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I VICERÉ

di Federico de Roberto

Parte seconda

4.

L'impressione prodotta da quell'avvenimento fu tale che tutt'a un tratto Garibaldi e Rattazzi, Roma ed Aspromonte passarono in seconda linea. Il conte Uzeda con donna Isabella! All'albergo insieme, quasi fossero due innamorati fuggiti di casa per forzar la mano alle famiglie! E la contessa? E il barone? Com'era successo il pasticcio? E come sarebbe andato a finire? Pasqualino Riso, reduce da Firenze, col padrone, fu assediato di domande. Pareva un signore, Pasqualino: abito tagliato all'ultima moda, biancheria finissima, anelli alle dita, scarpe verniciate, ché se non era la faccia sbarbata, ognuno lo avrebbe preso per un cavaliere. E nelle portinerie, nelle stalle, nei caffè dei cocchieri, nelle anticamere della parentela, diede tutte le spiegazioni desiderate. Che il contino non potesse durarla a lungo con la moglie, egli l'aveva previsto da un pezzo, e tutti avevano potuto accorgersene l'anno innanzi, quando il signor don Raimondo era scappato lontano da quella donna che gli amareggiava l'esistenza. Lo sapevan tutti che egli voleva bene a donna Isabella; dunque la contessa, se fosse stata un'altra, che cosa avrebbe dovuto fare? Usar prudenza, per amore dei figli! Invece, nossignori: pianti, strepiti, accuse, minacce, suo padre sempre tra i piedi: bisognava esser fatti di stucco per resistervi! Ma quantunque la pazienza fosse scappata una prima volta al povero contino, pure egli aveva ceduto - tant'era vero che il torto non stava dalla sua parte! - dimenticando il passato, rassegnandosi a tornar con lei perché i figli ne andavan di mezzo. Gli uomini, si sa, non possono star sempre cuciti alle gonne delle mogli, e il contino non aveva fatto più di ciò che fanno tutti i mariti. Le donne accorte, quelle che hanno due dita di cervello, capiscono queste cose, chiudono un occhio e fanno la volontà di Dio. Invece, quella santa cristiana della contessina, dopo d'aver promesso d'essere ragionevole, aveva cominciato da capo; ma come? Peggio di prima! Suo marito non poteva pigliare un po' d'aria che lei non gli facesse una scenata: se andava al Glubbo a trovar gli amici, a far quattro passi, subito i sospetti, i pianti ed i rimproveri. E gli strepiti per la passeggiata alle Cassine? il contino, che usciva a cavallo, ci trovava donna Isabella in carrozza e, naturale, si fermava a salutarla; giusto in quel punto: ciaff-ciaff, chi spuntava? La carrozza della padrona!... O buona donna, se questo le dispiaceva, perché non se ne andava al giardino dei Popoli, che non è meno bello?... E poi, con le bambine? Con quel diavoletto della maggiore che capiva tante cose come una donna fatta? Le bambine avrebbe dovuto lasciarle alla Missa inglese che il contino aveva preso appunto per questo!... La sera, poi, a casa, un inferno! E il povero contino: santa pazienza, aiutami tu!... La padrona, quando smetteva di andargli dietro, cominciava un'altra musica: chiusa in camera quindici giorni di fila, senza metter fuori la punta del naso, non ascoltando né ragioni né preghiere, senza riguardi per la bambina piccola che aveva bisogno di pigliar aria e non voleva andar fuori se la sua mamma restava in casa! E il conte: santa pazienza!... Ma questo sarebbe stato niente: finché era sua moglie quella che lo metteva con le spalle al muro, il padrone sopportava tutto in santa pace. Un bel giorno, che pensa di fare la contessa? Pensa di chiamare suo padre, di metterselo in casa e di scatenare una guerra tra suocero e genero!... Bisognava che fosse ammattita! Lei, fino a un certo punto, poteva mescolarsi nelle faccende del contino; ma suo padre? Chi era suo padre? Un estraneo, villano rivestito per giunta, e rompiscatole anche! Diciamo le cose come sono: prima di tutto gli mancava l'educazione: uno che aveva imparato alle figlie a dargli del tu! Istigato poi dalla contessa, era diventato una bestia, salvo sempre il santo battesimo, e il conte doveva sorbirsi le sue impertinenze, in casa propria! Un giorno, solo per aver detto che certi affari gli impedivano d'accompagnare la moglie al teatro, il barone villano ardì perfino minacciarlo col bastone! Santo Dio d'amore, era un po' troppo! il contino non gli disse niente, altro che una parola: «Facchino!...» quella che ci voleva, e preso il cappello se n'andò, per sempre, stavolta. Chi poteva più consigliargli di tornare a perdonare? Le figlie, pazienza, sarebbero andate in collegio, o, se la padrona voleva tenerle con sé, il padrone gliele avrebbe anche lasciate... quantunque... quantunque... Perché il più curioso, signori miei, era questo: che la contessa, mentre faceva la gelosa, si divertiva anche lei in società! Non che fosse successo niente; in coscienza, questo non si poteva dire, né il padrone sarebbe restato con le mani a cintola, se mai! ma bisognava vedere che smania di andare ai balli, al teatro; che sfarzo di abiti quando riceveva tanti uomini, tanti scapoli, un certo conte Rossi, fra gli altri, il padrone di casa... E la storia di Pasqualino passava di bocca in bocca, era ripetuta dai cocchieri ai famigli, dai guatteri ai cuochi, dai portinai agli affittacamere, ciascuno dei quali ci ricamava su qualcosa del proprio, finché, arrivando al gran pubblico, preparava l'opinione, guadagnava simpatie alla causa del conte. Molti però scrollavano il capo, non si lasciavano prendere; e a poco a poco, senza che si sapesse donde, da certe informazioni venute da Firenze e da Milazzo, da certe parole sfuggite allo stesso Pasqualino quando si trovava a quattr'occhi con gl'intimi, dopo aver bevuto, la verità cominciava a venire a galla. Raimondo aveva giurato di romperla con sua moglie nel punto stesso che lo zio duca lo costringeva a riprenderla. Come tutte le volte che cercavano dissuaderlo da un proposito, egli s'era maggiormente incaponito. Lontano da Matilde e da donna Isabella, aveva goduto l'illusione di quella libertà che gli stava a cuore sopra ogni cosa; costretto a rinunziarvi, s'era promesso di riguadagnarla a qualunque costo, e la sua facile sottomissione ai consigli del duca non aveva avuto altro scopo che dimostrare, con la propria arrendevolezza, il torto della moglie, unico punto in cui la versione di Pasqualino non mentisse del tutto. L'ideale del suo padrone era di liberarsi della moglie e dell'amica ad un tempo; ma il conto era fatto senza l'oste, cioè senza donna Isabella. Fin dai primordi dell'amicizia con Raimondo, fin da quando, in casa del marito, ella resisteva alla corte del giovane, dimostrandogli simpatia ma opponendogli i doveri del proprio stato, gli aveva detto e ripetuto, con un rammarico che doveva dargli la prova dei suoi sentimenti per lui: «Se ci fossimo conosciuti prima, liberi entrambi! Come saremmo stati felici!...» E quelle parole alle quali egli non credeva lo gelavano, e più lo avrebbero gelato se le avesse credute espressione di un sentimento sincero: come il gran torto di sua moglie era il bene che gli voleva, la pretesa di averlo tutto per sé, di far tutt'uno con lui, torto egualmente grave sarebbe stata una simile pretesa da parte dell'amica. Tuttavia, impegnato a vincere le sue resistenze, anch'egli le aveva ripetuto: «Come saremmo stati felici!» e giurato che l'unico suo sogno era di vivere con lei, per lei. Dopo, aveva tentato di dare addietro; ma donna Isabella, perdutasi per lui, senza famiglia, senza protezione, non intendeva che le sfuggisse. Per ricondurre a sé quel tiepido amante, del quale aveva imparato a conoscere a proprie spese la conformazione, le era bastato addebitare la freddezza di lui all'opposizione dei parenti, alla volontà della moglie. Ognuna di queste allusioni era un colpo di sprone nei fianchi del giovane; impegnato a dimostrarle che era libero di fare ciò che voleva, egli faceva ciò che non voleva... E il martirio della contessa Matilde era ricominciato, più atroce di prima, accresciuto dal nuovo disinganno, dall'impossibilità di ricorrere al padre, non già perché ella credesse all'abbandono di cui l'aveva minacciata, ma per una specie d'impegno contratto dinanzi a se stessa di non confessare l'errore, per l'antica paura d'un urto tra quelle due nature violente... Suo padre, quand'ella si sentì più sola e perduta, la raggiunse. Il suo cieco amore per la figlia e il non meno cieco odio pel genero avevano reso vano il suo proponimento d'indifferenza; da lontano egli li seguiva di passo in passo, aspettando l'ora d'intervenire: e quando la misura fu colma apparve. E Pasqualino l'aveva proprio udito, il colloquio fra suocero e genero, la spiegazione definitiva avvenuta, dopo pochi giorni di calma apparente, giù nelle scuderie del palazzo Rossi, per impedire che Matilde, che le bambine udissero. Alle ingiunzioni sordamente minacciose del barone che gli diceva: «Non vuoi finirla? Non vuoi?» Raimondo aveva risposto col tono consueto di sprezzante superiorità: «Di che intendete parlare? Occupatevi di ciò che vi riguarda!...» Sì, di ciò che lo riguardava, rispondeva il barone, della pace di sua figlia che gli stava a cuore sopra ogni cosa, che voleva garantita a qualunque costo, a costo di portarsela via e di romperla per sempre... «E chi vi trattiene? Andatevene pure!» Era appiattato nella stalla, Pasqualino, lì accosto, e se udiva i padroni non poteva vederli; ma a quella risposta del contino, al breve silenzio da cui era stata seguita, aveva sentito un certo senso di freddo in pelle in pelle. «Sì, ce ne andremo... ma prima...» E allora Pasqualino accorse. Col sangue agli occhi, il pugno levato, il barone aveva già agguantato il genero; ma, senza il cocchiere gettatosi in mezzo, era bastato a Raimondo dire una sola parola: «Facchino!...» perché tutt'a un tratto il suocero lo lasciasse. Sicuro, l'aveva detta il conte quella parola, Pasqualino non lavorava di fantasia, riferendola: e bisognava aver veduto l'effetto prodotto sul barone! Quel pezzo d'uomo che con un soffio avrebbe buttato a terra il genero esile e sfiaccato, che lo avrebbe spezzato come una canna tra le mani grosse e villose, pareva diventato un ragazzo dinanzi al maestro: il contino Uzeda, il grazioso e frollo discendente dei Viceré fulminava il barone contadino con quella parola, con quell'insulto che diceva la distanza da cui erano separati il signore vizioso ma bene educato e il manesco villano ringentilito. Facchino, sì, approvava Pasqualino: tra persone d'una certa nascita le quistioni non vanno definite a pugni: e con quella parola appunto il conte rammentava al suocero l'onore fattogli sposando sua figlia; e se il barone restava immobile come una statua era perché subitamente riconosceva d'esser nel torto. La parentela con gli Uzeda non gli era parsa una fortuna? L'orgoglio d'essere entrato nella famiglia dei Viceré non l'aveva accecato al punto di non scorgere per tanti anni il sacrifizio della figlia? Un confuso e quasi istintivo sentimento della propria inferiorità dinanzi al genero non lo aveva impacciato ogni volta che, aperti gli occhi, s'era proposto di rinfacciargli la sua condotta, i suoi vizi, la sua durezza, il sangue avvelenato all'innocente bambina? Facchino, sì, egli meritava l'insulto se, lasciandosi trasportare dall'ira, aveva voluto definire la lite come tra cocchieri; e aveva riconosciuto di meritarlo, ad alta voce, dinanzi al genero, prima di voltargli le spalle. Perché infatti la scena non era finita in quel punto, aveva anzi avuto una codetta che Pasqualino narrava solo a quattr'occhi. «Io facchino... sì...» aveva balbettato il barone; «ma tu?...» E ad un tratto gli aveva buttato in faccia una parola che il cocchiere ripeteva, piano, all'orecchio delle persone... Raimondo lasciò allora immediatamente la sua casa, corse dall'amica, la costrinse a far le valige e la condusse seco in Sicilia.

