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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA


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UNA DELLE ULTIME SERE DI CARNOVALE

Di: Carlo Goldoni

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Commedia veneziana di tre atti in prosa rappresentata in Venezia per la prima volta nel Carnevale dell'anno 1762

L'AUTORE A CHI LEGGE

In fondo di questa Commedia è un'allegoria, che ha bisogno di spiegazione. Essendo io in quell'anno chiamato in Francia, e avendo risolto di andarvi, per lo spazio almeno di due anni, immaginai di prender congedo dal Pubblico di Venezia col mezzo di una commedia; e come non mi pareva ben fatto di parlare sfacciatamente ed alla scoperta di me, e delle cose mie, ho fatto de' Commedianti una società di Tessitori, o sia di fabbricanti di stoffe, e mi sono coperto col titolo di Disegnatore.

L'allegoria non è male adattata. I Comici eseguiscono le opere degli Autori, ed i Tessitori lavorano sul modello de' loro Disegnatori.

La similitudine sarebbe più vera, se si trattasse di Commedie a soggetto, nelle quali i Comici ci mettono più del loro, ma può passare anche per le Commedie scritte; e l'allegoria fu ben compresa, e gustata. Vero è, che la Commedia non potea passare che in quella tale occasione, e credo, dopo quel tempo, non sia stata rappresentata; ma vi sono delle cose in essa, che anche senza l'allegoria possono recare qualche diletto, e credo non dispiacerà ai Leggitori d'averla. I caratteri sono veri, semplici e piacevoli, indipendentemente dal fondo della Commedia: un Marito e una Moglie che si amano, e taroccano sempre insieme. Una Donna, che sa essere ammalata, quando s'annoia; e diventa sanissima quando trova da divertirsi. Un giovane brillante, faceto, che diverte gli altri, divertendo se stesso: un buon uomo, capo di famiglia, che sa unire alla più esatta condotta l'allegria e l'onesto divertimento.

La caricatura di una vecchia, che vuol fare la spiritosa: due Amanti, infine, che alla vista di una società numerosa trovano i momenti per intendersi insieme, e procurarsi onestamente il fine dei loro amori. Tutto ciò, aggiunto alla pittura del sistema e del costume di quel ceto di persone, che ho introdotte in quest'opera, basta, mi pare, per dar materia ad una Commedia, anche senza il merito dell'allegoria.

Vi ho introdotto, per adornarla, il giuoco detto della Meneghella, giuoco di carte particolar di Venezia, che non giuocasi in altre parti, e serve di trattenimento alle Società che si trovano numerose e si compiacciono di giuocar tutti insieme, potendo giuocare fino in sedici, alla stessa tavola, e nella medesima compagnia. Come la scena, in cui giuocano i miei personaggi, è lunga, ed i termini di cui si servono non possono essere compresi da quelli che non conoscono un simil giuoco, m'ingegnerò di darne un'idea; e non credo fatica inutile, facendo conoscere il giuoco favorito delle belle giovani Veneziane.

Principiando dall'etimologia del nome, dirò che Menega in Veneziano vuol dire Domenica e Meneghella è il diminutivo, come chi dicesse Domenichella, o Domenichina. La carta che chiamasi la Meneghella, è il due di spade. Quei che conoscono le carte italiane, sapranno che i quattro semi che le compongono formano: Spade, Coppe, Bastoni e Danari. Le figure di questi semi variano secondo i paesi. Le Spade, per esempio, in varie parti sono impresse diritte, ed in Venezia ritorte, a guisa di sciabole. Il due di Spade è composto di due di queste sciabole, che incrocicchiando le guardie e le punte, formano un ovale nel mezzo, nel cui vacuo è scritto il nome del fabbricatore, ed ordinariamente vi si legge: Messer Domenico Cartoler, all'insegna della Perletta.

Io credo che il nome di Domenico abbia dato il nome di Domenichina, o Domenichella, e in Veneziano di Meneghella: almeno questa etimologia è molto più onesta di quella che alcuni libertini ritrar pretendono dalla figura. Questa dunque è la carta trionfante, la carta superiore di questo gioco; e dopo di essa gli Assi, i Cavalli, i Fanti, i Dieci, i Nove ecc. impiegandosi tutte le cinquantadue carte che formano il mazzo. I Giuocatori si distribuiscono a due per due, i quali devono esser vicini, veggendosi le carte fra di loro,. E facendo banco comune di quel denaro che mettono sopra la tavola, metà per uno, e dividendo alla fine il resto, se perdono, o la vincita oltre il capital, se guadagnano, e rimettendone fuori di nuovo, se il primo capitale è perduto, prima che il giuoco finisca. Le coppie de' Giuocatori sono per lo più composte di un uomo e di una donna, e la Padrona di casa ha la prudente attenzione di unire le persone che stanno volentieri insieme, cosa che rende oltremodo piacevole questo giuoco all'onesta ma tenera gioventù. Nel mezzo della tavola si mette un tondino, dove ciascheduno dee porre quella moneta ch'è destinata per il fondo del giuoco; per esempio, un soldo. Se i Giuocatori sono dodici, come nella mia Commedia, ecco dodici soldi nel tondo. Come, e da chi si guadagnano, lo vedremo in appresso.

Per vedere chi è quegli, o quella, che dee dar le carte la prima volta, qualcheduno prende il mazzo, mescola, fa alzare, dà una carta scoperta a ciascheduno, e quegli a cui tocca la Meneghella, è il primo a dar le carte. Questi dunque mescola, fa alzare il suo vicino, e se questi alza, per ventura, e fa vedere la Meneghella, tira i dodici soldi del tondo; passano la mano, e tutti rimettono nel tondino un soldo per ciascheduno. Se non alzasi la Meneghella, quegli che fa le carte, ne dà tre a ciascheduno e ne prende sei per se stesso, delle quali sceglie le tre migliori; e questo chiamasi far "lissia", cioè fare il "bucato". Volta poi la quarantesima carta, s'ella è la Meneghella, tira il tondo, come quegli che l'alza, e passa avanti il mazzo. Colui che ha la mano, giuoca la carta che più gli torna conto, e come vede le carte del suo Compagno, o giuoca un Asso, s'egli ne ha, o giuoca nell'Asso del suo compagno.

Gli Assi, come abbiamo detto, sono le prime carte dopo la Meneghella. La Meneghella può prender l'Asso, e si chiama "tagliare"; e questo succede, se quegli, per esempio, che ha la Meneghella ha tre carte sicure, e teme di doverne perdere due, rispondendo a quei Semi ch'egli non ha, ma rade volte si fa, mentre per lo più l'ultima carta è la più interessante.

Chi prende dunque la prima mano, tira quattro soldi dal tondo, e giuoca poi la carta che vuole, la più utile al suo giuoco, o a quello del suo Compagno; e chi prende la seconda mano, tira ancor quattro soldi. I quattro che restano, dopo le due mani suddette, si dice che restano per l'invito; ed ecco come si fa l'invito. La persona che ha guadagnato la seconda mano, se resta con una terza carta, giudicata buona, o perché sia un Asso, o un Re, o perché sia di un Seme, del quale se ne vedono molte sulla tavola, invita, e si dice "un soldo, o due soldi, o tre ecc. chi vuol veder la mia carta", e mette la somma nel tondino. Quelli che hanno carte buone, e sperano che siano dello stesso Seme, e superiori in valore alla carta coperta dell'invito, tengono l'invito, e mettono la somma invitata.

Quegli che ha la Meneghella, tiene sicuramente, ed è certo di vincere; per questa ragione rade volte si tagliano gli Assi colla Meneghella, sperando di far miglior giuoco alla fine. Il giuoco è più bello, quando la Meneghella è stata forzata; cioè quando qualcheduno, per necessità o per elezione, giuocando Spade, trova la Meneghella in mando di qualcheduno senz'altre Spade, e la fa cadere: allora chi l'ha, e la giuoca forzata, si fa dare un soldo da ciascheduno, e tira i quattro soldi dal tondo; ma questo premio qualche volta non vale quello che si può guadagnare nell'invito. Quando l'invito è fatto, e tenuto, quegli che ha invitato, scopre, e fa veder la sua carta.- Allora quei che han tenuto l'invito, se si trovano aver la carta in mano di quel Seme, e che sia superiore, dicono: "io ci fo su quella carta", per esempio, "dieci, quindici, o venti soldi". Qualche volta saranno in due o in tre a far lo stesso, perché la carta scoperta sarà, mettiamo, il Fante o il Cavallo di bastoni, ed uno avrà il Re, e l'altro avrà l'Asso; e quegli che ha la Meneghella, tiene sempre, perché è sicuro di vincere; se gli altri si piccano, tanto meglio per lui, anzi non solo tiene tutto quello che invitano, ma aumenta quando può davantaggio, e l'ultimo a scoprire è sempre l'ultimo ad aumentare. Sovente accade, che un Giuocatore non avrà carta buona, o non l'avrà del Seme della carta scoperta, e non ostante rinforza, ed aumenta l'invito. Questa si chiama "Cazzada", una bravata per far ritirare gli altri, e guadagnare il resto del tondo, e la somma del primo o del secondo invito; e chi ha la Meneghella ride, e profitta delle Cazzade.

Ecco a poco presso tutto il famoso giuoco della Meneghella. Dirà qualcheduno, ch'esso non meritava una sì esatta descrizione. Spero che questo tale me la perdonerà, poiché non gli costa gran cosa. Altri aspettano forse, ch'io faccia parola sull'articolo della promessa del Disegnatore, con cui si era impegnato a mandar di Moscovia de' suoi Disegni ai fabbricatori di stoffe in Venezia. Levate il velo dell'allegoria, e preso me in impegno di mandar Commedie in Italia durante il mio soggiorno in Francia, pretendono forse ch'io qui renda conto di quel che ho fatto, o ch'io mi abbia a giustificare di quello ch'io non ho fatto. Ma questo non è il luogo, né il tempo. Mi riserbo di farlo in altra occasione, allora quando col racconto della mia vita, arriverò a parlare della mia andata e del mio soggiorno in Francia.

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Personaggi
PERSONAGGI
Sior Zamaria testor, cioè fabbricatore di stoffe
Siora Domenica, figlia di Zamaria
Sior Anzoletto, disegnatore di stoffe
Sior Bastian, mercante di seta
Siora Marta, moglie di Bastian
Sior Lazaro, fabbricatore di stoffe
Sior'Alba, moglie di Lazaro
Sior Agustin, fabbricatore di stoffe
Siora Elenetta, moglie di Agustin
Siora Polonia, che fila oro
Sior Momolo, manganaro
Madama Gatteau, vecchia francese ricamatrice
Cosmo, garzone lavorante di Zamaria
Baldissera, garzone lavorante di Zamaria
Martin, garzone lavorante di Zamaria
La scena si rappresenta in venezia in casa di Zamaria
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ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera e lumi sul tavolino

ZAMARIA, BALDISSERA, COSMO e MARTIN
ZAMARIA Putti, vegnì qua. Stassera ve dago festa. Semo in ti ultimi zorni de carneval. Dago da cena ai mi amici; dopo cena se balerà quatro menueti; vualtri darè una man, se bisogna, e po magnerè, goderè, ve devertirè.
BALDISSERA Sior sì, sior patron; grazie al so bon amor.
MARTIN Semo qua a servirla, e goderemo anca nu le so grazie.
COSMO Oe, stassera no sentiremo la realtina al teler.(agli altri giovani)
ZAMARIA Ah! baron, veh! lo so, che ti gh'ha manco voggia dei altri de laorar. Peccà, peccà, che no ti applichi, che no ti voggi tender al sodo. Se ti vol, ti xè un bon laorante; e se ti volessi, ti deventeressi el più bravo testor de sto paese. Ma, sia dito a to onor e gloria, no ti gh'ha volontà de far ben.
COSMO No so cossa dir. Pol esser anca, che la diga la verità.
ZAMARIA Oh! via, per stassera no disemo altro. Devertìmose, e che tutti goda. Doman po, sior Cosmo carissimo, dè drio a quel drapeto. Vu, sior Baldissera, domattina a bon'ora andè dal manganer, a véder se i ha dà l'onda a quel amuer, e vu, sior Martin, scomenzerè a ordir quel camelotto color de gazìa
MARTIN Benissimo; e adesso cossa vorla, che femo?
ZAMARIA Adesso, andè de là; vardè, se a mia fia ghe bisogna gnente; fè qualcossa, se ghe n'avè voggia; e se no savè cossa far, tolè el trottolo, e devertive.
MARTIN Oh, che caro sior patron! Almanco el xè sempre aliegro.(parte)
BALDISSERA La diga. Balerémio anca nu un per de balloni?
ZAMARIA Sior sì. No se sàlo? Ha da balar tutti; balerò anca mi.
BALDISSERA Grazie; e viva; oh che gusto! (El xè un vecchietto, che propriamente el fa voggia).
COSMO La diga, sior patron: me dàla licenza, che alla festa fazza vegnir una putta?
ZAMARIA Una putta?
COSMO La vegnirà co so madre.
ZAMARIA Chi èla?
COSMO Tognina, fia de siora Gnese, che incana sea.
ZAMARIA Coss'è? Com'èla? Gh'è pericolo, che sta putta perda el giudizio?
COSMO Per cossa?
ZAMARIA Gh'è pericolo, che la te creda?
COSMO Cossa songio?
ZAMARIA Un furbazzo, un galiotto, che ghe n'ha burlà cinque.
COSMO E una sie. Patron, grazie. La farò vegnir. A bon reverirla. (parte)

SCENA SECONDA

ZAMARIA, poi DOMENICA
ZAMARIA Peccà de costù! el gh'ha un'abilitadazza terribile; ma nol ghe tende. I fa cussì costori. I laora co i gh'ha bisogno; e co i gh'ha un ducato, a revéderse fina che l'è fenìo. M'ha piasso anca a mi a divertirme, e me piase ancora; ma per diana de dia! ai mii interessi ghe tendo; e son quel, che son a forza de tenderghe, e de laorar. Sior sì, sfadigarse co se ghe xè, e gòder i amici ai so tempi, alle so stagion.
DOMENICA Oh! son qua, sior padre. Òggio fatto presto a vestirme?
ZAMARIA Brava! chi t'ha conzà
DOMENICA Mi; da mia posta.
ZAMARIA Mo va là, che ti par conzada dal Veronese.
DOMENICA E sì, tra conzarme e vestirme, a un'ora e un quarto no ghe son arivada.
ZAMARIA Brava! Ti xè una putta de garbo.
DOMENICA E avanti de prencipiar, son andada in cusina; ho dà i mi ordeni; ho agiutà a far suso i raffioi; ho fatto metter el stuffà in pignatta, e ho volesto metterghe mi la so conza; ho fatto, che i torna a lavar el polame; ho fatto el pien alla dindietta, ho volesto véder a impastar le polpette; ho dà fora el vin; ho messo fora la biancaria. No me manca altro che tirar fora le possae, le sottocoppe, e quelle quatro bottiglie de vin de Cipro.
ZAMARIA Mo via; mo se lo so; mo se ti xè una donetta de garbo.
DOMENICA A cena, in quanti sarémio, sior padre?
ZAMARIA Aspetta. No m'arecordo. Mio compare Lazaro co so muggier.
DOMENICA Credémio,che la vegna sior'Alba?
ZAMARIA La m'ha dito de sì. Per cossa no averàvela da vegnir?
DOMENICA No sàlo, che cossa lessa, che la xè? La gh'ha sempre mal. No la magna, no la parla, no la sa zogar: ora ghe diol la testa, ora ghe diol el stomego, ora ghe vien le fumane.
ZAMARIA Cossa vustu far? Sior Lazaro el xè mio compare. El xè anca elo de la mia profession; gh'avemo insieme de' negozieti. Qualcossa bisogna ben soportar.
DOMENICA E chi altri ghe sarà?
ZAMARIA Ho invidà sior Bastian.
DOMENICA Sior Bastian Caparetti?
ZAMARIA Siora sì. Anca elo; perché el xè mercante da sea, ch'el me dà tutto l'anno da laorar.
DOMENICA E so muggier?
ZAMARIA Anca siora Marta.
DOMENICA Siora Marta se degnerala mo de vegnir?
ZAMARIA Per cossa no s'averàvela da degnar?
DOMENICA So che la sta sull'aria, che la pratica tutte le prime signore de Marzaria; che la va in te le prime conversazion.
ZAMARIA E per questo? Nu cossa sémio? No podemo star al pari de chi se sia? Sóngio qualche laorante? Son paron anca mi. Negozio col mio; non ho da dar gnente a nissun. E po, cossa serve? Siora Marta xè la più bona creatura de sto mondo. Credeu, perché la sta ben, perché la gh'ha dei bezzi, che la sia superba? Gnanca per insonio; vederè, vederè, co allegramente che la ne farà star.
DOMENICA E chi altri vien, sior padre? Vienla sior'Elenetta?
ZAMARIA Siora sì. No voleu, che abbia invidà mia fiozza Elenetta?
DOMENICA E so mario?
ZAMARIA S'intende. Anca mio fiozzo Agustin.
DOMENICA Mo, co a bon'ora che quel putto s'ha maridà!
ZAMARIA El s'ha maridà, perché bisognava, ch'el se maridasse. Sto matrimonio l'ho fatto mi. El xè restà fio solo, senza padre, e senza madre. L'ho fatto passar capo mistro testor. L'ha tolto in casa sta putta; la gh'ha dà dei bezzetti; la gh'ha una madre, che per el teler xè un oracolo; la sta con lori...
DOMENICA So madona sarà un oracolo; ma Agustin xè el più bel pampalugo del mondo.
ZAMARIA Cossa saveu?
DOMENICA No se védelo!
ZAMARIA El xè ben altrettanto bon.
DOMENICA Bon el xè? E mi ho sentio a dir, che tutto el dì mario e muggier no i fa altro che rosegarse.
ZAMARIA Saveu perché? Perché i se vol ben. I xè tutti do zelosi; e per questo ogni men de che i ha qualcossa da tarocar; da resto, quel putto el xè l'istessa bontà. Cussì te ne capitasse uno a ti.
DOMENICA Mi? de diana! Un mario alocco, no lo torave, se el me cargasse de oro.
ZAMARIA Cossa voréssistu? Un spuzzetta? Un scartozzetto? Che te magnasse tutto? Che te fasse patir la fame?
DOMENICA No ghe n'è dei putti, che gh'ha del spirito, e che xè boni?
ZAMARIA Mi ho paura de no.
DOMENICA Eh! sior sì, che ghe n'è. (modestamente, ma con artifizio, mostrando ch'ella ne ha qualcheduno in veduta)
ZAMARIA Molto pochi, fia mia.
DOMENICA E cussì? I àlo minzonai tutti queli, che ha da vegnir?
ZAMARIA Aspettè. Chi òggio dito?
DOMENICA No me par, che l'aveva dito de invidar sior Anzoletto dessegnador?
ZAMARIA Ah! sì ben. Anca elo.
DOMENICA (Questo giera quello, che me premeva).
ZAMARIA Tornemo a dir: mio compare...
DOMENICA Eh! sior sì; m'arecordo tutti. I xè sette, e nu do, che fa nove.
ZAMARIA E la mistra, che fa diese.
DOMENICA Quala mistra?
ZAMARIA La filaoro.
DOMENICA Oh! gh'ho gusto, che vegna siora Polonia. El doveva invidar anca sior Momolo manganer.
ZAMARIA L'ho invidà, l'ho pregà; ho fatto de tutto per obligarlo a vegnir, e no gh'è stà caso. El dise, ch'el gh'ha un impegno, che nol pol vegnir.
DOMENICA Me despiase; perché el xè unico per tegnir in viva una conversazion. Donca co la mistra saremo diese.
ZAMARIA Siora sì, a tola saremo diese; e fè parechiar de là per i putti.
DOMENICA Sior sì.
ZAMARIA E dèghe anca a lori le so possade d'arzento, e la so bozzetta de vin de Cipro.
DOMENICA Eh! a lori podemo dar del moscato.
ZAMARIA Siora no; vòi, che i magna, e che i beva de tutto quel che magnemo e bevemo anca nu.
DOMENICA Oh! xè qua sior'Elena, e sior Agustin.
ZAMARIA Oh! via, bravi; i ha fatto ben a vegnir. Scomenzemo a aver un pocheto de compagnia.
DOMENICA (Mi vorave, che vegnisse sior Anzoletto).

