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De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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Appendice seconda

(contiene frammenti e pagine di commedie incompiute)

ITALO SVEVO

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QUINTO

 

Certamente voler essere internazionali, umanitariamente o economicamente è una gran bella cosa. È anzi una virtú teologale. Nell'amore internazionale che abbraccia tutto c'è anche la propria nazione e la propria famiglia e perciò colui che vuole essere internazionale è un uomo sinceramente probo. Sta bene che sentendo un affetto che si estende a tutto il mondo si può finire col dannarsi a guardare con occhio ammirato l'intera natura e l'intera umanità e non fare niente. Per due ragioni: Poco si può fare avendo delle tendenze a sí vaste cose. Niente si può fare che producendo il bene qui, non faccia il male in altro luogo. Io, per esempio, se fosse stato in mio potere di abolire la schiavitú un secolo prima di quanto lo si sia fatto sarei rimasto esitante e ringrazio il cielo di non avermene data la facoltà. Invece c'era già in allora della gente che pensava a modo della Beecher Stowe se non altro gli schiavi. Erano piú progrediti costoro che non i loro padroni che li facevano lavorare a suon di sferzate? Io credo ch'erano veramente allo stesso livello d'altezza, di tempo poi si capisce perché fra il dare una sferzata e il riceverla si può dire che questione di progresso non c'è. Strano poi che finché si parla si può essere internazionali mentre un'attività internazionalistica non c'è. Dove ci sarebbe? La propaganda? È parola! Il combattere per le vie? Le schiene dei nostri carabinieri sono nazionali. Una signorina internazionale è naturalmente quello di piú chic che il mondo possa produrre. Maria (Marie, Maggie) Ferenzi è figlia di un ricco negoziante in pasta di Napoli. Sua educazione: classi preparatorie a S. Francisco in una scuola mezza chinese dove suo padre lottava ancora per la fortuna. Liceali: A Londra in un collegio francese. Università: Chicago interrotta a metà per seguire il padre a Pietroburgo.

 

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA

FRANCESCO FERENZI e un CAMERIERE

 

FRANCESCO.     Neppure la signorina s'è ancora levata?

CAMERIERE.      No! Diede anzi l'ordine di non destarla ancora. C'è in sala il signor (guarda il biglietto) Giuseppe Ferenzi che mi diede l'ordine di introdurlo sia dalla signora che dalla signorina non appena fossero alzate.

FRANCESCO.     Ditegli che ci son io, suo zio, qui e che venga a tenermi compagnia. I miei bagagli portateli nella mia stanza. Pagate il gondoliere e fatemi servire qui un tè! (Cameriere esce.)

 

SCENA SECONDA

ELENA e DETTO

 

FRANCESCO      (un po' caricato). Oh! Elena! Già alzata? (Le bacia la mano.) Mi dicevano ch'eravate rientrata tardi.

ELENA.                Sí! Ma oltre una data ora io non so dormire. Hai fatto buon viaggio?

FRANCESCO.     Ottimo! Ebbi soltanto il disturbo di dover lasciare il mio letto alle tre del mattino. Questa Venezia è sempre fuori di posto. Ci si arriva sempre o troppo tardi o troppo presto. In altri paesi gettano lo sleeping-car su un binario morto e ti lasciano finire il tuo sonno con tutta calma. Qui ti pigliano e ti gettano fuori. Se non ci fosse stato il tuo dispaccio avrei viaggiato fino a Udine per ritornare con mio comodo a Venezia a giorno fatto. Sentiamo che cosa ti fece sentire il bisogno urgente d'avermi accanto a te?

ELENA.                Mi avviene una cosa molto sorprendente indeed molto incresciosa… boresome.

 

SCENA TERZA

GIUSEPPE FERENZI e DETTI

 

GIUSEPPE.          Buon giorno, cara zia! Oh! zio! Già arrivato? (Si capisce che non sa se deve abbracciarlo; vien posto fuori di dubbio da una stretta di mano compassata di Francesco.)

FRANCESCO.     Sono arrivato da circa 6 ore. Trovai ricetto in una gondola ove dormii finora.