Dovette costringerla, perché infatti donna Isabella non era ben sicura dell'opportunità di quel viaggio. Ella vedeva che Raimondo voleva condurla al suo paese per rompere clamorosamente e definitivamente coi Palmi; ma comprendeva pure che soltanto l'eccitazione dei contrasti sofferti e l'impeto dell'odio provocato dalla tempestosa spiegazione determinavano l'amico suo a quel passo, e non l'amore di lei; e sentiva anche che l'ostentazione della loro amicizia, laggiù, in una piccola città, le avrebbe fatto torto, che la morale più o meno sincera della provincia si sarebbe ribellata. Pure, essendo ormai tardi, non riuscendo con le sue osservazioni se non a eccitare maggiormente Raimondo, non restandole altro per trarlo a sé che fare assegnamento su queste eccitazioni, ella era venuta. Gli Uzeda, a ogni modo, sarebbero stati per lei. Appena arrivata, infatti, donna Ferdinanda, che nonostante la mal sedata inquietudine pubblica era in città per una sua causa contro certi debitori morosi, venne a trovarli all'albergo, s'informò dell'accaduto, approvò la determinazione di Raimondo con una sola parola, ma molto espressiva: «Finalmente!...» C'erano in città anche Benedetto e Lucrezia che s'era poi fatto coraggio: Raimondo andò a trovarli il domani del suo arrivo. Lucrezia gli restituì la visita nella stessa serata, non curando l'opposizione del marito. Questi giudicava molto severamente la condotta del cognato e, se avesse osato, avrebbe impedito alla moglie di far quella visita; ma Lucrezia dichiarò che non vedeva nulla di male nel recarsi a trovare il proprio fratello: era forse obbligata a sapere che «accompagnava» una signora? E andarono all'albergo, dove Raimondo li ricevette solo; ma dopo un poco che discorrevano del viaggio e del tempo, egli s'accostò a picchiare all'uscio della camera accanto, e comparve donna Isabella, la quale strinse la mano a Giulente e baciò Lucrezia. Né presentazioni, né spiegazioni, né nulla. Benedetto, sulle prime, era imbarazzatissimo, non sapeva come trattare, con qual nome chiamare la Fersa; ma ella stessa diede il tono alla conversazione, parlando del più e del meno con molta disinvoltura, come tra vecchi amici, anzi come tra veri parenti. Pel momento erano all'albergo; ma non potevano naturalmente restarci. Raimondo aveva intenzione di prendere in affitto un quartiere in città; ella giudicava preferibile una villetta, anche per evitare le indiscrezioni della gente. Giulente stava per dire che facevano bene, quando Lucrezia esclamò: «Che c'entra la gente? Se vi nascondete, dirà che avete paura! Parliamo chiaro: vi saranno molti che faranno gli schifiltosi.» Donna Isabella chinò gli occhi. «Se cominciate voialtri a dar loro ragione, è finita!» Raimondo non disse nulla, aspettando di veder Giacomo che era al Belvedere ed al quale nella mattina aveva spedito Pasqualino per avvertirlo del suo arrivo. Ma il cocchiere tornò con un'aria confusa e mortificata e non sapeva spiccicar parola «È venuto?» gli aveva detto il principe; «e che vuole?...» come ad uno che si presenti per chiedere quattrini. «Niente, Eccellenza... manda ad avvertire l'Eccellenza Vostra... desidera sapere quando tornerà in città Vostra Eccellenza...» Con lo stesso tono di voce il principe aveva risposto: «Comincio adesso la villeggiatura; tornerò a novembre...» e gli aveva voltato le spalle. Raimondo, alla narrazione della scena, si morse le labbra; donna Isabella esclamò: «Che abbiamo fatto!... Tuo fratello ci disapprova!» Ed incolpando solo se stessa: «Ti ho messo in urto con la tua famiglia!...» «La vedremo,» rispose brevemente Raimondo. Le previsioni di lei si avveravano. I più, senza accogliere né rifiutare le scuse e le accuse relative al secondo e decisivo abbandono della famiglia, biasimavano Raimondo per il viaggio fatto insieme con l'amica, il soggiorno nell'albergo, l'unione apertamente confessata, quasi sfidando l'opinione pubblica. Egli poteva aver torto o ragione di lagnarsi della moglie; la passione per donna Isabella poteva scusarsi; però i moralisti, i padri di famiglia, le signore più o meno timorate volevan salve le apparenze; e quantunque ci fosse poca gente in città, pure quegli umori si manifestavano in certi freddi saluti rivolti a Raimondo, in certi ambigui discorsi di servitori. In campagna, nelle ville dove la notizia dello scandalo giungeva, tutti discutevano della condotta da tenere verso la coppia al ritorno in città. Molti dichiaravano che avrebbero troncato ogni rapporto; altri, più intimi, perciò più imbarazzati, facevano dipendere la loro risoluzione dal modo col quale si sarebbe comportata la famiglia. Ora l'improvvisa severità espressa dal principe a Pasqualino significava chiaro che egli ritirava loro a un tratto il suo appoggio. Dinanzi all'ostacolo Raimondo s'impennava, prendeva l'impegno di vincere; ma come donna Ferdinanda gli suggerì di andare personalmente da Giacomo, egli entrò in una sorda agitazione: era disposto a far tutto fuorché a pregare quel birbante che, dopo avergli dato mano, gli si schierava contro chi sa per qual fine, fuorché ad umiliarsi dinanzi a quel fratello dal quale per tanti anni, ai tempi della madre, s'era sentito odiato. Poi il pensiero delle dimostrazioni ostili che si preparavano a lui ed all'amica sua lo arrovellava, gli metteva un'altra smania nel sangue. E un giorno prese una carrozza e salì al Belvedere. Giacomo, vedendolo arrivare, gli disse, non nel dialetto familiare, ma in lingua: «Buon giorno, come stai?» e senza stendergli la mano. «Bene, e tu?» rispose Raimondo. «Benissimo,» e il principe si lisciò la barba. La principessa che si teneva accanto Teresina intenta a ricamare, rispose a monosillabi alle domande del cognato, sentendo pesarsi addosso lo sguardo del marito. «Resterete ancora un pezzo?» domandò Raimondo, rosso come un papavero. «Sì, fino a novembre. Te lo mandai a dire, credo.» E lasciò di nuovo cadere il discorso. La bambina volgeva lo sguardo a quello zio di cui non rammentava bene le fattezze, che non l'accarezzava, che suo padre trattava come un estraneo. «Volevo dirti una cosa,» riprese Raimondo esitante, quasi pauroso, e tanto più crucciato contro se stesso quanto più cresceva il suo impaccio. «Volevo domandarti se c'è qualche villetta da affittare... una casetta che faccia per me... non importa se piccola, purché pulita...» Il principe parve cercare nella memoria. «No,» rispose. «Tutto è preso, fin da quando passò Garibaldi.» Raimondo, che si torceva i baffi nervosamente, insisté: «Cercherò, ad ogni modo.» E allora il fratello, con voce fredda, senza guardarlo: «Cerca, se vuoi. È inutile, non ne troverai.» Raimondo andò via pallido, muto e fremente. S'era umiliato per nulla! Colui gli dichiarava guerra! Non lo voleva vicino!... Il principe, infatti, aveva spiattellato a tutta la parentela ed a tutte le conoscenze che non trovava parole per disapprovare la condotta di Raimondo. «È uno scandalo inaudito! Come non si vergogna? Ha il viso di tornarsene nel suo paese? Ma quando si vuol fare una di queste pazzie, bisogna nascondersi dove più lontano è possibile, dove non si è conosciuti, dove si può dare a intendere ciò che si vuole!» E alla zia, donna Ferdinanda, che salì un giorno a posta al Belvedere per intromettersi, per indurlo a far come lei: «La nostra situazione è diversa,» rispose. «Vostra Eccellenza è padrona di pensare ciò che crede, di fare ciò che le piace: può anche prenderseli in casa, non avendo da render conto a nessuno. Io ho mia moglie e mia figlia alle quali non posso metter sotto gli occhi un simile scandalo.» Diceva queste cose dinanzi alla principessa e alla bambina, e le insistenze della zitellona lo trovavano incrollabile nella sua indignazione. Anche Chiara disapprovava il fratello poiché Federico lo giudicava immorale; non si parla della cugina Graziella, la quale faceva da portavoce al principe. Tutte le parole di costui, per mezzo della zitellona stomacata, dei lavapiatti dolenti, del servidorame pettegolo, arrivavano all'orecchio di Raimondo, il quale fremeva, entrava in collere mute; ma allora donna Isabella con un sorriso triste: «Vedi che non puoi durarla!» gli diceva. «Il meglio è che tu mi lasci! Non voglio costarti la pace della famiglia!» Così egli che sentiva aggravarsi le conseguenze del suo passo falso, che in cuor suo malediceva l'ora e il punto in cui aveva posto mente a quella donna della quale era già stufo, per la quale aveva sofferto l'affronto di rinchinarsi al fratello, si stringeva più a lei, per puntiglio le si dava mani e piedi legati. Non la volevano ricevere? Egli le prometteva che avrebbe visto tutti ai suoi piedi. Parlavano male di lei? Le assicurava che sarebbe stata sua moglie. Per aver altri parenti dalla sua, andò a cercare dello zio Eugenio. Il povero cavaliere era molto giù, il commercio dei vecchi cocci non rendeva più niente; e Vittorio Emanuele poteva forse dare una cattedra al Gentiluomo di Camera di Ferdinando II? Così egli aveva lasciato il quartierino dove stava da tanto tempo, s'era ridotto in due camerette più piccole, più fuori mano. Sempre in busca di quattrini, aveva fondato adesso l'Accademica dei quattro poeti, di cui era presidente, segretario, economo e tutto, e nominava a destra e a manca soci promotori, fondatori, protettori, effettivi, benemeriti, corrispondenti, onorari: ciascuno di questi riceveva un diploma, una medaglia di bronzo, lo statuto e una noticina di venti lire di spese; ma sovente la posta, invece del vaglia, gli portava indietro l'involto rifiutato. I parenti lo tenevano un poco a distanza, temendo richieste di quattrini; ma, vedendosi cercato da Raimondo, egli fiutò a un tratto il buon vento. Andò subito a trovare donna Isabella, si dichiarò per lei contro il principe, s'invitò tutti i giorni a colazione e a desinare. Aveva certi abiti che gli piangevano addosso e certe scarpe che, viceversa, gli ridevano ai piedi: pochi giorni dopo mise pelle nuova. Con l'abito fiammante, le camicie di bucato e le mani inguantate accompagnò donna Isabella tutte le volte che ella andò fuori, le fece da cavalier servente, perorò in pubblico e in privato la sua causa dandole della «nipote». Anche Lucrezia, a dispetto del marito, si faceva vedere per le strade con lei, la sosteneva, si scagliava con violenza contro il fratello maggiore, spiegandone l'opposizione con un motivo semplicissimo. «Per la morale? Per farsi pagare il suo appoggio! Scommettiamo? Io non ho dovuto pagargli il suo consenso al mio matrimonio?» «Lucrezia!...» avvertiva Benedetto. «Che c'è? Non è forse vero? Non ho dovuto accettare la transazione strozzata per sposarti? È storia che tutti sanno! Adesso viene la tua volta,» e si volgeva a Raimondo. «Vedrete se sbaglio! Aveva ragione lo zio don Blasco, quando diceva... Oh, a proposito, perché non vai a fargli una visita? E a Lodovico? Quanti più saranno dalla tua, tanto meno varranno gli scrupoli di Giacomo. Andiamo insieme, v'accompagno io...» E Raimondo rifece la via del Bosco, andò con la sorella e col cognato a Nicolosi, dove i Benedettini villeggiavano, a mendicar l'appoggio del fratello e dello zio monaco. Don Blasco era a giorno di tutto e, dimenticato a un tratto Garibaldi, non faceva altro, lassù, che gridare come indemoniato contro Raimondo che aveva fatto l'ultimo e più grande imbroglio; poi contro Giacomo, non meno imbroglione del fratello, verso il quale, dopo avergli tenuto il sacco, faceva adesso il puritano: perché? Per strozzarlo!... All'arrivo dei nipoti, dopo il refettorio, egli dormiva come un ghiro, quando fra' Carmelo lo destò. «Che c'è?» vociò. «Perché mi rompi il capo?» «Vostra Paternità mi scusi; ci sono i parenti di Vostra Paternità.» Egli venne fuori, e appena vide Raimondo aprì bene gli occhi ancora imbambolati. Come Lucrezia e Benedetto, Raimondo gli baciò la mano. Egli lasciò fare, borbottando: «Che c'è? A quest'ora? Con questo sole?» «Siamo venuti a fare una visita a Vostra Eccellenza,» spiegò Lucrezia per tutti. «La giornata non è tanto calda. Vostra Eccellenza sta bene? Sono due anni dacché non venivo più qui... E Lodovico?» Fra' Carmelo, costernato, venne a dire che Sua Paternità il Priore era in conferenza con l'Abate e che non poteva scendere giù pel momento. Raimondo impallidì: anche quest'altro gli dichiarava guerra; si mettevano tutti contro di lui!... Per questa ragione, quando Lucrezia, accordatasi con lo zio, propose di fare un giro pel giardino, egli disse brevemente: «No, ho fretta di tornare. Andiamo via.» Il domani mattina, all'albergo, egli non s'era ancora levato che il cameriere venne ad annunziargli: «C'è lo zio di Vostra Eccellenza.» E don Blasco apparve. Per la prima volta dacché viveva, Raimondo vedeva lo zio venirgli incontro, l'udiva domandargli, con voce quasi garbata: «Come stai...?» Non pareva vero al monaco, sentendo riprepararsi una gran lite, di poter rificcare il naso nelle faccende altrui. C'era adesso da spingere l'uno contro l'altro i due fratelli, da dar mano a disfare un'altra opera della principessa defunta, il matrimonio di Raimondo: egli si sentiva invitato al suo giuoco. Donna Isabella si mostrò in veste da camera, gli baciò la mano, dandogli dell'«Eccellenza», quasi fosse già suo zio; e il discorso si avviò sul da fare. Udendola ripetere che voleva nascondersi in campagna, il monaco saltò su: «In campagna? Perché in campagna? Per la villeggiatura, va bene, fino a novembre; ma la casa in città bisogna prepararla! Avete paura della gente? Allora perché siete venuti? Questa è logica, mi pare!» Il consiglio era di chieder subito i conti a Giacomo, di togliergli la procura e di iniziare la divisione: a quelle minacce il principe sarebbe subito venuto a più miti consigli. Ma proprio il domani della visita del monaco, scese il signor Marco dal Belvedere per dire al conte che il signor principe voleva restituirgli la procura e dargli i conti, una volta che era tornato in patria. Raimondo mandò via l'amministratore con un violento: «Ho capito; va bene!...» e un malumore terribile lo tenne a bocca chiusa per tutto un giorno. Donna Isabella, costernata, gli ripeteva: «Non vedi? Io ti porto disgrazia! Lasciami andare! Sarà di me quel che vorrà Dio...» E allora egli di rimando: «No; ho da vincer io!...» Giusto Lucrezia, che oramai era tutta una cosa con la cognata della mano manca, fece una pensata: «Giacché non potete stare sempre all'albergo, e ora è il tempo della villeggiatura, perché non ve ne andate alla Pietra dell'Ovo, da Ferdinando? Ha tanto posto; vi darà due camere. Starete con un parente e la cosa farà buon effetto.» Tutti approvarono la proposta. Né Raimondo era ancora andato a trovar quel fratello, né Ferdinando sapeva che Raimondo era tornato: dalla tanta indifferenza, dalla tanta diversità di educazione, di gusti, di vita, erano diventati peggio che estranei, ciascuno ignorava l'esistenza dell'altro. Lucrezia, incaricatasi delle trattative, andò alle Ghiande. Non vedendo il Babbeo da molti mesi, rimase. Egli era dimagrato come dopo una lunga malattia, aveva gli occhi infossati, la barba incolta, la voce fioca, una malinconia più nera dell'abituale. «Venga pure... è il padrone...» rispose alla sorella, senza esprimere nessuna meraviglia pel ritorno di Raimondo, per la richiesta dell'ospitalità. «Ma, sai, ti debbo dire una cosa...» aggiunse Lucrezia. «Non è solo...» «È con sua moglie?» «Con sua moglie, sì... come se fosse sua moglie...» E gli spiegò che aveva lasciato la Palmi e che viveva con la Fersa. Ferdinando stette ad ascoltarla guardando a destra ed a sinistra, quasi avesse smarrito qualcosa, poi ripeté: «Va bene, va bene; digli che venga quando gli piace.»

