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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

NUOVA CRONICA

Tomo Primo

Di: Giovanni Villani

 

LIBRO TREDECIMO (78-102)

LXXVIII
Come Carlo re di Buem fu confermato per lo papa e per la Chiesa a esere imperadore, e come prese la prima corona.
Nel detto anno MCCCXLVI a Vignone, ov'era il papa colla corte, essendovi venuti ambasciadori di Carlo re di Buem colla sua confermagione della lezione dello 'mperio fatta di lui, come adietro facemmo menzione, il papa a priego e stanza del re di Francia, e per abattere il titolo dello 'mperio del Bavero, sì confermò a essere degno imperadore il detto Carlo con autorità di santa Chiesa, commendandolo il papa di molte virtudi in suo sermone in piuvico consistoro, ove furono tutti i cardinali vescovi e prelati ch'erano in corte, e tutti i cortigiani che vi vollono essere, promettendogli ogni aiuto e favore alla sua dignità che·ssi potesse per santa Chiesa, e dandoli licenza che·ssi potesse coronare della prima corona inn-Alamagna, ov'elli volesse, e per quale vescovo o arcivescovo ch'a·llui piacesse, nonistante il luogo consueto d'Asia la Cappella, o coronare per l'arcivescovo di Cologna; e ciò fu a dì VI di novembre gli anni MCCCXLVI. Il detto Carlo avuta dal papa la sua confermagione, sanza indugio, non potendosi coronare ad Asia la Cappella per la forza del Bavero e de' suoi amici ch'era in quello paese ragunato con forza d'arme per contastarlo, sì·ssi fece coronare a una terra che·ssi chiama Bona presso di Cologna, in forza di lui e di suoi amici, non tenendo tre dì campo in arme, come dice ed è consueto per dicreto; e·cciò fu il dì di santa Caterina, dì XXV di novembre MCCCXLVI. E pochi signori e baroni d'Alamagna furono alla sua coronazione, però che·lla maggiore parte tenieno con Lodovico di Baviera chiamato Bavero. Lasceremo alquanto delle novità di là da' monti e del nuovo imperio, infino che luogo e tempo sarà, e torneremo a dire di fatti di Firenze e di nostro paese che furono in que' tempi.
LXXIX
Di novità fatte in Firenze per cagione degli ufici del Comune.
Nel detto anno, avendosi in Firenze novelle della confermazione e prima coronazione del nuovo imperadore Carlo di Buem, come detto avemo, considerando ch'egli era nipote dello 'mperadore Arrigo di Luzimborgo, il quale fu all'asedio di Firenze, e trattocci come suoi nimici e ribelli, come ne' suoi processi al suo tempo facemmo menzione; e con tutto che 'l papa e·lla Chiesa mostri di favorallo, per quelli della parte guelfa in Firenze se n'ebbe gran sospetto. E sentendo e sapiendo che ne' bossoli, overo borse della lezione de' priori avea mischiati più Ghibellini sotto nome d'artefici delle XXI capitudini dell'arti, e d'esere buoni uomini e popolari, più consigli se ne tennero per correggere la detta lezione de' priori. Ma era tanto il podere delle capitudini dell'arti e delli artefici, e per tema di non comuovere la terra a romore e ad arme, che si rimase di non fare cerna, o toccare la lezione di priori; ma per contentare in parte i Guelfi si fece a dì XX di gennaio, dicreto e riformagione che d'allora inanzi nullo Ghibellino, il quale, elli o suo padre, suo congiunto, dal MCCCI in qua fosse stato ribello, o in terra ribella stato, o venuto contro al nostro Comune, potesse avere niuno uficio; e se fosse eletto, pena a' lettori o·llui che ricevesse fiorini M d'oro o·lla testa; e che niuno altro, il quale non fosse vero Guelfo e amatore di parte di santa Chiesa, bene ch'elli né suoi non fossono stati ribelli, non possa avere alcuno uficio, a pena di libre D e alle signorie, ove ne fosse acusato, pena libre M se nol condannasse; e·lla pruova di ciò si dovesse fare per VI testimoni di piuvica fama, aprovati i detti testimoni fossero idoni, se·ll'accusato fosse artefice, per li consoli di sua arte, e se fosse l'accusato iscioperato, i detti VI testimoni aprovati per li priori, e XII loro consiglieri; e funne condannato Ubaldino Infangati, perché accettò l'uficio di XVI sopra i sindacati de' falliti in libre D; e alcuni altri per quello uficio e altri ufici, per non esere condannati né isvergognati, non accettaro né vollono giurare i detti ufici, e altri Guelfi furono messi in quello scambio.