SCENA TERZA

AUGUSTIN, ELENETTA e i suddetti
ZAMARIA Oe, fiozza!
ELENETTA Sior santolo, patron
ZAMARIA Bondì, fiozzo.
ELENETTA Patrona, siora Domenica.
DOMENICA Sior'Elena, patrona.
AGUSTIN Patrona.(a Domenica)
DOMENICA Patron. (ad Agustin)
ELENETTA Semo qua a incomodarli.
DOMENICA Cossa dìsela? La ne fa finezza.
ZAMARIA Oh! via. A monte le cerimonie. Mettè zoso el tabaro, e 'l capelo. (a Agustin)
AGUSTIN (vuol metter il tabarro sul tavolino)
ZAMARIA De là, de là, in quell'altra camera.
AGUSTIN (va a mettere giù ecc. e poi torna)
DOMENICA La vegna qua; la resta servida. (fa sedere Elenetta)
ZAMARIA Fiozza, senza gnente in testa sè? No gh'avè paura de sfredirve?
ELENETTA Cossa volévelo, che me mettesse el zendà?
ZAMARIA No gh'avè una prigioniera?
ELENETTA La gh'ho, ma no me l'ho messa.
DOMENICA Mo, che caro sior padre! L'ha da balar, e el vol, che la se desconza la testa!
ZAMARIA In verità, che vualtre done sè bele; sè bele, da galantomo. Ora ve mettè in testa un stramazzo, ora andè colla testa nua.
DOMENICA Eh! via, caro elo; cossa sàlo elo?
ELENETTA Voleva metterme qualcossa in testa, e Agustin no ha volesto.
ZAMARIA Per cossa no àlo volesto?
ELENETTA Perché el m'ha conzà elo.
ZAMARIA Oh bella! el v'ha conzà elo? Per cossa?
ELENETTA Perché mio mario no vol perucchieri per casa.
ZAMARIA El v'ha conzà elo? Bravo, pulito. Oe, fiozzo, vegnì qua. L'avè conzada da frìzer vostra muggier.
AGUSTIN Per cossa?
ZAMARIA No seu stà vu, che l'ha infarinada?
AGUSTIN Oh! che caro sior santolo!
DOMENICA La diga, sior'Elenetta: cossa fa so siora madre? (a Elenetta)
ELENETTA Eh! cussì, cussì. La m'ha dito, che la reverissa. (con un poco di sussiego)
DOMENICA Grazie.
ZAMARIA Perché no xèla vegnua anca ela vostra madona? (a Agustin)
AGUSTIN No so... No la xè vegnua; ma la xè stada a casa malvolentiera.
ZAMARIA Oh bela! Perché no vegnir?
ELENETTA Caro sior santolo, perché volévelo, che la vegnisse? No la xè miga invidada.
ZAMARIA E per questo? Mi no son andà drio a quelo. No gièrela patrona, se la voleva?
ELENETTA Oh! no sàlo:
Che chi va, e no xè invidai,
Xè mal visti, o descazzai.
ZAMARIA Andè là, fiozzo, andèla a levar
ELENETTA No, no, no stè a andar, che za no la vegnirà. (a Agustin)
ZAMARIA Se no la vol vegnir, che la lassa star.
DOMENICA (Vardè dove, che se cazza l'ira! Le gh'ha bisogno, e le gh'ha tanta superbia!)
AGUSTIN Elena, voleu, che vaga?
ELENETTA Sior no; no voggio, che andè.
AGUSTIN Mo per cossa?
ELENETTA Perché no voggio.
AGUSTIN Vardè, che sesti; no la vol, che vaga!
ELENETTA Sior no: no me fè inrabiar.
ZAMARIA Animo, buttè a monte. No crie; che la xè una vergogna. Stè in pase. Voggiève ben.
AGUSTIN Mi? De diana! che la 'l diga ela, se ghe voggio ben.
ELENETTA E mi, sior? Podeu dir, che no ve ne voggia?
AGUSTIN Mi no digo ste cosse.
ZAMARIA V'avè tolto con tanto amor.
ELENETTA E se no l'avesse fatto, la torneria a far.
ZAMARIA Sentìu, come che la parla? (a Agustin)
AGUSTIN In quanto a questo, anca mi, se no l'avesse sposada, la sposeria.
ZAMARIA Via, sièu benedetti! Me consolo de cuor.
AGUSTIN Ma quela so ustinazion, mi no la posso soffrir.
ELENETTA Cossa ve fazzio?
AGUSTIN Tutto el dì la me brontola.
ELENETTA Perché gh'ho rason.
AGUSTIN Per cossa gh'aveu rason?
ELENETTA Perché gh'ho rason.
ZAMARIA Oe! volémio fenirla? Fiozzo, vegnì con mi, che ve vòi mostrar un drapeto, che gh'ho sul teler, che no ve despiaserà.
AGUSTIN Sior sì. Lo vederò volentiera.
ZAMARIA Sentì, fioi; mi ve parlo schietto. Sta sera gh'ho voggia de devertirme; v'ho invidà con tanto de cuor; ma musoni no ghe ne voggio; e criori no ghe ne voggio sentir. Se ve piase, paroni; se no ve piase, aìda. M'aveu capìo? Andémo. (parte, conducendo via Agustin)

SCENA QUARTA

ELENETTA, e poi DOMENICA
ELENETTA In verità dasseno, per non darghe desturbo, squasi, squasi anderave via.
DOMENICA Eh! via, cara ela, la lassa andar.
ELENETTA Mo, no séntela?
DOMENICA Ghe vorla veramente bene a sior Agustin?
ELENETTA Se ghe voggio ben? De diana! Se stago un'ora senza de elo, me par de esser persa.
DOMENICA No dìseli, ch'el xè tanto un bon putto?
ELENETTA Siora sì, dasseno.
DOMENICA E i cria donca?
ELENETTA Cossa dìsela? Se volemo ben, e tutto el dì se magnemo i occhi.
DOMENICA A mi mo, védela, sto ben nol me comoderia gnente affatto.
ELENETTA E mi son contenta, che no scambierave el mio stato con chi se sia.
DOMENICA La gh'ha gusto a criar?
ELENETTA Crio, ma ghe voggio ben.
DOMENICA E lu?
ELENETTA E lu el cria, e el me vol ben.
DOMENICA Oh! cari.
ELENETTA Cussì la xè.
DOMENICA Chi contenta gode.
ELENETTA Mi son contenta, e godo.
DOMENICA (Oh siestu! e po te pustu!) Oh! xè qua siora Marta co so mario.
ELENETTA Chi xèli?
DOMENICA No la li cognosse?
ELENETTA Oh! mi no cognosso nissun.
DOMENICA I xè marcanti da sea; ma de queli, sàla? che ghe piove la roba in casa da tutte le bande.
ELENETTA Sia malignazo! Gh'ho suggizion. Me vergogno.
DOMENICA Eh! via, cara ela; la lassa, che la vaga a incontrar. (s'alza e va incontro a Marta)

SCENA QUINTA

MARTA, BASTIAN e dette
ELENETTA (Anderave più volentiera dessuso con mio mario).
DOMENICA Patrona riverita.
MARTA Patrona, siora Domenica.
DOMENICA Che grazie, che favori xè questi?
MARTA Cossa dìsela? Semo qua a darghe incomodo.
DOMENICA Anzi el xè un onor, che nol meritemo.
BASTIAN Patrona; son qua anca mi a ricever le so care grazie.
DOMENICA Patron, sior Bastian. La se comoda; la me daga a mi el tabarin.(a Marta)
MARTA Quel, che la comanda. (si cava il tabarin, e lo dà a Domenica)
DOMENICA Anca elo, sior Bastian, el me daga el tabaro, e 'l capelo.
BASTIAN Eh! anderò mi...
DOMENICA Sior no, sior no; cossa serve? Che el daga qua. Za ho d'andar de là a far un servizieto!
BASTIAN Me despiase de incomodarla. (si cava ecc. e dà tutto a Domenica, ed ella parte)

SCENA SESTA

MARTA, BASTIAN ed ELENETTA
MARTA Patrona mia riverita. (ad Elenetta, sedendo)
ELENETTA Serva.
MARTA (La cognosseu?) (a Bastian)
BASTIAN (Mi no).(a Marta)
MARTA Cossa dìsela de sto fredo? (a Elenetta)
ELENETTA Cossa vorla? Semo in tel cuor de l'inverno. (a Marta)
BASTIAN (Son ben curioso de saver chi la xè). (andando dall'altra parte)
MARTA La xè zovene assae. La lo sentirà poco el fredo.
ELENETTA Oh! cossa dìsela? No son tanto zovene. Xè un ano, che son maridada.
MARTA Maridada la xè!
ELENETTA Servirla.
MARTA Vardè, vedè! Mi no credeva.
BASTIAN Perméttela? (siede presso di Elena)
ELENETTA (Oh caro! Perché no se séntela arente de so muggier?) (guardando verso la scena, e scostandosi)
BASTIAN Coss'è? No la vol, che me senta arente de ela? (accostandosi)
ELENETTA La se comoda pur. Con grazia. (s'alza, e va a sedere dall'altra parte)
MARTA (Mo, la godo ben dasseno).
BASTIAN Coss'è, signora? Cossa gh'àla paura? Cossa crédela, che mi sia? (a Elena)
ELENETTA Caro elo, el compatissa. So, che fazzo una mala creanza; ma se vien mio mario, poveretta mi.
BASTIAN Xèlo qualche vecchio sto so mario?
ELENETTA Oh! sior no; el xè zovene più de mi.
BASTIAN E patisse sto boccon de malinconia?
MARTA Chi xèlo so consorte?
ELENETTA Sior Agustin Menueli.
MARTA (Oh! lo cognosso. No me dago gnente de maraveggia).
BASTIAN (L'ho dito, che nol podeva esser altro, che un pampalugo).
MARTA Cossa vol dir, che nol xè qua anca elo, sior Agustin?
ELENETTA Siora sì, che 'l ghe xè. El xè andà de suso co sior santolo Zamaria. De diana! la vorave, che fosse vegnua senza mio mario?
MARTA Saràvelo un gran delitto? In casa de persone oneste, e civil, no se pol andar qualche volta senza so mario?
ELENETTA Oh! mi no vago fora della porta senza de elo.
BASTIAN E sior Agustin lo làssela andar? Lo làssela praticar?
ELENETTA De dia! che sgrafferave i occhi.
BASTIAN Oh! se fusse mi so mario...
ELENETTA Cossa faràvelo?
BASTIAN Ghe taggierave le ongie.
ELENETTA Che 'l se consola, che so muggier no lo sgrafferà.
MARTA Dasseno! cossa voràvela dir?
BASTIAN (Eh! no ghe badè. No vedeu cossa, che la xè?) (a Marta)

SCENA SETTIMA

DOMENICA, e detti
DOMENICA Oh! son qua; che i compatissa, se son stada un pocheto tropo. I m'ha chiamà in cusina; son andada a dar un'occhiada. Perché, sàla? se no fusse mi in sta casa, no se farave mai gnente.
MARTA Eh! savemo, che puta, che la xè.
BASTIAN Quando magnémio sti confetti, siora Domenica?
DOMENICA Oh! per mi? l'ha ancora da nasser.
ELENETTA (Sarave ora, che 'l fusse nato).
BASTIAN La diga: quanto xè, che no la vede sior Anzoletto?
DOMENICA Qualo sior Anzoletto?
BASTIAN Qualo? Quelo...
DOMENICA Chi quelo?
MARTA Mo via con quela bocca, che no pol tàser. (a Bastian)
BASTIAN Mi no digo gnente.
DOMENICA (Come l'àli savesto, che tra Anzoletto, e mi ghe xè qualche prencipio? Non l'ho dito a nissun; no lo sa gnanca mio padre).
ELENETTA (Mo che zente, che se ne vol impazzar, dove che no ghe tocca!)
DOMENICA Oh! vardè chi xè qua!
BASTIAN Chi? sior Anzoletto?
DOMENICA (Magari!) Sior Momolo, el manganer.
MARTA Gh'ho ben gusto dasseno. El xè el più caro matto del mondo.
DOMENICA El belo xè, che sior padre l'aveva invidà, e 'l gh'ha dito, che nol podeva vegnir.
BASTIAN No sàla? Lu gh'ha l'abilità de zirar in t'un zorno sette, o otto conversazion.
MARTA Cossa fàlo, che nol vien avanti?
DOMENICA L'è capace d'averse fermà coi zoveni, a dirghe cento mile minchionerie.
MARTA Fermo de tutto, che 'l staga qua stassera.
DOMENICA Oh! mi no lo lasso andar via seguro.
ELENETTA (Cossa mai fàlo sto mio marìo, che nol vien? El me fa pensar cento cosse).
DOMENICA Vèlo qua, vèlo qua sior Momolo.

SCENA OTTAVA

MOMOLO, e detti
MOMOLO Patrone riverite.
MARTA Bravo, sior Momolo.
BASTIAN Bondì, Momolo.
MOMOLO Paron benedetto. (a Bastian)
DOMENICA Cossa feu qua? Meriteressi giusto, che ve mandassimo via.
MOMOLO Saldi; le se ferma, che ghe conterò, come che la xè stada.
DOMENICA Mo che panchiana!
MOMOLO Gnente. L'ascolta un omo, col parla. Giera impegnà d'andar a cena in t'un logo. Son andà; m'ho informà chi ghe giera; i m'ha dito, che ghe giera un muso, che no me piase; una certa signora, che 'l so sangue no se confà col mio; e mi ho fatto dir alla parona de casa, che me xè vegnù la freve; e ho chiappà suso, e son vegnù via.
MARTA Bravo; avè fatto ben.
DOMENICA Panchiane! panchiane!
MOMOLO Sì, anca da putto, che la xè cussì. (si volta) Patrona reverita, ghe domando umilmente perdon, se gh'ho voltà, co riverenza, el tabaro; perché giera sora pensier. Me premeva, no so se la me capissa...
ELENETTA Eh! sior sì, l'ho capio. (voltandosi con disprezzo)
MOMOLO Chi èla sta signora?
MARTA No la cognossé? Sior'Elena, muggier de sior Agustin Menueli.
MOMOLO La me permetta, che fazza el mio debito. (a Elena)
BASTIAN Momolo, abbiè giudizio.
MOMOLO Fermève. (a Bastian) Ho tutta la sodisfazion de aver l'onor de conoscerla. Sior Agustin xè mio amigo, e mio bon paron; e la prego anca ela degnarse...
ELENETTA Grazie, grazie.
MOMOLO Se la gh'avesse qualcossa da manganar.
ELENETTA Oh! mi in ste cosse no me n'impazzo.
MOMOLO Se la me permette, la vegnirò a reverir.
ELENETTA Mi no ricevo visite; da mi no vien nissun.
MOMOLO La se ferma. Sàla chi son mi?
ELENETTA A mi no m'importa de saver.
MOMOLO Mo via, no la me fazza inspasemar.
ELENETTA Son stuffa.
MOMOLO De cossa?
ELENETTA Siora Domenica, co so bona grazia. (s'alza)
DOMENICA Che la se comoda.
ELENETTA (Anderò a véder, dove che s'ha ficcà mio mario). (in atto di partire)
MOMOLO Patrona.
ELENETTA Patron. (andando via)
MOMOLO Gnanca?
ELENETTA Oh! mi non son de quelle da sbuffonar. (parte. Tutti ridono)

SCENA NONA

DOMENICA, MARTA, BASTIAN, MOMOLO
MOMOLO In fatti: gh'aveva bisogno di sentarme; senza che nissun s'incomoda, i m'ha favorio la carega.
DOMENICA Cavève el tabaro.
MOMOLO La se fermi. Me lo caverò adessadesso.
DOMENICA Cavèvelo, co volè; per mi no me movo.
MOMOLO Dove xèlo sior Zamaria?
DOMENICA El xè dessuso co sior Agustin.
MOMOLO Cossa diralo, col me vederà?
DOMENICA Meriteressi, che 'l ve disesse...
MOMOLO Va' via, che no te voggio. E mi ghe dirave: fermève, che ghe son, e ghe voggio star.
MARTA L'è, che se volessi andar via, siora Domenica no ve lasserave andar.
MOMOLO Per so grazia, e non per mio merito.
DOMENICA Manco mal, che ve cognossè!
MOMOLO Mi almanco, in bon ponto lo possa dir, tutti me vol ben.
DOMENICA Per cossa mo credeu, che i ve voggia ben?
MOMOLO Perché son belo.
DOMENICA Va' via, malagrazia.
MARTA E mi cossa sóngio?
MOMOLO Sìela benedetta; la xè la mia parona anca ela; ma no me n'impazzo. Lasso fari onori de la casa a mio compare Bastian.
BASTIAN Momolo, quanto xè, che no andè a la comedia? (a Momolo)
MOMOLO Xè un pezzo. In sti ultimi zorni mi no ghe vago. Me piase più cussì, quatro amici, un gotto de vin, una fersora de maroni.
DOMENICA Stassera cenerè con nu.
MOMOLO No la posso servir.
DOMENICA Per cossa? Averessi ardir de impiantarne?
MOMOLO Mi no; stago qua fin doman, fin doman l'altro; fin sta quaresema, fin che la vol.
DOMENICA Cossa donca disèu de no voler cenar?
MOMOLO Digo cussì, perché gh'averave voggia de servirla ben, e xè otto dì che desordeno, e gh'ho paura de no farme onor.
DOMENICA Eh! no v'indubitè, che qua da nu no ghe sarà da desordenar.
MOMOLO Ghe n'è più de quel vin da galantomeni?
DOMENICA Ghe ne xè ancora.
MOMOLO Co gh'è de quelo, gnente paura.
DOMENICA Via, andè de là, andève a cavar el tabaro.
MOMOLO Con so bona grazia. (in atto d'andare)
DOMENICA Saveu chi vien stassera da nu? (a Momolo)
MOMOLO Chi, cara ela?
DOMENICA Siora Polonia.
MOMOLO Cara culìa; ghe vòi proprio ben; ma semo in baruffa. Me raccomando a ele; le diga do parolete, cussì senza malizia; le fazza del ben a sto povero pupillo. (parte)
MARTA L'assicuro, che in t'una compagnia el xè un oracolo.
BASTIAN Stimo, che 'l xè sempre de sto bon umor.
DOMENICA Sempre cussì; el xè nato cussì, e 'l morirà cussì.
MARTA Xè vero, che tra lu e Polonia ghe sia qualcossa?
DOMENICA Oh! la se fegura. El dise. Ma in quela testa crédela, che ghe sia fondamento? Ela sì piutosto, credo, che la ghe tenderia se 'l disesse dasseno.
BASTIAN Ghe dirò: el xè cussì alegro, maturlo; ma ai so interessi el ghe tende.
DOMENICA Sior sì, sior sì; el xè onorato, co fa una perla. Oh! vien zente.
MARTA Chi xèli?
DOMENICA Sior'Alba co so mario. Con grazia. (s'alza, e va incontro)
BASTIAN Xèla quela, che gh'ha sempre mal? (a Marta)
MARTA Sì, chi la sente ela, la xè sempre amalada: ma no la starave a casa una sera, chi la copasse. (a Bastian)

SCENA DECIMA

ALBA, LAZARO e detti
DOMENICA Patrona, sior'Alba.
ALBA Patrona. (si baciano) Patrona.(a Marta)
MARTA Patrona. (si baciano)
BASTIAN Compare Lazaro.
LAZARO Patron sior Bastian. (si baciano Bastian e Lazaro fra di loro)
DOMENICA Cossa fàla? Stàla ben? (ad Alba)
ALBA Gh'ho un dolorazzo de testa, che no ghe vedo.
DOMENICA La se senta. La me daga qua el tabarin.
ALBA No, no, la lassa; che gh'ho piuttosto fredo. Gh'ho un tremazzo intorno...
DOMENICA Vorla un poco de fogo?
ALBA La me farà grazia.
DOMENICA Adesso gh'anderò a tiòr el scaldapiè. E ela ghe ne vorla?
MARTA Oh! mi no, la veda, stago benissimo.
DOMENICA Le compatissa, vago mi, perché la donna no pol. (La podeva far de manco de vegnir sta giazzèra). (parte)
LAZARO Co gh'avevi mal, dovevi star a casa, cara fia.
ALBA Eh! me passerà.
BASTIAN (Bisogna, che ghe sia vegnù mal per strada. Se la s'avesse sentio qualcossa a casa, no la sarave vegnua).
MARTA (Ghe credeu vu, che la gh'abbia mal?) (a Bastian)
LAZARO Cossa ve sentìu? (ad Alba)
ALBA Gnente.
MARTA Mo via, la staga alegra, la se diverta.
ALBA Gh'ho una mancanza de respiro, che no posso tirar el fià.
LAZARO Voleu gnente? Voleu andarve a molar el busto?
ALBA Eh! sior no; n'importa.
BASTIAN (El gh'ha una gran pazzenzia. Mi no sarave bon).
DOMENICA Son qua col fogo. La resta servida. (vuol mettere lo scaldapiè ecc.)
ALBA No la s'incomoda. Gh'ho sto busto cussì stretto, che non me posso gnanca sbassar. (vuol mettere lo scaldapiè, e non può)
DOMENICA La servirò mi. (mette lo scaldapiè)
LAZARO Ma no voleu star mal con quel busto cussì serà? Andè là, cara fia, andève a molar.
ALBA Eh! (con disprezzo)
LAZARO Fè a vostro modo, che viverè dies'anni de più.
ALBA Gh'àla un garòfolo? (a Domenica)
DOMENICA Anderò de là a tòrghelo.
MARTA Mi, mi se la vol. (vuol tirar fuori un garofano ecc.)
BASTIAN Vorla un diavolon? (apre una scatoletta ecc.)
ALBA Sior sì.
DOMENICA Cossa se séntela?
ALBA No so gnanca mi. Gh'ho un affanno!...