 

 

SESTO

 

Sono le 18. Nel salotto di Clelia c'è una penombra discreta. Essa è sdraiata su un sofà accanto alla finestra, gli occhi chiusi, sognando. Un libro le cadde aperto di mano. Suo marito Ugo Gherardi entra e si trova male nell'oscurità. Accende il lume sul caminetto; inforca gli occhiali siede contro il caminetto; si scalda le gambe. Poi suona il campanello. Entra una cameriera. Nilda.

 

SCENA PRIMA

CLELIA, NILDA e UGO

 

UGO.                    Il giornale della sera non è stato portato ancora? V'avevo pur detto di porlo ogni sera sul caminetto. Ah! è qui? Scusate. (Nilda s'avvia per uscire; egli guarda nel giornale; poi ricorda.) Fatemi il favore. Date questo biglietto al portiere che lo porti al suo indirizzo! Ma subito, sapete!

CLELIA.               Il portiere non può allontanarsi perché aspetta qualcuno. Se v'è urgenza lo porti la moglie del portiere. È intelligente… quanto il marito.

UGO.                    Sta bene ma sia recapitato subito. (Nilda esce ed egli si rimette a leggere il giornale mentre Clelia s'è rimessa nella posizione di prima.)

CLELIA                (si leva, si stira e tocca il bottone; a Nilda che è rientrata). Faccia un po' di chiaro qui. Mio marito ed io abbiamo bisogno di luce di molta luce. (Nilda eseguisce ed esce.)

UGO                     (la guarda al disopra degli occhiali). Mi dispiace che tu abbia a scherzare cosí dinanzi ai domestici.

CLELIA.               La Nilda per me è qualche cosa piú di una domestica.

UGO                     (è ripiombato nel giornale, mormora). Tu dicevi?

CLELIA.               Domandavo se cercavi nel giornale la tua nomina a granduca di tutte le Russie!

UGO                     (leva la testa e non ha percepito che l'ultima parola). Russie?

CLELIA                (divertendosi). Chi ha parlato di Russie?

UGO                     (riponendo il giornale, un po' confuso). Ma ne sono certo! Hai detto Russie.

CLELIA.               Vedevo che sfogliavi con tanta ansia quel giornale che domandai se non vi cercavi la tua nomina a grande di Spagna.

UGO.                    Spagna? Io ho udito la parola Russie.

CLELIA.               Insomma non ricordo piú quello che ho detto. Me ne domandi ragione troppo tardi.

UGO.                    Io non leggevo il giornale. Lo sfogliavo soltanto per vedere se c'è qualche nube all'orizzonte. A me occorrerebbe che non ci siano nubi all'orizzonte politico.

CLELIA.               Non vuoi guerre tu?

UGO                     (sorridendo). Oh! per un mese soltanto!

CLELIA.               Dopo possono scoppiare?

UGO.                    Vedremo!

CLELIA.               E che cosa mi regalerai se non scoppiano guerre per un mese?

UGO.                    Qualche cosa ti regalerò. Ma non basta che non scoppino guerre. Occorre che l'affare vada bene. E allora ti regalerò quegli orecchini di perle che tanto desideri.

CLELIA.               E come saprò io se l'affare è andato bene?

UGO.                    Ah! la piccola canaglia! Per la collaborazione che ti domando potresti contentarti della mia parola.

CLELIA.               Non mi fido! Preferisco la guerra! Tanti affari ti sono andati bene nel frattempo e le mie perle non le ho viste.

UGO.                    Ma non erano affari di tale importanza.

CLELIA.               Eppure io sempre ti augurai che gli affari ti vadano bene e non ne ebbi alcun vantaggio.

UGO.                    E chi ne ha vantaggio se non tu e la Gemma?

CLELIA.               In quanto alla Gemma quella ti costa poco. La bambinaia quaranta franchi… In tutto credo un centinaio di franchi al mese. (Ugo sta ad ascoltarla sorridendo amichevolmente.) Dopo, sí! ti costerà molto. Io voglio che studi il greco e il latino e, dicono che ciò costi molto quando non si vuole mandarla alle scuole promiscue.

UGO.                    Dunque, vedi! Bisogna risparmiare!

