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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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I VICERÉ

di Federico de Roberto

Parte seconda

1.

Quando in città si seppe che il conte Raimondo era piovuto da Firenze in casa Uzeda, ospite inatteso, solo, senza bagagli, con una sacca nella quale aveva ficcato appena la poca biancheria occorrente in viaggio, fu un sussurro generale, uno scambio di commenti, di supposizioni, di domande curiose ed insistenti come per un grave avvenimento pubblico. La prima notizia corsa di bocca in bocca diceva che il contino aveva abbandonato la moglie per separarsene definitivamente. I bene informati sapevano che donna Isabella Fersa, da Palermo, se n'era andata a Firenze, dopo la rivoluzione. Questo solo fatto non bastava a spiegar tante cose? Era dubbio soltanto se l'amica avesse raggiunto il contino di sua propria iniziativa o d'accordo con lui. Dicevano alcuni che ella era andata nel continente per divertirsi, senza pensare più all'Uzeda; ma perché sceglier proprio la città dov'egli stava? Lei come lei aveva oramai ben poco da perdere. Poteva forse sperare d'essere ripresa dal marito, dopo due anni di separazione? Vivendo la suocera, non era possibile; don Mario poteva commettere la debolezza di perdonare, tanto più che voleva ancora bene alla moglie e la piangeva giorno e notte peggio che se fosse morta; ma la madre vegliava per lui. Donna Isabella, dunque, non arrischiava più nulla, anzi, non potendo resistere alle tentazioni, così giovane com'era, piuttosto che procurarsi nuovi amici le conveniva tornare col primo: l'unico errore le sarebbe stato così più facilmente rimesso... Ma per Raimondo la cosa era diversa. C'erano i figli di mezzo, due innocenti creature!... E la buona gente compiangeva la contessa, così mite, così dolce, così devota al marito e condannata intanto - che cosa è il mondo! - ad una vita d'angustie. La servitù, al palazzo Francalanza, non discorreva d'altro, dimenticava perfino il fidanzamento di Benedetto Giulente con la signorina Lucrezia. Quest'avvenimento, benché previsto e discusso da tanto tempo, aveva già provocato un risveglio dei partiti in cui i famigliari del principe eran divisi; e mentre Giuseppe, il portinaio, si scappellava inchinandosi all'arrivo del fidanzato come se rincasasse il padrone in carne ed ossa, Pasqualino Riso non si toccava neppure il berretto, da sotto l'arco del secondo cortile dove stava a prendere il sole, e a mala pena degnavasi d'abbassar la pipa e di voltarsi di fianco se gli veniva di tirare uno scaracchio. Solo Baldassarre serbava la sua bella imparzialità, badando esclusivamente al servizio e trattando il promesso della signorina come lo vedeva trattato dal principe: con grande compitezza ma senza confidenza. «I padroni sono padroni,» diceva il maestro di casa; e se udiva il basso servitorame discutere con troppo calore della scelta della padroncina, rimandava i famigli alla stalla e gli sguatteri in cucina. «È forse tua sorella, animale?» Che cosa avevano essi da vedere se donna Ferdinanda e don Blasco, sempre d'accordo quantunque non si potessero tollerare, non venivano più al palazzo, disapprovando il matrimonio? Faceva veramente un certo effetto anche a lui, Baldassarre, che una degli Uzeda dovesse sposare un avvocato: ma il giovanotto aveva studiato per suo piacere, non già per esercitare la professione. E quantunque non fosse della costola d'Adamo, pure aveva l'educazione dei signori, dava dell'Eccellenza al padre e alla madre; quand'era entrato in casa della promessa aveva regalato alla servitù quel che si deve. Forse i suoi parenti non erano molto fini; ma gli sposi non dovevano fare tutta una casa con loro. Per tutte queste ragioni, Baldassarre non poteva permettere che i suoi dipendenti cicalassero; ma le chiacchiere non finivano mai, e soltanto l'arrivo del contino le avviò sopra un altro soggetto. Che il padroncino Raimondo non fosse venuto per affari, come certuni volevano dare a intendere, era certo e sicuro agli occhi della servitù: se fosse venuto per affari avrebbe portato almeno una valigia, non già quella sacca con due camicie e due paia di calze e di mutande; né avrebbe avuto quella brutta ciera, lui che era sempre di buon umore, lontano dalla moglie! Gli affari, se mai, li aveva col principe suo fratello, e invece se ne andava tutti i giorni dalla zia donna Ferdinanda, quella che era servita di coperchio, nei primi tempi dell'amicizia con la Fersa. E donna Ferdinanda diceva chiaro a tutti la sua opinione: allo stato delle cose, attesa l'incompatibilità dei caratteri tra marito e moglie, non c'era da far altro che separarsi, da buoni amici: mettere le ragazze in collegio, maritarle al più presto, e del rimanente ciascuno per la sua vita. Il principe, invece, non parlava al fratello né della moglie né delle bambine, neppure per chiedergli se eran vive o morte. Raimondo, per conto suo, pareva avesse lasciato la lingua a casa o, se diceva qualcosa, parlava del più e del meno, con aria distratta, impacciandosi meno che mai di quel che avveniva in famiglia. Dell'accordo dei legatari, del matrimonio di Lucrezia non aveva fiatato, come fossero cose che non lo riguardassero punto, o intorno alle quali egli avesse già manifestato la propria opinione. E appena appena s'accorse di Giulente, del futuro cognato. Lucrezia trionfava: Benedetto veniva tutte le sere a farle la corte; fra sei mesi sarebbe stato suo marito. Della transazione strozzata, del sacrifizio fatto per proprio conto e quasi imposto agli altri, non si rammentava neppure. Il giovane, articolo interesse, quasi non l'aveva lasciata dire, poiché voleva lei e non la dote, poiché a quel patto s'era ottenuto il consenso del principe. Tuttavia questo consenso era così freddo che pareva strappato per forza; senza contare che don Blasco e donna Ferdinanda non venivano più al palazzo, che lo stesso don Eugenio faceva il viso dell'arme al futuro nipote. Ma più i parenti si mostravano contrari al matrimonio, maggiori dimostrazioni d'affetto ella faceva a Benedetto: «Non dar loro retta: sono tutti pazzi! Senza ragione ti odiano, senza ragione un bel giorno faranno pace!...» E gli narrava le loro pazzie, gli suggeriva il modo come disarmarli, come prenderli dal loro debole. Il giovane non aveva bisogno dei suoi consigli, giacché poneva ogni studio nel farsi accettare dai futuri parenti, sapendo che, se avrebbe potuto fare un matrimonio migliore quanto a interesse, non ne avrebbe potuto fare uno migliore quanto a nobiltà. E i Giulente avevano la manìa d'essere nobili o per lo meno nobilitati dalla lunga serie di magistrati avuti in casa: il loro più grande cruccio era per la mancata istituzione del maggiorasco. Pertanto custodivano gelosamente i diplomi e i ritratti di tutti i dottori, giudici e presidenti dai quali discendevano, e si vantavano per le nobili alleanze contratte, specialmente nelle ultime generazioni. Così agli occhi della gente che non andava troppo pel sottile erano considerati come nobili; come a nobili senza titolo davano loro del cavaliere; ma i puri li tenevano a una certa distanza. In queste condizioni il matrimonio di Benedetto con la sorella del principe di Francalanza era una fortuna, e come tale la consideravano don Paolo e donna Eleonora sua moglie. Dall'orgoglio d'essere riusciti a combinarlo, non s'accorgevano neanche della freddezza e dell'ostilità degli Uzeda, o l'attribuivano al liberalismo di Benedetto: il giovane, vano com'essi, ma meno accecato, la notava, e lavorava a vincerla. S'era subito accaparrata la simpatia della principessa, evitando di darle la mano e lodandole la bellezza e la grazia di Teresina. Non molto difficile fu la conquista di don Eugenio, che da principio affettava di non accorgersi di lui. Il giovine, indettato da Lucrezia, gli si mise a parlare di cose storiche e artistiche, dei Viceré Uzeda, ascoltando a bocca aperta le sentenze del cavaliere; poi lo pregò di fargli vedere le sue collezioni d'arte e si profuse in elogi alla vista di tutti i cocci e di tutte le tele imbrattate, pasteggiando a superlativi dinanzi ai Tiziano ed ai Tintoretto, che dichiarò superiori a tutti i quadri degli stessi autori conservati nel museo di Napoli. Venuto Raimondo, però, Benedetto si trovava spesso tra due fuochi, perché don Eugenio e don Cono magnificavano le glorie cittadine, i patrii monumenti, e Raimondo interrompeva il suo mutismo solo per denigrarli. Giulente dava un colpo al cerchio ed un altro alla botte, non sapendo come prenderli, giacché non andavano mai d'accordo. Pur d'ammirare i forestieri, Raimondo quasi disprezzava la nobiltà della sua casa; don Eugenio invece lavorava assiduamente alla sua Istoria cronologica. Non parendogli che questo titolo sonasse abbastanza, lo aveva mutato in quello di Discettazione Istorico-cronologica; ma poiché don Cono sosteneva che discettazione non equivaleva a dissertazione, tra i due s'erano impegnate discussioni molto più lunghe e vivaci che non intorno al modo di scrivere solenne, se con una o con due elle. Richiesto del suo parere, Benedetto pensò un poco non al vocabolario, ma alla freddezza che gli dimostravano, alla guerra dichiaratagli dal monaco e dalla zitellona. «Credo che siano sinonimi...» rispose. «Avete capito, testa dura?» disse allora don Eugenio trionfante a don Cono. «V'arrendete finalmente?...» Il principe, dal canto suo, giovavasi del futuro cognato in altro modo. Il codice sardo aveva sostituito, nel maggio 1861, quello napolitano, e giudici, avvocati e litiganti ammattivano sulla nuova legge. Benedetto, un po' per amore allo studio, un po' per zelo patriottico, lo aveva sviscerato col suo maestro; e allora, discorrendo di questo e di quello, il principe induceva il giovanotto a istituire confronti fra i due testi, a indicarne le differenze e le concordanze; certe volte, con l'aria di parlare in tesi generale, di casi immaginari o senza interesse, gli prendeva vere consultazioni legali. Un giorno gli domandò che cosa pensava circa il legato della badia. Giulente, quantunque credesse il contrario, gli rispose che il caso era dubbio, che la nullità di quella istituzione potevasi benissimo sostenere... Per ingraziarsi tutti quegli Uzeda egli ne secondava e incoraggiava le pretese; ma, dall'orgoglio di frequentar la loro casa, dalla superbia di imparentarsi con essi, accettava quella parte, sposava sinceramente le cause dei futuri parenti: la Discettazione del cavaliere gli pareva un'opera veramente utile; le ragioni del principe veramente plausibili. Vanità aristocratiche del padre e infatuamento liberale dello zio si davano la mano in lui; talché, gloriandosi di discendere dal Mastro Razionale Giolenti, sosteneva, a proposito dell'elezione del duca d'Oragua, che il governo del paese doveva esser preso da «noi»: cioè da «un'aristocrazia capace, come la inglese, d'intendere e di soddisfare i bisogni della nazione...» Ma, a quelle uscite, egli perdeva il cammino fatto: il principe e il cavaliere non sorridevano tanto di sprezzo per le teorie liberali quanto per udire quel «noi» in bocca sua, nel vedere un Giulente prender sul serio la propria nobiltà. Quando il giovine parlava dei suoi passati, degli onori che avevano ottenuti, delle tradizioni signorili della propria casa, dello stemma di famiglia, il principe si lisciava la barba, don Eugenio guardava per aria, la principessa chinava gli occhi, i lavapiatti ammiccavano fra loro, la stessa Lucrezia, a quel subito gelo diffuso per l'aria, si veniva rannuvolando, mentre approvava con un gesto del capo, ma senza fiatare. Una sera egli rammentò il canonico Giulente, fiorito nel secolo scorso, celebre per certe opere di diritto ecclesiastico, specialmente pel grande trattato Del matrimonio. Raimondo, presente, pareva interessarsi a quel discorso. «Nuova è la trattazione,» diceva Benedetto, «del capitolo sugli impedimenti, impedienti e dirimenti. Ho avuto per le mani molte opere sul soggetto; ma lo sviluppo, la ricchezza di testi e di commenti di questa sono davvero ammirabili.» «Sì, sì...» confermò per quella volta il cavaliere; «l'ho letta anch'io.» «Come hai detto?» domandò Raimondo. «Impedimenti?...» «Impedimenti e dirimenti.» «Impedimento impediente però,» fece osservare don Eugenio, «mi pare la stessa cosa.» «Eccellenza sì,» egli dava già dell'Eccellenza al futuro zio; «ma dicesi impediente per distinguerlo da dirimente; in altre parole: ostacoli che impediscono la celebrazione e ostacoli...» «Permetti!» interruppe il Gentiluomo di Camera. «Impedimento che impedisce è una bella stramberia! L'impedimento può forse favorire?» Benedetto ripigliò, con molta pazienza, la dimostrazione; ma il cavaliere ribatteva, cocciuto, che la «dizione» era sbagliata, né tacque se non quando Raimondo esclamò, seccato: «Ma zio, lo vada dire ai canonisti! Se questa è l'espressione legale! E i dirimenti,» domandò a Giulente, «quali sono?» «Gli impedimenti dirimenti sono quelli che annullano il matrimonio quando è già contratto.» «Cioè?» «Eh!... Se ne contano più d'una dozzina... anzi quattordici, precisamente. Prima erano dodici, poi il Concilio di Trento li aumentò di due... Studiai queste cose tempo addietro; oggi, se mai,» aggiunse voltandosi verso Lucrezia, «piuttosto che gl'impedimenti dovrei studiare le ragioni del sacramento magno...» «Il Sacramento?...» fece Lucrezia che era già nelle nuvole. «È esposto alla cattedrale.» Tutti sorrisero, e per quella sera il discorso restò lì. Ma qualche giorno dopo Raimondo ridomandò curiosamente al futuro cognato: «E così, non hai rammentato quali sono gli impedimenti dirimenti?» «Sì... ma non tutti,» rispose Benedetto che in presenza della promessa non voleva spiegar certe cose. E li disse in latino: «Error, conditio, votum, cognatio, crimen...» «Basta! Basta! È inutile, non capisco...» E gli voltò le spalle. Però, prima d'andar via, Benedetto lo chiamò da parte: «Non potevo spiegarmi dinanzi alle donne. Gli impedimenti sono questi.» E li enumerò e li spiegò tutti, in italiano.

