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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

I Cinque canti

Di: Luodovico Ariosto


Canto secondo  

(1-27)

1

Pensar cosa miglior non si può al mondo,

d’un signor giusto e in ogni parte buono,

che del debito suo non getti il pondo,

benché talor ne vada curvo e prono;

che curi et ame i populi, secondo

che da’ lor padri amati i figli sono;

che l’opre e le fatiche pei figliuoli

fan quasi sempre, e raro per sé soli:

2

ponga ai perigli et alle cose strette

il petto inanzi, e faccia agli altri schermo:

che non sia il mercenario il qual non stette,

poi che venir vide a sé il lupo, fermo;

ma sì bene il pastor vero, che mette

la vita propria pel suo gregge infermo,

il qual conosce le sue pecorelle

ad una ad una, e lui conoscono elle.

3

Tal fu in terra Saturno, Ercole e Giove,

Bacco, Poluce, Osiri e poi Quirino,

che con giustizia e virtuose prove,

e con soave e a tutti ugual domino,

fur degni in Grecia, in India, in Roma, e dove

corse lor fama, aver onor divino;

che riputar non si potrian defunti,

ma a più degno governo in cielo assunti.

4

Quando il signor è buono, i sudditi anco

fa buoni; ch’ognun imita chi regge:

e s’alcun pur riman col vizio, manco

lo mostra fuor, o in parte lo corregge.

O beati gli regni a chi un uom franco

e sciolto da ogni colpa abbi a dar legge!

Così infelici ancora e miserandi,

ove un ingiusto, ove un crudel commandi;

5

che sempre accresca e più gravi la soma,

come in Italia molti a’ giorni nostri,

de’ quali il biasmo in questo e l’altro idioma

faran sentir anco i futuri inchiostri:

che migliori non son che Gaio a Roma,

o Neron fosse, o fosser gli altri mostri:

ma se ne tace, perché è sempre meglio

lasciar i vivi, e dir del tempo veglio.

6

E dir qual sotto Fallari Agrigento,

qual fu sotto i Dionigi Siracusa,

qual Fere in man del suo tiran cruento;

dai quali e senza colpa e senza accusa

la gente ogni dì quasi a cento a cento

era troncata, o in lungo esiglio esclusa.

Ma né senza martìr sono essi ancora,

ch’al cor lor sta non minor pena ognora.

7

Sta lor la pena de la qual si tacque

il nome dianzi, e de la qual dicea

che nacque quando la brutt’Ira nacque,

la Crudeltade e la Rapina rea:

e quantunque in un ventre con lor giacque,

di tormentarle mai non rimanea.

Or dirò il nome, ch’io non l’ho ancor detto:

nomata questa pena era il Sospetto.

8

Il Sospetto, piggior di tutti i mali,

spirto piggior d’ogni maligna peste

che l’infelici menti de’ mortali

con venenoso stimolo moleste;

non le povere o l’umili, ma quali

s’aggiran dentro alle superbe teste

di questi scelerati, che per opra

di gran fortuna agli altri stan di sopra.

9

Beato chi lontan da questi affanni

nuoce a nessun, perché a nessun è odioso!

Infelici altretanto e più i tiranni,

a cui né notte mai né dì riposo

dà questa peste, e lor ricorda i danni,

e morti date od in palese o ascoso!

Quinci dimostra che timor sol d’uno

han tutti gli altri, et essi n’han d’ognuno.

10

Non v’incresca di starmi un poco a udire,

ché non però dal mio sentier mi scosto;

anzi farò questo ch’or narro uscire

dove poi vi parrà che sia a proposto.

Uno di questi, il qual prima a nudrire

usò la barba, per tener discosto

chi gli potea la vita a un colpo tòrre,

nel suo palazzo edificò una torre,

11

che, d’alte fosse cinta e grosse mura,

avea un sol ponte che si leva e cala;

fuor ch’un balcon, non v’era altra apertura,

ove a pena entra il giorno e l’aria esala:

quivi dormia la notte, et era cura

de la moglier di mandar giù la scala:

di quella entrata è un gran mastin custode,

ch’altri mai che lor due non vede et ode.

12

Non ha ne la moglier però sì grande

fede il meschin, che prima ch’a lei vada,

quand’uno e quando un altro suo non mande,

che cerchi i luoghi onde a temer gli accada.

Ma ciò poco gli val, ché le nefande

man de la donna, e la sua propria spada,

fér d’infinito mal tarda vendetta,

e all’inferno volò il suo spirto in fretta.

13

E Radamanto, giudice del loco,

tutto il cacciò sotto il bollente stagno,

dove non pianse e non gridò: — I’ mi cuoco —,

come gridava ogn’altro suo compagno;

e la pena mostrò curar sì poco,

che disse il giustiziere: — Io te la cagno —;

e lo mandò ne le più oscure cave,

dov’è un martìr d’ogni martìr più grave.