SCENA UNDICESIMA

MOMOLO e detti
MOMOLO Oh! son qua.
ALBA Oh! sior Momolo, sior Momolo. (rallegrandosi)
MOMOLO Sior'Alba, ghe son servitor.
ALBA Anca elo xè qua?
MOMOLO No sàla? Mi penetro per tutto, co fa la luse del sol.
ALBA Ah! ah! (ride moderatamente)
DOMENICA Ghe xè passà? (ad Alba)
ALBA Un pochetto.
MOMOLO Gh'àla mal? Vorla, che mi ghe daga un recipe per varir?
ALBA Via mo; che recipe?
MOMOLO Recipe, no ghe pensar. Recipe, devertirse. Recipe, sior sì, e ste cosse.
ALBA Oh! che matto: ah ah ah ah, oh che matto! (ridendo forte)
DOMENICA Oh! via via, me consolo: la xè varìa.
MARTA No ghe voleva altri, che sior Momolo a farla varir.
MOMOLO Vorle, che ghe ne conta una bela? Son stà de su da sior Zamaria. Ho trovà i do novizzi, uno in t'un canton, l'altro in t'un altro. I ha crià, i s'ha dito roba, i pianzeva. Sior Zamaria giera desperà. Mi ho procurà de giustarli. Ho chiapà Agustin per un brazzo. L'ho menà da la novizza. Le indivina mo? Vien qua, va' via; sentì, làsseme star: i m'ha strazzà un manegheto.(mostra il manichetto rotto)
ALBA Oh bela! oh bela! Oh che gusto! oh bela! (ridendo)
MOMOLO Grazie del so bon amor. (ad Alba)
DOMENICA Via, via; ve darò mi una camisa.
MOMOLO N'importa; lo ficco sotto.
DOMENICA Bisogna ben, che ve muè, s'avè da balar.
MOMOLO Se bala anca?
DOMENICA I dise. Balerala anca ela, sior'Alba?
ALBA Siora sì; no vorla?
DOMENICA Oh! via, me consolo.
MARTA (La gh'ha tanto mal ela, quanto che ghe n'ho mi).
MOMOLO Ghe digo ben, che ho visto desuso in teler un drapo, che no ho visto el più belo. Un dessegno de sior Anzoletto, che xè una cossa d'incanto, che no gh'ha invidia a uno dei più beli de Franza.
BASTIAN Cossa serve? I nostri drapi, co se vol, che i riessa, i riesse. Gh'avemo omeni, che xè capaci; gh'avemo sede; gh'avemo colori; gh'avemo tutto.
LAZARO Cossa disèu, sior Bastian, de quei drapi, che st'anno xè vegnui fora dai mii teleri?
BASTIAN Stupendi: i me li ha magnai da le man. V'arecordeu quel raso con quei finti màrtori? Tutti lo credeva de Franza. I voleva fina scometter; ma per grazia del Cielo, roba forestiera in te la mia bottega no ghe ne vien.
LAZARO I me fa da rider! Che i ordena, e che i paga, e i vederà, se savemo far.
ALBA (butta via lo scaldapiedi e il tabarrin)
DOMENICA Coss'è?
MARTA Cossa gh'àla?
ALBA Me vien una fumana.
MOMOLO Com'èla? Saldi, sior'Alba; saldi, sior'Alba.
ALBA Eh! andè via de qua; no me rompè la testa.
MOMOLO Me cavo: fogo in camin; me cavo.
ALBA Son tutta in t'un'acqua.
DOMENICA Vorla despogiarse?
ALBA Siora no.
MARTA Vorla, che ghe metta un fazzoleto in te le spalle?
ALBA Oh! giusto.
LAZARO Voleu gnente, fia?
ALBA No voggio gnente.
LAZARO Voleu, che andemo a casa?
ALBA La me favorissa el mio tabarin.
DOMENICA La toga.
LAZARO Andémo; le compatissa.
ALBA Se la me dà licenza, voggio andar dessuso a véder sto drapo. (a Domenica)
DOMENICA Ghe xè passà?
ALBA Me xè passà. Sior Momolo, la favorissa.
MOMOLO La comandi.
ALBA El me compagna dessuso.
MOMOLO Volentiera.
LAZARO Ve compagnerò mi. (ad Alba)
MOMOLO Fermève. (a Lazaro) So qua a servirla. Benedeta la mia parona! Saldi, sior'Alba.
ALBA Coss'è sto saldi?
MOMOLO Gnente. Saldi. Perché son debole de zonture.(parte con Alba)

SCENA DODICESIMA

DOMENICA, MARTA, BASTIAN e LAZARO
BASTIAN (Se vede, che tutto el so mal la lo gh'ha in te la testa).
DOMENICA Via, che i vaga anca lori.
BASTIAN Eh! mi l'ho visto; so, che drapo, ch'el xè.
DOMENICA Che i vaga; che i vaga a trovar sior padre.
BASTIAN Coss'è? Vorle restar sole?
DOMENICA Sior sì; volemo restar sole.
LAZARO Andemo, sior Bastian. Se savessi! gh'ho sempre paura, che a mia muggier no ghe vegna mal!
BASTIAN Gh'avè una gran pazzenzia, compare!
LAZARO Cossa voleu far? La xè mia muggier.
BASTIAN Voleu, che mi v'insegna a varirla?
LAZARO Come?
BASTIAN Se ghe dise: Àstu mal? sta in casa. Anca sì, che ghe passa el dolor de stomego?
LAZARO No son bon; no gh'ho cuor; no me basta l'anemo. (parte)
BASTIAN To danno; gòditela donca, che bon pro te fazza. (parte)

SCENA TREDICESIMA

DOMENICA e MARTA
DOMENICA Manco mal, che semo un pocheto sole. Gh'ho voggia de parlar con ela.
MARTA Son qua, siora Domenica; cossa gh'àla da comandarme?
DOMENICA La diga: cossa intendévelo de dir sior Bastian, col parlava de sior Anzoletto?
MARTA Mi no so in verità.
DOMENICA Eh! via, cara ela. La gh'ha pur dito, ch'el tasa.
MARTA Ghe dirò, co la vol, che ghe diga la verità: ne xè stà dito, che sior Anzoleto gh'ha de la stima per ela; e che anca ela no lo vede mal volentiera.
DOMENICA Ghe xè mal per questo?
MARTA Gnente; anzi in verità dasseno, ho dito co mio mario; el sarave un negozio a proposito per tutti do.
DOMENICA Anca mi, per parlarghe col cuor in man, ghe dirò, che sior Anzoletto, co l'occasion, ch'el vien qua da sior padre a portar i dessegni...
MARTA Via. Cossa serve? Nualtri marcanti gh'avemo bisogno de' testori; i testori ha bisogno del dessegnador...
DOMENICA Siora sì. Co l'occasion, che 'l vien qua...
MARTA Ho capio; i xè zoveni tutti do...
DOMENICA Ma gnente, sàla? No averemo dito trenta parole.
MARTA Via!
DOMENICA El m'ha domandà, se gh'ho morosi.
MARTA Bon!
DOMENICA El m'ha tratto un moto, se ghe tenderave.
MARTA Gh'àla dito de sì?
DOMENICA Mai.
MARTA Mo per cossa?
DOMENICA Oh! la vede ben. (con modestia)
MARTA No so cossa dir.
DOMENICA La mistra Polonia, la tiraoro, la conóssela?
MARTA La conosso.
DOMENICA Ela, védela, ela m'ha dito qualcossa.
MARTA E ela gh'àla fatto dir gnente?
DOMENICA Gnente. S'avemo scritto una polizeta.
MARTA Sì ben, sì ben. La gh'àla sta polizeta?
DOMENICA Siora sì. La vorla véder?
MARTA Magari!
DOMENICA Adesso ghe la mostro.(si guarda in tasca)
MARTA (Eh, sì ben. Trenta parole, e una polizeta xè quel, che basta).
DOMENICA Oh! xè qua la mistra Polonia. (ripone la carta)
MARTA Gh'àla suggizion?
DOMENICA No vorave, che la disesse... Ghe la mostrerò un'altra volta.

SCENA QUATTORDICESIMA

POLONIA col zendale sulle spalle, e dette
POLONIA Patrone riverite.
DOMENICA Siora Polonia!
MARTA Patrona, siora Polonia.
DOMENICA Sola sè?
POLONIA M'ho fato compagnar da un zovene.
DOMENICA Coss'è, che me parè scalmanada?
POLONIA Gnente, gnente. La lassa, che me cava el zendà.
DOMENICA Saveu, chi ghe xè dessuso?
POLONIA Chi?
DOMENICA Sior Momolo.
POLONIA El manganer?
DOMENICA Siora sì dasseno.
POLONIA Uh! sìelo malignazo anca elo. Asti omeni no gh'è da creder; no gh'è da fidarse: i xè tutti compagni.
DOMENICA Disè: cossa xè stà?
POLONIA La lassa, che me cava el zendà.(va a porre il zendale sul tavolino)
MARTA Bisogna, che ghe sia nato qualcossa.
DOMENICA Sentiremo. Son curiosa anca mi.
POLONIA Gh'ho da parlar. (a Domenica)
DOMENICA A mi?
POLONIA A ela.
DOMENICA De cossa?
POLONIA De un no so che.
DOMENICA Parlè, parlè liberamente. De siora Marta (la xè tanto bona) mi no gh'ho suggizion.
MARTA Se le vol parlar in secreto, le se comoda pur.
DOMENICA Oh! giusto. Cossa gh'è? (a Polonia)
POLONIA Gh'ho da parlar dell'amigo.
DOMENICA De sior Anzoletto?
POLONIA Giusto de elo.
DOMENICA Mo via, parlè.
POLONIA Sàla gnente, siora Marta? (a Domenica)
DOMENICA Parlè, ve digo; no abbiè suggizion.
MARTA Per so grazia, la m'ha dito qualcossa.
POLONIA Co l'è cussì donca, ghe conterò una bella novità.
DOMENICA Che xè mo?
POLONIA Che xè? Che ho savesto de certo, e de seguro, che sior Anzoletto ha avù una lettera da Moscovia; che ghe xè dei testori italiani, che vol, che 'l vaga là a far el dessegnador.
DOMENICA Poveretta mi!
MARTA E elo, cossa dìselo?
POLONIA El va.
MARTA El va?
POLONIA Ma siora sì, lu, che 'l va.
DOMENICA Lo saveu de seguro?
POLONIA Segurissimo.
MARTA Come l'aveu savesto?
POLONIA Che dirò... No vorave, che 'l me sentisse.
DOMENICA Eh! no v'indubitè, che nol ghe xè, no. E chi sa gnanca, se 'l vien.
POLONIA Eh! el vien, el vien; e 'l pol esser poco lontan. Co ho passà el ponte de Canareggio, l'ho visto su la fondamenta in bottega de quel dal tabaco.
DOMENICA Disè, contème. (mortificata)
POLONIA Ghe xè a Venezia una recamadora franzese, che vien da nu a tòr de l'oro per recamar, che la va in Moscovia anca ela, e la m'ha contà tutto, e la m'ha mostrà la lettera, dove che i ghe scrive de sior Anzoletto, e la m'ha anca dito, che la va in Moscovia con elo.
DOMENICA Come! Anca con una donna el va via?
POLONIA Oh! la xè vecchia, sàla? La xè vecchia; la gh'averà più de sessant'anni. La xè madama Gatteau. La conóssela?
DOMENICA Sì, la conosso. Ho parlà con ela; la xè stada anca in casa mia.
MARTA Mo ve digo mo ben la verità, che 'l me despiase assae, ma assae.
DOMENICA Eh! cara ela, la me 'l lassa dir a mi, che me despiase.
MARTA Dasseno me despiase anca a mi; perché in materia de drapi, la sa, che ogni ano ghe vol de le novità; e lu, per dir quel che xè, per la nostra bottega, l'ha sempre trovà qualcossa che ha dà in tel genio all'universal.
POLONIA Zito, zito; el xè qua.
DOMENICA Me vien voggia da darghe una strapazzada...
POLONIA No, cara ela, no la fazza scene. No la diga gnente, che ghe l'abia dito mi.
DOMENICA Taserò fin che poderò.
MARTA La me lassa parlar a mi. (siedono)
POLONIA La prego de no me minzonar, per amor de quella vecchia recamadora; che se la savesse, che raccola, che la xè!

SCENA QUINDICESIMA

ANZOLETTO e dette; poi COSMO
ANZOLETTO Patrone mie riverite.
MARTA Patron.
DOMENICA (E co allegro, che 'l xè!)
ANZOLETTO Son qua anca mi a recever le grazie de siora Domenica, e de sior Zamaria.
DOMENICA Le mie no, la veda. Mi no despenso grazie a nissun.
POLONIA (Xè impossibile, che la tasa).
ANZOLETTO Cossa gh'àla, siora Domenica?
DOMENICA Me dol la testa.
ANZOLETTO Me despiase ben.
MARTA La mastega del reobarbaro, che 'l ghe farà ben. La manda alla spezieria; la procura de farse dar de quel de Moscovia. (a Domenica, con caricatura)
ANZOLETTO De Moscovia?
MARTA Sior sì. No xè vero, che 'l meggio reobarbaro xè de quelo, che vien de Moscovia?
ANZOLETTO Mi no so. Mi no me n'intendo.
POLONIA Che bon tabaco àlo tolto, sior Anzoleto?
ANZOLETTO Padoan. M'àla visto a comprarlo?
POLONIA Sior sì. Che 'l me ne daga una presa.
ANZOLETTO M'ha parso anca a mi de véderla a trapassar. (dà il tabacco ecc.)
POLONIA (Me pento adesso de aver parlà).
ANZOLETTO Comàndela? (offre tabacco a Domenica)
DOMENICA Grazie. No ghe ne togo. (con disprezzo)
ANZOLETTO Pazzenzia. E ela, comàndela? (a Marta)
MARTA Ch'el diga: ghe n'àlo comprà assae de sto tabaco? (prendendo tabacco)
ANZOLETTO No la vede? Mez'onza.
MARTA Credeva, che 'l ghe n'avesse comprà do, o tre lire.
ANZOLETTO Perché tanto?
MARTA Credeva, che 'l s'avesse fatto la provision per el viazo.
ANZOLETTO Per el viazo?
POLONIA Che 'l diga, sior Anzoleto...
ANZOLETTO La prego: de che viazo pàrlela? (a Marta)
MARTA Eh! gnente; ho falà. Diseva de quel de la recamadora franzese.
POLONIA (Porla tàser, in so tanta malora?)
ANZOLETTO Siora, capisso benissimo...
DOMENICA Eh! via, cara siora Marta, la tasa. I omeni xè paroni de la so libertà. Vorlo andar? che 'l vaga.
ANZOLETTO La me permetta...
MARTA Ben, che 'l vaga. Nissun ghe lo pol impedir. Ma perché no dirlo almanco?
ANZOLETTO La prego...
DOMENICA Oh! questo po sì. Sperava anca mi, che 'l gh'avesse almanco tanta proprietà de farme sta confidenza.
ANZOLETTO Perméttele?...
MARTA Bisogna véder...
DOMENICA La lassa, ch'el parla.
MARTA Che 'l diga pur.
POLONIA (Podeva pur anca mi aspettar a doman).
ANZOLETTO Ghe dirò. Xè vero, che ho una lettera de Moscovia, che là i me chiama a esercitarme in tel mio mestier. Xè vero, che la proposizion me convien; xè vero anca, che l'ho accettada. Ma xè vero altresì...
MARTA Belo quel "altresì"; el scomenza a parlar forestier.
ANZOLETTO Tutto quelo, che la comanda. Parlerò venezian. Ma xè anca vero, che ancuo solamente ho risolto; e che prima de adesso no ghe lo podeva comunicar.
MARTA Tutte chiaccole, che no val un bezzo.
DOMENICA Basta. Se per elo ha da esser ben, me consolo.
ANZOLETTO No so cossa dir. Sarà quel, che piaserà al Cielo.
MARTA Sentì, fio caro; lassemo le burle da banda. Mi vorave, che fessi del ben. Ma finalmente, qua sè ben visto; e in Moscovia, no savè come che la ve possa andar.
POLONIA De dia! No digo, che sior Anzoleto sia un cativo dessegnador. Ma che ghe sia in Moscovia sta carestia de dessegnadori, che i abbia de grazia de vegnirghene a cercar uno a Venezia?
ANZOLETTO Ghe dirò, patrona...
COSMO Sior Anzoletto, che 'l vegna dessù dal patron, che 'l ghe vol parlar.
ANZOLETTO Vegno. Andè; disèghe, che vegno subito. (a Cosmo, che parte) Ghe dirò, se le me permette. Xè un pezzo, che i dessegni de sto paese piase, e incontra per tutto. Sia merito dei dessegnadori, o sia merito dei testori, i nostri drapi ha chiapà concetto. Xè andà via dei laoranti, e i xè stai ben accolti. Se gh'ha mandà dei dessegni, i ha avù del compatimento; ma no basta gnancora. Se vol provar, se una man italiana, dessegnando sul fatto, sul gusto dei Moscoviti, possa formar un misto, capace de piaser a le do nazion. La cossa no xè facile, ma no la xè gnanca impussibile. El mal grando xè questo, che i ha falà in te la scielta, che mi son l'infimo dessegnador, e che 'l progetto bellissimo xè in pericolo per causa mia. Ciò non ostante ho risolto d'andar. Chi sa? Son stà compatìo, senza merito, al mio paese; posso aver sta fortuna anca via de qua. Farò el mio dover. De questo me comprometto; l'ho sempre fatto, e procurerò sempre de farlo; e se la mia insuficienza no permetterà che sia applaudido in Moscovia le mie operazion; almanco cercherò d'imparar; tornerò qua con delle nove cognizion, con dei novi lumi, e provederò i mii testori, e servirò la mia patria, che ha sempre avudo per mi tanta clemenza e tanta benignità.(parte)