Arrivati che furono alle Ghiande, Raimondo e donna Isabella vollero visitare la casa, il giardino e il podere, e profusero elogi per l'ottima coltivazione della vigna e pel magnifico aspetto del frutteto, approvarono la trasformazione delle colture, ammirarono ogni cosa. Ma le lodi non facevano più sul povero Babbeo l'effetto d'un tempo. Una trasformazione erasi compita nel suo spirito, le cose che prima lo allettavano adesso lo lasciavano indifferente, la vita di Robinson aveva perduto per lui ogni attrattiva, senza di che non avrebbe consentito a prendere altra gente in casa. Il fattore era adesso il vero padrone delle Ghiande, vi faceva quel che voleva, le coltivava a modo suo, ne intascava le rendite mostrando al cavaliere le bucce. Se talvolta, preso da uno scrupolo, gli chiedeva qualche ordine, Ferdinando rispondeva: «Lasciatemi stare! Non mi parlate di nulla! Per me è finita... Avrò sei mesi di vita, forse... Potete prepararmi il cataletto...» La cosa era andata a questo modo: che il libraio, dal quale aveva comperato le opere d'agricoltura, di meccanica e di storia naturale, trovandosi una quantità di opuscoli di medicina d'ignoti autori, tesi di laurea di dottori asini, vecchi ricettari farmaceutici, fascicoli spaiati di enciclopedie anonime, tutta cartaccia che non si poteva vendere altrimenti che a peso, gliene propose un giorno l'acquisto dandogli a intendere che c'era dentro il fior fiore della dottrina. Egli la pagò salata, e si mise a leggere tutto. Allora la sua mente cominciò a turbarsi. La descrizione dei morbi, l'enumerazione dei sintomi, l'incertezza delle cure lo atterrirono: chiuso nella sua camera, col libro in una mano, egli si teneva l'altra sul cuore per verificarne il numero dei battiti, o si palpava dappertutto con lo spavento di scoprire i tumori, gli incordamenti, le infiammazioni di cui parlavano i medici. A poco a poco, per un colpo di tosse, per una digestione difficile, per un dolor di capo, per un leggiero prurito, per un formicolìo in pelle in pelle credette d'avere tutte le malattie; e quell'idea, ficcatasi nel suo cervello di solitario misantropo, aveva compìto una devastazione. La morte, per lui, era quistione di tempo; e giusto la paura di dover morire solo, il bisogno di vedersi dinanzi un viso amico lo aveva persuaso a prendere con sé il fratello. Quando costui vide che non mangiava quasi nulla, che stava chiuso in camera, che certi giorni neppur si levava, cominciò a chiedergli che aveva, se si sentiva male; e sulle prime, quasi arrestato da una specie di pudore, egli si tenne sulle negative; messo alle strette, confessò. Aveva un catarro intestinale cronico, un'espansione della milza, una bronchite lenta; l'erpete gli serpeggiava nel sangue, il sistema glandolare gli s'era ingorgato. Come Raimondo rideva di quell'enumerazione, egli soggiunse, con voce triste e quasi con le lacrime agli occhi: «C'è poco da ridere, sai! Credi che siano fantasie? So io quel che soffro!...» «Allora perché non chiami un medico?» «Un medico? Che possono fare i medici? Al punto in cui sono ridotto?» E non ci fu verso di persuaderlo. Allora entrò in scena donna Isabella. Invece di contrariare il maniaco, prese a secondarlo: riconobbe l'esistenza e la gravità delle sue malattie, l'inutilità delle prescrizioni mediche; però, se i dottori ci perdevano il latino, non poteva provare almeno qualcuno di quei rimedi empirici che certe volte fanno miracoli' «Quand'ero ragazza anch'io ebbi un catarro intestinale lungo e ostinato più del vostro. Sapete come andò via? Con l'insalata di lattughe!» E gliene fece preparare un piatto, come contorno d'una gran fetta d'arrosto sanguinolento. Ferdinando si mise a mangiare come Cristo all'ultima cena: non aveva fiducia nel risultato, era sicuro che quella roba avrebbe affrettato la sua fine. «Adesso bisogna farci sopra una bella passeggiata!» e offertogli il braccio, come ad un povero convalescente, lo condusse a spasso pel giardino. Non parve vero al malato, il domani, di svegliarsi vivo e con un certo appetito. L'insalata e l'arrosto, in poco tempo, fecero miracoli; ma restava da guarire il prurito al quale egli dava il nome di erpete. «Per questo il rimedio è ancora più semplice: fate un bel bagno d'acqua dolce.» Da mesi e mesi, egli non si lavava altro che la punta del naso e delle dita, due o tre volte la settimana, per paura di prendere una polmonite; così l'erpete andò via. Il latte, le uova, il moto, la nettezza lo ritornarono in vita, e dalla gratitudine verso donna Isabella gli spuntavano i lucciconi: «Che donna! Che testa! Che intelligenza!» Aveva ben poche amicizie, ma tutte le volte che si trovava con qualcuno cominciava a parlar di lei con tanta ammirazione, come fosse la donna più saggia e virtuosa, un angelo sceso dal cielo. Presa l'abitudine di muoversi, se ne andava dalla sorella Lucrezia, cercava la gente apposta per parlare di lei. «Quanto bene vuole a Raimondo! Che cura ha della casa! Quel che ha fatto per me non si può ridire! Se non era lei, a quest'ora sarei morto e sepolto!» Un giorno arrivò da Lucrezia mentre moglie e marito discutevano vivamente: al suo apparire essi tacquero. «Di che parlavate?» «Si parlava della situazione di Raimondo,» rispose sua sorella, decidendosi di metterlo a parte del secreto. «Non può durare a lungo così. Bisogna pensare a legittimarla, sciogliendo i matrimoni.» Ella annunziava quel partito con la stessa semplicità con cui Raimondo e donna Ferdinanda lo avevano partecipato a lei. Chiedere ed ottenere il doppio annullamento di matrimonio era, per gli Uzeda, una cosa semplicissima: chi poteva negare ai Viceré ciò che essi volevano? La loro volontà non doveva esser legge per tutti? Non possedevano essi tutti i mezzi materiali e morali per vincere gli ostacoli e le resistenze? Avevano clientele dappertutto, tra i borbonici e i liberali, in sacrestia e in tribunale: i nobili erano con loro per solidarietà, gli ignobili per rispetto: ognuno doveva essere superbo e lieto di render loro servizio. Bisognava, per riuscire in questa impresa, esser bene indirizzati; perciò volevano l'opera di Benedetto. Come la prima volta che gliene avevano parlato, Benedetto titubava, arrestato dagli scrupoli, con la coscienza del male che gli facevano commettere, delle difficoltà enormi dell'impresa, del dispiacere che avrebbe fatto allo zio duca, tanto amico di Palmi; ma sua moglie insisteva a dimostrargli che gli scrupoli erano sciocchi, che anzi l'opera sarebbe stata meritoria. «Se domani nasce un figlio? Sarà condannato a restare bastardo? Raimondo non riprende più sua moglie, certo com'è certa la morte. Allora? Meglio mettersi in regola con la legge e la società! Non dico bene?» E Ferdinando, rivolto al cognato: «Ne dubiti forse?... Ma come ragioni?... Dov'hai la testa?» Benedetto tentava dimostrare che non ragionavano loro invece; che i figli già nati c'erano e che bisognava pensare a questi prima che ai nascituri, ma Lucrezia e Ferdinando gli davano sulla voce, tutt'e due insieme: «C'è la famiglia della madre che pensa alle figlie! Nostro fratello le rinnegherà per questo?... E gl'interessi saranno regolati come vogliono i Palmi... Se i matrimoni sono sciolti di fatto, perché non scioglierli di diritto? Chi ci guadagna? La gente che ci fa sopra i suoi commenti!» E questo era il pungolo di Raimondo. Quanto maggiori difficoltà aveva incontrato nella via per la quale s'era messo, tanto più s'era incaponito a persistervi: l'opposizione del fratello, le mormorazioni degli estranei, il biasimo quasi universale lo spingevano a vincer la partita in un modo imprevisto da tutti e da lui stesso. Egli non pensava più che la sua passione era stata quella della libertà, che donna Isabella, come moglie, gli sarebbe pesata più della moglie, e che gli pesava già come amante; impuntato, accecato dall'opposizione, dalla disapprovazione, dal biasimo, voleva trionfare degli avversari, sbaragliarli con un colpo di cui si sarebbe parlato un pezzo... Dicevano che l'impresa era disperata, che il doppio scioglimento non si sarebbe mai ottenuto, che donna Isabella era condannata a restare in una falsa posizione, bandita dalla società, dalla stessa casa del principe? Egli metteva i piedi al muro, deciso a spuntarla a qualunque costo, contro tutto e tutti. E Lucrezia, Ferdinando, donna Ferdinanda, don Blasco lo aiutavano ciascuno per conto e a modo proprio, congiuravano per vincere le ultime resistenze di Benedetto, che all'idea di contentare sua moglie, di cattivarsi la fiducia, la stima e la gratitudine dei parenti sentiva ammorzarsi a poco a poco i rimorsi.