CLELIA.               Voglio farne una donna molto seria, molto forte. Quella non domanderà le perle al marito. Essa se le guadagnerà da sé.

UGO.                    Lascia che resti una buona donna come sei tu. Sta attenta non erediti da te le mani bucate…

CLELIA.               Né da te i pugni chiusi…

UGO.                    Di' la verità, ma la vera verità. Per il bene che le vuoi, non le auguri i pugni chiusi?

CLELIA.               E sia, se cosí essa preferirà! Ma non abbiano i pugni chiusi le persone che la circondano! Avere per marito un uomo che maneggia i milioni e che rifiuta la spesa di diecimila lire alla sua unica moglie. Tu ne hai di sicuro una sola! Dove troveresti il tempo di averne due? E come ti seccherebbero! Quattro orecchie da addobbare invece di due; due colli, venti dita da ricoprire di anelli.

UGO                     (ridendo di cuore). Come sei di buon umore tu quando sei arrabbiata.

CLELIA.               Perché non sono arrabbiata affatto. A te già gli affari vanno sempre bene…

UGO                     (disperato). Non dirlo, te ne prego. Potresti portarmi la scalogna.

CLELIA.               Mi tocco il naso e allora si può dirlo. Dunque tu hai tanta fortuna negli affari che io le mie perle le avrò. Soltanto vorrei essere garantita che tu non m'imbrogli. Come farò a sapere se l'affare è andato bene?

UGO.                    È semplice! Se il caffè ha aumentato l'affare è andato male.

CLELIA.               Aumentato? Si trova sulla pianta ancora per poter aumentare?

UGO.                    No, mogliettina mia! Ne è staccata ma aumenta tuttavia. È questa tua ingenuità che ti fa guadagnare sempre ed io non ci penso di togliertela. Devi fidarti di me per questa volta. (Abbracciandola.) Io andrò a passare mezz'oretta con la mia Gemma. Guarda le ho portato questo pupazzetto. Credi le piacerà? Guarda che smorfie sa fare.

CLELIA.               Uff! Orrido! Le farà paura.

UGO.                    A voi donne le cose brutte piacciono.

CLELIA.               Alludi a me e a te?

UGO.                    No! Diavolo! Tu sei un'eccezione! Fra gli uomini d'affari di questa città io sono uno dei piú belli. E a te occorreva un uomo d'affari, evidentemente!

CLELIA                (riflessiva). Non lo credo.

UGO.                    E allora m'hai scelto fra tutti! Tanto meglio!

CLELIA                (ride). Fra tutti? C'era una difficoltà: Io tutti non li conoscevo. (Seria.) Io, intanto, avrei scelto un uomo che avrebbe dovuto avere maggiore cura della propria persona. A quest'ora per esempio e visto che attendiamo delle persone mio marito dovrebbe essere in abito da sera.

UGO.                    Ma a me manca il tempo.

CLELIA.               Via! Il tempo! Per mettere su quei due stracci che compongono il tuo abito piú lussuoso. Non ti vergogni di dirlo?

UGO.                    M'addossi una fatica inutile che può distrarmi da qualche buona idea. Io capisco di spogliarmi quando voglio restare nudo o di vestirmi quando voglio restare vestito. Ma spogliarmi per vestirmi di nuovo?

CLELIA.               Fammi questo piacere! Devi poi sapere che io ho osservato che gli uomini che hanno maggior cura della propria persona hanno anche maggior fortuna. Ne sono certa!

UGO                     (ancora resistendo). Ma non è questa l'ora in cui m'occorre la fortuna.

CLELIA.               E chi può saperlo? Mentre tu sei qui vestito meglio che sai il caffè diminuisce, diminuisce… fino a sparire del tutto.

UGO                     (ridendo). Sarebbe un bell'affare per me. I pochi granelli che rimanessero andrebbero alle stelle.

CLELIA                (stupita). Non vuoi dunque neppure che diminuisce?

UGO                     (ride, poi). Vado prima da Gemma e poi vado a vestirmi.

CLELIA.               No! fa a modo mio! Prima devi vestirti e poi andare da Gemma. Anche Gemma avrà una certa soddisfazione di vedere il babbo suo ben messo.

