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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

Daniele Cortis

Di: Antonio Fogazzaro

  

CAPITOLO TERZO

LE IDEE DI DANIELE CORTIS

Poco prima di mezzanotte il dottor Grigiolo suonò al cancello di villa Cortis. Un domestico sonnolento gli aperse, lo condusse, girando l'ala destra della villa, allo scalone che ne divide a mezzo la lunga fronte.
"Resti servito" diss'egli. "Intanto vado a chiamare il padrone."
"Cosa?" esclamò Grigiolo stupefatto. "Senti, caro te; non è in casa il padrone?"
"Signor no."
"Benedetto! Ma dov'è?"
"Nei giardini."
"A quest'ora? Anima mia! Tutti i gusti son gusti. E adesso ci vorrà una mezz'ora a cercarlo: no?"
"Eh, signor no, signor no" rispose colui avviandosi senza troppa fretta.
"Piano, tesoro, che non La si faccia male" brontolò Grigiolo sfiduciato.
Diede un'occhiata al cielo.
"Con questo po' d'acqua che vien giú a momenti!"
Cielo e montagne, tutto era nero, dal Passo Grande che porta sul primo scaglione villa Cortis con le sue solitudini di boschi e di prati, fino a monte Barco e all'alta gola stretta da cui sbocca il Rovese. A sommo dello scalone, sulla macchia biancastra della casa, una porta brillava illuminata. Grigiolo si decise a salire, scotendo il capo, non potendosi dar pace che a quell'ora, con quel tempo, senza luna (pazienza con la luna!) si avesse l'idea di cacciarsi nei cosí detti giardini, che son poi boschi, per il puro gusto di rompersi il naso a un tronco, perché altro no!
Entrò in casa. Una lucerna colossale ardeva in faccia alla porta sopra una tavola greggia, illuminando, dal pavimento alle nere travi enormi, la sala con le sue quattro porte laterali accigliate, con il suo disordine di carte e di libri ammucchiati alla rinfusa sulla tavola, sparsi sul canapè e sulle sedie, con le due aquile piantate ad ali aperte negli angoli opposti all'entrata. Fra questi due angoli, la gran porta che mette al giardino francese era aperta. Grigiolo vi si affacciò. Aveva sul viso il Passo Grande, tutto nero; a destra, in alto, le vette del bosco denso che sale il monte, scende nella valle, copre dorsi e valloni, ruscelli e laghetti con l'orrore delle sue ombre.
Il meraviglioso getto d'acqua del giardino parlava, invisibile, nella notte.
"Santo cielo!" esclamò il dottor Grigiolo, tornando in sala per buttarsi sopra uno stretto canapè incomodo. "Se non sono matti non li vogliamo. E stimo che li facciamo deputati!"
Guardava la gran lucerna là in mezzo alla sala, con il fastidioso pensiero che bisognava aspettar lí chi sa quanto, poi dire chi sa che, poi fare un miglio a piedi prima di toccare il suo letto morbido di villa Carrè.
La ferma luce indifferente della lucerna gli faceva rabbia.
Un cane enorme entrò di trotto dalla porta della facciata, con la coda in aria.
"Eccomi" disse la voce squillante di Daniele Cortis. "Saturno, qua!"
Il cane gli corse alle gambe ed egli si voltò per dire a qualcuno ch'era rimasto fuori:
"Il caffè."
"Come va?" diss'egli poi, stendendo la mano a Grigiolo. "Lei è esatto come gli astri."
Il giovane s'inchinò sorridendo. Si aspettava delle scuse e stava già per dire: "Niente, si figuri", ma Cortis non gli fece scuse, entrò di schianto nell'argomento.
"Lei vuole dunque" diss'egli "che parliamo di questa elezione. Si accomodi, La prego. Non guardi se io sto in piedi, perché sono nervoso e ho bisogno di muovermi; si accomodi. Ecco, vede; io non amerei di parlare nel seno dell'Associazione Costituzionale; ma qui in mezzo ai boschi, in una casa vuota, io parlerò volentieri, molto chiaro."
