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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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I VICERÉ

di Federico de Roberto

Parte terza

8.

Le due duchesse stettero un mese fra la vita e la morte. Il dolore della madre fu terribile, poiché ella vide nella spaventosa disgrazia la mano di Dio. Quella morte era stata permessa affinché ella scorgesse il proprio errore e misurasse la colpa commessa disamando, trascurando quel poveretto. Ella aveva quasi calcolato sulla morte di lui, perché l'altro ne godesse! Non s'era neppur ravveduta alla prima minaccia, quando lo sventurato era stato sull'orlo della fossa! Così, dinanzi al cadavere sanguinoso, una mano l'aveva atterrata: ricuperati i sensi, le sue lacrime non cessarono più; nel vedere il muto, inconsolabile dolore dell'altro figlio, le crisi di pianto quasi la soffocavano. Quanto alla duchessa Teresa, tutti furon meravigliati della forza straordinaria che dimostrò nei primi momenti. Le due disgrazie che mettevano in lutto le due famiglie colpivano lei più di tutti, perché ella faceva parte di entrambe: pure, nelle primissime ore, mentre gli altri perdevano la testa, ella die' prova d'una resistenza incredibile. Che alla notizia della morte del barone rimanesse insensibile, parve quasi naturale, perché ella aveva già chiuso gli occhi al padre ed era quindi sotto il peso d'un dolore più grande. Solamente Consalvo non riusciva a comprendere come la nuova sciagura, che impressionava gli altri per la tragica coincidenza con la prima e più per la sua imprevedibile rapidità, non scotesse la sorella, non le procurasse un moto di stupore, quasi ella l'avesse prevista. Strappata dal letto di morte del principe, ella sola poté strappare il marito e la suocera dal cadavere del giovane, ella sola li indusse a lasciar la casa e a ricoverarsi coi bambini dai Francalanza. Vegliò tutta la notte, senza piangere, tergendo il pianto degli altri, passando dalla madrigna alla suocera, dai figli al marito. Solamente col nuovo giorno, quando venne da San Martino de' Bianchi il suono del mortorio, ella portò la mano al cuore e cadde. La pietà fu immensa. «Solo il Signore poté darle tanta forza,» dissero i prelati; «un'altra sarebbe rimasta fulminata sul colpo!» E le donne, i servi, gli umili: «Pensare,» esclamavano, «che in due ore ha visto i cadaveri del padre e del cognato!... Veramente, c'era da impazzire!» Donna Ferdinanda, Lucrezia e la marchesa, calmissime, s'alternavano al capezzale delle tre inferme, perché anche la principessa dové mettersi a letto. Consalvo stava spesso accanto alla sorella, teneva compagnia a Michele; la sera, però, faceva portar su il registro aperto al pubblico in portineria. Egli enumerava le centinaia di firme disposte in colonna e le centinaia di biglietti da visita ammucchiati in due grandi vassoi, leggeva gli articoli necrologici terminanti tutti con: «Le nostre più sentite condoglianze al figlio inconsolabile», i voti di simpatico dolore deliberati dal Consiglio comunale, dalla Camera di commercio, dai sodalizi politici. Quelle carte erano il documento e la misura della sua popolarità e del suo credito, poiché grandi e piccoli, noti ed ignoti, tutta la città passava sotto il portone del palazzo. Dopo il funerale, celebrato con pompa straordinaria, egli cominciò a ricevere. Dalle due alle sei di giorno, dalle otto alle undici di notte, le sale erano stipate: assessori, consiglieri, impiegati, il prefetto, il generale, il questore, parenti, amici, conoscenze, ammiratori d'ogni genere, fautori di tutte le risme, rappresentanti di tutti i partiti e di tutte le clientele sfilavano continuamente. Tutti insistevano, con aria adatta alla circostanza, sulla doppia incredibile sciagura; egli si diffondeva un pezzo sulla malattia del padre e sull'«accidente» del cugino; ma poi, per toglier dall'imbarazzo le persone, avviava il discorso sopra un altro soggetto, chiedeva notizie degli affari agli assessori ed al prefetto, commentava con gli altri i risultati delle elezioni generali, la nuova riuscita dello zio duca. Quindici giorni dopo le due morti, tornò al Municipio: non sapeva ormai vivere fuori di lì, temeva che le cose andassero a soqquadro senza di lui, in mano di Giulente, il quale, come assessore anziano, aveva preso la firma. Ingolfato di nuovo nel mare degli affari pubblici, quando tornava al palazzo, quando desinava, quando andava a letto, non pensava ad altro. Del resto nessuno lo disturbava, le inferme si rimettevano lentamente assistite dalla principessa vedova, da Lucrezia felicissima di poter fare nuovamente da padrona di casa, dalle altre parenti, senza contare i soliti Monsignori. La duchessa suocera cominciò prima a levarsi; aveva poco più di cinquant'anni, e pareva una vecchia decrepita. Teresa dava maggiormente da pensare ai dottori; il suo male ostinato, ribelle, come alimentato da un veleno misterioso, si prolungava esaurendo le sue forze. A poco a poco, andò meglio anche lei, ma il giorno che tentò di levarsi cadde senza sentimento. Poi tornò a riaversi. Consalvo, una mattina, prima d'uscire, passato a chiedere alla sorella se aveva bisogno di nulla, la trovò con la madrigna, la duchessa e Michele. Appena egli entrò, si volsero tutti dalla sua parte, taciturni, con aria grave. Teresa, con la testa sollevata da un monte di guanciali, sul cui candore il suo viso emaciato pareva di cera, disse con voce lenta e fioca, come stanca: «Ascolta, Consalvo; siedi un momento... Abbiamo da parlarti.» Egli sedette, aspettando. «Ascolta: abbiamo parlato d'una cosa che ti riguarda... Nostro padre... tu sai che nostro padre, in un momento di collera... volle... volle preferirmi a te... Io non credo che questa potesse essere la sua volontà vera... Se il Signore non ce lo avesse tolto, egli l'avrebbe certo modificata... Io ho detto a Michele ed alla mamma che, in coscienza, non posso accettare... quel che ho avuto in tali condizioni...» Tacque un poco, poi aggiunse: «Dite voi... non posso.» Un momento di silenzio. La duchessa aveva gli occhi pieni di lacrime, scrollava il capo amaramente. Consalvo disse: «Perché parlare di queste cose, adesso?» Le parole della sorella, quella rinunzia all'eredità, lo lasciavano del tutto indifferente. Da un pezzo erasi abituato all'idea di non aver altro dal padre che la legittima. Piuttosto lo stupiva un poco il magnanimo disinteresse di Teresa, che il cognato e la zia approvavano. «Una volta o l'altra,» diceva Michele, «bisognava pure parlarne. Io e mia madre approviamo pienamente Teresa; non vogliamo profittare di quel testamento per portarti via il tuo... Siamo ricchi abbastanza... siamo troppo ricchi... e daremmo...» Girò il capo per nascondere gli occhi rossi di lacrime. La duchessa singhiozzava. «Ma perché ora?» ripeté Consalvo. «Ci sarebbe stato tempo... Zia, si calmi!... Va bene, va bene; vi ringrazio... Voi sapete che io non ho certi pregiudizi... voglio dire che, per me, tutti i figli, maschi o femmine, primogeniti o...» Scorgendo l'atteggiamento umile, quasi supplice della vecchia, non finì la frase; disse: «Insomma, se Teresa rinunzia al testamento, divideremo ogni cosa egualmente: va bene così?» «Sì, come vuoi...» Teresa, rimasta immobile, con gli occhi chiusi, parve destarsi. «Un'altra cosa,» riprese. «La felice memoria volle pure, nello stesso momento di cruccio... volle lasciare alla mamma questa casa... Non è giusto neppure che tu... L'erede del nome... Il solo del nostro nome, ne esca...» Egli provò una commozione indefinibile: era il piacere di trionfare della volontà del padre, l'orgoglio di poter restare nella casa degli avi, la paura di dovere qualcosa in cambio alla madrigna. Infatti, Teresa continuava: «La mamma rinunzia alla casa... prenderà invece un'altra proprietà... o un compenso in denaro...» «Per me!...» esclamò la principessa Graziella. «È lo stesso! Io desidero che tutto si faccia d'accordo, che la famiglia sia sempre unita...» «Però,» continuava Teresa, «non bisogna che neppur lei esca dalla casa di suo marito... Tu le cederai un quartiere, fino ai suoi mille anni... La proprietà sarà tua...» Tacque una seconda volta. Pareva che sul punto di morire, con l'anima già staccata dal mondo, dettasse le ultime disposizioni per assicurare la pace, il benessere, la felicità di chi restava. Donna Graziella, sotto l'influenza della generosità e del disinteresse di cui tutti davan prova, per non essere da meno degli altri, perché non si dicesse che ella sola metteva ostacoli all'accordo generale, aveva consentito al cambio; ma nulla al mondo l'avrebbe indotta a sfrattar dal palazzo. «È giusto... Va bene» disse Consalvo. «Grazie!... C'intenderemo.» Da quel giorno Teresa andò migliorando più rapidamente. Un coro di lodi, per quel che aveva fatto, per la nobile rinunzia di cui aveva preso l'iniziativa e che aveva indotto tutti gli altri ad accettare, si levò da ogni parte. Il Vescovo in persona venne a trovarla, appena ella fu in grado di riceverlo; e mentr'ella gli baciava la mano, piangendo, le disse: «Figlia mia, ho saputo. Sii benedetta ora e sempre pel bene che fai.» Ella scosse il capo mormorando: «Che è questo!...» Poi anche a nome della suocera e del marito lo pregò di distribuire diecimila lire di elemosine. Già gli altri prelati avevano ricevuto commissione di far dire messe pel riposo delle anime del principe e del barone. I Radalì avevano già stabilito di lasciare il palazzo Francalanza per andarsene alla Tardarìa, appena Teresa sarebbe stata in grado di sopportare il viaggio. Dal giorno funesto, solo Michele aveva rimesso piede nella casa macchiata dal sangue del fratello. Ma, pei preparativi della partenza, era necessario che una delle donne vi si recasse. E poiché la prova era più dura alla madre, Teresa andò lei accompagnata dal marito. Salì le scale appoggiata al suo braccio; ma, entrando nell'anticamera, fu costretta a sedere, a fiutar la fialetta dei sali. Riavutasi, compì quel che aveva da fare con la fermezza antica. Le stanze del morto erano tutte chiuse. Il domani partirono per la montagna, dove restarono tutta l'estate e l'autunno.

Frattanto Consalvo stabilivasi definitivamente al palazzo paterno. Lasciato alla principessa il quartiere di mezzogiorno, egli s'era riservato quello di gala, ma pei soli ricevimenti, fissando la propria abitazione al secondo piano. Con la madrigna non aveva quasi nulla in comune; facevano tavola separata perché desinavano a ore diverse, ciascuno aveva le proprie persone di servizio e la propria carrozza. Si vedevano di tanto in tanto per le necessità dell'amministrazione. Consalvo non sapeva nulla dello stato della casa, mentre la principessa ne era a giorno; quindi, se l'amministratore chiedeva ordini o schiarimenti, egli lasciava dire alla madrigna. Non solamente si sentiva attirato dagli affari pubblici più che dai suoi propri, ma giudicava che non valesse la pena di occuparsi di questi ultimi finché le proprietà restavano indivise. La divisione fu cominciata al ritorno dei Radalì. Le due duchesse erano interamente rimesse in salute: la suocera pareva ancora più vecchia e la nuora era incinta. Tutti gli articoli del contratto furon stabiliti di comune accordo, con lo stesso disinteresse di cui avevan dato prova in principio. Teresa volle che tutti i feudi storici restassero al fratello, contentandosi delle proprietà di fresco acquistate, delle rendite, dei capitali, dei crediti diversi. In cambio, Consalvo volle che di questa differenza tutta morale fosse tenuto conto nella valutazione delle terre. La principessa, rinunziando al palazzo, prese le tenute di Gibilfemi e il podere dell'Oleastro, che valevano il doppio. Consalvo, durante le trattative, era andato quasi tutti i giorni dalla sorella. Continuò nell'abitudine presa anche dopo. In fin dei conti egli doveva esserle grato della rinunzia che aveva raddoppiato, da un quarto alla metà, la sua parte. Ma, nonostante questa specie di dovere, nonostante la tristezza del lutto, egli riusciva difficilmente ad astenersi dal punzecchiar la sorella per la fervente, la crescente sua devozione. Adesso il Vicario, il confessore, le suore di carità parevano domiciliati in casa di lei. Le nuove chiese della Madonna della Salette e della Mercé, i miracoli di Lourdes e di Valle di Pompei, l'opera dei missionari erano argomento di tutti i loro discorsi. I disciolti frati Cappuccini, tornati a riunirsi in barba alla legge, avevano comprato una casa con le oblazioni dei fedeli: Consalvo seppe che sua sorella aveva contribuito a quell'acquisto. Non aveva ella, prima, giudicato provvida la legge che disperdeva quelle comunità? Come poteva mai andare ogni venerdì a pregare nella cappella della Beata Ximena, dove ardeva la lampada accesa per la salute di Giovannino, della cui pazzia e del cui suicidio ella era stata in parte cagione? Sapeva ella che il giovane s'era ucciso, e non era già morto d'accidente?... La sua fede ostinata, resistente ai disinganni, era sincera o non piuttosto una forma della mania ereditaria tra i suoi? Consalvo inclinava a quest'ultima ipotesi, anche perché egli non aveva fede alcuna; ma non un atto, non una parola rivelavano quel che c'era nel cuore della sorella. Quando egli arrischiò le sue prime allusioni ironiche, ella gli disse: «Senti, Consalvo: ognuno ha da rispondere a Dio delle proprie azioni. Io posso soffrire del tuo scetticismo, ma non vengo a rimproverartelo. Così vorrei che tu rispettassi le mie credenze e, se ti piace di chiamarle così, le mie superstizioni. Ti chiedo troppo?» Egli chinò il capo, prima di tutto perché il ragionamento era giusto, e poi anche perché le aderenze di Teresa nel mondo clericale gli potevano giovare.

