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Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

C A R L O   D O S S I

AMORI

 

PRIMO CIELO.

Ricciarda

Ben presto cominciài ad amare e ben alto posi sùbito le mie mire. La mia età non esprimèvasi ancora con due nùmeri, e già mi trovavo innamorato di una regina. Era questa - non sorrìder di mè, amica geniale, chè in amore vi ha cose assài più grottesche - la regina di cuori, una cioè delle quattro di un mazzo di tresette con cui mia nonna e i due reverendi pasciuti alla sua unta cucina, si disputàvano seralmente la lor cinquantina di centesimini. Quando, a mè - che solitamente assistevo al cartaceo tornèo seduto ad un àngolo del tavoliere, rosicchiando libri e cioccolata - quella Maestà gentile apparve la prima volta sul verde prato di felpa col suo visoccio dalla paffuta bontà e col suo cor rosseggiante presso l'orecchio sinistro quasi a dire "agli altri in petto, a mè fu posto in fronte" - casta Susanna in mezzo a' bramosi vecchioni - sentìi nel sangue quella vampa di caldo, quella scottante puntura come tocco di acceso carbone, che segnò poi sempre in mè l'annunciazione di un amore. E allora pigliài l'abitùdine di mèttermi a lato del giocatore cui la fortuna aveva concesso la mia regina e di lì rimanere finch'egli non la abbandonasse sul verde tappeto e io non la vedessi raccolta e ammucchiettata con altre figure - figure indegne. Oh quanto io le auguravo, che, dalle ditaccia negre e tozze - piedi mal dissimulati - de' due sacerdoti, ella passasse tra le fine e bianche e trasparenti ditine di mia nonna! Una sera, non mi fu possìbile di resìstere alla tentazione e la rapìi. Ricordo ancora il cèlere bàttito del mio cuoricino (la regina già posava sovr'esso) e insieme l'imperturbabilità del mio sguardo, dinanzi alla commozione destàtasi, per l'improvvisa scomparsa di Sua Maestà, nei tre giocatori, curvi coi candelieri in mano a cercarla fra le gambe del tàvolo e le loro; ancora ricordo il gran sospiro di soddisfazione e di gioja, quando nonna, esaurita ogni indàgine ed ogni speranza, chiamò il domèstico perchè le recasse un mazzo nuovo di carte. Fu quella la mia prima conquista, una conquista rispetto alla quale poche altre mi dovèvano poi inorgoglire altrettanto.

Quasi contemporaneamente alla regina, o poco dopo, m'innamorài di un'altra dama - una dama ancora più eccelsa, avuto almeno riguardo al suo domicilio - la Madonna. Pendeva al capezzale del mio lettuccio un quadro litografato a colori, imàgine pia, empietà pittòrica, tutto àngioli e santi col Padre eterno in lontananza. A sera, non appena mi si avèa insaccato nella mia toeletta notturna, ossìa in un camicione lungo più di mè, la cameriera mi suggeriva in gran premura parecchie spropositate orazioni, che io ripetevo sbadigliosamente, stando in pie' sui guanciali col viso rivolto al quadro. Altre parole non comprendevo di quella filastrocca che pànem nòstrum. Poi mi si diceva di baciare, sul quadro, il buon bambino Gesù in braccio alla Madonna. Io sbagliavo scrupolosamente e baciavo la celeste signora, una bombolotta in veste rossa e turchina. Una volta mi si volle per forza far appoggiare la bocca sulla barba malpettinata del santo patriarca e soddisfatto marito. Pianti e strilli da parte mia, finchè la cameriera, impietosita, non si persuase a lavarmi, con un lembo bagnato dell'asciugamani, la colla da falegname di cui puzzàvano - così gridavo - le mie labbra. Dal bacio, invece, della Madonna scendeva, si diffondeva, in tutto il mio èssere, consolazione. Mi brillava quel bacio e circolava nel sangue. Io mi sdrucciolavo, mi tuffavo voluttuosamente nelle càndide onde delle lenzuola, fantasiando di èsser cullato sovra nubi di paradiso, sòffici e profumate; io mi sentivo perfino la mano proteggitrice della Madonna posar sulla fronte... nè quest'è illusione: era la mano della mia mamma.

Ma, nell'amor per le imàgini, dovevo fare un passo più innanzi. Un giorno mi si condusse a vedere una gallerìa di statue e quadri. Qual sensazione forte e nuovìssima! Nelle cèllule del mio cervello, sgombre ancor di mobiglia, entrò e si addensò, tumultuosa, una turba d'ogni forma e colore: corpi che si abbracciàvano con furia di sensualità e corpi che si torcèvano tetanicamente, faccie che sghignazzàvano e volti che piangèvano, pugni levati a minaccia e palme giunte a preghiera; negri marosi di galoppanti cavalli e verdi chiome di selve; nubi in tempesta e cieli sereni - una confusione, una soffocazione di cose e d'idèe che io non aveva conosciuto mai tra la folla vera.

Troppo strana e viva, sifatta emozione, perchè la curiosità non mi sollecitasse a ritentarla, e perchè la nuova prova non mi invitasse ad altre. E allora le mie prime impressioni cominciàrono a sgarbugliarsi, a coordinarsi, a modificarsi. Bastò una settimana perchè io più non entrassi nella galleria delle statue. La loro bianchezza mi dava noja alla vista e freddo al cuore. Sentivo pena, quasi vedessi persone nude sotto la neve o gente improvvisamente pietrificata come nella fiaba della "Bella addormentata nel bosco."