SCENA SEDICESIMA

DOMENICA, MARTA e POLONIA
MARTA Respondèghe, se ve basta l'anemo.
DOMENICA El xè andà via, perché no ghe responda; ma ghe ne dirò tante, che spero, che no l'anderà.
POLONIA Vorla, che ghe insegna, mi cossa che l'ha da far? La parla con quela vecchia recamadora; altri che ela no poderave trovar la strada de farlo restar.
DOMENICA Ghe parleria volentiera; ma la parla tanto poco italian, che stento a intenderla, che mai più.
POLONIA Se stenta, ma se capisse. La fazza a mio modo, la parla con madama Gatteau.
DOMENICA Come poderàvio far a parlarghe?
POLONIA Oe! la sta qua ai "do Ponti". Vago a véder, se de là ghe xè el putto, che m'ha compagnà; e se no, ghel digo a un dei so zoveni, e la mando a chiamar. Poverazza! la me fa peccà. I ghe dà speranza, e po, tolè suso. Omeni! Omeni! Son squasi in tel caso anca mi. Se la savesse! Basta, no digo altro. E po i dise de nu. Uh! che gh'avemo un cuor nu, che no fazzo per dir, ma semo proprio da imbalsamar.(parte)

SCENA DICIASSETTESIMA

MARTA e DOMENICA
MARTA Siora Domenica, cossa gh'àla intenzion de far?
DOMENICA No so gnanca mi.
MARTA Ma pur?
DOMENICA Vorla, che andémo dessuso anca nu?
MARTA Quel che la comanda.
DOMENICA La resta servida, che adessadesso vegno anca mi.
MARTA Vorla restar qua?
DOMENICA Un pochetto. Se la me permette?
MARTA La se comoda. (Ho capio; la se vol conseggiar da so posta. Che la varda de no far pezo. Ho sempre sentio a dir, che amor xè orbo; e chi se lassa menar da un orbo, va a pericolo de cascar in t'un fosso). (parte)

SCENA DICIOTTESIMA

DOMENICA sola
DOMENICA No so quala far. No voria, che l'andasse; ma no vorave gnanca esser causa mi, che 'l perdesse la so fortuna. Certo, za che se vede, che sta recamadora gh'ha corrispondenza in Moscovia, se poderia farghe parlar per qualchedun, e obligarla a scriver de là, che nol sa, che no l'è bon, che ghe n'è de meggio... E mi, che a Anzoleto ghe voggio ben; mi saria capace de farghe perder el so conceto? No, no sarà mai vero. Che 'l vaga, se l'ha d'andar; patirò, me despiaserà; ma pazzenzia. No faria sto torto né a lu, né a nissun, se credesse de deventar principessa. No, no certo; patir, crepar; ma rassegnarse al Cielo, e perder tutto, più tosto che far una mala azion. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

ZAMARIA e ANZOLETTO
ZAMARIA Vegnì qua mo, sior Anzoleto.
ANZOLETTO Son qua a servirla, sior Zamaria.
ZAMARIA Com'èla, compare? Xè vero quel, che i dise? Xèla la verità, che andè via?
ANZOLETTO Sior sì, xè verissimo. Son chiamà in Moscovia.
ZAMARIA Seu mo veramente chiamà, o seu vu che ha brogià per andar?
ANZOLETTO V'assicuro, da omo d'onor, che mi a sta cossa no ghe pensava; ve posso mostrar le lettere. Le ha viste i mii patroni, i mii amici; e i fatti mii li sa tutto el mondo. E po, caro sior Zamaria, me crederessi cussì minchion, che, stando ben dove son, dove no me manca da laorar, volesse lassar el certo per l'incerto, e rischiar de precipitarme? Considerè un'altra cossa. I me paga i viazi. Co se cerca, co se prega, co se fa brogio, ve par a vu, che se possa sperar i viazi d'andar, e tornar?
ZAMARIA Fè conto de tornar donca.
ANZOLETTO Se el Cielo me lassa in vita, lo spero, lo desidero, e lo farò.
ZAMARIA No so cossa dir; andè che 'l Cielo ve benediga. Me despiase, che fin che stè via, no gh'averemo dei vostri dessegni.
ANZOLETTO E per questo? Manca in sto paese dei ottimi dessegnadori? Venezia no xè scarsa de bei talenti. In tutte le arte, in tutte le scienze la xè stada sempre felice; e adesso più che mai in ste lagune fiorisse i bei spiriti, e 'l bon gusto, e le novità. Per mi ho fatto troppo. Son stà più sofferto de quel, che merito.
ZAMARIA Mi no so gnente. Savè, che nualtri testori no semo boni da altro, che da eseguir; e no tocca a nu a giudicar. Ma gièrimo usai con vu. I mii teleri principalmente i giera provisti da vu, e la nostra roba incontrava, e i nostri aventori giera contenti.
ANZOLETTO Caro sior Zamaria, vu parlè con tropa bontà. De cento, e più dessegni, che ho fatto, qualchedun ghe n'è andà mal, e qualche volta avè butà la seda, l'oro, e l'arzento per causa mia.
ZAMARIA Mi no digo cussì. So, che i mii drapi laorai sui vostri dessegni, se no i ho smaltii a Venezia, i ho smaltii in terraferma; e se in qualcun ho descapità, m'ho reffatto sora la brocca con quelli, che xè andai ben.
ANZOLETTO Sièu benedeto! Vu sè un omo onesto. Vu sè un omo da ben. Ma ghe xè dei altri testori, che no parla cussì.
ZAMARIA Vegnì qua, sentì. No poderessi, fin che stè via, mandarme dei dessegni da dove che sè?
ANZOLETTO Perché no? Se ve compiasessi de comandarme, e se ve fidessi de mi, ve servirave con tutto el cuor.
ZAMARIA Sior sì; mandèghene, e non ve dubitè.
ANZOLETTO Ghe ne manderò.
ZAMARIA V'impegneu?
ANZOLETTO M'impegno.
ZAMARIA Me prometteu?
ANZOLETTO Ve prometto.
ZAMARIA Vardè ben, che su la vostra parola torò l'impegno coi mii aventori.
ANZOLETTO Gh'ho tanto respetto, e tante obligazion coi aventori de sta bottega, che sarave un ingrato, se trascurasse de corisponder a le finezze, che i m'ha praticà. Se vu disè dasseno; se volè, se ve preme, anca mi v'assicuro, no mancherò.
ZAMARIA Bravo, son contento; me fido de vu. No parlemo altro. Devertìmose, godémose in bona pase. Oe, zente, dove seu? Animo, vegnì de qua.

SCENA SECONDA

Tutti
MOMOLO Son qua, paron, comandè.
ZAMARIA E vu prima de tutti.
MOMOLO Son qua mi; capo de ballo mi.
ZAMARIA Adesso no se bala. Se balerà dopo cena. Che ora xè?
MOMOLO No so; ho lassà el reloggio dal reloggier.
MARTA Xè tre ore, sior Zamaria.
MARTA Tre, e do cinque. A cinqu'ore anderemo a cena. Via intanto, che i fazza qualcossa, che i se deverta. Presto, carte, luse, taolini.
DOMENICA (Gh'ho altra voggia mi, che zogar).
ZAMARIA Zoghemo a un zogo, che zoga tutti.
ALBA Per mi, che i me lassa fora.
ZAMARIA Siora no; l'ha da zogar anca ela. (ad Alba)
ALBA Mi no so zogar.
LAZARO Eh! sì, cara fia, che savè zogar. (ad Alba)
ALBA No so, me stuffo, vago via co la testa; fazzo dei spropositi, e i cria, e mi co i cria, butto le carte in tola.
MARTA Oh! via, a cossa se zoga? (a Domenica)
DOMENICA A quel, che i comanda lori. Mi za no zogo.
MARTA Gnanca ela no zoga? Oh! bella. Donca lassemo star de zogar. (Ho capio; el reobarbaro gh'ha fatto mal).
ZAMARIA Oe, Domenica, xèstu matta? Coss'è ste scene?
DOMENICA Via, via; per no desgustar la compagnia, zogherò anca mi.
MARTA A cossa podémio zogar?
MOMOLO La se ferma. Mi gh'ho in scarsela la facoltà de cinquanta soldi; se le vol, che li taggia, le servo.
ZAMARIA No, compare, in casa mia no se zoga a la basseta.
BASTIAN Zoghemo al mecante in fiera.
MARTA Sior no, sior no. Mi me piase zogar co le carte in man.
ZAMARIA Dixè vu, compare Lazaro. Trovè un zogo, che piasa anca a vostra muggier.
ALBA Mo se mi no zogo.
ZAMARIA Mo se mi vòi, che la zoga.
LAZARO Zoghemo a barba Valerio.
POLONIA Oh! che zogo sempio che 'l trova fora. Più tosto po a la tondina.
MARTA Ih! un zogo, che no fenisse mai. Vorli, che diga mi?
ZAMARIA Sì, la diga ela.
MARTA Zoghemo a la meneghela.
ZAMARIA Sì, per diana. A la meneghela.
MARTA In quanti sémio? Chi zoga?
MOMOLO Mi, per no me perder.
ALBA Mi no seguro.
ZAMARIA Giusto mo vu, comare, avè da zogar per la prima. Zogherè con mi.
ALBA Mo se mi no so.
MARTA E elo, sior Zamaria, ghe ne sàlo?
ZAMARIA Mi sarà vint'ani che no ho zogà.
MARTA Bisogna compagnar un che sa, e un che no sa. Via, la fazza ela, siora Domenica; la unissa ela i zogadori; da brava.
DOMENICA Mi no so, no gh'ho pratica; la fazza ela.
MARTA Vorla, che fazza mi?
DOMENICA Sì, la me fa finezza.
MARTA Sior'Alba...
ALBA La me metta con uno, che ghe ne sappia, perché, prima mi no ghe ne so, e po me diol la testa, che la me va in pezzi.
MARTA La zogherà con mio mario, che 'l xè bravo.
BASTIAN (Cospetto! M'àla fatto un bel regalo mia muggier!)
MARTA Sior Momolo zogherà co siora Eleneta.
ELENETTA Siora?
MARTA La zogherà co sior Momolo.
ELENETTA Mi no, la veda.
MOMOLO La me refuda
MARTA Via, via, ho inteso. La zogherà co so mario.
MOMOLO La se ferma. Son qua; chi me vol? Son reffudà. I bocconi reffudai xè meggio dei altri.
MARTA Vu zogherè con siora Polonia.
POLONIA No lo voggio.
MOMOLO Chi no me vol, no me merita.
POLONIA Varè, che fusto!
MARTA Via, via, destrighémose, che vien tardi. L'è dita. Siora Polonia, e sior Momolo. Mi zogherò co sior Lazaro, e siora Domenica co sior Anzoleto.
ANZOLETTO (Sì ben; sto incontro lo desiderava). (si accosta)
DOMENICA No, cara siora Marta, mi la me lassa fora.
ZAMARIA Coss'è? Farastu anca ti de le putelae?
DOMENICA Mi ho da tender de là.
ZAMARIA Ghe tenderò mi.
MARTA Aponto. Nol gh'ha compagno, sior Zamaria?
ZAMARIA Mi no m'importa; che i zoghi loro. Za mi no so, e po anca ghe vedo poco. Animo, la taolada xè fatta. Putti, portè de qua quela tola longa, e delle carieghe. Portè un mazzo de carte, e un piatelo.(i giovani portano tutto) Gh'àli soldoni? Gh'àli bisogno de soldoni?
AGUSTIN (Sior santolo, caro elo, el me impresta un da vinti).
ZAMARIA (Coss'è, fiozzo? No gh'avè bezzi?)
AGUSTIN (Sior no; mia muggier no voi, che porta bezzi in scarsella).
ZAMARIA Oe, fiozza. (ad Elena)
ELENETTA Sior. (a Zamaria)
ZAMARIA (Che diavolo de vergogna! Gnanca vinti soldi in scarsella no volè, che gh'abbia vostro mario?) (ad Elena)
ELENETTA (Eh! caro sior; coi omeni gh'ha dei bezzi in scarsela, no se sa, che occasion, che ghe possa vegnir). (a Zamaria)
ZAMARIA (Da una banda no la gh'ha gnanca torto. Digo ben, che xè assae, che Agustin ghe staga). (Tolè, fiozzo, queste xè tre lire).
AGUSTIN (Cossa vorlo, che fazza de tanti bezzi?)
ZAMARIA (Podè perder anca de più).
AGUSTIN (Oh! mi no perdo più de un da vinti).
MARTA Animo, patroni. Tutti ai so posti.
(Si dispongono tutti a sedere. Domenica in principio della tavola; poi Anzoletto, poi Marta, poi Lazaro, poi Alba, poi Bastian, poi Elena, poi Agostino, poi Polonia, poi Momolo)
ANZOLETTO (Gh'ho ben piacer de aver l'onor de zogar con ela. La fortuna m'ha volesto beneficar). (a Domenica)
DOMENICA (Eh! via, caro sior, ch'el vaga a burlar in qualche altro logo). (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (La me permetta, che me possa giustificar).
DOMENICA (Zitto, zitto; za che mio padre no ha savesto gnente fin adesso, no voggio, che 'l se n'incorza, e che 'l m'abbia da criar senza sugo).(siedono ai loro posti)
MARTA Mettemo suso do soldi per omo. Semo in diese; do fia diese vinti. La prima carta tira sette. La segonda sie, perché se lassa el soldo dell'invido; e in ultima resta sette. (tutti pongono il loro soldo nel tondino)
ANZOLETTO (Ghe vòi più ben de quelo, che la se imagina).(a Domenica)
DOMENICA (Eh! caro sior, s'el me volesse ben, no l'anderave in Moscovia).(ad Anzoletto)
ANZOLETTO (Ma la prego de considerar...)
DOMENICA (Zitto, zitto, ch'el tasa).
POLONIA La diga, siora Domenica. M'imagino, che faremo l'invido ligà.
DOMENICA Per mi, quel, che la comanda.
POLONIA Che no se passa un traero.
MARTA Oh! per un traero no se pol far cazzade! Cossa dìsela ela?
ALBA Che i fazza pur quel, che i vol. (a Marta) Me casca i occhi da sonno.(a Bastian)
BASTIAN (Stago fresco! M'ha toccà una bona compagna).
MARTA (dando le carte per veder a chi tocca) Mi diria, che se podesse invidar almanco do traeri.
AGUSTIN Mi no voggio che se invida più de do soldi.
MARTA Tanto fa, che lassemo star.
ZAMARIA Via, fiozzo, no siè cussì spilorza. Co se ghe xè, se ghe sta.
ELENETTA Ben; co avemo perso un da vinti, no zoghemo altro.
ZAMARIA Gh'aveu paura? Zoghè per mi.
ELENETTA Eh! sior no; zogheremo per nu.
MARTA Oh! tocca a far le carte a siora Polonia. (passano il mazzo a Polonia)
ZAMARIA (va girando dietro le sedie, e guarda coll'occhialetto)
MOMOLO Vorla, che le fazza mi per ela? (a Polonia)
POLONIA Eh! sior no, le so far anca mi. (a Momolo) Se fa lissìa? (mescolando le carte)
MARTA Siora sì. No vorla?
ZAMARIA Via, da bravi, e fè de le bele cazzade.
BASTIAN Sior'Alba gh'ha sonno. La me darà licenza, che parla qualche volta con ela.(a Elena)
ELENETTA (Eh! sior no; che 'l tenda a la so compagna). (a Bastian)
BASTIAN (Mo via, no la sia cussì cattiva). (a Elena)
AGUSTIN (Cossa te dìselo?) (a Elena)
ELENETTA (Se ti savessi! el me fa una rabia!...) (a Agostino)
AGUSTIN (Vien qua da mi, che mi vegnirò là). (Agostino ed Elena si mutano di posto)
BASTIAN (Mo che razza de zente).
ZAMARIA Coss'è? Coss'è ste muanze? (ad Agostino e ad Elena)
AGUSTIN Oh! védelo? Mi bisogna, che regola el zogo; de là no podeva, e qua son a bona man.
MARTA (Mo che scempiezzi!)
ZAMARIA Putto, fè a modo mio. Stè a casa, no andè in nissun logo, perché al tempo d'ancuo, i ve tacherà i moccoli drio. (ad Agostino, e parte)