LXXX
Di novità ch'ebbe in Arezzo simile per cagione degli ufici.
All'entrante del mese di novembre del detto anno nella città d'Arezzo si levò romore, e furono sotto l'arme per cagione che a' Guelfi d'Arezzo, ond'erano capo i Bostoli, per potere meglio tiranneggiare i loro cittadini, dicendo che parea loro che troppi Ghibellini fossono mischiati co·lloro agli ufici e reggimento della città; e convenne si facesse la cerna, e che i Ghibellini ch'erano ne' sacchetti, overo bossoli, per essere rettori e uficiali, ne fossono tratti. E tutto questo avenne per gelosia del nuovo imperadore, onde seguì poi assai sconcio alla città d'Arezzo e a' detti della casa de' Bostoli, come si troverrà per inanzi leggendo.
LXXXI
Come la città di Giadra inn-Ischiavonia s'arrendé a' Viniziani.
Nel detto anno, il dì di santo Tommaso di dicembre, la città di Giadra inn-Ischiavonia, ove i Viniziani erano stati sì lungamente ad asedio, per difalta di vittuaglia s'arenderono al Comune di Vinegia, salve le persone e l'avere, rimanendosi sotto la signoria di Vinegia per lo modo s'erano inanzi si rubellassono. Il re d'Ungheria, a·ccui petizione e baldanza Giadra s'era rubellata, e di ragione n'era signore e sovrano, come adietro facemmo menzione, no·lli poté soccorrere per difalta e fame ch'era inn-Ischiavonia; non vi poté venire né mandare suo oste né poterla far fornire. Néd eziandio il detto re d'Ungheria non potéo seguire la sua impresa di passare in Puglia, per la carestia e fame che·ffu quasi in tutta Italia e in più parti, e maggiormente inn-Ischiavonia.
LXXXII
Di certe novità che furono nel castello di Sa·Miniato e come si diedono alla signoria e guardia del Comune di Firenze per V anni.
Nel detto anno, del mese di febraio, essendo podestà di Sa·Miniato mesere Guiglielmo delli Oricellai popolano di Firenze, volendo fare giustizia di certi malfattori i quali erano masnadieri di Malpigli e Mangiadori, le dette case co·lloro sforzo d'amici con armata mano levaro la terra a romore, e per forza tolsono i malfattori alla detta podestà, e voleno disfare gli ordini del popolo. Se non che' popolani di Sa·Miniato furono ad arme, e col sùbito soccorso delle masnade di Fiorentini ch'erano nel Valdarno di sotto, a·ccavallo e a piè vi trassono, onde il popolo si difese e guarentì, e 'l Comune di Firenze vi mandò loro ambasciadori per riformare la terra, e così feciono; per la qual cosa il popolo e Comune di Sa·Miniato, di loro buona volontà e per vivere in pace, dierono la signoria e guardia della loro terra al Comune di Firenze per V anni. E poi per fortificare il popolo di Sa·Miniato si fece, dì XIII d'ottobre MCCCXLVII, riformagione in Firenze, che' grandi di Firenze s'intendessono e fossono grandi e trattati per grandi in Sa·Miniato, acciò che non potessono fare forza e violenze a' popolani, e che i grandi di Sa·Miniato s'intendessono per grandi in Firenze. E ordinossi di raforzare la rocca e fare via chiusa di mura larga braccia XVI dalla rocca alle mura di fuori, con una porta, alle spese comuni del Comune di Firenze e di Sa·Miniato, acciò che 'l Comune di Firenze avesse spedita l'entrata ella guardia della detta rocca. E ordinossi di fare un ponte sopra il fiume de l'Elsa alle spese de' detti due Comuni, acciò che quando bisognasse, ad ogni tempo, la forza di Fiorentini potesse essere in Sa·Miniato alla loro difesa.