Al principio dell'inverno, quando il principe tornò dalla villeggiatura, non si parlò d'altro che della rottura tra i due fratelli. Giacomo non solamente non salutò Raimondo, incontrandolo per via, ma non tollerò neppure che toccassero in sua presenza il tasto dei pasticci di lui. Per tanto tempo, mentre il fratello minore era stato in Toscana, o era andato e tornato di qua e di là, col capo all'amica, l'eredità era rimasta indivisa, e il principe l'aveva amministrata anche nell'interesse e per procura del coerede; adesso, per troncare ogni rapporto con lui, gli mandava il signor Marco a notificargli che rinunziava la procura e voleva subito dargli i conti e venire alla divisione. Quella trombetta della cugina Graziella annunziava a tutti queste cose, e dovunque si trovasse, tra parenti od amici o semplici conoscenze, approvava il cugino Giacomo, esprimeva il grande dispiacere che «a noi della famiglia» cagionava l'ostinazione di Raimondo. Come mai poteva egli del resto sperare di ottener l'intento? Dicevano che donna Isabella chiedesse lo scioglimento del matrimonio perché non era stato consumato! Ma a chi volevano darla a bere? Perché non c'erano figli? Non sapevano tutti che Fersa, giovanotto, avea corso la cavallina?... O forse speravano di poter sostenere, come dicevano certi altri, che donna Isabella era stata forzata a sposar Fersa, senza volerlo? Questa doveva essere fatica particolare del Giulente! «Guardate un po' che immoralità! sostenere una causa condannata da tutti, che fa tanto dispiacere alla famiglia! È venuto a ficcarsi tra noi per metter guerre e liti, questo avvocato delle cause perse!...» Ma ella prevedeva un fiasco colossale. Già, cominciamo che il tribunale civile non era buono ad annullare un matrimonio contratto sotto il codice napolitano del 1819; bisognava rivolgersi alla Corte vescovile; ma qui cascava l'asino, perché Monsignor Vescovo, e il Vicario Coco e il canonico Russo e tutti i maggiorenti della Curia erano col principe contro il conte, giustamente, sapendo i torti di Raimondo e della Fersa, non potendo metter mano a sanzionare uno scandalo di quella fatta!... D'altra parte i fautori del conte e di donna Isabella davano sicura la riuscita. L'impotenza di Fersa, la violenza patita da sua moglie erano affermate da una quantità di persone; ma specialmente Pasqualino sonava la campana per conto del suo padrone. Sissignori: il cavaliere Giulente, e non avvocato, studiava e dirigeva la causa del cognato, piuttosto che lasciarla in mano di qualche strascinafaccende di quelli da quattro il mazzo; ma del resto egli non aveva molto da faticare, perché il motivo della nullità del matrimonio di donna Isabella era chiaro e lampante. Lasciamo stare che Fersa non era precisamente un vulcano, come uomo; ma lo zio di lei l'avea costretta a prenderselo mettendole il coltello alla gola: altro che la storia della signorina Chiara! Almeno la principessa, sant'anima, avea cercato di prendere sua figlia con le buone, ricorrendo alle minacce soltanto all'ultimo, dopo due anni di persuasioni e di preghiere; ma lo zio di donna Isabella? Bastonate mattina e sera, fin dal primo momento che la ragazza aveva detto: «Meglio morta che sposar Fersa!» Come Pasqualino, tutta la servitù, la minuta clientela della famiglia era, nonostante l'opposizione del principe, favorevole al contino; questi, per accaparrarsi simpatie, non faceva più venire, come un tempo, le sue robe da Firenze o da Napoli, ma dava ogni genere di commissioni in città, e il sarto, il calzolaio, il cravattaio, onorati dai comandi del contino Uzeda, lo portavano al cielo, peroravano in favor suo, tenevano fronte agli scandalizzati. V'era gente che rammentava l'amore di donna Isabella per Fersa? Rispondevano adducendo infinite testimonianze contrarie: da Palermo sarebbero venuti tutti i servi di casa Pinto, pronti a giurar sul Vangelo che l'orfanella era stata picchiata di santa ragione dallo zio tutore, perché costui, senza badare che Fersa, se aveva quattrini, non nasceva bene, voleva darglielo per forza. Dicevano che queste testimonianze erano sospette, ottenute per via di quattrini? Enumeravano gli amici palermitani di casa Pinto, don Michele Broggi, il cavaliere Cutica, il notaio Rosa, tutti superiori al sospetto di corruzione, citati da donna Isabella perché attestassero le sevizie usatele, i rifiuti costanti da lei opposti. Che più? Lo stesso zio sarebbe venuto a confermare la violenza esercitata!... «E poi?» esclamava da suo canto la cugina. «Dopo che avranno sciolto questo matrimonio? Credono di poter riuscire a sciogliere quell'altro? Non sanno che cosa ha detto Palmi?» E narrava che quell'attaccabrighe di Giulente gli aveva scritto per ottenere che anche lui, il barone, consentisse allo scioglimento del matrimonio di sua figlia, testimoniando d'averla forzata a prendersi il conte Uzeda. Per amore della verità, spiegava che Giulente s'era dapprima rifiutato, parendogli una cosa proprio enorme, proponendo, se mai, di affidare questa missione al duca che era intimo del senatore. Ma sì, il duca aveva altro pel capo! Se ne stava a Torino, badando ai suoi affari, non voleva tornare in Sicilia per paura che la sua lontananza durante i turbamenti dell'anno precedente gli avesse fatto torto; e quando gli scrivevano dell'affare di Raimondo rispondeva che per nulla al mondo voleva mescolarvisi. Giulente, dunque, per contentar la moglie, il cognato e gli zii, aveva dovuto rassegnarsi a rivolgersi lui al barone. «Sapete quanto tempo ha impiegato a scrivere la lettera?» aggiungeva la cugina, informata di tutti i più piccoli particolari. «Una settimana! Ha stracciato una risma di carta! Sfido io! Come dire a un cristiano: consentite che il matrimonio di vostra figlia si sciolga, che le vostre nipoti restino senza padre!...» Ma la lettera, piena d'espressioni riguardose, di complimenti, di scuse, era partita: e Giulente aspettava ancora la risposta!... L'avrebbe aspettata un pezzo! Ché per mezzo di certe persone di Messina, la cugina sapeva quel che aveva detto il barone a un amico, stringendo il pugno: «Voglio piuttosto veder morire tutti quanti!...» Perché infatti la «povera Matilde», moribonda dai tanti dispiaceri, indifferente a tutto oramai, comprendendo che non c'era più alcun riparo, avrebbe anche contentato l'ultima pretesa del marito! il barone, invece, faceva certi giuramenti tremendi per dire che mai, mai, lui vivente, suo genero sarebbe riuscito a rompere il matrimonio: sapeva bene che era spezzato di fatto, ma voleva che Raimondo restasse incatenato per tutta la vita, che la Fersa non potesse prendere, dinanzi al mondo, il posto della propria figliuola... Anche Pasqualino sapeva tutto questo; ma al cocchiere di donna Graziella, che, tenendo per la padrona, gli prediceva il fiasco del conte: «Un po' per volta!» rispondeva. «Lasciate che si finisca la prima causa!... Quando la padrona sarà libera, penseremo a liberare anche il padrone!... Adesso non hanno a decidere i canonici, ma i giudici civili. Con la legge di Vittorio Emanuele, il matrimonio dinanzi alla Chiesa vale un fondello, e solo ha peso quello dinanzi al sindaco: abbasso Francesco II! Viva la libertà!...» Ma donna Ferdinanda, Lucrezia, tutti i sostenitori di Raimondo non si contentavano di una sentenza civile; volevano legittimare la situazione di Raimondo e di donna Isabella dinanzi agli uomini e a Dio. Pertanto Ferdinando, il quale era intimo del canonico Ravesa, pezzo grosso della Curia e proprietario d'una vigna attigua alle Ghiande, gli parlava tutti i giorni a favore del fratello, e don Blasco andava tutti i giorni dal Vicario Coco, intronandolo con le clamorose dimostrazioni della convenienza, della giustizia, della necessità di quell'annullamento di matrimoni: della stramberia, della prepotenza, della birbonaggine del principe che lo contrastava. Il pezzo più grosso da guadagnare era però Monsignor Vescovo; il quale adesso non faceva nulla senza l'approvazione del Priore don Lodovico. Questi, persuaso che l'abolizione delle comunità religiose era quistione di tempo, disinteressatosi di San Nicola, s'era rivolto al Vescovato dove la sua nascita, la sua reputazione d'intelligenza, di dottrina e di santità gli avevano spalancato le porte. In poco tempo, com'era già stato il braccio destro dell'Abate, era diventato il braccio destro del capo della diocesi: la prudenza dei suoi consigli, l'eccellenza della sua posizione, a cavaliere di tutti i partiti, lo avevano reso indispensabile in molte circostanze delicate, quando bisognava conciliarsi le nuove autorità politiche senza tradire le «legittime», salvar capra e cavoli, servir Cristo e Mammone. Ora, se egli avesse detto una parola a favore di Raimondo, il matrimonio di donna Isabella sarebbe stato annullato; ma a donna Ferdinanda, che gli si metteva alle costole per guadagnarlo alla causa della sua protetta, il Priore rispondeva ambiguamente, adducendo le difficoltà da superare, l'imbarazzo in cui lo mettevano. «Sciogliere un matrimonio è una cosa grave... Vostra Eccellenza sa bene quanto la Chiesa sia giustamente contraria a pronunziare sentenze di questo genere, come vada coi calzari di piombo. Essa non può contentarsi di certe prove e di certe ragioni... Queste potevano forse bastare ai giudici secolari, la cui responsabilità non è impegnata dinanzi alla Maestà Divina. Mi duole moltissimo, in coscienza, di vedere Raimondo messo per una via falsa... Dopo questa causa ne verrà una seconda, lo scandalo è immenso... Io ho i miei doveri da compiere... La mia coscienza...» «Coscienza?... Coscienza?...» Donna Ferdinanda, che stava a sentirlo a bocca chiusa e a denti stretti, una volta cantò: «Lasciala da parte la coscienza! Di' piuttosto che non gli hai ancora perdonato d'aver preso il tuo posto e gliela vuoi far pagare, ora che l'hai nelle forbici!...» Il Priore impallidì repentinamente, guardando un istante in viso la zia che lo guardava fisso anche lei, come se gli volesse leggere nell'anima. Poi chinò il capo e portò le braccia in croce sul petto: «Vostra Eccellenza m'affligge crudelmente... Sa bene che le passioni del mondo sono straniere al mio cuore... che io amo mio fratello come rispetto Vostra Eccellenza!... Dica questo a Raimondo; mi fornisca l'occasione di darne la prova...» Donna Ferdinanda andò pertanto da Raimondo per dirgli di recarsi personalmente dal fratello e di raccomandarglisi. Un momento, il giovane si ribellò. Era stanco di pregare e di umiliarsi, di far la corte a Ferdinando e a Giulente per guadagnarli alla sua causa, di imbeccare Pasqualino e gli altri portavoce. S'era già umiliato una volta dinanzi a Giacomo e non gli era valso nulla; s'era umiliato anche dinanzi a Lodovico, quando era andato a Nicolosi, e il fratello non s'era lasciato vedere. Adesso bisognava gettarsi ai piedi di cotesto Gesuita, chiedergli perdono del posto sottrattogli, implorarne col perdono la protezione e l'appoggio. Era troppo, non ne poteva più. Le mortificazioni dell'amor proprio gli cocevano più di tutte, gli facevano stringer le pugna e mordersi le dita e quasi spuntar le lacrime agli occhi... Ma giusto, finita la villeggiatura, tornati tutti in città, la parentela e la nobiltà si schieravan col principe contro di lui. La cugina Graziella andava dicendo dovunque che neppure la causa civile sarebbe andata avanti, che i giudici avrebbero essi fatto un processo per falsa testimonianza a chi avesse tentato di provare la mancanza del consenso; figuriamoci poi la causa ecclesiastica! E una domenica donna Isabella, che era scesa in città per far certe compere, tornò alle Ghiande con gli occhi rossi. «Che hai?» le domandò Raimondo, quasi bruscamente, quasi pronto a sfogare contro di lei, causa prima di tutto quello che gli accadeva. «Nulla... Nulla...» e piangeva dirottamente. Egli dovette alzar la voce per sapere il motivo di quel pianto. La sua amica aveva incontrato per via i Grazzeri e la cugina Graziella; la cugina s'era voltata dall'altra parte, Lucia e Agatina Grazzeri non avevano risposto al suo saluto, fingendo di non vederla... Il giorno dopo egli salì a San Nicola, cercando del Priore. Lodovico lo ricevette a braccia aperte, lo ascoltò con attenzione benevola. Raimondo gli disse, un po' pallido: «Ti prego d'aiutarmi...» Invocava il suo appoggio per uscire dalla falsa situazione in cui si trovava. Era urgente legittimarla per una potente e nuova ragione che nessuno ancora sapeva, che confidava a lui prima che ad ogni altro: donna Isabella era incinta... Con gli occhi quasi chiusi, il capo un poco piegato, le mani raccolte in grembo, il Priore pareva un confessore indulgente ed amico: non una contrazione del viso, non una dilatazione del petto svelava l'intima soddisfazione di vedersi finalmente dinanzi, sommesso e quasi supplice, il ladro che lo aveva spogliato, pel quale era stato bandito dalla famiglia e dal mondo. «Tu puoi aiutarmi, mettere una buona parola...» continuava Raimondo, «far considerare che in fondo non si domanda se non giustizia... perché la volontà di Isabella fu violentata; trenta testimoni proveranno la verità...» «Lo so! Lo so!...» rispose finalmente il Priore. «Io non t'avrei neppure ascoltato se non conoscessi che la religione sta dalla vostra parte!» «Allora, posso fare assegnamento su te?» «Certo, certo!... Ma c'è un'altra quistione... Nel caso presente, non si tratta tanto di giustizia astratta, quanto di prudenza mondana. Sicuramente, noi dobbiamo render conto solo a Dio delle nostre azioni, ma perché la nostra coscienza s'acquieti del tutto, non dobbiamo e non possiamo perder di mira l'effetto che i nostri giudizi sono capaci di produrre!... Ora, come vuoi che cotesto provvedimento sia stimato giusto, se nella nostra stessa famiglia, se il capo della nostra casa, non riconosce le tue ragioni e ti condanna con tanta severità?...» «E se Giacomo si piega?» insisté Raimondo. «Sarà un gran passo innanzi! Vedrai che l'opinione pubblica lo seguirà, che tutti quelli finora dichiaratisi tuoi avversari ti sosterranno concordi. Allora sarà molto più facile ottenere l'intento. Lo stesso Giacomo potrà giovarti presso i giudicanti molto meglio di me. Sai bene quali relazioni egli ha tra quanti circondano Monsignore... una sua parola varrà molto più della mia...» E questa era la dimostrazione a cui voleva arrivare attraverso tante parole. L'affare di Raimondo, tutto quel pateracchio di matrimoni da sciogliere e da ristringere non gli piaceva: il biasimo sordo del gran pubblico gli era noto e lo metteva in guardia contro l'errore di sostenere una cattiva causa, il trionfo della quale, del resto, non gli avrebbe menomamente giovato... Raimondo, tornando alle Ghiande, mandò a chiamare il signor Marco. Chiusi in camera tutt'e due, restarono pochi minuti a confabulare. L'amministratore tornò il domani e poi il giorno dopo, restando sempre più a lungo. Un pomeriggio Ferdinando era buttato sul letto a dormire, quando l'abbaiare dei cani lo destò di repente; il fattore già picchiava all'uscio. «Eccellenza! Eccellenza!... C'è qui suo fratello... Il signor principe...» Egli balzò in piedi, stropicciandosi gli occhi. Giacomo da lui? Adesso che c'era Raimondo? E se si fossero incontrati?... «Vengo subito.. trattienilo tu... ma non dir nulla..» «Come, Eccellenza?... Se i suoi fratelli stanno parlando insieme?... C'è anche la principessa...» Sceso giù a precipizio per evitare qualche guaio, Ferdinando entrò nel salotto e trovò i fratelli e le cognate che chiacchieravano allegramente. «Passavamo di qui,» gli disse il principe, «e abbiamo pensato di farvi una visita...»