Infatti, il giorno tanto aspettato s'avvicinava rapidamente: la riforma elettorale era all'ordine del giorno; dopo averla votata, la Camera si sarebbe sciolta. Ed egli s'accorgeva adesso che la propria elezione non era così sicura come gli era sembrata il primo giorno, a Roma, durante la sua conversazione con l'onorevole Mazzarini e poi nei princìpi della sindacatura. Per l'allargamento del voto e per lo scrutinio di lista, non più le poche centinaia di elettori dello zio potevano mandarlo alla Camera: ce ne volevano migliaia. E se egli era sicuro della città, non sapeva che assegnamento fare sulle sezioni rurali. Già il vecchio duca, fiutato il vento, annunziava ai suoi intimi che avrebbe accettato un seggio al Senato: sicuro d'essere spazzato via come una foglia secca, egli si ritirava finalmente in buon ordine, fingeva di rinunziare spontaneamente per non patir l'onta d'una disfatta. E mentre Consalvo pensava ai casi suoi, inquieto per quel mutamento, per quella «rivoluzione morale» da lui invocata ma avvenuta un po' troppo presto, Giulente non vedeva nulla, non s'accorgeva di nulla. Fiutava le pedate al duca come fosse l'oracolo di vent'anni addietro, aspettava di raccoglierne l'eredità, giurava ancora sulla destra e su Cavour, era sicuro che i nuovi elettori avrebbero dato il gambetto al governo della Riparazione, restaurando il principio moderato. E pensando mattina e sera a queste cose, lasciava ancora le redini della casa alla moglie, la quale, finendo d'imbrogliare ogni cosa, aspettava anche lei adesso, senza dirne nulla, anzi continuando a deriderlo, l'elezione, per non dargli i conti, perché egli potesse far quattrini come lo zio Gaspare... Consalvo non s'occupava di lui: lo disprezzava talmente che, certe volte, quasi gli faceva pena. Riconosciuta la necessità di presto mettersi all'opera, egli affrettò una risoluzione che aveva già presa da un pezzo: rinunziare all'ufficio di sindaco. Non solo aveva bisogno d'essere libero, ma gli conveniva evitare un grave pericolo: che, prolungando il suo soggiorno al Municipio, il vantaggio ottenuto andasse perduto e si mutasse in danno irreparabile. Infatti, la baracca cominciava a scricchiolare. Le spese pazze da lui fatte avevano esaurito la cassa, l'ultimo bilancio s'era chiuso con un deficit considerevole, che egli aveva potuto dissimulare a furia d'artifici; ma la situazione non era più sostenibile; bisognava o imporre tasse o contrarre un debito, ed egli non voleva affrontare l'impopolarità di simili provvedimenti. Afferrò quindi il primo pretesto per battersela. L'amministrazione comunale discuteva ancora una volta sul modo di riscuotere i dazi, poiché il sistema dell'appalto non aveva fatto buona prova. Egli dichiarò, nelle private conversazioni, che il ritorno alla riscossione diretta era per lui uno sbaglio e che perciò bisognava correggere i difetti del sistema vigente, non abbandonarlo: in Giunta non fiatò, lasciò che la maggioranza si pronunziasse. La maggioranza deliberò di mutar sistema. La sera stessa, andato a casa, egli scrisse due lettere; una al prefetto, con la quale rassegnava le sue dimissioni; l'altra, collettiva, a tutti gli assessori, annunziando loro che «per ragioni di delicatezza» aveva già mandato la rinunzia alla prefettura. Fu come un fulmine a ciel sereno. «Delicatezza?...» esclamò Giulente, a cui tutti gli altri chiedevano spiegazioni. «Che delicatezza? Io non capisco!...» E la Giunta in corpo andò a trovarlo, mentre la notizia si diffondeva rapidamente per gli uffici. «Ci spiegherai,» gli disse Benedetto in nome dei colleghi, «che significa questa lettera?» «Significa,» rispose il principe, guardando per aria, «che io non ho voluto esercitare nessuna costrizione, e siccome il vostro modo di vedere è contrario al mio, per lasciarvi liberi, me ne vado.» «Ma a proposito di che?... Forse dei dazi?...» «Dei dazi come di altre cose...» Comprendendo che quella gente veniva per indurlo a ritirare le dimissioni, egli tagliava la via alle insistenze. Disse che da un pezzo, in tante quistioni, in cento piccoli affari quotidiani, s'era accorto che non c'era più fra loro il buon accordo d'un tempo. Ora egli non poteva rinunziare alle proprie idee, né imporle agli altri: il meglio era quindi andarsene. «Potevate però dirlo prima! Non piantarci in asso! È questo il modo?...» Confusamente, essi comprendevano il tiro che aveva loro giocato, il ballo in cui li lasciava; Giulente soltanto insisteva: «Ebbene, c'è mezzo di riparare: torneremo sulle deliberazioni prese; il Consiglio non le ha ancora esaminate; faremo come vorrai...» «È inutile che insistiate,» dichiarò Consalvo. «La mia risoluzione è irrevocabile. Persuadetevi pure che non sono fatto di ferro. Ho lavorato parecchi anni pel mio paese; ora ho bisogno di riposarmi. Del resto, sarebbe tempo che pensassi un poco agli affari di casa mia, adesso che li ho sulle spalle... Grazie della vostra premura,» gli assessori invece schiumavano; «ma credete, non posso. Nessun uomo è necessario; voi avete tanta esperienza quanto me; lascio l'amministrazione in buone mani...» Benedetto andò dal prefetto, perché s'interponesse: fiato sprecato. La Giunta si riunì in casa di Giulente, per deliberare. Alcuni, volendo evitare gl'imbarazzi, sostenevano che alle dimissioni del sindaco dovessero seguire quelle di tutti gli assessori; ma non sarebbe parsa una diserzione? Non avrebbero dimostrato la loro incapacità e dato credito alla voce che li diceva altrettanti burattini mossi dai fili che il sindaco tirava a suo talento? «È un tradimento!» vociferavano i più accaniti. «Un nero tradimento! Ci siamo lasciati giocare da cotesto birbante!» «Calma, di grazia!... Perché tradimento?... Che interesse avrebbe?...» «Come, che interesse?...» e allora gli cantarono sul muso: «Ma non capite?... Non capite che vuol essere deputato, e che ci pianta vedendo pericolar la baracca, ora che ha sfruttato la situazione?... Ora che ha altro da fare, con le elezioni imminenti?» Egli impallidiva, guardava intorno con aria smarrita secondo che la mente gli si schiariva. Sì, negli ultimi tempi aveva ben capito che il nipote nutriva anche lui l'ambizione di esser deputato; ma era sicuro che non si sarebbe presentato subito, che gli avrebbe ceduto il passo almeno la prima volta, e ad ogni modo poteva forse sospettare un tiro di quel genere, l'imbroglio in cui lo metteva, l'eredità di tasse, di debiti, di odii che gli lasciava tra le braccia? Ora egli non protestava più contro le recriminazioni, le rampogne vivaci che i suoi colleghi lanciavano contro l'ex sindaco. «Inganno!... Tradimento!... Birbonata!... Azione degna di colpi di coltello!...» tutte queste parole echeggiavano invece nel suo pensiero; egli riconosceva che erano giuste, comprendeva finalmente che quel birbante da lui iniziato alla vita pubblica gli portava via il posto tanto aspettato e gli sparava calci per tutta gratitudine. E il duca? Il duca che gli aveva tante volte promesso di lasciare a lui, ritirandosi, l'eredità politica?... Il duca, dal quale egli corse, gli disse: «È vero, t'avevo promesso il mio appoggio, ma in altri tempi, quando non potevo prevedere la situazione attuale... Ora che si presenta Consalvo, capisci tu stesso in che imbarazzo mi trovo.» Dunque è vero? Anch'egli è traditore, peggio del nipote? Pensava Benedetto; ma, ad alta voce: «Vostra Eccellenza però non ignora che Consalvo è di sinistra, che appartiene alla Progressista, mentre Vostra Eccellenza...» «Pensi ancora alla destra e alla sinistra?» esclamò ridendo il duca, che aveva in tasca la formale promessa d'un seggio al Senato. «Non vedi che i partiti vecchi sono finiti? che c'è una rivoluzione? Chi può dire che cosa uscirà dalle urne a cui hanno chiamato la plebe? Un vero salto nel buio!... Se mi presentassi io stesso,» per giustificarsi, riconosceva finalmente la verità, «resterei nella tromba!... E vuoi che gli elettori ascoltino la mia voce? L'appoggio che posso dare è puramente ideale... forse sarà una pietra al collo che affonderà il candidato.» Allora Giulente corse da Consalvo. Era in uno stato d'esasperazione violenta; dinanzi al vecchio non aveva osato infrangere l'antico rispetto, ma sentiva il bisogno di sfogare, di dire ciò che occorreva a quel birbante. «Tu hai fatto... hai fatto ciò che hai fatto per i tuoi fini, per lasciar nell'imbroglio me?... Per rovinarmi?... Per prendere il mio posto?...» Consalvo lo guardò con un ambiguo sorriso, fingendo di non capire. «Che avete?... Calmatevi!... Non capisco...» «È vero che presenti la tua candidatura?» «Forse, se avrò probabilità di riuscire...» «E non sapevi... non sai che il posto è mio? Che da tanti anni lo aspetto? Che tuo zio me l'aveva promesso?...» «Posto?» fece Consalvo, con la stess'aria d'ingenuo stupore. «Qual posto? Con lo scrutinio di lista non ci sarà più un posto solo, ce ne saranno tre.» «E ridi, anche? Mi canzoni, anche? Dopo avermi preso il posto, a tradimento?» Il sorriso scomparve dal viso di Consalvo. «Vi faccio osservare che siete riscaldato e che non riflettete a quel che dite.» «Ah, non rifletto?» «Qui non si tratta di posti di platea, dove siede chi ha pagato il biglietto. Io non v'ho preso nulla, per la semplicissima ragione che nulla avevate. Se credete di poter riuscire, nessuno v'impedisce di presentarvi. Se da parte mia avrò questa persuasione, mi presenterò anch'io. La nostra parentela non è così stretta da renderci incompatibili. Non c'è nessun impegno tra noi; ognuno è libero di far quel che crede...» «E tu sei anche libero di piantarci in asso, ora che vedi il baratro spalancato?...» «Non c'è baratro. C'è qualche difficoltà da superare; vuol dire che avrete l'agio di far valere la vostra abilità...» Il sangue montò alla testa di Benedetto. «Siete tutti d'una razza!» gridò improvvisamente; «tutte birbe matricolate...» Consalvo lo guardò un momento nel bianco degli occhi. A un tratto gli sparò una risata sul muso, gli voltò le spalle e scomparve. Giulente, nell'uscire, non rispose al saluto dei servi, non udì ciò che gli veniva dicendo il maestro di casa. Credettero che fosse impazzito, vedendolo scappar via, acceso in viso, col braccio levato e il pugno chiuso. Parlava solo: «Falsi, bugiardi, traditori!... La rivoluzione! il salto nel buio!... Essi però saltano in piedi!... S'è aggiustato gli affari di casa sua!... Adesso il nipote!... Il salto nel buio!... Borbonici fin nelle ossa!... Dovevano impiccarlo, al Sessanta!... Ed io, buffone, che li ho serviti tutt'e due!... Gli auguri a Francesco II!... Adesso è di sinistra!... Buffone!... Sono stato sempre buffone!» Cocente, insoffribile, destavasi a un tratto in lui la coscienza della situazione subalterna in cui era stato tenuto, del mal garbo con cui lo avevano trattato. «La nostra parentela non è così stretta!...» Quel bardassa gliel'aveva spiattellato in faccia! Parenti? Erano stati mai parenti per lui? Tutti, tutti lo avevano guardato dall'alto, come un intruso, come indegno di loro! Lo avevano dapprima sdegnato per i suoi studi, quegli ignoranti, per l'«ignobile» laurea da lui ottenuta: ed erano stati i soli a favor dei quali aveva dovuto esercitare la professione, per sostenere le loro magagne: la vecchia, il principe, Raimondo... «Chi sono dunque?... Una mala razza di predoni spagnuoli, arricchiti con le ladrerie!... A me?... Io me li metto sotto i piedi!...» Invece egli li aveva serviti, corteggiati, piaggiati; che altro aveva fatto se non magnificare la loro presunzione, incoraggiare le loro pazzie, approvare le loro birbonate? «Buffone! buffone! Sono sempre stato buffone!...» Arrivò a casa senza sapere da che parte c'era venuto. Strappò il campanello, entrò come uno spiritato. Lucrezia, sdraiata sopra una poltrona, colle mani sulla pancia, lo guardò un poco curiosamente, poi disse: «Che hai?» Egli le si piantò dinanzi, con gli occhi fuori dell'orbite. «Che ho?... Che ho?... Ho che sono una massa d'infami traditori!...» «Chi?» «Chi? Tuo zio, tuo nipote, i tuoi parenti, quella mala razza, che maledetta sia l'ora e il giorno...» Ella lo guardava sempre come un oggetto strano e ridicolo. Più stupita che sdegnata, interruppe: «Che diavolo dici?» «Che dico? Quel che ho da dire. Vorresti difenderli? O tieni loro il sacco?» «Sei proprio un imbecille,» esclamò ella, levandosi. Allora Benedetto perse il lume degli occhi. Afferratala per un braccio gridò: «È vero? Hai ragione di dirlo, tu! Sono un imbecille.» E le lasciò correre un ceffone, tremendo, che la colse nel pieno della guancia e tonò come una schioppettata. A un tratto la lasciò e andò a chiudersi in camera. I servi, che avevano visto entrare il padrone a quel modo inusitato, erano rimasti in ascolto: nessuno di loro fiatava. La cameriera, finita la scena, sogguardava tratto tratto dall'uscio rimasto aperto, per vedere che faceva la signora. Costei era immobile, dietro la finestra, con la guancia gonfia ed infocata. Dopo un'ora, restava sempre nella stessa posizione. Subitamente si mise a passeggiare guardando per aria come per acchiappar mosche, guardando per terra come cercando un oggetto smarrito, arrestandosi di botto in mezzo alla camera quasi colta subitamente da un'idea, riprendendo poi la corsa quasi inseguendo qualcuno. Ai servi che le chiedevano ordini rispondeva brevemente, ma non in collera. La guancia le si sgonfiava e sbiancava a poco a poco; tratto tratto ella vi portava la mano. «Eccellenza,» vennero a domandarle, «è ora d'apparecchiare?» «Aspettate,» rispose; e andò a picchiare alla camera del marito. Benedetto era buttato sul letto, coi panni sbottonati, la testa ancora in fiamme. Vedendo entrare la moglie, non disse nulla. Lucrezia gli si fece vicino. «Come ti senti?» gli domandò. «Bene,» rispose Giulente, senza guardarla. «Vuoi desinare?» «Come ti piace.» «O credi che sia presto?» «Come credi.» «Allora posso ordinare?» Egli fece col capo un gesto d'indifferenza. Lucrezia dette ordine che allestissero. Poi tornò nella camera del marito. «Perché resti a letto? Hai nulla?» «No, nulla.» Benedetto s'alzò per andare a buttarsi sopra una poltrona. Era pentito dell'atto brutale, ma non esprimeva il suo pentimento. Ruminava continuamente il suo rancore, considerava i partiti che gli si presentavano, non sapeva a quale appigliarsi. «Che avete deciso al Municipio?» domandò ancora Lucrezia. «Non so niente!...» proruppe egli. «Non voglio sentir parlare più di nulla!... Vadano tutti al diavolo!... Se qualcuno dei tuoi mi viene innanzi, lo mando ruzzoloni per le scale.» «Hai ragione,» rispose sua moglie. Dietro l'uscio, il giorno innanzi, aveva compreso, dai discorsi degli assessori, il tiro giocato da Consalvo a suo marito; aveva capito che Benedetto non poteva essere deputato. Nel primo momento era rinata in lei l'avversione pel nipote, per quegli Uzeda che pareva avessero giurato di schiacciarla e pretendevano accaparrare tutto per loro. Ma non sapeva ancora con chi prendersela. Era proprio colpa di Consalvo, o non piuttosto di quella bestia di Benedetto? Ciò che avevano detto gli assessori era vero? il duca non avrebbe riparato?... Né l'aspetto sconvolto di Giulente quand'era rincasato, né le violente parole contro Consalvo e il duca l'avevano persuasa; forse egli avrebbe parlato un giorno intero senza riuscire a nulla. Il ceffone la convertì. Quasi che il suo torbido cervello avesse bisogno d'una scossa materiale per funzionare regolarmente, ella disse subito tra sé: «Ha ragione!» Durante le due ore passate in camera, a guardar la via senza vedere, a passeggiare come una bertuccia in gabbia, aveva ripetuto mentalmente: «Ha ragione!... È Consalvo!... È lo zio!... Mi vogliono schiacciare!... Chi sa che cosa credono!... D'esser padroni proprio di tutto?...» E ora, mentre Benedetto si sfogava, ella ripeteva: «Hai ragione! Hai ragione!...» Durante il desinare tacquero entrambi. Giulente assaggiava appena le vivande e lasciava la posata nel piatto. «Ti senti male?...Desideri qualcosa?... Vuoi andare a letto?...» Ella gli prodigava ogni sorta d'attenzioni, lasciava di mangiare quando il marito non mangiava più. A un punto, Benedetto si alzò. Si sentiva realmente male, tutto sossopra, e andò a letto. Ella l'aiutò a spogliarsi, gli sprimacciò i guanciali, gli preparò il caffè. «Vuoi restar solo? Vuoi riposare?» «Sì.» Ella se n'andò. Aveva appena chiuso l'uscio che lo riaprì. «Non t'angustiare,» tornò a dire al marito. «Deputati non se n'ha da fare uno solo. Ti presenterai anche tu. Vedremo chi è più forte, o lui o noi!»