Era nervoso davvero. Andava e veniva con le mani in tasca e il cane alle gambe, davanti a Grigiolo seduto nell'attitudine piú rispettosa possibile, con tanto d'occhi sbarrati. Quando si fermava, tutti i muscoli delle sue braccia e delle gambe aperte vibravano.
"Sa" diss'egli "io sono molto grato a loro signori del loro appoggio. Loro mi appoggiano perché le mie aderenze personali sono moderate, e perché, sinora, la mia scarsa azione pubblica non ha potuto autorizzare alcuno a credermi amico del Ministero che la Provvidenza ha sputato sull'Italia."
Si fermò un momento, guardò Grigiolo con un acuto riso sarcastico negli occhi.
"Ma io non sono un moderato" diss'egli.
"Neanche!" esclamò Grigiolo, candidamente.
"Come, neanche?"
Grigiolo si morse la lingua. Aveva pensato: portare un matto simile che non è neanche moderato!
"Ah niente" rispose. "Dicevo..." Ma Cortis non si curò di ascoltarlo, gli ruppe la parola.
"Io mi trovo però in condizioni" diss'egli "di potere onestamente accettare l'appoggio dell'Associazione."
"Cosa comoda" pensò Grigiolo.
"Noti" continuò l'altro "che siccome in politica bisogna riuscire, e siccome io non ho la ipocrita vanità della modestia, cosí lavoro io stesso come ogni probo cittadino lo può, per la mia elezione; e l'appoggio di alcuni gentiluomini lontani, se aiuta molto il mio cuore, aiuta poco il mio successo."
Il dottor Grigiolo, piccato, si alzò.
"Oh Dio" diss'egli, "se Ella crede..."
"No, no, no" lo interruppe Cortis, "si accomodi, si accomodi. Adesso prendiamo il caffè."
Entrava allora il servitore portando un vassoio carico di due tazze enormi.
"Grazie" disse Grigiolo spaventato. "La prego a dispensarmi. Non dormo."
"Quello che ci vuole, caro Lei, non dormire!"
"Eh sí signore, capisco. No, grazie, proprio."
Cortis mandò via il domestico, si versò un mare di caffè e ricominciò a parlare con la tazza nella destra e la sottocoppa nella sinistra.
"Non è mica un torto che vi faccio. Io considero una grande umiliazione questa che per entrare con forza nella vita pubblica bisogna strisciare sotto una porta cosí bassa: il patriottismo e la sapienza politica degli elettori. Io vi lodo di non saper né voler parlare il linguaggio che questi elettori intendono. Quanto a me che ho poi anche sfangato nell'economia politica per far piacere a voialtri borghesi, omnia praecepi atque animo mecum ante peregi."
Qui Cortis si accostò la tazza alle labbra, tenendo gli occhi sfavillanti su Grigiolo.
"Non è necessario" continuò "commettere disonestà, né bassezze. Non occorre spendere denari e tre o quattro coccarde politiche come il mio competitore, ma bisogna avere una opinione sugli interessi locali del collegio. Io li conosco tutti in tutti i Comuni, e i grandi elettori di ciascuna sezione lo sanno, come sanno che oggi ho degli amici potenti, e indovinano, perché sono acuti, che domani sarò qualche cosa io stesso. Ci è poi... (Cortis nominò un pezzo grosso del collegio) che ha in pugno solamente limoni strizzati e ora s'immagina potere strizzar me."
"Oh! Davvero!" esclamò Grigiolo, sorpreso. "Allora siamo a cavallo!"
"Sí, mio caro, se però io non faccio un programma sulla falsariga e col visto dell'Associazione Costituzionale, perché in questo caso l'uomo mi abbandona. Io poi non intendo fare nessun programma. Io intendo concorrere per titoli e non per esame, ecco."