LXXXIII
Di certe novità e ordini che·ssi feciono in Firenze per lo caro ch'era, e mortalità.
Essendo in Firenze e d'intorno il caro grande di grano e d'ogni vittuaglia, come poco adietro avemo fatta menzione, essendone afritti i cittadini e contadini, spezialmente i poveri e impotenti, e ogni dì venia montando il caro ella difalta; e oltre a·cciò conseguente cominciata grande infermità e mortalità, il Comune provide e fece dicreto a dì XIII di marzo che niuno potesse esere preso per niuno debito di fiorini C d'oro, o da indi in giù, infino a calen di agosto vegnente, salvo all'uficiale della mercatantia da libre XXV in su, acciò che·ll'impotenti non fossono tribolati di loro debiti, avendo la passione della fame e mortalità. E oltre a·cciò feciono ordine che nessuno potesse vendere lo staio del grano più di soldi XL; e chi·nne recasse di fuori del contado di Firenze per vendere, avesse dal Comune fiorino uno d'oro del moggio; ma non si potéo osservare, che tanto montò la carestia e difalta, che·ssi vendea fiorino uno d'oro lo staio, e talora libre IIII; e se non fosse la provisione del Comune, come dicemmo adietro, il popolo moria di fame. E per la pasqua di Risoresso seguente, che·ffu in calen di aprile MCCCXLVII, il Comune fece offerta di tutti i prigioni ch'erano nelle carcere che riavessero pace da' loro nimici, e stati in prigione da calen di febraio adietro; e chiunque v'era per debito da libre C in giù, rimanendo obrigato al suo creditore; e·ffu gran bene e limosina, che per la 'nopia è·ggià cominciata la mortalità, ogni dì morivano nelle carcere due o tre prigioni; furono gli oferti in quello dì CLXXIII, che ve ne avea più di D in più in grande inopia e povertà. E poi a l'uscita di maggio per le sudette cagioni si fece riformagione per lo Comune di Firenze, che chiunque fosse nelle carcere o fosse in bando di pecunia da fiorini C d'oro in su, ne potesse uscire pagando al Comune in danari contanti soldi III per libra di quello fosse condannato o sbandito, e scontando ancora i soldi XVII per libra del debito del Comune che s'avea chi·llo volea comperare per XXVIII o XXX per C da coloro che doveano avere dal Comune, che venia la detta gabella di pagare da soldi VII e mezzo per libra. Certi gli pagaro e uscirono di bando e di prigione, ma non furo guari; tanto era povero il comune popolo di cittadini per lo caro e·ll'altre aversità occorse.
LXXXIV
Di grande mortalità che·ffu in Firenze, ma più grande altrove, come diremo apresso.
