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Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

C A R L O   D O S S I

AMORI

 

SECONDO CIELO.

Tilia

Ancor prima che il nostro amore prenda un nome, amiamo. Vi ha una etÓ, che in alcuno conf˛ndesi colla infantile, in cui l'Ónima, anelante di congiungersi ad altra e non trovando chi incontro le venga, dona parte di sŔ perfino ad oggetti della natura inorgÓnica, i quali, sotto il suo soffio, si fanno quasi sensýbili: non potendo raddoppiarsi, si divide. AdelÓide Maraini, dalla mano che sculpendo pensa, ha espresso plasticamente questa etÓ, questo sentimento, in un gruppo di marmo "la preghiera a VŔnere." Una giovinetta sedicenne, in cui il succhio vitale pulsa in tutte le vene e ne inturgidisce le mammelle e le labbra, accorre, si aggrappa ad un'erma di arcÓica divinitÓ, tagliata a rette ed a spýgoli. Nulla pi¨ appassionato e carnale della fanciulla; nulla pi¨ indifferente e petrigno del simulacro che essa abbraccia: eppure, il masso, a contatto dell'amore, diventa amore, e assume le sembianze di VŔnere. Col vuoto dinanzi a noi, senza scopi, il nostro desiderio si perderebbe negli spazi: un velo, un'ombra, un sogno, che esso trovi sul suo cammino, bÓstano a trattenerne la dispersione e a rŔndercelo come un'eco, come un riflesso.

Qual bimbo, e, pi¨ ancora, quale bambina non f¨rono innamorati del loro fantoccio o della loro pupazza e non si coricÓrono, non mangiÓrono, non piÓnsero o sorriser con essi, tanto pi¨ appassionati e sollŔciti intorno al loro balocco quanto esso men riproduceva il vero e per˛ pi¨ lasciava alla fantasia libero campo di migliorarlo e quasi di crearlo? GiÓ ti narrÓi - amica geniale - della regina di cuori, mia prima fiamma. Di sýmili amori, altri ebbi e non pochi, e benchŔ, per la lontananza degli anni e per gli occhi della memoria che vanno affievolŔndosi, io oggi li scorga velati come da nebbia, distinguo ancora tra essi una marionetta in vaporosa veste di ballerina, stelleggiata di talco, che, piroettando, fisÓvami col verniciato suo sguardo, acceso roteante fiammifero, e una salutatrice magoghetta cinese che sý graziosamente moveva la testolina dal lungo ago crinale... - cari amori di legno, di stoffa, di porcellana, che abitÓrono, a tratti, il cuor mio e ne ingannÓron la fame.

[Chi lo direbbe? Tra gli oggetti de' miei innamoramenti, c'Ŕ anche un orologio. Pur nella solit¨dine ebbi istanti ancora pi¨ solitari. Anche il deserto contiene stese di maggiore desolazione, dove traccia non scorgi di carovana e di belve, orme ed ossa. Studente in una cittÓ, nella quale non conoscevo persona e non osavo con˛scerne, passavo intere giornate senza uscire di cÓmera, senza staccarmi dal tÓvolo. Per vedere qualcuno, per avere una parola altr¨i dovevo farmi malato e mandare pel mŔdico. Bisognoso allora di un cuore che al mio si accompagnasse nŔ decidŔndosi esso a venire a mŔ dalla cappa del fumo o dal buco della serratura, lo trovÓi nell'orologio a pŔndolo del caminetto, un orologio napole˛nico dal vibrato tic-tac. E il mon˛tono monosillÓbico bÓttito prese tosto modulazioni di lingua. Era una voce che mi diceva continuamente quanto io bramava di udire "ti amo, ti amo". E da quell'ora non fui pi¨ solo.]

Cosý, pei m˛bili grandi e piccoli, vissuti con mŔ o con i miŔi genitori o coi padri, per quanto lontani, de' padri miŔi, io ebbi ed ho profonde affezioni. PerocchŔ mi sembra che parte dell'anteriore mia vita e di quella di chi mi die' sangue e nome, sia in essi materialmente indugiata. Quel pýccolo crocifisso, incrostato di madreperla incisa, che posa sul mio scrittojo, io non lo posso, nella mia mente, distaccar dalle mani, anch'esse in croce e perlacee, di Anna Camilla, m˛naca bionda e da trecent'anni mia zia, cons¨ntasi giovanýssima tra gli incendi divini e i rimorsi della castitÓ: quel ventaglio dalle stecche d'avorio dorato e dalla pittura di rosei grassocci amorini messi all'asta fra dame in guardinfante e cicisbŔi in parrucca, mi svŔntola ancora in viso le risate mondane e il profumo di muschio e peccato della incipriata quadrisÓvola mia, Matilde: quel fazzoletto dagli stemmi tarmati, mi sembra, quando lo spiego, evaporare acri lÓgrime delle infinite piovute dai negri ed alteri occhi di mia trisÓvola Marýa Lucýa, piangente il fulvo marito trafitto sull'ucciso cavallo ne' campi di Slesia, la corazza lucente ai raggi, invano pietosi, della luna.