Il domani, nella Sala Gialla, la cugina Graziella, venuta prima di colazione e trovata la principessa in compagnia di don Mariano, se la prendeva con più calore del solito contro Raimondo e l'amica sua; narrava i loro nuovi armeggi, le istanze fatte allo zio duca perché prestasse la sua autorità di deputato per ottenere lo scioglimento dei matrimoni, perché persuadesse il suo buon amico Palmi ad acconsentirvi. La principessa, sui carboni ardenti, si faceva di mille colori, alzava, abbassava e girava gli occhi, pareva invocare l'intervento di don Mariano, tossicchiando un poco voleva avvertire la cugina di non insistere; ma questa continuava con nuova lena: «Almeno, avessero un po' di pazienza! Si libereranno egualmente, perché la povera Matilde sta per morire... Pare che vogliano affrettare la sua fine!... Tutte queste notizie figuratevi che effetto le fanno!... Ma suo padre giura più terribilmente di prima che non acconsentirà mai a fare il comodo loro... Sua figlia lo scongiura di desistere perché anche a lui, quando arrivano di queste notizie, è come se gli pigliasse un colpo apoplettico... Veramente, è un po' troppo!... Qui sotto c'è lo zampino della zia Ferdinanda!... Non credete giunto il punto di avvertirli che siano più prudenti?...» La principessa non ebbe il tempo di rispondere, di nascondere il nuovo imbarazzo in cui quella domanda la gettava, quando Baldassarre, entrato senza far rumore, annunziò con la consueta sua bella serenità: «Il signor conte e la signora contessa.» La cugina restò di sale. Raimondo? La contessa? Quale contessa?... E donna Isabella apparve, andò incontro alla principessa che le veniva incontro, l'abbracciò e la baciò sulle due guance. «Come stai, Margherita? Ero impaziente di restituirti la tua cara visita di ieri...» Si davano del tu! La Fersa trovava modo di dire che Margherita era già stata da lei! E il principe sopravveniva, stringeva la mano a Raimondo, dicendo: «Cognata e cugina, resterete a colazione con noi?...»

5.

«Il duca d'Oragua!... Il deputato, il patriotta!... Dov'è? Dov'è?... Eccolo lì!... È ingrassato!... Manca da quasi tre anni!... Viene da Torino?... Signor duca!... Eccellenza!...» E qui saluti ed inchini a destra e a sinistra, certuni che si tiravan da canto una decina di passi prima d'incontrarlo, e si scoprivano come al passaggio del Santissimo Sacramento: tutti che si voltavano a seguirlo un pezzo con gli occhi quand'era già passato. Pochi godevano il privilegio di poterlo accostare, di stringergli la mano, di chiedergli le sue notizie; pochissimi, gli eletti, potevano onorarsi d'accompagnarlo, di scortarlo, di mescolarsi al codazzo degli intimi ammiratori ed amici che lo seguivano su e giù, alla prefettura, al municipio, ai circoli. Ed egli teneva il centro della strada, quasi ne fosse il padrone, ascoltato devotamente da quanti gli stavano a fianco, aspettato da tutta una corte intenta a tessere e a ritessere le sue lodi quando, per un piccolo bisogno imperioso, egli s'accostava a un cantone. Al palazzo, lo stesso andirivieni d'un tempo: elettori, sollecitatori, delegazioni di società politiche che tornavano a ringraziarlo a voce, dopo averlo ringraziato per iscritto, del bene che aveva fatto al paese ed ai concittadini: grazie a lui, la prima ferrovia a cui s'era messo mano in Sicilia era quella da Catania a Messina, e il porto aveva numerosi approdi di piroscafi, e la città era stata dotata di numerose scuole, d'una ispezione forestale, d'un deposito di stalloni; e un istituto di credito, la Banca Meridionale, stava per sorgere; e il governo prometteva d'intraprendere una quantità d'opere pubbliche, di aiutare il municipio e la provincia; e i buoni liberali, i figli della rivoluzione, ottenevano a poco a poco quel che chiedevano: un posto, un sussidio, una croce. La sua popolarità toccava l'apice. Alcuni, è vero, gli rimproveravano l'assenza durante i fatti del '62, addebitandola alla paura, e tiravano in ballo le storie del Quarantotto, lo accusavano d'essersi finalmente rammentato del collegio adesso che, sciolta la Camera, voleva gli riconfermassero il mandato; ma questi mormoratori erano gli eterni malcontenti, i pochi repubblicani, qualche garibaldino sfegatato, tutta gente che non poteva perdonargli la sua iscrizione al partito conservatore. Nelle conversazioni politiche egli difendeva infatti a spada tratta la politica moderata, «ora che abbiamo fatto la rivoluzione e raggiunto lo scopo»; e celebrava l'azione prudente del governo, deplorava le intemperanze di Garibaldi, biasimava il malcontento contro la Convenzione di settembre, affermava che la lega dei buoni era necessaria per salvar la nazione dai nemici esterni ed interni. Più che nei primi tempi della deputazione, faceva colpo mentovando i suoi grandi amici politici: «Quando andai da Minghetti... Rattazzi mi disse... In casa del ministro...» Però non citava più il barone Palmi; se gli parlavano delle gesta del nipote Raimondo, faceva con le spalle e col capo un breve moto che poteva dir tutto, secondo l'umore dell'interrogato: approvazione, compatimento, biasimo. Ma oramai la situazione di Raimondo e di donna Isabella era legittima, e tutti i parenti, dopo l'esempio del principe, li trattavano come marito e moglie. In meno di sei mesi, la Corte vescovile, riconosciuto che il matrimonio era stato contratto per forza e con la paura, aveva liberato la Fersa. Per quello di Raimondo con la Palmi c'era stato un poco più da fare. Da principio, aspettavano che il barone si decidesse anche lui a chiedere l'annullamento del matrimonio della figlia, asserendo di averla forzata a contrarlo; ma il barone, «testa di villan cocciuto», spiegava Pasqualino, aveva e avrebbe detto di no, fino al momento di tirar le cuoia, quantunque sua figlia - felice memoria - si fosse finalmente posto il cuore in pace, specialmente apprendendo che il primo matrimonio non esisteva più e che il conte aveva un figlio da legittimare. La signora donna Matilde - giustizia innanzi tutto! - nonostante le sue stravaganze era ragionevole in fondo, e sapendosi del resto malata, comprendendo che un po' prima un po' dopo il conte sarebbe rimasto libero, s'era persuasa di pregare il padre che consentisse allo scioglimento del matrimonio civile. Del religioso, no, perché aveva certi suoi scrupoli un po' curiosi sulla santità del sacramento; ma basta! suo marito si sarebbe contentato dello scioglimento civile. I conti eran però fatti senza la mulaggine del barone villano, il quale giurava di voler prima morta la figliuola che consentire alla liberazione del genero!... Ah, no? E allora il contino aveva chiesto lui d'essere sciolto, adducendo che la madre lo aveva costretto a prendersi quella moglie! Sapevano tutti che donna era stata la principessa, con quanta prepotenza s'era imposta ai figli. Non aveva violentato la volontà di Chiara, per darle il marchese di Villardita? Così aveva violentato quella di Raimondo per dargli la Palmi! Decine, centinaia di testimoni affermavano che il contino mai e poi mai aveva voluto prender moglie: prima di tutti la parentela, il principe, le sorelle, i cognati, gli zii, le cugine; poi gli amici, poi la servitù, poi tutta la città. Ma per ottenere lo scioglimento del matrimonio bisognava dimostrare che all'atto di pronunziare il sì che lo legava per sempre don Raimondo avesse provato un timor grave: e allora il cavaliere don Eugenio era venuto innanzi al magistrato per testimoniare che la principessa sua cognata aveva fatto accompagnare il figliuolo alla parrocchia da due campieri armati, i quali, se egli avesse risposto no, dovevano legarlo, buttarlo in fondo a una carrozza che stava ad aspettare vicino alla chiesa e portarlo in campagna per usargli le maggiori sevizie. Dai feudi di Mirabella erano venuti due campai a confermare la testimonianza, e il cocchiere l'avea suffragata per suo conto, e il sagrestano pure. Così il tribunale aveva fatto giustizia. E certa gente - Pasqualino non se ne dava pace! - pretendeva che quelle testimonianze fossero false, che i campai fossero stati pagati, che don Raimondo avesse dato una bevuta di trecent'onze allo zio don Eugenio! Quasi che don Eugenio Uzeda di Francalanza, Gentiluomo di Camera di Sua Maestà Ferdinando II (senza esercizio perché Ferdinando non era più di questo mondo e i suoi discendenti avevano ricevuto il benservito) fosse capace di un'azione di questa fatta! Quasi che i giudici fossero gente da accettare deposizioni non vere! Altri volevano dare a intendere che, come uomo, il contino non poteva spaventarsi delle minacce, e che non s'era mai dato il caso d'un annullamento di matrimonio per costrizione della volontà dello sposo. Non s'era ancor dato, e adesso si dava: oh bella, che ci trovavano da ridire? Non ci aveva trovato da ridire neppure il barone Palmi, che non aveva preso parte alla causa! Le male lingue rincaravano che il barone aveva lasciato correre per amore della figlia, la quale era in fin di vita; ma Pasqualino, com'è vero Dio, certe cose neppur intendeva come potessero capire in mente umana! Che c'entrava la malattia della signora donna Matilde col silenzio del barone? Forse che a saper dissolto il matrimonio, la signora Matilde sarebbe guarita dalla contentezza? Era morta, invece - salut'a noi! - qualche mese dopo le giuste nozze del conte e di donna Isabella! Dunque il barone era rimasto zitto perché sapeva che il genero diceva la verità! Subito dopo la pace col principe, Raimondo e donna Isabella s'erano riconciliati con una gran parte degli antichi oppositori; la cugina Graziella, specialmente, s'era messa a difenderli con maggior calore dello stesso Pasqualino, dimostrando che la passione è «cieca», che gli uomini «sono fatti di carne» e le donne pure, e che la colpa di tutto quel che si succedeva andava attribuita tutta alla leggerezza, «per non dir altro», della Palmi. Tuttavia, buona parte della nobiltà restava a fare il viso dell'arme a Raimondo ed all'amica; ma la cugina assicurava che a poco a poco tutti si sarebbero addomesticati, specialmente quando i tribunali avessero fatto giustizia, accordando i divorzi; e non contenta di dare assicurazioni, faceva propaganda, persuadeva i tentennanti, teneva fronte ai borbottoni. Frattanto, ringraziato Ferdinando dell'ospitalità che gli aveva accordata, Raimondo s'era preso in affitto un quartiere nel palazzo Roccasciano e v'era andato a stare insieme con la futura moglie. Giacomo, il Priore, il duca avevano veramente consigliato loro di non farne nulla, di restar piuttosto alla Pietra dell'Ovo fino al giorno della loro legittima unione e poi andar via, a Napoli, a Milano, a Torino, in mezzo a gente nuova. Ma donna Isabella, a cui le schifiltose avevano fatto troppi affronti, voleva prendere la rivincita ed assaporare il trionfo. Raimondo, impegnato a spuntarla contro tutti e tutto, faceva ancora, suo malgrado, ciò che ella voleva. Fermo proposito di lui era d'andar via al più presto, non già per le ragioni di prudenza suggerite dai parenti, ma perché non ammetteva di poter vivere due giorni di seguito, senza una estrema necessità, nel paese nativo; poche parole dell'amica bastarono a dissuaderlo. I suoi parenti non consigliavano forse quel partito perché, nonostante la pace, avevano mediocre piacere di trattarla e preferivano saperla lontana? Non c'erano tuttavia tante persone che la salutavano freddamente, che evitavano di parlarle?... Ed egli cominciò a far spese pazze per metter su una casa, volle che il matrimonio si celebrasse con la massima pompa, quasi sfidando chi prima aveva sostenuto impossibile la riuscita della sua impresa. Fu una festa sontuosa alla quale molti di quelli che si erano ostinati nel biasimo sollecitarono il grande onore di poter assistere, e così donna Isabella assaporò la voluttà di vederseli ai piedi. Peccato che la cugina Graziella, la quale aveva tanto contribuito a quest'effetto, non potesse goderne anche lei, poiché suo marito, pochi giorni prima, aveva preso un raffreddore che pareva all'inizio una cosa da nulla, ma che giusto la notte degli sponsali degenerò in polmonite e tre giorni dopo lo ammazzò. Tutti gli Uzeda furono da lei in quella dolorosa circostanza; il principe, specialmente, nonostante l'abituale freddezza, mostrò di prendere molta parte al dolore della cugina. Ella pareva veramente inconsolabile, raccontava a tutti piangendo la gran bontà del povero marito suo, il grande amore che gli aveva portato, l'irreparabile sciagura che quella morte era per lei. Soltanto la vista dei suoi «cari cugini», i conforti della «famiglia», lenivano il suo cordoglio: i «cugini», gli «zii» erano ormai i soli