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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

NUOVA CRONICA

Tomo Primo

Di: Giovanni Villani

 

LIBRO TREDECIMO (103-122)

CIII
Come la città di Sermona e altre terre s'arrendero alla gente del re d'Ungheria.
Nel detto anno, del mese d'ottobre, essendo la gente del re d'Ungheria all'assedio di Sermona, né per la reina né per li altri reali nonn-erano soccorsi, sì patteggiarono di rendere la terra a comandamenti del re d'Ungheria con questi patti, se da' reali non fossero soccorsi infra XV dì: e rimanendo nelle loro franchigie e costume ch'erano col re Ruberto, e che dentro della terra non dovessono entrare soldati né gente d'arme più di X per volta, se·ggià non fosse colla persona del re d'Ungheria, o suo fratello; e di ciò diedono XX stadichi de' migliori della terra. E avuta Sermona, non rimase persona in Abruzzi che non fosse all'ubidienza del re d'Ungheria. E del mese di novembre apresso, della detta gente d'arme del re d'Ungheria che facieno loro capo all'Aquila, in quantità di MD cavalieri e pedoni assai, avuta Sermona, passaro la montagna di Cinque Miglia, e scesono in Terra di Lavoro, e presono Sarn, e·ll'antica città di Venastri, e Ciano, che tenea il figliuolo del conte Novello; diede alla detta gente il mercato e·lla reddita, però che, come il padre, amava più la signoria del re d'Ungheria che degli altri reali. E il conte di Fondi, nipote che·ffu di papa Bonifazio VIII, entrò in San Germano colle 'nsegne del re d'Ungheria e con gente d'arme per lui.
CIV
Come i reali col loro sforzo inn-arme si ragunarono alla città di Capova.
Sappiendo la reina e gli altri reali, onde si facea capo meser Luigi, ch'avea sposata la detta reina, come Sermona e·ll'altre dette terre s'erano rendute all'ubidienza del re d'Ungheria, incontanente feciono capo grosso alla città di Capova, acciò che·lla forza del re d'Ungheria non potessono passare il fiume del Voltorno per andare verso Napoli. Il prenze di Taranto e il duca di Burazzo vennero a Capova con più altri baroni, e co·lloro sforzo di gente d'arme, e ritrovarsi con meser Luigi con più di IImD cavalieri, bene e riccamente montati e bene in arme, e con popolo grandissimo, e quivi s'accamparono a modo d'oste nella terra e di fuori, e ogni dì crescea loro sforzo e podere per modo che·sse i detti reali fossono stati costanti e uniti insieme, per forza di gente che 'l re d'Ungheria avesse, néd eziandio venendo in persona, non avea podere di passare. Ma a·ccui Idio vuole per le peccata giudicare, toglie a' signori e a' popoli la forza e·lla concordia. E così avenne fra' detti reali; che tuttora con poca fermezza ciancellavano insieme e tali di loro e degli altri gran baroni del Regno s'intendeano con lettere al segreto col re d'Ungheria. In questa stanza ebbe più scontrazzi dalla gente de' reali a quella del re d'Ungheria, quando a danno dell'una parte, e quando dell'altra. Lasceremo alquanto di questa matera infino alla venuta del re d'Ungheria, e diremo d'altre novità che ne' detti tempi furono in Roma. La reina e gli altri reali mandarono lettere e ambasciadori in mezzo novembre al Comune di Firenze per soccorso di Dc cavalieri: fu loro risposto saviamente come il nostro Comune nonn-era aconcio di travagliarsi tra·lloro reali inn-opera di guerra, ma tramettersi di pace tra·lloro, come cari amici.
CV
Di novità e battaglie che·ffu in Roma, ove i Colonnesi furono sconfitti e poi come il tribuno fu cacciato della signoria.
Nel detto anno, all'entrante d'ottobre, ambasciadori del re d'Ungheria vennero a Roma profferendosi al tribuno e popolo di Roma, il quale a grido di popolo il detto re d'Ungheria fu ricevuto a·llega e compagnia del popolo di Roma.
E a dì XX di novembre del detto anno, essendo fatta una congiura e cospirazione per li signori Colonnesi e parte degli Orsini dal Monte loro parenti, per abattere la signoria del tribuno, per cagione che il tribuno con tradimento, essendo venuti a' suoi comandamenti il prefetto e 'l conte Guido, e 'l fratello, e II figliuoli di Currado, e altri baroni venuti i·lloro compagnia, e data loro desinare, gli fece pigliare e incarcerare con onta e·lloro vergogna. E per avere i detti presi, que' di Viterbo corsono la terra, e furono tagliate a XII le teste, ch'erano pure de' maggiori, che a quello tradimento diedono opera col tribuno. Gli amici loro di Roma, Colonnesi e altri, ragunarono molto di segreto, coll'aiuto del legato del papa ch'era a Montefiascone, da DL cavalieri e pedoni assai, ond'erano caporali meser Stefano e Stefanuccio e Gianni Colonna e Giordano di Marino; e di notte giunsono a Roma, e ruppono la porta che va a Santo Lorenzo fuori le mura, per entrare dentro. Sentendosi in Roma la detta venuta, sonando la campana di Campidoglio, il tribuno col popolo furono in arme, chi a cavallo e chi a piè, coll'aiuto di certi degli Orsini di Campo di Fiore e da Ponte, e Giordano da Monte, asalirono vigorosamente i feditori di quelli della Colonna, che·ggià per forza d'arme e con danno d'alquanti del popolo di Roma s'erano pinti dentro alla porta, i quali erano CL a cavallo; ma per lo soperchio de' Romani d'entro furono ripinti di fuori della porta in isconfitta; e uscendo fuori della terra la gente del tribuno e del popolo, ond'era capitano Cola Orsini e Giordano dal Monte, e per nimistà di suoi consorti e di Colonnesi, cacciandogli, sconfitti quellino ch'erano rimasi di fuori, non ressono, ma si missono in fuga; ove rimasono morti e presi assai. Intra gli altri caporali furono morti VI di casa Colonnesi, ciò furono Stefanuccio e Gianni Colonna suo figliuolo, e il proposto di Marsilia, e Gianni figliuolo d'Agabito, e due altri loro bastardi valentri in arme; onde i Colonnesi ricevettono gran danno e abassamento, e 'l tribuno ne montò in gran pompa e superbia; e mandonne lettera co' messi e con ulivi significando la sua grande vittoria al nostro Comune, e quello di Perugia e di Siena, e degli altri suoi vicini confidenti. Il quale messo, che venne in Firenze, fu riccamente vestito. E avuta il tribuno la detta vittoria, l'altro dì fece grande processione di tutto il chericato di Roma a Santa Maria Maggiore. E poi a dì XXIIII di novembre, fatta la mostra di sua cavalleria, fece cavaliere il suo figliuolo andando a Sa·Lorenzo, e meser Lorenzo della Vittoria il nominò. In quelli dì, poco apresso, venne in Roma uno vicario del papa. Il tribuno il ricevette per compagno, faccendo un grande parlamento in Campidoglio, e ivi aringando propuose l'autorità: "Legem pone michi, Domine in via giustificazione tuais"; mostrando al popolo di volere ubidire al papa, istando in grande festa e pomposa. Ma poco durò al tribuno la sua vana gloria e felicità, come diremo; che per la sua audace e aspra giustizia avea fatto citare, e poi non vegnendo a' suoi comandamenti, il conte Paladino d'Altemura di Puglia, il fece sbandire, perché nelle parti di Terracina in Campagna usava, secondo si dicea, ruberie e forze; venne a Roma con CL cavalieri coll'aiuto del capitano del Patrimonio, per opera del legato. E nota che·lla Chiesa al cominciamento al tribuno diè favore, e poi, cui fosse la colpa, fé il contradio. Il detto Paladino si ridusse nella contrada di Colonnesi da Santo Apostolo, e con certi de' Colonnesi rimasi e co·lloro vicini e amici fece sonare a martello le campane della detta chiesa e dell'altre della forza de' Colonnesi, e in quelle contrade levò la terra a romore, e ragunò gente assai a'ccavallo e a piè e amici di Colonnesi, e·cciò fu a dì XV di dicembre del detto anno, gridando: "Viva la Colonna, e muoia il tribuno e' suoi seguaci!". A questo romore le contrade di Roma s'abarraro, ciascuno colle sue forze e fortezze, guardando loro contrade. Il detto Paladino e popolo di Colonnesi vennero a Campidoglio. Il tribuno non fu seguito, come dovea, né dagli Orsini né dal popolo. Il tribuno veggendosi così abandonato, sconosciuto uscì di Campidoglio, e vennesene in Castello Sant'Agnolo, e là nascosamente si dimorò fino alla venuta del re d'Ungheria a Napoli, a·ccui si dice andò per mare sconosciuto in su uno legno. Tale fu la fine della signoria del tribuno di Roma. E nota, lettore, che·lle più volte, quasi sempre, aviene a chi si fa signore o caporale di popoli d'avere sì fatta uscita, però che di veri segni della fortuna è che' sùbiti avenimenti di felicità e di vettoria e signoria mondana tosto vegnono meno. E bene acade al tribuno il motto che disse in sua rima un savio:
Nessuna signoria mondana dura,
E·lla vana speranza t'ha scoperto
Il fine della fallace ventura.