E quando libo in quel cÓlice cristallino di Boemia, intagliato a cacce di irsuti cinghiali e di pi¨ ýspidi cacciatori, sento come avvicinarsi e congi¨ngersi alle mie le labbra di mia bisnonna, la tonda e butirosa Marýa Rosalýa, ed Ŕ un bacio attraverso un sŔcolo: quando guardo quella machinosa poltrona di damasco verde smontato, la veggo ancora occupata dalla addormentata mia nonna nella sua veste eternamente nera - la buona nonna Luigia, sý bella pure in vecchiaja, sorridente nel sonno, ringiovanita nei sogni. Che pi¨? io m'imÓgino, a volte, seduto su' no sgabellino a' su˛i piedi ed ascolto, insaziato, lei che novella della rivoluzione francese e batto le mani di gioja, udendo della sua fuga, entro una gerla, dal monastero e da Parigi; e singhiozzo al racconto della mano della sua compagna Isolina, mano bianchýssima, inanellata di gemme, recisa e gettata dalla repubblicana bordaglia tra le spaventate educande. Un passo pi¨ innanzi sulla via delle allucinazioni, e riŔccomi cullato dalla canterellante mia mamma in quella cuna di giunchi che attende inutilmente un mio bimbo.

Oh letti in cui tanti parenti miŔi sono nati e son morti, tÓvoli che li riuniste a banchetti di festa, sedie che li stringeste a commemorazioni di duolo, scritt˛i che ne componeste le ire, specchi che ne rifletteste gli aspetti, io vi amo, e benchŔ tarlati e fessi e cadenti, vi amer˛ sempre. Vecchi servi fedeli di casa mia, partŔcipi delle gioje nostre e dei nostri dolori, non vi metter˛ mai - state certi - alla porta.

Ma, tra i m˛bili, i libri Ŕbbero sempre le mie predilezioni. NŔ quý parlo dell'Ónimo di ciascuno di essi, ma della sola esterna lor forma. AmÓi i libri ancor prima che li sapessi lŔggere e mi ricordo della commozione riverenziale con cui li guardavo allineati nelle vaste biblioteche - reggimenti d'ingegno pronti a mu˛ver battaglia alla ignoranza, colla differenza, rispetto agli altri soldati, che mostrÓvano il dorso prima del combattimento, non dopo. E oggi pure, in cui lo studio mi ha quasi al punto tornato donde partýi cioŔ alla tÓbula rasa, apro talvolta la mia min¨scola librerýa e li percorro con li occhi, disopra le rilegature. Parmi di avere dinanzi una folla di amici - amici che non tradýscono. E io li palpo carezzevolmente sul dorso come generosi destrieri e li bacio anche, e, sedŔndomi, qualche volta, sullo sporto della librerýa, appoggio la mia testa contr'essi e lý rimango beato, come sulla spalla di una donna cara, quasi assorbendo - feconda pioggia - il lor genio, quasi sentendo il mio ferro, al contatto della loro magnete, farsi magnete.

SenonchŔ, un'altra e pi¨ possente voce d'amore a sŔ mi lusinga e m'attrÓe. ╚ la voce della terra, la gran genitrice degli u˛mini e degli Dei, come la dýssero i nostri antichi; la grande amante, come io, in aggiunta, la chiamerŔi.

L'uomo non capit˛ sulla terra, come Crist˛foro Colombo nelle Indie occidentali, quasi venuto d'altro pianeta e in atto di glorioso predone; ma si trov˛, lentamente, dalla medŔsima terra formato e modificato; prende quindi da essa le ragioni della sua esistenza, il movente de' su˛i sentimenti, gli indirizzi delle sue azioni, cosicchŔ l'uomo, di faccia alla terra, si dovrebbe chiamare, non un conquistatore ma un conquistato. Dir˛ meglio per˛: l'uomo e la terra, come FilŔmone e BÓuci sotto un ¨nico tetto, si comÓndano e sŔrvono reciprocamente e sempre corre tra loro uno scambio, non di materia soltanto, ma di pensieri e d'affetti, sue vibrazioni. Montesquieu ha fondato su ci˛ la sua teorýa del clima e Buckle la sua teorýa geogrÓfica, ed Ŕ pure per ci˛ che nell'uomo e specialmente in col¨i, nel quale il sentimento originario non Ŕ affievolito o distratto, si sommove, si risveglia, in presenza di questo o di quel brano di paesaggio, un fondo d'insospettate memorie, un senso, quasi dirŔbbesi, di parentela preumana.