UGO.                    Mi raggiungi poi da Gemma?

CLELIA.               Certo! Se non viene gente. Ma come è quell'affare del caffè che non deve neppure diminuire? Se non mi dai tu queste spiegazioni, le domando ad altri. Bada!

UGO.                    Non farlo! Metti a rischio tutto!

CLELIA.               Il caffè?

UGO.                    E le perle! (Esce.)

 

(Clelia si stira, non sa che farsi; poi s'avvia al fondo e si sdraia sul divano riprendendo in mano il libro; lo legge poi l'abbandona e si mette nella posizione di prima.)

 

SCENA SECONDA

NILDA, poi RICCARDO e DETTA

 

NILDA.                 Signora! C'è il signor Riccardo Ricciotti. (Consegna una carta.)

CLELIA.               Già! Ma che ora è dunque? (Rizzandosi.)

NILDA.                 Sono le diciotto!

CLELIA.               Domanderà probabilmente di mio marito.

NILDA.                 No! No! Signora! Domandava proprio di lei. Io lo so!

CLELIA.               Come lo sai?

NILDA.                 Si figuri che mi diede dieci franchi per la mia pena di annunziarlo.

CLELIA                (stupita, poi). È uomo tanto strano! Sarà abituato di sparpagliare cosí il denaro. Fallo venire. (Siede un po' seccata e stirandosi.)

RICCARDO         (giovane non ancora trentenne; vestito finemente ma non con molta accuratezza perché ha qualche tratto voluto di trascuranza. Barba lunga e un po' larga. Tutt'altro che disinvolto ma tutt'altro che timido. Occhiali). Come sta? (Stretta di mano.)

CLELIA.               Mi piace di vedere che mantiene la sua promessa di venire. Devo apprezzare tanto piú la sua cortesia in quanto qualche mia amica mi disse che Lei era un po' seccato da troppi inviti.

RICCARDO.        Ma non ne ho troppi. Ho paura anzi che la gente si secchi di vedermi troppo.

CLELIA.               Ma che! Le mie amiche quando fanno un invito scrivono di sotto a mano: Ci sarà Riccardo Ricciotti. Poi non lo si trova.

 

 

SETTIMO

 

Clelia rientra da un tête-à-tête con Guglielmo. Agitata e seccata.

 

Il dottore sessantenne RICCARDO PITTÉ e CLELIA

 

DOTTORE           (entrando). Oh! ecco qui la nostra ammalata. La cera non mi pare troppo male.

CLELIA.               Non fidatevi della nostra cera, dottore. Per semplici che si sia, a forza di massaggi e di lavature alquanto chimiche, il colore della faccia non dà mai una precisa idea dello stato dell'organismo.

DOTTORE.          Vi rinunzieremo! Permettete? (Vuol prenderle il polso.)

CLELIA.               Lasciate stare anche il polso per il momento, dottore. Neppure il polso è sincero per ora. Sedete lí. Aspettate per un po' e chiacchieriamo. Nel frattempo anche il polso si calmerà e vi potrà dare una chiara idea dell'organismo che, purtroppo, va anche troppo bene. (Il dottore tuttavia le prende il polso.) Già lo prendete perché vi fa piacere!

DOTTORE           (lasciandolo). E a voi fa dispiacere ch'io abbia un piacere a questo mondo?

CLELIA.               Sí, dottore. (Agitata.) Io vorrei sentire in voi tutt'altri piaceri. Allora sí che potreste aiutarmi. Mi potreste dare degli aiuti altrimenti efficaci dei vostri farmachi.

DOTTORE           (un po' stupito). Io non sapevo che voi avreste ad aver bisogno d'altro che di farmachi.

CLELIA.               E chi non ne ha bisogno? Non si vive mica di solo pane e farmachi!

DOTTORE           (riflettendo). È un detto profondissimo cotesto. E voi intendete di dire che se io non avessi… quel tale piacere a toccarvi il polso io potrei darvi quella cosa che non sarebbe né pane, né farmaco?

CLELIA.               Già, già!

RICCARDO.        Vi occorrerebbe un vecchio? Un vecchio buono, oggettivo e… inerte cui confidarvi?