Lasceremo de' fatti di Roma alquanto, la quale rimase in più pessimo stato in tutti i casi, che no·lla trovò il tribuno quando prese di quella la signoria, credendola per sua audacia correggerla, essendo in rovina; e diremo come morì il Bavero che·ssi chiamava imperadore.
CVI
Come morì Lodovico di Baviera chiamato Bavero, che·ssi tenea d'essere imperadore, e fu eletto a nuovo imperadore Adoardo re d'Inghilterra.
Nel detto anno MCCCXLVII, all'entrante d'ottobre, Lodovico di Baviera, che·ssi chiamava imperadore, essendo alla sua città... e cavalcando... il cavallo gli cadde sotto, e della detta caduta subitamente morìo sanza penitenza, scomunicato e dannato da santa Chiesa; però che·nn'era perseguitore e nimico, come adietro in più parti avemo fatta menzione. Fu sopellito dal figliuolo e da' suoi baroni a grande onore a guisa d'imperadore nella sua terra di... Il figliuolo, ch'avea nome... ed era marchese di Brandiborgo, uomo prode e valoroso, rimase in Alamagna in grande stato e signoria e ricco. E nota che chi muore in contumacia di santa Chiesa e scomunicato sempre pare che faccia mala fine; e questo si vede palese per antico e per novello. Morto il Bavero, parte delli elettori dello 'mperio, ciò furono per contradio del papa e della Chiesa, perch'avieno fatto eleggere e poi confermato Carlo re di Buem quasi per contrario di più signori e popoli d'Alamagna, vivendo Lodovico detto Bavero, e per dispetto e dilegione della Chiesa, gli Alamanni il chiamavano lo 'mperadore di preti, e piccolo séguito avea in Alamagna, elessono a nuovo imperadore Aduardo terzo re d'Inghilterra, al quale fu mandata la lezione con grandi impromesse di baroni e signori della Magna, per agrandillo, e per dispetto del re di Francia, però ch'avea procacciato col papa la lezione e confermagione di Carlo di Buem. Il quale re Aduardo e 'l suo figliuolo aveano diliberato d'accettare la detta lezione; ma·lla maggior parte de' baroni d'Inghilterra e' capi delle Comuni nol consigliavano, e rimase a tanto sospesa la detta elezione etc. Lasceremo alquanto della elezione de' detti II imperadori, ch'a tempo, quando seguissono i loro processi, torneremo a·cciò; e diremo dell'avenimento inn-Italia del re d'Ungheria, che·nne segue grandi cose e novitadi.
CVII
Come 'l re d'Ungheria passò inn-Italia per andare in Puglia.
Lodovico re d'Ungheria non avendo dimenticato la crudele e vituperevole morte fatta in Aversa del suo fratello Andreas, al quale succedea d'essere re di Cicilia e di Puglia, come stesamente raccontammo in uno capitolo adietro, e avendo da' suoi capitani e genti, i quali avieno per lui rubellata la città dell'Aquila, e al continovo prosperavano felicemente, come in quelli processi adietro è fatta menzione, non si volle più indugiare di venire a fare vendetta, parendogli tempo acettevole a raquistare il regno di Puglia, che di ragione per retaggio del re Carlo Martello suo avolo gli succedea. Bene aventurosamente si partìo di sua terra d'Ungheria a dì III di novembre MCCCXLVII, sabato mattina un'ora o più anzi il sole levante, con da cavalieri o più eletti Ungari, con molti suoi baroni, e con molto tesoro e fiorini contanti da spendere, i quali per abondanza d'oro facea battere in Ungheria contrafatti a' nostri fiorini d'oro, salvo del nome, che dicieno: "Lodovico re". E lasciò in Ungheria... suo fratello re di Pollonia colla madre e colla moglie, e ordinò ch'al continovo il seguissono gente d'arme, come sofferisse il camino per lo caro ch'era stato l'anno passato, ed era ancora e di là da' monti e inn Italia. E a dì XXVI di novembre giunse inn-Udine; il quale dal patriarca d'Aquilea fu ricevuto graziosamente. E·llà giugnendo gli ambasciadori del Comune di Vinegia per proffereglisi, i quali isdegnò, e apena gli volle udire tenendosi gravato dal Comune di Vinegia della presa di Giadra fatta per loro contro a suo onore, come contammo adietro. E entrando inn-Italia il detto re d'Ungheria, arrivò a Cittadella, e il signore di Padova gli andò incontro a farli onore, e profferendoglisi con D cavalieri, ma però non volle entrare in Padova, ma entrò in Verona a dì II di dicembre; e da meser Mastino della Scala fu riceuto graziosamente faccendogli grande onore; vi soggiornò alcuno dì. E alla sua partita gli diè CCC de' suoi cavalieri della migliore gente ch'egli avesse che gli feciono compagnia fino a Napoli. Partito il re di Verona, non volle entrare in Ferrara, ma fece la via da Modona, e·llà giunse dì X di dicembre; e da' marchesi gli fu in Modona fatto grande onore; e vennevi meser Filippino da Gonzago di signori di Mantova e di Reggio con CL cavalieri, e seguillo infino a Napoli. E partito da Modona, giunse in Bologna a dì XI di dicembre, e dal signore di Bologna fu ricevuto a grande onore, non lasciando spendere né a·llui né a sua gente niuno danaio in Bologna né in suo distretto. Partendosi di Bologna il conte di Romagna che v'era per la Chiesa, no-llo lasciò entrare né inn-Imola né in Faenza, ma ne' borghi di fuori albergò. E il signore di Forlì gli andò incontro fino in sul contado di Bologna con CC cavalieri e mille fanti a piè in arme, e con grande onore il ricevette in Forlì a dì XIII di dicembre, fornendogli la spesa a·llui e a sua gente, e in Forlì sogiornò III dì con grande festa e carole d'uomini e di donne e di donzelle; e fece cavalieri il signore di Forlì e li suoi figliuoli e poi altri Romagnuoli, e meser Pazzino di Donati nostro cittadino. E partito di Forlì, giunse a Rimino a dì XVI di dicembre, e da meser Malatesta fu ricevuto a grande onore al modo degli altri signori, e più magnamente, e là sogiornò alcuno dì, e di là il seguì il signore di Forlì con CCC cavalieri di sua migliore gente fino a Napoli onoratamente. Partito il detto re da Rimino, faccendo il cammino da Orbino giunse in Fuligno a dì XX di dicembre, il quale da meser Ugolino de' Trinci che·nn'era signore, fu ricevuto a grande onore, e soggiornòvi da III dì. E·llà venne a·llui il legato del papa cardinale, e ragionò co·llui di più cose delle bisogne del Regno, amunendo il re non facesse crudele vendetta né contra a' reali divoti di santa Chiesa e innocenti, e che furono solamente due quelli che furono colpevoli, e que' furono giustiziati. Apresso l'amonìo che contra la signoria di santa Chiesa, di cui era il Regno, non dovesse usare signoria né dominazione sanza l'asento del papa e de' suoi cardinali sorto pena di scomunicazione; bene che di ciò dicesse che dal papa non avea speziale mandato, ma di questo il consigliava ed amoniva. Al quale i·re rispuose saviamente e con alte parole e franche, dicendo che di sua vendetta non s'avea a tramettere né elli né·lla Chiesa, e dove dicea che furono due, sapea di CC; e che il Regno era suo per giusta successione dell'avolo, e che riavendo la signoria, come intendea d'avere coll'aiuto di Dio, alla Chiesa risponderebbe di quello che dovesse ragionevolemente. La scomunica a torto, se·lli fosse fatta, poco curava, però che Iddio maggiore che 'l papa sapea la sua giusta impresa; questo sapemmo da alcuno di nostri ambasciadori, con cui il legato ne parlò, uomo degno di fede. Lasceremo alquanto della matera degli andamenti del detto re, quando e come entrò nel Regno, e di suoi processi, che·nne faremo assai tosto nuovo capitolo, e diremo inanzi d'una ricca ambasceria che 'l Comune di Firenze mandò al detto re e 'l Comune di Perugia.
CVIII
Come il Comune di Firenze mandò una grande ambasceria a·rre d'Ungheria.