Qualche giorno dopo quel discorso vi fu un gran ciarlare tra la servitù, giù nella corte: correva in paese la voce che il duca stesse per tornare da Torino, unicamente allo scopo d'accomodare l'imbroglio del contino. Baldassarre, al quale domandavano se la notizia era vera, si stringeva nelle spalle: «So molto, io! Avanzate nulla dal duca, che l'aspettate?...» Ma la notizia era vera: la ripetevano Giulente, suo zio don Lorenzo, tutti gli amici politici del deputato, e anzi parlavasi d'andargli incontro, se veniva per via di terra, e di preparargli una dimostrazione. Egli giunse per via di mare e non era solo: il barone Palmi, nominato senatore dopo la rivoluzione, lo accompagnava. Questi, invece che al palazzo, come le altre volte, scese all'albergo. La cosa parve molto grave. Voleva dunque dire che tutto era rotto fra il contino e sua moglie? Che si trattava già di separazione? Ma allora, il duca? Perché tornava anche lui?... In città l'arrivo del deputato mise una rivoluzione, e subito cominciarono a piovere visite per lui: prima di tutti don Lorenzo Giulente col nipote, poi alcune autorità, le rappresentanze di parecchie società politiche; poi una quantità di cittadini d'ogni classe, pezzi grossi, antichi amici e nuovi patriotti che venivano a salutare l'Onorevole, a ringraziarlo delle grandi cose fatte a Torino e, mentre c'erano, a chieder notizia degli affaretti particolari che gli avevano raccomandati. Come al tempo dell'elezione egli riceveva giù, nelle stanze dell'amministrazione, e ringraziava dei ringraziamenti, s'ammantava di modestia; ma, alle domande degli ammiratori, descriveva le sedute del Parlamento, la visita a Vittorio Emanuele e al «povero» Cavour, la vita politica della capitale; e tutti stavano intenti a udirlo. Non aveva aperto bocca, in Parlamento, neppure per dir sì o no; ma in sala l'uditorio non lo spaventava, composto com'era di gente più o meno familiare che gli stava dinanzi in atto deferente; ed egli assaporava il suo trionfo, loquace quanto una pica vecchia, senza neppur avvertire la fatica del viaggio. Cavour gli aveva promesso mare e monti: che peccato che il gran ministro fosse morto! Ma il governo era egualmente ben disposto verso la Sicilia: presto avrebbe messo mano a ferrovie, a porti, a grandi opere pubbliche. Per vegliare al mantenimento delle promesse, in quei giorni egli non avrebbe dovuto lasciare la capitale; ma era dovuto venire in fretta e in furia per certi gravi affari di famiglia... per sistemare certe faccende... Non si sbottonava, ma tutti comprendevano lo stesso. Le visite si seguirono fino a sera; quelli che volevano parlargli da solo a solo non si movevano, parevano decisi di restare a dormire con lui. Quando ne ebbe abbastanza, egli fece un segno a don Lorenzo, e questi condusse via tutti. Ma l'Onorevole non andò a letto. Raimondo, avvertito da Baldassarre che lo zio voleva parlargli, lo aspettava impaziente, smanioso, nella sua camera. «Che cosa vuoi fare?» cominciò il duca, senza tanti preamboli. «A proposito di che?» rispose il nipote, quasi non comprendesse. «A proposito di tua moglie e della tua famiglia!... Tuo suocero è qui non sai?» «Io non so nulla.» «Dopo che sei scappato via come un fuggiasco! Dopo che non ti sei fatto vivo per due mesi! Adesso mi par tempo che questa storia finisca...» Egli parlava con tono grave d'autorità, passeggiando per la camera con le mani incrociate sul dorso; Raimondo, sedutosi, guardava per terra, come un ragazzo intimidito dalla minaccia d'una lavata di capo. «Che hai da dire contro tua moglie?» domandò a un tratto don Gasparre, fermandoglisi dinanzi. «Io? Nulla...» «Lo sapevo bene! Volevo sentirne la conferma dalla stessa tua bocca. Perché, dico, solo se avessi avuto da lagnarti di Matilde si potrebbe spiegare la tua condotta! Allora, come mai l'hai lasciata?» «Io non l'ho lasciata.» «Come? Sei qui da due mesi, non le hai scritto un rigo, non ti sei curato di nessuno dei tuoi, quasi non esistessero; e dici...» «Sono venuto qui perché avevo da fare. Non posso star cucito alla gonna di mia moglie, insomma.» E lo guardò in faccia. «Va bene; qui non si parla di star cucito!» rispose il duca. «Ma uno che parte per affari, per isvago, per una ragione qualunque, non va via come te ne sei andato tu, non lascia la casa per l'albergo.» «Non è vero!» «Me l'ha detto tuo suocero... l'ho sentito ripetere da tutti...» «È falso!» ripeté il nipote con voce forte e un poco stridente. Allora il duca batté in ritirata. «Sarà falso, tanto meglio... Del resto non è questo l'importante... Il fatto è fatto... adesso si tratta di pensare all'avvenire. Se non è vero che hai lasciato tua moglie, non dovresti avere difficoltà di riunirti con lei!» «Non ne ho,» rispose Raimondo, rialzandosi. Lo zio restò un momento a guardarlo, quasi non fosse sicuro di aver udito bene, poi ripeté: «Sei pronto a riprenderla?» «Sono pronto a tutto, purché smettano questa commedia.» «Meglio ancora!... Vuol dire che esageravano, che m'hanno informato male... Tanto meglio!... Domani tuo suocero può venire?» «Venga domani, venga quando gli pare! Vorrei piuttosto sapere perché ha fatto la buffonata di scendere all'albergo? Poteva restarsene al suo paese, invece di fare questa sciocca commedia, invece di dar da ciarlare alle persone con una condotta da pulcinella.» Egli parlava adesso duramente, a denti stretti; con gli occhi rossi; e il duca, cambiato tono anche lui, esclamava, secondando il nipote: «Questo è vero... tu hai ragione... L'ho messo in croce per dissuaderlo!... Ma quel santo cristiano è fatto a un certo modo... Del resto non importa: diremo che non voleva dare impaccio a Giacomo... si troverà una ragione... E tu, comprendi che bisogna pigliare gli uomini come sono, che bisogna avere un po' di politica nel mondo... Divertiti,» aggiunse con un sorrisetto allusivo; «ma senza dar nell'occhio, salvando le apparenze. È già increscioso che sia successo un primo guaio...» «Vostra Eccellenza ha da dirmi altro?» domandò Raimondo, interrompendolo bruscamente. «Se non ha da dirmi altro, buona notte.» Il domani, verso mezzogiorno, quando s'aspettava il barone, che la carrozza di casa era andata a prendere, piovve donna Ferdinanda. Erano oltre sei mesi che non saliva più le scale del palazzo, dal giorno che c'era entrato Giulente. Fin all'ultimo momento ella aveva sperato d'impedire che la mostruosità si compisse; ma poiché Lucrezia non sentiva più gli schiaffi né i pizzicotti, quasi fosse divenuta di stucco, e Giacomo si difendeva gettando la colpa sullo zio duca, sul Babbeo e sulla stessa sorella, la zitellona era finalmente andata via facendo sbattere tutti gli usci, gridando: «Riderà bene chi riderà l'ultimo!» e appena giunta a casa, chiamati la cameriera, il cocchiere e il mozzo di stalla, aveva tratto dall'armadio un foglio di carta e lo aveva fatto in mille pezzi: «Neppure un soldo, così!...» Ella pretendeva che i nipoti le portassero obbedienza e le stessero sottomessi per via dei quattrini che, non avendo figliuoli, avrebbe loro lasciati; la distruzione del testamento, in presenza della servitù, era la pena della loro ribellione... Il principe, sulle prime, era stato zitto, per lasciar passare la tempesta, poi aveva mandato dalla zia fra' Carmelo col figliuolo perché la vista del nipotino prediletto placasse quella furia, poi era andato egli stesso a trovarla, a prendersi addosso, umile e muto, la pioggia di rimproveri rovesciata dalla zitellona. E a poco a poco, pel bisogno di sentirsi far la corte, per non poter rinunziare a ingerirsi nelle faccende dei nipoti, ella s'era venuta placando, ma senza andar da loro: la casa dei suoi maggiori era profanata, contaminata dalla presenza di quel pezzente, di quel bandito, di quell'assassino che chiamavasi Benedetto Giulente, avvocato, AVVOCATO! Neppur l'arrivo di Raimondo l'aveva rimossa dal suo proposito; del resto il nipote era venuto da lei assiduamente a prendere i suoi consigli. In odio alla Palma, per distruggere quel matrimonio stretto contro il suo piacere, ella aveva spinto il giovane alla rottura definitiva. Come Giulente, la Palma macchiava la casa degli Uzeda: ella non voleva che ci rimettesse piede. E difendeva donna Isabella contro le accuse di cui l'udiva fare oggetto: anche lei era stata sacrificata con quell'ignobile Farsa, farsa tutta da ridere: niente di più naturale che quel matrimonio tanto male assortito fosse finito peggio: se avessero dato la Pinto a Raimondo, allora sì!... A un tratto, una sopra l'altra le avevano portato le due notizie dell'arrivo del duca e del barone e dell'imminente riconciliazione tra suocero e genero. Raimondo non s'era fatto vivo; l'avvenimento stava per compiersi ad insaputa di lei! Allora, il tempo di far attaccare, e subito al palazzo... Quando ella entrò nella Sala Gialla c'erano il principe e la principessa, don Eugenio, il duca, Lucrezia col promesso, Chiara col marchese, e Raimondo che passeggiava come un leone in gabbia. Benedetto Giulente, appena la vide entrare, s'alzò rispettosamente: ella gli passò dinanzi come se fosse uno dei mobili sparsi per la sala; non rispose al saluto di nessuno tranne a quello di Raimondo che trasse in disparte verso una finestra. «Vecchia pazza!» disse Lucrezia al fidanzato, avvampando subitamente in viso. Egli scrollò il capo con un sorriso d'indulgenza; ma il duca si avvicinò alla coppia, quasi a compensarla della sgarberia della sorella. «Il barone dovrebbe esser qui,» disse guardando l'orologio. «Sarei andato io stesso a prenderlo se non avessi temuto di dare troppa importanza a una cosa che non dovrebbe averne nessuna...» «Vostra Eccellenza ha fatto benissimo,» rispose Benedetto. «Le ciarle sarebbero state più lunghe... Non per questo,» aggiunse, «è minore il merito di Vostra Eccellenza per aver ricondotto la pace in una famiglia che...» «Piccoli malintesi! I giovani hanno le teste calde!» esclamò con un sorriso tra di modestia e di compatimento l'Onorevole. Raimondo aveva finito intanto di parlare con la zia e ricominciava a passeggiare su e giù: era verde in viso e si morsicchiava i baffi, torcendo le labbra, con le mani in tasca. Donna Ferdinanda adesso sedeva accanto alla marchesa, la quale era al settimo cielo per essere incinta di sette mesi. Dopo due disgraziate gravidanze passate ad ascoltare ogni prescrizione di medici, ogni consiglio di levatrici e ogni opinione di femminucce, aveva finalmente mutato sistema di punto in bianco, facendo a modo suo in tutto e per tutto, andando fuori in carrozza e a piedi, salendo e scendendo scale, trangugiando tutte le miscele che immaginava dovessero giovarle. Ella dichiarava alla cognata di non esser mai stata così bene come ora: «Quegli asini! Quegli impostori!... E le levatrici?... L'altro giorno non ebbe l'ardire di venir da me, donn'Anna? La presi per le spalle e le dissi: "Cara donn'Anna, tre mesi dopo che avrò partorito se volete venire a trovarmi mi farete tanto piacere; ma per adesso andatevene che non ho bisogno di voi!..."» Tutt'intorno gli altri parlavano piano, come nella camera d'un ammalato, ma al rumore di una carrozza che entrava nel cortile ogni discorso cessò. Il duca passò nell'anticamera per andare incontro all'amico; si vide comparire invece dinanzi la cugina Graziella. «Come sta Vostra Eccellenza? Ho saputo del suo arrivo ed ho detto: andiamo subito a baciar le mani allo zio. Mio marito voleva venire anche lui; ma l'hanno chiamato di fretta al tribunale per una causa seccantissima. Verrà più tardi a fare il suo dovere...» Raimondo, vedendola spuntare, soffiò più forte, e andò a dire concitato allo zio: «Quest'altra pettegola, adesso? Ha da esserci tutta la città?... Non vede Vostra Eccellenza che scena ridicola?...» «Pazienza!... Pazienza!...» cominciò il duca; ma già un'altra carrozza entrava nel cortile. Egli ripassò di là e poco dopo comparve insieme col senatore. Questi era pallidissimo, si vedeva sotto le guance il movimento delle mascelle nervosamente contratte. «Raimondo,» esclamò il deputato disinvolto, e conciliante; «c'è qui tuo suocero...» Il conte s'era fermato. Senza cavar le mani di tasca fece col capo un breve gesto di saluto e disse: «Come sta?» Palmi rispose: «Bene; stai bene?» E salutò in giro gli astanti. Nessuno fiatava, gli sguardi si volgevano tutti sul barone. Anche le mani gli tremavano un poco, e non guardava in viso il genero. «Accomodatevi, don Gaetano!» riprese il duca, prendendolo pel braccio e facendogli amichevole violenza. Palmi allora sedette tra la principessa e la marchesa; donna Ferdinanda s'impettì, affondando il mento nel collo come un gallinaccio. «Matilde sta bene?» domandò la principessa. «Bene, grazie.» «Le bambine?» «Benissimo.» Raimondo, ritto in mezzo alla sala, si guardava la destra, facendo scattare l'unghia del pollice contro tutte le altre. Il duca tossicchiò un poco, come per un principio di raucedine; poi gli domandò: «Tu quando raggiungeresti tua moglie?» Egli rispose secco e breve: «Anche domani.» «Matilde però la vogliamo un poco qui,» soggiunse lo zio, guardando gli