Nel detto anno e tempo, come sempre pare che segua dopo la carestia e fame, si cominciò in Firenze e nel contado infermeria, e apresso mortalità di genti, e spezialmente in femine e fanciulli, il più in poveri genti, e durò fino al novembre vegnente MCCCXLVII ma però non fu così grande, come fu la mortalità dell'anno MCCCXL come adietro facemmo menzione; ma albitrando al grosso, ch'altrimenti non si può sapere a punto in tanta città come Firenze, ma in di grosso si stimò che morissono in questo tempo più di IIIIm persone, tra uomini e più femmine e fanciulli; morirono bene de' XX l'uno; e fecesi comandamento per lo Comune che niuno morto si dovesse bandire, né sonare campane alle chiese, ove i morti si sotterravano, perché·lla gente non isbigottisse d'udire di tanti morti. E·lla detta mortalità fu predetta dinanzi per maestri di strologia, dicendo che quando fu il sostizio vernale, cioè quando il sole entrò nel principio dell'Ariete del mese di marzo passato, l'ascendente che·ffu nel detto sostizio fu il segno della Vergine, e 'l suo signore, cioè il pianeto di Mercurio, si trovò nel segno dell'Ariete nella ottava casa, ch'è casa che significa morte; e se non che il pianeto di Giove, ch'è fortunato e di vita, si ritrovò col detto Mercurio nella detta casa e segno, la mortalità sarebbe stata infinita, se fosse piaciuto a·dDio. Ma·nnoi dovemo credere e avere per certo che Idio promette le dette pestilenze e·ll'altre a' popoli, cittadi e paesi per pulizione de' peccati, e non solamente per corsi di stelle, ma talora, siccome signore dell'universo e del corso del celesto, come gli piace; e quando vuole, fa accordare il corso delle stelle al suo giudicio; e questo basti in questa parte e d'intorno a Firenze del detto delli astrolagi. La detta mortalità fu maggiore in Pistoia e Prato e nelle nostre circustanze all'avenante della gente di Firenze, e maggiore in Bologna e in Romagna, e maggiore a Vignone e in Proenza ov'era la corte del papa, e per tutto il reame di Francia. Ma infinita mortalità, e che più durò, fu in Turchia, e in quelli paesi d'oltremare, e tra' Tarteri. E avenne tra' detti Tarteri grande giudicio di Dio e maraviglia quasi incredibile, e·ffu pure vera e chiara e certa, che tra 'l Turigi e 'l Cattai nel paese di Parca, e oggi di Casano signore di Tartari in India, si cominciò uno fuoco uscito di sotterra, overo che scendesse da cielo, che consumò uomini, e bestie, case, alberi, e·lle pietre e·lla terra, e vennesi stendendo più di XV giornate atorno con tanto molesto, che chi non si fuggì fu consumato, ogni criatura e abituro, istendendosi al continuo. E gli uomini e femine che scamparono del fuoco, di pistolenza morivano. E alla Tana, e Tribisonda, e per tutti que' paesi non rimase per la detta pestilenza de' cinque l'uno, e molte terre vi s'abandonaro tra per pestilenzia, e tremuoti grandissimi, e folgori. E per lettere di nostri cittadini degni di fede ch'erano in que' paesi, ci ebbe come a Sibastia piovvono grandissima quantità di vermini grandi uno sommesso con VIII gambe, tutti neri e coduti, e vivi e morti, che apuzzarono tutta la contrada, e spaventevoli a vedere, e cui pugnevano, atosicavano come veleno. E in Soldania, in una terra chiamata Alidia, non rimasono se non femmine, e quelle per rabbia manicaro l'una l'altra. E più maravigliosa cosa e quasi incredibile contaro avenne in Arcaccia uomini e femine e ogni animale vivo diventarono a modo di statue morte a modo di marmorito, e i signori d'intorno al paese pe' detti segni si propuosono di convertire alla fede cristiana; ma sentendo il ponente e paesi di Cristiani tribolati simile di pistolenze, si rimasono nella loro perfidia. E a porto Talucco, inn-una terra ch'ha nome Lucco inverminò il mare bene X miglia fra mare, uscendone e andando fra terra fino alla detta terra, per la quale amirazione assai se ne convertirono alla fede di Cristo. E stesesi la detta pistolenza infino in Turchia e Grecia, avendo prima ricerco tutto Levante i·Misopotania, Siria, Caldea, Suria, Cipro, il Creti, i·Rodi, e tutte l'isole dell'Arcipelago di Grecia, e poi si stese in Cicilia, e Sardigna, Corsica, ed Elba, e per simile modo tutte le marine e riviere di nostri mari; ed otto galee di Genovesi ch'erano ite nel mare Maggiore, morendo la maggiore parte, non ne tornarono che quattro galee piene d'infermi, morendo al continuo; e quelli che giunsono a Genova, tutti quasi morirono, e corruppono sì l'aria dove arivavano, che chiunque si riparava co·lloro poco apresso morivano. Ed era una maniera d'infermità, che non giacia l'uomo III dì, aparendo nell'anguinaia o sotto le ditella certi enfiati chiamati gavoccioli, e tali ghianducce, e tali gli chiamavano bozze, e sputando sangue. E al prete che confessava lo 'nfermo, o guardava, spesso s'apiccava la detta pistilenza per modo ch'ogni infermo era abandonato di confessione, sagramento, medicine e guardie. Per la quale sconsolazione il papa fece dicreto, perdonando colpa e pena a' preti che confessassono o dessono sagramento alli infermi, e·lli vicitasse e guardasse. E durò questa pestilenzia fino a... e rimasono disolate di genti molte province e cittadini. E per questa pistilenza, acciò che Iddio la cessasse e guardassene la nostra città di Firenze e d'intorno, si fece solenne processione in mezzo marzo MCCCXLVII per tre dì. E tali son fatti i giudici di Dio per pulire i peccati de' viventi. Lasceremo della matera, e diremo alquanto de' processi di Carlo di Buem nuovo eletto imperadore.