9.

La situazione del collegio era questa: smantellata la rocca affaristico-conservatrice che per vent'anni aveva sostenuto il duca d'Oragua, sbaragliata l'Associazione Costituzionale, in dissoluzione la stessa Progressista, floride e battagliere le società operaie che trovavano finalmente, nel voto, l'arma con la quale poter scendere in lizza. Mentre, tra la classe borghese, gli antichi moderati, gli ammiratori di Lanza e di Sella erano costretti a nascondersi, le nuove falangi di elettori parlavano di più grandi libertà, di più radicali riforme, di repubblica e di socialismo. Ma queste parole, spaventando i progressisti timorati, potevano spingerli tra le file dei conservatori, dar nuova vita al boccheggiante moderatismo. Il posto più vantaggioso era dunque tra i progressisti e i radicali. Consalvo di Francalanza lo prese immediatamente. La sua iscrizione al partito di sinistra, la sua rottura con lo zio dopo la «rivoluzione parlamentare» del 1876, legittimavano il programma ultra-liberale che egli veniva annunziando. Appena andato via dal Municipio, aveva cominciato il lavorìo fuori città, nelle sezioni rurali. Popolani e contadini si svegliavano laggiù alla politica; c'erano società operaie, circoli agricoli, casini democratici ordinati e disciplinati, coi quali bisognava venire a patti. I nobili, i borghesi, i facoltosi furono conquistati subito. Accompagnato da amici e ammiratori spontaneamente offertisi, egli cominciò il giro del collegio. Il sindaco, il signore più ricco, o la persona più influente dava un pranzo o un ricevimento in suo onore, invitando gli altri maggiorenti. Non si parlava delle elezioni, ma il principe, affabile con tutti, s'informava dei bisogni del paese, ascoltava i reclami di tutti, prendeva note sopra un taccuino, e lasciava la gente ammaliata dai suoi modi cortesi, sbalordita dalla sua eloquenza e soddisfatta come se egli avesse scritto il decreto per la costruzione della ferrovia, per la riparazione delle strade, per il traslocamento del pretore. Ma, dopo il banchetto o la refezione, dopo la visita ai capoccia, Consalvo andava alla sede delle società popolari. Lì, in quelle piccole stanze con mobili sospetti, affollate da povera gente dalle mani callose, cominciava il suo tormento. Egli stringeva quelle mani, senza guanti; si mescolava a quegli umili, sedeva tra loro, accettava i rinfreschi che gli offrivano, e non un moto dei suoi muscoli rivelava lo spasimo che quelle vicinanze e quei contatti gli facevano soffrire. Istruito in precedenza, teneva lunghi discorsi sui bisogni del paese, sulla crisi dei vini o degli agrumi, sulla gravezza delle imposte, e prometteva leggi intese a proteggere l'agricoltura, assicurava lenimenti di tasse, premi, agevolezze di ogni genere. La sua teoria era quella del progresso, «del progresso che mai non s'arresta...» ma, se vedeva pender dalle pareti i ritratti di Garibaldi e di Mazzini, insisteva sull'urgenza di «più ampie libertà richieste dallo spirito dei tempi»; se vedeva quelli della famiglia reale, riconosceva la necessità di andare «coi calzari di piombo». Quasi sempre egli trovava qualcuno che gli faceva da guida, ma talvolta non c'era nessuno che potesse presentarlo nei circoli più intransigenti: allora egli si presentava da sé, chiedeva del «signor presidente», annunziava che trovandosi di passaggio aveva desiderio di visitare «questo sodalizio tanto benemerito del paese». Quasi da per tutto si guadagnava simpatie e accaparrava voti. Il solo fatto che don Consalvo Uzeda principe di Francalanza faceva loro una visita, disponeva quegli umili in favor suo. Le strette di mano, i discorsi famigliari, le grandi frasi e le promesse convertivano i più restii. Molti però recalcitravano; egli otteneva tuttavia l'effetto di metter la scissura dove prima era l'accordo. Una dozzina di società lo elessero, seduta stante, presidente onorario; egli ringraziò per «l'insigne onore di cui sarei indegno se non avessi da far valere l'immenso affetto per gli operai, i cui miglioramenti, il cui benessere, la cui felicità sono stati e saranno sempre lo scopo della mia vita». Dopo i discorsi ufficiali egli soggiungeva: «Quando avrete bisogno di me, quando verrete in città, rammentatevi che la mia casa è la vostra...» E ancora non si parlava dell'elezione. Esaurito quel primo punto del suo programma, egli passò al secondo, cioè all'accordo con gli altri candidati. Per tre seggi, c'era una dozzina d'aspiranti; ma tolte le pretensioni ridicole, come quella di Giulente, restavano, oltre alla sua, quattro candidature serie: l'avvocato Vazza, che aveva un'estesissima clientela e si presentava con programma «liberale» senza indicazione di partito parlamentare; il professor Lisi, già presidente della Progressista, e perciò con idee di sinistra; Giardona e Marcenò, radicali. Consalvo si mise in relazione col primo di questi due, che era il più temperato, per un'azione comune. Dal radicalismo annacquato di costui al liberalismo avanzato suo proprio c'era tanta distanza da non potersi intendere? Nondimeno, i fautori di Giardona vollero dichiarazioni esplicite: egli s'impegnò a dare il suo voto a tutte le riforme chieste dal partito e sopra tutte alle riforme sociali. Andò a dire in mezzo a loro: «Io sono socialista. Dopo che ho studiato Proudhon, mi sono convinto che la proprietà è un furto. Se i miei antenati non avessero rubato, io dovrei guadagnarmi la vita col sudore della fronte.» Tuttavia quelle dichiarazioni non soddisfacevano interamente. I radicali più avanzati che sostenevano Marcenò gli si voltarono contro. Venne poi fuori un giornaletto, La lima, che lo prese di mira, chiamandolo il «nobile principe, il sire di Francalanza», alludendo ai suoi parenti borbonici, affermando che un aristocratico suo pari, discendente dai Viceré, non poteva esser sincero quando sfoggiava tanta fede democratica. Allora anch'egli fece pubblicare un foglio, Il nuovo elettore. Tutti i numeri, dal principio alla fine, erano pieni di lui, delle sue gesta al Municipio, dei suoi titoli alla gratitudine del paese. I giornali quotidiani anch'essi avevano articoli esaltanti «il giovane patrizio democratico a fatti, non a parole». Stretto il patto con Giardona, restava da scegliere tra il Lisi e il Vazza per formare la triade. Egli voleva mettersi con quest'ultimo, perché era il più forte; ma Giardona minacciò di mandare tutto a monte, perché il Vazza, proclamandosi ambiguamente «liberale», era il più moderato di tutti e ben visto perfino dalla Curia. Invece, l'alleanza con Lisi, che s'avvicinava più alle loro idee, era la sola naturale. Egli riconobbe questa convenienza. Fu stabilito l'accordo, ma ciascuno si mise all'opera per proprio conto. La legge della riforma era ancora dinanzi al Senato che già ogni sera riunivasi gente in casa del principe: nobili parenti, impiegati comunali, maestri elementari, avvocati, sensali, appaltatori: un veglione. Il quartiere di gala era aperto al pubblico; egli non relegava gli elettori nelle stanzette buie dell'amministrazione, come aveva fatto suo zio; spalancava le nobili Sale Gialla e Rossa, il Salone degli specchi, la Galleria dei ritratti. Tutti erano animati dal più vivo entusiasmo; la gente minuta che veniva la prima volta al palazzo, che sedeva sulle poltrone di raso sotto gli sguardi immobili dei Viceré, si sarebbe fatta tagliare a pezzi per quel candidato che prometteva mari e monti, il bene generale e quello particolare d'ogni singolo votante. Un perito agrimensore compose un opuscolo intitolato: Consalvo Uzeda principe di Francalanza, brevi cenni biografici, e glielo presentò. Egli lo fece stampare a migliaia di copie e diffondere per tutto il collegio. Il ridicolo di quella pubblicazione, la goffaggine degli elogi di cui era piena non gli davano ombra, sicuro com'era che per un elettore che ne avrebbe riso, cento avrebbero creduto a tutto come ad articoli di fede. Un infinito disprezzo di quel gregge lo animava, e un rancore violento contro chi tentava sbarrargli la via. Perché, infatti, come l'agitazione cresceva, gli attacchi della Lima divenivano più acri, e una quantità di fogli, foglietti e bollettini elettorali, sorti per sostenere questa o quella candidatura, o per speculare sulla curiosità che induceva la gente a buttar via i soldini in carta sporca, lo aggredivano mattina e sera, gliene dicevano di cotte e di crude. Dinanzi alle persone ne rideva, dentro s'arrovellava: potendo, avrebbe messo il bavaglio a quei libellisti, li avrebbe banditi, imprigionati. Ma l'accusa che più lo feriva, che lo faceva veramente sanguinare, era quella che cominciavano a lanciare: «Elettori, il candidato che noi vi presentiamo non ha feudi né blasoni, non oro da corrompere le coscienze; ma voi, cittadini, dimostrerete che la vostra coscienza è un tesoro troppo grande perché un pugno di monete possa comprarla.» Era una menzogna, giacché egli non spendeva altri quattrini se non quelli della stampa, della posta, delle carrozze; ma poteva trovar credito più delle altre, ed egli voleva esser eletto per l'attitudine alla vita pubblica di cui aveva dato prova, per la cultura che s'era affannato ad acquistare. Poi, rammentando l'impegno preso con se stesso di restar calmo, di lasciar dire, scrollava le spalle, dominava gli impeti di sdegno, i moti di cruccio; diceva: «Mi eleggano pel blasone e pei feudi, che m'importa? Purché mi eleggano!» E agli intimi che s'arrabbiavano per lui vedendolo aggredito a quel modo: «Hanno ragione!» rispondeva, sorridendo. «il mio più grande titolo all'elezione è quello di principe!» Ciò che egli esprimeva con la facezia era la verità. «Principe di Francalanza»: queste parole erano il passaporto, il talismano che operava il miracolo di aprirgli tutte le vie. Egli sapeva che le dichiarazioni di democrazia non gli potevano nuocere presso gli elettori della sua casta, poiché costoro non lo credevano sincero ed erano sicuri di averlo, al momento buono, dalla loro; dall'altro canto sentiva che le accuse di aristocrazia non lo pregiudicavano molto presso la gran maggioranza di un popolo educato da secoli al rispetto ed all'ammirazione dei signori, quasi orgoglioso del loro fasto e della loro potenza. Per lui, il buon popolo che si lasciava taglieggiare dai Viceré era stato pervertito da false dottrine, da sciocche lusinghe: egli era sicuro che prendendo a quattr'occhi uno di quelli che più vociavano «libertà ed eguaglianza» e dicendogli: «Se foste al mio posto, gridereste così?» il fiero repubblicano sarebbe rimasto in un bell'impiccio. La quistione, dicevano alcuni, era che questi posti eminenti, queste situazioni privilegiate non dovevano più esistere: ma allora Consalvo sorrideva di pietà. Quasiché, ammessa pure la possibilità d'abolire con un tratto di penna tutte le disuguaglianze sociali, esse non si sarebbero di nuovo formate il domani, essendo gli uomini naturalmente diversi, e il furbo dovendo sempre, in ogni tempo, sotto qualunque regime, mettere in mezzo il semplice, e l'audace prevenire il timido, e il forte soggiogare il debole! Nondimeno piegavasi, concedeva tutto, a parole, allo spirito dei nuovi tempi. I giornaletti arrabbiati lo mordevano tenacemente con l'accusa di muffosità «spagnolesca», di orgoglio «organico»; egli diceva agli elettori che gli davano del «signor principe» a tutto spiano: «Io non mi chiamo signor principe, mi chiamo Consalvo Uzeda...» Metteva adesso una specie di zelo nello spogliarsi di tutto ciò che poteva offendere il sentimento dell'uguaglianza umana, non parlava più dei «miei viaggi» e dei «miei feudi», pareva volersi scusare del suo titolo e delle sue ricchezze, quasi vergognoso del grande stemma infisso sull'arco del portone, della rastrelliera del vestibolo, dei ritratti degli avi, d'altrettante macchie, d'altrettanti attestati d'indegnità. Ma egli faceva così a tempo e luogo, dinanzi ai radicali sinceri, ai repubblicani puri; la più gran parte del tempo sapeva d'avere intorno persone che chiamandolo «principe», mostrandosi in sua compagnia, credevano di partecipare in qualche modo al suo lustro. Lavorava come un cane a far visite, a scriver lettere, a dirigere i suoi galoppini, a presiedere le adunanze del comitato. La notte stentava a prender sonno, con la mano scottata dal contatto di tante mani sudice, sudate, ruvide, incallite, infette; con la mente infiammata dall'ansietà della riuscita. Sarebbe riuscito? A momenti ne aveva l'intima e salda certezza; il governo era per lui; Mazzarini, arrivato al potere, ministro dei lavori pubblici, gli aveva trascritto da Roma tutte le lettere con le quali lo raccomandava al prefetto. Ma non si contentava di riuscire, voleva stravincere, essere il primo degli eletti, assicurarsi stabilmente il collegio con una votazione unanime, plebiscitaria. L'accordo col Giardona gli giovava certamente, ma quello col Lisi era stato forse un errore. La situazione di Vazza era invece fortissima, molti assicuravano che sarebbe riuscito il primo: raccoglieva adesioni dovunque e i clericali specialmente, senza sostenerne in pubblico la causa, lavoravano per lui, sott'acqua, ma con efficacia grandissima. Era stato un vero sbaglio rinunziare a quest'alleanza e preferir Lisi; per tentar di riparare, per giovarsi del lavorìo delle sacrestie, egli pensò di rivolgersi alla sorella. Non la vedeva da un pezzo, ma sapeva che la sua vita severa, austera quasi, la rinunzia totale, dopo i lutti, alle occupazioni ed ai piaceri mondani, l'edificante pietà l'avevano messa ancora più in grazia dei Monsignori. Andò dunque da lei. Sul punto d'entrare nel suo salotto udì una voce squillante che diceva: «L'ho cantato a tutti, non mi stancherò di ripeterlo! Cada Sansone con tutti i filistei!» Era la zia Lucrezia. Egli si fermò ad ascoltare. «Vostra Eccellenza mi perdoni,» rispondeva dolcemente Teresa, «ma parlare così contro suo nipote...» «Mio nipote?... Che nipote?...» vociferava l'altra. «A lui dunque fu permesso trattare così mio marito? Pan per focaccia, dice il proverbio! Benedetto non risulterà, ma neppur lui: la vedremo! Piuttosto mi meraviglio di quella bestia di Monsignore...» «Zia!» «Di quel bestione di Monsignore, che non vuole appoggiare mio marito. Invece di fare il giuoco di Vazza, dovrebbe sostener