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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

I Cinque canti

Di: Luodovico Ariosto


 Canto primo

(85-111)

85

E benché, più che onor, biasmo si tegna

pigliar in casa sua ch’in lei si fida,

et a Gloricia tanto men convegna,

che fa del suo splendor sparger le grida;

pur non le par che questo il suo onor spegna:

ché tòrre al ladro e uccider l’omicida

tradir il traditor, ha degni esempi,

ch’anco si pon lodar, secondo i tempi.

86

Quando dormia la notte più suave,

Gano e i compagni suoi tutti fur presi,

e serrati in un ceppo duro e grave,

l’un presso all’altro, trenta Maganzesi.

Gloricia in terra disegnò una nave

capace e grande con tutt’i suo’ arnesi,

e fece gli pregion legare in quella,

sotto la guardia d’una sua donzella.

87

Sparge le chiome, e qua e là si volve

tre volte e più, fin che mirabilmente

la nave ivi dipinta ne la polve

da terra si levò tutta ugualmente.

La vela al vento la donzella solve,

per incanto allor nata parimente;

e verso il ciel ne va, come per l’onda

suol ir nocchier che l’aura abbia seconda.

88

Gano e i compagni, che per l’aria tratti

da terra si vedean tanto lontani,

com’assassini istranamente attratti

nel lungo ceppo per piedi e per mani,

tremando di paura, e stupefatti

di maraviglia de’ lor casi strani,

volavan per Levante in sì gran fretta

che non gli avrebbe giunti una saetta.

89

Lasciando Ptolomaide e Berenice

e tutt’Africa dietro, e poi l’Egitto,

e la deserta Arabia e la felice,

sopra il mar Eritreo fecion traghitto.

Tra Persi e Medi, e là dove si dice

Batra, passan, tenendo il corso dritto

tuttavia fra oriente e tramontana,

e lascian Casia a dietro e Sericana.

90

E sì come aveduti eran da molti,

di sé davano a molti maraviglia:

facean tener levati al cielo i volti

con occhi immoti e con arcate ciglia.

Vedendoli passar alcuni stolti

da terra alti lo spazio di due miglia,

e non potendo ben scorgere i visi,

ebbon di lor diversi e strani avisi.

91

Alcuni imaginar che di Carone,

lo nocchiero infernal, fosse la barca,

che d’anime dannate a perdizione

alla via di Cocito andasse carca.

Altri diceano, d’altra opinione:

 Questa è la santa nave ch’al ciel varca,

che Pietro tol da Roma, acciò ne l’onde

di stupri e simonie non si profonde.

92

Et altra cosa altri dicean dal vero

molto diversa e senza fin remota.

Passava intanto il navilio leggiero

per la contrada a’ nostri poco nota,

fra l’India avendo e Tartaria il sentiero,

quella di città piena e questa vuota,

fin che fu sopra la bella marina

ch’ondeggia intorno all’isola d’Alcina.

93

Ne la città d’Alcina, nel palagio,

dentro alle logge la donzella pose

la nave, e tutti li prigioni adagio,

e l’ambasciata di Gloricia espose.

Nei ceppi, come stavano, a disagio

Alcina in una torre al sol ascose

i Maganzesi, avendo riferite

del dono a chi ‘l donò grazie infinite.

94

La sera fuor di carcere poi Gano

fe’ a sé condurre, e a ragionare il messe

de lo stato di Francia e del romano,

di quel che Orlando e che Ruggier facesse.

Ebbe l’astuto conte chiaro e piano

quanto la donna Carlo in odio avesse,

Ruggiero, Orlando e gli altri; e tosto prese

l’util partito, et a salvarsi attese.

95

 S’aver, donna, volete ognun nimico,

disse  che de la corte sia di Carlo,

me in odio avrete ancora, ché ‘l mio antico

seggio è tra’ Franchi, e non potrei negarlo;

ma se più tosto odiate chi gli è amico

e di sua volontà vuol seguitarlo,

me non avrete in odio, ch’io non l’amo,

ma il danno e biasmo suo più di voi bramo.

96

E s’ebbe alcun mai da bramar vendetta

di tiranno che gli abbia fatt’oltraggio,

bramar di Carlo e di tutta sua setta

vendetta inanzi a tutti i sudditi aggio;

come di re da cui sempre negletta

la gloria fu di tutto il mio lignaggio,

e che, per sempre al cor tenermi un telo,

con favor alza i miei nimici al cielo.

97

Il mio figliastro Orlando, che mia morte

procurò sempre e ad altro non aspira,

contra me mille volte ha fatto forte;

per lui m’ha mille volte avuto in ira:

Rinaldo, Astolfo et ogni suo consorte

di giorno in giorno a maggior grado tira;

tal che sicuro, per lor gran possanza,

non che in corte non son, ma né in Maganza.

98

Or, per maggior mio scorno, un fuggitivo

del sfortunato figlio di Troiano,

Ruggier, che m’ha un fratel di vita privo

et un nipote con la propria mano,

tiene in più onor che mai non fu Gradivo

Marte tenuto dal popul romano:

tal che levato indi mi son, con tutto

il sangue mio, per non restar distrutto.