altri parenti, quasi a chiedere il loro assenso; ma nessuno disse nulla. «Allora,» continuò, «potreste fare così: tu andrai a prenderla e poi ve ne verrete tutti insieme. Che ne dite, barone?» «Come credete,» rispose Palmi. A un tratto s'udì per la terza volta una carrozza che entrava nel cortile e tutti gli occhi si volsero verso l'uscio d'entrata. Chi poteva essere? Ferdinando? La duchessa?... Spuntò don Blasco. Il monaco, come la sorella, non metteva piede al palazzo dal giorno del fidanzamento di Lucrezia; come donna Ferdinanda, ne aveva scagliato la colpa sul principe, ed era rimasto talmente sordo ad ogni giustificazione, che quest'ultimo s'era finalmente seccato d'insistere, non avendo da sperarne eredità come dall'altra. Allora, vistosi solo senza poter occuparsi degli affari della parentela, costretto a udirne le notizie di seconda o di terza mano, per mezzo del marchese Federico o degli estranei, il monaco s'era sentito perso. Le brighe del convento l'occupavano fino a un certo punto; le grida e le bestemmie contro i liberali, quantunque raddoppiate dopo la sistemazione del nuovo ordine di cose, non gli bastavano, non avevano gusto se egli non le proferiva tra i suoi, nello stesso luogo dov'erasi compito il trionfo di quel rinnegato del fratello, dove quel cialtrone di Giulente doveva vomitare le sue eresie. Così, sbuffante e smaniante, più di una volta era stato sul punto d'andarsene dal principe; ma, giunto a mezza via, s'era pentito, non aveva voluto dare al nipote la soddisfazione di cedere pel primo. All'annunzio dell'arrivo del duca e del barone, della pace che si doveva celebrare tra suocero e genero, non era stato più alle mosse. Il principe gli andò incontro a baciargli la mano. Lucrezia e Giulente, seduti accanto, erano i più vicini all'uscio d'entrata; e il giovanotto s'alzò, come aveva fatto per la zitellona, al passaggio del monaco; ma questi tirò dritto verso il centro della sala. Al secondo affronto, Lucrezia si fece più rossa, e costrinse il promesso a sedere. «La pagheranno, sai!» disse, «la pagheranno!... Se mi vedranno più in questa casa!... Se t'arrischierai di guardarli più in viso!...» Il duca parve non accorgersi dell'arrivo del fratello. Per animare la conversazione languente, e vincere la freddezza da cui tutti erano impacciati, e rendersi utile, la cugina aveva cominciato a chiedergli notizie del suo viaggio attraverso l'Italia; e il deputato parlava a vapore: «La baraonda di Napoli, eh? Che paesone! Pareva che tolta la Corte, i ministeri, tutto il movimento della capitale, dovesse spopolarsi, ridursi come una città di provincia; invece cresce ogni giorno, è più animata di prima. Anche Torino è piena di vita, però in modo diverso...» «In modo diverso...» ripeté il barone, con tono di condiscendenza. come per non restare in silenzio. «È vero che somiglia a Catania?» domandò il marchese. Raimondo sciolse lo scilinguagnolo per dire, con sottile ironia: «Tal e quale, sai! Due gocce d'acqua...» «Le strade dice che son tagliate allo stesso modo...» «Ma sì! Ma sì!... Anzi diciamola tutta: Torino è più brutta, più piccola, più povera, più sporca...» Allora Chiara saltò su in difesa del marito: «Questa smania di dir sempre male del proprio paese non l'ho mai capita.» «Scusa,» protestò il duca. «Qui nessuno ne dice male.» «Lo stesso paragone è impossibile,» disse Benedetto, conciliante. Donna Ferdinanda alzò lentamente gli sguardi per volgerli dalla parte donde veniva la voce; ma, giunta a mezza strada, li diresse alla parte opposta, alla finestra dove don Blasco udiva dal nipote le notizie dell'accaduto. «Dice che raggiungerà sua moglie e che poi se ne torneranno qui. È stato lo zio duca quello che ha combinato ogni cosa. Per me, facciano quel che vogliono. Ma vedrà che ricominceranno. Vorrei sbagliare, ma siamo ancora al principio...» «Quella bestia perché ci s'è messo? Non ha abbastanza tigna in capo? Ha da ficcare dovunque il naso? Ma il perché lo so io, il perché... lo so io, il perché!...» E stava per continuare, per vuotare il sacco, quando entrò Baldassarre, grave e dignitoso come la solennità richiedeva. «Eccellenza,» disse al duca, «ci sono le rappresentanze delle società che chiedono d'ossequiare Vostra Eccellenza.» Il deputato non ebbe tempo di rispondere che il barone s'alzò: «Duca, fate pure, vi lascio libero.» «Ma no, restate!... Un momento, e torno subito...» «Ho qualche cosa da sbrigare anch'io; grazie!» «Verrete almeno a pranzo con noi?» «Grazie; parto oggi stesso; ho fissato uno straordinario.» Fu inutile insistere; il barone opponeva un rifiuto cortese, ma freddo. Salutò tutt'in giro e andò via accompagnato dal duca che scendeva giù a ricevere i suoi elettori, mentre Raimondo s'avviava da parte sua alle proprie stanze. E i tre non erano scomparsi, che nella Sala Gialla cominciò un mormorio generale. «Che maniera di stare in casa della gente!» esclamò donna Ferdinanda. «Non ha detto dieci parole in mezz'ora!» rincarò la cugina. «Che cosa aveva? che gli hanno fatto?» E il marchese: «Quando si è di quell'umore non si va in casa delle persone!...» «E come faceva il sostenuto!» aggiunse sua moglie. Benedetto Giulente, dal suo posto, osservò: «Quella partenza pare un pretesto... per rifiutare...» Allora, senza rivolgersi al giovanotto, ma quasi rispondendo all'idea da lui annunziata, don Blasco tonò: «La bestia, l'imbecille e il buffone in questo caso è chi invita!» Benedetto, quantunque il monaco non lo guardasse, fece col capo un gesto tra d'assenso a ciò che quegli diceva, tra di scusa per l'insistenza del duca. «Pareva concedesse una grazia speciale, onorandoci della sua presenza!» continuava frattanto donna Ferdinanda. «Come se non si fosse trattato d'interessi suoi! Come se la colpa di ciò che è successo non fosse sua! E quella bestia che lo prega per giunta e che gli dà ragione! Per renderlo più presuntuoso ed arrogante!...» Benedetto, che le stava seduto quasi di faccia, badava a chinare il capo con un gesto continuo ed eguale, come un automa, e poiché la cugina cicalava piano con Chiara, e don Blasco, tirato pel bottone del soprabito il marchese, sfogava con lui, e il principe se ne stava quatto quatto, e la principessa più quatta di lui, quel gesto d'assenso e d'approvazione attirò alla lunga gli sguardi della zitellona. «Mentre la ragione sta dalla parte di Raimondo,» continuava ella, «che giustamente non vuole lo spionaggio in casa, che non può tollerare la continua ingerenza del suocero in tutti i piccoli affari di casa propria...» Vedendosi guardato due o tre volte, Benedetto, mentre continuava ad approvare col capo, confermò: «Il barone ha veramente un carattere troppo difficile...» Donna Ferdinanda non gli rispose, anche perché in quel momento il marchese s'alzava, e Chiara con lui; ma, andando via insieme coi nipoti, fece un breve cenno del capo per rispondere al nuovo e più profondo e più rispettoso saluto del giovanotto.

Intanto il duca, giù nell'amministrazione, riceveva i delegati dei sodalizi e una gran quantità di elettori influenti e una vera processione d'ammiratori di ogni condizione che venivano a fargli atto di omaggio. La stessa scena della sera prima, ma più grandiosa; a poco a poco tutta la città sfilava dinanzi al deputato; per due persone che andavano via, quattro ne sopravvenivano; e non essendoci più posto da sedere, tutti restavano in piedi, coi cappelli in mano, aspettando i saluti che il duca veniva distribuendo in giro. Alcuni oratori improvvisati, persone che egli non conosceva neppure, parlavano a nome dei compagni, affermavano in risposta alle sue espressioni di modestia che il paese non avrebbe mai dimenticato ciò che doveva al signor duca. Tutti gli altri, a bocca aperta, badavano a raccogliere religiosamente le parole dell'Onorevole; il quale, cessati i complimenti, ragionava della cosa pubblica, prometteva la Venezia, aveva Roma in tasca, assicurava insieme col politico il risorgimento morale, agricolo, industriale e commerciale del paese. «Questo era il programma di Cavour. Che testa! Ragionava della Sicilia come se ci fosse nato; sapeva il prezzo dei nostri frumenti e dei nostri zolfi meglio di un sensale di piazza...» Il governo gli aveva promesso una quantità di provvedimenti per l'isola, giacché bisognava pensare a tutto: dall'educazione della gioventù al lavoro per gli operai. A poco alla volta, con la concordia e la pace, la prosperità pubblica e privata sarebbe stata raggiunta. Egli la faceva quasi toccar con mano, e le persone venute per sapere che ne era delle loro domande d'un posticino, o d'un sussidio, o d'una pensione, andavano via portandolo alle stelle come se avesse colmato loro le tasche, spargendo per la città la nuova della riconciliazione avvenuta tra il conte e sua moglie: opera e merito del duca, il quale aveva fatto il sacrificio di lasciar la capitale in un momento come quello per indurre il nipote alla ragione. Non s'udivano se non esclamazioni di lode all'indirizzo del deputato; dal cortile del palazzo al Gabinetto di lettura, tutti ad una voce giudicavano che in questa occasione egli aveva fatto opera buona e doverosa; solamente don Blasco, nella farmacia borbonica, gridava come un ossesso: «Ah, gli credete?... Perché credete che l'ha fatto? Per dar soddisfazione alla canaglia! Perché si dica che difende la morale!... E per un'altra ragione ancora...per ingraziarsi quell'altro cialtrone amico dei mangiapolenta!... Il sonatore dei miei sonagli!... Il barone con sette paia di effe...»

2.

Quando la contessa Matilde tornò, dopo due anni di lontananza, tra i parenti del marito, essi medesimi, alla prima, non la riconobbero. Se era stata sempre pallida e magra, adesso era scialba e scarnita; il petto le si affondava come se qualche male lento e spietato la rodesse, le spalle le s'incurvavano come per il peso degli anni, e gli occhi incavati, accerchiati di livido, lucenti di febbre, dicevano lo strazio di un pensiero cocente, d'una cura affannosa, d'una paura mortale. «Povera Matilde! Sei stata male?» le domandò la principessa, a dispetto delle ingiunzioni del marito, il quale le proibiva di avere opinioni. «Un poco...» rispose la cognata, scrollando il capo, con un sorriso dolce e triste. «Adesso è passato...» Infatti, ella si sentiva rinascere. Suo padre non aveva voluto né accompagnarla in quella casa, né permetterle di condurvi le bambine; eppure, dimenticando quanto vi aveva sofferto, ella vi entrava con un senso di sollievo e quasi di fiducia. La tempesta recente era stata così forte e dura, che ella pensava anzi con un senso di rammarico al tempo degli antichi dolori; li aveva giudicati intollerabili e non sapeva di quanto sarebbero cresciuti, a poco a poco, ma costantemente, fino a contenderle la stessa speranza d'un qualunque ritorno alla pace. Come le si era chiuso il cuore ai primi disinganni, nel vedere che l'amor suo non bastava a Raimondo, che egli pensava diversamente da lei, che faceva consistere la felicità in cose senza valore per lei! Eppure egli non l'aveva tradita, allora! Ma erano venuti i tradimenti, ed ella li aveva perdonati poiché tutti gli uomini ne commettono, le dicevano; poiché ella soltanto ne soffriva, silenziosamente, in fondo all'anima. Che cosa avrebbe potuto fare, del resto? Che aveva potuto fare dinanzi al pericolo più grave, alla minaccia terribile? Lasciarlo? Egli stesso l'aveva abbandonata!... Quando ella ripensava a quei due anni trascorsi in Toscana, a tutto ciò che aveva sofferto vedendo prepararsi e non potendo impedire l'ultima rovina, ella provava veramente come un bisogno di inginocchiarsi e di ringraziare il Signore, tanto miracoloso le pareva il ravvedimento di Raimondo. Poteva adesso sperare che durasse? Quante volte egli non era parso rinsavito, ed aveva poi fatto peggio? Due anni addietro, prima che scoppiasse lo scandalo in casa di Fersa, ella non aveva creduto che tutto fosse finito per lei? Alla notizia che quella donna era stata scacciata dalla suocera, ella aveva compreso la commedia della rottura rappresentata da lei e da Raimondo, e preveduto con lucidità straordinaria quel che poi era accaduto... Nondimeno, la partenza pel continente l'aveva illusa ancora una volta; la lontananza, il tempo, gli svaghi mondani dei quali era sempre avido, non avrebbero distrutto nel cuore di Raimondo il ricordo di quell'altra? Ma colei doveva aver giurato di rubarglielo, ad ogni costo, se lo aveva raggiunto a Firenze, se erasi mostrata a lui da lontano, da vicino, per le vie, in società, tentandolo ovunque, dinanzi a lei stessa! Ella non accusava più Raimondo, non sospettava che fosse d'intesa con quell'altra, che avesse finto di fuggirla per ritrovarla più sicuramente. I suoi sospetti, le sue accuse gelose cadevano su quella donna soltanto, a Raimondo ella non rivolgeva se non preghiere indulgenti, l'umile scongiuro di evitarle nuovi dolori. Egli s'infuriava, negava come altre volte, la incolpava di volergli creare imbarazzi e pericoli, la riduceva al silenzio con le tristi parole che ancora le risonavano all'orecchio: «Quella