor non fu quanto a me dolce parve. 
Certo io non so se tu il sai per altrui: 
Anastagio papa in quel tempo era 65 
vago di Fotin, malgrado d’altrui. 
Le sette teste de la santa fiera 
giá si vedean spregiare per coloro 
ch’eran pastor de la fede sincera. 
Fuggivan povertá, bramavan l’oro, 70 
onde piú volte al traslatar del manto 
papal movean quistion fra loro. 
De’ Vescovi fu grieve e grande il pianto, 
quando mandati in esilio in Sardigna 
fun da Trasmondo, ch’era infedel tanto. 75 
Moltiplicava la mala gramigna 
de gli eretici in ogni parte allora, 
come tu sai che la mala erba alligna. 
Dolce mi sento al cor, pensando ancora 
sí come questo imperador morio, 80 
che sedici anni e diece tal dimora. 
Apresso di costui, Giustin seguio: 
e certo il nome se gli avenne assai, 
ché giusto fu e buon cristiano a Dio. 
Boecio patrizio, ch’io amai 85 
quanto figliuolo, fu da me disperso 
per Teodorico, ch’un Massenzo trovai. 
Il quale, essendo in esilio riverso, 
si consolava, come ancor si pare, 
con la Filosofia di verso in verso. 90 
In questo tempo, che m’odi contare, 
per Remigio, che fu a Dio divoto, 
si fece Clodoveus battezzare. 
In questo tempo appunto, ch’io ti noto, 
le gran bellezze fatte per antico 95 
caddono in Antiocia per tremoto. 
Nove anni ebbe Giustin l’onor ch’io dico. 

CAPITOLO XVI 
Qui di Giustinian segue ch’i’ debbia 
trattare, il quale Agabito ridusse 
a luce fuor d’ogni eretica nebbia. 
Per costui piacque al sommo Ben ch’io fusse 
alquanto ristorata de’ miei danni, 5 
quando il buon Bellisan con lui produsse, 
lo qual con molti, lunghi e gravi affanni, 
Africa, Persia e Alemagna mise, 
Francia e Cicilia, di sotto ai miei vanni. 
E fu Narseto ancora, il quale uccise 10 
Totila e scampò me del grande assedio, 
dove la fame quasi mi conquise, 
e fe’ morire, dopo lungo tedio, 
Amingo; e Vindino tenne preso; 
poi contro a Buccellin fu mio rimedio. 15 
Ora, se il parlar breve hai ben compreso, 
intender puoi che per Giustiniano 
in parte il mio fu riscosso e difeso. 
Costui ridusse in bel volume e piano 
la legge, com’è il Codico e ’l Digesto, 20 
e strusse quanto in essa parea vano. 
Ancora vo’ che ti sia manifesto 
che per Italia fu sí crudel fame, 
ch’impossibil ti fie a creder questo: 
che io vidi le madri in tante brame, 25 
che gustavan la carne de’ lor figli, 
sempre piangendo lor dolenti e grame. 
Otto anni e trenta governò gli artigli 
a l’uccel mio, il becco, l’ali e ’l busto, 
e trasse me piú volte de’ perigli. 30 
E tanto fu prudente, forte e giusto, 
ch’ancora il piango, sí di lui m’increbbe. 
Giustin minor del mio rimase Augusto. 
Lo mal consiglio de la donna ch’ebbe 
condusse allor Narseto a ordire cosa, 35 
che apresso per mio danno molto crebbe. 
Non molto poi Rosimonda, sposa 
d’Albuin re, per lo soperchio sdegno 
morir fe’ lui e fuggissi nascosa. 
La fine sua, partita dal suo regno, 40 
sannola i Ravignani e io in parte, 
ch’essa morio per suo malvagio ingegno. 
Bello è saper chi fu e di qual parte 
Albuin venne e udire la cagione, 
secondo che n’è scritto in molte carte; 45 
chi fu Ibor e chi fu Agione, 
chi fu Gambara e poi come nel fiume 
Agismondo trovò Lamissione. 
E bel ti fie veder questo volume 
per Teodolinda, ch’al Battista in Moncia, 50 
com’ancor pare, fece onore e lume. 
Ma se costei fu buona a oncia a oncia, 
di Romilda, se leggi le novelle, 
nel contrario saprai quanto fu sconcia. 