CLELIA.               Sí, proprio cosí!

RICCARDO.        Ebbene! Di questi vecchi non ne esistono piú. Al giorno d'oggi un po' di gioventú ce l'hanno tutti.

CLELIA                (scorata). E allora?

RICCARDO.        Mi dispiacerebbe però di non poter giovarvi. E posso ricordarvi che oltreché giovane io sono anche vecchio. Ma bisogna precisare. Voi volete parlarmi di amore, dei vostri amori?

CLELIA                (con un po' di disprezzo). Amore?

RICCARDO.        Capisco che per il momento non vorreste chiamarlo cosí. Ma è il suo nome… commerciale, la sua marca di fabbrica. Dunque a che cosa potrebbe servirvi un vecchio oggettivo e… inerte? Egli vi direbbe: Ma, figlia mia, voi peccate. Io, invece, un vecchio relativo vi dirò: Sento che vivete e mi dispiace che non ne abbiate tutta la gioia. Ditemene il perché!

CLELIA                (guardandolo dubbiosa). Non so…

RICCARDO.        I vecchi d'oggidí hanno tutti i meriti. Capiscono tutto… ma… Volete una parabola? C'era una volta un contadino giovine che aveva una moglie… giovine. Di vecchio in quel ménage non c'era che un padrone il quale voleva pare usufruire di un certo suo diritto feudale ed ogni qualvolta s'imbatteva nella sua giovine affittuaria tentava di… tastarle il polso. Era tanto vecchio quel padrone, - con una barba bianca quanto la mia - che la contadinotta se ne stancò e s'appellò al proprio marito per protezione. Il quale…

CLELIA                (indifferente). Uccise il vecchio.

RICCARDO.        No! Costui invece le disse: Guarda, il padrone ti secca, apri semplicemente le braccia e digli solo queste parole: Eccomi qua.

CLELIA.               Oh! bella! (Attentissima.)

RICCARDO.        La donna seguí il consiglio del marito. Il padrone tutto intento a toccare quel polso fu stupito a quell'atto delle braccia che s'aprivano e alle parole che accompagnavano l'atto. “Cosí presto?” esclamò.

CLELIA                (ridendo molto). Ed il padrone ritornò al polso della contadina, poi?

RICCARDO.        Piú tardi, molto piú tardi. Ma essa avendo capito che non c'era tanta malizia quanto essa aveva creduto, lo lasciò fare, non ne riparlò al marito e per lunghi, lunghissimi anni vissero tutt'e tre in santa pace insieme.

CLELIA                (un po' commossa). Ho capito. Ma siate ancora piú vecchio, ve ne prego, e allora potrò confidarmi a voi.

RICCARDO.        Ricordate Clelia che io sono stato il vostro dottore quand'eravate grande cosí, (segna una piccola altezza da terra) e che lo fui anche quand'eravate cosí, e che lo sono ora che siete cosí. Un grande affetto mi legò sempre alla vostra famiglia. Potreste dubitare che in quest'affetto siete inclusa anche voi? E poi che cosa potreste raccontarmi ch'io non sappia? Siete stata or ora dal vostro amante.

CLELIA                (ridendo). E se v'ingannaste?

RICCARDO.        Non posso ingannarmi. Il vostro polso me l'ha detto.

CLELIA.               Il polso ha mentito. Io non fui oggi dal mio amante. Io ho camminato un po' troppo a lungo sola. E camminando cosí, sola, ho pensato a lungo a lui…

RICCARDO.        Al vostro amante.

CLELIA.               Sí! Ma anche a lui, a mio marito. Ad ambedue! E me ne risultò uno sconforto, uno sconforto! Fu quello che mi fece accelerare il polso. Oh! caro dottore! Io vorrei morire!

RICCARDO.        Siete tanto vicina al pianto quanto al riso ed io non so se dite sul serio.

CLELIA.               Oh! parla la mia intima convinzione ma la vita in sé non merita tanta serietà da non sorriderne quando se ne parla. Guardate! Io mi sposai per essere felice e non mi meraviglio se non lo fui. Poi tradii mio marito sempre allo stesso scopo, quello di essere felice…

 

 

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:17/07/2005 20.19

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