donna è l'ultimo dei miei pensieri; ma se non la finite di vessarmi, farò qualche pazzia, vedrete!» Ella non sapeva ancora fino a qual punto fosse sincero... Il capriccio di Raimondo per donna Isabella, in verità, s'era sedato appena soddisfatto; il chiasso della separazione, la paura di trovarsi qualche grossa responsabilità materiale sulle spalle, avevano gettato molt'acqua sul fuoco dei suoi desideri. A Firenze, dove s'eran dato convegno, aveva deliberato di spezzare in un modo qualunque la catena da cui si sentiva avvincere, poiché egli aspirava alla vita allegra e varia, libera, principalmente. Ma, per la notizia del dramma domestico di cui era stato l'eroe, egli si vide posto più in alto nella stima degli scapati amici di Toscana, del cui giudizio faceva più conto che d'ogni altra cosa; la conquista d'una signora autentica come la Fersa gli procurava i sorrisi di compiacimento un po' invidiosi dei rompicolli che prendeva a modello. E donna Isabella gli divenne pertanto meno indifferente; ma la gelosia della moglie finì di stringere quel vincolo nel punto che egli stava per giudicarlo increscioso. Tutte le volte che Matilde gli rivolgeva una supplichevole rimostranza, egli credeva suo dovere, come per una specie di compenso, di fare maggiori dimostrazioni di affetto all'amica; più sommessamente sua moglie lo pregava di non trascurarla, più smaniosamente egli andava via di casa. Ella sapeva com'era fatto, com'era intollerante di ogni ostacolo, d'ogni contrasto, delle stesse osservazioni; ma poteva forse tacere, fingere d'ignorare quel che avveniva? Poteva soffrire, senza neanche piangere, ch'egli la lasciasse sola, lunghi giorni, lunghissime notti, che trascurasse le sue figlie per andarsene con quell'altra, per mostrarsi pubblicamente in compagnia di lei, per condurre i propri amici nella casa di lei come in un'altra casa sua propria?... E il giorno che s'era sfogata non contro di lui, ma contro quell'altra, Raimondo le aveva ingiunto di tacere, con la voce grossa, con gli sguardi cattivi, alzando la mano... Quella triste scena era avvenuta la vigilia del giorno che suo padre, diretto a Torino, doveva passare da Firenze. Il terrore di spingere l'uno contro l'altro quei due uomini l'aveva costretta a tacere; e poiché suo padre, ricominciando a sospettare di Raimondo, aveva mutato a un tratto, con la violenza abituale, l'antica affezione verso il genero in freddezza diffidente e vigile, ella aveva dovuto bere le proprie lacrime, cancellarne le tracce, mostrarsi allegra, per impedire che quei due si scagliassero l'uno contro l'altro. Così ella s'era consunta, soffrendo in silenzio, inghiottendo amaro sopra amaro, invocando dal Signore tanta forza da poter continuare a fingere, a illudersi, a credere che nessun serio pericolo la minacciasse. Ma era già troppo tardi. Tutto ciò che, nella sua gelosia, la moglie gli veniva dicendo contro l'amante, spingeva Raimondo sempre più nelle braccia di quest'ultima; poiché Matilde gliene parlava male, voleva dire che era invece la prima delle donne. Quest'idea si conficcava tanto più saldamente nella sua testa, quanto che donna Isabella, da suo canto, non gli diceva mezza parola contro la contessa; e si lagnava appena, discretamente, dell'odio che si vedeva portato. «Quando m'incontra, mi volta le spalle... Sparla di me... Che cosa le ho fatto?» Oppure gli proponeva di rompere e di lasciarsi, si offeriva in sacrifizi per assicurargli la pace della famiglia: «Non t'inquietare di me!... Me ne andrò, vivrò sola, come vorrà Dio... Andrò a buttarmi ai piedi di mio marito; forse mi perdonerà...» Allora, di rimando, egli s'ostinava a far cose che ella stessa non avrebbe volute; se prima non aveva nascosto quell'amicizia, ora l'ostentava; se prima stava poco in casa, adesso restava settimane intere senza metterci piede, senza veder le sue figlie; ed al teatro prendeva posto nel palco dell'amica, dal principio alla fine dello spettacolo; ed al passeggio, se era con amici, non rispondeva al saluto di sua moglie, quando s'incontravano: mentre la contessa lacrimava in fondo alla sua carrozza, egli andava a piantarsi allo sportello di quella di Isabella. A Livorno, in principio dell'estate, lo scandalo era cresciuto talmente, che alcuni buoni amici di Raimondo, il conte Rossi fra gli altri, suo padrone di casa, l'avevano consigliato d'esser meno imprudente. Matilde, il cui cuore sanguinava da tanto tempo, fu in quei giorni straziata da un altro dolore: Lauretta, che era sempre cagionevole, appena lasciato Firenze cadde inferma. Una notte che la sua bambina vaneggiava, in preda alla febbre, ella restò in piedi fino all'alba, vegliandola, impaurita dal rapido aggravarsi del male, aspettando ansiosamente il ritorno di Raimondo. A giorno, egli rincasò. Doveva esser ebbro. Solo perché, rotta dal dolore e dalla fatica, turbata fieramente dalla malattia della bambina, atterrita dal pericolo che la povera creatura correva, ella osò dirgli: «Ma che vita è la tua!...» egli le piantò in viso gli occhi foschi, strinse il pugno ed uscì in una sconcia bestemmia... Che disse poi? Che fece? Ella non sapeva. Rammentava soltanto che, riavutasi dallo stordimento, Stefana, la sua cameriera, le aveva detto che il padrone era andato via, con lo stesso abito di società col quale era rientrato, portandosi soltanto una sacca, dove aveva buttato pochi effetti alla lesta; rammentava d'essersi sentita struggere, non potendo corrergli dietro, non potendo lasciare la sua poveretta agonizzante; d'aver mandato Stefana a Firenze, credendo che egli se ne fosse tornato lì; d'aver saputo il giorno seguente che, cercato rifugio in un albergo della stessa Livorno, egli s'era imbarcato per la Sicilia... Il barone arrivò da Torino come un fulmine, prima che ella gli avesse dato notizia dell'accaduto. Allora un altro tormento s'aggiunse ai tanti che la straziavano. Il rancore di suo padre contro il genero scoppiò a un tratto, terribile. «È andato via? Meglio così!» aveva detto nel primo momento; ma poiché ella si scioglieva in lacrime, non sapendo come fare, vedendo distrutta la propria esistenza, un violento moto di collera gli cacciò tutto il sangue alla testa: «E lo piangi, anche?... Lo vorresti difendere?... Saresti capace di corrergli dietro?...» Impaurita, giungendo le mani per disarmarlo, ella addusse, tra i singhiozzi: «E le mie figlie?... Le mie orfanelle?...» Ma con impeto più selvaggio, egli proruppe: «Ah, il suo amor paterno?... Il bene che ha voluto alle sue creature?... Il sangue avvelenato a quella innocente?...» e con un fiotto di parole crude, minacciose, frementi, le disse la vita indegna di lui, ciò che ella non sapeva ancora, ciò che egli stesso non aveva saputo per tanto tempo, addormentato dalla vanità, dal folle orgoglio d'essersi imparentato con uno dei Viceré. «Vuoi dunque pregarlo per giunta?... Vuoi ch'io vada a chiedergli scusa per te, per me, per quelle innocenti?... Non ti basta, sciocca che sei, l'esperienza di dieci anni?... Vuoi ricominciare a tremargli dinanzi?... Credi ch'io non sappia quel che hai sofferto?...» E come ella scrollava le spalle, rabbrividendo, egli gridò: «Non te ne importa?... Saresti capace di volergli bene ancora?...» Sì, era vero. Ella non piangeva per l'avvenire delle sue bambine, non si sdegnava al ricordo delle proprie torture; se le aveva patite in silenzio, se aveva accusato soltanto la rivale, se non aveva mai trovato una parola di rimprovero per Raimondo, l'unica ragione consisteva nel bene che gli portava... «Dopo quel che t'ha fatto?... Non hai dunque capito che non l'ha mai ricambiato, il tuo bene? Che non chiede di meglio se non sbarazzarsi di te?... Sciocca che sei, gli vuoi dunque il bene del cane che lecca la mano che lo ha battuto?...» Sì, sì, così! il bene del cane per il padrone, la devozione d'uno schiavo per l'essere di un'altra razza, più forte, più alta, più rara. Sì, la sommessione del cane per il padrone; poiché, anche dopo l'onta estrema che le aveva inflitto, nonostante la rivelazione brutale, nonostante il legittimo sdegno del padre, ella pensava di non poter vivere lontana da Raimondo, di non poterlo lasciare a quell'altra... Passarono così per lei lunghi, eterni giorni d'intima ambascia; il barone la trattava con ostentata freddezza, pareva non accorgersi delle sue lacrime; ella nondimeno aspettava, affrettava coi voti più ardenti qualcosa: non il ritorno di Raimondo, che sarebbe stato una gioia troppo grande, ma una sua lettera, almeno, di pentimento, o l'intromissione di qualcuno dei suoi... La bambina s'era rimessa; ai piedi della Madonna ella implorava il perdono d'un pensiero abominevole; se Lauretta fosse ricaduta, avrebbero potuto chiamarlo... S'ammalò invece ella stessa. Vedendola piangere anche nella febbre, il barone proruppe, col tono acre che prendeva cedendo: «Non vuoi dunque finirla? Bisogna anche dargli questa soddisfazione, di pregarlo per giunta? Bada però!...» soggiunse con voce minacciosa: «Dal giorno che tornerete insieme, fa' conto che io non ci sia più!... Scegli tra noi due: non t'imaginare che io possa aver più nulla di comune con lui!...» Povero babbo! Burbero, rigido, violento con tutti, egli aveva sempre ceduto dinanzi alle sue figlie, studiandosi di fare la voce grossa, mettendo patti che la violenza del carattere gli dettava, ma che l'inesauribile bontà del cuore non gli permetteva, alla lunga, di mantenere. Scrisse così al duca, andò insieme con lui a raggiungere Raimondo dopo averla accompagnata a Milazzo, e glielo ricondusse. Non v'era stata, tra lei e suo marito, neppure una parola relativa al passato; nell'atto che egli le tornava vicino, avrebbe ella potuto rammentargli i suoi torti? Da parte sua egli non le chiese perdono, non le disse una buona parola; le venne incontro indifferente come se l'avesse lasciata il giorno innanzi. Né ella sperava più di questo. Il suo bel sogno d'amore e di felicità s'era a poco a poco, di giorno in giorno, dileguato: adesso, rassegnata alle tristezze della realtà, ella non chiedeva altro che quiete. Purché Raimondo volesse bene alle sue creature, purché non le abbandonasse un'altra volta, ella era disposta a sopportare ogni cosa... In casa del principe, adesso, dov'eran venuti pel matrimonio di Lucrezia, lasciando a Milazzo le bambine, i parenti di lui la trattavano meglio. La sposa, che pareva non capire nei panni per l'imminenza del matrimonio, le prodigava dimostrazioni d'affetto, non si lasciava giudicare da nessuno fuorché da lei nella scelta degli abiti e degli ultimi oggetti del corredo; la principessa, sempre timida e mite, le dimostrava più di prima la propria simpatia; quanto a don Blasco e a donna Ferdinanda, che avevano ripreso a venire tutti i giorni al palazzo, parevano anch'essi un poco placati, perché invece di punzecchiarla non le badavano affatto. Che le importava! Erano così; bisognava prenderli com'erano. Purché Raimondo non la lasciasse un'altra volta! purché quei giorni tremendi dell'abbandono non ritornassero! Quasi quasi ella rassegnavasi alla lontananza delle sue bambine!... La compagnia della nipotina Teresa gliela rendeva più tollerabile. Come somigliava a Teresa sua, la figlia del principe! La stessa bellezza fine e bionda, la stessa grazia, la stessa dolcezza della voce e dello sguardo. Anche i caratteri, in fondo, si rassomigliavano, quantunque la sua bambina dimostrasse una vivacità quasi irrequieta, mentre la cuginetta era più tranquilla ed obbediente. Ma quanta parte non aveva in questo risultato l'autorità del padre? Mentre Raimondo non si curava di sua figlia, la vigilanza di Giacomo pesava fin troppo sulla principessina; egli l'educava a mortificare i suoi desideri, a reprimere le sue volontà; la faceva restare intere giornate tra le monache di San Placido perché s'avvezzasse all'obbedienza e alla disciplina monastica. Povera piccina! Tutte le volte che la mettevano nella ruota per farla passare dentro alla badìa, oltre il muro impenetrabile che segregava le suore dal mondo, tendeva le braccia alla sua mamma ed alle zie con un senso di paura negli occhi spalancati; ma la principessa che aveva gli ordini del marito, pel quale la bambina era una specie di muta ambasciatrice incaricata di sedare il malcontento della Badessa e della sorella Crocifissa, persuadeva la figlia a star buona, a non temere, e la piccina diceva di sì, di sì, mandando baci alla sua mamma mentre la ruota girava, la chiudeva nello spessore del muro, la passava dall'altra parte, nello stanzone freddo e grigio con un grande Cristo nero e sanguinante che prendeva un'intera parete. La mamma, le monache, tutte e tutti lodavano la saggezza di cui dava prova; per meritare quelle lodi, per non dispiacere al suo babbo, ella faceva quel che volevano. La contessa giudicava che, in fondo, nonostante l'apparente vivacità, anche Teresa sua era buona e dolce. Lauretta non era più tranquilla e ubbidiente della stessa cugina? E pensando ai suoi cari angioletti, ella affrettava col desiderio il matrimonio di Lucrezia, poiché dopo li avrebbe raggiunti.