LXXXV
Come Carlo di Buem eletto imperadore venne in Chiarentana.
Nel detto anno, all'uscita del mese d'aprile e all'entrante di maggio MCCCXLVII, Carlo re di Bueme nuovamente eletto a esere imperadore e già confermato per la Chiesa, come adietro facemmo menzione, con aiuto di cavalieri di messer Luchino Visconti signore di Milano, e di meser Mastino della Scala signore di Verona, venne in Chiarentana per raquistare il paese, che in parte gli succedea per retaggio della madre, e per avere spedita l'entrata d'Italia; e rendéllisi la città di Trento e quella di Feltro e Civita Bellona colla forza del patriarca d'Aquilea per comandamento del papa, e arse il borgo e terra di Buzzano, e puosesi allo assedio a Tiralli. Sentendo ciò il marchese di Brandiborgo figliuolo del Bavero, ch'ancora cusava ragione in parte della detta contea per la madre, e ancora per la nimistà impresa contra il suo padre Bavero, avendosi fatto eleggere imperadore lui vivendo, si venne della Magna con grande cavalleria per soccorrere Tiralli e raquistare il paese. Sentendo la sua venuta il detto Carlo eletto imperadore, e ch'egli era con maggiore potenza di gente di lui, si partì con sua oste d'asedio dal detto Tiralli con alcuno danno di sua gente e con vergogna, perdendo parte del paese aquistato. Lasceremo alquanto di suoi fatti, e diremo ancora del processo della guerra del re di Francia e di quello d'Inghilterra, ch'ancora ne cresce matera.
LXXXVI
Di certo parlamento che fece il re di Francia per andare contro al re d'Inghilterra.
Nel detto anno, il dì di domenica d'ulivo, il re di Francia fece grande ragunata di suoi baroni a Parigi, e fece suo parlamento richieggendo tutti i suoi baroni e prelati e Comuni di suo reame d'aiuto per fare suo oste contra al re d'Inghilterra, ch'era con suo oste all'asedio di Calese, come lasciammo adietro. E giurò di non fare mai co·llui pace o triegua infino a tanto che non avesse fatto vendetta della sconfitta ricevuta a Crescì, e dell'onta che 'l re d'Inghilterra avea fatta alla corona di Francia, d'essere venuto con oste in suo reame e d'essere ancora all'asedio di Calese. Il quale saramento non poté oservare, ma procacciò di farne suo podere in ragunando tutti i suoi baroni prelati e caporali di grandi Comuni e cittadi al suo parlamento. Nel quale parlamento tutti quelli del reame gli promissono aiuto di gente d'arme, i gentili uomini e gli altri di sussidio di moneta. E fece trarre di San Donigi la 'nsegna d'oro e fiamma, la quale per usanza non si trae mai, se non a grandi bisogni e necessitadi del re e del reame, la quale è adogata d'oro e di vermiglio; e quella diede al siri di... di Borgogna, nobile e gentile uomo e prode in arme; e comandato a tutti che s'aparecchiassono di seguirlo alla sua richesta; e poi si partì il parlamento.