Due figlie ebbe la trista molto belle, 55 
che, per fuggir vergogna, si pensaro 
coprir di carne morta le mammelle. 
E se de’ corpi lor l’onor guardaro, 
per la gran loda, e come piacque a Dio, 
dov’era crudeltá pietá trovaro. 60 
In questo tempo ragionare udio 
come l’Ermino ne la fe’ di Cristo 
multiplicava e cresceva il disio. 
Con buona pace e con perfetto acquisto 
sarei vissuta al tempo di Giustino, 65 
non fosse stato il mal consiglio e tristo. 
Undici anni il mio tenne al suo dimino; 
poi per Tiberio governar lo vidi 
acceso e caldo ne l’amor divino. 
Or perché sempre nel ben far ti fidi 70 
e propio aver compassion del povero, 
questo miracol fa che in te s’annidi. 
Costui, ch’a tutti fu padre e ricovero, 
trovò tre croci e di sotto da esse, 
come Dio volle, tesor senza novero. 75 
Sette anni il mio governò e resse 
e certo questo tempo mi fu poco, 
sí mi piacea ch’ancora piú vivesse. 
Mauricio poi venti anni tenne il loco 
e al suo tempo funno fiumi e laghi 80 
tai, per Italia, che non parve gioco. 
Bestie, serpi, serpenti e morti draghi 
al Tever portar vidi; e fu in Verona 
l’Adige tal, ch’assai vi fun gli smaghi. 
Questo signor, del quale si ragiona, 85 
facendo guerra e non pagando i suoi, 
per cotal fallo perdé la persona. 
Assai di cosí fatti nomar puoi, 
che, per tener soldati e non pagare, 
sono iti male e propio ne’ dí tuoi. 90 
Ahi, quanto ancor mi duole a ricordare 
i grandi e belli e sottili intagli 
i quai Gregorio allor mi fe’ disfare! 
E duolmi ancor che con lunghi travagli 
erano compilati piú volumi 
dei miei figliuoli e di miei ammiragli, 
ne’ quali il bel parlare e i bei costumi 
e l’ordine de l’armi eran compresi 
sí ben, ch’a molti, udendo, facean lumi, 
che la piú parte fun distrutti e lesi 100 
per questo Papa; e se ’l pensier fu bono 
non so; ma pur di ciò gran doglia presi. 
Cosí da Cristo in qua venuta sono, 
parlando teco, in fine a secento anni, 
abbreviando ciò ch’io ti ragiono 105 
per te ch’ascolti e perch’io men m’affanni. 

CAPITOLO XVII 
Tu dèi imaginar che Dio è tale 
che sempre rende altrui del ben far bene 
ed, e converso, cosí del mal male. 
Dopo Mauricio seguita che vene 
Focas, il qual se contro a lui fu rio, 5 
bontá di Prisco, alfin, ne portò pene. 
Ma pria de la sua morte, dir udio 
che ’n Persia era ito e tornato sconfitto 
e che perduto avea assai del mio. 
Otto anni tenne l’onor ch’io t’ho ditto; 10 
apresso lui Eraclio col figliuolo 
l’ebbe tra mano: e questo assai fu dritto, 
perché in Persia passò con grande stuolo, 
lá onde trasse la croce di Cristo, 
e fenne a Cosdroe sentir grave duolo. 15 
Sergio, monaco doloroso e tristo, 
visse in quel tempo e fu Macometto, 
che profeta s’infinse al male acquisto. 
Un anno e trenta costui tenne stretto 
lo ’mperio mio; al fin, come Dio volse, 20 
idropico morí sopra ’l suo letto. 
Seguita Costantino, lo qual tolse 
ogni mio caro e ricco adornamento 
e portò via: di che forte mi dolse. 
E fe’ morire, il tristo, a gran tormento, 25 
papa Martino e se di lui mi lagno 
ragione è ben, perché ’l danno ancor sento. 
In Cicilia costui, dentro ad un bagno, 
da’ suoi fu morto, sí poco l’amaro: 
quattro anni tenne me e ’l mal guadagno. 30 
In questo tempo i Franceschi passaro 
in Lombardia sopra a Grimoaldo, 
dove el fe’ sí che ’l ber costò lor caro. 
Un altro Costantin, costante e saldo, 
cattolico e modesto, venne apresso, 35 
figliuol di quel che fu al mal sí caldo. 