Tutto era pronto. Nella casa degli sposi, un quartiere adiacente a quello di don Paolo Giulente, ma separato, finivano di dare l'ultima mano alla sistemazione dei mobili; le cose erano fatte larghissimamente e con molto gusto. Il notaio di famiglia aveva già steso, in base alla transazione e sotto la dettatura del principe, i capitoli matrimoniali; Benedetto, per ingraziarsi il cognato, l'aveva lasciato fare, s'era contentato di cinquemila onze, pel momento, invece di ottomila, poiché il principe gli diceva di non aver pronta tutta la somma. A poco a poco, dal primo incontro col monaco e con la zitellona, egli era riuscito a farsi badare ogni giorno di più da quei due, continuando a chinare il capo come un burattino a tutto ciò che dicevano. Articolo politica, don Blasco e la sorella erano più arrabbiati di prima, vuotavano il sacco degli oltraggi e delle contumelie contro i liberali; e allora il giovanotto fingeva di non udire, si voltava dall'altra parte, lasciando che sfogassero, quasi quell'onda di male parole non si rovesciasse anche su lui; ma in tutte le altre circostanze, nel corso di ogni discussione, si schierava dalla loro parte, dava loro ragione ad ogni costo, in busca d'uno sguardo, d'un saluto, d'una parola. Giusto in quel torno, un debitore di donna Ferdinanda, un certo Calafoti, aveva dichiarato fallimento dando a intendere che la sua proprietà era parte venduta e parte ipotecata. La zitellona strillava come una gallina spennata viva contro quel ladro, contro il sensale che le aveva proposto l'affare, contro il principe di Roccasciano che lo aveva approvato; ma Benedetto, udito di che si trattava: «Questo Calafoti lo conosco,» disse; «se Vostra Eccellenza vuole, io gli potrei parlare. Gli atti che adduce sono tutti nulli; con la minaccia di impugnarli lo faremo rigar diritto.» Ella non si fece pregare per dargli il permesso richiestole; e dopo una settimana di corse e di trattative Benedetto le ottenne la cessione d'un'ipoteca privilegiata. In ricambio, donna Ferdinanda non venne al palazzo il giorno del matrimonio. Non ci venne neppure don Blasco. Gli affari, va bene; i discorsi, pure; ma approvare, con la loro presenza, l'alleanza d'un'Uzeda con l'affocato Giulente, questo poi no. Tranne di loro due, del resto, non mancò nessun altro della parentela, né al Municipio, la mattina, né alla cattedrale, la sera. La marchesa Chiara accompagnò lo sposalizio per ogni dove. Era uscita di conti, ma seguitava ad andare su e giù e non aveva voluto chiamare nessuno. La sera degli sponsali, stanca del continuo andirivieni, ella s'era buttata a sedere, ansando, sopra una poltrona, accanto a donna Eleonora Giulente. Forse era la grande stanchezza, ma si sentiva veramente poco bene, provava sordi dolori e acute trafitture. Coi gomiti appuntati ai bracciali per tener libero ed erto il ventre, ella stringeva un poco le labbra ad ognuna di quelle rapide fitte, ma come il marito veniva tratto tratto a domandarle premurosamente che avesse: «Nulla!» rispondeva; «sto benissimo,» perché non chiamassero la gente dell'arte. Alzatasi, fece il giro delle sale. C'era una gran quantità d'invitati, tutta la parentela, tutta la nobiltà, e poi i nuovi amici del duca, le autorità, il sindaco, il prefetto che egli aveva voluti per dare risalto al carattere liberale dell'alleanza. E mentre la nobiltà borbonica se ne stava accrocchiata nel salone o nelle Sale Rossa e Gialla, il deputato teneva un circolo democratico nella Galleria dei ritratti, ricevendo i complimenti per quel bel matrimonio che era opera sua, discutendo degli affari pubblici. Don Paolo Giulente, poiché nelle sale nobili non trovava da appiccar discorso, se n'era venuto ad ascoltarlo, a bocca aperta, non capendo nella pelle dal piacere d'essere diventato parente del grand'uomo. Suo fratello don Lorenzo portava a spasso, per la circostanza, la cravatta verde di commendatore che l'amico deputato gli aveva fatto concedere dal governo di Torino insieme con certi grossi appalti: delle poste, dei trasporti militari. Anche una buona quantità dei postulanti spiccioli cominciavano a vedersi esauditi; l'onorevole aveva fatto accordare impieghi, sussidi, croci di San Maurizio ai patriotti del Quarantotto e del Sessanta, e riconoscere il diritto alla pensione dei vecchi impiegati della rivoluzione siciliana, e ammettere nell'esercito regolare i volontari garibaldini, e spingere la causa dei danneggiati dalle truppe borboniche i quali presentavano la nota del loro amor di patria; talché tutti quei suoi clienti soddisfatti o prossimi ad essere soddisfatti lo ascoltavano come un oracolo, superbi d'averlo amico e d'essere ammessi nella casa dei Viceré, di vedersi serviti dai camerieri con le livree fiammanti. Baldassarre, in gran tenuta, girava alla testa della processione dei camerieri che reggevano i vassoi pieni di gelati, di spumoni, di gramolate e di dolci, e serviva la Galleria dopo le sale, ma con la stessa etichetta, seguendo l'esempio del principe che faceva a tutti lo stesso inchino; quantunque, per dire il fatto della verità, intorno a Sua Eccellenza il duca ci fossero certi tipi che non si sapeva di dove sbucassero: se prendevano il piattello del gelato, buttavano a terra il cucchiaino, o si rovesciavano addosso la gramolata tracannandola quasi fosse acqua fresca, o prendevano i dolci a manate come se non ne avessero mangiato mai prima di quella sera. E i Viceré che guardavano dall'alto delle pareti! Basta: a lui toccava eseguire gli ordini dei padroni! Giusto la cugina Graziella, appartata in un crocchio con la duchessa Radalì e la principessa di Roccasciano, diceva al principino che, straordinariamente, per la circostanza del matrimonio della zia, aveva ottenuto il permesso di restar fuori la sera: «Questo qui lo accaseremo noi, a suo tempo! Avremo da sceglier noi chi dovrà sposare!» Non sapeva in qual modo significare alla Giulente che quel matrimonio si faceva per forza, contro il piacere della maggioranza della famiglia. Ma donna Eleonora non s'accorgeva di niente: seduta accanto alla principessa e alla contessa Matilde, sorrideva di beatitudine al passaggio degli sposi, in volto ai quali, specialmente a Lucrezia, leggevasi la gioia del trionfo. Del resto, se donna Ferdinanda e la cugina le facevano il viso dell'arme, la principessa le usava molte cortesie, la contessa Matilde prendeva parte alla sua felicità di madre; la stessa Chiara veniva a gettarsi nuovamente accanto a lei. «Siete stanca, marchesa?» «Io? No! Sto benissimo.» Le trafitture spesseggiavano, quasi le toglievano il respiro: ella sarebbe stata felice di partorire lì, su quel divano. Ferdinando, infagottato nell'abito di società che metteva per la seconda volta in vita sua, girava attorno come un'anima in pena, non conoscendo nessuno, da tanti anni che faceva la vita del Robinson. Era venuto per far da testimonio alla sorella diletta ed aveva fretta che la cerimonia finisse presto per tornare alle Ghiande. Quando Dio volle, il corteo, sceso giù per la scala d'onore e distribuito nelle carrozze, s'avviò alla cattedrale. La funzione celebrossi nella cappella privata del Vescovo, da Monsignore in persona: tutti gl'invitati con le torce in mano, gli sposi dinanzi all'altare sfolgorante e olezzante, donna Eleonora Giulente che piangeva come una fontana. «Una cosa commovente,» diceva piano il duca al prefetto che gli stava a fianco. A un tratto vi fu un rimescolìo: Chiara, non potendone più, s'era lasciata cadere sopra uno sgabello. Tutti la circondarono, ma ella li rassicurava con un sorriso: sorrideva perfino Monsignore, sapendola in istato interessante. Il marchese la trascinò in carrozza, mentre il resto della comitiva andava in casa dei Giulente, dove le cose eran fatte forse con più sontuosità che dal principe; un rinfresco che non finiva mai, i gelati che squagliavano nei vassoi per mancanza di consumatori; e finalmente gli sposi si misero in carrozza e se ne andarono al Belvedere. Il domani mattina andarono lassù a trovarli, uno dopo l'altro, i Giulente marito e moglie, don Lorenzo e il duca, la principessa e perfino Chiara, fresca come una rosa; i dolori erano svaniti, ella aveva voluto a forza salire dalla sorella. Gli sposi non aspettavano più nessuno, quando, nel pomeriggio: drlin, drlin, un tintinnio di sonagliere, e la carrozza di donna Ferdinanda, tutta impolverata, si fermò dinanzi al cancello del villino. La zitellona, come se li avesse lasciati la sera precedente, come se fossero maritati da dieci anni, diede la mano da baciare alla nipote, e appena sedutasi disse a Benedetto: «Bell'affare m'hai proposto! Gli altri creditori si oppongono alla cessione dell'ipoteca!» Benedetto, dallo sbalordimento, non seppe lì per lì che rispondere; ma Lucrezia si voltò a lui dicendo: «Non c'è modo di accordarli?» «I creditori?... Sicuro... si possono accordare...» E frenando a stento un sorriso, esclamò: «Vostra Eccellenza non se ne inquieti. Il credito di Vostra Eccellenza era privilegiato. Li faremo stare a dovere, non dubiti!» Il domani, donna Ferdinanda tornò col suo patrocinatore, perché Benedetto gli spiegasse bene il da fare; e tornò ancora il giorno appresso, e poi quell'altro, finché, per farla contenta, egli stesso riscese con la moglie in città a dipanare in persona la matassa. Dovevano passare un mesetto al Belvedere, e ci stettero così una settimana appena. Egli non se ne lagnava, contento della pace fatta con la zia, la quale, se li aveva cercati ogni giorno in campagna, venne mattina e sera a trovarli in città. Arrivava per tempo, quando i Giulente, padre e madre, non erano ancora passati dalla nuora, la quale restava a letto fino a tardi. Benedetto, in piedi col sole, dava gli ordini alle persone di servizio per la colazione e il desinare, curava che la moglie, levandosi, trovasse la casa ravviata, e tutto in ordine; e donna Ferdinanda, dopo aver discorso del proprio credito, cominciava a fare le sue osservazioni sulle faccende dei nipoti: se desinavano troppo tardi per seguire la moda italiana portata da quella bestia del duca; se il venerdì comperavano il pesce troppo caro, quando avrebbero potuto contentarsi, come lei, del baccalà; se davano alla cameriera tutto il trattamento invece della sola minestra come usava lei stessa in casa propria. E a poco a poco ficcava il naso in tutte le cose più minute, più intime: rivedeva i loro conti, esaminava la nota della lavandaia, criticava la compera degli strofinacci, dettava sentenze di economia domestica, biasimava il largo spendere di Benedetto dopo essersi opposta al matrimonio perché i Giulente erano «pezzenti». Benedetto non si stancava di quella vigilanza curiosa e minuziosa, in grazia della benevolenza di cui gli pareva prova; anzi, per ingraziarsela meglio, invitava la zia una volta la settimana a desinare e un'altra a colazione; ma la zitellona, che non si faceva molto pregare e che sfruttava in ogni modo i nipoti, esercitava con sempre maggiore autorità la sua critica, voleva essere ascoltata in tutto e per tutto; non potendo prendersela con Benedetto, il quale le stava dinanzi come un servitore, punzecchiava la nipote perché si levava tardi, perché fino a mezzogiorno restava discinta, coi capelli sulle spalle e i piedi nelle pantofole; tanto che finalmente questa disse a suo marito: «Mi comincia a seccare, sai!» Allora, per farle piacere, non importandole il broncio della zia, egli diradò gli inviti; ma quando credeva di mettersi a tavola solo con sua moglie, vedeva spuntare la zitellona, che Lucrezia aveva chiamata. Mutava facilmente opinione, Lucrezia, da un momento all'altro; e tutti la secondavano, non solo suo marito, ma anche il suocero e la suocera: la covavano con gli occhi come una cosa preziosa, la contentavano a un cenno, la servivano all'occorrenza. Così ella si alzava ogni giorno un poco più tardi, restava un paio d'ore senza far nulla, senza neppure lavarsi; vestita finalmente, se ne andava talvolta dalla sorella Chiara, che non era ancora partorita, avendo sbagliato i conti d'un mese; ma più spesso al palazzo, dove aveva giurato di non metter più piede, ma restava invece tanto che spesso suo marito doveva passare a rilevarla all'ora del desinare. Ci tornava anche la sera per prender parte alla solita conversazione; talché, tutto sommato, e tolte le ore del sonno, ella stava più nella casa paterna che nella maritale. I Giulente, del resto, giudicavano naturale che ella cercasse dei suoi parenti, né Benedetto pensava a rammentarle gli antichi propositi; quando, un bel giorno, offertosi come al solito di accompagnarla al palazzo, si udì rispondere: «M'hanno da tagliare tutt'e due le mani, se vado più in quella casa!» «Che è stato? Che t'hanno fatto?...» «Che m'hanno fatto? Leggi!» Il principe aveva ritardato di settimana in settimana il pagamento delle ultime tremila onze; adesso finalmente mandava, per mezzo del signor Marco, in piego suggellato diretto a Benedetto, un nuovo conto. Lucrezia l'aveva aperto; c'era un passivo, dove figuravano le spese della festa di nozze: un totale di centoventicinque onze. Notati gli spumoni, i dolci, i pacchi di candele, l'olio delle lampade Carcel; ad ogni persona di servizio un'onza di regalo; dieci onze di fiori, dodici tarì di carrozze pagate a Baldassarre e persino quindici tarì di piatti rotti. Quando Giulente lesse quella nota, si mise a ridere di cuore, tanto gli parve buffa la grettezza spinta a tal segno; ma Lucrezia era furibonda contro il fratello. «Che trovi da ridere? È una schifezza senza esempio!... Per questo ordinò le cose largamente!... Ma trent'onze di dolci, chi li ha mangiati? Cento rotoli di roba? E quelle quattro rose che mandò a cogliere al Belvedere? E i piatti rotti?...» Quantunque suo marito cercasse di calmarla, dimostrandole che in fin dei conti il principe non era obbligato a spendere del proprio, ella non intendeva ragione, spiattellava il resto, ciò che prima aveva negato a se stessa: «Non era obbligato? E il frutto della mia dote che s'è pappato per sei anni? misurandomi il pane? senza ch'io fossi padrona di comperarmi uno spillo?... E la transazione a cui m'obbligò, prendendomi per il collo, per consentire al nostro matrimonio? E Ferdinando spogliato con me?... Se lo guardo più in faccia, non sono più io!...» Non andò più infatti al palazzo; ma il principe, da canto suo, non venne più da lei; alla moglie, che voleva far qualche visita alla cognata, ordinò rigorosamente di astenersene. La cugina Graziella, che a stento era stata a trovare una volta gli sposi, seguì l'esempio del capo della casa; talché Lucrezia cominciò a dire il fatto suo anche a quest'altra pettegola: «Non vuol venire a casa mia? L'onore sarebbe stato tutto suo! Guardate un po' questa boriosa che mia madre non fece valere un fico secco, darsi adesso il tono di non so chi! Credono di farmi dispiacere non venendo a casa mia? Non sanno che non cerco di meglio? Che non voglio veder più nessuno?» Don Blasco, da canto suo, non aveva messo piede neppure una sola volta dagli sposi; e Lucrezia, dichiarandosene