Si mise a centellinare il suo caffè, adagio, adagio. Grigiolo guardò l'orologio per esprimere discretamente la sua umile opinione che fosse da sbrigarsi presto.
L'altro alzò le labbra nella tazza, e disse a mezza voce, tranquillo:
"È cattolico, Lei?"
Grigiolo trasalí
"Io?" rispose. "Ma..."
Cortis vuotò e posò la tazza, e ripigliò con voce concitata il discorso di prima.
"Per i miei elettori sono il deputato provinciale Cortis; per voialtri sono Daniele Cortis che ha scritto sul bimetallismo e sulla pluralità delle banche; e sono poi anche il consigliere provinciale Cortis che ha votato con i vostri amici, quando gli altri vollero fare della politica nella nomina dell'ufficio di presidenza. Questo vi deve bastare. Programma non ne faccio; non è ancora l'ora mia. Bada Lei a quei quattro chiacchieroni di stasera? Non mi si conosce? Non si sa come la penso? Mi si darà il voto egualmente, stia tranquillo; e in ogni caso possiamo ben fare a meno degli uomini politici... di... e di... Dunque appoggiatemi perché, se non altro, io sono un gentiluomo, e il mio avversario è un farabutto; ma non aspettatevi adesioni da me. Vi ripeto poi lealmente: se io rifiuto di aderire in pubblico alle idee della Costituzionale, non è per conservarmi l'appoggio di un potente; è perché quelle idee non sono le mie."
"Chi sa che razza d'idee ha costui" pensò Grigiolo; "chi sa che razza di deputato vien fuori!"
Gli venne in mente che i suoi amici dell'Associazione potrebbero rimproverargli di non aver saputo apprezzare l'importanza del colloquio e costringere Cortis a spiegarsi un po' meglio.
"Senta" diss'egli, "queste idee sono proprio tanto tanto distanti?..."
"Altro, mio caro!" rispose sottovoce Cortis, tenendo le braccia incrociate sul petto e alzando le sopracciglia.
"Aspetti!" diss'egli.
Diede una strappata al cordone che pendeva presso il canapè. Il campanello chiamò furiosamente, lontano. Saturno saltò sulla porta, abbaiò alla notte.
"Cosa diavolo vuol fare?" disse Grigiolo, fra sè.
Il domestico venne subito.
"Un tavolino davanti al signore" disse Cortis. "Due candele, carta e calamaio."
"Ma..." osservò Grigiolo guardando ancora l'orologio. "Sono le dodici e mezzo passate."
"Io non dormo, stanotte" interruppe l'altro, asciutto.
"Va benissimo; ma..."
"Due candele, carta e calamaio" ripeté Cortis al domestico, vedendolo venire con il tavolino.
Grigiolo ammutolí. Il domestico, grave come un ministro, portò quanto gli era stato ordinato, accese le candele, e, a un cenno del suo padrone, se ne andò.
"Debbo scrivere una lettera politica, stanotte" disse Cortis. "Privata però, sa. La creo mio segretario. Quanti anni ha?"
"Ventisette."
"Io ne ho trentadue. Ça va. Scriva.
"Caro amico. Questo amico è un ex deputato di destra, un dotto, un animale a citazioni che non può muoversi perché ha ingoiati troppi libri. Mi ha offerto l'aiuto pubblico dell'Associazione Costituzionale centrale."
Grigiolo scrisse dolcemente, alzò il viso, e ripeté "caro amico."
"Ti ringrazio" seguitò Cortis, dettando, "ma siccome io considero la mia candidatura come assicurata..."
"Eh" brontolò Grigiolo, scrivendo, "avendo dalla Sua il rettore del collegio, capisco. Assicurata."
Cortis alzò la voce:
"... anche senza influenze esterne... (scusi, sa) cosí... cosí è inutile che la Centrale si disturbi per un pensatore libero dai vostri dogmi e dai vostri dèi. Ha scritto?"
"Sí."