E come seppe che ’l padre era messo 
a morte per Mezenzio e per li suoi, 
cosí ne fece la vendetta adesso. 
Li Saracini non molto da poi 40 
passâr su la Cicilia e tal fu ’l danno, 
che lamento ne venne qua fra noi. 
Apresso questo, dopo molto affanno, 
Costantino co’ Bulgari fe’ pace, 
che in vér levante al fin d’Europa stanno. 45 
Di lodarti Cesarea qui mi piace, 
che s’ascose al marito e mai nol volle: 
si fe’ cristian, con ciascun suo seguace. 
E se ’l tempo, ch’è lungo, non mi tolle 
lo rimembrar, diciassette anni tenne 50 
lo mio signor l’onor, ch’è or sí molle. 
Giustiniano seguita, che venne 
prudente, largo e tanto temperato, 
che de l’altro di sopra mi sovenne. 
Sicuro in arme l’avresti trovato, 
accrescitore de la nostra Fede, 
vago di darmi pace e buono stato. 
Ma perché veggi come poco vede 
colui che ha piú di questa nostra gloria, 
se propia madre la fortuna crede, 60 
quel che dirò redutti a la memoria, 
però ch’al tempo d’ora molto spesso 
parlar si può di somigliante storia. 
A questo mio signor, ch’io dico adesso, 
Leo patricio, con danno e vituperio, 65 
lo regno tolse e confinollo apresso. 
Similemente ancor fece Tiberio: 
e cosí il traditor con forza e frodo 
tre anni apresso governò lo ’mperio 
e Tiberio, poi, sette; ond’io n’annodo 70 
diece, in prima che avvenisse il caso, 
che fu sí giusto, che Dio ancor ne lodo. 
Dico: Giustinian, ch’era rimaso 
col suo cognato, tanto aiuto n’ebbe, 
che su tornò e vendicò il suo naso. 75 
E tanto a la vendetta costui crebbe, 
che morir fe’ quanti erano in Cersona, 
se non che pur de’ pargoli gl’increbbe. 
Da sedici anni tenne la corona 
in fra due volte e in Costantinopoli 80 
alfin perdeo col figliuol la persona. 
Se quel che or vedi e io ti dico copoli, 
conoscer puoi che sempre in pianto fui 
che ’mperador è stato d’altri popoli. 
Miracol fece, al tempo di costui, 85 
Beda, sí che l’udiron padri e mamme, 
dove tra i monti predicava altrui: 
ché le gran pietre e le altre come dramme, 
quando fu giunto al fin, dove si dice 
in saecla saeculorum, gridâr amme. 90 
E se pur oltra de la gran radice 
debbo trattar, Filippo apresso venne 
eretico, cattivo e infelice, 
il quale il mio un anno e mezzo tenne. 

CAPITOLO XVIII 
Se del mio breve dir sai coglier frutto, 
veder ben puoi che le guerre del mondo 
son le piú volte sol per voler tutto. 
Segue Anastagio d’ogni vertú mondo, 
il qual fe’ di Filippo tal lavoro, 5 
qual saprai se ne cerchi in fin al fondo. 
Tre anni fece sopra il mio dimoro; 
dolce mi parve, quando udio com’esso 
prete era fatto in pover concistoro. 
Cacciollo Teodosio, che apresso 10 
prese la signoria; ma durò poco, 
ché Leo a lui fe’ quel giuoco stesso. 
Ahi, lassa, quanto m’era al cor gran foco 
veder tanti cattivi a tradimento 
esser signor di cosí degno loco! 15 
Cinque e venti anni Leo mi tenne a stento, 
lussurioso, infedele e superbo 
e vago de l’altrui distruggimento. 
In questo tempo sí crudo e acerbo 
Rachis, re longobardo, lasciò il regno 20 
sol per servire al sommo e primo Verbo. 
Elprando di Sardigna sopra un legno 
a Ienua fe’ venire, e poi in Pavia, 
le ossa d’Agustin beato e degno. 
Tanto fu Leo pien di gran resia, 25 
ch’oltra mar fe’ disfare ogni pintura 
di Cristo e de’ suoi Santi e di Maria. 
Poi che morte disfé la sua figura,
la signoria rimase a Costantino, 
peggior che Leo suo padre per natura. 
Qui vo’ che tenghi un poco il capo chino 
e con gli orecchi de la mente ascolti, 
sí che noti il parlar mio pellegrino. 