Benedetto, che è stato sempre moderato e perciò più vicino ai clericali! E mi meraviglio più di te, che non vuoi spendere una parola per tuo zio!... Ma gli parlerò io! Ho lingua, e posso parlar da me! Se tutti abbandonano Benedetto, ci sono qua io! Io non l'abbandonerò! Ho lui solo al mondo!... Capisci che gli hanno procurato una malattia di fegato? Tirano a ucciderlo, cotesti assassini! Ma riderà bene chi riderà l'ultimo!» Contenendo le risa, Consalvo entrò. Appena lo vide, Lucrezia levossi. «Ti saluto, ho da fare,» disse alla nipote; e senza guardarlo, quasi non l'avesse scorto, ma calcando la voce e passandogli dinanzi gonfia e impettita, ripeté: «Riderà bene chi riderà l'ultimo!» Consalvo si mise a ridere. «Quella pazza l'ha con me!... Che diavolo pretendeva? Che le hanno fatto?» «Poveretta, non ne dir male,» rispose Teresa con pietosa indulgenza. «È già una fortuna che tu non le dia ragione! Voleva che pei begli occhi di suo marito io rinunziassi all'avvenire? E adesso, tutt'a un tratto, arde d'affetto per cotesto marito prima vilipeso?...» Teresa non rispose; fece solo un gesto di grande compatimento. «E che voleva da te? Ti parlava dell'elezione?» «Sì.» «Voleva il tuo voto, ah! ah!» «No, credeva che io potessi giovarle.» «E che le hai risposto?» «Che non posso nulla.» «E per me?» soggiunse rapidamente Consalvo. «Per nessuno, fratello mio!... Io non mi occupo di queste cose.» «Ma i tuoi Monsignori?» esclamò egli sorridendo. «Né io né essi parliamo di queste cose.» «Di che parlate allora, spiegami un po'?» Al tono leggermente canzonatorio di Consalvo, la duchessa chiuse gli occhi un momento, quasi ad attinger forza per affrontare le contraddizioni, quasi a pregare pel miscredente. «Parliamo, in questi giorni, d'un gran miracolo che il Signore ha permesso. Non hai sentito discorrere della Serva di Dio?» Egli sapeva qualcosa, così in aria, d'un preteso prodigio avveratosi in persona d'una contadina di Belpasso; ma Teresa, senza aspettare la sua risposta: «È un'umile contadinella,» proseguì, «che vive in una casupola, col padre e la madre, nelle campagne di Belpasso. È stata sempre religiosissima, ma da qualche tempo si manifestano in lei i segni della Grazia. Tutti i venerdì, dopo esser rimasta tre ore in ginocchio, le appariscono sul corpo le stimmate di Nostro Signore; ella esala un odore d'incenso soavissimo e dalle sue labbra...» «Questi li chiami segni della Grazia? Sono fenomeni isterici!» Teresa tacque un poco, con la stessa espressione dell'indulgenza che s'accorda ai poveri ignoranti. «Se fossero fenomeni isterici, i dottori l'avrebbero curata. Invece, nessuno di quanti l'hanno vista ha saputo spiegare queste manifestazioni; tutti i loro pretesi rimedi sono rimasti inefficaci.» «Vuol dire che hanno chiamato dottori asini...» «No, i più riputati!... Sulla fronte le appare una macchia rossa in forma di croce, sul costato la figura del giglio...» A voce più bassa aggiunse: «Monsignore andrà a visitarla.» «Vedrà anche il costato?» Ella si trasse indietro, i suoi sguardi espressero uno sdegnato biasimo. «Consalvo! Sai che mi duole udirti parlare così...» «Andiamo! Non si può scherzare?... Ma tu credi sul serio?...» «Credo,» rispose brevemente. Egli la considerò un poco. Voleva dire: «A chi la dài a intendere?... Sei ammattita come tutti i nostri?...» Ma non era venuto per questo. «Delle elezioni, dunque, non parlate?» «No. Sono quistioni che io non capisco; e poi, la Chiesa non partecipa a queste lotte.» «Né eletti né elettori, eh? Eppure i tuoi Padri spirituali si dànno un gran da fare per un certo avvocato...» «Il Santo Padre ha ordinato che i cattolici non vadano alle urne come partito...» «Ah!... Dunque sai che c'è distinzione fra partito ordinato e cittadini spiccioli?» «Non è difficile intenderlo.» «Va bene, va bene!... E come singoli cittadini, i cattolici che fanno?» «Appoggiano, talvolta, chi più s'accosta a loro.» «Cioè?» «Chi crede.» Le due parole significavano: «Tu non sei fra questi; ecco perché io non posso fare nulla per te.» Ma Consalvo, che faceva l'ingenuo, replicò: «Chi crede a che cosa?» «Prima di tutto agli eterni princìpi di verità.» «E poi?» «Al trionfo della Chiesa!» «Anche tu?...» cominciò Consalvo, sul punto di protestare, di dire il fatto suo a quell'altra sciocca. Ma si contenne ancora una volta. Che gl'importava di quelle sciocchezze? L'importante era sapere se bisognava assolutamente rinunziare all'intromissione di lei. «Ah, va benissimo!...» riprese, con tono diverso. «Il trionfo della Chiesa!... Ma su chi deve trionfare, sentiamo?» «Sopra i suoi nemici e i suoi persecutori.» «Chi sono? Dove sono? In Italia? In Francia? Sentiamo un po': che bisogna fare? Restituire Roma al Papa, eh? Dargli tutta l'Italia, tutto il mondo? Sentiamo, spieghiamoci una buona volta, per saperci regolare, per vedere fino a qual punto potremo intenderci...» Ella disse, seriamente: «È inutile che tu la prenda su questo tono. Presto o tardi il diritto legittimo trionferà.» «Come? Quando? Dove?» Ella alzò il capo e socchiuse gli occhi, quasi ispirandosi. «Nascerà,» disse, «un gran monarca, dalla diretta progenitura di San Luigi di Francia, e si chiamerà Carlo. Egli farà dell'Europa sette regni, e rimetterà il Santo Padre sulla cattedra di Pietro...» Questa volta Consalvo non riuscì a frenare le risa. «Ah! Ah! Ah!... S'ha da chiamare proprio Carlo? E perché non Filippo, Ignazio, Epaminonda?... Ma dove diavolo peschi simili fandonie?» «Che t'importa, se sono fandonie?... Mi duole che tu ne rida... Ti ho detto mille volte che ciascuno ha le proprie convinzioni...» «Sì! Sì!... Ma donde t'è venuta questa qui? Dove hai saputo che accadranno tutte queste belle cose?» Ella stese il braccio verso una scansietta piena di libri e vi prese un volumetto legato con pelle nera e dorato sui tagli. Consalvo lesse sul frontespizio: L'Europa liberata ovvero Trionfo della Chiesa di G.C. su tutte le usurpazioni e tutte le eresie. Eco dei Profeti e dei SS. Padri... A un tratto volse il capo, udendo il cameriere che annunziava dalla soglia, scostando la tenda: «Padre Gentile, Eccellenza.» Entrò un prete alto, asciutto, con forti occhiali sul naso adunco come un rostro. «Il principe di Francalanza, mio fratello,» presentò Teresa. «Padre Antonio Gentile...» Il prete inchinossi profondamente. Consalvo lo squadrava da capo a piedi. Un altro, adesso! Quella casa diventava una sacrestia! «Il Padre,» aggiunse Teresa, rivolta al fratello, «ha la bontà di dirigere l'educazione dei miei bambini...» «Io sono ben lieto,» rispose l'ecclesiastico, «di poter servire la signora duchessa...» «Non è siciliano?» gli domandò Consalvo, per dire qualcosa, perché non paresse che andava via subito, ma impaziente di svignarsela poiché s'accorgeva d'aver già perduto troppo tempo. «Signor no, sono romano» rispose il Padre. «È da un pezzo fra noi?» «Da qualche mese appena.» «Tanto piacere...» fece il principe, alzandosi. Il prete s'alzò e s'inchinò una seconda volta. Teresa gli chiese permesso e accompagnò il fratello. «Dunque?» insisté Consalvo. «Che bisogna fare per ottenere l'appoggio della signora duchessa?» «Ma io non valgo a nulla!...» protestò Teresa, con un discreto sorriso. «Bisogna giurare fedeltà a Carlo, al Gran Monarca?... Non c'è altro scampo?... Ma se ancora ha da venire?... Basta, arrivederci!... E quest'altro, dove l'hai pescato? Chi è?...» «Uno dei Padri più colti della Compagnia di Gesù!...»

«Tempo perduto! Tempo perduto!...» Non c'era da cavar nulla da quegli Uzeda! I migliori, quelli che parevano i più saggi, a un tratto si rivelavano pazzi, come gli altri. Questa qui, adesso, si chiamava in casa i Gesuiti, credeva alle balorde profezie, ai pretesi miracoli, diventava cieco strumento in mano dei preti! Dov'era la fanciulla d'una volta, graziosa, gentile, poetica, pietosa ma non bigotta, credente ma non accecata? Anche al fisico, aveva perduta l'eleganza del portamento, ingrassava, era irriconoscibile. La pazzia soggiogava anche lei, prendeva la forma religiosa, diventava misticismo isterico! Tutti a un modo, tutti!... Egli solo si stimava savio, forte, prudente, immune dal vizio ereditario, padrone e giudice di se stesso e degli altri... E, apparso sulla Gazzetta ufficiale il decreto che chiudeva la sessione, egli si buttò a capo fitto nella lotta. Giorno e notte la sua casa trasformata in una piazza, in un pubblico mercato, dove i delegati discesi dalle sezioni rurali e gli elettori cittadini andavano e venivano, discutendo, contrattando, gridando, col cappello in testa, con le mazze in mano. Più gente veniva, più egli ne invitava: i galoppini, per suo ordine, rimorchiavano lassù, adescati dal marsala e dai sigari, dalla curiosità di entrare nel palazzo dei Viceré, gonfi dell'importanza a cui erano assunti d'un tratto, individui di tutte le classi, bottegai, scrivani, uscieri, trattori, barbieri, gente più umile ancora, servi, guatteri, tutte le infime persone che per aver messo una firma dinanzi al notaro tenevano nelle loro mani una frazione della sovranità. Egli stringeva tutte quelle mani, accoglieva tutta quella gente con un «grazie dell'adesione!», dava del lei sopra e sotto; essi andavano via incantati, accesi d'entusiasmo, protestando: «E lo dicevano superbo! Un signore tanto alla mano!...» Una sera, facendo il giro delle sale, Consalvo vide una faccia nuova, che rassomigliava tuttavia... a chi?... A Baldassarre, il suo antico maestro di casa! Ma i favoriti erano scomparsi, e invece sulle labbra già sbarbate dell'ex servitore cresceva un grosso paio di mustacchi tinti come stivali. «Grazie dell'adesione,» gli disse Consalvo, stringendogli la mano. «Niente!... Dovere!...» balbettò Baldassarre. Uscito dalla casa del principe, il maggiordomo s'era buttato alla politica, aveva abbracciato la fede democratica, presiedeva ora una società operaia di mutuo soccorso. Giacché il principino - Baldassarre adoperava ancora il diminutivo per designare l'antico padroncino - si presentava con programma democratico, egli aveva indotto i consoci ad appoggiarlo; così rientrava nel palazzo lasciato da servo con l'importanza di uno che portava un bel gruzzolo di voti. Seduto sopra una di quelle poltrone di raso che prima aveva avanzato ai signori, egli si guardava intorno ed ascoltava con la gravità dell'antico maestro di casa, era più serio e decorativo di tanti altri; un sindaco di provincia che gli stava a fianco gli disse: «Da noi la riuscita è assicurata. E qui, professore, come vanno le cose?» «Eccellente!» fece Baldassarre, scrollando il capo. I membri del comitato, quella sera, riferivano i nomi degli elettori amici che avevano fatto iscrivere nelle liste. L'antico servo s'avvicinò a Consalvo. «Signor principe,» non gli dava più, per democrazia, dell'Eccellenza, «la nostra società ha fatto iscrivere una cinquantina di elettori. Sono tutti nostri!» «La ringrazio; non so come ringraziarla.» «Si figuri, per carità: dovere! Vinceremo certamente! La vittoria è nostra!» «Accetto di cuore l'augurio cortese.» E Baldassarre, dimenticato il torto che gli aveva fatto il principe defunto, si fece in quattro per assicurare il trionfo del principino, divenne in breve uno dei suoi luogotenenti. Egli faceva i suoi rapporti a Consalvo, ne riceveva le istruzioni, gli dava a sua volta consigli; e il padrone e il servo erano scomparsi, sedevano a fianco alla stessa tavola, il principe passava la carta e la penna all'antico creato, si davano del lei come due diplomatici stipulanti un trattato. La lotta diveniva frattanto più aspra. Consalvo aveva fatto fare certe aperture ai capi clericali, ma costoro avevano risposto che la sua alleanza con Lisi e Giardona rendeva impossibile qualunque accordo. Giulente boccheggiava. Per salvare il Municipio aveva dovuto imporre nuove tasse, aggravare le antiche, congedare impiegati, lasciare in asso tutte le opere non finite, ridurre tutte le spese; e la sollevazione era unanime contro di lui per l'odiosità delle imposte, la gretteria eretta a sistema. La sua lunga aspirazione all'eredità politica dello zio, la stessa malattia di fegato erano un po' ridicole: sua moglie finiva di rovinarlo, vantando il suo patriottismo dopo averlo deriso: «Al Volturno stava per lasciare una gamba!...» domandando a tutte le persone, ai commessi di negozio, ai venditori ambulanti: «Non siete elettore?... Allora andate a farvi iscrivere...» Ed ella gli aveva finalmente consegnato i conti dell'amministrazione, dove c'era un baratro peggio che al comune. Gli altri candidati, però, non si davano vinti, i più pericolanti si ostinavano peggio, ricorrevano a tutti i mezzi, contrattavano i voti, lanciavano accuse violente ai rivali fortunati, specialmente al principe. «Noi non abbiamo nipoti educati dai Gesuiti, né zii Cardinali di Santa Chiesa, né parenti reazionari; non ci appoggiamo su tutti i partiti, dalla nobiltà alla canaglia!...» Consalvo lasciava dire, correva in provincia, tornava in città, allargava la cerchia dei propri aderenti. I messi di Baldassarre, dal canto loro, predicavano nelle osterie la democrazia del principe, pagavano da bere a quanti gli promettevano il voto. Una sera, però, la discussione si fece brutta fra quelli che stavano dalla sua e gli oppositori che davano al principe del Rabagas, del Gesuita e del traditore. Dalle parole vennero ai fatti, volarono sedie e bottiglie, luccicarono i coltelli, gravi minacce furono pronunziate. Allora Consalvo si rivolse agli antichi compagni di bagordo, alla gente con la quale aveva fatto vita, un tempo, nelle taverne e nelle case di tolleranza: ceffi spaventosi, pallidi bertoni con la faccia tagliata da cicatrici fecero la guardia al suo palazzo, alla sua persona; si disseminarono nei luoghi equivoci, minacciando, intimorendo... «Il candidato di Francesco II ha sguinzagliato la mafia per tutto il collegio allo scopo di spaventare gli onesti cittadini,» denunziarono i fogli avversari; ma nella violenza della battaglia le più feroci accuse avevano perduto ogni efficacia, erano naturalmente attribuite all'odio di parte, al rancore di chi sentiva mancarsi il terreno sotto i piedi. Il nome di Francalanza era su tutte le bocche, nessuno dubitava oramai dell'elezione del principe. Egli preparava il discorso elettorale.