che le restavano. Ella mise per ogni dove i segni del corrotto, per poco non si tinse di nero la faccia, e durante un buon numero di mesi rifiutò ostinatamente di prender aria, neanche in carrozza chiusa, di sera. Ma la sua prima visita fu al palazzo del principe dove, a poco a poco, riprese l'abitudine di venire spesso a confortarsi. Si prendeva in braccio Teresina ed esclamava, con voce rotta: «Figlia mia! Figlia mia!... Se il Signore mi avesse concesso una figlia come te, non sarei rimasta sola al mondo!... Il Signore ti conservi sempre all'affetto di tua madre... Figlia! Figlia mia!...» tanto che la principessa Margherita, molto impressionabile, si metteva a piangere anche lei. Col tempo, nondimeno, quel grande dolore si calmò, divenne più composto, tale da consentirle di occuparsi delle cose mondane. Suo marito l'aveva lasciata erede universale d'una discreta sostanza, talché ella non aveva da inquietarsi per l'avvenire; piuttosto, non sapendo come disbrigare gli affari dell'eredità, rivolgevasi al cugino principe, il quale glieli metteva in piano. Pertanto ella veniva adesso tutti i giorni al palazzo, certi giorni più d'una volta; ma, quantunque non avesse affari, andava pure spesso da Lucrezia, dalla «zia» Ferdinanda e dalla «cugina» Isabella. In casa di costei tuttavia, a causa del lutto, non compariva il lunedì, giorno nel quale la contessa «riceveva». Quest'uso di ricevere in un giorno determinato era una gran novità della quale si discorreva molto. Donna Isabella, che non s'appagava del trionfo d'una sola sera e voleva piegare le ultime ostinate oppositrici, l'aveva introdotto, riuscendo così a dare al suo salotto un tono speciale, un'importanza straordinaria, tale che le più restie brigavano finalmente l'onore di esservi ammesse. Talché, dopo appena tre anni che era venuta in una volgare camera d'albergo, moglie della mano manca, osteggiata da tutti, ella troneggiava in quell'inverno del '65, autentica contessa di Lumera, fra una corte di ammiratori. «Grazie! Grazie!...» diceva a Raimondo, gettandogli le braccia al collo e stringendolo a sé. «Tu l'hai voluto e ottenuto!... Grazie! Grazie!...» Egli restava di marmo sotto quelle carezze. Vinta la partita, cessata la febbre che lo aveva animato contro le difficoltà, i contrasti e le opposizioni d'ogni genere, faceva il conto di quanto gli costava quel risultato. Confusamente, sordamente, poiché non poteva convenire di esser stato tanto cieco, sentiva d'aver lavorato a ribadirsi al collo una nuova e più pesante ed infrangibile catena, quando invece la sua personale aspirazione, il suo unico ardente desiderio sarebbe stato quello di liberarsi del tutto. Scontento, irrequieto, nervoso, frenavasi dinanzi alla gente; ma in casa, coi familiari, trovava nelle circostanze più futili un motivo di sfogarsi, di gridare, di maltrattare qualcuno; Pasqualino riceveva sulle spalle il fitto della gragnuola; donna Isabella sentiva la tempesta minacciare anche lei, ma la stornava a furia di sommessione, secondando sempre e comunque l'umore del marito. Adesso, l'incosciente rancore di cui Raimondo era animato contro di sé rovesciavasi sui parenti; egli sapeva che in modo diverso, per diverse ragioni, incoraggiandolo o contraddicendolo, avevano contribuito al suo danno e, non potendo accusare se stesso, se la prendeva con quelli. Sua moglie, per evitare che egli pensasse ad altro, gli parlava male di tutti gli Uzeda. E la materia era inesauribile. Chiara, per esempio, che aveva fatto la scrupolosa quand'essi non erano uniti legittimamente, adesso dava da parlare a tutta la città per le cose vergognose che tollerava in casa sua. Con l'utero fradicio dopo l'estirpazione della ciste, non poteva più essere toccata dal marito, e di che si lagnava quella pazza? Forse della condizione in cui era ridotta? Del male che la minacciava sordamente? Nossignore: il suo gran dolore era di non poter servire a Federico! E comprendendo che questi, il quale non aveva niente di fradicio, anzi era sanissimo come una lasca, non poteva far quaresima tutto l'anno, che aveva pensato? Di scegliergli lei stessa certe fiorenti cameriere, una più bella dell'altra, e gliele metteva nel letto, e le trattava a zuccherini, quasi le serviva lei stessa invece di farsene servire!... «Son cose vergognose!... È pazza!...» esclamava donna Isabella, rammentando a Raimondo la storia del matrimonio di Chiara con quel marchese aborrito, la violenza che la principessa madre aveva dovuto farle. «E gli altri? E le altre?» Infatti, dove metter Lucrezia? La pazzia di costei era andata tutt'al rovescio: dopo aver fatto cose dell'altro mondo per sposare Giulente, adesso, a poco a poco, era arrivata quasi a disprezzarlo, gli dava dell'asino a tutto pasto, non poteva soffrire la sua politica che prima l'aveva accesa, gli diceva sul muso: «Ha pur da tornare Francesco II che vi legherà tutti quanti!...» E le speculazioni di don Eugenio? Costui, facendo pagare un occhio del capo al principe di Roccasciano cocci ed imbratti, li riprendeva per due baiocchi dalla moglie che, invasata dal demonio del giuoco, li sottraeva dagli scaffali... E la metamorfosi di Ferdinando? Pareva che la passione per le Ghiande non potesse finirgli mai: un bel giorno le aveva piantate, aveva lasciato in asso tutti gli esperimenti agricoli e meccanici e se n'era venuto a stare in città. Non mancava ai lunedì della cognata, andava tutte le sere al teatro, frequentava le donne e, per non metter più piede nel podere che gli era stato tanto a cuore, lasciava che il suo fattore gli rubasse gli occhi. «È pazzo?... Son pazzi?...» Donna Isabella non parlava d'altro, sapendo d'appagare il rancore di Raimondo. Egli l'aveva, sì, con tutti, ma il suo astio più grande era serbato al principe. Giacomo non aveva prodotto solo un danno morale al fratello, gli aveva anche fatto pagar salato il suo appoggio. Nei momenti in cui era impegnato a spuntarla contro tutti, a trionfare degli immensi ostacoli di cui era irta l'impresa dello scioglimento dei matrimoni, Raimondo non aveva neppur calcolato quel che gli costava la pace col fratello maggiore; era tanto, allora, il suo impegno, che egli avrebbe forse consentito a cedere tutto quanto possedeva. Adesso che faceva il conto e tirava le somme, vedeva che Giacomo gli aveva preso un buon terzo del suo. Come a Lucrezia, aveva presentato a lui la nota dell'ospitalità accordatagli, una nota molto lunga perché comprendeva le spese fatte per la Palmi e le bambine; poi aveva tirato fuori le solite cambiali apparse dopo la morte della madre, addebitandogliene la metà; e nei conti della procura aveva dimostrato d'esser rimasto creditore di parecchie migliaia d'onze, per gl'interessi accumulati degli anticipi: così s'era preso i due fondi di Burgio e Burgitello. Ma la magagna più grossa era stata operata nella divisione, perché egli aveva messo, secondo gli conveniva, i prezzi alle terre, e tenuto per sé le migliori e le più vicine. In cambio di altre proprietà gli aveva ceduto rendite fradice, di difficile ed incerta riscossione, e non contento di tutto ciò gli aveva anche imposto di rinunziare all'uso del quartiere nel palazzo avito, a quella clausola del testamento materno che gli stava come un bruscolo negli occhi... Passata pertanto la foga della lotta, Raimondo era animato da un sordo astio contro di lui; ma donna Isabella, parlandogli male del fratello, non rammentava già queste cose, comprendendo che l'argomento era a due tagli e si poteva ritorcere contro di lei. Invece criticava il carattere prepotente del cognato, la sua severità verso la moglie, il suo disamore per tutti, la sua doppiezza con gli zii. Curiosa per indole, vigile per interesse, ella veniva scoprendo, adesso, in casa di lui, qualche cosa di nuovo che le dava buono in mano. «Hai visto?... Hai visto?...» diceva al marito tutte le volte che tornavano a casa dopo essere stati al palazzo. «E faceva il moralista anche lui! Bisognava sentirlo, quando predicava!... E quella stupida di Margherita che non s'accorge di nulla!...»

La principessa, infatti, non pareva notasse che da un pezzo la vedova cugina veniva a consolarsi «in famiglia» tutte le sante mattine che il Signore mandava e tutte le sante sere. Il principe s'occupava di metterle in ordine l'eredità, e perciò, avendo bisogno di parlarle, l'andava spesso a trovare per suo conto; certe volte la riconduceva con sé al palazzo. La sera ella restava fino all'ultimo nella Sala Gialla, dove la solita società si riuniva. Nessuno degli Uzeda, pel momento, vi mancava: il matrimonio di Raimondo pareva avesse ricondotto la pace in tutti gli animi. Il duca pontificava, aggiustava l'Europa in quattro e quattr'otto, le finanze italiane in men che non si dica, e Giulente stava a udirlo come il Messia, lasciandosi rimorchiare sempre più, disertando il suo partito per corteggiare lo zio, aspettando di prenderne il posto. Il duca, infatti, gli aveva detto: «Quando sarò stanco, lascerò a te il collegio»; e questa era la secreta brama di Benedetto: esser deputato, mettersi nella grande politica. Per dargli pazienza, il duca lo aveva fatto eleggere consigliere comunale, e discorreva con lui anche delle cose del Municipio, delle riforme da introdurvi. Quantunque il Parlamento fosse in piena sessione, egli non parlava d'andar via, occupato a sbrigare i suoi affari. Il patriottismo gli era costato: per sussidiare i perseguitati, per comperar fucili e cartucce, per offrire rinfreschi alla Guardia nazionale, aveva fatto qualche debituccio, ipotecata la sua magra proprietà: ora la rimetteva in ordine. Dove trovava i quattrini? Dicevano che spartisse negli appalti fatti accordare a Giulente zio; ma quei guadagni, quantunque grossi, non potevano bastare alle grandi operazioni che disegnava. Fondata la Banca Meridionale di Credito e di Depositi, aveva sottoscritto per cento azioni di mille lire l'una; è vero che non aveva versato se non un quarto; ma nello stesso tempo egli parlava d'una grande compagnia di navigazione a vapore, d'una società per la lavorazione degli zolfi, di un'altra pel taglio dei boschi etnei. Don Blasco e donna Ferdinanda, ciascuno per conto proprio, s'ingegnavano con ogni mezzo di appurare come facesse; fu il marchese Federico quello che li mise sulla buona strada. Con le economie del suo largo reddito, il marchese faceva ogni anno qualche acquisto; ultimamente aveva comperato una villa al Belvedere, per stare a casa propria durante la villeggiatura, e gli era rimasta tuttavia una sommetta della quale non sapeva che fare. Era troppo esigua per comprare una proprietà; darla a mutuo non voleva; che cosa bisognava farne? «Acquistane rendita pubblica!» gli aveva consigliato il duca, spiegandogli i vantaggi dell'impiego, offrendogli di farla venire da Torino. «Vostra Eccellenza ne ha dunque comprata?» gli domandò il marchese. «Ne ho comprata, ne ho venduta... secondo i corsi... capisci bene...» poi, quasi pentito d'avergli fatto comprendere che ci aveva speculato su durante i cinque anni passati a Torino, col comodo delle notizie appurate nelle anticamere dei ministeri, aveva mutato discorso. Il marchese titubò un pezzo, un po' per fedeltà al principio borbonico, molto più per paura di perdere i suoi quattrini, frutto e capitale, con l'idea che l'Italia fosse sempre sul punto non che di fallire, ma di andare a rotoli; finalmente un giorno, incontrato il duca che veniva a riscuotere le cedole del semestre scaduto, vistolo venir via con un bel rotolo di biglietti, si decise. E la sera che annunziò al palazzo l'acquisto, bisognò sentir don Blasco! «Ah pezzo di pagliaccio! Anche tu? Con l'Italia anche tu? Sei impazzito anche tu?» «Perché?» tentò rispondere il marchese. «Al Sessantasei, il capitale frutta il sette e mezzo per cento... Le cedole sono pagate puntualmente alla scadenza...» Il monaco stava a sentirlo, spalancando tanto d'occhi, come aspettando di vedere fin dove sarebbero arrivate le enormità che quel bestione eruttava: alla fine scoppiò: «Te ne netterai il fondamento, delle tue cedole!... Andrai a riscuoterle al lungo comodo, pezzo d'asino!...» E rivolto a Chiara, con le mani in capo: «Fallo interdire!... Ti vuol rovinare!... L'impiego al sette per cento!... Se non ne vogliono neppure in elemosina?...» Girando poi uno sguardo tutt'intorno, con amara ironia: «Impiego sicuro, signori miei!... Quando la rendita napoletana era al cento e dieci!... Un altro poco e scenderà al cinque la cartaccia sporca!... Allora con cinque lire di capitale, avremo cinque lire l'anno! Arricchiremo tutti quanti! Viva la cuccagna! Viva il gran Vittorio!» Il duca, che stava in un angolo con