Soli settecenquaranta eran volti 
da Cristo in fin al tempo ch’io ti parlo, 35 
e, s’alcun ne fu piú, non ne fun molti, 
dico che in Francia d’un Pipino un Carlo 
Martel vivea e come nato fosse 
principe e maggiordomo udii nomarlo. 
Costui del mondo ad acquistar si mosse 40 
e, per suo gran valor, prese Sansogna 
e poi Lanfrido piú volte percosse. 
Similemente vinse la Borgogna 
e contro a Eudon rivolse il freno: 
li tolse Equitania fino in Guascogna, 45 
Lotoringia, Soapia e lungo il Reno 
Bavaria; e quasi in fino al Danubio 
per sua vertú si mise tutto in seno. 
E i Saracin, di ch’io presi gran dubio, 
cosí distrusse, come fosser stati 50 
nel Bulicame o dove arde Vesubio. 
Trecento milia e piú ne fun trovati 
morti per lui e, dopo tanta guerra, 
gli occhi li fun da la morte serrati. 
Due figliuoli ebbe, che partîr la terra: 55 
nominato fu il primo Carlomano, 
che la Turingia e piú terreno afferra; 
l’altro, che parve in ogni atto piú strano, 
il Principato e la Borgogna tenne 
e a costui fu detto Pipin nano. 60 
Poi questo Carlo monaco divenne 
in Casin monte, onde la signoria 
ebbe Pipin, che forte la mantenne. 
Regnava allora Astolfo in Lombardia, 
per cui gran danno e piú ingiurie soffersi 65 
di fuori e dentro la cintura mia. 
E tanto funno i suoi modi diversi, 
ch’io mandai in Francia a Pipin per aiuto 
e me e il mio tutto li profersi. 
Ond’ello, che non fu sordo né muto, 70 
a me ne venne e sí ben mi soccorse, 
che racquistai ciò ch’io avea perduto. 
Astolfo, vinto, a dietro si ritorse; 
passò i monti e poi per ver ti dico 
l’amistá fu tra noi senz’alcun forse. 75 
In questo tempo in Francia Ilderico 
tanto cattivo e misero regnava, 
che dispiaceva a qual piú gli era amico: 
onde Pipin, che ’l regno vagheggiava, 
iscrisse a Zaccaria, sommo pastore, 80 
che, per lo suo ben far, quant’io l’amava: 
– Qual è piú degno rimanga signore
o colui che solo il nome ne tene 
e che vive ozioso e non n’ha il core, 
o quel che il carco del regno sostene 85 
in ciascun caso? – E Zaccaria rispose: 
– A qual util n’è piú, a quel s’avene –.
Or, per abbreviare queste cose, 
Ilderico con ogni sua famiglia 
monaco venne e quivi si dispose; 90 
onde Pipino allora il regno piglia. 

CAPITOLO XIX 
Tanto fu il quinto Costantino reo, 
lussurioso e pien di tradimenti, 
che piú in alcun vizio non fu Leo. 
Questo crudel con diversi tormenti 
piú e piú cristian fece morire; 5 
senza Fé fu e con falsi argomenti. 
Trentacinque anni per piú mio martire 
visse signore e per le genti grece, 
secondo che da lor mi parve udire. 
Gregorio papa, in questo tempo, fece 
la quinta feria e puosela in quaderno 
con lettere piú ferme che di pece. 
Ritbodo duca per bestia dicerno, 
che dimandò, con l’un pié nel battesmo: 
– Ove van piú, in cielo o ne lo ’nferno? –15 
Rispuose chi li dava il cristianesmo: 
– Ne lo ’nferno –. Ed el disse e trasse il piede:
– Al mal co’ piú voglio andar io medesmo –.
Oh quanto è fol colui che si fa scede 
de le cose di Dio e quanto a lui 20 
danno torna beffarsi de la Fede! 
Ma qui vo’ dir com’io l’udii d’altrui, 
perché, da poi m’è stato ne la mente, 
così pensosa del miracoi fui: 
Carlo Martel, ch’io ti ridussi a mente, 25 
iscoperto l’avel, non fu veduto 
il corpo suo, ma vivo un gran serpente. 