Grandi cartelloni multicolori incollati per tutta la città annunziarono l'avvenimento: «MEETING ELETTORALE. Cittadini: Domenica, 8 ottobre 1882, alle ore 12 meridiane, nella Palestra Ginnastica (ex convento dei PP. Benedettini) il Principe di Francalanza esporrà il suo programma politico agli elettori del 1° Collegio.» Seguivano le firme del comitato: un presidente, vecchio magistrato a riposo, ben visto da tutti i partiti e perciò messo a quel posto da Consalvo; poi sei vicepresidenti, più di cinquecento membri, otto segretari, ventiquattro vicesegretari. Era una novità, questa dei discorsi-programmi. Le elezioni non si potevano più fare alla chetichella, in famiglia, come al tempo del duca d'Oragua: ciascun candidato doveva presentarsi agli elettori, render loro conto delle proprie idee, discutere le quistioni del giorno. «Almeno è certo che andranno al Parlamento solo quelli che sanno parlare!...» Ma udire il principe di Francalanza discorrere in piazza come un cavadenti... lo spettacolo era veramente straordinario. Gli altri candidati tenevano i loro discorsi nei teatri, ma per quello di Consalvo c'era tanta aspettazione, piovevano tante richieste di posti, arrivavano tante rappresentanze dalla provincia, che nessun teatro parve sufficiente. La palestra ginnastica, che era il secondo chiostro del convento di San Nicola, grande quanto una piazza, aveva, con i suoi archi, le colonne e le terrazze, una cert'aria di anfiteatro; era l'ambiente più vasto, più nobile, più adatto alla grandezza dell'avvenimento. E poi Consalvo, da cui veniva la scelta, aveva una sua idea. Egli andò a dirigere personalmente l'addobbo. Ma intanto che i tappezzieri lavoravano a disporre trofei di bandiere e festoni d'ellera e tende e ritratti, il principe si guardava intorno con un senso di stupore, sorpreso a un tratto dalle memorie della fanciullezza. L'enorme e nobile monastero, la signorile dimora dei Padri gaudenti, l'aristocratico collegio della gioventù era irriconoscibile. Scomparsi i corridoi che s'allungavano a perdita d'occhio, chiusi da muri e da cancelli, convertiti in sale e gabinetti scolastici; il refettorio trasformato in salone di disegno dell'Istituto Tecnico, ingombro di cavalletti, ornato di stampe e di gessi; il Coro di notte pieno d'attrezzi nautici; al posto dei grandi quadri, sugli usci delle camere, cartelli con l'iscrizione: PRIMA CLASSE, DIREZIONE, PRESIDENZA. Giù, nel cortile, i magazzini trasformati in caserme. Le generazioni di soldati e di studenti succedutesi dal Sessantasei avevano devastato i chiostri, rotto i sedili, infranto le balaustrate; i muri erano pieni di figure e di motti osceni, e i calamai lanciati come fionde pel corruccio delle bocciature o per la gioia delle promozioni avevano stampato da per tutto larghe chiazze d'inchiostro. Dinanzi a quella devastazione, Consalvo pensava adesso con un senso di rammarico alla morte del mondo monastico, che egli aveva vista con vivo tripudio. Ma allora - rammentava! - aveva quindici anni, era impaziente di prendere il posto che lo aspettava in società. Se gli avessero detto, allora, che egli sarebbe tornato un giorno a San Nicola per discorrervi dell'eguaglianza sociale e del pensiero laico!... No, egli non poteva assuefarsi a quest'ideale democratico contro il quale protestavano la sua educazione e il suo stesso sangue. Lì, a San Nicola, forse più che a casa propria, egli era stato imbevuto di superbia signorile, era stato avvezzo a considerarsi d'una pasta diversa dalla comune... Dove era la sua camera? Egli la cercava, al Noviziato, e non la trovava. Forse dove stava scritto GABINETTO DI FISICA. Un custode, facendogli da guida, narrava le magnificenze del convento, le feste sontuose, l'abbondanza dei conviti, la nobiltà dei Padri, e rammaricavasi mostrando le rovine presenti. «Qui stavano i novizi, tutti figli dei primi baroni: bei tempi! Adesso ci vengono i figli dei ciabattini!» Il prestigio della nobiltà e della ricchezza era dunque veramente imperituro, se quel povero diavolo parlava così d'una riforma che giovava ai suoi pari... Consalvo voleva rispondere: «Avete ragione...» ma il rumore di martellate che veniva dalla palestra gli rammentava la necessità di nascondere i propri sentimenti, di rappresentare la parte che s'era assunta. Lì, fra quelle mura, egli s'era messo col partito dei sorci, ai quali fra' Cola voleva tagliar la coda; qualcuno non gli avrebbe fatto una colpa di quel remotissimo passato?... Bah! Chi si rammentava delle monellate d'un ragazzo! Giovannino era morto, non poteva tornar dall'altro mondo a contraddirlo! E quand'anche?... Frattanto i preparativi si venivano compiendo; la domenica del comizio tutto fu pronto. L'aspetto della palestra era grandioso. Duemila seggiole erano disposte in bell'ordine nell'arena, e restava tuttavia spazio libero per gli spettatori in piedi. Il lato meridionale del portico, riservato alla presidenza ed alle associazioni, conteneva una gran tavola circondata di poltrone e fiancheggiata da tavolini per la stampa e gli stenografi. Gli altri tre lati erano per gl'invitati: autorità, signore, rappresentanze varie. Tutta la terrazza, come l'arena, restava agli spettatori minuti: per difendere le teste dal sole erano state distese grandi tende di mussolina tricolore. Trofei di bandiere abbracciavano le colonne, ed in mezzo a ciascun trofeo spiccava un ritratto: a destra e a sinistra della balaustrata da cui avrebbe parlato il candidato, Umberto e Garibaldi; poi Mazzini e Vittorio Emanuele; poi Margherita e Cairoli; e così tutto in giro Amedeo, Bixio, Cavour, Crispi, Lamarmora, Rattazzi, Bertani, Cialdini, la famiglia sabauda e la garibaldina, la monarchia e la repubblica, la destra e la sinistra. Fin dalle dieci, la folla cominciò a far ressa, ma le porte erano custodite da buon nerbo di membri del comitato, riconoscibili a una gran coccarda tricolore appuntata al petto. Giù, nel cortile esterno, si riunivano le società attorno alle bandiere e ai labari, per ricevere il candidato e accompagnarlo alla palestra. Tre bande arrivarono una dopo l'altra, coi sodalizi più numerosi, tirandosi dietro una folla di curiosi; e il brusìo saliva al cielo; torrenti di gente s'ingolfavano dallo spalancato portone della scala reale. Gli strumenti dei sonatori specchiavano al gaio sole autunnale; pennacchi e bandiere ondeggiavano al vento; i cartelloni multicolori vestivano a festa i muri del monastero. Baldassarre, in redingote e cappello alto, con una coccarda grande come una ruota di mulino, andava e veniva, sudato, sbuffante, come ventotto anni addietro, quando ordinava l'aristocratico cerimoniale dei funerali della vecchia principessa. Ma allora egli era servo stipendiato, e adesso libero cittadino che interveniva a un metingo democratico, e che prestava il suo appoggio al principe non per quattrini ma per un'idea. Alla folla che voleva entrare ad ogni costo diceva alzando le mani: «Signori miei, un po' di pazienza; c'è tempo... ci vuole un'ora...» Era possibile lasciar entrare la ciurmaglia prima degli invitati?... Ma alle undici e mezzo la resistenza fu impossibile: dato ordine ai suoi dipendenti di difendere almeno i posti riservati, lasciò aprire la terrazza e l'arena. In un attimo l'onda umana vi si rovesciò. Era ancora la folla anonima, il popolo minuto; ma a poco per volta cominciavano a venire le persone di riguardo, signori e signore eleganti, dinanzi alle cui carrozze s'apriva l'altra folla rimasta nel cortile esterno. Baldassarre, nella palestra, additando alle dame i loro posti, si voltava tratto tratto verso i compagni: «Dite che le bande vengano qui, che prendano posto!... Non ci sarà la musica all'arrivo del candidato!...» Quelle bestie non ne azzeccavano una! Impossibile aver le bande, neanche dopo essersi sgolato un'ora; tanto che dové correre egli stesso a chiamarle: «Che fate qui? Non è il vostro posto! Venite dentro!...» Egli non era più maggiordomo, ma le cose malfatte non poteva tollerarle. Uno del comitato non disse che bisognava sonare al primo arrivo del principe? Egli si guastò: «Il ricevimento si fa nella palestra, non nel cortile! Volete darmi lezioni?...» E mise le bande al posto opportuno, ordinando: «Marcia reale ed Inno di Garibaldi...» Ora la palestra offriva uno spettacolo veramente straordinario: l'arena era un mare di teste, serrate le file delle sedie, stretti come acciughe gli spettatori in piedi; nella terrazza una folla variopinta, sulla quale fiorivano gli ombrellini delle molte signore che non avevano trovato posto giù. Ma l'aspetto più sontuoso era quello dei portici: tutta la migliore società vi si era riunita, le dame nelle prime file, gli uomini dietro, ed un ronzio come d'alveare si levava tutt'intorno: chiacchiere eleganti, profezie sull'esito delle elezioni, battibecchi politici, ma specialmente esclamazioni d'impazienza, tentativi d'applausi di chiamata, come al teatro, che facevano voltare il capo a tutti e cavare gli orologi. Scoccava già mezzogiorno, il campanone di San Nicola dava i primi tocchi, quando venne da lontano un sordo clamore. «È qui, è qui... Arriva... ci siamo!...» S'udivano adesso distintamente le grida: «Viva Francalanza... Viva il nostro deputato!...» e scoppi d'applausi il cui fragore cresceva, rimbombava nei corridoi, faceva tremare i vetri, destava tutti gli echi sopiti del monastero. Dalla palestra la folla s'era levata in piedi, i colli erano tesi, gli sguardi fissi sull'arco d'ingresso. Squillarono a un tratto, intonate dalle tre musiche, le prime note della Marcia reale mentre apparivano le prime bandiere, e un urlo formidabile, un vero uragano d'applausi, di evviva, di grida confuse scoppiò nel vasto recinto, riecheggiò tempestosamente tra l'altra folla che circondava il candidato. Consalvo avanzavasi, pallidissimo, ringraziando appena con un cenno del capo, assordato, abbacinato, sgomentato dallo spettacolo. Dietro di lui, nuovi torrenti si riversavano nelle terrazze, nei portici, nell'arena, vincendo la resistenza dei primi occupanti; ma tuttavia migliaia di mani applaudivano, sventolavano fazzoletti e cappelli; le signore, in piedi sulle seggiole, salutavano coi ventagli e gli ombrellini, formavano gruppi pittoreschi sul fondo scuro della gran folla mascolina; e la ovazione si prolungava, le grida salivano ad acuti stridenti alle riprese della marcia, i battimani scrosciavano come una violenta grandinata sulle tegole. Qua e là piccoli gruppi di avversari o d'indifferenti restavano silenziosi, ma dall'alto sembrava che tutta quella moltitudine avesse una sola bocca per urlare, due sole braccia per applaudire. «Uno... due... due e mezzo... tre minuti...» alcuni contavano, con gli orologi in mano, e si vedeva gente con le lacrime agli occhi, dalla commozione; molti perdevano la voce: stanchi di sventolare i fazzoletti, se li legavano ai colli rossi e sudati. «Basta... basta...» diceva Consalvo, a bassa voce, con un senso di vera paura dinanzi a quel mare urlante e Baldassarre, da lontano, non potendo attraversare il muro vivente che lo serrava tutt'intorno, faceva segni disperati alla musica; e finalmente i sonatori compresero, la musica finì, gli applausi e le grida si spensero; ma, ad un tratto, mentre il presidente del comitato si faceva alla balaustrata presentando il candidato, squillarono le note dell'inno garibaldino, un nuovo fremito corse per la folla, il delirio ricominciò... Ora Consalvo, vinta la paura del primo istante, ringraziava più francamente a destra e a manca, e sorrideva, sicuro di sé, gonfio il cuore di fiducia superba. La musica cessò nuovamente, la folla si chetò, le bandiere appoggiate alle colonne del portico formarono una nuova decorazione: l'ufficio di presidenza, i giornalisti, gli stenografi presero posto alle loro tavole e i segretari tirarono fuori dalle cartelle i loro fogli. Uno di essi sorse in piedi, e in mezzo a un silenzio solenne cominciò con voce stridula la litania delle adesioni. Ma la gente stancavasi, le parole si perdevano in un sordo mormorìo. In un gruppo di studenti motteggiatori discutevasi animatamente se il candidato avrebbe