LXXXVII
Del parlamento che fece il re d'Inghilterra co' Fiaminghi e col duca di Brabante.
In questo medesimo tempo lo re d'Inghilterra, lasciata sua oste ordinata e fornita all'assedio di Calese, venne in Fiandra, e·llà fece suo parlamento co' rettori delle buone ville, e fuvi il duca di Brabante e 'l giovane conte di Fiandra, rimaso del conte suo padre, che morì alla battaglia di Crescì in servigio del re di Francia. E in quello parlamento ordinaro insieme lega e compagnia contro al re di Francia; e promissono parentado, il duca di Brabante di dare al figliuolo una sirocchia del re d'Inghilterra, e al giovane conte di Fiandra la figliuola; e ordinarono guidatore di Fiandra e del giovane conte il marchese di Giulieri. E·cciò fatto, il re d'Inghilterra si tornò alla sua oste allo assedio di Calese. Ma partito di Fiandra il detto parlamento, i detti parentadi e·llega non si oservarono per lo duca di Brabante, né per lo giovane conte di Fiandra, come assai tosto per lo innanzi faremo menzione, per procaccio e spendio del re di Francia. Lasceremo alquanto dire della detta guerra, e diremo d'altre novità d'Italia e della nostra città di Firenze.
LXXXVIII
Di novità e discordia che fu nella città di Genova.
Nel detto anno, del mese d'aprile, essendo i Genovesi tra·lloro in discordia da' noboli al popolo, trattaro di dare il reggimento della terra, quasi come mediatore tra·lloro, a meser Luchino Visconti signore di Milano, e mandarli ambasciadori il popolo per sé, di darli la signoria limitata e a certo termine; e' noboli e' grandi aveano mandato per li loro ambasciadori ch'elli gliele voleano dare libera, tegnendosi mal contenti del reggimento del dugi e del popolo; onde messere Luchino sdegnato contro al popolo, non volendoli dare libera la signoria. Per la qual cosa tornati a Genova i detti ambasciadori, si levò il popolo a romore e ad arme, e corsono sopra i grandi, e presonne da L pure de' migliori, e impuosono loro di pena libre Cm di genovini, e convenne che li pagassono al Comune; e racchetossi il romore nella città, rimanendo il dogi e 'l popolo signori; e di caporali delle case di grandi il dogio mandò a' confini in diverse parti; ma i più ruppono i confini e fecionsi rubelli, e poi, come diremo inanzi, vennero sopra Genova. E di questo mese d'aprile essendo arrivate in Porto Pisano II cocche cariche di grano, che venia di Cicilia comperato per gli uficiali del Comune di Firenze, essendo in Genova gran caro di grano, mandaro loro galee in Porto Pisano, e combattero le dette cocche, e per forza le menarono a Genova, pagandone poi con male pagamento i mercatanti di cui era il carico, quello ch'a·lloro piacque. Per la quale ingiuria e tirannia fatta pe' Genovesi al Comune di Firenze subitamente montò il grano in Firenze a soldi XLV lo staio, poi salì tosto a fiorini uno d'oro e più. E per questa cagione e oltraggio di Genovesi ebbe in Firenze grande gelosia e paura che non mancasse la vittuaglia, e mandarono in Romagna a farne venire con gran costo e interesso del nostro Comune, come adietro facemmo menzione nel capitolo della carestia.
LXXXIX
Come l'Aquila e altre terre d'Abruzzi si rubellarono a' reali di Puglia a petizione del re d'Ungheria.