Costantin morto, che non fu uom ma bruto 
animal, Leo, il figliuol, tenne il seggio 
di ciò che ’l padre suo avea tenuto. 30 
E se quello ch’udio dire ti deggio, 
se fosse visso affermar ti potrei 
ch’io era giunta pur di male in peggio. 
Quel che ora dirò notar ben dèi: 
in fin che la fortuna mi fu mamma, 35 
fun buoni i miei signor, di sette, i sei; 
ma poi che contro a me l’animo infiamma, 
come hai udito, non me ne vidi uno 
in cui fosse vertú quanto una dramma. 
Qui non son sola, ché aviène a ciascuno 40 
che ’n sua prosperitá ogni ben prova 
e, ne l’aversitá, non ha niuno. 
Or torno a Leo, di cui poco mi giova 
parlar; ma piú non posso, ché la tema 
mi stringe a dir quel che di lui si trova. 45 
Costui, insano, d’una chiesa scema, 
per cupidigia, una ricca corona 
né, nel mal far, di Dio parve aver tema. 
Questa posta in sul capo, a la persona 
subita febbre giunse e in questo modo 50 
la morte a la sua madre l’abandona. 
E or ch’al sesto Costantino approdo, 
maraviglia udirai, se miri a punto 
ciò che in queste mie parole annodo. 
Questo signor, poi che si vide giunto 55 
in tanta libertá, guidava il regno 
senza chiamare a ciò la madre punto: 
ond’ella, per dispetto e per disdegno, 
li corse addosso e tolsegli la vista, 
ché pietá non vi fece alcun sostegno. 60 
Cosí la signoria costei acquista; 
poi non si tenne pur a quel mal solo 
la scelerata, disperata e trista: 
de’ suoi nipoti, figliuol del figliolo, 
innocenti, ancor fe’ similemente: 65 
odi se udisti mai un maggior duolo. 
Qual Tebana o di Lemno o qual serpente 
fu mai piú cruda che la dolorosa, 
che ora qui ti riduco a la mente? 
Pensa se andava bene a la ritrosa, 70 
ché lo ’mperio, che fu con tanta pena 
vinto per me quanto mai fosse cosa, 
era caduto ne le man di Irena, 
che così ebbe nome, e io cattiva 
il piú m’andava a letto senza cena. 75 
In questo tempo ragionar udiva 
d’un miracolo e perché mi par bello, 
vo’, che se gli altri noti, questo scriva. 
Trovato fu in Bisanzo un avello 
dentro dal quale un corpo vi fu visto, 80 
che per antico parea posto in quello; 
e scritto vi parea per buono artisto 
in una stola d’or lungo costui: 
– De la vergin Maria nascerá Cristo –.
Poi seguitava: – E io credo in Lui 85 
e tu, o sole, mi vedrai ancora 
regnando Irena e Costantino altrui –. 
Per lo peccato de la trista, allora 
credo che fu che ’l sol venne in eclisso, 
ch’un mezzo mese e piú cosí dimora. 90 
E se tu in quello tempo fossi visso, 
veder potevi Amilio ed Amico, 
che s’amâr d’un amor sí caldo e fisso, 
che certo quei che funno al tempo antico, 
Eurialo e Niso, non s’amâr piú forte, 95 
né Finzia con Damon, che quei ch’io dico. 
E se ’l ver vuoi saper de la lor sorte, 
a Mortara, se cerchi, troverai 
qual fu la vita loro e qual la morte, 
overo in Pavia, se tu vi vai. 100 

CAPITOLO XX 
La scelerata e ’l cieco, che t’ho detto, 
regnâr diece anni con tal vituperio, 
ch’al mondo n’era e a me un gran dispetto. 
Tenne apresso Niceforo lo ’mperio; 
ma tanto giá di lá era scaduto, 5 
che poca briga avea del magisterio. 
Nove anni fu signor tanto perduto, 
che quel s’udia ragionare di lui 
come non fosse al mondo mai venuto. 
Seguio Michele apresso di costui, 10 
lo qual similemente poco fece, 
per quel ch’udissi, bene o male altrui. 
Questi imperò otto anni men di diece 
e in questo tempo il bello uccel di Giove 
trassi di mano a quelle genti grece. 15 
Quattrocento anni e nove volte nove 
esser potean, che Costantin del regno 
mio l’avea tratto a far di lá sue prove. 
Ma poni a quel ch’or ti vo’ dir lo ’ngegno, 
sí che, se mai di ciò vuoi ragionare, 20 
dirittamente sappi dar nel segno. 