Sentendo i Fiorentini la venuta del re d'Ungheria, e come già era a Verona, ordinarono di mandarli una solenne ambasceria; ciò furono gl'infrascritti X grandi popolani, e niuno di grandi, cioè di noboli, per gelosia che' grandi no·llo 'nformassono in nullo caso contra lo stato del popolo. E in questa parte i rettori, e quelli del loro consiglio che·ll'ebbono a provedere, da' savi ne furono ripresi, imperò che diedono matera a' grandi e noboli di sdegno essendo ischiusi degli onori del Comune in sì fatto caso, e da dovere più tosto criare discordia cittadina, e al signore fare amirare. E più chiaro consiglio e migliore per lo Comune era ad avervi mandati tra' detti ambasciadori almeno tre di noboli buoni uomini e confidenti al popolo; ma quello che pare all'empito del popolo non si può riparare, con tutto che·lle più delle volte sia con mala uscita. I detti ambasciadori furono questi: messer Antonio di Baldinaccio degli Adimari, tutto fosse di più grandi e noboli, per grazia era messo tra 'l popolo, messer Oddo Altoviti giudice, messer Tommaso de' Corsini giudice, messer Francesco degli Strozzi, messer Simone de' Peruzzi, messer Andrea delli Oricellai, cavalieri popolani; Antonio degli Albizi, Vanni di Manno di Medici, Gherardo di Chele Bordoni, Pagolo di Boccuccio de' Capponi; questi III ultimi si feciono fare cavalieri al detto re. Ciascuno di detti ambasciadori per ordine del Comune si vestiro di roba di scarlatto a tre guernimenti federate di vaio. E ciascuno con due o tre compagni vestiti tutti insieme d'un panno divisato molto apparente. E oltre a·cciò ciascuno almeno due donzelli, e·cchi tre, vestiti d'una assisa d'una partita, e co·lloro II cavalieri di corte; onde furono con da C cavalli e bestie, colle some, che non si ricorda a' nostri dì sì ricca e onorevole ambasciata ch'uscisse di Firenze. E partirsi di Firenze a dì XI di dicembre, e giunsono il re d'Ungheria in Forlì, e·llà gli feciono la riverenza; e da·llui furono ricevuti graziosamente, e simile molto onorati da quelli signori di Romagna. E·re volle a cautela e magnificenza di sé il seguissono infino a Filigno; ma a Rimino gli sponessono loro ambasciata, la quale ambasciata e risposta fu nella forma ch'è ritratta qui apresso per meser Tommaso Corsini, che·nne fu dicitore. E poi giunti a Filigno, pregato il re da' nostri ambasciadori, di buona voglia fece i sopradetti III delli ambasciadori cavalieri di sua mano con gran festa; e poi il dì apresso si partì di Filigno, e andonne verso l'Aquila, e·lli ambasciadori nostri tornarono in Firenze a dì XI di gennaio.
CIX
Ambasciata sposta a Rimino per gli ambasciadori di Firenze al re d'Ungheria mandati, recitata nel cospetto del re e del suo consiglio per meser Tommaso Corsini in gramatica con molti alti latini; fatta volgarizzare per seguire lo stile.
Priegoti che gli occhi tuoi stieno aperti alla mia orazione, la quale oggi dinanzi a·tte farò per tuoi figliuoli e devoti. Le parole predette sono parole di Geremia profeta, le quali si discrivono nel proemio del libro suo.
Serenissimo principe, il quale a tutti l'Italiani siccome splendida e chiara stella gitti razzi, e 'l quale per la chiarezza di te ogni altro lume di splendore diminuisci, siccome aviene alla luna e alle stelle in comperazione a·dDio, nel cospetto del quale la luna non risprende, le stelle non tralucono e immonde sono. La presente orazione, la quale con istupore e paura parlerò per tanta presenzia di così grande re, futura è di grande e alta materia, la quale infino a' cieli passerà l'onore e·llo stato reale da ogni parte riguardando, per la quale ancora dipenderà lo stato de' devoti della casa reale, la quale se sarà con soavità d'amore compresa, dolcissimi frutti partorirà e graziosi avenimenti aparecchierà. Questa è orazione, per la quale i Fiorentini veghievoli con animata devozione a' pregenitori tuoi igualmente e a·tte la tua celsitudine amantissimamente destano, acciò che quella desta, tutte le nebbie passino via, e al tutto venghino meno. Sieno adunque intorno alle parole promesse gli occhi della tua maestà aperti alla mia orazione, acciò che per quello, sì allo stato reale, come allo stato de' suoi divoti si possa salutevolmente provedere. La presente orazione, acciò che quelle cose che·ssi debbono dire chiaramente si possano vedere, si divide in tre parti: la prima è raccomandatoria e offeritoria, la seconda narratoria e supplicatoria, la terza confutatoria.
Al primo: i priori dell'arti, e gonfaloniere di giustizia, il popolo e 'l Comune della città di Firenze imposono a·nnoi che a' piè della tua maestà loro e·lla loro città e tutti gli altri divoti d'Italia raccomandare con riverenza dovessimo, e que' Fiorentini siccome devotissimi, e·lla loro fiorentissima città siccome muro e steccato reale, con quella devozione, con che a' tuoi pregenitori, siccome a' padri e benefattori suoi, essere suti fatti la publica fama il manifesta, a·tte come degnissimo capo della tua schiatta pe' nostri raportamenti ti dobbiamo offerere quelle cose, che con allegro animo raportiamo e narriamo, suplicandoti che·lla reale ecelsitudine la racomandagione e·ll'oferta di tanti tuoi devoti con graziosi effetti degni d'accettare.
Al secondo: quale Fiorentino, se uomo si può dire, per virtude puote esere dimentico della divozione e della benevolenzia tra·lla casa reale e' tuoi pregenitori e 'l Comune di Firenze da lunghi tempi congiunta, e con graziosi effetti e diversi avenimenti per successione di tempo aprovata? A·tte ancora, amantissimo principe, si conviene di questa benivolenza de' tuoi pregenitori, e della nostra devozione, almeno per udita e per notoria fama, la quale questo nell'universo mondo grida esere manifesta. Noi ancora della circuspezione reale, e ancora del circulato de' cavalieri di quella, è convenevole de' lor fatti rinovare memoria, acciò che non periscano per lo passamento del passato tempo quelle cose che hanno meritato in perpetuo avere vigore. Se adunque con attento animo rivolgerai le cose fatte magnifiche e benifici della prechiara memoria del cristianissimo principe re Carlo trisavolo tuo, or none i Fiorentini guelfi, della città di Firenze cacciati, colla sua potenzia e con armata mano in quella città groriosamente rimise? Se del secondo re Carlo bisavolo tuo le cose fatte rivolgerai, partissi elli dall'opere del padre suo? Certo no. Ma con quello proveduto e favorevole seguire lui seguitando, molti beni a' Fiorentini fece. Se del sapientissimo de' savi re Ruberto tuo zio, il quale fu specchio non corrotto di tutti i re (avegna che per generazione Ruberto, e per unzione re Ruberto fosse nomato, per la smisurata e non udita sapienza, per una regenerazione dovrebbe esere apellato novello Salamone), i suoi fatti rivolgerai, partissi elli dalle vie de' suoi pregenitori? Or none. Quando della degnità ducale usava ad istanza di Fiorentini a strignere e vincere la città di Pistoia, con risprendevole compagnia di cavalieri personalmente venne. E poi venuto a dignità reale partissi elli dalle cose incominciate? O innumerevoli benifici a quelli Fiorentini fece, in tanto che in caso del bisogno al suo unigenito figliuolo non perdonasse? Che se rivolgerai le cose fatte da meser Filippo prencipe di Taranto, che se di meser Piero suo fratello grandi tuoi zii, che se di meser Carlo figliuolo del detto meser lo prencipe di Taranto consubrino tuo le cose fatte ripensi, none i due ultimi moriro nel piano da Montecatini vincendo i nimici, e il loro sangue battaglievolmente fu sparto, il quale sangue ancora della terra crudelmente grida? Qua' lingua, quantunque eloquente, tante cose potrà narrare? Certo, meglio sotto silenzio è passare che più parlarne, con ciò sia cosa che per silenzio a dirittamente raguardanti più e maggiori cose si deano a 'ntendere. Adunque, acciò che' detti benifici non paiano dimenticati, la nostra intenzione è questa eziandio, se de' fanciulli infanti domandi, i figliuoli, le ricchezze, la vita e·ll'essere ricognosciamo essere proceduta de' detti tuoi pregenitori. Ma·sse adomandi quello che abbiamo fatto a questi tuoi pregenitori, se·llicito è de' fatti benifici racordare, che feciono i Fiorentini contra lo scomunicato re Manfredi? Che contro a Curradino? Che contro allo 'mperadore Arrigo? Che contro al Bavero dannato? A' quali i detti Fiorentini contastanti, per conservare la casa reale, con gran potenza si fecero. L'altre cose sotto silenzio passiamo, sotto il quale silenzio la reale circuspezione eziandio più e maggiori cose comprenderà. Le quali sono ancora più vere che·lle suddette, in tanto che·nnoi non siamo solamente de' tuoi pregenitori e di te figliuoli d'adozzione, ma più tosto congiunti di vera natura. Re adunque gloriosissimo, chi potrà sì fatta congiunzione e devozione individua spartire? Chi·lla potrà divellere o maculare o turbare? Certo, niuno. Per le dette adunque cose la preghiera nostra è questa, reverendissima corona, che·tti preghiamo che gli occhi della tua celsitudine a·nnoi e agli altri devoti d'Italia benignamente converti, acciò che sempre nel cuore reale sia legame indissolubile di benivoglienza e d'amore, e quello non abandoni, ma in te per uno ordine di successione si palesi quella divozione ed amore indissolubole radicata ne' cuori de' Fiorentini a·tte siccome a padre e benifattore nostro pe' nostri e delle dette comunità preghieri ci offeriamo, com'è detto.