Ma, anche nel campo del pensiero dipinto, condensài in breve spazio le mie simpatìe. Le tele vaste e di figure assiepate, che mi avèvano, sulle prime, meravigliato, mi si ridùssero a poco a poco all'ufficio di sfondo, di tappezzerìa per le tele pìccole. Odiài sempre la moltitùdine, pur essendo prontìssimo ad amare ogni uomo di cui è composta e a innamorarmi di ogni donna.

È dunque sulle tele pìccole e caste che io volsi la mia attenzione, trattenèndola singolarmente su quelle che fòrmano l'aristocrazìa della pittura - i ritratti. Per un'ànima, nulla è più interessante dello studio di un'ànima o almeno del quadrante delle sue ore, il volto. Ogni corpo somiglia appressapoco ad un altro, e, in tutti i casi, è quasi sempre eguale a sè stesso, perlochè - fosse pur formosìssimo - finisce per diventare indifferente, la qual cosa avverrebbe assài presto se gli àbiti non lo dissimulàssero e se, mercè le lor variazioni, non sembrasse variare. Raramente invece, due faccie si pòsson scambiare: dirò di più; non c'è viso che sia quotidianamente idèntico a sè medèsimo; donde, la varietà che dìssipa la stanchezza e rinnova il piacere.

Ora, fra i ritratti di quella pinacoteca, io mi presi specialmente dei femminili, preferendo quelli, per così dire, fuor della strada maestra.

E, in una sala remota, ne scopersi uno, del cui autore non mi sovviene più il nome e neppure ricordo se mai lo seppi, e che era il ritratto a mezza figura, grande al vero, di una giovinetta quattordicenne, bionda e ricciuta, vestita da paggio. La giovinetta avèa sguardo melancònico e buono. La "Guida" tacèa di essa; nessun la copiava, nessun la avvertiva; mi trovài quindi, issofatto, spinto verso di lei da quel sentimento di compassione che fu sempre la nota fondamentale, o quanto meno, il primo impulso ne' mièi amori. E davvero, quando m'imbatto in una fanciulla petulante di beltà e salute, sfavillante di gioja e ricchezza, circondata da omaggi e sospiri, benchè le fibre inobedienti pòssano in mè oscillare di desiderio, il cuore non vi fà eco alcuna e io m'allontano più presto da essa che non m'avvicini. Colèi ha più di quanto le occorra; non ha bisogno di mè. Qual filo di luce potrèi aggiùngere io al trionfante suo sole? qual raggio si degnerebbe ella di scèndere, indiviso, su mè? Foss'anche mia, non sarebbe mai solamente mia, nè dovrebb'èsserlo. Bellezza è fatta per gli occhi di tutti: è una istituzione pùbblica. Ma se, invece, la fanciulla che incontro è di quelle creature tìmide e delicate sulle cui guancie, appassite dalla continua aspettazione, sèguonsi i solchi delle làgrime e il cui sguardo sognante e mesto pare sospiri: chi indovinerà il cuore mio? - creature, destinate alla poesìa ed alla infelicità, per le quali fu scritto "molti fiori son nati a fiorire non visti e a pèrder la loro fragranza nell'aria deserta" - allora io sento per essa un ìmpeto di simpatìa, una tenerezza d'amore, e vorrèi èssere il sole che scalda il suo pàllido viso e la rugiada che aderge il suo èsile stelo e il bacio che raccoglie il suo bacio. Solo da una sìmil fanciulla potrèi sperare amore: nessun'altra, fuorchè lei, potrebb'èssere tutta mia.

E questa gentile era pinta - stavo per dire, pensando a tè, preveduta - nel ritratto che, a specchio del mio amore, avevo scelto. A lei, ricciutella, diedi il nome di Ricciarda. Mi trattenevo mezz'ore dinanzi a lei, e, a forza di fisarla, prestàndole quasi metà del mio sguardo, finivo a crèdermi guardato pure da essa. Le dicevo, nell'intimo, le parole più affettuose e me le sentivo da lei ripetute. Non so se tu abbia letto la storia di quel giòvane prìncipe indiano delle "Mille e una notti", che, refrattario all'amore e più al matrimonio, era stato rinchiuso dallo shah padre, impaziente di aver nipotini, in una torre, acciocchè mutasse opinione, e che nella torre, avendo scoperto in un antico stipetto la miniatura di una magnìfica principessa, se ne era pazzamente invaghito; che poi, apprendendo dal padre che quella bellìssima era vissuta mille e mille anni prima, in una regione lontana lontana, aveva, senza pèrdersi d'ànimo, impugnato la sicura sua spada e inforcato l'ardente ginnetto e galoppato il mondo in traccia di lei - tant'era la sua fiducia amorosa! - finchè non l'ebbe trovata. Ebbene, io a poco a poco, m'imaginài trasformato in un quid-sìmile al prìncipe indiano. Non possedendo però nè cavallo nè brando nè tampoco soldi per qualsisìa viaggio, mi contentài di scrìvere alla mia principessa una lèttera - lunga e straziante dichiarazione d'amore - sulla cui busta posi "alla bionda Ricciarda presso la regia pinacoteca di..." e che, munita di un francobollo per la città, lasciài cadere, chiudendo gli occhi, nella buca postale. E poi, per molti e molti dì, quando il procaccino suonava al nostro uscio, io correva ad aprirgli, e sottovoce, quasi temendo che altri ci sorprendesse, gli domandavo se avesse qualchecosa per mè e lo guardavo supplichevolmente, con un barlume di speme che mi rispondesse di sì...

Ma la lèttera della mia benamata non è, a tutt'oggi, ancor giunta.

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 21.58

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