14

Né quivi parve ancor che si dogliesse;

e domandato, disse la cagione:

che quando egli vivea, tanto l’oppresse

e tal gli diè il Sospetto afflizione

(che nel capo quel giorno se gli messe,

che si fece signor contra ragione),

che sol ora il pensar d’esserne fuore

sentir non gli lasciava altro dolore.

15

Si consigliaro i saggi de l’inferno

come potesse aver degno tormento;

che saria contra l’instituto eterno

se peccator là giù stesse contento;

e di nuovo mandarlo al caldo, al verno

concluso fu da tutto il parlamento;

e di nuovo al Sospetto in preda darlo,

ch’entrasse in lui senza più mai lasciarlo.

16

Così di novo entrò il Sospetto in questa

alma, e di sé e di lei fece tutt’uno,

come in ceppo salvatico s’inesta

pomo diverso, e ‘l nespilo sul pruno;

o di molti colori un color resta,

quando un pittor ne piglia di ciascuno

per imitar la carne, e ne riesce

un differente a tutti quei che mesce.

17

Di sospettoso che ‘l tiràn fu in prima,

or divenuto era il Sospetto istesso;

e, come morte la ragion di prima

avesse in lui, gli parea averla appresso.

Ma ritornando al mio parlar di prima,

ché per questo in oblio non l’avea messo,

Alcina se ne va dove sul tergo

d’un alto scoglio ha questo spirto albergo.

18

Lo scoglio ove ‘l Sospetto fa soggiorno

è dal mar alto da seicento braccia,

di rovinose balze cinto intorno,

e da ogni canto di cader minaccia.

 

Il più stretto sentier che vada al Forno,

là dove il Grafagnino il ferro caccia,

la via Flamminia o l’Appia nomar voglio

verso quel che dal mar va in cima al scoglio.

19

Prima che giunghi alla suprema altezza,

sette ponti ritrovi e sette porte:

tutte hanno con lor guardie una fortezza;

la settima de l’altre è la più forte.

Là dentro, in grande affanno e in gran tristezza,

ché gli par sempre a’ fianchi aver la morte,

il Sospetto meschin solo s’annida;

nessun vuol seco e di nessun si fida.

20

Grida da’ merli e tien le guardie deste,

né mai riposa al sol né al cielo oscuro;

e ferro sopra ferro e ferro veste:

quanto più s’arma, è tanto men sicuro.

Muta et accresce or quelle cose or queste

alle porte, al serraglio, al fosso, al muro:

per darne altrui, munizion gli avanza;

e non gli par che mai n’abbia a bastanza.

21

Alcina, che sapea ch’indi il Sospetto

né a prieghi né a minacce vorria uscire,

e trarlone era forza al suo dispetto,

tutto pensò ciò che potea seguire.

Avea seco arrecato a questo effetto

l’acqua del fiume che fa l’uom dormire,

et entrando invisibil ne la rocca,

con essa ne le tempie un poco il tocca.

 

22

Quel cade addormentato; Alcina il prende,

e scongiurando gli spirti infernali

fa venir quivi un carro, e su vel stende,

che tiran duo serpenti c’hanno l’ali;

poi verso Italia in tanta fretta scende,

che con la più non van di Giove i strali.

La medesima notte è in Lombardia,

in ripa di Ticin dentro a Pavia:

23

là dove il re de’ Longobardi allora

l’antiquo seggio, Desiderio, avea.

Nel ciel oriental sorgea l’aurora

quando perdé il vigor l’acqua letea:

lasciò il sonno il Sospetto; e quel, che fuora

e lontan dal castel suo si vedea,

morto saria, se non fosse già morto;

ma la fata ebbe presta al suo conforto.

24

Gli promesse ella indietro rimandarlo

senza alcun danno; e in guisa gli promesse,

che poté in qualche parte assicurarlo,

non sì però ch’in tutto le credesse;

ma prima in Desiderio, che di Carlo

temea le forze, entrasse gli commesse,

e che non se gli levi mai del seno

fin che tutto di sé non l’abbia pieno.

25

Mentre fu Carlo i giorni inanzi astretto

dal re d’Africa a un tempo e da Marsiglio,

il re de’ Longobardi, per negletto

e per perduto avendo posto il giglio,

non curando né papa né interdetto

alla Romagna avea dato di piglio;

po’ entrando ne la Marca, con battaglia

e Pesaro avea preso e Sinigaglia.

26

Indi sentendo ch’era il foco spento,

morto Agramante e il re Marsiglio rotto,

de la temerità sua mal contento

si riputò a mal termine condotto.

Or viene Alcina, e accresceli tormento:

ché fa ‘l rio spirto entrar in lui di botto,

che notte e dì l’afflige, crucia et ange,

e più che sopra un sasso in letto il frange.

27

Gli par veder che lassi il Reno e l’Erra

il popul già troiano e poi sicambro,

et apra l’Alpi e scenda ne la terra

che riga il Po, l’Ada, il Ticino e l’Ambro:

veder s’aspetta in casa sua la guerra,

e sua ruina più chiara che un ambro;

né più certo rimedio al suo mal truova,

che contra Francia ogni vicin commova.

 

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Ultimo Aggiornamento:
13/04/2005 16.56