"A capo. Debbo pur dirvelo. Entrando nella Camera italiana io non sognerò come tanti di voi, o chimerici amici, di trovarmi nella House of Commons..."
"Cosa diavolo?" interruppe Grigiolo.
"Nella House of Commons, nella Camera dei Comuni... di trovarmi nella House of Commons a sedere sopra uno scanno di sei secoli. Non credo che la religione costituzionale inglese ci convenga; non credo ai benefizi del vostro dispotismo parlamentare, qualunque sia il colore della maggioranza. La rapida metamorfosi che fu imposta al paese si può molto bene giustificare con Ovidio; ma sarebbe un cómpito piú duro di giustificarla con la esperienza e con la teoria. Se Iddio e i futuri conti di Moriana..."
"Euh!" esclamò Grigiolo, tralasciando di scrivere. "Proprio?"
"Non so niente. Scriva. Se Iddio e i futuri conti di Moriana perdoneranno all'on. Sella di non aver composto il Ministero, o ad altri di averglielo impedito, sarà forse perché..."
"Perché" ripeté Grigiolo aspettando con la penna in aria.
"Santo Dio, non lo so" rispose Cortis. "Metta cosí:... perché forse dagli anditi parlamentari, dalle sale della reggia non si udí la voce che chiamava un uomo di cuore a rialzare in nome della patria la autorità reale, a raccogliere la nazione intorno al Palatino."
"Al Quirinale, La vuol dire?"
"Sí, ha ragione, al Quirinale. Cosa vuole? Non lo posso mandar giú quel Quirinale. Ci volevano le grandi idee dei conquistatori di settembre per mettere il re in una casa di preti. Scriva. Ove credessi che la monarchia è solamente buona per far ballare e cenare a casa sua, per portare le lettere amorose delle maggioranze e per decorare le nostre prosaiche figure con un poco di sentimentalismo cavalleresco, non vorrei crucciarmi tanto per essa. Ma io la credo ancora buona, mio caro amico, a qualche cosa di meglio. Io la credo buona per finire la lezione di geografia italiana che il re Vittorio Emanuele ha dato all'Europa; io la credo buona, sopra tutto per fare con l'altra monarchia ecclesiastica una politica che abbia senso comune e stabilità; una politica che senza assoggettare in niente lo Stato alla Chiesa, ci dia tanta forza da sbalordire il mondo con le nostre riforme sociali."
"Piano!" disse Grigiolo, scrivendo precipitosamente.
"A me importerebbe poco" seguitò Cortis, infiammandosi nella parola e nel volto "essere chiamato clericale e avere alle calcagna tutta la muta dei radicali e dei dottrinari italiani..."
"Piano, piano, per amor di Dio, un momento!" gemeva il segretario, scalmanato. Ma Cortis non gli abbadava.
"... se potessi far solida e potente la patria, ottenerle l'onore di guidare una rivoluzione sociale ordinata. Non ci vogliono per questo né superstizioni politiche, né scetticismo religioso, né bigottismo scientifico, né..."
Cortis affrettava ed alzava la voce tanto che il cane gli saltò avanti, lo guardò menando la coda, latrando.
"La scusi" esclamò "ma come vuole che faccia?"
Non ne poteva piú.
Cortis si asciugò la fronte senza parlare, sedette sul canapè, e dettò da capo, tranquillamente, sino alla frase interrotta, la chiuse cosí "né polso che tremi."
"Io scrivo" osservò l'onesto Grigiolo "ma non controfirmo mica, sa."
"Naturale" rispose Cortis ridendo. "Ci sono molti in Italia che vorrebbero fare lo stesso, mettere fuori queste idee senza firmarle. Ci vorrà uno che firmi per tutti. Concludiamo."
"Volentieri."
"Allora scriva. Credi pure che queste idee non mi servono ad ammollire i preti del mio collegio, quattro quinti dei quali mi combattono, mentre l'altro quinto sta a vedere."