SCENA TERZA

Tutti, fuori di ZAMARIA
POLONIA Alzè.
MOMOLO Se almanco alzasse la meneghela. (alzando)Dèmele bone, che son bon anca mi. (a Polonia)
POLONIA (Sì, sì, sior baron). (dando fuori le carte, che si fanno passare di mano in mano)
MOMOLO (Mo via, che sè la mia cara colona). (a Polonia)
POLONIA (No ve credo una maledetta). (a Momolo)
MOMOLO (Mettème a la prova, e vederè, se digo la verità). (a Polonia)
POLONIA (Ben, ben. Vederemo). (a Momolo, facendo lissìa)
ELENETTA Mo che carte, che la n'ha dà; se pol far pezo?
DOMENICA (Mi no gh'ho gnente; tanto fa, che le butta a monte).(ad Anzoletto)
ANZOLETTO (No, no; la tegna le carte in man. Vardando le carte, se pol dir qualche paroleta).(a Domenica)
DOMENICA (Cossa serve parlar? Le xè parole buttade via). (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (Me preme de dirghe le mie rason). (a Domenica)
ELENETTA El re de bastoni. (giuocando) Buttè zo quela. (ad Agostino)
AGUSTIN Sior no; questa.
ELENETTA E mi voggio questa. (leva una carte delle tre di Agostino e la butta in tavola)
BASTIAN (dà giù la sua carta) Via, la responda. (ad Alba)
ALBA Cossa òggio da responder?
BASTIAN No la vede? Bastoni.
ALBA Quala òggio da dar?
BASTIAN Mo via. L'asso. (le fa dar giù l'asso di bastoni)
ELENETTA Sia malignazo! Subito l'asso. (tutti gettano la loro carta in tavola)
MARTA (Che 'l tegna su le so carte. Vorlo, che i ghe veda la meneghela?) (a Lazaro, piano)
LAZARO (Eh no gh'è pericolo, che nissun me la veda). (piano a Maria)
BASTIAN Via, la zoga.
ALBA Cossa òi da zogar? (ad Alba)
BASTIAN Quel fante.
ALBA Qual fante?
BASTIAN Mo quelo, quelo. No la ghe vede? (con impazienza)
ALBA Mi deboto buto le carte in tola.
BASTIAN Mo no la vaga in colera. El fante de danari. (giuocando la carta di sior'Alba)
LAZARO Ve sentìu gnente? (ad Alba, giuocando, e si lascia veder le carte)
ALBA Gnente. (a Lazaro) (Oe, mio mario gh'ha la meneghela). (piano a Bastian, ridendo)
MARTA Vorlo tegnir su le so carte? (a Lazaro)
POLONIA Coss'è, patroni, gh'àli la meneghela? (a Marta e a Lazaro)
MARTA Eh! gh'avemo dei totani.(rispondendo per sé e per Lazaro)
ANZOLETTO Danari no ghe n'avemo.(rispondendo)
DOMENICA (Sti maledetti danari xè queli, che lo fa andar via). (ad Anzoletto, rispondendo colla carta)
ANZOLETTO (No solamente i danari, ma anca un pocheto de onor). (a Domenica)
MOMOLO El cavalo, saràvelo bon? (giuocando)
ELENETTA Sior no; gh'avemo el re. (giuocando)
BASTIAN E mi l'asso.
ELENETTA Sì! i gh'ha tutti i assi del mondo.
BASTIAN Tiremo tredese soldi; e quel soldo chi vol véder la mia carta. (tira i soldi dal piatto)
MARTA Nualtri un soldeto per omo. (mettono due soldi in piatto)
ANZOLETTO Nu no volemo gnente.
MOMOLO Un soldeto mi.
POLONIA Eh! no, caro vu, che i gh'ha la meneghela.(a Momolo)
MOMOLO Vedémola.
POLONIA Mi no voggio.
MOMOLO Co no volè, sè parona. Co una donna dise no voggio, me rendo subito.
MARTA Gh'è altri, che voggia gnente?
AGUSTIN Mi un soldo.
ELENETTA Sior no.
AGUSTIN Un soldo!
ELENETTA Sparagnémolo.
MARTA E lori, vorli gnente? (a Bastian e ad Alba)
BASTIAN Gnente a sto mondo.
MARTA Vostro danno. Vedeu? V'avè fatto cognosser che la gh'avè. (a Lazaro, tirando il piatto)
LAZARO Mi? Come? (tutti mettono di nuovo i loro due soldi nel tondo, fuori di Domenica e Anzoletto, perché parlano e non badano)
MARTA Eh! sì, sì, careto; no stè ben a rente vostra muggier.
ALBA Poverazzo! el xè de bon cuor mio mario.(ridendo)
MARTA Tocca a far le carte a sior'Elenetta. (dà le carte ad Elena) Via, chi manca a metter su?
ANZOLETTO Mancheremo nualtri. (prende i quattro soldi)
MARTA (Mo i compatisso, poverazzi!)
ANZOLETTO (Se la savesse, quanto che me despiase).(a Domenica)
DOMENICA (De cossa?)
ANZOLETTO (De doverla lassar). (mettendo i soldi nel piatto)
DOMENICA (Busiaro!) (ad Anzoletto)
ELENETTA Che la leva. (a Polonia, dandole le carte perché alzi)
MARTA (Siora Domenica, come vàla?) (a Domenica)
DOMENICA (Qua no se sente altro, che de le busie). (a Marta)
MARTA (Se sè un putto civil, tratè almanco con sincerità). (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (Per farghe véder, che no son busiaro, ghe farà una proposizion). (a Domenica, che senta anche Marta)
DOMENICA (Che xè?)
ANZOLETTO (Vorla vegnir in Moscovia con mi?) (come sopra)
MARTA (Sì ben, che l'accetta. Nol dise mal). (a Domenica)
DOMENICA (Come?) (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (Col consenso de so sior padre). (come sopra)
MARTA (Se gh'intende). (a Domenica)
DOMENICA (Sposai?) (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (No vorla?) (come sopra)
MARTA (Bravo, bravo dasseno). (ad Anzoletto, rimettendosi al giuoco)
AGUSTIN Spade, che la vegna. (giuocando)
DOMENICA Spade? Chi zoga spade? (con allegria)
AGUSTIN Mi; el cinque de spade.
DOMENICA E mi el cavalo. (allegra butta giù la carta)
MARTA L'aspetta, che no tocca a ela. (a Domenica) (Adesso la se confonde per l'allegrezza). Via a lori. (a Bastian e ad Alba)
BASTIAN El re. (dando giù la carta) A ela, la responda. (ad Alba)
ALBA Son stuffa. (rispondendo con disprezzo)
BASTIAN (Anca mi).
MARTA Mi ghe metto l'asso; ma ghe scometto, che vien fora la meneghella. (dà giù la carta)
DOMENICA Via, che 'l responda. (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (Me preme, che la me responda ela). (a Domenica, giuocando)
DOMENICA (Ghe responderò). (ad Anzoletto)
ELENETTA Presto, che i se destriga. (a Momolo e Polonia)
POLONIA Cossa serve? (risponde)
MOMOLO Vienla? (ad Elena, rispondendo)
ELENETTA Vèla qua. (dà giù la meneghella con allegrezza)
MOMOLO Cara culìa!
AGUSTIN Che i la paga. (con allegria)
MARTA Xèla sforzada?
ELENETTA Siora sì. (raccoglie i soldi) Tirè sette soldi. (ad Agostino che li tira dal piatto) Coppe, el sette. (giuoca)
AGUSTIN El re. (giuoca)
BASTIAN No tiremo mai. (giuoca)
ALBA Me vien l'accidia. (giuoca, e si tocca la testa)
MARTA No ghe n'ho coppe. (giuoca) Via el traga zo quel baston. (a Lazaro)
DOMENICA (Se mio padre volesse...) (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (Se podemo provar). (a Domenica)
MARTA Via, che i responda. (a Domenica e ad Anzoletto)
DOMENICA Cossa zógheli?
MARTA Coppe.
DOMENICA Cossa gh'è de coppe?
ELENETTA El re. No la vede?
DOMENICA Ghe n'avémio nu coppe? Ah! sì, l'asso. (giuoca, e poi parla piano ad Anzoletto)
ELENETTA Malignazzo! e tanto la sta?
MARTA (Mi la compatisso).
MOMOLO Bon pro ve fazza, compare Anzoleto. (forte ad Anzoletto)
ANZOLETTO De cossa?
MOMOLO Eh! gnente; de quel asso de coppe, che avè zogà.
DOMENICA Xela nostra?
POLONIA No vorla? El xè l'asso, e xè zoso la meneghela.
DOMENICA La meneghela xè zo? Aspettè. Tutti quei bezzi chi vol véder la mia carta.
POLONIA Ih! ih! (meravigliandosi)
ELENETTA Sior no, sior no.
DOMENICA Ben. Chi no vol, vaga via.
POLONIA A monte, a monte. (a Momolo)
MOMOLO Mi mo la vederia volentiera.
POLONIA E mi no.
MOMOLO Ghe scometto, che la xè una bulada in credenza.
POLONIA Voleu véderla? Soddisfève.
MOMOLO Cossa dìsela ela colla so prudenza? (ad Elenetta)
ELENETTA Mi? che 'l fazza el so zogo. (a Momolo, ruvidamente)
MOMOLO Mo via, no la me tratta mal, che son una persona civil.
AGUSTIN La fenìmio, sior Momolo?
MOMOLO Fermève. Quanto àli dito su la so carta?
DOMENICA Sette soldi, seu sordo?
MOMOLO Mora l'avarizia, e crepa la gnagnera: sette soldi. (mette i soldi in piatto)
DOMENICA Che xè altri?
AGUSTIN Ghe semo nu.
MARTA E nu gnente. (getta via le carte)
ELENETTA Oh! figurève, se vòi buttar via sette soldi. Dè qua, dè qua.(prende le carte di Agostino e le butta a monte)
AGUSTIN Mo via, siora, seu patrona vu? (a Elena)
ELENETTA Mi la voggio cussì. (ad Agostino)
AGUSTIN Debotto, debotto...
ELENETTA Coss'è sto debotto?
AGUSTIN Insolente.
ELENETTA Musso.
MOMOLO Le se ferma.
MARTA Mo no fali stomego? (a Lazaro, parlando di Agostino e di Elena)
DOMENICA Via, ghe xè altri?
BASTIAN Vorla, che i mettemo? (ad Alba)
ALBA Cossa?
BASTIAN Sti sette soldi?
ALBA Per mi, che 'l ghe ne metta anca trenta, cossa m'importa?
BASTIAN Mo la zoga molto de gusto! Ecco qua sette soldi. (li mette)
DOMENICA Questo xè el fante de danari. (scopre la carta)
AGUSTIN Vedeu, siora? (ad Elena)
ELENETTA E cussì?
AGUSTIN Col re la m'ha fatto andar via.
ELENETTA Chi se podeva imaginar, che co una strazza de carta la andasse a invidar sette soldi? Se vede, che la gh'ha dei bezzi da buttar via.
DOMENICA Cara siora, se zoga; se fa per tegnir el zogo in viva. No gh'avemo bezzi da buttar via; ma no semo gnanca spilorzi.
MOMOLO La se ferma. Su quel fante altri diese soldetti
BASTIAN Vorla, che ghe tegnimo? (ad Alba)
ALBA A mi el me domanda? Co sto sussuro me va atorno la testa che no ghe vedo.
BASTIAN Son qua mi con diese soldetti.
MOMOLO Cossa dìsela ela? (a Domenica)
DOMENICA Per mi, no vòi altro.
MOMOLO Questo qua xè el lustrissimo sior cavalo.
BASTIAN Altri diese soldetti su quel lustrissimo sior cavalo. (li mette in piatto)
MOMOLO El re xè a monte; la meneghela xè zoso; no gh'è altro, che l'asso. O l'asso, o una cazzada. A Momolo manganer cazzae no se ghe ne fa. Son qua, diese soldi, compare Bastian.
BASTIAN Aspettè; avanti che i mettè suso, voleu, che spartimo?
MOMOLO No, compare, o tutti vostri, o tutti mii. (li mette)
BASTIAN Co l'è cussì, tirèveli.
MOMOLO Grazie. (vuol tirare il piatto)
BASTIAN Fermève. Questo xè l'asso, compare.
MOMOLO Tegnìme la testa, tegnìme la testa.
ELENETTA Védistu? (ad Agostino)
AGUSTIN Ti gh'ha rason. (ad Elena)
BASTIAN Tiremo sto piatelo. (tira il piatto)
ALBA Xèli tutti nostri?
BASTIAN Tutti nostri.
ALBA Tutti nostri?
BASTIAN Tutti nostri.
ALBA Oh! bravo sior Bastian, bravo sior Bastian, bravo sior Bastian. (ridendo)
MARTA Vedeu? Questo xè un bel incontro. Nu de ste fortune no ghe n'avemo. (a Lazaro)
LAZARO Gh'ho gusto, che mia muggier se diverta. Àla sentio, come che l'ha ridesto?
MARTA Vardè, vedè! Fè sbarar i mascoli per sta bela cossa. Oh! via, che i metta suso, patroni. Tocca a far le carte a sior Agustin. (Agostino mescola le carte, e tutti mettono)
DOMENICA (Caro sior Anzoleto, saria troppo felice, se succedesse sta cossa!)
ANZOLETTO (Se sior Zamaria se contenta, mi la gh'ho per fatibile).
DOMENICA Mettemo suso.
ANZOLETTO Son qua mi. (Se la vol, mi ghe parlerò). (a Domenica)
DOMENICA (Magari!)
AGUSTIN Alza, via, da brava, alza la meneghela. (ad Elena)
ELENETTA Vèla qua, vèla qua. (alza la meneghella)
AGUSTIN El piato, el piato. (tira il piatto, e passa le carte a Bastian)
MOMOLO Brava, me consolo con ela. (ad Elena)
POLONIA (Ghe scometto, che so mario ha fatto qualche fufigna per far alzar la meneghela). (a Momolo)
MOMOLO (Sì, ho visto tutto; la meneghela giera fora del mazzo). (a Polonia)
MARTA Animo, patroni. Bisogna tornar a metter suso.
ANZOLETTO (Subito, che s'ha fenio de zogar, mi ghe parlo).
DOMENICA (Se savesse, come far a fenir). (mettono i denari nel tondo)
BASTIAN Via, da bravo, alzèla anca vu. (ad Agostino, dandogli da alzare)
AGUSTIN Eh! sior no. (Basta una volta). (alza)
BASTIAN (dà fuori le carte)

SCENA QUARTA

ZAMARIA e detti
ZAMARIA Come vàla? (a Domenica)
DOMENICA Eh! la va ben.(con allegria)
ZAMARIA Vadagneu? (a Domenica)
DOMENICA Ho speranza de vadagnar. (guardando Anzoletto)
ANZOLETTO Cussì spero anca mi. (guardando Domenica)
ZAMARIA E qua, come vàla? (a Lazaro e Marta)
LAZARO Ben, sior compare.
MARTA Ben disè? Se perdemo.
LAZARO Oe, mia muggier xè de bona voggia.(a Zamaria)
ZAMARIA Sì? Me consolo. Come vàla, siora comare? (ad Alba)
ALBA Oimei; che odor gh'àlo intorno, sior compare?
ZAMARIA Pol esser, che me sapia le man da nosa muschiada.
ALBA Oh! che 'l vaga via, che no posso soffrir sta spuzza.
ZAMARIA Spuzza, ghe disè?
ALBA Che 'l vaga via, che debotto me vien mal.
LAZARO Mo, andè via, caro sior compare. (alzandosi un poco)
ZAMARIA Ih! ih! cossa gh'òggio intorno? El contagio? E qua come xèla? (a Momolo)
MOMOLO Mi son el tipo del delirio. Sfortunà al zogo; sfortunà in amor. Chi me scazza, chi me brontola, chi me cria; all'ultima de le ultime, fazzo conto, che anderò in Moscovia anca mi.
POLONIA Cossa andereu a far in Moscovia?
MOMOLO A impastar el caviaro.
ZAMARIA Oh! che caro matto.(va del bello girando dietro le sedie)
MARTA Oh! via, a chi tocca a zogar?
BASTIAN Aspettè, che fazza la mia lissìa.(fa la scelta delle carte)
DOMENICA (Se 'l savesse! gh'ho una paura, che 'l diga de no mio padre, che tremo).(ad Anzoletto)
ANZOLETTO (Crédela, che a mi nol me la voggia dar?)
DOMENICA (Se 'l stasse a Venezia, no gh'averia nissun dubbio; ma andando via, nol gh'ha altro, che mi; e so che l'ha dito cento volte, che lontana da elo, nol vol assolutamente, che vaga).
ANZOLETTO (Questa la me despiaserave infinitamente).
ZAMARIA (arriva sopra la sedia di Domenica, senza ch'ella se ne accorga)
DOMENICA (E per questo s'avemio da abandonar?) (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (Mi no me perdo de coragio cussì per poco). (a Domenica)
ZAMARIA (Che interessi gh'àli sti siori?)
BASTIAN Via, che la zoga quel asso. (ad Alba)
ALBA L'asso de coppe. (giuocando)
DOMENICA Oh! qua el xè? (a Zamaria scoprendolo, mortificata)
ZAMARIA De cossa se descorre, patroni?
DOMENICA Consegiévimo le nostre carte.
ZAMARIA E cossa parlèvi de abandonar?
DOMENICA De abandonar?
ANZOLETTO Sior sì; ghe par a elo, che queste sia carte da abandonar? Ghe par a elo, che qua no se possa chiapar? La voleva buttar via le so carte; no, digo mi, tegnìmole suso. Mi no me perdo de coragio per cussì poco.
ZAMARIA Sì ben; se i zoga qua, se ghe dà questa, e co st'altra se pol far zogo.
BASTIAN A proposito de abandonar, aveu savesto sior Zamaria, che sior Anzoleto ne abandona?
ZAMARIA Sior sì, l'ho savesto; ma el m'ha anca promesso, che 'l me manderà dei dessegni; n'è vero, fio mio?
ANZOLETTO Sior sì, ho promesso, e li manderè.
BASTIAN Caro sior Anzoleto, co andè via vu, cossa serve, che mandè i dessegni? Co no sè vu assistente al teler, credeu che i testori possa redur i drappi segondo la vostra intenzion?
ANZOLETTO Caro sior Bastian, la perdona. La fa torto, a dir cussì, a persone che gh'ha la pratica, che gh'ha esperienza, e che gh'ha abilità. Xè tanti anni, che i laora sui mii dessegni, che oramai i gh'ha poco bisogno de mi. Per maggior cautela, farò i dessegni più sminuzzadi, con tutti quei chiari, e scuri, e con tutti quei ombrizamenti, che sarà necessari. Minierò le carte; ghe sarà su i colori. No la s'indubita; gh'ho tanta speranza, che i aventori sarà contenti; e che 'l so servitor Anzoleto no ghe sarà desutile gnanca lontan.
BASTIAN Cossa disèu, sior Lazaro? Seu persuaso?
LAZARO Mi sì, che 'l manda pur, e che nol se dubita gnente.
ZAMARIA E po, cossa serve? No dìselo, che 'l tornerà?
BASTIAN Oh! mi mo credo, che nol torna altro,
ANZOLETTO Per cossa crédelo, che non abbia più da tornar?
ZAMARIA Che i zoga, che i zoga, che co i averà fenio de zogar, parleremo. Gh'ho una cossa in mente. Chi sa? Co se vol, che 'l torna, so mi quel, che ghe vol per farlo tornar. Via, che i se destriga, che debotto xè ora da andar a cena.
BASTIAN Nu gh'avemo in tola l'asso de coppe. (tutti rispondono) La zoga quel, che la vol. Quel diese de bastoni. (Ad Alba. Tira i sette soldi)

SCENA QUINTA

COSMO e detti
COSMO Siora Polonia, xè qua una franzese, che la domanda ela.
POLONIA Dasseno? (Me despiase, che semo qua).
ZAMARIA Chi èla sta franzese, che ve domanda? (a Polonia)
POLONIA La sarà madama Gatteau, la recamadora.
ZAMARIA Sì, la cognosso. Se volè, fela vegnir avanti.
ANZOLETTO (Madama Gatteau!) (a Domenica)
DOMENICA (Sior sì, ghe conterò tutto). (ad Anzoletto)
POLONIA Via; za che sior Zamaria se contenta, disèghe, che la resta servida.(a Cosmo)
COSMO Benissimo. (La par la marantega vestia da festa). (parte)

SCENA SESTA

MADAMA GATTEAU e detti
MADAMA Messieurs, mesdames. J'ai l'honneur de vous saluer. (fa riverenza a tutti)
ZAMARIA Madama, la reverisso.
MADAMA Votre servante, monsieur.
ANZOLETTO Servo, madama Gatteau.
MADAMA Bon soir, mon cher Anjoletto.(riverenza amorosa)
POLONIA Madama Gatteau.(chiamandola)
MADAMA Me voici, madamoiselle. (fa riverenza a tutti, e passa vicino a Polonia)
ALBA (si agita, fa dei contorcimenti)
MOMOLO Forti. Com'èla? (verso sior'Alba, alzandosi)
MARTA Coss'è? Cossa gh'àla? (ad Alba)
BASTIAN Ghe vien le fumane? (ad Alba)
LAZARO Cossa gh'aveu, fia mia?
ALBA Ho sentio un odor, che me fa morir. (come sopra)
MARTA Anca mi ho sentio qualcossa, ma no capisso.
MOMOLO Lavanda, sampareglie, odori che consola el cuor.
BASTIAN Odori de madama Gatteau.
LAZARO Sia maledìo sti odori.
ALBA Me vien mal.
MOMOLO Fermève, che so qua mi. (s'alza)
ZAMARIA Presto, va là, agiùtila. No ti vedi? (a Domenica)
DOMENICA (Cossa vorlo? Che impianta qua madama Gatteau? Le xè tante). (a Zamaria)
MARTA La vegna qua, sior'Elena, la me daga una man.
ELENETTA Son qua. Poveretta! la me fa peccà.
DOMENICA Siora Polonia, cara fia, menèla in te la mia camera. (a Polonia)
POLONIA Siora sì, volentiera. (Sia malignazo sti muri de meza piera). (Polonia e Marta conducono via sior'Alba)
MOMOLO Aséo, bulgaro, assa fetida, pezza brusada; presto, miedego, chirurgo, spizier. Mi vago intanto a darme una scaldadina. (parte)
LAZARO Caro sior Zamaria, che 'l vegna de là con mi.
ZAMARIA No ghe xè tre done?
LAZARO Se bisognasse mandar a chiamar qualchedun.
ZAMARIA Podè andar anca va, se bisogna.
LAZARO Mi no gh'ho cuor de abandonar mia muggier. (parte)
ZAMARIA Anca mi gh'ho qualcossa da far.
BASTIAN Anderò mi, sior Zamaria, anderò mi. Cara madama, con quei vostri odori...
MADAMA Pardonnez-moi, monsieur. Je n'ai pas de mauvaises odeurs.
BASTIAN Pardonnez-moi, madame; vous avez des odeurs détestables. (parte)
MADAMA Fy donc, fy donc.
AGUSTIN (Dove che xè mia muggier, ghe posso andar anca mi). (in atto di partire)
ZAMARIA Dove andeu, fiozzo?
AGUSTIN Vago de là un pocheto.
ZAMARIA Aveu paura, che i ve magna vostra muggier?
AGUSTIN Oh! giusto; vago cussì, per véder se bisognasse qualcossa. (va via correndo)
ZAMARIA Mo el xè ridicolo quel, che sta ben.
ANZOLETTO (Sior Zamaria; za che gh'avemo sto poco de tempo, se me dè licenza, ve vorave parlar).
ZAMARIA Sior sì, volentiera; vegnì de là con mi. (parte)
ANZOLETTO Prego el Cielo, che nol me diga de no. Quella povera putta me despiaserave tropo a lassarla. (parte)