cominciato con l'aristocratico Signori o il repubblicano Cittadini. Uno affermò: «Scommettiamo che dirà Signori cittadini?» Ma gli entusiasti lanciavano sguardi severi agli scettici, intimavano il silenzio. Finalmente la litania finì. Consalvo, con una mano sul velluto della balaustrata, voltato di fianco, aspettava. Ad un cenno del presidente, si volse alla folla: «Concittadini!... Se la benevolenza dei miei amici vi ha indotto a credere che io possegga le doti dell'oratore, e vi ha qui adunati con la promessa che udrete un vero e proprio discorso, io sono dolente di dovervi disingannare...» La voce nitida, ferma, sicura, giungeva da per tutto, debole ma chiara anche negli angoli più remoti. «Io vi dichiaro, concittadini, che non posso, che non so parlare; tale è il tumulto di impressioni, di sentimenti, d'affetti che sconvolge in questo momento l'animo mio. (Gli stenografi notarono: Benissimo!) Io sento che fino ai miei giorni più tardi non si potrà più cancellare il ricordo di questo momento indescrivibile, di questa immensa corrente di simpatia che mi circonda, che m'incoraggia, che mi riscalda, che infiamma il mio cuore, che ritorna a voi altrettanto viva e gagliarda e sincera quale viene dai vostri cuori a me. (Applausi prolungati.) Ma questa restituzione è troppo poca cosa e non vale a sdebitarmi: tutta la mia vita dedicata al vostro servigio sarà bastevole appena. (Applausi.) Concittadini!... Voi chiedete un programma a chi sollecita l'onore dei vostri suffragi; il mio programma, in mancanza d'altri meriti, avrà quello della brevità; esso compendiasi in tre sole parole: libertà, progresso, democrazia... (Battimani fragorosi ed entusiastici.) Un superstizioso contento occupa l'animo mio, nell'udir voi, liberi cittadini, coronare d'applausi non me, ma queste sacre parole, qui, tra questi vecchi muri che furono un tempo cittadella dell'ignavia, del privilegio, dell'oscurantismo teologico... (Scoppio unanime di approvazioni clamorose), qui, tra queste mura, già covo dell'ignoranza, oggi vivido faro da cui radia la luce del vittorioso pensiero! (Nuovo scoppio di frenetici battimani, la voce dell'oratore è soffocata per alcuni minuti.) Concittadini, la mia fede in questi grandi ideali umani non è nuova, non data da questi giorni, in cui tutti la sfoggiano, come i galanti vantano le grazie della donna desiderata... (Ilarità), protestando di non volerne i favori... (Nuova ilarità) ma di star paghi a sospirarla da lungi... (Risa generali.) La mia fede data dall'alba della mia vita, quando i pregiudizi di casta che io conobbi, ma che non mi duole di aver conosciuti, perché ora sono meglio in grado di combatterli... (Benissimo!) mi vollero chiuso qui, tra questi muri. Permettetemi ch'io vi narri un aneddoto di quei giorni lontani. Erano i tempi in cui Garibaldi il Liberatore correva trionfalmente da un capo all'altro del feudo borbonico per farne una libera provincia della libera patria italiana... (Bravo, bene!) Io ero allora fanciullo, e alla mia mente inesperta ed ignara il nome di Garibaldi sonava come quello di un guerriero formidabile che altre leggi non conoscesse fuorché le dure, le violente leggi di guerra. Un giorno corse una voce: Garibaldi era alle porte della nostra città; i Padri Benedettini si disponevano ad ospitarlo... non potendo subissarlo coi suoi diavoli rossi... (Si ride.) Ed io quasi temetti di guardare in viso quel fulmine di guerra, come se col solo sguardo dovesse incenerirmi. Ed un giorno i miei compagni m'additarono l'Eroe dei due mondi. Allora io vidi quel biondo arcangelo della libertà intento... sapete voi a qual opera? A coltivare le rose del nostro giardino! Da quel giorno la rivelazione di quel cuore vasto e generoso, dove la forza leonina s'accoppiava alla gentilezza soave... (Scroscio di applausi), di quell'uomo che, conquistato un Regno, doveva, come Cincinnato, ridursi a coltivare il sacro scoglio, dove oggi aleggia il magnanimo spirito di Lui, che fu a ragione chiamato "il Cavaliere dell'umanità"...» Gli stenografi smisero di scrivere, tale uragano d'applausi e di grida si scatenò. Urlavano: «Viva Francalanza!... Viva Garibaldi!... Viva il nostro deputato!...» e le parole del principe si perdevano nel clamore universale, vedevasi solamente la bocca che s'apriva e chiudeva come masticando, il braccio che gestiva rotondamente per finire l'aneddoto: la confusione tra Menotti Garibaldi e il padre, la sostituzione di se stesso al morto cugino... «Silenzio!... Parla ancora!... Viva Garibaldi!... Viva il principino!...» Tratto di tasca il fazzoletto, egli lo sventolò gridando: «Viva Garibaldi! Viva l'Eroe dei due mondi!...» Poi, aspettando il silenzio, si terse la fronte imperlata di sudore. «Concittadini,» riprese quando fu ristabilita la calma, «io sono giovane d'anni, e la vita potrà apprendermi molte cose e dimostrarmi la fallacia di molte altre, e darmi quell'esperienza, quel senno maturo che ancora forse non ho; ma quali che sieno le vicende e le prove che l'avvenire mi serba, una cosa posso affermare fin da questo momento, sicuro che per volger d'anni o per mutar di fortuna non potrà venir meno: la mia fede nella democrazia!... (Salva d'applausi entusiastici.) Questa fede mi è cara com'è cara al capitano la bandiera conquistata nella battaglia... (Scoppio di battimani.) All'alpigiano che passa tutti i suoi giorni tra le cime dei monti, il grandioso spettacolo nulla dice, o ben poco; all'alpinista che è partito dalla pianura, che ha conquistato a grado a grado l'ardua vetta sublime, il cuore s'allarga di gioia, si gonfia di giusta superbia nel contemplare il meritato orizzonte. (Ovazione generale e prolungata.) Cittadini! Io non voglio turbare la solennità di questa adunanza portando dinanzi a voi le piccole gare in cui si affannano le anime piccole; ma voi sapete che un'accusa mi fu lanciata; voi sapete che mi dissero... aristocratico...» Gli stenografi non seppero se notare impressione o silenzio o movimenti diversi; ma già l'oratore incalzava: «Quest'accusa è fondata sui miei natali. Io non sono responsabile della mia nascita... (No! no!) né voi della vostra, né alcuno della propria, visto e considerato che quando veniamo al mondo non ci chiedono il nostro parere... (Ilarità fragorosa.) Io sono responsabile della mia vita; e la mia vita è stata tutta spesa in un'opera di redenzione: redenzione dai pregiudizi sociali e politici, redenzione morale e intellettuale; e nulla è valso ad arrestar quest'opera; né le facili seduzioni, né le derisioni ironiche, né i sospetti ingiuriosi; né, più gravi al mio cuore, le opposizioni incontrate nello stesso focolare domestico... (Bene! Bravo! Applausi.) Voi vedete che io non posso più rinunziare a questa fede; essa mi è tanto più cara e preziosa, quanto più mi costa... (Scoppio di battimani fragorosi e prolungati. Grida di: Viva Francalanza... Viva la democrazia!... Viva la libertà... L'oratore è costretto a tacere per qualche minuto.)» Il piacere, l'ammirazione erano in ogni animo: negli amici che vedevano assicurato il trionfo, negli avversari che riconoscevano la sua abilità, nella stessa gente minuta che non comprendeva, ma esclamava: «Ma che avvocato! Non ci sono avvocati capaci di parlare così», e le signore, animatissime, godevano come allo spettacolo, scambiando osservazioni sull'arte e sulla persona del principe quasi fosse un primo attore recitante la sua parte. «Ma voi, concittadini,» riprese egli, «giudicherete forse che se questa fede compendia tutto un programma, è mestieri che un legislatore si tracci una precisa linea di condotta in tutte le particolari quistioni riflettenti l'orientamento politico, l'ordinamento delle amministrazioni pubbliche, il regime economico e via dicendo. Permettetemi dunque di dirvi le mie idee in proposito. Disciolte le antiche parti parlamentari, non ancora si delineano le nuove. Io auguro pertanto la formazione, e seguirò le sorti di quel partito che ci darà la libertà con l'ordine all'interno e la pace col rispetto all'estero (Benissimo, applausi), di quel partito che realizzerà tutte le riforme legittime conservando tutte le tradizioni (Bravo! bene!), di quel partito che restringerà le spese folli e largheggerà nelle produttive (Vivissimi applausi), di quel partito che non presumerà colmare le casse dello Stato vuotando le tasche dei singoli cittadini (Ilarità generale, applausi), di quel partito che proteggerà la Chiesa in quanto potere spirituale, e la infrenerà in quanto elemento di civili discordie (Approvazioni), di quel partito, insomma, che assicurerà nel modo più equo, per la via più diritta, nel tempo più breve, la prosperità, la grandezza, la forza della gran patria comune (Applausi generali.)» Veramente gli applausi non furono generali a questo passo, e anzi qualche colpo di tosse partito da un angolo fece voltare molte teste. «Voi mi direte,» proseguiva però l'oratore, «che questo programma è troppo vasto ed eclettico; perché, secondo un proverbio, è impossibile avere ad un tempo la botte piena e la moglie ubriaca (Ilarità). La botte piena, senza poterne spillare l'inebbriante liquore, rappresenterebbe una ricchezza inutile, e tanto varrebbe che contenesse acqua o un altro fluido qualunque; ma quanto ad avere anche la moglie ubriaca, sarebbe in verità troppa grazia: me ne appello a tutti i mariti. (Scoppio d'ilarità clamorosa, battimani vivi e replicati.) Bisogna attingere dalla botte quel tanto di vino che basti a saziar la sete, a letificare lo spirito. Dicono i francesi: Si jeunesse savait! Si vieillesse pouvait! Questo che è impossibile nella vita di un sol uomo, non solo è possibile, ma necessario nella vita collettiva dei popoli. Il legislatore deve possedere le audacie della gioventù accoppiate al senno della vecchiaia; la legge deve tener conto di tutti gli interessi, di tutte le credenze, di tutte le aspirazioni per fonderle e armonizzarle: essa è necessariamente regolata sull'esperienza del passato, ma non deve né può tarpar l'ali all'avvenire! (Ovazione.) Pertanto, invidiabili e invidiate sono le nostre istituzioni, che mediante un prudente equilibrio tra i due rami del Parlamento e il potere esecutivo permettono che ci s'avvicini alla suprema conciliazione. Ma, come tutte le cose umane, queste istituzioni non sono perfette, bensì perfettibili e a tal opera di continuo miglioramento io dedicherò tutte le mie forze, scevro come sono e di paure e di feticismi. Lo Statuto può e deve essere migliorato. Questa necessità è intesa da tutti: dal popolo che reclama intera la sua sovranità, al Re che riconosce la sua dal popolo. (Approvazioni.) Per nostra fortuna, popolo e Re sono oggi in Italia tutt'uno (Applausi) e la monarchia democratica di Casa Savoia spiega e legittima i sentimenti democraticamente monarchici degli italiani (Benissimo!) Fin quando sederanno sul trono principi leali e Re galantuomini, il dissidio sarà impossibile, la nostra fortuna sicura! (Scroscio di applausi prolungati, grida di: Viva il Re!... Viva l'Italia!... La voce dell'oratore è coperta dai battimani.) Ma poiché l'aspetto della sovranità popolare e il benessere delle classi laboriose debbono essere scopo precipuo dei legislatori, sarà impossibile raggiungerlo se non verranno a sedere alla Camera i più legittimi, i più diretti rappresentanti del popolo. Lasciatemi quindi augurare che molti candidati operai riescano eletti. Molti combattono le candidature operaie, forti d'un motto inglese che suona: the right man in the right place. Ma essi dimenticano che questa citazione è una spada a due tagli, e che allorquando il Parlamento dovesse occuparsi di quistioni operaie, the right men in the right places sarebbero appunto i cittadini operai (Bene! bravo!) Una volta un parrucchiere s'impancò a critico, e il celebre Voltaire, seccato da tanta presunzione, gli disse: "Mastro Andrea, fate piuttosto parrucche." (Ilarità.) Ma se si fosse trattato di dover fare parrucche, e Voltaire avesse voluto dire la sua, mastro Andrea avrebbe potuto rispondere al celebre poeta: "Signor Voltaire, fate tragedie piuttosto." (Ilarità fragorosa, applausi prolungati.) Concittadini, la