Dico ch’al mondo quattro regni pare 
che siano stati, i quali in fra la gente 
piú degni sono da dover notare. 
Lo primo fu diritto in Oriente, 25 
tra Eufrates e Tigris, in Babilona, 
dove Nino regnò in primamente. 
Quivi Semiramis tenne corona 
con la sua bestial legge e fu sí cruda, 
quanto fu mai alcun’altra persona. 30 
E perché ’l tempo a punto si conchiuda 
com’era antico, io ti dico ch’allora 
Abraam di Iesse regnava in Giuda. 
Nel mezzodí lo secondo dimora 
in Cartago, lá ’ve la bella Dido 35 
la cener di Sicheo e sé onora. 
Qui dico come vuol Giustin, che ’l grido 
d’Enea pon falso, che la mia Lucrezia 
non fu di lei piú casta nel suo nido. 
Di vèr settentrion lá ne la Grezia, 40 
in Macedonia, il terzo seguio 
per Alessandro, che tanto si prezia. 
E questo fu nel tempo propio ch’io 
col buon Fabio Massimo vivea, 
* e con Papiro mio,45 
quando l’ardita schiatta Maccabea 137
armata stava e combattea d’intorno 
come campion de la gente Giudea. 
Il quarto, piú possente e piú adorno, 
fu qui in ponente e io, che ne fui donna, 
Cesar mi vidi e Ottavian d’intorno. 
Qui stetti ferma in su l’alta colonna, 
in fin che fede, prudenza, esercizio 
usâr color che fenno la mia gonna. 
Ma poi che lasciâr questo e diensi al vizio, 55 
come t’ho detto, e poi che Costantino 
l’aguglia tolse dal mio propio ospizio, 
cotale è stato, lassa!, il mio distino, 
che pur di male in peggio andata sono 
né par per migliorare il mio cammino. 60 
Di questi quattro regni, ch’io ragiono, 
il primo e ’l deretan funno quei due 
che maggiori e piú degni dir si pono. 
Il primo si disfece e cadde giue 
allor che ’l feminin Sardanapalo 65 
preso e morto per Arbaces fue. 
E propio quando questo venne al calo, 
Procas vivea, da cui prendo il principio, 
come per me ancora altrove sa’ lo. 
De gli altri due del mezzo, il greco accipio 70 
che fu maggiore e di piú ricca fama, 
che quel che sfenno l’uno e l’altro Scipio. 
Oh, vanagloria, se’ come una rama 
di persico fiorita, che in un poco 
se’ tanto bella e poi mostri sí grama! 75 
Folle è qual crede, in questo mondo, loco 
dove si possan tener fermi i piedi, 
ché tutto è buffe e truffe e falso gioco. 
Ma perché penso ben che tu tel vedi 
come vegg’io, a questo vo’ far punto 80 
e ritornare a dir quel che mi chiedi. 
Tu odi ben come di punto in punto 
venuta son fin a l’ultimo Greco, 
di quei signor che ’l mio avean sí munto. 
E puoi veder che, ragionando teco, 85 
sempre ti fo di quattro cose chiaro: 
l’una è del tempo che son vissi meco; 
l’altra è qual mi fu meno e qual piú caro; 
la terza, ch’io ti mostro e ti diviso 
di qual morte a la fine terminaro. 90 
L’ultima e quarta è che ancor t’aviso 
del tempo mio, a ciò che tu ridire 
il sappi, se ’n parole ne sei miso. 
Piú cose ci ha, ch’assai ti potrei dire 
de’ fatti lor, ma tacciole, ché penso 95 
ch’a te sarebbe noia a tanto udire 
ed a me gran fatica al quarto senso. 

CAPITOLO XXI 
Qui vegno a dir del magnanimo Carlo, 
le cui virtú fun di sí alto frutto, 
che di miglior cristian di lui non parlo. 
Dico che, apresso ch’egli ebbe del tutto 
co’ Longobardi e con ogni suo reda 5 
Desiderio in Pavia preso e distrutto, 
e che fu fatto di Leone sceda, 
e che da gente disperata e cruda 
rubar mi vidi e portar via la preda, 
l’aquila, ch’era sí pelata e nuda, 10 
tolsila al Greco e a costui la diedi, 
che la guardasse e governasse in muda. 