Benedetto spiegandogli le proprie idee sull'avviamento della Banca Meridionale, che sotto la direzione di don Lorenzo Giulente doveva «venire all'aiuto dell'incremento industriale e commerciale» e «cooperare l'opera protettrice del governo», sorrise impercettibilmente, scrollando le spalle, alla sfuriata del fratello; Chiara, preso in disparte suo marito, gli disse: «Non dar retta a quel pazzo!... Tu hai fatto benissimo: comprane dell'altra.» E dopo un poco lo condusse via, prima che la società si sciogliesse, come faceva da un pezzo, senza che si sapesse la ragione della sua gran fretta di tornare a casa. La ragione era questa: che Rosa Schirano, la nuova cameriera da lei presa a Federico, un bel pezzo di ragazza della Piana, bianca e rossa al pari d'una mela, era incinta per opera del marchese; e invece di cacciarla via, ella non capiva in sé dal contento. Questa era anzi la secreta speranza che l'aveva indotta a metter tante fresche ragazze a fianco del marito; poiché voleva un figlio di lui e non era buona a farlo, s'accontentava di quello di un'altra, le pareva naturalissimo circondare di cure quest'altra che Federico aveva fecondata, e ne invidiava la sorte. Ella stessa le aveva strappato la confessione dell'errore, e la ragazza, impaurita e tremante, era rimasta, poiché la padrona, invece di buttarla giù dalle scale, le aveva detto: «Non t'inquietare; penserò io a tuo figlio!...» Da quel giorno Chiara non aveva avuto pensieri se non per la cameriera. Un certo senso di rispetto umano le aveva impedito di continuare a tenerla nelle proprie camere col ventre sempre più gonfio; ma giù nel cortile, nelle stanze che la moglie del cocchiere era stata costretta a cederle, la visitava tre o quattro volte il giorno, le mandava i migliori bocconi della sua tavola, la teneva nella bambagia. Quando la cosa si riseppe, tutti i parenti, specialmente i fiutoni, don Blasco e donna Ferdinanda, cominciarono a fare un diavolìo, gridandole che dovesse cacciare a pedate quella ciarpa; ma Chiara, fingendo che Rosa avesse la tresca fuori di casa, la scusava, e dichiarava di non poterla veder soffrire. «Le tentazioni, per queste povere ragazze, sono tante!... Speriamo che la sposerà, chi è stato... Io so che cosa vuol dire gravidanza... Non ho il coraggio di buttarla in mezzo a una strada...» Ma il più bello era che il marchese si seccava e si vergognava anche un poco di quella paternità clandestina. Col marito, Chiara non aveva tenuto nessun discorso in proposito; ma quando la cugina Graziella si mise anche lei della partita, venendo a dirle di mandar via quella sgualdrina, ella si fece rossa, non sapendo lì per lì che rispondere; ma appena l'altra se ne andò, proruppe, rivolta a Federico: «Sentila, adesso!... Io faccio quel che mi pare e piace, e tu solo hai il diritto di comandare, qui dentro!... Fa la scrupolosa, adesso, questa non so che cosa! Dopo che ruba Giacomo a sua moglie! Ci vuole la sciocchezza di mia cognata, per non accorgersi di nulla!...» Veramente, più d'uno ne cominciava ora a mormorare, e tra la servitù delle due case correvano già certe occhiate d'intelligenza, si scambiavano certi commenti che facevano inghiottire a Baldassarre botti di veleno. Il signor principe non poteva dunque fare un atto di carità, sorvegliando l'amministrazione intricata della cugina, che già le lingue di vipera ci trovavano a ridire? Forse perché s'era parlato di matrimonio tanti anni addietro? Ma il padrone aveva fatto la volontà della principessa, sant'anima, e adesso pensava ai suoi figli, rispettava la moglie, aveva tutt'altro pel capo che le galanterie! Se avesse voluto andar dietro alla cugina, ne avrebbe avuto tanto tempo, senza aspettar la morte del marito, perché proprio quel buon diavolaccio del cavalier Carvano non era tipo da metter paura! Non vedevano del resto la principessa? Era la più interessata di tutti a sapere la verità; e se quelle ciarle maligne avessero avuto fondamento, se ne sarebbe rimasta così tranquilla?... La principessa era più tranquilla che mai, sempre piena di obbedienza verso il marito, sempre aspettando gli ordini che egli le impartiva spesso con una sola guardata. La cugina a poco per volta quasi domiciliavasi a palazzo, dava ordini alle persone di servizio come le pagasse lei, esprimeva su tutti gli affari della casa la propria opinione, della quale il principe teneva più conto che non di quella della moglie; ma donna Margherita, invece di dolersene, respirava più liberamente perché Giacomo la lasciava quieta, non pretendeva ch'ella gli desse ragione in tutto e per tutto, e non la rimproverava se le cose non riuscivano poi com'ei voleva. Pertanto, se qualche giorno la vedova non veniva, ella la mandava a chiamare prima che il principe notasse l'assenza, e la tratteneva tutto il giorno in casa, le affidava Teresina, la trattava come una sorella. Quell'intrinsichezza le procurava un altro vantaggio grande, impagabile, risparmiandole l'orrore di toccar le chiavi, i mobili, gli oggetti. Quando bisognava metter fuori biancherie, o frugare negli armadi, o riporre qualche cosa nelle casse, la cugina faceva tutto lei, andava e veniva con le chiavi alla cintola per la casa, la metteva sossopra, al punto che in sua assenza non si trovava più nulla e bisognava mandare qualcuno a chiamarla. «Almeno, levassero via la bambina!» diceva donna Isabella, scandalizzata, a Raimondo. «La fanno assistere a un bello spettacolo!...» E don Blasco e donna Ferdinanda già cominciavano a fare anch'essi i loro commenti; ma quando Rosa Schirano partorì al marchese un bel figlio maschio, bianco e rosso, grosso e grasso, la nuova guerra tra gli Uzeda divenne generale. Chiara, fuori dei panni dal piacere, riprese vicino a sé la cameriera, le cercò una balia, diede al piccolino tutto il corredo preparato un tempo pei suoi propri figli. Lo teneva mattina e sera in braccio, lo dava a baciare al marito dicendogli: «Guarda com'è bello!... Ti somiglia, eh?...» ma quand'era sola, faceva calare dall'alto dell'armadio la boccia polverosa col mostricciattolo partorito da lei, abbracciava con un solo sguardo l'orribile aborto giallo come il sego e il bambino paffuto che tirava pugni, e due lacrime le spuntavano sulle ciglia. «Sia fatta la volontà di Dio!...» Riposta la boccia, tutte le sue cure e tutti i suoi pensieri si rivolgevano al figlio di Rosa, al quale aveva persino messo il nome di Federico... Ma Giacomo diede della pazza alla sorella; Chiara, sentendosi pungere, si mise a cantare contro il fratello che teneva la ganza in casa e le affidava la figlia; Lucrezia, che aveva già fatto pace con Giacomo al tempo del matrimonio di Raimondo, voltò nuovamente casacca e accusò Giacomo, unicamente perché Benedetto consentiva con lui nel biasimare le stramberie della marchesa; donna Isabella, per distrarre Raimondo, che aveva un umore sempre più nero, rincarò la dose contro il principe, contro Chiara, contro Lucrezia; don Blasco e donna Ferdinanda soffiavano nel fuoco ciascuno per suo conto, ora formando leghe contro Chiara, ora contro Giacomo, ora contro la contessa; e tutti e tutte, giovani e vecchi, fratelli e sorelle, zii e nipoti, ricominciavano a buttarsi addosso, volta per volta, l'accusa di stravaganza, di ossessione e di pazzia. In mezzo ad essi, il Priore portava la sua serena indifferenza per tutte le cose di questo mondo, dopo aver fatto la corte a Monsignore e brigato col coadiutore, col Vicario e coi canonici; Ferdinando, elegantissimo, non parlava più d'altro che di abiti e di sarti forestieri; il duca, udendo tutti senza rispondere a nessuno, scambiava telegrammi coi sensali che giocavano in Borsa per conto suo, e badava a ordinare le sue banche e società; il cavaliere don Eugenio, lasciata in asso l'Accademia dei quattro poeti, si occupava unicamente d'un certo negozio di zolfi che pareva molto lucrativo - con le trecent'onze della falsa testimonianza, dicevano le male lingue - e la principessa era felice di tener per aria le mani bianche e lucide, preservandole da ogni contatto, adoperandole soltanto per abbracciare i suoi figli. Teresa, adesso vicina ai dodici anni, formava il suo orgoglio, per la bellezza della persona e la bontà dell'animo. Mai un dispiacere da quella bambina; lo stesso principe, che a giorni pareva cercasse col lanternino i pretesti per andare in collera, non la coglieva mai in fallo. Bastava che le dicessero una volta: «Teresina, ciò dispiace a tuo padre», oppure: «Tuo padre vuole così», perché ella chinasse il capo senza fiatare. Per l'obbedienza esemplare, per la dolcezza del cuore, ella raccoglieva dovunque lodi e premi. Cresciuta negli anni, non la mettevano più nella ruota per farla passare tra le monache, a San Placido, ma la conducevano spesso al parlatorio della badìa. Ella che aveva frenato, piccolina, la paura di restar chiusa nello spessore del muro, e il terrore del crocifisso nero, preferiva anche ora, in cuor suo, le belle passeggiate all'aria aperta; ma poiché ai parenti faceva piacere che andasse dalla zia monaca, ella stessa sollecitava quelle visite dietro le grate. Ella passava per prove ancora più forti. La vigilia dei Defunti, tutti gli anni, la famiglia recavasi nelle catacombe dei Cappuccini, a visitare gli avanzi della principessa Teresa, per ordine del principe, il quale da canto suo restava in casa temendo che la vista dei morti gli portasse iettatura. La bambina tremava da capo a piedi. Che spavento, tutti quei morti pendenti dalle pareti, chiusi nelle casse, vestiti come in vita, con le scarpe ai piedi e i guanti alle mani; certuni con la bocca contorta come se urlassero dallo spasimo, altri che ridevano d'un riso sgangherato; la nonna, tutta nera in viso, nella bara di vetro, vestita da monaca, con la testa sopra una tegola e le mani aggrappate disperatamente a un crocifisso d'avorio!... Tremava tutta, la bambina, dallo spavento, dall'orrore, e la notte sognava tutti quei morti che le danzavano intorno; ma nascondeva il proprio spavento poiché il confessore le aveva detto che i poveri morti non possono far male, che è dovere visitarli, che bisogna continuamente pensare ad essi perché un giorno anche noi moriremo e andremo dinanzi al Giudice eterno. Quasi in tutte le chiese, del resto, ella aveva un senso di fredda paura; alla Madonna delle Grazie c'era una parete piena di doni votivi: gambe, teste, braccia, mammelle di cera sulle quali erano dipinte orribili piaghe paonazze; ai Cappuccini, nella cappella della Beata Ximena, vedevasi la bara dove custodivano il suo corpo. Dicevano che si conservasse così fresca, dopo secoli, come se fosse spirata da un'ora; ad ogni centenario della beatificazione scoperchiavano il feretro; ella pensava con terrore che fra dodici anni, nel 1876, sarebbe capitato il terzo centenario. Ma poiché faceva sempre forza a se stessa e niente traspariva delle sue paure, e la vedevano stare lunghe ore in quelle chiese, inginocchiata, pregante, tutti lodavano la sua pietà; alcuni dicevano perfino: «Cresce come la Beata; santa come lei!» E queste lodi, sì, l'inorgoglivano; per guadagnarsele sopportava tutto in pace. Anch'ella, come tutte le altre sue amichette, desiderava le belle vesti nuove, dai colori gai, dalle ricche guarnizioni, o le prime buccole, un anellino; ma suo padre diceva che queste cose guastano le ragazze; e invece di piangere e di gridare, come facevan tante, ella chinava il capo, confortata dalla sua mamma che le prometteva all'orecchio: «Vedrai, amorino mio, quando sarai grande!...» Consalvo non aveva lo stesso carattere della sorella; tutt'al contrario; ma la principessa, scusandolo, lo esortava ad essere buono. Le esortazioni della mamma non davano molto frutto. Sperato invano di tornare a casa pei torbidi del Sessantadue, egli aveva visto passare gli anni uno dopo l'altro senza che il padre mantenesse la promessa di toglierlo dal Noviziato. Tutte le volte che era venuto al palazzo, il ragazzo l'aveva rammentata al principe; ma questi rispondeva invariabilmente: «Più tardi... in primavera... in autunno... non tocca a te pensarci!...» Così rodeva il freno, aspettando la primavera e l'autunno che lo ritrovavano ancora in quella prigione, smaniante, irrequieto, buttato a un tratto col partito dei liberali, nella speranza della soppressione dei conventi. Giovannino Radalì, che, durando la madre nel proposito di fargli pronunziare i voti, nutriva anche lui quest'unica speranza per tornare al secolo, lo aveva convertito; ma l'annunzio della soppressione somigliava alle promesse del principe: ripetute sempre, non si trovavano mai confermate dai fatti. Perciò, continuamente irritato dall'ostinazione del