SCENA SETTIMA

DOMENICA e MADAMA GATTEAU
DOMENICA Ve prego de compatir, madama, se siora Polonia, per causa mia, v'ha mandà a incomodar.
MADAMA C'est un honneur pour moi. (riverenza)
DOMENICA Mo fème el servizio de parlar italian.
MADAMA Io so poco parlare, poco.
DOMENICA Eh! che parlè benissimo.
MADAMA Vous êtes bien bonne, mademoiselle. (riverenza)
DOMENICA Disème, cara madama; sior Anzoleto dessegnador xèlo veramente impegnà d'andar in Moscovia?
MADAMA Oui, mademoiselle, il est engagé, très engagé.
DOMENICA E gh'avè d'andar anca vu?
MADAMA Oui, mademoiselle. Nous irons ensemble. Il y aura une voiture à nous deux.
DOMENICA Mo fème el servizio de parlar italian.
MADAMA Alons toujours italiano; parlare sempre italiano.
DOMENICA Disème, cara madama; se 'l menasse con elo una zovene, no l'anderave in sedia con vu? (scherzando)
MADAMA Ah fy, mademoiselle! Me connoissez-vous bien? Je suis honnête femme, et en outre... e oltre questo, come potrebbe esser possibile, ch'io vedessi altra femmina con Anjoletto, qui est mon cher ami, mon cher amour, mon mignon?
DOMENICA Come! sè innamorada de sior Anzoleto? (con maraviglia)
MADAMA Hélas! mademoiselle, je ne vous le cacherai pas.
DOMENICA (Oh! vecchia del diavolo. Squasi squasi me l'ho imaginada. Ma, grazie al Cielo, no la me dà zelosia). Lo sàlo elo, che ghe sè inamorada?
MADAMA Mademoiselle; pas encore tout affait.
DOMENICA Perché no ghe l'aveu dito?
MADAMA Ah! la pudeur... Come voi dite? Il rossore me lo ha impedito.
DOMENICA Seu ancora da maridar?
MADAMA Non, mademoiselle. Io ho avuto trois mariti.
DOMENICA E ve xè restà ancora la pudeur?
MADAMA Oui, per la grazia du Ciel.
DOMENICA E andar con elo da sola a solo da Venezia fin a Moscovia, no patiria gnente la pudeur?
MADAMA Io son sicura della mia virtù.
DOMENICA Sì, per la vostra virtù, e anca un pocheto per la vostra età.
MADAMA Pour mon âge? Pour mon âge, vous dites, mademoiselle? Quanti anni mi donate voi?
DOMENICA Mi no saveria; no vorave dir un sproposito. Sessanta? (per farghe grazia).
MADAMA Beaucoup moins, beaucoup moins.
DOMENICA Come? Cossa disèu?
MADAMA Molto meno, molto meno.
DOMENICA Cinquanta?
MADAMA Molto meno.
DOMENICA Quaranta?
MADAMA Un poco meno.
DOMENICA Bisogna dir, madama, che le donne al vostro paese, de tre mesi le parla, de tre ani le se marida, de vinti ani le sia vecchie, e de quaranta decrepite.
MADAMA Vous vous moquez de moi, mademoiselle. (sdegnosa)
DOMENICA Mi no moco gnente. Digo cussì per modo de dir.
MADAMA Io amo molto monsieur Anjoletto; e il Cielo lo ha fatto nascere per la mia consolassione. Lui faira suoi dissegni; je fairai miei ricami, e guadagneremo beaucoup d'argento, e viveremo ensemble in perfecta pace, in perfecto amore; je l'adorerai, il m'adorera.
DOMENICA Ho paura, madama, che 'l v'adorerà poco.
MADAMA Pourquoi donc, s'il vous plaît?
DOMENICA Purquè, purquà el xè inamorà de una zovene.
MADAMA Est-il possible?
DOMENICA La xè cussì, come che ve digo mi; e ve dirò mo anca de più: che pol esser, che sta zovene el la voggia sposar, che 'l la voggia menar in Moscovia con elo.
MADAMA Je ne puis pas croire; mais si tout è vero quel, che voi dite; si monsieur Anjoletto è amoroso di un'altra giovine, je fairai le diable à quatre; et monsieur Anjoletto non anderà più in Moscovia. Je n'irai pas, mais il n'ira pas; oui: je n'irai pas, mais il n'ira pas.
DOMENICA Poveretta! me despiase de averve dà sto travaggio.
MADAMA E chi è questa femmina, che mi vuol rapire mon petit coeur?
DOMENICA No so; no so ben chi la sia.
MADAMA Si vous ne la connoissez-pas, je me flate, mademoiselle...
DOMENICA Cossa? Ve vien el flato?
MADAMA Point de plesanteries; je dico, ch'io mi lusingo, che monsieur Anjoletto non sarà amoroso di altra, che de moi.
DOMENICA E mi ve digo de certo, che 'l xè amoroso de un'altra, e che son squasi segura, che 'l la sposerà.
MADAMA Non, non; je ne le crois pas.
DOMENICA Se volè crepar, mi no so cossa farve.
MADAMA Je dis, non lo credo, non lo credo. Il faut que je lui parle; bisogna, che io gli parli, che io lo veda. Il faut, que je lui découvre ma flamme, et je suis sure, qu'il saura me préférer à toute autre. D'ailleurs, s'il est cruel, s'il est barbare contre moi, je jure, parole d'honnête femme: je n'irai pas en Russie, mais il n'ira pas; je n'irai pas, mais il n'ira pas. (parte)
DOMENICA Mo va là, fia mia, che ti xè un capo d'opera. Pàrleghe quanto, che ti vol, che per grazia del Cielo no ti xè in stato de metterme in zelosia. Me despiase, che la dise, per quel che posso capir: mi non anderò, ma non l'anderà gnanca lu. No so, perché la lo diga; no so, che man, che la gh'abbia; e se possa depender da ela el farlo andar, o no farlo andar. Pol esser anca, che la se lusinga, senza rason, come che la se lusingava, che 'l gh'avesse da voler ben; e che la creda, che, scrivendo ai so amici, ghe possa bastar l'anemo de farlo restar, per astio, per vendetta, o per speranza col tempo de farlo zo. Mi no so cossa dir; se no l'andasse per causa mia, me despiaserave, e per dir la verità, gh'averave gusto de andar anca mi; ma finalmente, se 'l restasse a Venezia, che mal sarave per elo? Za nol ghe n'ha bisogno; el sta ben dove che 'l xè, e qua no ghe manca da laorar. El va via, più per capricio, che per interesse. Bezzi no credo, che 'l ghe ne voggia avanzar. Lo conosso, el xè un galantomo: vadagna poco, vadagna assae, in fin dell'anno sarà l'istesso. El dise, che 'l va via per l'onor. Cossa vorlo de più de quel, che l'ha avudo qua? No s'ha visto fina quatro, o cinque teleri in t'una volta laorar sui so dessegni? No xè piene le boteghe de roba dessegnada da lu? Vorlo statue? Vorlo trombe? Vorlo tamburi? Sarave forsi meggio per elo, e per mi, che 'l restasse qua: che se a diese ghe despiaseria, che 'l restasse; ghe sarà cento, che gh'averà da caro, che 'l resta.(parte)

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

DOMENICA e POLONIA
DOMENICA La xè cussì, fia mia, come che ve conto.
POLONIA Tutto averave credesto, ma no mai, che quela vecchia s'avesse incapricià de quel putto.
DOMENICA Poverazza! La vorave el quarto mario.
POLONIA E se vede, che la 'l vol zovene.
DOMENICA No crederave mai, che Anzoleto fasse sta bestialità.
POLONIA No lo credo cussì minchion; e po no m'àla dito, che 'l s'ha dichiarà de volerla sposar?
DOMENICA Sì, cussì l'ha dito; ma bisogna sentir cossa che dirà mio sior padre.
POLONIA Sentiremo. No pàrleli insieme adesso?
DOMENICA I parla; ma i va drio molto un pezzo. Se savessi co curiosa che son!
POLONIA Mi la compatisso.
DOMENICA Ho paura, che sior padre no me voggia lassar andar.
POLONIA No se xè gnancora seguri, che sior Anzoleto abbia d'andar. Per quel, che ha dito la vecchia, no xèlo ancora in forsi d'andar?
DOMENICA Basta; sia quel, ch'esser se voggia; che 'l vaga, o che 'l staga, me basta, che 'l sia mio mario.
POLONIA El Cielo ghe conceda la grazia.
DOMENICA E vu, fia, co sior Momolo, come vàla?
POLONIA No védela, che corlo che 'l xè? Come pòssio fidarme?
DOMENICA Mettèlo alle strette, e che 'l ve resolva; o un bel sì, o un bel no.
POLONIA Certo, che cussì mi no voggio più star.
DOMENICA Oh! xè qua siora Marta. Sentimo, cossa che fa sior'Alba.

SCENA SECONDA

MARTA e dette
MARTA Mo quante scene! mo quante smorfie! mo quante scene!
DOMENICA De chi, siora Marta?
MARTA De quela cara sior'Alba.
POLONIA Causa so mario. Se so mario no la segondasse, no la le farave.
DOMENICA Ghe xè passà? (a Marta)
MARTA Ghe xè passà, ghe xè tornà; ghe xè tornà a passar. Ora la pianze, ora la ride; la xè una cossa, che se i la mettesse in comedia, no i lo crederia.
DOMENICA Debotto xè ora de andar a cena. Vegnirala a tola sior'Alba?
MARTA Rèstela qua la recamadora franzese?
DOMENICA Sior padre l'ha invidada; no so, pol esser de sì, che la resta; ma per certe scenette, che xè nate, pol esser anca de no.
MARTA Oh! se la ghe xè ela, sior'Alba no vien a tola seguro.
POLONIA Per i odori forsi?
MARTA Per i odori.
POLONIA Adesso, adesso anderò mi de là; e sentirò dove diavolo, che la gh'ha sti odori; e vederò, se ghe li posso levar.
DOMENICA Sì, cara fia, andè de là; parlèghe, e vedè de scavar circa quel negozio, che vu savè.
POLONIA Siora sì; la lassa far a mi. Mi con madama gh'ho confidenza; posso parlarghe con libertà.
DOMENICA Fè per mi, che anca mi farò qualcossa per vu.
POLONIA Ghe raccomando; se la pol dirghe do parole a Momolo, la senta, che intenzion, che 'l gh'ha.
DOMENICA Siora sì; lo farò volentiera.
MARTA Brave! Da bone amighe: ve aggiutè una con l'altra.
POLONIA Cossa vorla far? Una man lava l'altra.
MARTA E tutte do, cossa làvele?
POLONIA Tutto quel, che la vol. (parte)

SCENA TERZA

DOMENICA e MARTA
MARTA Ghe xè gnente da novo de sior Anzoleto?
DOMENICA No so; el xè de là co sior padre.
MARTA Sperémio ben?
DOMENICA Chi sa?
MARTA Vèlo qua; vèlo qua sior Anzoleto.
DOMENICA Oimè! propriamente me trema el cuor.

SCENA QUARTA

ANZOLETTO e dette
MARTA Com'èla, sior Anzoleto?
ANZOLETTO Mal.
DOMENICA Come mal?
ANZOLETTO No gh'è caso; ho dito tutto quel, che podeva dir: e nol se vol persuàder, e no gh'è remedio che 'l se voggia piegar.
DOMENICA Poveretta mi!
MARTA Mo, per cossa?
ANZOLETTO Per dir la verità, el m'ha parlà con tanto amor, e con tanta bontà, che 'l m'ha intenerio. El dise, e 'l protesta, che se stasse qua, el me la daria la so putta con tutto el cuor; ma andando via, e andando cussì lontan, nol gh'ha cuor de lassarla andar. Nol gh'ha altri, che ela; el ghe vol ben; el xè vecchio; el gh'ha paura de no véderla più; nol vol restar solo, senza nissun dal cuor. No so cossa dir, el m'ha fato pianzer; me diol in te l'anema, me sento a morir; ma co no gh'è remedio, bisogna rassegnarse al destin.
DOMENICA Ah! pazzenzia.
ANZOLETTO Cara siora Domenica, el Cielo sa, se ghe voggio ben. Ghe prometto alla presenza de sta signora, sull'onor mio, in fede de galantomo, de omo onesto, e da ben: altre che ela no sposerò. La lassa, che vaga; tornerò presto; vegnirò a sposarla; ghe lo zuro con tutto el cuor.
MARTA (Propriamente me intenerisso anca mi). Via, siora Domenica, cossa vorla far? No séntela? El ghe promette de vegnirla a sposar.
DOMENICA Eh! cara ela, col sarà via de qua, nol s'arecorderà più de mi.
ANZOLETTO No son capace de usar ingratitudine con chi che sia, molto manco con ela, verso la qual gh'ho tanta stima, tanto debito, e tanto amor.
MARTA Mo, caro sior Anzoleto, za che professè a siora Domenica tanto amor; perché no ve resolveu de restar?
ANZOLETTO No posso; son in impegno. Ho dà parola; bisogna andar.
DOMENICA Ma seu seguro veramente de andar?
ANZOLETTO Se vivo, son segurissimo.
DOMENICA Aveu parlà con madama Gatteau?
ANZOLETTO Mi no. Cosa dìsela? Apponto; cossa xèla vegnua a far qua?
DOMENICA No savè, che la ve vol ben? Che la xè inamorada de vu?
ANZOLETTO De mi?
MARTA Disèu dasseno, siora Domenica?
DOMENICA Pur tropo digo la verità.
ANZOLETTO Pur tropo, la dise? Cossa xè sto pur tropo? Me crederàvela cussì matto?
DOMENICA Eh! caro sior; la xè vecchia, xè vero; ma soli, in t'un calesse, in t'un viazo cussì lontan, no se sa quel, che possa nasser.
MARTA Cossa diavolo voleu, che nassa?
ANZOLETTO Se credesse, che sta cossa ghe fasse ombra, anderò solo, no m'importa de compagnia. Intanto ho accettà d'andar con madama, in quanto m'ha parso, che la so età me podesse assicurar da ogni critica, e da ogni mormorazion. Da resto, no m'importa d'andar con ela, e no gh'anderò.
DOMENICA Sì; ma la se protesta, che se ghe negherè corespondenza al so amor, no l'anderà ela, e no anderè gnanca vu.
ANZOLETTO Cossa gh'ìntrela in t'i fatti mii? Xèla ela forsi, che me fa andar?
DOMENICA Mi no so altro; ve digo, che a mi colla so bocca la m'ha dito cussì.
MARTA Sior sì; la xè capace de scriver de le lettere contra de vu; de farve perder el credito, e de farve del mal.
ANZOLETTO Mi no so cossa dir. Se la gh'ha sto cuor, che la 'l fazza, che gnanca per questo mi no me saverò vendicar. Mi stimo madama Gatteau. La xè una brava recamadora, e dei so recami mi non ho mai dito mal. Perché me vorla insolentar mi? Perché vorla dir mal de mi? Lassemo star da una banda sto so ridicolo amor, che 'l xè un pettegolezzo, che no val gnente. In cossa se vorla taccar per descreditarme? Forsi, perché i mii dessegni xè d'un gusto diverso dai so recami? Mi venero i sói, e ela no poderà mai arivar a destruzer i mii. El Cielo benedissa le so fatture, e a mi me daga grazia de no pezorar ne le mie. Fazza madama quel, che ghe par; mi anderò in Moscovia, e sarà de mi quel che 'l Cielo destinerà.
MARTA Sior sì; parla, parla. La conclusion xè questa: anderò in Moscovia.
DOMENICA E mi poverazza resterò qua.
ANZOLETTO La veda ela, se ghe basta l'anemo co so sior padre... (a Domenica)
MARTA Vorla, che ghe parlemo? Vorla, che andémo insieme a parlarghe? (a Domenica)
DOMENICA Sì, cara ela. La me fazza sto ben. La vegna de là con mi. Da mia posta no gh'averia coraggio de parlar.
MARTA Andémo.
ANZOLETTO Prego el Cielo, che le gh'abia più fortuna de mi.
DOMENICA Lo disèu de cuor?
ANZOLETTO El Cielo me fulmina, se no digo la verità.
MARTA Andémo, siora Domenica, andémo, che gh'ho bona speranza. Mi, co me metto in te le cosse, ghe riesso. (parte)
DOMENICA Caro Anzoleto, e averessi cuor de lassarme?
ANZOLETTO No so cossa dir... La vede, in che stato, che son...
DOMENICA Mo andè là, che saressi un gran can. (parte)

SCENA QUINTA

ANZOLETTO, poi MADAMA GATTEAU
ANZOLETTO Veramente a sta putta xè qualche tempo, che ghe voggio ben; ma la so modestia no ha mai fatto, che conossa el so amor. Adesso, che son per partir, la me fa saver quel che no saveva e s'ha aumentà estremamente la mia passion. Con tutto questo, nassa quel che sa nasser, ho rissolto, ho promesso, e bisogna andar. Se non andasse, no se dirave miga: nol va, perché el s'ha pentio; ma se dirave piutosto: nol va, perché no i lo vol. L'ha parlà senza fondamento; no i giera altro i sói che casteli in aria; coss'hai da far in Moscovia de un cattivo dessegnador? A ste cosse ghe son avezzo. No le me fa certo specie; ma la prudenza insegna de schivarle, co le se pol schivar.
MADAMA Ah! mon cher Anjoletto...
ANZOLETTO Coss'è, madama, cossa me voressi dir? (alterato)
MADAMA Doucement, mon ami, doucement, s'il vous plaît.
ANZOLETTO Scusème. Son un poco alterà.
MADAMA J'ai quelque chose à vous dire.
ANZOLETTO Avè da dirme qualcossa?
MADAMA Oui, mon cher ami.
ANZOLETTO E ben; cossa voleu dirme?
MADAMA J'ai de la peine à me déclarer; mais il le faut pour ma tranquillité. Hélas! je meurs pour vous.
ANZOLETTO Permettème madama, che ve diga con pienissima libertà, che ve ringrazio de l'amor che gh'avè per mi; ma che 'l mio stato presente, e l'impegno, che gh'ho co siora Domenica, che amo, quanto mi stesso, me rende incapace d'ogni altro amor. Sta vostra dichiarazion me mette in necessità de abandonar l'idea de vegnir in Moscovia con vu; ma in Moscovia spero de andarghe, e se 'l Cielo vol, ghe anderò. So, che ve sè protestada de voler scriver contro de mi; sfoghève pur, se volè; ma sappiè, che no gh'ho paura de vu. Ve digo per ultimo, per via de amichevole amonizion, tra vu e mi, che nissun ne sente: pensè ai vostri anni, e vergognève d'una passion, che xè indegna dela vostra età, e che ve pol render oggetto de derision. (parte)

SCENA SESTA

MADAMA GATTEAU
MADAMA Oh Ciel! quel coup de foudre! Suis-je moi-même? ou ne suis-je plus qu'une ombre, un fantôme? Ai-je tout d'un coup perdu ces grãces, ces charmes?... (tira fuori uno specchio, e si guarda) Hélas! suis-je donc si vieille, si laide, si affreuse? Ah! malheureuse Gatteau.