99

Se me e quest’altri ch’avete qui meco,

che sono il fior di casa da Pontiero,

uccidete o dannate a carcer cieco,

di perpetuo timor sciolto è l’Impero;

ch’ogni nimico suo ch’abbia noi seco

per noi può entrar in Francia di leggiero;

ché ci avemo la parte in ogni terra,

fortezze e porti e luoghi atti a far guerra.

100

E seguitò il parlar astuto e pieno

di gran malizia, sempre mai toccando

quel che vedea di gaudio empirle il seno,

che le vuol dar Ruggier preso et Orlando.

Alcina ascolta, e ben nota il veleno

che l’Invidia in lui sparse ir lavorando:

commanda allora allora che sia sciolto,

e sia con tutti i suoi di prigion tolto.

101

Volse che poi le promettesse Gano,

con giuramenti stretti e d’orror pieni,

di non cessar, fin che legato in mano

Ruggier col suo figliastro non le meni:

ma per poter non darli impresa in vano,

oltr’oro e gemme e aiuti altri terreni

promise ella all’incontro di far quanto

potea sopra natura oprar l’incanto.

102

E gli diè ne la gemma d’uno anello

un di quei spirti che chiamiam folletti,

che gli ubedisca, e così possa avello

com un suo servitor de’ più soggetti:

Vertunno è il nome, che in fiera, in ucello,

in uomo, in donna e in tutti gli altri aspetti,

in un sasso, in un’erba, in una fonte

mutar vedrete in un chinar di fronte.

103

Or perché Malagigi non aiuti,

com’altre volte ha fatto, i Paladini,

gli spiriti infernal tutti fe’ muti,

gli terrestri, gli aérii e gli marini;

eccetto alcuni pochi c’ha tenuti

per uso suo, non franchi né latini,

ma di lingua dagli altri sì rimota

ch’a nigromante alcun non era nota.

104

Quel ch’alla fata il traditor promise,

promiser gli altri ancor ch’eran con lui.

Fermato il patto, Gano si rimise

nel fantastico legno con gli sui.

Il vento, come Alcina gli commise,

fra i lucidi Indi e gli Cimerii bui

soffiando, ferì in guisa ne l’antenna,

ch’in aria alzò la nave come penna.

105

Né, men che ratto, lo portò quieto

per la medesma via che venut’era;

sì che, fra spazio di sett’ore, lieto

si ritrovò ne la sua barca vera,

di pan, di vin, di carne e infin d’aceto

fornita e d’insalata per la sera:

fe’ dar le vele al vento, e venne a filo

ad imboccar sott’Alessandria il Nilo.

106

E già da l’armiraglio avendo avuto

salvocondotto, al Cairo andò diritto,

con duo compagni, in un legno minuto,

secretamente, e in abito di Egitto.

Dal calife per Gano conosciuto,

ché molte volte inanzi s’avean scritto,

fu di carezze sì pieno e d’onore,

che ne scoppiò quasi il ventoso core.

107

In questo mezo che l’Invidia ascosa

il traditor rodea di chi io vi parlo,

come l’altrui bontà fu da lui rosa,

ché poco dianzi il simigliavo a un tarlo;

ira, odio, sdegno, amor facea angosciosa

Alcina, e un fier disio di strugger Carlo;

e quanto più credea di farlo in breve,

tant’ogn’indugio le parea più greve.

108

Il conte di Pontier le avea narrato

che, prima che di Francia si partisse,

da lui fu Desiderio confortato,

per ambasciate e lettere che scrisse,

che con Tedeschi et Ungheri da un lato,

che facil fòra che a sue genti unisse,

saltasse in Francia; e che Marsiglio ispano

saltar faria da l’altro, e l’Aquitano.

109

E che quel glien’avea dato speranza;

venia lento a metterla in effetto,

o che tema di Carlo la possanza,

o sia mal di sua lega il nodo astretto.

Alcina, che si mor di desianza

di por Francia e l’Impero in male assetto,

adopra ogni saper, ogni suo ingegno,

per dar colore a così bel disegno.

110

Et è bisogno al fin ch’ella ritruovi,

per far muover di passo il Longobardo,

sproni che siano aguzzi più che chiovi:

tanto le par a questa impresa tardo!

E come fece far disegni nuovi

dianzi l’Invidia a quel cochin pagliardo,

così spera trovar un’altra peste

che ‘l pigro re de la sua inerzia deste.

111

Conchiuse che nessuna era meglio atta

a stimularlo e far più risentire,

d’una che nacque quando anco la matta

Crudeltà nacque, e le Rapine e l’Ire.

Che nome avesse e come fosse fatta,

ne l’altro Canto mi riserbo a dire,

dove farò, per quanto è mio potere,

cose sentir maravigliose e vere.

 

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Ultimo Aggiornamento:
13/07/2005 22.30