quistione sociale, bisogna riconoscerlo francamente, preme in questo momento più che tutte le altre. È essa nuova? No, certo. Facciamone un poco la storia...» «Ci siamo! Adesso stiamo freschi!...» mormorarono qua e là gli avversari, gli studenti; ma voci crucciate ingiunsero: «Silenzio!» mentre l'oratore, prese le mosse da Adamo ed Eva e da Caino ed Abele, galoppava per la Babilonia, l'Egitto, la Grecia e Roma, saltava a piè pari il Medioevo, piombava nell'Ottantanove, si arrestava al principe di Bismarck ed al socialismo della cattedra. L'attenzione del pubblico cominciava a diminuire; tuttavia molti si sforzavano di seguirlo in quella corsa pazza. «Lo Stato dovrà dunque essere l'incarnazione della divina Provvidenza? (Ilarità.)» No, dove lo Stato non può arrivare, deve supplire l'iniziativa individuale: quindi Trade-unions, probiviri, cooperative, libertà di sciopero. Era così sciolta la quistione sociale? «No, ci vuol altro!» Qualche signora sbadigliava dietro il ventaglio, la gente che desinava all'una se la svignava. Ma, finalmente, dichiarato che i problemi sociali «sono nodi gordiani che nessuna spada deve tagliare, ma che l'amoroso studio e l'industre pazienza possono sciogliere», l'oratore passava alla politica estera. «L'assetto dell'Europa, sarebbe vano celarlo, risente ancora delle preoccupazioni della Santa Alleanza.» L'unità germanica doveva soddisfare gl'italiani, ma forse il panslavismo era un fenomeno non scevro di pericoli. «Io credo che s'apponesse il principe di Metternich quando diceva... Non sfuggì tuttavia all'acuto sguardo del conte di Cavour... È certo che il concetto del celebre Pitt...» Sfilavano tutti gli uomini di Stato passati e presenti, entravano in ballo Machiavelli, Gladstone, Campanella, Macaulay, Bacone da Verulamio; l'oratore chiedeva a se stesso: «Qual è la missione storica dell'Inghilterra?... Però la Spagna, se udisse la voce del sangue?...» Tutto questo, pel tradimento di Tunisi! «No, non è stata la Francia di Magenta e Solferino; è stata la Francia di Brenno e di Carlo VIII!...» L'uditorio si scosse un poco; gli stenografi annotarono: grandi applausi. Ma gli antagonismi di razza si sarebbero un giorno composti; allora, sarebbero sorti gli Stati Uniti d'Europa. «Però, come ottimamente disse Camillo Benso,» la pace andava cercata nelle fide alleanze e nei forti battaglioni (Benissimo). «Ferve la lotta tra i sostenitori delle grandi navi e delle piccole: io credo che le une e le altre siano necessarie all'odierna guerra marittima. Caio Duilio distrusse la flotta cartaginese mutando la battaglia navale in terrestre.» (Bravo! applausi.) Così, un «giorno non lontano, rivendicati i nostri naturali confini (Applausi vivissimi), riunita in un sol fascio la gente che parla la lingua di Dante (Scoppio di applausi), stabilite le nostre colonie in Africa e forse anche in Oceania (Benissimo!), noi ricostituiremo l'Impero romano!» (Ovazione.) Subito dopo passò alla quistione delle finanze. «Quivi sospiri, pianti ed alti guai...» (Ilarità.) Ma i guai non erano senza riparo. «Non facciamo per carità di patria confronti con gli Stati Uniti d'America...» Prima di tutto occorreva riformare il sistema tributario. «Paul Leroy Beaulieu dice... Secondo l'opinione dell'illustre Smith...» Citazioni e cifre si accavallavano. Pochi lo seguivano ormai in quelle elucubrazioni, altra gente andava via, le signore sbadigliavano francamente. «Passiamo adesso ai trattati di commercio... Consideriamo l'ufficio dei comizi agrari...» Ad ogni annunzio di nuovo argomento, piccoli gruppi di spettatori seccati se ne andavano: «Bellissimo discorso, ma dura troppo...» Gli uscenti costringevano la folla a tirarsi da canto, i fedeli ingiungevano: «Silenzio!» e Baldassarre non si dava pace, vedendo l'ineducazione del pubblico. «Amministrazione della giustizia... Giustizia nell'amministrazione. Discentrare accentrando, accentrare discentrando...» Quanto alla marina mercantile, il sistema dei premi non era scevro d'inconvenienti. Poi, «riforma postale e telegrafica, legislazione dei telefoni; non bisogna neppure dimenticare l'idra della burocrazia...» Adesso si vedevano larghi vuoti nell'arena e nei portici, specialmente nelle terrazze dove il sole arrostiva i crani. «Ma questo non è un programma elettorale, è un discorso da ministro!...» sogghignavano alcuni; l'uditorio era schiacciato dal peso di quell'erudizione, di quelle nomenclature monotone; la luce troppo chiara, il silenzio del monastero ipnotizzava la gente; il presidente del comizio abbassava lentamente la testa, vinto dal sonno; ma, ad uno scoppio di voce del candidato, la rialzava rapidamente, guardando attonito attorno; i musicanti sbadigliavano, morendo di fame. Baldassarre dava di tanto in tanto il segnale di applausi, incorava i fedeli anch'essi accasciati e vinti; si disperava vedendo passare inosservate le bellissime cose dette dall'oratore. Questi parlava da un'ora e mezza, era tutto in sudore, la sua voce s'arrochiva, il braccio destro infranto dal continuo gestire si rifiutava oramai al suo ufficio. Egli continuava tuttavia, deciso ad andare sino in fondo, nonostante la stanchezza propria e del pubblico, perché si dicesse che aveva parlato due ore difilato. A un tratto alcune seggiole rovesciate dalla gente che scappava fecero un gran fracasso. Tutti si voltarono, temendo un incidente spiacevole, una rissa; l'oratore fu costretto a tacere un momento. Riprendendo a parlare, la voce gli uscì rauca e fioca dalla strozza; non ne poteva più, ma era alla perorazione. «Queste ed altre riforme io vagheggio; non credo tuttavia di dover abusare della vostra pazienza.» Sospiri di sollievo uscirono dai petti oppressi. «Concittadini! Se voi mi manderete alla Camera, io dedicherò tutto me stesso all'attuazione di questo programma. (Bene! Bravo!) Io non presumo di essere infallibile, perché non sono né profeta né figlio di profeta (Si ride): accoglierò pertanto con lieto animo, anzi sollecito fin da ora i miei concittadini a suggerirmi quelle idee, quelle proposte, quelle iniziative che credono giuste e feconde (Benissimo). Il nostro motto sia: Fiat lux! (Applausi). Luce di scienza, di civiltà, di progresso costante (Scoppio di applausi). Il pensiero della patria stia in cima ai nostri cuori (Approvazioni). La patria nostra è quest'Italia che il pensiero di Dante divinò, e che i nostri padri ci diedero a costo di sangue (Vivissimi applausi). La nostra patria è anche quest'isola benedetta dal sole, dov'ebbe culla il dolce stil novo e donde partirono le più gloriose iniziative (Nuovi applausi). La nostra patria è finalmente questa cara e bella città dove noi tutti formiamo come una sola famiglia (Acclamazioni). Dicesi che i deputati rappresentino la nazione e non i singoli collegi. Ma in che consistono gl'interessi nazionali se non nella somma degli interessi locali? (Benissimo, applausi.) Io, quindi, se volgerò la mente allo studio dei grandi problemi della politica generale, credo di potervi promettere che avrò a cuore come i miei propri gli affari più specialmente riguardanti la Sicilia, questo collegio, la mia città natale e tutti i singoli miei concittadini (Grande acclamazione). Grato a tutti voi dell'indulgenza con la quale m'avete ascoltato, io finisco invitandovi a sciogliere un triplice evviva. Viva l'Italia (Scroscio d'applausi grida di: Viva l'Italia.) Viva il Re! (Generali e fragorosi battimani.) Viva la libertà! (Tutto il pubblico in piedi applaude e acclama. Si sventolano i fazzoletti, si grida: Viva Francalanza! Viva il nostro deputato! Il presidente abbraccia l'oratore. Commozione generale, entusiasmo indescrivibile.)» Consalvo non ne poteva più, sfiancato, rotto, esausto da una fatica da istrione: parlava da due ore, da due ore faceva ridere il pubblico come un brillante, lo commoveva come un attor tragico, si sgolava come un ciarlatano per vendere la sua pomata. E mentre la marcia, intonata per ordine di Baldassarre, spronava l'entusiasmo del pubblico, nel gruppo degli studenti canzonatori domandavano: «Adesso che ha parlato, mi sapete ripetere che ha detto?»

Negli ultimi giorni, l'ansietà di Consalvo divenne febbre scottante. La riuscita non poteva mancare, ma egli voleva essere il primo. Il suo comitato oramai era tutta la città, tutto il collegio, elettori e non elettori. I cartelloni con la scritta: VOTATE PEL PRINCIPE DI FRANCALANZA. ELEGGETE CONSALVO UZEDA DI FRANCALANZA. È CANDIDATO AL PRIMO COLLEGIO IL PRINCIPE CONSALVO DI FRANCALANZA crescevano di dimensioni, erano lenzuoli di carta con lettere d'una spanna: sembrava che gli stessi muri gridassero il suo nome... Il primo! Il primo! Egli voleva essere il primo!... La sera della vigilia c'era al palazzo un vero pandemonio: tutti domandavano: «Il principe?... Dov'è il principe?...» ma la gente di casa rispondeva che egli era presso lo zio duca, il quale stava poco bene. Nondimeno il lavoro progrediva alacremente, come se egli ci fosse. Erano venuti i rappresentanti di Giardona e Lisi, per concretare la lista degli uffici elettorali; frattanto si preparavano a partire coloro cui toccava andar a vigilare nelle sezioni rurali. A mezzanotte arrivò il principe. L'adunanza si protrasse fino alle due, quando partirono le prime carrozze per le sezioni lontane. E il domani, costituiti gli uffici, cominciata la votazione, insieme con la notizia della vittoria del principe - perché gli elettori dichiaratisi per lui erano migliaia, venivano apposta dalle villeggiature, si facevano trascinare alle urne sopra le seggiole se non potevano andare coi loro piedi - una voce si sparse, dapprima sorda, poi sempre più alta fra i seguaci di Lisi: «Tradimento, tradimento!...» Il principe, affermavano, si era messo d'accordo, nelle ultime ore della sera innanzi, con Vazza; alcuni precisavano: «L'abbiamo visto noi entrare in casa dell'avvocato, verso le undici...» e sostenevano che lì si fosse complottato il tradimento, l'accordo coi clericali, l'abbandono di Lisi, fors'anche quello di Giardona. «Come, quando? Che diavolo infinocchiate? Il principe è stato in casa del duca, non si è mosso di lì!...» rispondevano i suoi fautori nel tripudio della vittoria già assicurata. Al palazzo, verso il tramonto, arrivarono i primi telegrammi delle sezioni di provincia; ma quei risultati non erano tutti egualmente favorevoli: i candidati locali avevano forti maggioranze; il posto del principe, nelle prime somme, oscillava fra il secondo ed il terzo. Consalvo, pallidissimo, aveva la febbre. Ma, come venivano i risultati delle sezioni urbane, la sua posizione si consolidava; del terzo posto non si parlava più; egli stava con Vazza tra il primo e il secondo. Quando arrivarono gli ultimi telegrammi e gli ultimi messi con le cifre definitive, non vi fu più dubbio: egli era il primo con 6043 voti; veniva dopo Vazza con 5989; poi Giardona con 4914; il radicale Marcenò restava fuori con 3309; Lisi precipitava con meno di 3000 voti; gli altri erano tutti a distanza di migliaia di voti, con 2000, con 1000 appena. Giulente non ne aveva più di 700! Era notte alta, ma il palazzo Francalanza, illuminato a giorno, risplendeva da tutte le finestre. Una folla sterminata traeva a congratularsi «col primo eletto del popolo»; per le scale era un brusìo incessante; nelle sale non si respirava. Consalvo, raggiante, circolava a stento in mezzo alla folla compatta, afferrava tutte le mani, si stringeva addosso a tutte le persone, guarito interamente, come per incanto, dalla manìa dell'isolamento e dei contagi, nella pazza gioia del magnifico trionfo. E quando una grande fiaccolata, un'immensa dimostrazione con musiche e bandiere, venne ad acclamarlo freneticamente, egli si fece al balcone, arringò la folla, si diede nuovamente in pascolo alla sua curiosità, come un tribuno. Per tre giorni la città fu in un continuo fermento: ogni sera la dimostrazione si rinnovava, l'entusiasmo invece di raffreddarsi cresceva. Fra il basso popolo una canzonetta, sull'aria del Mastro Raffaele, furoreggiava:

Evviva il principino Che paga a tutti il vino; Evviva Francalanza Che a tutti empie la panza.