SCENA SETTIMA

ZAMARIA e la suddetta, poi COSMO
ZAMARIA Coss'è, madama? cossa xè stà?
MADAMA Ce n'est rien, ce n'est rien, monsieur; c'est une fleur, que je ne sçaurois placer, qui me met en colère. (mostra accomodarsi un fiore della cuffia)
ZAMARIA Parlè italian, se volè, che ve intenda.
MADAMA Je dis, ch'io sono arrabbiata con un fiore della mia cuffia.
ZAMARIA Mo via, cara madama, no ve desperè per sta sorte de cosse. (Oh! povereto mi! Xèla questa per mi una sera de carneval, o xèla la sera dei desperai?)
MADAMA Dite, monsieur Jamaria: pare a voi, ch'io sia vecchia, ch'io sia brutta, ch'io sia detestabile?
ZAMARIA No, madama; chi v'ha dito sta cossa? Vu brutta? No xè vero gnente. Sè in bona età, sè pulita, fè la vostra fegura.
MADAMA Ah! l'honnêt homme, que vous êtes, monsieur Jamaria!
ZAMARIA (Per dir la verità, la gh'ha i so anetti, ma la i porta ben, e la xè una dona de sesto).
MADAMA Monsieur Anjoletto ha avuto la témérité de me dire des sottises, des impertinences.
ZAMARIA Cara fia, i xè cussì i zoveni; no i gh'ha giudizio. No i pensa, che i ha da vegnir vecchi anca lori.
MADAMA Est-il vrai, monsieur Jamaria, che vostra figlia ira in Moscovia avec monsieur Anjoletto?
ZAMARIA Cara vu, tasè. No so gnente. M'ha parlà el putto, e gh'ho dito de no; m'ha parlà la putta, m'ha parlà siora Marta, e no gh'ho dito né sì, né no. Le ho voleste tegnir in speranza, per non desturbar la conversazion. Se volè andar in Moscovia con Anzoleto, comodève, che mia fia no gh'ho intenzion, che la vaga.
MADAMA Non, monsieur Jamaria; monsieur Anjoletto non è pas digne de moi. Il a avuto la témérité di sprezzarmi. Je mourerois piuttosto, che andar con lui. Il è vrai, che sola non posso andare. Che non sono ancora sì vecchia, e che ho con me molto argento, e avrei bisogno de la compagnie di un onest'uomo; mais je aborrisco questi giovani impertinenti, e je voudrois accompagnarmi con un uomo avanzato.
ZAMARIA Sì ben, ve lodo, e sarà meggio per vu.
MADAMA Est-il vrai, monsieur Jamaria, que vous êtes veuf?
ZAMARIA Come? Se mi son vovi?
MADAMA Voglio dire: è vero che voi siete vedovo?
ZAMARIA Siora sì; son veduo.
MADAMA Oh! la miserabile vita, ch'è quella di noi poveri vedovelli! Pourquoi non vi maritate, monsieur Jamaria?
ZAMARIA Oh! che cara madama. Ve par, che mi sia in stato de maridarme?
MADAMA Comment, monsieur? Un homme, come voi siete, potrebbe svegliare le fiamme de Cupidon dans le coeur d'une jolie dame.
ZAMARIA Oh! che cara madama.
MADAMA Voi siete fresco, robusto, adorabile.
ZAMARIA Disèu dasseno?
COSMO Sior padron, la vegna de là in cusina a dar un'occhiada, e ordenar cossa che s'ha da metter in tola.
ZAMARIA Dove xè mia fia?
COSMO La xè de là con quelle altre signore.
ZAMARIA Vegno mi donca. (Cosmo parte) Con grazia, madama, vago de là, perché i vol metter in tola. Se volè andar in camera da mia fia, comodève.
MADAMA Non, monsieur, je resterai ici, se voi mi donate la permission.
ZAMARIA Comodève, come volè. A revéderse a tola.
MADAMA Ricordatevi, ch'io voglio a table sedere appresso di voi.
ZAMARIA Arente de mi?
MADAMA Oui, monsieur, si vous plaît. (riverenza)
ZAMARIA (Oh! che cara madama. La xè godibile, da galantomo). (parte)

SCENA OTTAVA

MADAMA GATTEAU, poi MOMOLO
MADAMA Oui, monsieur Jamaria seroit mieux mon fait. Il n'est plus jeune, mais il est encore frais. Il est libre sur tout. Il trouve, que je ne suis pas vieille ni laide, et il a raison. Voyons un peu. (tira fuori lo specchietto) Oui, mes yeux sont toujours frippons. La colère m'a fait changer. Mettons du rouge. (tira fuori una scatoletta, e si dà il belletto col pennello)
MOMOLO Madama, vostro servitor tre tombole.
MADAMA Monsieur, votre servante. (fa la riverenza, e seguita a bellettarsi)
MOMOLO Brava! pulito, cussì me piase; senza suggizion.
MADAMA Monsieur, so bene, che questo si fa in Italia segretamente; mais nous en France ci diamo il rosso pubblicamente, et parmi nous ce n'est pas un inganno, mais un usage, une galanterie. (ripone il tutto)
MOMOLO Siora sì; la xè un'usanza, che no me despiase. Piutosto una riosa de so man, che un cogumero de so piè. La favorissa de vegnir al supè.
MADAMA Pardonnez-moi, monsieur. Je n'ai pas l'honneur de vous connoître.
MOMOLO No la me conosse? Mi son el complimentario de la maison.
MADAMA Êtes vous de ces messieurs? De ces ouvriers en soie?
MOMOLO Coman, madama? Io non intender.
MADAMA Siete voi di questi signori... Come si dice? Che fanno: tri, tra, tri, tra, tri, tra? (fa il moto di quei che tessono)
MOMOLO No, madama. Io sono di queli che fano: i, u, i, u, i, u. (fa il moto della ruota del mangano)
MADAMA Êtes vous gondoliere? (fa il cenno di vogare)
MOMOLO No, diable, no star barcariolo. Star patron de mangano.
MADAMA Che cosa vuol dir mangano?
MOMOLO Vuol dir gran pietra, gran pietra, e metter sopra tutto quel, che voler; e dar onda, e manganar, sea, lana, tela, e anca vecchia, se bisognar.
MADAMA Oui, oui, la calandre, la calandre.
MOMOLO La calandra, la calandra.
MADAMA Eh bien, monsieur, ne m'avez vous pas dit, qu'on a servi?
MOMOLO Comuòdo?
MADAMA Non m'avete voi detto, che hanno servito la soupe?
MOMOLO I ha servio la sopa? (con maraviglia, non intendendo)
MADAMA Oui, che hanno messo in tavola?
MOMOLO Uì, uì, hanno messo in tavola.
MADAMA Alons donc, si vous plaît.
MOMOLO Comàndela, che la serva? (le offerisce la mano)
MADAMA Bien obligée, monsieur Manganò.
MOMOLO M'àla tolto mi per el mangano?
MADAMA Êtes vous marié?
MOMOLO Siora no, son putto.
MADAMA Et pourquoi no vi maritate?
MOMOLO No me marido, perché nessuna me vol.
MADAMA Cependant, vous meritez beaucoup.
MOMOLO Grazie a la so bontà.
MADAMA Je ne puis pas dire d'avantage.
MOMOLO Chi l'impedisce, che non la parla?
MADAMA C'est la pudeur.
MOMOLO Mo cara quela pudor! Mo cara! mo benedetta!
MADAMA Frippon, coquin, badin! (vezzosamente)
MOMOLO Me vorla ben?
MADAMA (Mais non; il est trop babillard). Alons, monsieur, si vous plaît.(sostenuta)
MOMOLO Son qua a servirla.(le dà la mano)
MADAMA Bien obligée, monsieur Manganò.(gli dà la mano con una riverenza)
MOMOLO Andémo. (Che pùssistu esser manganada!) (partono)

SCENA NONA

Tinello, con tavola lunga apparecchiata per dodici persone, con tondi, posate, sedie ecc. con quattro lumi in tavola, e varie pietanze in mezzo, fra le quali dei ravioli, un cappone, delle paste sfogliate ecc. Una credenziera in fondo, con lumi, tondi, bicchieri, boccie, bottiglie, ecc. Si tira avanti la tavola. - Tutti, fuorché Madama e Momolo.
ZAMARIA Animo; presto, che i raffioi se giazza.
DOMENICA (El m'ha dà speranza. Nol m'ha dito de no). (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (Mo via; gh'ho un poco più de consolazion). (a Domenica)
ZAMARIA (No i voggio miga arente quei putti). Siora Marta, la se senta qua. (quasi in mezzo)
MARTA Sior sì, dove che 'l comanda.(siede)
ZAMARIA Sior Anzoleto, vegnì qua arente de siora Marta.
ANZOLETTO (Oh! questa no me l'aspettava). (s'incammina mortificato, spiacendogli non dover sedere vicino a Domenica)
DOMENICA (Poveretta mi! Sta cossa me mette in agitazion). (per la stessa causa)
MARTA Perché no se sentémio, come che gièrimo sentai ala meneghela? (a Zamaria)
ZAMARIA Per stavolta la se contenta cussì; gh'ho gusto de disponer mi. Sior Anzoleto qua. (gli assegna la sedia vicino a Marta)
ANZOLETTO Son qua. (siede melanconico)
MARTA (Coss'è, putto? I ve l'ha fatta, ah!) (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (La tasa, cara ela, che son fora de mi). (a Marta)
ZAMARIA Siora comare, qua. (ad Alba)
MARTA Do done arente? (a Zamaria)
ZAMARIA Eh! siora no, qua in mezzo vegnirà sior Momolo, che 'l sa trinzar. Dov'èlo sior Momolo? Vardè, chiamèlo, che 'l vegna; che vegna anca madama Gatteau. Qua, siora comare. (ad Alba)
ALBA Che 'l varda ben, che madama no gh'abbia odori, che se la gh'ha odori, mi scampo via. (siede)
POLONIA No la s'indubita, sior'Alba, che gh'ho fatto la visita mi, e odori no la ghe n'ha più.
ZAMARIA Qua, Sior Bastian.
BASTIAN (Per dia, che anca a tola m'ha da toccar sto sorbetto impetrìo!) (siede presso sior'Alba)
ZAMARIA Vegnì qua, siora Polonia, sentève qua.
POLONIA Volentiera, dove che 'l vol. (siede presso a Bastian)
ZAMARIA E qua, sior compare.(a Lazaro)
LAZARO Mo caro, sior compare...
ZAMARIA Coss'è, no stè ben? Ve metto arente mia fia. Domenica se senterà qua. (nell'ultimo luogo)
DOMENICA (Pazzenzia! Me toccherà a magnar del velen). (siede)
ZAMARIA Via, no ve sentè, sior compare? (a Lazaro)
LAZARO Son tropo lontan da mia mugier.
ZAMARIA Com'èla? Seu deventà zeloso anca vu?
LAZARO Eh! giusto. Xè, che mi so el so natural, e a tola son avezzo a governarmela mi.
ALBA Eh! per quel, che magno mi, no gh'è pericolo che me fazza mal.
BASTIAN E po, son qua mi; no ve dubitè gnente. La governerò mi.
LAZARO Caro sior Bastian ve la raccomando. (siede)
ZAMARIA Qua mia fiozza. (a Elena, presso Bastian) E qua mio fiozzo.(ad Agostino, presso a Elena)
AGUSTIN Mi qua? (Agostino va presso Bastian)
ZAMARIA No, no, qua ela, e vu qua. (a Agostino)
ELENETTA Eh! sior no, mi stago ben qua. (presso Agostino)
ZAMARIA Sior no, ve digo omo, e donna. Che diavolo! No ve basta a esser arente a vostra muggier? Cossa gh'aveu paura? Sior Anzoleto savè, che putto, che 'l xè.
AGUSTIN Caro sior santolo, se el me vol ben, che el me lassa star qua.(a Zamaria)
ZAMARIA Stè, dove, diavolo, che volè. (a Agostino)
AGUSTIN (Magnerò de più gusto). (a Elena, sedendo)
ELENETTA (Anca mi starò con più libertà). (a Agostino, sedendo)

SCENA DECIMA

MOMOLO e detti
MOMOLO La se fermi, che so qua anca mi.
ZAMARIA Via, destrighève. Dove xè madama?
MOMOLO Madama gh'ha riguardo a vegnir, per amor de la pudeur.
ZAMARIA Eh! andè là; disèghe, che la vegna.
MOMOLO No, dasseno, sul sodo. La gh'ha riguardo a vegnir per amor de sior Anzoleto.
ANZOLETTO Per mi disèghe, che no la se toga nissun pensier. Quel che xè stà, xè stà. Se l'ha parlà per rabia, la merita qualche compatimento. Ghe sarò bon amigo; basta che la me lassa star.
MOMOLO Co l'è cussì, la vago donca a levar. Sàle, chi son mi? Monsieur Manganò per servirle. (parte)
MARTA Mo, che caro matto, che 'l xè!
POLONIA (Gh'àla po dito gnente, siora Domenica?) (a Domenica)
DOMENICA (Cara fia, ve prego, lassème star). (a Polonia)
POLONIA (Poveretta! la compatisso). No se pol miga dir:
La lontananza ogni gran piaga sana.
Bisogna dir in sto caso:
La lontananza fa mazor la piaga. (accennando la distanza in cui si trovano Domenica e Anzoletto)