contenta, diceva anche tutte le pazzie e le porcherie del monaco. Ella l'aveva anche con la sorella Chiara, senza che questa le avesse fatto nulla, e la derideva per l'eterna gravidanza che non veniva a fine, quantunque giunta al decimo mese. Se la prendeva insomma con tutti, e alla contessa Matilde che la veniva a trovare come prima: «Dillo tu,» diceva, «che razza di gente! Quante te n'han fatto vedere, ah? Quel birbante di tuo marito? Tutti quegli altri che gli hanno tenuto il sacco, quando egli andava dietro a quella?...» Impallidendo, poi arrossendo a quei discorsi, Matilde tentava nondimeno di metter buone parole; ma l'altra rincarava: «E li difendi, anche? Lasciali andare!... Tutti di una pasta!... Chi sa quante ne vedrai ancora, povera disgraziata!... Per me, ringrazio Dio d'essere uscita da quella galera!... Credono che io mi debba rinchinare?... M'importa assai di loro e delle loro visite!...» Ora un giorno, rincasando, Benedetto, che per secondare la moglie, non già per sentimento proprio, aveva chinato il capo a quelle sfuriate, la trovò seduta accanto a don Blasco, al quale serviva biscotti e rosolio... Il monaco, non vedendo più Lucrezia al palazzo, saputo della rottura tra fratello e sorella, era apparso come una malombra dinanzi alla nipote. E Lucrezia, che aveva gettato fuoco e fiamme, s'era subito alzata per baciargli la mano: «Come sta Vostra Eccellenza?... Mio marito è andato fuori... Se Vostra Eccellenza si ferma un poco, non tarderà a venire...» E mentre lo aspettavano, il monaco s'era fatto raccontare tutto l'accaduto. Agli sfoghi di lei contro Giacomo e la cugina, egli pareva ingrassare nel seggiolone; ma non esprimeva il proprio parere, non si schierava né da una parte né dall'altra; scrollava il capo soltanto, per dar la corda alla narratrice. Arrivato Benedetto, che non credeva ai propri occhi, il monaco si lasciò baciar la mano dal nuovo nipote, chiacchierò di tutto un poco, mangiò un altro biscotto, ci bevve su un altro bicchierino, e andò via accompagnato dagli sposi fino al pianerottolo. Da quel giorno, Benedetto non se lo potè più levar di torno. Veniva continuamente, a ore diverse, quando meno se l'aspettavano; una strappata di campanello lo annunziava, brusca, forte, padronale; e una volta entrato, cominciava a girondolare come un trottolone, parlando di centomila cose, guardando in tutti gli angoli, frugando su tutti i mobili, leggendo tutte le carte, dicendo la sua sulle faccende dei nipoti peggio che donna Ferdinanda, ma andando via appena spuntava costei. Benedetto non era più padrone di casa propria, giacché nulla sfuggiva alla doppia critica della zitellona e del monaco; ma egli la soffriva allegramente, contento di vedersi oramai trattato da tutti gli Uzeda, solo dolente della freddezza sorta col principe per causa non propria. Ma ciò che faceva sua moglie era per lui sempre ben fatto, ed ella, che aveva preso al suo servizio Vanna, dalla quale era informata di tutto ciò che avveniva al palazzo, sfogava con lo zio Blasco contro il fratello, lo accusava di averla rubata, di aver rubato Chiara, di voler rubare adesso Raimondo: «Lo spinge lui contro la moglie! Dicono che gli ha detto: "Che ci stai a fare qui?" Per metter legna sul fuoco! Deve avere il suo piano! Non è tipo da far nulla per nulla! E Raimondo parte con Matilde, per Milazzo, dice. Ma è troppo stupida, insomma, mia cognata! Io ho cercato di aprirle gli occhi perché mi fa pena. La cosa non finirà bene!... Non si sono consigliati con Benedetto sullo scioglimento del matrimonio?... Io gli ho detto di non mescolarsi in questi pasticci!...» Ella non diceva che Benedetto, mandato a chiamare da donna Ferdinanda, in casa della quale Raimondo lo aspettava, lusingato da una confidenza delicatissima sopra un affare intimo, se aveva dapprima lottato con la propria coscienza, s'era a poco a poco lasciato vincere dall'onore che la zitellona gli faceva, mettendolo a parte d'un secreto di famiglia, sollecitando i consigli di un parente piuttosto che quelli d'un primo venuto. E questa idea aveva vinto i suoi scrupoli. Un estraneo, un azzeccagarbugli capace di tutto per amore di far quattrini, non sarebbe stato più da temere, non avrebbe consigliato di porre subito mano alla causa? Invece egli confidava di riuscire a metter pace fra marito e moglie; fino all'ultimo momento ce ne sarebbe stato il tempo. Poi, gli ostacoli enormi da superare finivano di rassicurarlo. Lo scioglimento d'un matrimonio era impresa difficilissima; ma donna Ferdinanda voleva scioglierne due: quello della Fersa e quello di Raimondo, e i motivi mancavano, mancavano perfino i pretesti, da una parte e dall'altra. Che male commetteva egli dunque rienumerando i motivi necessari, dei quali il cognato gli aveva già chiesto una prima volta, e discutendo con la zitellona la via che si sarebbe dovuto tenere se qualcuno di quei motivi fosse realmente esistito? Non era una pura accademia, una specie di lezione di diritto canonico, come quella del suo antenato, che il cavaliere don Eugenio, Gentiluomo di Camera, aveva elogiato?... Nondimeno, una segreta soggezione lo impacciava dinanzi a Matilde, sentendosi già complice della trama ordita contro la poveretta. La contessa, però, mostravasi più serena e confidente che al tempo del suo arrivo in casa Uzeda; a poco a poco ella s'era lasciata vincere dalla speranza, vedendo che Raimondo non parlava più di tornare in Toscana, che le prometteva di condurla, subito dopo il parto di Chiara, a Milazzo per raggiungere le bambine e poi a Torino, dove il padre di lei, placatosi, li aspettava. Come suo padre aveva dimenticato i severi propositi contro Raimondo, anche Raimondo non poteva aver dimenticato l'amore di quell'altra?... Non finiva tutto, col tempo?... E Chiara non partoriva. Il secondo nono mese stava per finire e il suo ventre non si sgonfiava. I dolori e le trafitture erano continui, oramai; ma, col coraggio dei maniaci, non ne diceva niente a nessuno, ostinata a voler sgravarsi senza aiuto di medici o di levatrici. Il guaio fu che, compiuto il decimo mese, ella non si liberava ancora. Certamente, aveva sbagliato il calcolo; ma, al marito, ai parenti che la esortavano a chiamare qualcuno: «Non voglio nessuno!» rispondeva cocciuta, per partorire da sola. «Questa è nuova!» gridava don Blasco, il quale voleva ficcare il naso anche nel ventre della nipote. «Una gravidanza di dieci mesi dove s'è vista? Meno male se durasse dodici, quanto l'asina che sei!» Infatti, era cominciato l'undicesimo mese, secondo il primo calcolo. E una sera che ella non ne poteva più, che si sentiva morire e non riusciva a nascondere le proprie doglie, suo marito, spazientito per la prima volta dopo otto anni di matrimonio, gridò: «Se qui non viene un dottore, mi prendo il cappello e me ne vado.» Venne il dottor Lizio e si chiuse con la partoriente, mentre il marchese aspettava ansioso nel salotto, coi parenti. Udendo che il chirurgo schiudeva l'uscio e chiamava, corse a domandargli, trepidante: «Dottore!... È sgravata?» «Ma che sgravare e aggravare d'Egitto!» esclamò Lizio. «Vostra moglie ha una ciste all'ovaia grande come una casa. Un altro poco, ed era spacciata!...»

3.

A San Nicola, dopo la sistemazione del governo italiano, si faceva la stessa vita di prima, come al tempo dei napolitani; anzi era questo uno degli argomenti sfoderati dai liberali contro i sorci, durante le discussioni politiche che s'impegnavano continuamente all'ombra dei chiostri. «Avete visto? A darvi ascolto doveva succedere il finimondo, dovevano mandare all'aria il convento, e invece è sempre ritto...» Pel momento i monaci seguitavano a far l'arte del Michelasso. Il principino, crescendo, indiavolava. Prepotente coi fratelli, incuteva adesso un vero terrore ai camerieri, dai quali pretendeva le cose più proibite: coltelli arrotati per lavorar canne delle quali faceva, cerchiandole di fil di ferro, schioppi e pistole; polvere da sparo per caricare queste armi che gli potevano scoppiare, Dio liberi, tra le mani e accecarlo di tutt'e due gli occhi; razzi e tric-trac e altri fuochi artifiziati per cavarne la polvere, oppure zolfo, salnitro e carbone per farla da sé. Aveva una inclinazione istintiva e invincibile per la caccia: nel giardino, durante la ricreazione, non potendo far altro, tirava sassate agli uccelli, a costo di spaccar la testa a qualche compagno, o s'arrampicava sui muri per distruggere i nidi dei passeri a rischio di fiaccarsi il collo egli stesso. E quando i camerieri non lo contentavano, non gli procuravano le reti, il vischio, la polvere, li strapazzava, li denunziava al maestro per colpe inventate di pianta, li metteva a più dure prove buttando all'aria ogni cosa nella propria camera dopo che essi l'avevano rifatta... La smania di fumare non gli era neppure passata. Attribuendo alla cattiva preparazione del tabacco l'ubriacatura presa al tempo della rivoluzione, volle fumare sigari per davvero, e prese un'ubriacatura più terribile della prima. Scoperto anche questa volta, il maestro si decise a dargli un gran castigo, vietandogli di uscire per una settimana; ma poi la settimana fu ridotta a tre giorni, grazie all'avvicinarsi del Natale. Ogni anno, per questa ricorrenza, ciascuno dei novizi doveva recitare una predica, e riceveva in premio un'onza di quattrini, quasi tredici lire della nuova moneta, più una scatola di cioccolata e due galletti vivi. La predica di Natale toccava quell'anno '61 a Consalvo Uzeda: l'aveva scritta il Padre bibliotecario, che era letterato, perciò invece che nelle poche paginette degli altri anni, consisteva in un bel quadernetto. Egli che aveva una memoria di ferro e una faccia tosta a tutta prova aspettava la cerimonia con una tranquillità e una sicurezza ignote ai compagni, ai quali i regali costavano quindici giorni d'ansia e uno di vera paura. Il giorno della funzione, il Capitolo dove i monaci avevano già preso posto nei loro stalli fu invaso dalla consueta folla dei parenti maschi: le donne, per via della clausura, restavano accanto, nella sacrestia, della quale lasciavansi spalancate le porte. Tutti esclamarono piano: «Che bel ragazzo! Com'è franco e sicuro!» quando il principino, vestito della candida cotta piegolinata, salì sul pulpito, guardò tranquillamente la folla degli spettatori e spinse uno sguardo alla sacrestia rigirandosi tra le mani il rotoletto del manoscritto e tossicchiando un poco, prima di cominciare. Sotto lo stallo dell'Abate, in mezzo al principe, al duca d'Oragua, a Benedetto Giulente, don Eugenio diceva: «Guardate che padronanza! Se non pare un predicatore consumato!» Ma la stupefazione crebbe a dismisura quando il ragazzo, aperto il fascicolo e datavi un'occhiata, lo abbassò, recitando a memoria: «Reverendi Padri e fratelli dilettissimi, era una notte del più rigido verno, allorquando in una stalla di Nazaret...» e tirando poi via sino in fondo senza guardare neppure una volta lo scartafaccio, gestendo, facendo pause, cambiando il tono della voce come un oratore provetto, come un vecchio attore sul palcoscenico. Finito che ebbe, risceso che fu, per miracolo non lo soffocarono dagli abbracci, dai baci; la principessa aveva le lacrime agli occhi, donna Ferdinanda anche lei era commossa; ma, quantunque muta, l'ammirazione del deputato, al quale la sola idea della folla serrava la gola e annebbiava la vista, non era la meno profonda. «Che presenza di spirito! Che franchezza!...» e tutte le signore lo attiravano, l'abbracciavano, lo baciavano in viso: egli lasciava fare, restituiva i baci sulle guance fresche e profumate, torceva il muso dinanzi alle flosce e grinzose; e oltre ai regali del convento intascava le lire che gli davano gli zii. Il più contento, con tutto questo, era fra' Carmelo: gli pareva d'essere l'autore di quel trionfo, d'aver diritto ad una parte degli applausi, delle congratulazioni, dei baci delle signore. Non aveva covato con gli occhi quel ragazzo nei cinque anni del noviziato? Non aveva vantato il suo ingegno, predetto la sua riuscita? I maestri si lagnavano perché non amava lo studio: doveva dunque fare il medico o l'avvocato o il teologo? Ai Benedettini ci stava per ricevere l'educazione conveniente alla sua nascita; poi sarebbe andato a casa sua a fare il principe di Francalanza! E questo era il giorno che Consalvo aspettava; per l'impazienza di non vederlo arrivare, per farsi mandar via, egli sfrenavasi sempre più, metteva con le spalle al muro non più i fratelli e i camerieri, ma lo stesso maestro. Durante la rivoluzione e subito dopo, i Tignosi avevano tolto dal convento Michelino, i Cùrcuma Gasparino, i Cugnò Luigi; né altri novizi erano entrati, fuorché Camillo Giulente, giacché dicevasi che il governo avrebbe soppresso i conventi. Restavano soltanto coloro che le famiglie destinavano a professarsi, Giovannino Radalì, fra gli altri, il «figlio del pazzo». Morto suo padre, la duchessa, per amore del primogenito, destinava il secondo a farsi monaco. Ma Consalvo, che non doveva professarsi, voleva andar via, al più presto, subito; e invece suo padre, ogni volta che egli gli domandava: «Quando tornerò a casa?» rispondeva col solito suo fare secco e freddo che non ammetteva replica: «Ho da pensarci io!» E non ci pensava mai, e il ragazzo sentiva crescere l'avversione che quel padre rigido, del quale non rammentava una buona parola, gli aveva ispirata. Quando andava a casa in permesso, egli stava un momento con la mamma, poi se ne scendeva giù nella corte, passava in rivista i cavalli e le carrozze, domandava il nome di tutti gli arnesi delle scuderie; e la tonaca gli pesava, perché non gli permetteva di salire a cassetta e d'imparare a guidare. Aveva tempo di spassarsi, gli diceva Orazio, il nuovo cocchiere, poiché Pasqualino era partito per Firenze al servizio dello zio Raimondo; ma egli voleva spassarsi subito, sottrarsi alla tutela dei monaci, fare quel che gli piaceva. E all'idea di dover tornare nella prigione del convento, invidiava perfino le persone di servizio, il figlio di donna Vanna, Salvatore, che era entrato in casa Uzeda come mozzo di stalla, e passava tutto il santo giorno a cassetta, scarrozzando per la città. Consalvo lo invidiava e lo ammirava per le tante cose che sapeva, per le male parole che diceva liberamente; e fra' Carmelo, sonata l'ora di ricondurlo al convento, doveva sgolarsi un bel pezzo prima di stanarlo dalla stalla o dalla scuderia. «Che hai fatto?» gli domandavano la mamma e la zia. «Nulla,» rispondeva, un po' rosso in viso. Era stato ad ascoltare i discorsi di Salvatore, che gli narrava le gesta di tanti Padri Benedettini: «La notte se n'escono per andare a trovar le amiche, e certe volte le conducono con loro, nello stesso convento, avvolte nei ferraioli: il portinaio finge di capire che son uomini!... Vostra Eccellenza che c'è dentro non le ha mai viste?...» Non aveva visto nulla, lui; e tutte quelle cose apprese in una volta lo stupivano e lo turbavano. «Ma non è peccato?...» «Eh!...» faceva il famiglio. «Se avessero cominciato essi! Hanno fatto