Gruppi di ubriachi gridavano: «Viva Vittorio Emanuele! Viva la rivoluzione! Viva Sua Santità!...» cose ancora più pazze. Per tre giorni il palazzo restò ancora invaso dalla gente che veniva a congratularsi: una processione incessante dalle dieci del mattino a mezzanotte, con appena due ore di sosta per la colazione ed il pranzo. Modestamente, egli tentava parlare dei risultati generali, dell'«ottimo esperimento» che aveva fatto la nuova legge, del senno di cui avevano dato prova gl'italiani; ma non lo lasciavano dire, gli parlavano soltanto di lui, della sua clamorosa, meritata vittoria. Il quarto giorno uscì nelle vie. Si spezzò il braccio, dalle tante scappellate, dalle tante strette di mano. La gioia gli si leggeva in viso, traspariva da tutti i suoi atti e da tutte le sue parole, nonostante lo studio per contenerla. Stanco di veder gente, per assaporare altrimenti il proprio trionfo pensò di far visita ai parenti. Cominciò dal duca, che veramente stava male, con gli ottanta anni di maneggi e d'intrighi sulle spalle. «È contenta Vostra Eccellenza dei risultati?» gli domandò Consalvo. Ma il vecchio, quantunque avesse raccomandato a tutti il nipote perché il potere restasse in famiglia, pure non sapeva difendersi da un senso d'invidia gelosa pel nuovo astro che sorgeva, mentre egli non solo era tramontato politicamente, ma sentiva di aver poco da vivere. «Ho sentito... va bene...» borbottò seccamente. «Ha visto pure che nel resto d'Italia tutto è andato benissimo? Pareva dovesse cascare il mondo, e i radicali sono appena qualche dozzina. Anche la destra ha guadagnato...» Egli piaggiava un poco lo zio, del quale aspettava adesso l'eredità. A Roma avrebbe avuto bisogno di denari, di molti denari; quanto più ricco sarebbe stato, tanto più presto avrebbe conquistato il suo posto nella capitale. E la specie di freddezza che gli dimostrava il duca non lo inquietava: a chi avrebbe dovuto lasciare la sua sostanza, se non all'erede del nome degli Uzeda? Ai figli di Teresa, forse? Lasciata la casa dello zio, egli andò dalla sorella. Se doveva esser grato a costei per la generosità con la quale s'era visto trattato al tempo della morte del padre, non le aveva tuttavia perdonato il rifiuto di aiutarlo durante la lotta: voleva ora farle vedere che anche da solo aveva saputo trionfare. Ma Teresa non c'era. Il portinaio gli disse che la duchessa nuora era uscita con la carrozza di campagna, insieme con Monsignor Vicario. Egli salì tuttavia, e trovò la vecchia duchessa con Padre Gentile. «Teresa è andata a Belpasso a visitare la Serva di Dio... sai bene, quella contadinella dei miracoli... Monsignor Vescovo non ha permesso a nessuno questo genere di visite; ha fatto un'eccezione solo per tua sorella...» «La santità della duchessa,» disse compuntamente il Padre Gesuita, «spiega e legittima questa eccezione.» Consalvo credé di dover chinare un poco il capo, in atto di ringraziamento, come per una cortesia detta a lui stesso. «E quando tornerà?» «Stasera, certo.» «Monsignore,» continuava a spiegare il Padre, «ha provvidamente impedito che questo spettacolo alimentasse la malsana curiosità della folla; ma i sentimenti cristiani che animano la giovane signora e la distinguono fra tutte...» La conversazione, sempre sullo stesso soggetto, continuava fra il Gesuita e la duchessa. Consalvo, visto sul tavolino da lavoro accanto al quale era seduto un foglietto stampato, lo scorreva con la coda dell'occhio: «FORMULE DU SERMENT. En présence de la Très Sainte Trinité, de la Sainte Vierge Marie et de tous les Saints qui sont nés ou qui ont vécu sur le sol de... au nom des pays de... ici représentés, et devant notre vénéré pasteur père et chef spirituel, moi, délégué à cet effet, je déclare formée la province chrétienne du... sous le patronage spécial de Saint... Au nom de cette nouvelle province je reconnais librement et solennellement le Christ Jésus, fils de Dieu vivant, vrai Dieu et vrai homme, dans l'hostie sainte exposée sur cet autel, comme notre Seigneur et maître et comme le Chef suprème du... Au pied du Christ Jésus nous jetons nos biens, nos familles, nos personnes, notre vie, notre honneur, en un mot tout ce qui tient le plus au cœur de l'homme... » Contenendo a fatica il sorriso, Consalvo sorse in piedi. «Non sai che Ferdinanda sta male?» gli disse la duchessa. «Che ha?» «Un'infreddatura. Ma alla sua età tutto può esser grave... Perché non vai a trovarla?» Egli ascoltò il consiglio. Anche da quella parte poteva venirgli qualcosa, un mezzo milioncino. Se fosse stato più accorto, avrebbe preso con le buone la vecchia, senza rinunziare, beninteso, a nessuna delle proprie ambizioni. L'ostinazione, la durezza di cui aveva dato prova anche con lei erano sciocche, degne d'un Uzeda stravagante, non dell'onorevole di Francalanza, dell'uomo nuovo che egli voleva essere. E arrivando in casa della vecchia, in quella casa dov'era venuto tante volte bambino, a veder gli stemmi, a udire le storie dei Viceré, ad abbeverarsi d'albagia aristocratica, un muto sorriso gli spuntò sulle labbra. Se gli elettori avessero saputo? «Come sta la zia?» chiese alla cameriera, una faccia nuova. «Così così...» rispose la donna, guardando curiosamente quel signore sconosciuto. «Ditele che il principe suo nipote vorrebbe vederla.» La vecchia era capace di non riceverlo; egli aspettava la risposta con una certa ansietà. Donna Ferdinanda, udendo che c'era di là Consalvo, rispose alla cameriera, con voce arrochita dal raffreddore: «Lascialo entrare.» Ella aveva saputo gli ultimi vituperi commessi dal nipote, la parlata in pubblico come un cavadenti, i princìpi di casta sconfessati, l'inno alla libertà e alla democrazia, il palazzo Francalanza invaso dalla folla dei mascalzoni, Baldassarre ammesso alla tavola del principe che prima aveva servito: Lucrezia le aveva narrato ogni cosa, per vendicarsi, per rovinare Consalvo, per portargli via l'eredità. E donna Ferdinanda aveva sentito rimescolarsi il vecchio sangue degli Uzeda, dallo sdegno, dall'ira; ma adesso era ammalata, l'egoismo della vecchiaia e dell'infermità temperava i suoi bollori. E Consalvo veniva a trovarla; dunque s'umiliava, le dava questa soddisfazione negatale per tanto tempo. Poi, nonostante le apostasie e i vituperi, egli era tuttavia il principe di Francalanza... Il capo della casa, il suo protetto d'una volta... «Lascialo entrare...» Egli le andò incontro premurosamente, si chinò sul lettuccio di ferro, quello di tant'anni addietro, e domandò: «Zia, come sta?» Ella fece solo un gesto ambiguo col capo. «Ha febbre? Mi lasci sentire il polso... No, soltanto un po' di calore. Che cosa ha preso? Ha chiamato un dottore?» «I dottori sono altrettanti asini,» gli rispose brevemente, voltandosi con la faccia contro il muro. «Vostra Eccellenza ha ragione... sanno ben poco... ma qualcosa più di noi sanno pure... Perché non curarsi in principio?» La vecchia rispose con uno scoppio di tosse cavernosa che finì con uno scaracchio giallastro. «Ha la tosse e non prende nulla! Le porterò io certe pastiglie che sono davvero miracolose. Mi promette di prenderle?» Donna Ferdinanda fece il solito cenno col capo. «Io non sapevo nulla, altrimenti sarei venuto prima. M'hanno detto che Vostra Eccellenza stava poco bene a momenti, in casa Radalì... Sa che mia sorella è andata oggi a vedere la Serva di Dio, quella di cui si narrano tante cose? È andata col Vicario, lei solamente ha avuto il permesso. Pare che sia un favore insigne... Vostra Eccellenza crede a tutto ciò che si narra?» Non ebbe risposta. Pur continuò a parlare, comprendendo che alla vecchia doveva far piacere udir chiacchiere e notizie, vedersi qualcuno vicino. «Io, col rispetto dovuto, non ne credo niente. È forse peccato? Lo stesso San Tommaso volle vedere e toccare, prima di credere... ed era santo!... Ma francamente, certe storie!... Teresa adesso è infatuata... Basta, ciascuno ha da vedersela con la propria coscienza... E la zia Lucrezia che l'ha con me? Che cosa voleva che io facessi?... Mi va sparlando per ogni dove, quasi fossi l'ultimo degli uomini...» La vecchia non fiatava, gli voltava le spalle. «Tutto pel grande amore del marito improvvisamente divampatole in petto!... Prima dichiarava ridicoli gli atteggiamenti di Giulente,» non lo chiamava zio sapendo di farle piacere, «adesso sono tutti infami coloro che non l'hanno sostenuto!» Un nuovo scoppio di tosse fece soffiare la vecchia come un mantice. Quando calmossi, ella disse con voce affannata, ma con accento di amaro disprezzo: «Tempi obbrobriosi!... Razza degenere!» La botta era diretta anche a lui. Consalvo tacque un poco, a capo chino, ma con un sorriso di beffa sulle labbra, poiché la vecchia non poteva vederlo. Poi, fiocamente, con tono d'umiltà, riprese: «Forse Vostra Eccellenza l'ha anche con me... Se ho fatto qualcosa che le è dispiaciuta, gliene chiedo perdono... Ma la mia coscienza non mi rimprovera nulla... Vostra Eccellenza non può dolersi che uno del suo nome sia di nuovo tra i primi del paese... Forse le duole il mezzo col quale questo risultato s'è raggiunto... Creda che duole a me prima che a lei... Ma noi non scegliamo il tempo nel quale veniamo al mondo; lo troviamo com'è, e com'è dobbiamo accettarlo. Del resto, se è vero che oggi non si sta molto bene, forse che prima si stava d'incanto?» Non una sillaba di risposta. «Vostra Eccellenza giudica obbrobriosa l'età nostra, né io le dirò che tutto vada per il meglio; ma è certo che il passato par molte volte bello solo perché è passato... L'importante è non lasciarsi sopraffare... Io mi rammento che nel Sessantuno, quando lo zio duca fu eletto la prima volta deputato, mio padre mi disse: "Vedi? Quando c'erano i Viceré, gli Uzeda erano Viceré; ora che abbiamo i deputati, lo zio siede in Parlamento." Vostra Eccellenza sa che io non andai molto d'accordo con la felice memoria; ma egli disse allora una cosa che m'è parsa e mi pare molto giusta... Un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dai Re; ora viene dal popolo... La differenza è più di nome che di fatto... Certo, dipendere dalla canaglia non è piacevole; ma neppure molti di quei sovrani erano stinchi di santo. E un uomo solo che tiene nelle proprie mani le redini del mondo e si considera investito d'un potere divino e d'ogni suo capriccio fa legge è più difficile da guadagnare e da serbar propizio che non il gregge umano, numeroso ma per natura servile... E poi, e poi il mutamento è più apparente che reale. Anche i Viceré d'un tempo dovevano propiziarsi la folla; se no, erano ambasciatori che andavano a reclamare a Madrid, che ne ottenevano dalla Corte il richiamo... o anche la testa!... Le avranno forse detto che un'elezione adesso costa quattrini; ma si rammenti quel che dice il Mugnòs del Viceré Lopez Ximenes, che dovette offrire trentamila scudi al Re Ferdinando per restare al proprio posto... e ci rimise i quattrini! In verità, aveva ragione Salomone quando diceva che non c'è niente di nuovo sotto il sole! Tutti si lagnano della corruzione presente e negano fiducia al sistema elettorale, perché i voti si comprano. Ma sa Vostra Eccellenza che cosa narra Svetonio, celebre scrittore dell'antichità? Narra che Augusto, nei giorni dei comizi, distribuiva mille sesterzi a testa alle tribù di cui faceva parte, perché non prendessero nulla dai candidati!...» Egli diceva queste cose anche per se stesso, per affermarsi nella giustezza delle proprie vedute; ma, poiché la vecchia non si muoveva, pensò che forse s'era assopita e che egli parlava al muro. S'alzò, quindi, per vedere: donna Ferdinanda aveva gli occhi spalancati. Egli continuò, passeggiando per la camera: «La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo, tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d'oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio quasi universale non è né un popolano, né un borghese, né un democratico: sono io, perché mi chiamo principe di Francalanza. Il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento. Ora che tutti parlano di democrazia, sa qual è il libro più cercato alla biblioteca dell'Università, dove io mi reco qualche volta per i miei studi? L'Araldo sicolo dello zio don Eugenio, felice memoria. Dal tanto maneggiarlo, ne hanno sciupato tre volte la legatura! E consideri un poco: prima, ad esser nobile, uno godeva grandi prerogative, privilegi, immunità, esenzioni di molta importanza. Adesso, se tutto ciò è finito, se la nobiltà è una cosa puramente ideale e nondimeno tutti la cercano, non vuol forse dire che il suo valore e il suo prestigio sono cresciuti?... In politica, Vostra Eccellenza ha serbato fede ai Borboni, e questo suo sentimento è certo rispettabilissimo, considerandoli come i sovrani legittimi... Ma la legittimità loro da che dipende? Dal fatto che sono stati sul trono per più di cento anni... Di qui a ottant'anni Vostra Eccellenza riconoscerebbe dunque come legittimi anche i Savoia... Certo, la monarchia assoluta tutelava meglio gl'interessi della nostra casta; ma una forza superiore, una corrente irresistibile l'ha travolta... Dobbiamo farci mettere il piede sul collo anche noi? il nostro dovere, invece di sprezzare le nuove leggi, mi pare quello di servircene!...» Travolto dalla foga oratoria, nel tripudio del recente trionfo, col bisogno di giustificarsi agli occhi propri, di rimettersi nelle buone grazie della vecchia, egli improvvisava un altro discorso, il vero, la confutazione di quello tenuto dinanzi alla canaglia, e la vecchia stava ad ascoltarlo, senza più tossire, soggiogata all'eloquenza del nipote, divertita e quasi cullata da quella recitazione enfatica e teatrale. «Si rammenta Vostra Eccellenza le letture del Mugnòs?...» continuava Consalvo. «Orbene, imaginiamo che quello storico sia ancora in vita e voglia mettere a giorno il suo Teatro genologico al capitolo: Della famiglia Uzeda. Che cosa direbbe? Direbbe press'a poco: "Don Gafpare Vzeda",» egli pronunziò f la s e v la u, «"fu promosso ai maggiori carichi, in quel travolgimento del nostro Regno che passò dal Re don Francesco II di Borbone al Re don Vittorio Emanuele II di Savoia. Fu egli deputato al Nazional Parlamento di Torino, Fiorenza e Roma, et ultimamente dal Re don Umberto have stato sublimato con singolar dispaccio al carico di senatore. Don Consalvo de Uzeda, VIII prencipe di Francalanza, tenne poter di sindaco della sua città nativa, indi deputato al Parlamento di Roma et in prosieguo..."» Tacque un poco, chiudendo gli occhi: si vedeva già al banco dei ministri, a Montecitorio; poi riprese: «Questo direbbe il Mugnòs redivivo; questo diranno con altre parole i futuri storici della nostra casa. Gli antichi Uzeda erano commendatori di San Giacomo, ora hanno la commenda della Corona d'Italia. È una cosa diversa, ma non per colpa loro! E Vostra Eccellenza li giudica degeneri! Scusi, perché?» La vecchia non rispose. «Fisicamente, sì; il nostro sangue è impoverito; eppure ciò non impedisce a molti dei nostri di arrivare sani e vegeti all'invidiabile età di Vostra Eccellenza!... Al morale, essi sono spesso cocciuti, stravaganti, bislacchi, talvolta...» voleva aggiungere «pazzi» ma passò oltre. «Non stanno in pace tra loro, si dilaniano continuamente. Ma Vostra Eccellenza pensi al passato! Si rammenti quel Blasco Uzeda, "cognominato nella lingua siciliana Sciarra, che nel tosco idioma Rissa diremmo"; si rammenti di quell'altro Artale Uzeda, cognominato Sconza, cioè Guasta!... Io e mio padre non siamo andati d'accordo, ed egli mi diseredò; ma il Viceré Ximenes imprigionò suo figlio, lo fece condannare a morte... Vostra Eccellenza vede che sotto qualche aspetto è bene che i tempi siano mutati!... E rammenti la fellonia dei figli di Artale ; rammenti tutte le liti tra parenti, pei beni confiscati, per le doti delle femmine... Con questo, non intendo giustificare ciò che accade ora. Noi siamo troppo volubili e troppo cocciuti ad un tempo. Guardiamo la zia Chiara, prima capace di morire piuttosto che di sposare il marchese, poi un'anima in due corpi con lui, poi in guerra ad oltranza. Guardiamo la zia Lucrezia che, viceversa, fece pazzie per sposare Giulente, poi lo disprezzò come un servo, e adesso è tutta una cosa con lui, fino al punto di far la guerra a me e di spingerlo al ridicolo del fiasco elettorale! Guardiamo, in un altro senso, la stessa Teresa. Per obbedienza filiale, per farsi dar della santa, sposò chi non amava, affrettò la pazzia ed il suicidio del povero Giovannino; e adesso va ad inginocchiarsi tutti i giorni nella cappella della Beata Ximena, dove arde la lampada accesa per la salute del povero cugino! E la Beata Ximena che cosa fu se non una divina cocciuta? Io stesso, il giorno che mi proposi di mutar vita, non vissi se non per prepararmi alla nuova. Ma la storia della nostra famiglia è piena di simili conversioni repentine, di simili ostinazioni nel bene e nel male... Io farei veramente divertire Vostra Eccellenza, scrivendole tutta la cronaca contemporanea con lo stile degli antichi autori: Vostra Eccellenza riconoscerebbe subito che il suo giudizio non è esatto. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.»

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23.47.12