SCENA UNDICESIMA

MADAMA GATTEAU, MOMOLO e detti
MOMOLO Largo, largo al complimentario. (dando braccio a Madama, e la conduce presso a Zamaria)
ZAMARIA Oh! via, manco mal; ghe semo tutti.
MADAMA J'ai l'honneur de présenter mon très-humble respect à toute la compagnie. (facendo la riverenza, ed è risalutata)
ZAMARIA Son qua, madama; avè dito de voler restar arente de mi, e v'ho salvà el posto.
MOMOLO Fermève, che madama ha da star in mezzo. (a Zamaria)
ZAMARIA Sior no, che in mezzo avè da star vu per taggiar.
MOMOLO Mi, compare, fazzo conto de sentarme qua.(presso Elena)
ELENETTA Sior no.
AGUSTIN Sior no.
ZAMARIA Andè là, ve digo; andève a sentar in mezzo.
MOMOLO Sior sì; gh'avè rason. Son el più belo, ho da star in mezzo. (va a sedere)
ZAMARIA Sentève qua, madama. (le assegna l'ultimo posto)
MADAMA Bien obligée à votre politesse. Je vous remercie. (fa una riverenza a Zamaria, e siede)
ZAMARIA Fiozza, ve contenteu, che me senta qua? (ad Elena, sedendo)
ELENETTA Oh sior sì; no xèlo patron? (a Zamaria)
AGUSTIN (No ghe star tanto d'arente). (ad Elena)
ELENETTA (Oh! no lo tocco, no t'indubitar). (ad Agostino)
MOMOLO (Dà i ravioli a tutti. Tutti si mettono la salvietta)
MADAMA Faites-moi l'honneur, monsieur. (a Zamaria, facendosi puntare la salvietta)
ZAMARIA Saveroggio far? (si mette gli occhiali per puntare la salvietta)
MADAMA Très-parfaitement; obligée, monsieur.
MOMOLO Siora Marta. Sior Anzoletto. (dando i ravioli) Siora... Com'èla? Xè falà el scacco. Una pedina fora de logo. (vedendo che Agostino è presso Anzoletto, e non una donna)
AGUSTIN Dè qua, dè qua, destrighève. (a Momolo)
MOMOLO Tolè, compare; e questi... tolè: drio man.(fa passar i tondi)
AGUSTIN A mia muggier.
MOMOLO Vedeu? Non ardisso gnanca de nominarla. (ad Agostino, burlandosi di lui) Questi a sior Zamaria; e questi a madama.
MADAMA Bien obligée, monsieur. (si mette a mangiare col cucchiaro e forchetta)
ELENETTA (Cossa distu? Co pochi, che 'l me n'ha dà?) (ad Agostino)
AGUSTIN (E a mi? Varda. El lo fa per despetto).(a Elena)
LAZARO Muggier? (a sior'Alba)
ALBA Cossa gh'è?
LAZARO Ve piàseli?
ALBA Oh! mi, savè, che de sta roba no ghe ne magno.
LAZARO Poverazza! Mi no so de cossa, che la viva. (a Polonia)
POLONIA (No voleu, che no la gh'abbia fame? Avanti de vegnir de qua, la xè andada in cusina, e la s'ha fatto far tanto de zàina de pan in brodo). (a Lazaro)
LAZARO (Sì, ah! poverazza. Bisogna, che no la podesse più). (a Polonia)
MARTA Forti, siora Domenica. Coss'è? No la magna?
DOMENICA Siora sì, magno. (Me sento, che no posso più).
MARTA (Poverazza! la compatisso). (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (No so, chi staga pezo da ela a mi). (a Marta)
ZAMARIA Ve piàseli sti rafioletti? (a Madama)
MADAMA Ils sont délicieux, sur ma parole. (a Zamaria)
ZAMARIA Fème servizio de parlar italian. (a Madama)
MADAMA (Oui, monsieur. Non so per voi, che cosa non facessi). (a Zamaria)
ZAMARIA (Per mi?) (a Madama)
MADAMA (Per voi, mon cher). (a Zamaria)
ZAMARIA (Cossa xè sto ser?) (a Madama)
MADAMA (Vuol dire, mio caro). (a Zamaria)
ZAMARIA (Caro, a mi me disè?) (a Madama)
MOMOLO Patroni: chi vol del figà, se ne toga.
POLONIA Dè qua, dèmene una fetta a mi.
MOMOLO A vu, fia mia? No solamente el figà, ma el cuor ve darave, el cuor. (a Polonia, dandole il fegato)
MADAMA Ah! le bon morceau qu'est le coeur. (a Zamaria)
ZAMARIA Cossa, fia? (a Madama)
MADAMA Il cuore è il miglior boccone del mondo. (a Zamaria)
ZAMARIA Ve piàselo? (a Madama)
MADAMA Oui, molto mi piace il cuore; ma tutti i cuori non farebbero il mio piacere. Il vostro, monsieur Jamaria, il vostro cuore mi potrebbe fare contenta. (a Zamaria)
ZAMARIA Disèu dasseno? (a Madama)
MARTA Sior Zamaria, com'èla?
POLONIA Oe, me consolo, sior Zamaria.
MOMOLO Le se ferma.(alle donne) Seguitè, compare, che mi intanto taggierò sto capon. (a Zamaria. Taglia un cappone, poi lo presenta)
ZAMARIA Coss'è, male lengue? Cossa voressi dir? No se pol discorer gnanca?
BASTIAN Lassè che i diga, sior Zamaria; co capita de ste fortune, no le se lassa scampar. (ridendo)
MARTA Mo vardèli, se no i par do sposini! Se no i fa invidia a la zoventù!
POLONIA Eh! co gh'è la salute, i ani no i stimo gnente.
BASTIAN I xè tutti do prosperosi; el Ciel li benediga, che i consola el cuor.
ZAMARIA Disè quel che volè, che mi no ve bado. (Tendémo a nu). (a Madama)
MADAMA (On parle per rabbia, per rabbia). (a Zamaria)
MOMOLO Che i se serva de capon; co i s'averà po servio, taggieremo st'altro, se bisognerà.
MARTA Patroni: a la salute de chi se vol ben. (beve)
MADAMA Je vous fais raison, madame, et que vive l'amour. (guardando Zamaria, e beve)
ZAMARIA Evviva l'amor. (beve)
BASTIAN E viva sior Zamaria. (beve)
POLONIA Evviva madama Gatteau. (beve)
MADAMA Vous me faites bien de l'honneur.
MOMOLO Fermève. A la salute del più belo de tutti; e viva mi; grazie a la so bontà. (beve)
ELENETTA Oh! a la salute de tutta sta compagnia. (beve)
AGUSTIN A la confermazion del detto. (beve)
LAZARO A la salute de mia muggier. (beve)
ALBA Grazie. A la salute de mio mario. (beve acqua, ridendo)
LAZARO Co l'acqua me lo fè el prindese?
ALBA Con cossa? No saveu, che no bevo vin?
POLONIA (In cusina la ghe n'ha bevù tanto de gotto). (a Lazaro)
LAZARO (Sì ben; per qualche volta el miedego ghe l'ha ordenà). (a Polonia)
MARTA Via, nol beve, sior Anzoleto? Portèghe un gotto de vin, che 'l fazza un prindese almanco.
POLONIA E ela, siora Domenica, no la beve? Via, portèghe da bever a la padroncina.
DOMENICA No, no; no ve incomodè, che no bevo.(ai servitori)
ZAMARIA Cossa fastu? No ti magni, no ti bevi, ti pianzi el morto. (a Domenica)
DOMENICA Eh! caro sior padre, mi lasso, che 'l se diverta elo.
ZAMARIA Coss'è? Cossa voréssistu dir?
DOMENICA Mi? Gnente.
MARTA Caro sior Zamaria, no vorlo, che quella povera putta sia malinconica? El xè causa elo.
ZAMARIA Mo per cossa?
MARTA El parla in t'una maniera, e po el se contien in t'un'altra. El ghe dà de le bone speranze, e po, e po... no digo altro.
ZAMARIA Co gh'ho dà speranza, che la gh'abbia pazzenzia.
MARTA E per cossa méttelo sti putti uno a Mestre, e l'altro a Malghera?
ZAMARIA Mo, cara siora Marta...
MARTA Mo, caro sior Zamaria... (con calore)
MOMOLO Fermève.
BASTIAN Tasè, quietève, no interompè. (a Momolo)
MOMOLO Lassè parlar i omeni.
BASTIAN Lassè parlar mia muggier.
MARTA Gh'ho parlà mi a sior Zamaria; so quel, che 'l m'ha dito a mi.(verso Bastian)
MOMOLO La se fermi.
BASTIAN Tasè.
ALBA (s'alza con impeto)
MARTA Coss'è? Ghe vien mal?
LAZARO Coss'è stà?
ALBA Ghe domando scusa; che i compatissa. Gh'ho tanto de testa. Mi in mezzo a ste ose no ghe posso star.
LAZARO Voleu, che andémo a casa?
ZAMARIA Mo via, compare, mo via, siora comare, quietève per carità.
MARTA La vaga là in tel posto de siora Domenica, che so mario no la stordirà.
LAZARO Sì ben, vegnì qua. Se conténtela? (a Domenica)
DOMENICA Per mi, che la se comoda pur. (s'alza)
ALBA Mi son cussì; le me compatissa. Gh'ho una testa cussì debole, che la se me scalda per gnente. (parte dal suo posto)
LAZARO Poverazza la xè delicata. (a Polonia)
MARTA Anca mi voggio star arente de mio mario.(va a sedere presso Bastian)
BASTIAN Per cossa sta novità? (a Marta)
MARTA (Eh! tasé vu, che no savè gnente). (a Bastian, piano)
DOMENICA Perché no vala al so posto? (a Marta)
MARTA Perché stago ben qua.
DOMENICA E mi, dove vorla, che vaga?
MARTA No ghe xè una carega voda? (accenna dov'ella era prima, presso Anzoletto)
DOMENICA Vorlo vegnir qua elo, sior padre? (a Zamaria)
MADAMA Pardonnez-moi, mademoiselle, monsieur votre père, ne me faira pas cette incivilité. (a Domenica)
DOMENICA Me senterò mi donca. (siede)
ZAMARIA (Cossa òggio da far? Bisogna, che gh'abbia pazzenzia). (vedendo Domenica presso Anzoletto)
ANZOLETTO (Sia ringrazià el Cielo!) (a Domenica)
DOMENICA (Ghe son po arivada). (ad Anzoletto)
ANZOLETTO (No podeva più).
MARTA Siora Domenica?
DOMENICA Siora.
MARTA (Òggio fatto pulito?) (alzandosi davanti a Momolo)
DOMENICA (Pulitissimo). (alzandosi davanti a Momolo)
MOMOLO Vorle, che ghe diga, patrone? che sto vegnir davanti dei galantomeni in sta maniera no la sta ben, e no la par bon. Voggio ben esser tutto quel, che le vol; ma gnanca per el so zogattolo no le m'ha da tòr. (con faccia soda)
MARTA Coss'è? Seu matto? (a Momolo)
DOMENICA Che grilo ve xè saltà? (a Momolo)
ZAMARIA Momolo. Cossa xè stà? Cossa v'àli fatto?
MOMOLO Caro sior Bastian, la me fazza la finezza de vegnir qua, perché ste signore le me tol un pochetto troppo per man. (s'alza)
BASTIAN Son qua, compare. No ve scaldè, perché qua no ghe vedo rason de scaldarse. (s'alza dal suo posto, e va nell'altro)
MARTA No me par d'averve struppià. (a Momolo)
MOMOLO Le se ferma, che me xè passà. (sedendo presso Polonia, e ridendo)
MARTA Spieghèmola mo. (a Momolo)
MOMOLO Adesso ghe la spiego in volgar. Tutti xè arente a la so colona, e anca mi me son rampegà. Cossa disèu, vita mia? Òggio fatto ben? (a Polonia)
POLONIA Mo quando, quando fareu giudizio?
MOMOLO El mese de mai, quando vienlo?
MARTA Andè là, che m'avevi fatto vegnir suso el mio caldo. Ma stimo, con che muso duro! (a Momolo)
AGUSTIN (Nu almanco no se scambiemo). (a Elena)
ELENETTA (Oh! nu stemo ben). (a Agostino)
AGUSTIN (Oh! che magnada, che ho dà). (a Elena)
ELENETTA (No xè miga gnancora fenio). (a Agostino)
MARTA E cussì, gh'è altri prindesi?
MOMOLO Son qua mi. Al bon viazo de compare Anzoleto.(beve)
MARTA Petèvelo el vostro prindese.
MOMOLO Per cossa me l'òi da petar?
MARTA Co no va via anca siora Domenica, petèvelo.
MOMOLO Dème da bever. Al bon viazo de sior Anzoleto, e siora Domenica. (beve)
MARTA Petèvelo. (a Momolo)
MOMOLO Anca questo m'ho da petar? (a Marta)
MARTA Co sior Zamaria no dise de sì, petèvelo. (a Momolo)
MOMOLO Dème da bever. (forte ai servitori)
BASTIAN Compare, ve ne peterè de quei pochi.
MOMOLO Fermève, dème da bever.
Alla salute de sior Zamaria,
Che la so putta lasserà andar via. (beve)
MARTA Petèvelo. (a Momolo)
MOMOLO Dème da bever. (forte ai servitori)
POLONIA Oe, seu matto? (gli leva il bicchiere)
MOMOLO La se fermi. (a Polonia)
POLONIA No vòi, che bevè altro, ve digo.
MADAMA Alons, monsieur, alons, facciamo la partita in quattro. Monsieur Anjoletto, e mademoiselle Dominique. Monsieur Jamaria, et moi.
MARTA Animo, da bravo, sior Zamaria.
LAZARO Sior compare? (a Zamaria)
ZAMARIA Cossa gh'è?
LAZARO Badème a mi. Un poco de muggier la xè una gran bela cossa.
ZAMARIA Disèu dasseno?
MOMOLO Fermève. Ascoltè un omo, che parla. Chi sóngio mi? Sior Momolo manganer. Un bon putto, un putto civil, che laora, che fa el so dover; ma che no gh'ha mai un ducato in scarsela. Per cossa no gh'òggio mai un ducato in scarsela? Perché no son maridà. No gh'ho regola, no gh'ho governo. Vago a tórzio co fa le barche rotte. Marìdete. Me mariderò. Quando? Quando? Co sta zoggia vorrà. (accennando Polonia)
POLONIA Fè giudizio, e ve sposerò. (a Momolo)
MOMOLO Sposème, e farò giudizio. (a Polonia)
POLONIA No me fido. (a Momolo)
MOMOLO Provè. (a Polonia)
MARTA Orsù, sior Momolo, fenìla. Maridève, se volè: se no volè, lassé star; ma a nu ne preme, che se marida siora Domenica, e sior Anzoleto.
ZAMARIA Patrona, in sta cossa gh'ho da intrar anca mi?
MARTA Sior sì; ma che dificoltà ghe xè?
ZAMARIA Ghe xè, che no gh'ho altri a sto mondo, che ela, e che no gh'ho cuor de lassarla andar.
MARTA E per el ben, che ghe volè, voleu véderla desperada? Voleu, che la se ve inferma in t'un letto?(a Zamaria)
ZAMARIA In sto stato ti xè? (a Domenica, pateticamente)
DOMENICA Caro sior padre, mi so so cossa dir. Ghe confesso la verità; la mia passion xè granda; e no so cossa che sarà de mi.
ZAMARIA E ti gh'averà cuor de lassarme? In sta età, senza nissun dal cuor, te darà l'anemo de abandonarme?
MARTA Per cossa non andeu con ela, sior Zamaria?
BASTIAN Perché no ve marideu?
POLONIA Perché non andeu con madama?
MOMOLO Tolè esempio da un omo. Maridève, compare.
MARTA E andè via co la vostra creatura.
ZAMARIA E i mii interessi? E i mii teleri? E la mia bottega?
DOMENICA Caro sior padre, co tornerà sior Anzoleto, torneremo anca nu.
ZAMARIA Ma intanto, averàvio da spiantar qua el mio negozio? Da perder el mio inviamento? Da abandonar i mii teleri?
MOMOLO Fermève, compare. Se avè bisogno de un agente, de un direttor, pontual, onorato; me conossè, savè chi son. Son qua mi.
BASTIAN E mi ve prometto, che per el mio negozio no lasserò che servirme dei vostri omeni, e dei vostri teleri; basta che s'impegna sior Anzoleto, anca che vu no ghe siè, de mandar i dessegni, che l'ha promesso.
ANZOLETTO Sior sì; quel che ho dito a sior Zamaria, lo ratifico a sior Lazaro, e a sior Agustin. Manderò i mii dessegni, e no ghe ne lasserò mai mancar.
MARTA E cussì, cossa resòlvelo, sior Zamaria?
ZAMARIA No so gnente. No le xè cosse da resolver cussì in t'un fià.
MADAMA Ascoltate, monsieur Jamaria. Voi avete del bene, e qui non lo perderete. Io poi ho tanto in mio pouvoir, che potreste essere très-contento di passare avec moi vostra vita.
ZAMARIA Madama, fème una finezza, vegnì un pocheto de là con mi. (s'alza)
MADAMA Très-volontiers, monsieur. (s'alza)
ZAMARIA Domenica, vien de là anca ti.
DOMENICA Sior sì, sior pare, vegno anca mi. (Stè alliegro, Anzoleto, che spero ben). (s'alza)
ZAMARIA (Voggio véder prima in quanti piè de acqua, che son). Patroni, con so bona grazia. (parte)
MADAMA Messieurs, avec votre permission. (parte)
DOMENICA Prego el Cielo, che la vaga ben. (parte)

SCENA DODICESIMA

Tutti, fuorché i tre suddetti. Tutti s'alzano, vengono avanti. I servitori sparecchiano. AGOSTINO ed ELENA restano indietro.
MARTA Sior Anzoleto, me ne consolo.
ANZOLETTO Spèrela ben?
MARTA Oh! mi sì; mi ve la dago per fatta.
BASTIAN El xè un omo cauto sior Zamaria. El vorrà segurarse del stato de madama.
POLONIA Eh! madama gh'ha dei bezzi, gh'ha delle zoggie; la sta ben, ben; ma tre volte ben.
MOMOLO No àla avù tre marii? Un poco de pele de uno, un poco de pele de un altro, la s'averà fatto el borson.
MARTA Ne scriveralo, sior Anzoleto?
ANZOLETTO No vorla? Scriverò ai mii cari amici; scriverò ai mii patroni; se saverà frequentemente de mi; e se saverà sempre la verità. Perché mi no gh'ho altro de bon a sto mondo, che la schiettezza de cuor, la verità in bocca, e la sincerità su la penna.(Agostino ed Elena parlano piano fra di loro, e partono)
MOMOLO Oe! i do zelosi se l'ha moccada.
ANZOLETTO Lassè, che i fazza. Bisogna soffrir tutti col so difetto. Specialmente co i xè de quei, che no dà molestia a nissun. Credème, compare, che 'l più bel studio xè quelo de conoscer i caratteri de le persone, e prevalerse del bon esempio, e correger se stessi, vedendo in altri quele cosse, che no par bon.
MARTA Scrivène spesso, sior Anzoleto.
ANZOLETTO Scriverò; ma che i scriva anca lori.
MOMOLO Mi ve scriverò le novità.
ANZOLETTO Me farè un piaser grandissimo.
MOMOLO E se vien fora critiche, voleu che ve le manda?
ANZOLETTO Ve dirò; se le xè critiche, sior sì; se le xè satire, sior no. Ma al dì d'ancuo, par che sia dificile el criticar senza satirizar; onde no ve incomodè de mandarmele. No le me piase, né per mi, né per altri. Se vegnirà fora de le cosse contra de mi, pazzenzia: za el responder no serve a gnente; perché se gh'avè torto, fè pezo a parlar; e se gh'avè rason, o presto, o tardi, el mondo ve la farà
COSMO Patroni, dise sior Zamaria, che i se contenta de andar tutti de là.
MARTA Dove?
COSMO In portego, che xè parechià per balar.
MARTA Andémo, sior Anzoleto; bon augurio, andémo.(prende Anzoletto per mano)
ANZOLETTO E pur ancora me trema el cuor.
MARTA Mario, vegnì anca va, andémo. (prende anch'ella Bastian per mano)
BASTIAN Mia muggier almanco xè de bon cuor.(parte con Marta e Anzoletto)
MOMOLO Comàndela, che la serva?
POLONIA Magari, che sior Zamaria ve lassasse vu diretor del so negozio de testor.
MOMOLO Ve par, che saria capace de portarme ben?
POLONIA Sè un poco matturlo; ma gh'avè de l'abilità, e sè un zovene pontual.
MOMOLO Oh! sia benedeto, chi me vol ben. (a Polonia)
POLONIA Animo, animo, andémo.(lo prende per un braccio)
MOMOLO Con so portazion. (a Lazaro e Alba, e parte)
LAZARO Via, muggier, andémo. Andémose a devertir.
ALBA Mi anderave in letto più volentiera.
LAZARO Voleu, che andémo a casa?
ALBA Cossa voleu? Che i se n'abbia per mal?
LAZARO Voleu andarve a buttar sul letto un tantin?
ALBA Andémo de là, che voggio balar. (s'alza, e parte)
LAZARO (Brava! Mo che cara cossa, che xè sta mia muggier!) (parte)

SCENA TREDICESIMA

Sala illuminata per il ballo. - DOMENICA, ZAMARIA, MADAMA, AGUSTIN, ELENA, con altre persone, tutte a sedere. Poi MARTA, ANZOLETTO e BASTIAN, poi POLONIA e MOMOLO, poi ALBA, poi LAZARO
MARTA Semo qua, sior Zamaria.
ZAMARIA (s'alza dal suo posto, e corre incontro a Anzoletto)Vegnì qua, sior Anzoleto, vegnì qua, fio mio. Ho risolto, ho stabilio: ve darò mia fia, vegnirò con vu. Sieu benedetto; sè mio zenero, sè mio fio.
MARTA Evviva, evviva siora Domenica, me ne consolo.
DOMENICA Grazie, grazie.(alzandosi)
ANZOLETTO Caro sior Zamaria, no gh'ho termini che basta per ringraziarlo; l'allegrezza me impedisce el parlar.
BASTIAN Me consolo co sior Anzoleto, e co siora Domenica.
MOMOLO Compare Anzoleto, anca mi co tanto de cuor.
POLONIA Anca mi, con tutti, dasseno.
LAZARO Bravi, bravi; anca mi gh'ho consolazion. Muggier, vegnì qua anca va, sentì.(ad Alba)
ALBA Eh! ho sentio; me ne consolo.(colla solita flemma)
LAZARO Poverazza! la xè debole; no la pol star in piè. (a tutti)
ELENETTA Sior santolo, siora Domenica, me ne consolo.
AGUSTIN (prende Elena per mano, e la conduce a sedere dov'erano prima)
ZAMARIA Scampè, vedè, che no i ve la sorba. (a Agostino) Sior Momolo, vegnì qua.
MOMOLO Comandè, paron.
ZAMARIA Za che v'avè esebìo de favorirme; fazzo conto de lassarve a vu el manizo dei mii interessi.
MOMOLO E mi pontualmente ve servirò.
ZAMARIA Ve darò un tanto a l'anno, e un terzo dei utili, acciò che v'interessè con amor.
MOMOLO Tutto quello, che comandè.
ZAMARIA Ma fè da omo.
MOMOLO Se ho da far da omo, bisogna, che me marida.
ZAMARIA Maridève.
MOMOLO Me mariderò, se sta cara zoggia me vol. (a Polonia)
POLONIA Sior sì: adesso, co sto poco de fondamento, ve sposerò!
MARTA Oh! via, le candele se brusa. Prencipiemo a balar.
ZAMARIA Siora sì, subito; ma avanti de prencipiar: putti, destrighève, dève la man. (a Anzoletto e Domenica)
ANZOLETTO Son qua, con tutta la consolazion.
DOMENICA Son fora de mi da la contentezza.
ANZOLETTO Mario, e muggier. (si danno la mano)
BASTIAN Sior Anzoleto, novamente me ne consolo. Andè a bon viazo, e no ve desmenteghè de nu.
ANZOLETTO Cossa dìsela mai, caro sior Bastian? Mi scordarme de sto paese? De la mia adoratissima patria? Dei mii patroni? Dei mii cari amici? No xè questa la prima volta, che vago; e sempre, dove son stà, ha portà el nome de Venezia scolpìo nel cuor; m'ho recordà delle grazie, dei benefizi, che ho recevesto; ho sempre desiderà de tornar; co son tornà, me xè stà sempre de consolazion. Ogni confronto, che ho avù occasion de far, m'ha sempre fatto comparir più belo, più magnifico, più respetabile el mio paese; ogni volta, che son tornà, ho scoverto de le belezze maggior; e cussì sarà anca sta volta, se 'l Cielo me concederà de tornar. Confesso, e zuro su l'onor mio, che parto col cuor strazzà; che nissun allettamento, che nissuna fortuna, se ghe n'avesse, compenserà el despiaser de star lontan da chi me vol ben. Conservème el vostro amor, cari amici, el Cielo ve benedissa, e ve lo diga de cuor.
MARTA Via, no parlemo altro. No disè altro, che debotto me fè contaminar. Sior Zamaria, prencipiemo a balar.
ZAMARIA Un momento de tempo. La lassa, che destriga un'altra picola facendetta, e po son con ela. Madama. (chiamandola)
MADAMA Que voulez-vous, monsieur? (s'alza)
ZAMARIA Favorì de vegnir qua.
MADAMA Me voici à vos ordres.(s'accosta)
ZAMARIA Mia fia xè maridada.
MADAMA Madame, monsieur.(a Domenica e Anzoletto) Je vous fais mon compliment.
ZAMARIA Se volè, se podemo sposar anca nu.
MADAMA Quel bonheur! quel plaisir! que je suis heureuse, mon cher ami!
ZAMARIA Voleu, o no voleu, in bon italian?
MADAMA Voici la main, mon petit coeur. (gli dà la mano)
ZAMARIA Mario, e muggier.
MADAMA Ah mon mignon! (a Zamaria)
MOMOLO Fermève. Con un ambo se vadagna poco. Siora Polonia, ghe vol el terno.
POLONIA Ho capio. Me voressi sposar co sto sugo?
MOMOLO Sti altri con che sugo s'àli sposà?
ZAMARIA Via, siora Polonia, fè anca vu quel, che avemo fatto nu.
POLONIA Me conséggielo, che la fazza?
ZAMARIA Sì, ve conseggio, e me sarà de consolazion.
POLONIA Co l'è cussì, son qua co volè. (a Momolo)
MOMOLO Mia muggier.
POLONIA Mio mario.
MARTA Bravi.
LAZARO Pulito.
ANZOLETTO Me ne consolo.
MOMOLO Fermève. Che ho prencipià a far giudizio.(serio)
ZAMARIA Oh! adesso andémo a balar.
DOMENICA Andémo, che anca mi balerò de cuor. Mi circa l'andar via no serve, che diga gnente: ha dito tanto che basta sior Anzoleto. Digo ben, che anca mi son piena de obligazion con chi m'ha fatto del ben, e che se degna de volerme ben. Andémo, fenimo de gòder una de ste ultime sere de carneval. Signori con tanta bontà n'avè favorio; vualtri, che sè avezzi a gòder de le belissime sere de carneval, ve parla muffa la nostra? Compatìla, ve supplico, compatìla almanco in grazia del vostro povero dessegnador.

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/2005 23.21