Onde, per suo valor, dal capo ai piedi 
la rife’ tutta con l’alta milizia, 
sí come in molti libri scritto vedi. 15 
Costui trasse la Spagna e la Galizia 
di mano al Saracino e in Aspramonte 
fece a gli African sentir tristizia. 
Costui ebbe con seco il nobil conte, 
che Ferraú e don Chiaro uccise 
e per alcun si scrive il buon Almonte. 
Costui la croce santa di qua mise 
e soggiogò e Sassoni e Alamanni 
e oltra mar Ierusalem conquise. 
Ma qui è bel saper quant’eran gli anni 25 
del millesimo nostro, a ciò che tue, 
se altro udissi dir, col ver ti sganni. 
Erano un meno d’ottocento e due 
ed eran che Silvestro a Costantino 
diede il battesmo quattrocento e piue, 30 
ed ancora dal tempo d’Albuino, 
primo re longobardo, da dugento 
in fin che Desiderio cadde al chino. 
E questo mio signore e mio contento 
quattordici fu meco imperadore 35 
sí buon, che ’l piango, sempre che ’l rammento. 
Seguí apresso che di tanto onore 
fu reda il suo figliuolo Lodovico, 
pietoso molto, non di gran valore. 
Vero è che ’l loderei piú ch’io non dico, 40 
se non fosse la guerra de’ figliuoli, 
che per Iudit il presono a nimico. 
Passò il Soldan di qua con grandi stuoli, 
quando costui col buon marchese Guido 
a dietro il volse con pianto e con duoli. 45 
Venticinque anni governò il mio nido 
e visse al tempo suo senza mangiare 
una tre mesi, per fama e per grido. 
Lottaro vidi apresso regnare 
diece anni; ma poi monaco divenne 50 
non credendo il suo danno vendicare. 
Lodovico secondo poi mi tenne 
e nel suo tempo la gran pistolenza 
de le locuste per lo mondo venne. 
Pensa se il Brescian fu in gran temenza, 55 
ch’ivi tre dí piové sangue dal cielo, 
e se vi fen digiuni e penitenza. 
Qui la gran guerra ch’ebbe non ti svelo 
co’ Normandi e co’ miei Italiani, 
dove molto soffersi caldo e gelo. 60 
Un anno, e venti li fui tra le mani; 
poi, dopo lui, mi tenne il Calvo Carlo; 
ma come, onor gli è poco ch’io lo spiani. 
Di tutta questa schiatta non ti parlo 
la gran division che fu tra loro, 65 
ché troppo avrei a dire a voler farlo. 
Un anno e mesi fe’ meco dimoro; 
l’ultimo colpo a lui si fu il veleno, 
che spesso de’ signor fa tal lavoro. 
Dopo la morte sua, rimase il freno 70 
de la mia signoria a Carlo Grosso, 
che pria la fine sua se ’l vide meno. 
Dico che fu da tanto onor rimosso, 
che venne quale un uom che vive in sonio 
per grave morbo che li giunse addosso. 75 
E data fu la ’nsegna mia e il conio 
ad Arnolfo, lo qual non fu de’ veri 
che reditar dovesse il patrimonio. 
Costui apresso fece Berlinghieri 
re de’ Lombardi e die’ Spoleti a Guido, 80 
da’ quali ebbi piú volte gran pensieri. 
Del conte Alberto fe’ crudel micido; 
Bergamo prese e oltra monti corse 
Normandia tutta con fuoco e con grido. 
E quando morte la sua vita morse, 85 
posseduto ti dico ch’avea il mio 
due anni e diece, senza niun forse. 
Non vo’ tacere il grande inganno e rio 
che l’Arcivesco fe’, quel di Maganza, 
quando il buon conte Alberto tradio. 90 
E gli Ungari crudeli e con baldanza 
Toscana e Lombardia rubaron tutta, 
senza trovar contraro a lor possanza. 
Or sí com’albor secco, che non frutta, 
ti dico che rimase la gran pianta 95 
di Carlo senza reda, isfatta e strutta. 
Oh, mondo cieco, dove andò cotanta 
nobilitá in cosí poco tempo? 
E cieco è piú chi de’ tuoi ben si vanta, 
poi che sí cacci altrui di tempo in tempo. 100 


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Ultimo Aggiornamento:
14/07/2005 23.38