Oh quali rapimenti d'amore ci sopracc˛lgono sulla spiaggia, al chiaro di luna, quando il mare ru˛tolasi e striscia a pie' nostri, come tappeto di diamanti e di perle che copra movŔntisi forme di donne! quali pugnaci entusiasmi ci assÓlgono sotto un cielo in tempesta, mentre il mare sferza - negro toro furioso - la coda sua, contro lo scoglio che ci sorregge, sibilando, muggendo tormentosamente, come il cuor nostro! E olýmpici orgogli ci salýrono, quale fumo d'incenso, alla fronte, quando, in cima di un monte, non ad altro vassallo, e in una ebbrezza di puro Óere, guardammo in gi¨ le bassure del mondo e la miseria degli u˛mini, e tenerezze improvvise ci rattŔnnero il passo e c'inumidýrono il ciglio presso lembi di terra verdi e riposti, nei quali avremmo sý volentieri giaciuto sovra le zolle ¨mide e intatte, o, pi¨, ancora, sott'esse.

NŔ la sovrana natura ci d˛mina solo con gli ampli su˛i abbracciamenti ma anche con i pi¨ tenui sorrisi e le pi¨ fuggŔvoli occhiate. L'agucchiatrice che sul davanzale del solitario abbaino, donde non vede che tŔgole e gatti, coltiva pochi vasi di fiori, sente per essi qualche cosa di pi¨ di un'affezione botÓnica: il prigioniero che avverte l'arrampicarsi di un filo di Ŕdera verso la sbarra della muta sua cella, ne segue con trepidanza la faticosa ascesa ostinata e lo attende, non come ramicello di pianta, ma qual vivo Ŕssere che venga a recargli i conforti dell'amicizia e l'odore della libertÓ.

Ed io pure, per l'umanitÓ verde, sentýi, tra non poche amicizie, una vera passione. Nel giardino della mia nonna, sorgeva - ¨nico Ólbero - una Tilia grandýflora. A mŔ piccino, sembrava immensa, fors'anche perchŔ il giardino era mýnimo (un prato come una sala) che essa tutto copriva della sua ombra. Nella frondeggiante chioma convenývan dý e notte i pÓsseri del vicinato ai loro pettegolezzi e ai lor sposalizi, e, quando fioriva, vi aliÓvano Óurei sciami di api. Sotto di lei io portavo, nella buona stagione, dozzine di libri, e disteso sull'erba, appoggiavo contro il liscio e molle suo tronco - dalla corteccia cara agli amori e alle lŔttere - il capo, come Amleto sul grembo di Ofelia. PispigliÓvano i pÓsseri sovra di mŔ e si baciucchiÓvano, rombÓvan le api, di miele grÓvide, tra le radici celesti; un olezzo intensýssimo si spandeva d'intorno e dal ligneo tronco quasi emanava una respirazione. E allora aprivo i miŔi libri, ed essa, la buona pianta, li leggeva con mŔ.

SenonchŔ, dopo la verde e la rossa, veniva la gialla stagione. Le cuoriformi barbate foglie della mia pianta cominciÓvano ad ingiallire, ad accartocciarsi, a cadere. Oh quale provavo dolore, veggŔndola, l'amata mia, obbligata a svestirsi, proprio quando la nonna indossava a mŔ il primo giubboncino di lana! qual mi stringeva timore che non avesse pi¨ a rinfogliarsi! come assistevo con pena, dietro i vetri delle nostre calde stanzette, al fioccar della neve che facŔa incanutire anzi tempo e piegare que' spogli rami imploranti il sole! ImÓgina dunque con quanta ansietÓ, al rintepidirsi dell'aria, io spiassi lo sgelo del verde sangue della mia Tilia, e come gioissi scoprendo il suo primo germoglio!

Ma, una primavera, la vaga pianta rest˛ assopita nel risveglio dell'anno. Tutto giÓ rinverdiva e metteva fiore intorno a lei. Essa sola continuava a protŔndere nudi rami e, giÓ sý presta a saldare le sue ferite, mostrava ora nel m˛rbido legno piaghe irrimarginÓbili. Si consult˛ il giardiniere di una villa vicina. Come una mŔdica celebritÓ, chiamata al letto di un morto, il giardiniere pronunci˛ solennemente quella sentenza che chiunque, salvo un amante, avrebbe anticipata. Tuttavýa, per contentare mia nonna, o piuttosto i gonfi occhi del suo nipotino, egli si arrese a tentare una amputazione senza risparmio e senza speranza. P˛vera Tilia! Decapitata, con due moncherini scheltriti per aria, rimase lý in mezzo al prato, in s¨pplice atto, come il San JŔmolo della Legenda Óurea. Ma invano! Anche lo stormo de' neri pÓsseri l'avŔa abbandonata, e giÓ la nonna e la cuoca confabulÓvano collo spaccalegna. Io solo, ne' miŔi affetti ostinato, giravo, coll'inaffiatojo, intorno alla insensýbile pianta e le versavo continuamente al piede aqua e lÓgrime, e sospiravo aspettando che la sua vita e l'amore, mercŔ mia, rigermogliÓsser per mŔ.

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Edizione HTML a cura di: mail@debibliotheca.com
Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 21.58

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