padre, pieno di invidia per quei compagni che ad uno ad uno se ne tornavano in famiglia a godersi la bella libertà, egli diventava il tormento dei maestri, dei fratelli, dei camerieri, di tutto il convento, e rifiutava anche di andare a casa, o, se vi andava, non salutava nessuno, non parlava, stava tutto il tempo della visita con tanto di muso. Ora che al palazzo non si rimoveva una seggiola senza il beneplacito della cugina, costei prestava mano forte al principe, giudicava che il ragazzo, pel momento, stava bene dov'era; gli diceva, con tono d'affetto materno, mentr'egli fremeva d'odio contro quest'altra: «Non dubitare; verrai via a suo tempo; per ora bisogna studiare... Vedi la mia figlioccia'! Anche lei va messa in collegio...» La signorina Teresina in collegio?... Nella corte, tra la parentela, la notizia, appena risaputa, fu commentata in mille modi: «E perché?... Non sta bene in casa?... Il duca ha voluto così... E che c'entrava il duca?... No, è stato il principe... No, la cugina... La principessa piange da mattina a sera...» Ciascuno diceva la sua, qualcuno soffiava che forse la decisione era stata presa perché un giorno la signorina, entrata inavvertitamente nella Sala Rossa, aveva trovato il principe e la madrina in troppo intimo colloquio... Ma Baldassarre, col suo tono d'autorità che troncava tutte le chiacchiere, dava la versione schietta e genuina: tutte le grandi famiglie di Palermo e di Napoli, al giorno d'oggi, stillano di mettere le signorine in collegio, nei collegi a chic, dove imparano la lingua italiana e anche la francesa: il barone Cùrcuma ci aveva messo la sua ragazza, dunque la figlia del principe di Francalanza doveva andare anche lei in uno di quei collegi. Il signor duca conosceva che quello dell'Annunziata, a Firenze, era il più a chic di tutti, perché infatti costava più caro; e anche il signor don Raimondo e la contessa donna Isabella, che a Firenze c'erano stati di casa, dicevano altrettanto e approvavano che la principessina ricevesse l'educazione conveniente!... Egli non diceva che donna Ferdinanda, alla notizia della decisione presa a sua insaputa, s'era scagliata con più violenza contro il principe e aveva perdonato a Chiara l'allevamento del bastardo per andare a sfogarsi con lei contro queste stupide novità dei collegi fiorentini, quando ai suoi tempi le ragazze nobili imparavano in famiglia a filar seta e non s'impinzavano di sciocchezze italiane e forestiere; non diceva che don Blasco girava per le case dei nipoti predicando la crociata contro le porcherie che si commettevano al palazzo... Pel Baldassarre, il principe era Dio, e tutto ciò che il padrone faceva era ben fatto. Rispettava anche gli altri parenti e perciò le voci di quelle guerre in famiglia lo contristavano positivamente; voleva che tutti andassero d'accordo per il buon nome, per il prestigio della casata. E negava i piccoli dissidi, scemava importanza ai grandi, imponeva silenzio al basso personale sempre con l'orecchie tese per acchiappare a volo qualche notizia piccante, attribuiva all'invidia delle altre case meno nobili e ricche le voci maligne che circolavano tra i servi. Esse non dovevano a nessun costo arrivare al padrone; se costui domandava perché il tale o tal altro guattero era stato congedato, egli trovava un buon pretesto, oppure diceva che era stato il signor Marco. Stimava pertanto l'amministratore, che era come lui geloso del buon nome della casa e pieno di rispetto verso il principe e di giusta severità verso i dipendenti. Del resto, alla lunga, gl'invidiosi si stancavano di sparlare. Prima di tutto, alcuni dei parenti andarono via e perciò i motivi di lite scemarono. Il contino Raimondo un bel giorno, senza aver detto niente a nessuno, fece i bauli e se ne partì con la moglie per Palermo, lasciando a Pasqualino l'incarico di vendere la mobilia comperata un anno prima. Poi partì il duca diretto a Firenze e conducendo via anche la principessina Teresa, per metterla al collegio, com'erasi stabilito. La bambina, nel congedarsi, piangeva dirottamente dal dolore di lasciar la sua casa, di entrare nel collegio di Firenze, tanto lontano, dove neppure la domenica, neppur dietro a una grata, come a San Placido, avrebbe potuto vedere la sua cara mamma. La comare però le diceva: «Non piangere così; non vedi che fai male a tua madre?...» e allora ella inghiottiva le sue lacrime, si ricomponeva. Il giorno della partenza, la principessa ebbe una convulsione di pianto, abbracciando furiosamente la figlia; e la stessa cugina aveva gli occhi rossi, ma faceva coraggio a tutti: «Teresina tornerà fra qualche anno; e poi ogni autunno l'andremo a trovare, è vero, Giacomo?... Verrò anch'io; sei contenta così?... Vedrai poi, quando tornerai istruita ed educata come si conviene, quanto tutte t'invidieranno!... Vedrai anche tu, Margherita, quanto sarai orgogliosa della mia figlioccia!...» La bambina allora chinò il capo, s'asciugò gli occhi, e disse alla sua mamma, seria e composta com'era sempre stata: «Non t'angustiare, mamma mia bella; ci scriveremo ogni giorno, ci rivedremo presto... Vedi che sono ragionevole?..» Un amore di figliuola, quella lì; vera razza dei Viceré! Poi partì anche il cavaliere don Eugenio per Palermo. La ragione di questa partenza qui non si seppe molto bene. Il cavaliere aveva detto che certe grandi case palermitane lo avevano chiamato per associarlo in grandi e nuove speculazioni dove c'era da arricchire in poco tempo; ma le male lingue, che non tacciono mai, volevano dare a intendere che egli era scappato perché, mangiatisi i quattrini degli zolfi presi a credenza, contro cambiali che non poteva più pagare, correva rischio di prendersi qualche soma di sante legnate... Comunque andasse la cosa, fatto sta che, partite tutte queste persone, la pace tornò a regnare in famiglia. La cugina, affezionatissima, veniva giorno, sera e notte a tenere compagnia e a dare una mano alla principessa, che le era gratissima di tante attenzioni; venivano anche gli altri parenti, non più inviperiti come un tempo; gridavano, è vero, ogni tanto: don Blasco, per esempio, a motivo della soppressione dei conventi annunziata nel programma della nuova legislatura, o la signora donna Lucrezia contro il marito e i liberali; ma niente di positivo. Il principe, da canto suo, badava agli affari dell'amministrazione, ma senza più affaticarsi troppo, senza più tenere le interminabili sedute d'un tempo col signor Marco.

Ora un giorno, che fu giusto il 31 dicembre 1865, Baldassarre corse ad una chiamata del padrone il quale era nel proprio scrittoio in compagnia del notaio. «Accompagna il notaio dal signor Marco e consegnagli questo biglietto,» gli disse il padrone. «Eccellenza,» rispose Baldassarre, «è andato fuori mezz'ora addietro...» «Va bene; metterai dunque il biglietto sul suo tavolino. E voi, notaio, mi farete il piacere d'aspettare un poco... Tu va' a prendere un cartellino col si loca, di quelli delle botteghe; ce ne deve essere, nel magazzino... E attaccalo al balcone della sala del signor Marco.» Baldassarre, nonostante la sua abituale passività nell'obbedienza, restò un momento a guardar per aria. «Il si loca nel balcone della sala: hai capito?» ripeté il padrone che non amava dire due volte le cose. «Subito, Eccellenza.» Corso a prendere il cartellino, il maestro di casa salì a quattro a quattro le scale dell'amministrazione, entrò nel quartierino del signor Marco e, lasciato il biglietto sulla tavola, aperse la vetrata e si mise ad attaccar l'appigionasi. Non capiva bene che cosa significasse quell'ordine né quel che stesse per succedere; ma sentivasi inquieto. Giusto mentre finiva di legare la tavoletta, apparve, giù nella via, il signor Marco. Si fermò un istante a guardare in alto, poi cominciò a gesticolare, domandando al maestro di casa che diamine facesse, e Baldassarre gli rispondeva additando le finestre del padrone, per fargli intendere che obbediva ad un suo ordine. A un tratto il signor Marco si mise quasi a correre, e dopo pochi minuti gli arrivò dinanzi pallido e col fiato ai denti. «Che fai? Perché il si loca? Chi diavolo t'ha detto?» «Il principe, il signor principe.. c'è anzi una lettera... lì, sulla tavola...» Leggendo il biglietto, le mani e le labbra tremavano al signor Marco, come se gli stesse per prendere un accidente; e Baldassarre, impaurito, si tirava un poco indietro, pronto a chiamare soccorso; quando, strappato malamente il foglio, l'altro gridò, con voce rotta: «A me?... Il congedo?... Come a un guattero? L'ultimo del mese? Ladro schifoso! Principe porco!» «Don Marco!...» balbettò Baldassarre, atterrito. «A me il congedo?... E il notaio per la consegna?... Credeva forse che gli volessi portar via i suoi denari?... Quelli che ha rubati ai fratelli e alle sorelle?... O le sue carte? Le prove delle sue ruberie? Delle sue falsità? Ladro, ladro, ladrone! E più porco io che gli tenni mano!... Mi manda via perché non ha più da spogliare nessuno?...» Con le mani in capo, Baldassarre scongiurava: «Don Marco!... Signor Marco!... per carità!... possono udirvi!...» ma l'altro, fuori della grazia di Dio, tremando dall'ira, buttava fuori quel che aveva in corpo contro il padrone e tutta la sua razza: «Dieci anni! Dieci anni di studio per rubare i suoi parenti! quegli altri pazzi e furbi, scemi e birbanti!... E non mangiava, non beveva, non dormiva, studiando il modo di accalappiarli, facendo il moralista, fingendo l'affezione, il rispetto alle volontà di sua madre; pezzo di Gesuita più di quell'altro Sant'Ignazio del Priore, pezzo di porco più di quell'altro maiale di don Blasco! Ah, crede che la gente non sappia quant'è porco, con la ganza in casa, adesso che non ha più nessuno da rubare, con la ganza sotto gli occhi di sua moglie, sotto gli occhi di sua figlia, fino all'altr'ieri?...» «Don Marco!» gridò Baldassarre, minaccioso finalmente anche lui, per tentar d'arrestare quella fiumana di male parole che i gesti disperati di preghiera e di paura non erano valsi a frenare. E il signor Marco lo guardò stralunato, quasi accorgendosi in quel punto della sua presenza. «Mi meraviglio!» continuava il maestro di casa, fermo e contegnoso. «La volete finire, una buona volta?...» Allora l'altro gli tirò sul muso un'amara sghignazzata. «Zitto, tu! Prendi le parti di tuo fratello, bastardo?» Giusto in quel momento comparve il notaio che saliva dal quartiere del principe: «Signor Marco...» ma l'altro non lasciò dire: «Venite per la consegna, eh?» riprese a tonare. «Che cosa volete che vi consegni? le carte false del vostro padrone? gli atti carpiti? le transazioni strozzate?... Ecco qui, prendete!...» E cominciò a buttare all'aria tutto ciò che si trovava sulla scrivania, sugli scaffali. «Temete che io li porti via? Non ne ho bisogno. Lo sanno tutti che razza d'imbroglione, di ladro e di falsario è il vostro principe! Voi lo sapete, che ha rubato la sorella monaca e la badia col cavillo dell'approvazione regia, e quell'altra pazza per consentire al suo matrimonio, e il Babbeo perché è babbeo e il contino per dargli mano a quelle altre vergogne!... Voi le sapete meglio di me tutte le trame che ha ordite, le cambiali vecchie pagate dalla madre, fatte ripagare due volte, prima ai legatari, poi al coerede; e i debiti supposti, la procura carpita...» «Di grazia, signor Marco... un po' di misura...» «Misura? Sono misuratissimo, sono! O credete che mi dolga del posto perduto?... Ne troverò un altro, non dubitate!... E da per tutto sarò trattato meglio che tra questi arlecchini finti principi... Forse temevano che io li rubassi, eh? Che io m'arricchissi a spese loro?... Lo disse una volta, quel maiale del monaco: vi pare che non l'abbia risaputo?... Io che ci ho rimesso di sacca mia? perché se trovavano un centesimo mancante gridavano un mese durante!... Casa munifica, in verità, da poterci fare il nido!...» E spalancando gli armadi e le cassette riprendeva: «Qui!... Prendete, vi consegno ogni cosa!... Venite a guardare sotto il letto, se c'è il cantero!... Frugatemi addosso, se gli porto via qualche cosa... A voi, chiappate: sono le chiavi delle casse e degli armadi; ditegli che se le...» E le lasciò correre per terra. A un tratto, vide, nell'armadio spalancato, appesa a un uncino di rame dorato, quella della bara della principessa, l'unico regalo fattogli dalla defunta oltre le vecchie tabacchiere, dopo quasi trent'anni di servizi. Afferrarla e scaraventarla contro il muro, fu tutt'uno. «E questa con l'altre...» gridò, con una mala parola da far arrossire la morta, laggiù, nelle catacombe dei Cappuccini.

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23.47.48