sempre così, i monaci! I fratelli non sono quasi tutti figli dei vecchi Padri?» «Anche fra' Carmelo?» «Fra' Carmelo?... Fra' Carmelo è un'altra cosa... È bastardo del bisnonno di Vostra Eccellenza, fratello spurio di don Blasco...» «Perciò mio zio?» «E Baldassarre anche lui... fratello bastardo del signor principe... Si sono spassati i signori Uzeda!... Poi, quando sarà grande, si divertirà anche Vostra Eccellenza!...» Ah, come aspettava di crescere! Con quanta impazienza, con qual rancore verso il padre vedeva scorrere i giorni, le settimane, i mesi e gli anni, in quella prigione! Con qual animo udiva adesso le prediche severe dei monaci, dopo aver saputo la loro vita! Spesso discorreva di queste cose secrete con Giovannino, gli diceva quel che avrebbe fatto appena fuori del convento; e Giovannino stava a sentire con aria stralunata, quasi non capisse. Era così quel ragazzo, alle volte furioso come un diavolo, alle volte inerte come uno scemo. Voleva anche lui andar via dal convento, e dava, a giorni, in ismanie terribili; ma poi si persuadeva dei ragionamenti della duchessa sua madre, che i quattrini di casa erano tutti del fratello Michele, che a San Nicola sarebbe stato da signore, fra tanti altri signori, e si chetava, non pensava più a scapparsene, non invidiava la futura libertà di Consalvo. Finita l'agitazione politica, era venuta meno una gran causa di risse al Noviziato e tra i Padri; ma questi avevano trovato un'altra ragione di battagliare. Le voci relative alla prossima soppressione dei conventi erano state confermate da Roma; non poteva passar molto che il governo degli usurpatori avrebbe messo le mani sui beni della Chiesa. Don Blasco s'era nettata la bocca contro i liberali, i fedifraghi, nemici di Dio e di loro stessi, che non avevano voluto dargli retta. Adesso però, più che gridare, bisognava prendere un partito in previsione di quell'avvenimento. A San Nicola s'era sempre speso allegramente tutta la rendita del convento, nella certezza che la cuccagna sarebbe durata sino alla fine dei secoli; ma col mondo sottosopra, col pericolo che il governo abolisse dabbero le corporazioni religiose, non era più conveniente moderare le spese, perché il più corto non rimanesse poi da piede? L'Abate, come sempre, aveva preso consiglio prima di tutto dal Priore. Padre don Lodovico, modestamente, non aveva voluto pronunziarsi: «Che posso dire a Vostra Paternità? L'avvenire è nelle mani di Dio. Dalla nequizia dei tempi c'è tutto da aspettarsi. I nemici della Chiesa son capaci di questo e d'altro. Non mi stupirei se ricominciassero le persecuzioni dell'infernale Ottantanove.» Egli era sincero nel suo livore contro il nuovo ordine di cose, che da principio aveva appoggiato per politica, per tenersi bene con la nuova potestà temporale. Ma la soppressione dei conventi distruggeva tutti i suoi sogni di rivincita, di predominio, d'onori. Che cosa gl'importava ora mai del bilancio di San Nicola, mentre pericolava tutto il proprio avvenire, il frutto di quindici anni di politica, mentre egli doveva pensare a una nuova via da battere, a un altro scopo verso il quale dirigere la propria attività? E quel poveromo dell'Abate insisteva per avere la sua opinione sulle miserie della spesa quotidiana! «Dimmi tu come debbo regolarmi! Che cosa faresti al mio posto?...» Un momento, don Lodovico provò la tentazione di levarselo dai piedi; ma, chinato il capo, con maggiore umiltà di prima, rispose: «Vostra Paternità è troppo buona! Le economie mi sembrano sempre lodevoli. Se il Signore non permetterà che i suoi servi siano messi alla prova, avremo qualche cosa di più da destinare alle opere buone...» Così l'Abate s'era pronunziato pel risparmio, d'accordo col Capitolo; ma i monaci non furono tutti d'un sentimento. Tra quelli che non credevano possibile la soppressione, tra gli altri che temevano di dover rinunziare al lusso di cui avevano sempre goduto, il partito delle economie trovava molti oppositori. In mezzo ai due campi don Blasco non voleva né tenere né scorticare, scaraventandosi a un tempo contro gli uni e gli altri. Combattere il sistema delle economie con la speranza che il governo non commetterebbe la spogliazione, egli oramai non poteva più, se questa spogliazione aveva prevista e rinfacciata ai traditori liberali; e del resto le economie destinate ad essere spartite tra i monaci in caso di scioglimento erano nel suo modo di vedere, poiché egli avrebbe avuto la propria parte, uscendo dal convento; però non voleva rinunziare allo scialo cui era avvezzo, e poi lo stesso fatto che questo partito era capitanato dall'Abate e dal nipote Priore e da tutti quelli del Capitolo faceva che egli si scagliasse contro di loro, chiamandoli «lerci straccioni», gridando: «Vadano a fare i locandieri o i bottegai! Si mettano a vender l'olio, il vino e il caciocavallo! A questo son buoni! Per questo mestiere sono nati!...» Udendo dall'altro canto i patriotti cullarsi nella certezza che il governo, in ogni caso, avrebbe pensato a loro, s'evacuava: «il governo vi butterà fuori a pedate e vi porgerà il sedere da baciare! Giuda vendé Cristo, ma n'ebbe almeno trenta denari. A voialtri toccheranno calci nel preterito per giunta!...» In fondo, all'idea della spartizione dei quattrini, di possedere finalmente qualcosa di suo, era per le economie, pure combattendole. Del resto a San Nicola la spesa era grande non tanto per il valore delle cose acquistate, quanto pel modo regale di sperperare i quattrini, di compensare il più piccolo lavoro, di far godere ai primi venuti il ben di Dio accatastato nei sotterranei del convento. Con un certo ordine, lasciando che i cuochi rubassero un po' meno di prima, che i fratelli destinati al governo dei feudi s'arricchissero in un tempo un poco più lungo del consueto, c'era da riporre, ogni anno, una somma che avrebbe fatto l'agiatezza di parecchie famiglie. Ma le case regalate ai protetti dei monaci, per esempio, non bisognava toccarle: don Blasco avrebbe voluto veder proprio questo, che avessero tolta la bottega e il quartierino alla Sigaraia! E né lui né gli altri volevano rinunziare ai loro diritti: spesato ed alloggiato, ciascun Padre aveva tre rotoli d'olio al mese, una soma di carbone, una salma di vino, tutta roba che andava a finire dalle amiche. Ora i risparmi stavano bene; ma ciascuno pretendeva il suo. L'Abate, o di buona o di mala voglia, doveva lasciarli fare. Egli del resto chiudeva adesso un occhio, perché aveva da propiziarseli. Camillo Giulente, compiti vent'anni ed espressa la ferma decisione di pronunziare i voti, era passato al Noviziato formale. C'era stato bisogno di una votazione, per questo, e l'opposizione contro l'intruso, scatenatasi più violenta, aveva gridato e minacciato alto per impedire la sanzione dello scandalo. Ma l'Abate aveva insistito personalmente presso tutti i Padri, raccomandando quel ragazzo, facendo rilevare le sue eccellenti qualità, il profitto ricavato negli studi, la sua triste situazione di orfano povero. Ai capoccia aveva fatto parlare dal Vescovo e scrivere dai parenti, dalle persone che potevano esercitare qualche influenza sull'animo loro: così qualcuno s'era piegato, altri aveva dato una promessa in aria, e insomma nonostante le grida e i complotti, Giulente era stato ammesso, ma per pochi voti. La notizia aveva fatto chiasso: i nobili improvvisati, di fresca data, se ne erano rallegrati come di una fortuna loro propria, riconoscendo l'influsso dei nuovi tempi, l'azione spregiudicata dei Padri liberali; ma, tra i puri, lo scandalo durava ancora. Adesso, passato l'anno di prova, innanzi che il novizio potesse pronunziare i voti, bisognava che il Capitolo rinnovasse lo scrutinio. L'Abate, quantunque sicuro del fatto suo, pure trattava tutti con le molle d'oro, s'affidava a don Lodovico, gli esponeva le nuove ragioni che dovevano indurre i monaci a dire di sì. Dopo un primo voto favorevole era mai possibile darne uno contrario, se durante tutto questo tempo il giovanotto era stato il vivente esempio del rispetto, dell'umiltà, dello zelo religioso? Del resto, se quel che si temeva dovesse realmente accadere, se il governo avesse soppresso i conventi, che fastidio poteva dare il nuovo monaco agli antichi? Era bene, anzi, nelle tristizie dei tempi, far vedere ai persecutori della Chiesa che lo stato monastico rispondeva a un vero bisogno sociale, se, col pericolo di non goderne più i vantaggi, i giovani chiedevano egualmente di sopportarne i pesi... E l'Abate, assicurato da don Lodovico che tutto sarebbe andato a seconda, dormiva tra due guanciali. Arrivato il giorno della votazione e posta ai Padri la quistione se volevano fra loro il Giulente, trenta sopra trentadue votanti risposero no, e due soli consentirono. «Per una volta che si ragiona!» esclamò don Blasco quasi sotto il naso di Sua Paternità. Il complotto era stato preparato sottomano da un pezzo. Alla prima votazione una metà dei votanti s'eran lasciati piegare sapendo bene che quel voto non pregiudicava nulla, che bisognava poi tornar da capo; ma dovendo ora dir sul serio, nessuno aveva più esitato: borbonici e liberali, fautori e avversari dell'Abate, il partito delle economie e quello dello scialo, s'erano tutti accordati nell'opporsi all'ammissione tra i discendenti dei conquistatori del regno e dei Viceré di un pronipote di mastri notari come Giulente. Non importava loro della prossima o lontana fine della cuccagna, né dell'esempio da dare nell'interesse della religione; c'era innanzi tutto il principio di tener alto, «il bestiame da non confondere», come diceva don Blasco; se il giovane era orfano e povero, gli si sarebbe dato da dormire e da mangiare, come a uno di quei tanti parassiti che vivevano sul convento; ma permettere che rivestisse la nobile tonaca benedettina? Che gli si dicesse Vostra Paternità? Che sedesse alla loro mensa?... E per tutta la clientela del convento corse un lungo sussurro di approvazione: così andava fatto, sin dal principio! Era una bella lezione data all'Abate!... Il giovanotto, dal dispiacere, dalla vergogna, restò un mese senza farsi vedere. Quando riapparve, pallido e con gli occhi rossi, non si seppe che cosa farne. Se i Padri non l'avevano voluto, non era più possibile rimandarlo tra i novizi, alla sua età e dopo quello scandalo, specialmente, che attirava sul povero diavolo le beffe e gli insulti del principino e dei suoi compagni. Così l'Abate dovette assegnargli una camera fuori mano, in fondo a un corridoio deserto; e Giulente, lasciato l'abito di San Benedetto per l'umile veste del prete, se ne stava tutto il giorno a studiare sui libri che il suo protettore gli faceva mandare dalla biblioteca. Al refettorio, né i Padri né i novizi volendolo con loro, egli mangiava alla seconda tavola, in compagnia dei fratelli di servizio... Don Lodovico esprimeva il proprio dolore all'Abate per questa persecuzione. Egli si era guardato bene dal far la propaganda della quale Sua Paternità l'aveva pregato, prima di tutto perché il suo proposito di neutralità glielo vietava, poi perché neppur lui voleva Giulente al convento. Nondimeno era stato il solo a votare il sì, per dimostrare al superiore la propria fedeltà, sicuro frattanto dell'unanime opposizione dei monaci. Dopo l'esito dello scrutinio, gettava la colpa sulla doppiezza dei Padri, che dopo tante promesse, all'ultimo momento, per uno «stupido» pregiudizio, s'eran disdetti... E così la baracca andava avanti, col solito armeggio dei partiti, con le solite discussioni più o meno burrascose, quando un bel giorno tutta la frateria fu messa a rumore da un avvenimento straordinario, come al tempo della rivoluzione.

Garibaldi era già in Sicilia a far gente, non si sapeva perché o, meglio, si sapeva benissimo: per andar contro il Papa. Al suo avanzarsi un mal represso fremito si levava tutt'intorno, per le città e le campagne, mentre le autorità si barcamenavano non sapendo a qual santo votarsi, e un po' fingevano d'osteggiarlo, un po' gli cedevano il passo. Quando egli si presentò dinanzi a Catania, la guarnigione che doveva arrestarlo aveva già sgomberato la città, e il prefetto scese al porto per imbarcarsi sopra un legno di guerra. E il Generale entrò coi suoi volontari tra due siepi vive di popolazione che applaudiva e gridava freneticamente, in mezzo a un delirio d'entusiasmo dinanzi al quale le stesse dimostrazioni del Sessanta parevano tiepide e scolorite. Da un balcone del circolo degli operai, dominando il corso gonfio di popolo come una fiumana, egli spiegava lo scopo della nuova impresa, gettava con la voce dolce il grido della nuova guerra: «O Roma, o morte!...» Poi, dove andò egli a porre il suo quartier generale? A San Nicola! Le grida, il trambusto che ci furono lassù tra i monaci si lasciarono anch'essi molto indietro le dimostrazioni del Quarantotto e del Sessanta. Don Blasco divenne un energumeno; disse cose dei «piemontesi» che non fucilavano Garibaldi e di Garibaldi che non spazzava via i «piemontesi», da far turare le orecchie a un saracino. E la sua più viva speranza, la fede che lo sorreggeva, era quest'ultima: che i due partiti si sterminassero reciprocamente, che i briganti della Basilicata dessero l'ultimo crollo alla baracca, che succedesse così un cataclisma, il diluvio universale non più d'acqua ma di ferro e di fuoco perché il mondo risorgesse purificato dalle proprie ceneri. E i monaci liberaloni, «quei pezzi di scannapagnotte», osavano ancora batter le mani mentre la rivoluzione ordiva la finale rovina dell'ultimo rappresentante delle legittimità, del più augusto, del più sacro: il Santo Padre! Battevano le mani come gli arruffoni, come gli affamati in busca di un'offa, come i galeotti evasi di cui si componevano le nuove bande! E dimenavano i fianchi ingrassati a spese di San Nicola, e si fregavano le mani che la beata cuccagna permetteva loro di mantener bianche e lisce come quelle delle dame! «Manetta di mangia a ufo che siete, avete forse vinto un terno al lotto? Non capite che più presto l'eresia trionferà, più presto vi butteranno in mezzo a una strada? Di che vi rallegrate, traditori più di Giuda? Non volete capire che avete tutto da perdere e niente da guadagnare?» «E con questo?» «Come con questo?» «Ci piglieremo anche noi un po' di libertà...» Quando gli dettero quella risposta, il monaco impallidì poi tutto il sangue gli montò alla testa e gli occhi parvero sul punto di schizzare dalle orbite. «Ah, sì; ve ne manca?» articolava. «Vi manca la libertà...? Siete chiusi in fondo a un carcere, poveri disgraziati?... Che libertà vi manca, d'ubriacarvi come tanti otri? di crepare dalla sazietà? di mantenere le vostre ciarpe?... Non lo sapete, no, come vi chiama la gente?...» E spiattellò loro in faccia l'epiteto popolare col quale erano designati da tutta la città: «Porci di Cristo!...» In mezzo al baccano delle discussioni che minacciavano di finire a cinghiate, il povero Abate pareva un pulcino nella stoppa, non sapendo come fare, non volendo dar mano ad affrettar lo scempio dei buoni princìpi, ma non