A l'ultimo: avegna Idio, amantissimo prencipe, che·lla maestà reale la circunvenzione degli emuli e·lle sforzate macchinazioni a suo podere con somma provedenza scacci, neentemeno la faccia di detti invidiatori, che con tante arti con tanti colori adornati con somma ragione noi proveduti e cauti ci rende, e ancora ci strigne la maestà reale di queste cose informare, e ancora più attentamente pregare, acciò che nelle vie de' suoi pregenitori fermamente perseveranti li sforzamenti di quelli emuli, siccome contagioso morbo, con sottile ingegno di lungi da·ssé cacci e distrugga. Per la qual cosa l'astuzia de' detti emuli diverrà vana e non potrà prevalere, ma come il fieno subitamente si secchi, e·ll'amore nostro e degli altri della casa reale devoti crescerà e sarà immutabile. Dio altissimo benedicenti e lodanti, e sanza fine dicenti: "Benedetto che venne nel nome del Signore".
CX
Risposta fatta in presenzia della maiestà reale ivi per lo venerabile uomo messer Giovanni, cherico di Visprimiense, a·ccui il re la risposta commisse.
"L'ambasciata del Comune di Firenze così solennemente e ordinatamente esposta messere lo re volentieri ha udita, e·lle cose fatte de' suoi pregenitori, ella benivolenza, la quale al Comune di Firenze, a' Fiorentini e a quella città, i pregenitori suoi sempre hanno avuto, e·lla congiunzione che sempre fu intra·lloro e col Comune predetto, con grazioso animo ha acettato, offerendosi ancora quella sempre servare, e·lle vie de' suoi pregenitori sempre sequitare".
E mentre che 'l detto eletto questa risposta facea, il re gli s'acostò all'orecchio manco, e in silenzio a·llui parlò, il quale eletto incontanente disse: "Il nostro signore dice ch'elli intende i Guelfi d'Italia sempre avere raccomandati".
Poscia che giunti fummo a Filigno, e quivi furono gli onorevoli ambasciadori del Comune di Perugia, e avuta tra·nnoi e·lloro collazione e diliberagione, in prima co·lloro ci rapresentammo dinanzi al cospetto reale, e quelle cose in diversi sermoni spartitamente e per loro e per noi alla maestà reale furono recitate, le quali erano inn-effetto una medesima cosa, in comune sermone recate per lo detto meser Tommaso di comune concordia dell'uno e dell'altro Comune furono sposte. Il quale, oltre alle predette, lo stato e·lla libertà de' detti Comuni e degli altri di Toscana e di tutta Italia, divoti della casa reale e de' suoi pregenitori, alla escelsitudine reale raccomandò. Il re udite le predette cose, tutte graziosamente accettò, e offersesi di fare tutte quelle cose che nella detta pitizione erano pienamente narrate e che il Comune di Firenze, e quello di Perugia, e di Siena, gli rimandassono per comune due o tre di loro ambasciadori savi e discreti, i quali voleva nel Regno intorno a·llui per suo consiglio; e a' detti ambasciadori diede graziosamente congio di tornare a Firenze. I nostri ambasciadori partiti di Filigno, vennero a Perugia, e quivi sogiornarono alquanti dì a parlamentare col legato cardinale, e co' rettori di Perugia e cogli altri ambasciadori de' Comuni ch'erano stati a·rre d'Ungheria, dello stato di Toscana e del paese intorno in benificio di parte guelfa e della Chiesa, per la venuta del detto re d'Ungheria e dello imperadore Carlo suo suocero, che parea loro che 'l detto re avesse presa troppa famigliarità co' tiranni e signori di Lombardia e di Romagna e della Marca di parte ghibellina. Il quale legato consigliò i detti Comuni che mandassono loro ambasciadori al papa a pregarlo s'intraponesse, che·llo imperadore Carlo non passasse, acciò che·lla parte imperiale non crescesse collo apoggio e favore della potenza de·rre d'Ungheria suo genero, e che·cciò piacerebbe al papa e a' cardinali, e ch'elli ne sapea bene l'oppinione suo segreto, e s'elli l'avea creato e fatto, era per contrario del dannato Bavero, vivendo; ma dapoi ch'era morto, non facea per la Chiesa che·lla signoria del detto Carlo, colla potenza del re d'Ungheria signoreggiando il Regno, crescesse in Italia: questo segreto sapemmo da alcuno di nostri ambasciadori. E nota, lettore, l'essempri de' rettori di santa Chiesa, di fare e di volere disfare la signoria dello 'mperio a·ssuo utile e beneplacito; e questo basti.
CXI
Come il re d'Ungheria entrò nel Regno, ed ebbe la signoria a queto e sanza contasto.
Sogiornando in Filigno il re d'Ungheria II dì con grande festa, e fatti cavalieri i detti di nostri ambasciadori, come detto avemo, e fatti cavalieri più altri e di Perugia e di Filigno e della Marca e del Ducato, e poi si partì di Filigno a dì XXII di dicembre, e giunse all'Aquila la vilia di Natale, e là fece la festa, e vennevi all'Aquila a·rre il conte di Celano, e 'l conte di Loreto, e 'l conte di San Valentino, e Nepoleone d'Orso, e più altri conti e baroni d'Abruzzi, e feciono l'omaggio e fedaltà al detto re; poi si partì dall'Aquila, fatta la festa di Natale, e andonne col conte di Celano a Castello Vecchio sua terra. E a dì XXVII di dicembre entrò il re in Sermona, e da' Sermontini fu ricevuto onoratamente come loro signore; e partito di Sermona n'andò a Castello di Sanguine e poi a Sarno, e di là n'andò a Bruzzano; e ivi presso a tre miglia avea due castelletta, dov'erano meser Niccola Caraccioli e meser Agnolo di Napoli, i quali feciono alcuna risistenza, onde furono combattuti dalla gente del re, e per forza vinti e tutti rubati, e poi arsi; e' detti II cavalieri napoletani presi con più altri.
E sappiendo il re che a Capova era messer Luigi e gli altri reali co·lloro sforzo di gente d'arme, non si volle mettere al contasto di quella gente né del passo del fiume del Voltorno, che·llà è molto grosso e profondo, e però fece la via che fece anticamente il re Carlo vecchio per la contea d'Alifi da Marcone, e poi arrivò a Benevento a dì XI di gennaio; e giugnendovi la sua gente, que' di Benevento per tema d'esere rubati, ch'assai danno avea sua gente di ratto fatto per cammino, e però serrarono le porte. Ma quando vidono la persona del re, s'asicurarono, e·ll'apersono. E venuto il re in Benevento, vi sogiornò da VI dì, e·llà venne tutta la sua gente dall'Aquila e ch'erano stati a Tiano; e in quello paese, e con suoi Ungari e con Lombardi e Romagnuoli, ch'erano venuti al suo servigio, si trovò in Benevento con più di VIm cavalieri e popolo infinito; e·llà vennero tutti i baroni del paese a farli reverenza e omaggio. E vennevi una grande ambasceria da Napoli, a profferelli la terra, come a·lloro signore. Sentendo i reali e gli altri baroni ch'erano a Capova con meser Luigi che il re era a Benevento, e prosperava felicemente e sanza contasto, si partirono co·lloro gente, e andarono a Napoli, abandonando meser Luigi, e lasciandolo con poca compagnia, e ordinaro di venire al re a farli reverenza, come s'apressasse a Napoli. Lo re si partì di Benevento a dì XVI di gennaio, e venne a Mattalona, e nella sua partita que' da Benevento s'armaro, e azzuffarsi co' malandrini che seguivano l'oste del re e rubavano dove poteano, ed ebbevi de' morti assai d'una parte e d'altra, e fu arso parte d'un borgo di Benevento.