"Vero, questo!" osservò il segretario scrivendo. "Sacrosanto!"
"Perché sanno che io li ho sempre trattati da ciechi e da ignoranti quanti sono; e sanno che io, cattolico..."
"Se la stampassimo, eh, questa lettera!" disse Grigiolo, scrivendo.
"Crede che avrei paura? Lo dirò alla Camera, coram hominibus. Voglio vedere in faccia questi forti pensatori che si burleranno di me. Scriva dunque. Sanno che io, cattolico, se diventassi ministro, sarei capace di costringerli a studiare, con una legge di maggio, qualche cosa di piú che la Summa contra gentes. Vuol avere la bontà di rileggere?"
Grigiolo rilesse.
"La chiusa la farò io" disse Cortis. "Dunque, cosa Le pare?"
"Idee rispettabili" rispose il segretario "ma per noi, adesso, con questa trasformazione che c'è per aria, come è possibile?"
"Ecco!" replicò l'altro. "Vedete se siamo distanti?"
Grigiolo si alzò.
"Sí" diss'egli, "distanti; e a me, per andare a letto, ci vogliono venti minuti."
"Ha ragione, sono stato indiscreto."
"Oh?"
"Adesso La faccio accompagnare."
"No, per carità; non occorre, si figuri."
Cortis suonò.
"E il tempo?" diss'egli. Ordinò al domestico di approntare una lanterna e venne con Grigiolo alla porta. La bianca facciata, le bianche ali della villa, brillavano e sparivano ogni momento. Non s'udiva però il tuono.
"Dorma qui" disse Cortis. "Avrebbe forse uno scrupolo costituzionale di passare una notte sotto il mio tetto?"
Grigiolo ringraziò e protestò. Non poteva assolutamente restare. Non aveva paura del tempo e poi, a parer suo, non sarebbe neanche piovuto.
"E Lei" diss'egli "parte domattina?"
"Sí, signore."
"Con qualunque tempo?"
"Sí, signore."
Tacquero ambedue. Dietro ad essi la lucerna fumava e si oscurava, morente. I lampi sfolgoravano in sala. Di là dalla sala, brillavano e sparivano il getto argentino, la ghiaia bianca.
Venne il servitore con la lanterna.
"Dunque..." cominciò Grigiolo.
L'altro l'interruppe. "Vengo un tratto anch'io" diss'egli pigliandogli il braccio e traendolo giú per gli scalini senza dargli il tempo di schermirsi.
"Lei mi crede un conservatore?"
"Ma, dico, non so, in un certo senso mi pare."
"E lo dirà a' Suoi amici, naturalmente; dirà, non è vero, che io sono un fungo di questo nuovo genere. Bene, dica a' Suoi amici, che aspettino a giudicarmi."
Tacque un momento, aperse la bocca con impeto, poi si contenne e ripeté solo: "Che aspettino."
Fece ancora due passi e si fermò di schianto:
"Santo Dio" diss'egli, "questa Italia, che non abbia piú niente da insegnare al mondo? La Provvidenza l'avrà risuscitata dai morti per fare della cattiva democrazia e della cattiva letteratura che si freghino insieme?"
"Non ne parliamo" rispose Grigiolo.
"Crede Lei" continuò Cortis "che se la fosse cosí, mi passerebbe per il capo di cercare la deputazione? Se conoscesse lo stato dell'animo mio non lo crederebbe. Dica pure a' suoi amici che mi si potrà trovare nelle file d'un partito conservatore, ma che io sono una forza motrice. Addio."
Fe' un rapido gesto di saluto e, voltate le spalle, disparve nella notte. Grigiolo rimase lí, pietrificato, finché Saturno, ch'era corso avanti, gli tempestò via furiosamente a fianco. Un lampo lo mostrò da lontano, presso al suo padrone.
"Per conto mio" pensò Grigiolo "facciamolo pure, ma è matto."

 

  

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Ultimo Aggiornamento: 10/01/99 2.37