potendosi opporre alla venuta dei garibaldini. Pertanto s'afferrava al Priore, si metteva nelle sue mani, non lo lasciava più. Don Lodovico, lagnandosi delle tristizie dei tempi, invocando dal Signore la cessazione di quelle dure prove, prese le redini del convento e preparò il ricevimento di Garibaldi: ordinò che dessero aria al quartiere reale, che approntassero pagliericci e foraggi, che vuotassero le cantine e i riposti. Quando arrivò il Generale, gli andò incontro fino a piè dello scalone, accompagnò ai loro alloggi gli aiutanti e presiedé il pranzo delle camicie rosse, scusando l'Abate che una piccola indisposizione costringeva a letto. Don Blasco, giallo come un limone, non potendo più gridare all'arrivo dei garibaldini, s'era tappato una seconda volta al Noviziato. Quasi tutti i ragazzi non c'erano più, ripresi dalle rispettive famiglie, che per paura dei torbidi si mettevano in salvo. Solo il principino, Giovannino Radalì e due o tre altri erano rimasti, mentre gli Uzeda erano scappati al Belvedere, tranne Ferdinando, chiuso come sempre alle Ghiande, e Lucrezia con Benedetto, il quale riprendeva il suo posto di combattimento in quei giorni agitati, tra le poche autorità e i rari notabili rimasti. Egli si sarebbe anzi arrolato, per far la nuova campagna con gli antichi commilitoni, senza il dovere di non abbandonar la moglie. Salito su al convento, il domani dell'arrivo di Garibaldi, andò ad ossequiare il Generale, che lo riconobbe subito, gli strinse la mano, e lo intrattenne un pezzo nonostante l'andirivieni delle commissioni, delle rappresentanze di ogni genere accorrenti incontro all'antico Dittatore. La incertezza e l'inquietudine, le speranze e i timori intorno a quel che sarebbe seguito erano universali. Quali disegni aveva Garibaldi? Quali ordini i rappresentanti dell'autorità? il conflitto, se mai, sarebbe scoppiato a Catania? Che cosa avrebbe fatto la Guardia nazionale?... Non si sapeva nulla; certuni dicevano che il governo fosse secretamente d'accordo con Garibaldi, che facesse finta d'osteggiarlo per l'occhio dei potentati. Benedetto, ripresa la pubblicazione dell'Italia risorta, sosteneva questa opinione, e il silenzio del duca d'Oragua, al quale aveva scritto lettere su lettere pregandolo di tornare in Sicilia, poiché la presenza di lui poteva divenire necessaria, lo induceva a confermarvisi. Aveva pertanto assicurato al Dittatore l'unanime consenso di tutto il paese. Congedandosi e sul punto di riscendere in città, si udì chiamare: «Eccellenza!... Eccellenza!...» Era fra' Carmelo che gli veniva dietro. All'orecchio, e con aria di mistero, quando l'ebbe raggiunto: «Suo zio don Blasco,» gli disse, «ha da parlarle...» Rintanato nell'ultima stanza dell'ultimo corridoio del Noviziato, don Blasco volle sentire due volte la voce del nipote prima d'aprire. Serrato l'uscio sul muso del fratello: «Sei dunque impazzito anche tu, pezzo di bestione?» disse a Benedetto. Questi aveva appena domandato un perché timido e sommesso, che il monaco ricominciò, con nuova violenza: «Come, perché? Hai il viso di domandarlo? Con la guerra civile che state per far scoppiare? La città bombardata? Le strade insanguinate? I galantuomini perseguitati?... E mi domandi perché?...» «Non è colpa...» «Non è colpa tua? Di chi, dunque? Mia, forse? Sicuro! Li ho scatenati io in persona! Conosco il solito giuoco! Gl'istigatori sono i galantuomini colpevoli di non transigere con la propria coscienza! Mi meraviglio che non son venuti ad arrestarmi!... Vengano, vengano pure!...» e pareva un leone, con gli occhi sfavillanti. «Vostra Eccellenza si calmi...» balbettava Giulente. «Ho da calmarmi, anche? Mentre il mio paese è minacciato dell'ultima rovina? Quando vedo una bestia della tua cubatura batter le mani con gli altri, invece di evitare quest'inferno?...» «Ma in qual modo?» «In qual modo? Facendoli andar via! Si scannino in campagna, sul mare, dove piace loro, non dentro una città come la nostra, dove i danni sarebbero incalcolabili, dove ne andrebber di mezzo le donne, i vecchi, i bambini, i galant... Vadano via a scannarsi dove gli piace; il mondo è grande!... Ecco in qual modo!...» Giulente rimaneva perplesso, non osando contraddire allo zio, ma non volendo neppure disdirsi dopo mezz'ora. «Ma come fare? Tutto il paese è pel Generale...» «Tutto il paese? Prima di tutto, sei una bestia! Quale paese? I pazzi come te? E poi, quand'anche, ragione di più! Se il paese è per lui, se c'è entrato da trionfatore, che resta a farci? Fosse una piazzaforte, capirei; ma una città aperta ai quattro venti? Se ha da attaccar battaglia, vada altrove! Si porti chi vuole e ciò che vuole, e buon viaggio!...» Il monaco, a poco a poco, s'era venuto placando, e aveva detto le ultime parole quasi col tono di ogni altro cristiano; ma appena Benedetto osservò: «E chi lo persuaderà?» «Ah, sangue di Maometto!» riprese col vocione di prima e un gesto furioso. «Parlo con una bestia o con un essere ragionevole? Chi l'ha da persuadere? Voialtri che gli state attorno! C'è una Guardia nazionale? C'è un'autorità qualunque? Tu, che cavolo sei? Capitano, buon cittadino, il diavolo che ti porta via? Tocca a voialtri parlar chiaro e tondo, dopo che i tuoi conigli piemontesi se la sono battuta, lasciandoci nel ballo! O credi forse che voglia impicciarmi con cotesti assassini, briganti, galeotti, ru...» Al rumore di un passo risonante pel corridoio, don Blasco ammutolì come per incanto. Si gargarizzò quasi la gola gli prudesse, fece due passi per la camera, si fermò un momento a tender l'orecchio; poi, cessato il rumore, dichiarò: «Se vuoi capirla, tanto meglio; se no, mettiti bene in testa che a me, come a me, importa un solennissimo cavolo di te, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele, e di quanti siete...» Giulente tornò a casa sua impensierito ed inquieto. Appena entrato in camera di sua moglie, vide Lucrezia seduta in un angolo, con gli sguardi a terra e gli occhi rossi. «Che hai?... Che è stato?...» «Nulla. Non ho nulla.» «Ma tu hai pianto, Lucrezia! Parla! Dimmi che cos'hai!...» Ella negava, senza guardarlo in faccia, con la bocca ostinatamente cucita, e se non era Vanna che sopravveniva, Benedetto non sarebbe riuscito a saper niente. «La padrona non vuol restare in città,» dichiarò la cameriera. «Tutti i suoi parenti se ne sono andati, anche la povera gente si mette al sicuro, e lei sola ha da restare al pericolo?» «Che pericolo?... Lucrezia, è per questo? Ma se non c'è pericolo di niente? Che temi? Non sono qua io? A me non faranno nulla, in nessun caso! Se ci fosse un pericolo anche lontano, ti lascerei qui? Andremo via se le cose si guastano; ho bisogno di promettertelo?...» Dopo che ebbe parlato un quarto d'ora, ella articolò: «Voglio andarmene dai miei parenti.» «Ma santo Dio, perché? Stamattina eri così tranquilla! Che cosa è mai successo?» Era successo questo: che la moglie di Orazio, il cocchiere del principe, aveva fatto una visita all'antica padroncina per annunziarle, col fiato ai denti, che scappava anche lei al Belvedere. «Eccellenza, qui non si può più stare. Oggi non sa che cosa è successo? I soldati piemontesi rimasti all'infermeria se ne andavano a raggiungere la truppa. Al Fortino, i garibaldini li vogliono fare prigionieri. Allora, Gesù e Maria, il tenente ordina baionetta in canna! E io che passavo con le creature!... Dallo spavento sto ancora tremando! Ho fatto un fagotto di quei quattro cenci, e stasera me ne vado...» Allora, se la moglie del cocchiere andava via, lei, la sorella del principe era da meno della moglie del cocchiere?... Quest'idea non era sorta improvvisamente nella sua testa. Lottando per sposare Giulente, ella aveva giurato di non aver più che fare con gli Uzeda; tutte le ragioni da loro addotte per denigrare Benedetto e la famiglia di lui l'avevano invece sempre più confermata nel suo proposito. Ma, trionfando delle opposizioni, ella aveva cominciato a rimuginare, nelle lunghe ore d'ozio e d'inerzia, gli antichi argomenti della zia Ferdinanda, di Giacomo, del confessore; la persuasione d'essere discesa, sposando Benedetto, aveva cozzato un pezzo con l'ostinazione antica; in rotta col fratello, il cruccio di non poter più entrare nella casa dei Viceré, di sentirsi quasi posta al bando dai parenti, l'aveva occupata a poco a poco, mentre ella continuava a prendersela con loro. Al principio delle inquietudini pubbliche, la fuga generale dei nobili e dei ricchi aveva colmato la misura, ed ora ella dimenticava ciò che aveva detto contro Giacomo, la freddezza sorta tra loro due, il fermo proposito di non piegarsi: voleva andare al Belvedere, se perfino la moglie del cocchiere c'era andata... Giulente stava ancora cercando di persuaderla, quando arrivò la posta; in mezzo ai giornali c'era finalmente una lettera del duca. Il duca diceva di non aver più ricevuto sue lettere, in quei momenti di agitazione, che gliele facevano aspettare con impazienza. Le notizie di Sicilia gli avevano messo la febbre addosso, tanto che egli voleva subito far le valige; ma disgraziatamente era impedito da molte e gravi faccende, «tutte d'interesse del collegio e del paese». Del resto, se voleva trovarsi fra i propri concittadini, ciò era per avvertirli di non lasciarsi trascinare da Garibaldi. «Lo dico dunque a te che puoi farlo capire alle teste riscaldate, dove più insistente si cammina a nome del principio utopista, si corre sicuro al naufragio. Altronde il governo è deciso opporsi in tutti modi a simile aberrato. Ed io credo che fa benissimo anzi che ha perduto troppo tempo. Garibaldi dev'essere arrestato a forza; non si può permettere che una nazione di ventisette milioni sia messa in orgasmo da un uomo che ha meriti distinti, ma pare aver giurato di farli dimenticare con una condotta che...» e qui due facciate contro Garibaldi. «Perché poi, voltiamo la pagina, neppure il governo è libero, e non bisogna lusingarsi col non intervento; c'è la Francia che fa un caso del diavolo, Napoleone ha detto... l'Austria aspetta un pretesto... tutta l'Europa invigila...» e un altro foglietto di gravi considerazioni sulla politica internazionale. «Quindi ti raccomando di far comprendere queste verità agli amici, ed anche, anzi soprattutto, agli avversari. Bisogna evitare un serio disastro al nostro paese, e tutti bisognano persuadersi del pericolo della situazione. Pregoti di parlare e occorrendo scrivere in questo senso; anzi sono sicuro che nella tua accortezza ti sarai già messo all'attuazione.» Per la terza volta in tre ore, qualcuno dei suoi parenti lo spingeva così nella via da cui egli ripugnava. Il duca scriveva, escandescenze a parte, come don Blasco parlava; il monaco borbonico era, in fondo, d'accordo col deputato liberale; e sua moglie, chiusa in camera, gli teneva il broncio, complottava con la cameriera per indurlo ad abbandonare il suo posto. La sera, ad una tempestosa riunione del Circolo Nazionale, dove il partito garibaldino e il governativo erano venuti quasi alle mani, egli s'alzò per parlare. Nell'imbarazzo da cui era vinto, l'argomento suggerito da don Blasco gli parve il più opportuno. Nessuno poteva mettere in dubbio, disse, la sua devozione al Generale, né la coscienza gli permetteva di dare ragione a quelli che volevano schierarsi contro il liberatore della Sicilia; ma bisognava piuttosto dimostrargli, col dovuto rispetto, il pericolo a cui era esposta la città. Delle due l'una: o agiva d'accordo col governo, e allora non aveva nessun interesse di restare a Catania; o il governo gli si opponeva, e allora bisognava chiedere al suo cuore di evitare gli orrori della guerra civile ad una città popolosa e fiorente. E questo era proprio il caso, poiché il governo aveva deciso di opporglisi... Quel discorso scandalizzò i suoi antichi amici; ma, prendendoli a parte uno dopo l'altro quando l'assemblea fu sciolta senza nulla deliberare, egli li esortò a piegarsi, esponendo la verità nuda e cruda, le notizie dategli dal duca. «Perché non viene egli stesso, allora?» domandavano. «Che cosa sta a fare a Torino, mentre qui si balla?» Ed egli lo giustificava, annunziando che si sarebbe messo in viaggio al più presto possibile, ma che intanto bisognava mandare una commissione al Generale per indurlo a sgomberare... La sua propaganda ottenne l'effetto desiderato. Sul partito ostile a Garibaldi s'erano accumulati molti sospetti, poiché i borbonici, i paurosi senza nessuna fede erano con esso; ora che un liberale provato consigliava non la resistenza, ma la rispettosa esposizione del pericolo, questo consiglio si faceva strada. Benedetto non ebbe tuttavia il coraggio di andare in persona dal Generale ad esporgli la sua nuova opinione; lasciò che andassero gli altri. Costretto a condurre sua moglie al Belvedere, se ne tornò solo in città, aspettando gli avvenimenti, scrivendo e telegrafando al duca per invitarlo a venire. Passarono alcuni giorni senza che la situazione mutasse. Garibaldi, dall'alto della cupola di San Nicola, scrutava spesso la linea dell'orizzonte, col cannocchiale spianato; o, curvo sulle carte, studiava i suoi piani, o riceveva la gente e le commissioni che venivano a trovarlo. Finalmente s'imbarcò con tutti i volontari, non si sapeva dove diretto, se in Grecia o in Albania; ma dopo la partenza, un lievito di scontento restò nella città, una sorda agitazione che le persone influenti e la stessa Guardia nazionale non riuscivano a sedare. Il movimento era adesso contro i signori, contro i ricchi; Giulente aveva arringato i tumultuanti, ma nessuno lo ascoltava più; e il duca gli scriveva ancora che non poteva venire, che stava poco bene, che i grandi calori gli avevano rovinato lo stomaco... Un pomeriggio che don Blasco aveva arrischiato, per la prima volta, una visita alla Sigaraia, dove, ridiventato un energumeno, augurava il reciproco sterminio dei garibaldini e dei piemontesi, arrivò Garino, giallo come un morto: «La rivoluzione!... La rivoluzione!... Bruciano il Casino dei Nobili...» Infatti la dimostrazione era diventata sommossa, le fiamme consumavano il circolo dell'aristocrazia. Il monaco, manco a dirlo, tornò a sbarrarsi al convento, e non lo lasciò più se non quando la truppa regolare rioccupò la città. Ma l'eccitazione degli animi prodotta dall'avvenimento d'Aspromonte, le paure, i pericoli non parevano cessati, e il principe non si moveva dal Belvedere, e Giulente tornava a pregare il duca di farsi vivo, di venire a metter la pace nel paese. Il duca non venne; rispose ancora che i medici gli avevano vietato di tornare in Sicilia. «Sono disperato, non posso trovarmi fra voi come dovrei e vorrei, non solamente per tutto ciò che mi dici di Catania, ma anche per ciò che è avvenuto a Firenze...» Benedetto non sapeva a che cosa alludesse; lì per lì non pensò neppure che Raimondo era in Toscana. Seppe qualche giorno dopo di che si trattava, quando arrivarono, insieme, il conte e donna Isabella Fersa, e scesero all'albergo, sempre insieme, come fossero marito e moglie.

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23.47.55