La reina Giovanna, che·ss'era ridotta e aforzata nel castello di Napoli, sentendo che 'l re venia con tanta forza verso Napoli, nascostamente e di notte, a dì XV di gennaio, si partì del castello con sua privata famiglia e con quello tesoro che potéo trarre del castello, che poco ve n'era rimaso, si·nn'era fatta mala guardia dopo la morte del re Ruberto, e per la via di Piedigrotta si ricolse la reina in su tre galee armate di Provenzali, ch'ella avea fatte stare in concio, e fecesi porre a Nizza in Proenza a dì XX di gennaio; come fece in Proenza diremo poi assai tosto in altro capitolo. Messer Luigi sentendo come la reina s'era partita di Napoli, e 'l re d'Ungheria prosperava felicemente, di notte con meser Niccola Acciaiuoli suo fidato compagno e consigliere, parendo loro male stare, e veggendosi abandonato dagli altri reali e baroni, si partirono di Capova, e vennero a Napoli. E non trovandovi galea armata, con grande fretta e paura si ricolsono co·lloro privata famiglia su un panfilo, non potendo avere galea di cui si fidassono; e con quello, con grande pena e misagio, arrivarono a Porto Ercole in Maremma, e·llà scesono a dì XX di gennaio, e vennero a Siena a dì XXIIII di gennaio privatamente; e poi nel contado di Firenze vennero, e·llà sogiornarono alquanto, come in altro capitolo diremo più steso, tornando a dire de' processi del re d'Ungheria, e della morte del duca di Durazzo e della presa degli altri reali.
CXII
Come il re d'Ungheria fece morire il duca di Durazzo, e fece pigliare gli altri reali, e come entrò in Napoli.
Partito il re d'Ungheria di Benevento, fece la via da Matalona, e giunse in Aversa a dì XVII di gennaio. Que' d'Aversa ebbono gran paura, perché si dicea che 'l re la farebbe distruggere, perché v'era morto il re Andreas suo fratello, e nascosono e sotterrarono tutto loro tesoro e cose care; ma il re ordinò un suo vicaro chiamato fra Moriale con suoi Ungari in arme alla guardia della terra, e fare giustizia di rubatori e malandrini, ch'assai ne seguivano suo oste. E inn-Aversa soggiornò il re da VI dì, dimorando nel castello reale d'Aversa. E·llà vi vennero più di mille gentili uomini di Napoli a vedere il re, e vennevi il conte di Fondi, nipote che·ffu di papa Bonifazio, di Campagna, con D cavalieri al suo servigio; e più altri baroni del paese vi vennero a farli omaggio. Vennervi i reali, ciò furono il prenze di Taranto, nominato Ruberto, con Filippo suo minore fratello; che meser Luigi, come avemo detto, s'era fuggito da Napoli. E vennevi Carlo duca di Durazzo, e meser Luigi e Ruberto suoi fratelli, e figliuoli che furono di meser Gianni prenza della Morea. E venne co·lloro Giovannone di Cantelmo, e Giufredi conte di Squillaci amiraglio del Regno con molti altri baroni e cavalieri (avendo il re data loro fidanza, con patto che non fossono stati colpevoli della morte del fratello), e giunti al re al castello d'Aversa, gli feciono omaggio; e tutti gli baciò in bocca e diè loro desinare; e·cciò fu dì XXIII di gennaio. E dopo mangiare il re fece armare tutta sua gente, ed elli medesimo s'armò, e mossesi per venire a Napoli, e' reali disarmati cogli altri baroni intorno di lui faccendogli compagnia. E come furono a cavallo, il re disse al duca di Durazzo: "Menatemi ove fu morto Andreas mio fratello". Il duca disse: "Non ve ne travagliate, ch'io non vi fu' mai", credendolo levare dall'oppenione, e già temendo per li crudi sembianti de·rre. Il re disse vi pure voleva andare a vedere; e giunti al monistero di frati di Maiella, smontò da cavallo, e saliro in sulla sala e al gueffo, cioè sporto sopra il giardino, ove il re Andreas fu gittato strangolato e morto. Allora il re si volse al duca di Durazzo, e dissegli: "Tu fosti traditore e adoperatore della morte del tuo signore e mio fratello e adoperasti in corte col tuo zio cardinale di Peragorga, che a tua pitizione s'indugiò e non si fece, come dovea, per lo papa la sua coronazione. Lo quale indugio fu cagione della sua morte, e con frode e inganno ti facesti dispensare al papa di torre per moglie la tua cugina sua cognata, acciò che·llui morto e·lla reina Giovanna sua moglie, tu succedessi ad esere re; e·sse' stato in arme contro alla nostra potenza col traditore meser Luigi di Taranto tuo cugino, e nostro ribello e nimico, il quale ha fatto come tu, con frode e sagrilegio sposata quella rea femmina e adultera e traditrice del suo signore e marito, Giovanna moglie che·ffu d'Andreas nostro fratello. E però e' conviene che·ttu muoia ove facesti morire lui". Il duca di Durazzo si volea scusare non colpevole, e domandò al re misericordia. Lo re gli disse: "Come ti puo' tu scusare?", mostrandogli lettere con suo suggello ch'elli avea mandate a Carlo d'Artugio del trattato della morte d'Andreas. E incontanente, come avea ordinato, il fedì nel petto, che non avea arme, uno meser Filippo ungaro, e poi lo prese uno per li capelli; e 'l detto meser Filippo gli tagliò la gola, non però afatto il collo, ma de' detti colpi morì di presente. E da certi Ungari che gli erano d'intorno fu preso e gittato da quello verone nel giardino ove fu gittato Andreas, e comandò nogli fosse data sepoltura sanza sua licenzia. E·cciò fatto, com'era ordinato, gli altri IIII nominati reali furono presi e messi in buona guardia di cavalieri ungari nel castello d'Aversa; e di certo si disse, e crede, che s'elli avesse preso co·lloro meser Luigi e·lla reina, tutti gli avrebbe fatti morire co·llui. E loro presi, tutti i loro cavalli e arnesi furono rubati, e simile i loro ostelli di Napoli, salvo quello del prenze di Taranto. E·lla moglie del duca di Durazzo, ch'era in Napoli, di notte, mal vestita e peggio in arnese, con due sue piccole fanciulle in braccio, si fuggì nel munistero di Santa Croce, e poi di là nascosamente vestita in abito di frate, e con poca compagnia, arrivò a Montefiascone al legato; e poi isconosciuta se n'andò verso Francia. Tale fu la fine del duca di Durazzo, e·lla presura degli altri reali, e scacciamento di loro donne e di loro famiglie. Per molti se ne fece quistione, opponendo al re tradimento del suo sangue, avendogli fidati e baciati in bocca, e caritevolemente mangiato co·lloro, e poi fatto morire il duca di Durazzo, e gli altri reali innocenti presi. Altri dissono che non era tradimento a tradire il traditore, se colpa v'ebbe, come gli oppose. Ma per li savi si giudicò che questa crudeltà e quello ne seguì di male fu dispensato e premesso da·dDio per li ladii peccati comessi nello re Andreas, ch'era giovane e innocente, che per lo peccato della invidia e covidigia della signoria sua con superbia fu commesso tradimento con iscellerato paricida di loro signore, e ancora ci fu il laido e abominevole peccato per cagione d'avolterio e sacrilegio tra congiunti, come avemo adietro fatta menzione, che·ffu cagione della morte di quello innocente. E già la vendetta d'Iddio non passa sanza penitenzia e meriti di sì innormi peccati. La presura degli altri reali fece più per sua sicurtà, che per colpa ch'avessono, se non d'essere in arme a Capova contra a·llui.
Lo re d'Ungheria quello medesimo dì, dì XXIIII di gennaio, con sua gente armati ed elli medesimo armato colla barbuta in testa, con una sopravesta indosso di sciamito porporino ivi su i gigli di perle seminati, entrò in Napoli, e non volle palio sopra capo né altra pompa, com'era aparecchiato per lui dalli Napoletani di fare. E smontò a Castello Nuovo, e intese a riformare la terra e il reame, faccendo nuovi dicreti e nuove inquisizioni della morte di suo fratello, e rinovando ufici e signoraggi, e togliendogli a·cchi trovò colpevoli, e dandoli a chi l'avea servito, che sarebbe lunga mena a dire. I Napoletani i più erano tristi e in paura, sì per le grascie degli ufici del Regno e vantaggi ch'avieno da' reali; e allora furono mutati e tolti essi per la morte del duca; che, come dice Seneca, chi a uno offende molti ne minaccia. Ivi a pochi dì mandò il re a Castello dell'Uovo per lo fanciullo si dicea rimaso dello re Andreas, nominato Carlo Martello, e videlo graziosamente, e fecelo duca di Calavra. E con buona compagnia di cameriere e di balie che 'l nodrivano e governavano, inn-una bara cavallereccia nobilemente a dì II di febraio il mandò ad Aversa, e di là, cogli altri reali che v'erano presi, con buona guardia d'Ungari il mandò ad Ortona, e di là per mare passarono inn Ischiavonia, e di là in Ungheria. Avendo assai larga prigione, con buona guardia si riposano co·lloro vergogna in Ungheria, e con poco onore, e meno da spendere. E così si muta la fortuna di questo secolo in poco tempo, altrui par essere in maggiore stato.
CXIII
Come di soldati stati al servigio del re d'Ungheria e di quelli stati con messere Luigi di Taranto si fece una gran compagnia.
Riformato il re d'Ungheria la sua signoria in Napoli, e mandati i reali suoi congiunti in Ungheria, trovò che uno duca Guernieri tedesco stato al suo soldo, e capitano di sua gente dall'Aquila, il dovea tradire per danari a petizione del re Luigi e della reina; della quale tradigione apellò, e vollesi combattere in campo contra uno signore tedesco che·ll'avea accusato; ma·llo re saviamente procedette di non volere loro quistioni. Ma 'l detto duca e gli altri soldati che·ll'aveano servito pagò cortesemente, e fece giurare loro di non prendere soldo dalla Chiesa di Roma né dalla reina, né da meser Luigi, né da nullo suo nimico né contrario, né da meser Luchino Visconti di Milano, né di non essere contra·llui né suoi amici, spezialmente contro a' Fiorentini, Perugini, e Sanesi; e diede loro congio, ch'uscissono del Regno cogli altri soldati ch'erano stati al soldo della reina e di meser Luigi. E feciono una compagna, onde fu capitano il detto duca Guernieri, e furono intorno di IIIm cavalieri, e vennersene in Campagna nelle contrade di Terracina vivendo di ratto. E partita del Regno la detta compagna, se n'andò il re in Puglia in pellegrinaggio al Monte Santo Agnolo e San Nicolò di Bari, e per sagire i baroni e paese di Puglia alla sua signoria, e per cessare la pistolenza della mortalità, che già era cominciata a Napoli grandissima; e 'nanzi si partisse di Napoli mandò al Comune di Firenze e a quello di Perugia e a quello di Siena per suo messo a·ccavallo la 'nfrascritta lettera, la quale facemmo volgarizzare a verbo, ch'era in latino; e il messo che mandò fu vestito nobilemente, e donatoli cavallo e danari dal nostro Comune, e dagli altri.
CXIV
La lettera che mandò il re d'Ungheria al Comune di Firenze.
"A' nobili e potenti signori priori, e consiglio e Comune della città di Firenze, amici nostri carissimi e diletti, Lodovico per la Dio grazia re d'Ungheria, di Ierusalemme, e di Cicilia. Imperò che, favorandoci la divina potenza e grazia, noi tegniamo libero e intero tutto il regno di Cicilia di qua dal Faro, a noi già lungo tempo per debito di ragione conceduta, siccome la evidenza del fatto a tutto il mondo fa manifesto e dichiara, noi ad alcuni soldati a cavallo, del servigio de' quali noi al presente non abisognamo, con sodisfazione piena e intera prima a·lloro fatta, facemmo dare licenza, intra' quali il duca Guernieri con certi suoi seguaci fu l'uno, dal quale corporal giuramento alle sante Idio Vangele ricevemmo con lettere della sua promessione fatte alla nostra eccellenza, che contra alla maestà nostra, o contra alcuni diletti nostri o fedeli, e spezialmente e nominatamente contra a voi, overo la vostra comunità o città o distretto vostro, niuna cospirazione farà lega, overo compagnia, pel protesto, da casione, della quale noi o voi, o qualunque altri nostri diletti o fedeli, potessimo essere dannificati, molestati o perturbati inn-alcuno modo. Ma imperò che niuna fede e niuna pietà è in coloro che seguitano le battaglie, e il detto duca Guernieri hae altre volte molte pericolose cose, sotto protesto di compagnia, ausate di fare, e però alla dilezione e carissima amistà vostra con chiara effezione vi rechiamo a memoria, acciò che con diligente cura e sollecitudine veghiate, acciò che alcuna malvagia concezione o rea effezione di quelli soldati non potesse a voi generare alcuno nocimento. E se avenisse che per l'aversità di detti soldati o d'altri nostri invidiatori contra voi o·lla vostra città in alcuna nocevole cosa volesse mandare fuori suo veleno, infino ad ora siamo pronti con tutto il nostro podere a voi dare il nostro aiuto e consiglio opportuno, acciò che·lla sincerità dell'amore, il quale tra' generitori nostri e voi già lungo tempo fu ed è indisolubile, insieme con noi perseveri e continuamente s'acresca e·lli rei de' suoi malivoli propositi e innique operazioni confusione patiscano, e pene sempiterne. Data in Napoli nel nostro castello, dì VIIII del mese di febraio, prima indizione".
E nota, lettore, come felicemente e prosperamente il re d'Ungheria passò inn-Italia sanza alcuno contasto, ma fattoli grande onore e reverenza, e datoli aiuto di cavalieri da tutti i signori e Comuni guelfi e ghibellini che trovò per camino; che·ffu tenuta gran cosa, e quasi maravigliosa, che in LXXX dì che si partì di suo paese, fece in gran parte la vendetta del suo fratello Andreas, ed ebbe a queto il regno di Puglia, per lo piacere di Dio, sanza contasto o battaglia; che per li più si stimò che se meser Luigi e gli altri baroni e reali del Regno ch'erano ragunati a Capova fossono stati d'accordo e messosi al contasto, mai non avea la signoria. Ma a·ccui Iddio vuole male per le peccata gli toglie il podere e·lla concordia. E 'l Cresiastico dice: "Il regno si trasporta di gente in gente per le ingiustizie e ingiurie e contumelie e diversi inganni etc."; e così pare manifestamente che per giudicio d'Iddio avenisse a' reali del regno di Puglia, e desse prosperità al re d'Ungheria. Ben si disse per alcuno astrolago che venne co·llui d'Ungheria ch'elli si partì di sua terra, come dicemmo adietro, a dì III di novembre la mattina, e prese l'ascendente di sua mossa onde fece la figura che disegneremo qui apresso e come si può vedere.
Il suo ascendente pare che fosse il segno dello Scorpione a gradi VIIII e·llo suo signore pianeta, cioè Marti, il qual era nella X casa, che·ssi dice casa reale, e nella faccia di Giovi e termine di Venus fortunati, e nel segno del Leone sua tripicità, e atribuito al paese d'Italia, e con capud Dragonis fortunato e forte, ch'assai chiaro mostrò in parte quello che·lli avenne in suo avenimento. L'altre significazioni e suo fine giudichi chi è dell'arte d'astrologia maestro. Ma noti che quando il re entrò nel Regno, ciò fu a dì XXIIII di dicembre, il suo pianeto Marti cominciò a retrogradare; e quando entrò in Napoli ed ebbe la dominazione, dì XXIII di gennaio, era retrogradato. Lasceremo di questa matera, che non era di necessità al nostro trattato; ma per dare alcuno diletto a'cchi della scienzia s'intende il ci misi. Ancora lasceremo di processi del re d'Ungaria, e diremo come la reina Giovanna e meser Luigi ella prenzessa di Taranto arivarono in Proenza.
CXV
Come mesere Luigi di Taranto e·lla reina Giovanna arrivarono in Proenza.
Come in breve dicemmo adietro, quella che·ssi facea chiamare la reina Giovanna, moglie che·ffu del re Andreas, arrivò a Nizza in Proenza a dì XX di gennaio con tre galee, e in sua compagnia meser Maruccio Caraccioli di Napoli, cui ella avea fatto conte camarlingo, e di sua compagnia colla reina si parlava infama di male e di sospetto. Come presono porto a Nizza, se n'andaro ad Acchisi; e·lloro giunti inn Acchisi, il conte d'Avellino de' signori del Balzo e il signore di Salto con altri maggiori baroni di Provenza furono alla detta reina, e di presente feciono pigliare il detto meser Maruccio con VI suoi compagni, e mettere nella pregione di Nuva. La reina con cortese guardia menaro a Castello Arnaldo, e nullo le potea parlare in segreto sanza la presenza de' detti baroni di Provenza; però ch'erano entrati in sospetto e gelosia, ch'ella non facesse scambio della contea di Provenza a un'altra contea di Francia con meser Gianni figliuolo del re di Francia e suo cugino, il quale in quelli giorni era venuto al papa a Vignone col conte d'Armignacca, e statone in trattato col papa, onde i Provenzali s'erano molto iscandalezzati, non volendo esere sottoposti al re di Francia, e quasi voluto fare rubellazione di Proenza col Dalfino di Vienna per la detta cagione, e a petizione del re d'Ungheria; per la qual cosa il papa temendone ne rimandò mesere Gianni in Francia, e contentollo di molti danari; dissesi di fiorini CCm contanti e·lle decime del reame di Francia per V anni a venire a pagare in due, che sono grandissimo tesoro. E così si dispensa il tesoro della Chiesa per lo conquisto della Terrasanta, overo etc.
Messer Luigi di Taranto co·mmeser Niccola Acciaiuoli di Firenze suo fidato compagno venuti a Siena, messer Niccola volendolo menare in Firenze (e già l'avea condotto nel nostro contado in Valdipesa), sentendosi ciò per li priori e gli altri rettori di Firenze, dubitando che·lla sua venuta non generasse scandalo tra' cittadini e indegnazione del re d'Ungheria, ritenendolo in Firenze, di presente mandarono loro incontro due grandi popolari per ambasciadori, difendendo loro non entrassono nella città, ma seguissono loro cammino; e stando co·lloro al continovo, acciò che nullo altro cittadino andasse loro a parlare; e così dimorarono in Valdipesa a' luoghi degli Acciaiuoli per X dì, che nullo cittadino v'andò, se non il vescovo di Firenze, ch'era degli Acciaiuoli, e volea, e andò co·lloro a corte di papa. Di questa venuta di meser Luigi ebbe grande mormorio tra' cittadini, che parte di Guelfi ch'amavano i reali, e ricordavansi de' servigi ricevuti dal prenze di Taranto suo padre, e come meser Carlo suo fratello rimase morto in servigio del nostro Comune con meser Piero suo zio insieme alla sconfitta di Montecatini, l'avessono volentieri ricevuto in Firenze e fattogli grandissimo onore. Ma i rettori, temendo di non dispiacere al re d'Ungheria, tennero il modo detto, e per li savi fu lodato per lo migliore del Comune.
I detti non potendo venire a Firenze, avendo mandato a Genova a·ffare conducere e armare a·lloro amici due galee, e per la Via da Volterra n'andarono, e 'l vescovo co·lloro a Porto Pisano; e·llà si ricolsono a dì XI di febraio; e giunti in Proenza, e sentendo lo stato della reina Giovanna, non s'ardiro di porre né a Nizza né a Marsilia, anzi arrivaro all'Agua Morta, e di là a Belcaro nelle terre del re di Francia, e poi contro a Vignone di là dal Rodano. E 'l vescovo e messer Niccola vennono in Vignone al papa e tanto adoperaro co·llui che la reina Giovanna fu dilibera di Castello Arnaldo, e entrò in Vignone con palio sopra capo, e tutti i cardinali le vennono incontro a cavallo, ricevendola a grande onore, a dì XV di marzo. E meser Luigi venne al papa, e in quello dì riconfermò il papa il disonesto matrimonio da meser Luigi alla detta reina Giovanna. E ancora di questo fu il papa molto caloniato da più Cristiani che 'l seppono. E poi a dì XXVII di marzo il papa diede la rosa dell'oro al detto meser Luigi, essendo in Vignone il re di Maiolica; e poi cavalcò per Vignone con pennone sopra capo a guisa di re, e·lla reina co·llui; si tornarono poi di là da·rRodano, e 'l papa diè loro III cardinali a udire la quistione da·lloro al re d'Ungheria, ch'erano in corte suoi ambasciadori. Lasceremo ora questa matera, e diremo d'altri signori e donne che in questi dì passarono per Firenze.
A dì XXVII di febraio meser Filippino da Gonzago di signori di Mantova, tornando con sua gente d'arme dal re d'Ungheria, che·ll'avea acompagnato fino a Napoli, passò per Firenze e·ffu ricevuto a grande onore, e acompagnato da' rettori e da più cittadini. E di ciò fu ancora grande mormorio per li Guelfi di Firenze, dicendo: "I nostri rettori ricevono in Firenze e fanno onore a' tiranni ghibellini che·cci sono stati incontro co' nostri nimici, e non voluto ricevere meser Luigi", come detto è di sopra: ma pur fu preso il migliore e lodato per li savi, e però n'avemo fatta memoria per asempro per l'avenire.
E a dì X di marzo passò per Firenze la moglie del prenze di Taranto, che·ssi facea sopranomare imperadrice di Gostantinopoli sanza lo 'mperio; era figliuola del duca di Bolbona, figliuolo che·ffu di Chiermonte della casa di Francia; la quale poi che 'l marito cogli altri reali era mandato preso inn-Ungheria, se n'andava in Francia. Fulle in Firenze fatto grande onore d'acompagnarla di cavalieri e di donne, e albergalla in casa Peruzzi, faccendole il Comune le spese riccamente; due dì ci dimorò, e per lo cammino andando e vegnendo, per lo contado e distretto di Firenze. E 'l Comune le fece lettere al papa, pregandolo, e racomandandogliele, s'adoperasse col re d'Ungheria della diliberazione del suo marito e degli altri innocenti reali. Lasceremo alquanto delle sequele occorse per l'avenimento del re d'Ungheria, ch'assai n'avemo detto, e torneremo a dire d'altre novità state in Firenze e altrove in questi tempi.
CXVI
Quando si cominciò il muro da San Ghirigoro inn-Arno, che richiude le due pile del ponte Rubaconte.
In questo anno MCCCXLVII si cominciò a fondare inn-Arno di costa a San Ghirigoro un grosso muro con pali a castello, e presono due pile e due arcora del ponte Rubaconte di là da l'Arno andando diritto verso levante infino alla coscia del ponte Reale, che·ss'ordinò di fare. E di qua dal ponte più tempo dinanzi s'era cominciato similemente uno muro, prendendo una pila e arco del detto ponte, andando fino al castello Altrafonte. Questi muri s'ordinaro per conducere l'Arno dentro alla città per diritto canale e acrescerne terreno alla città, spezialmente verso San Niccolò, ed era la città più forte, più bella avendo il riguardo e parapetto del muro a modo di pila, sicché l'ordine e 'l lavorio de' detti muri fu bene proveduto, faccendosi una agiunta, ch'è di nicistà, cioè di fare un muro cominciandolo di qua dal fiume d'Arno alla coscia del ponte Reale, e continuandolo verso levante infino alle mulina di San Salvi; allargando la bocca ed entrata del fiume d'Arno, acciò che crescendo l'Arno, non venisse di sopra a' fossi e mura di qua alla porta della Croce o più oltre, come avenne l'anno MCCCXXXIII al tempo del diluvio: e sarebbene la terra più forte e più bella, e raquisterebbesi terreno, che varrebbe più non costerebbe il muro, il quale si farà, quando a quelli reggono la città piacerà loro.
CXVII
Come i Bostoli furo cacciati d'Arezzo.
Nel detto anno, all'uscita d'ottobre, quelli della casa de' Bostoli a romore di popolo furono cacciati d'Arezzo per forze e tirannie che facieno a' cittadini popolari di quella; e bene che inn-Arezzo fossono capo di parte guelfa, egli erano isconoscenti e ingrati, spezialmente contro al nostro Comune di Firenze; che quando erano fuori d'Arezzo cogli altri Guelfi, erano sostenuti al soldo del nostro Comune, e fatta per loro la guerra contro a' Tarlati; e poi per lo nostro Comune rimessi in Arezzo in grande stato e signoria. Ed ellino per loro superbia peggio trattavano i nostri rettori e cittadini che v'erano per lo Comune di Firenze, e del continovo puttaneggiavano col Comune di Perugia, per diminuire la signoria del Comune di Firenze, per meglio potere tiranneggiare. Ma a·cciò non guardò il nostro Comune, perch'erano Guelfi, di fare loro rendere i beni loro, e ordinalli a' confini a·lloro castella e possesioni fuori d'Arezzo; ma male stettono contenti ne' termini e confini loro dati, ch'al continuo stavano in trattati co·lloro amici dentro. E a dì XI d'aprile seguente, la notte, co·lloro amici a cavallo e a piè vennero alla terra con iscale scalandola per entrare dentro; furono sentiti e ripinti per forza fuori, e di presi di quelli d'entro, che rispondieno loro; di certi fu fatta giustizia, ed ellino e·lloro seguaci condannati per traditori e ribelli.
CXVIII
Di certe novità che in questi tempi furono in Firenze.
All'uscita di novembre e·ll'entrata di dicembre del detto anno subitamente montò il grano in Firenze, di soldi XXII che valea lo staio, in uno mezzo fiorino d'oro, e infino soldi XXXV lo staio, onde il popolo si maravigliò, e temette forte, dubitando non tornasse la carestia passata. E·cciò avenne perché la Romagna, d'onde ci solea venire il grano delle circustanze del Mugello, n'andava in Romagna, però che in Vinegia avea gran caro di grano; e per la generale mortalità e infermità delle terre marine, come detto avemo adietro, e per la venuta del re d'Ungheria in Puglia, i Viniziani non potieno avere tratta di grano né di Cicilia né di Puglia; e' Viniziani male potieno navicare. Provvidesi sopra·cciò per gli uficiali della vittuaglia di fare guardare i confini del nostro contado verso Romagna, e di fare venire grano da Pisa e di Maremma e di Siena e d'Arezzo, onde per la providenza buona tosto tornò in soldi XXII e soldi XX lo staio.
E a dì XI di gennaio si fece riformagione per lo Comune, e ordinossi che·lle signorie, come la podestà, entrasse al suo uficio a calen di gennaio e in calen di luglio, e 'l capitano del popolo in calen di maggio e in calen di novembre, e·ll'esecutore degli ordini della giustizia in calen di aprile e in calen di ottobre, com'era usato per li tempi passati; i quali tempi s'erano rimossi per la tirannia del duca d'Atene, che·lli facea a suo beneplacito quando signoreggiò Firenze. E ordinossi che come fossero entrate le dette signorie, incontanente infra XV dì apresso i priori e gli altri collegi ch'hanno ad eleggere le dette signorie li dovessono eleggere sotto certa pena, per cessare le pregherie di rettori, e non avere cagione di raffermarli; che·ffu buono e ottimo dicreto, quando s'osservasse. Ma il nostro difetto di mutare spesso leggi e ordini e costumi col non istante che·ssi mette nelle riformagioni del Comune guasta ogni buono ordine e legge, ma è·ssi nostro difetto quasi naturato,
[...] che in mezzo novembre
Non giugne quel che·ttu d'ottobre fili,
come disse il nostro poeta.
CXIX
Come la città di Pisa mutò stato e reggimento.
Nel detto anno, reggendosi la città di Pisa sotto il governo di messer Dino e di Tinuccio della Rocca di Maremma loro distrettuale sotto titolo di loro conti, i quali conti erano giovani di tempo, e morti i loro maggiori, e' detti della Rocca con altri loro seguaci popolani l'avieno retta buono tempo a·lloro senno, e chiamavasi la setta de' Raspanti; ma assai bene reggeano la terra, se non che se n'erano signori liberi; l'altra setta, che non reggeano né avieno ufici in Comune, e per dispetto gli chiamavano i Bergoli, i quali erano Gambacorti e Agliati e altri ricchi mercatanti e popolani, e' nobili e' grandi v'erano poco richesti e peggio trattati; e parendo a' detti noboli e popolari esere mal trattati e schiusi degli ufici, segretamente s'acordarono insieme, e poi co' conestaboli delle masnade con grandi impromesse, e·lla vilia di Natale, dì XXIIII di dicembre, levaro la città a romore gridando: "Viva il popolo e libertà!", e corsono la terra, e cacciarne i conti e' detti della Rocca e' loro seguaci, sanza altro mal fare in persone, se non di rubare e mettere fuoco nelle case di quelli della Rocca. E mandarli a' confini i conti e·lloro in diversi luoghi e paesi. E Andrea Gambacorti con suoi seguaci se ne feciono signori.
CXX
D'uno grande segno e miracolo ch'aparve in Vignone.
Nel detto anno, a dì XX di dicembre, la mattina levato il sole, aparve in Vignone in Proenza, ov'era la corte del papa, sopra i palazzi e abituri del detto papa, quasi com'una colonna di fuoco, e dimoròvi per ispazio d'una ora; la quale da tutti i cortigiani fu veduta, e faciensene grande maraviglia; e con tutto che·cciò potesse essere naturalmente per li raggi del sole al modo dell'arco, tuttora fu segno di future e grandi novitadi che avennero apresso, come leggendo si potrà trovare.
CXXI
Come i Guelfi furono cacciati di Spuleto.
Nel detto anno, a dì X di gennaio, mesere Piero di meser Cello di Spuleto, il quale n'era fuori a' confini, a pitizione degli altri grandi Guelfi di Spuleto, perché usava contro a·lloro e gli altri soperchia maggioranza cittadina, il detto meser Piero con suoi seguaci e amici e aiuto del capitano del Patrimonio e del duca di Spuleto venne alla terra con suo sforzo di genti a cavallo e a piè, e datagli l'entrata d'una porta, entrò combattendo nella terra. I cittadini ciò sentito, levaronsi a romore, e presono l'armi, onde si feciono caporali i Guelfi della terra medesimi, e per forza combattendo ruppono mesere Piero e' suoi con danno di loro, e cacciarli della terra. E pochi dì apresso i Ghibellini della terra avendo sospetto de' Guelfi che v'erano, con tutto che fossono stati co·lloro a cacciarne meser Piero e' suoi seguaci, come ingrati e sconoscenti gli cacciarono di Spuleto; onde, tutto fosse loro fatta sconcia cosa, fu giusta vendetta e presta, perché n'avieno cacciati i loro Guelfi medesimi. E avenne loro la parola del Vangelo: "Regno in se medesimo diviso disolabitur". Lasceremo di queste matere per raccontare un grande giudicio e quasi incredibile che a questi tempi avenne per tremuoti nella città di Pisa, di Vinegia e di Padova, ma più in Frioli e in Baviera.
CXXII
Di grandi tremuoti che furono in Vinegia, Padova, e Bologna, e Pisa.
Nel detto anno, venerdì notte dì XXV di gennaio, furono diversi e grandissimi tremuoti in Italia nella città di Pisa, e di Bologna, e di Padova, maggiori nella città di Vinegia, nella quale ruvinarono infiniti fummaiuoli, che ve ne avea assai e belli; e più campanili di chiese e altre case nelle dette città s'apersono, e tali rovinarono. E significarono alle dette terre danni e pistolenze, come leggendo inanzi si potrà trovare. Ma i pericolosi furono la detta notte in Frioli, e inn Aquilea, e in parte dalla Magna, sì fatti e per tale modo e con tanto danno, che dicendolo o scrivendolo parranno incredibili; ma per dirne il vero e non errare nel nostro trattato, sì·cci metteremo la copia della lettera che di là ne mandaro certi nostri Fiorentini mercatanti e degni di fede, il tinore delle quali diremo qui apresso, scritte e date inn-Udine del mese di febraio MCCCXLVII.
CXXIII
Di grandi tremuoti che furono in Frioli e in Baviera.
Avrete udito di diversi e pericolosi tremuoti che sono stati in questi paesi, i quali hanno fatto grandissimo danno. Correndo gli anni del nostro Signore, secondo il corso della chiesa MCCCXLVIII, indizione prima, ma secondo il nostro corso della Anuziazione, ancora nel MCCCXLVII, a dì XXV di gennaio, il dì di venerdì, il dì della conversazione di san Paolo, ad ore VIII e quarta appresso vespro, che viene ore V infra la notte, fu grandissimo tremuoto, e durò per più ore, il quale non si ricorda per niuno vivente il simile.
In prima in Sancille la porta di verso Friole tutta cadde. Inn-Udine cadde parte del palazzo di meser lo patriarca, e più altre case; cadde il castello di Santo Daniello in Frioli, e morìvi più uomini e femmine; caddono due torri del castello di Ragogna, ed iscorsono infino al Tagliamento, cioè uno fiume così nomato, e morìvi più genti.
In Gelmona la metà e più delle case sono rovinate e cadute, e 'l campanile della maggiore chiesa è tutto fesso e aperto, e·lla figura di san Cristofano intagliato in pietra viva si fesse tutta per lungo. Per li quali miracoli e paura i prestatori a usura della detta terra, convertiti a penitenzia, feciono bandire che ogni persona ch'avessono loro dato merito e usura andasse a·lloro per essa; e più d'otto dì continuarono di renderla.
A Vencione il campanile della terra si fesse per mezzo, e più case rovinarono. Il castello di Tornezzo e quello di Dorestagno e quello di Destrafitto caddono e rovinarono quasi tutti, ove morirono molte genti.
Il castello di Lemborgo, ch'era in montagna, si scommosse; rovinando fu trasportato per lo tremuoto da X miglia del luogo dov'era in prima, tutto disfatto. Uno monte grandissimo, ov'era la via ch'andava al lago Dorestagno, si fesse e partissi per mezzo con grande rovina, rompendo il detto cammino.
E Ragni e Vedrone, due castella, con più di L ville, che sono sotto il contado da Gurizia, intorno al fiume di Gieglia, sono rovinate e coperte da due monti, e quasi tutte le genti di quelle perite.
La città di Villaco in Frioli vi rovinarono tutte le case, se non fu una d'un buono uomo, e giusto, e caritevole per Dio. E poi del suo contado più di LX sue tra castella e ville sopra il fiume d'Atri per simile modo detto di sopra sono tutte rovinate e somerse da due montagne, e ripiena la valle onde correa il detto fiume per più di X miglia; e 'l monistero d'Orestano rovinato e somerso, e mortavi molta gente. E 'l detto fiume non avendo sua uscita e corso usato, al di sopra ha fatto uno nuovo e grande lago. Nella detta città di Villaco molte maraviglie v'apariro, che·lla grande piazza di quella si fesse a modo di croce, della quale fessura prima uscì sangue e poi acqua in grande quantità. E nella chiesa di Santo Iacopo di quella città vi si trovarono morti uomini che v'erano fuggiti, sanza gli altri morti per la terra, più delle tre parti degli abitanti; iscamparono per divino miracolo i Latini e' forestieri e' poveri. Per Carnia più di XVm uomini sono trovati morti per lo tremuoto; e tutte le chiese di Carnia sono cadute, e·lle case e 'l monistero d'Osgalche e quello di Verchir tutti sobbissati.
In Baviera la città di Trasborgo, e Paluzia, e·lla Muda, e·lla Croce oltramonti, la maggiore parte delle case cadute, e morta molta gente.
E nota, lettore, che·lle sopradette rovine e pericoli di tremuoti sono grandi segni e giudici di Dio, e non sanza gran cagione e premessione divina, e di quelli miracoli e segni che Gesù Cristo vangelizzando predisse a' suoi discepoli che dovieno apparire alla fine del secolo.
FINE

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Ultimo Aggiornamento:12/07/05 23:097