Nel detto anno, essendo quasi rubellata l'Aquila alla reina di Puglia e agli altri reali rede del re Ruberto per uno ser Ralli dell'Aquila, che se n'era fatto signore, a pitizione del re d'Ungheria, giunsono nella città dell'Aquila del mese di maggio l'arcivescovo d'Ungheria e meser Niccola ungaro, il quale meser Niccola era stato nel Regno balio del re Andreas, ed eravi, quando fu morto, ambasciadore del re d'Ungheria, con grande quantità di moneta per mantenere que' dell'Aquila, e per soldare gente d'arme e cavallo e a piè, sì che tosto ebbono più di M cavalieri. Del mese di giugno e' corsono il paese; e più terre d'Abruzzi si rubellaro alla detta reina e reali, e·ssi tennero per lo re d'Ungheria. Ciò fu Civita di Tieti, e Civita di..., e Popoli, e Lanciano, e·lla Guardia, e altre terre e castella; e puosono oste alla città di Sermona. Sentendosi ciò a Napoli, i detti reali, tra di baroni del Regno e soldati, assai tosto feciono più di IImD cavalieri e gente d'arme a piè assai, e feciono capitano dell'oste il duca di Durazzo, figliuolo che fu di meser Gianni e nipote del re Ruberto, e vennero al soccorso di Sermona. Sentendo ciò quelli dell'Aquila, che v'erano a oste, se ne partirono con alcuno danno, e ridussonsi nell'Aquila a guardia della terra, e quella aforzaro e guerniro di vittuaglia. Il duca di Durazzo colla sua oste, ch'ogni dì gli crescea gente, si puose all'asedio della città dell'Aquila, e quivi stettono fino all'uscita d'agosto guastando intorno; ed ebbevi più scontrazzi e badalucchi, quando a danno dell'una parte, e quando dell'altra. In questa stanza arrivò in Italia il vescovo di Cinque Chiese, overo di V Vescovadi, fratello bastardo del re d'Ungheria (si dicea savio signore e valentre in arme) con da CC gentili uomini d'Ungheria e d'Alamagna a cavallo e in arme, e con danari assai, e sogiornò alquanto a Forlì e in Romagna, prima ricevuti graziosamente da meser Mastino al suo valicare, e poi da tutti i signori di Romagna, e ivi soldò quanta gente poté avere a cavallo, e arrivò a Fuligno; sicché con gente ch'era soldata a Fuligno, ch'al tutto si tenieno dalla parte del re d'Ungheria, ond'era capo mesere Ugolino de' Trinci, vi si trovò più di M cavalieri, e nell'Aquila e d'intorno al paese n'avea bene altri mille al soldo del re d'Ungheria. Sentendo ciò quelli ch'erano all'asedio dell'Aquila, ed essendo già fornito il servigio di tre mesi che' baroni deono servire la corona, e non avendo soldo dalla corte, si cominciarono a partire; e 'l primo si partisse fu il conte di Sanseverino, che per li più si disse ch'amava più la signoria del re d'Ungheria che degli altri reali; e partito lui, tutti gli altri si partirono sconciamente e sciarrati, ricevendo alcuno danno dalla gente ch'erano nell'Aquila. E giunti all'Aquila, la gente ch'era a Filigno de·rre d'Ungheria corsono il paese, e presono il castello della Leonessa, e quello arsono. Lasceremo alquanto di questa impresa del re d'Ungaria, ch'assai tosto di ciò ci crescerà matera, e diremo d'una grande novità che·ffu nella città di Roma di mutazione di popolo e di nuova signoria.
XC
Di grandi novitadi che furono in Roma, e come i Romani feciono tribuno del popolo.
Nel detto anno, a dì XX di maggio, il dì di Pentecosta, essendo tornato a Roma uno Niccolò di... ch'era andato a corte del papa per lo popolo di Roma a richiederlo che venisse a dimorare alla sedia di san Piero, come dovea, colla sua corte; e avendoli il papa di ciò data buona ma vana speranza, si ragunò parlamento in Roma, ove si congregò molto popolo, e in quello isposta sua ambasciata con savie e ornate parole, come quelli che di rettorica era maestro, com'elli avea ordinato con certi caporali del popolo minuto, a grido fu fatto tribuno del popolo e messo in Campidoglio in signoria. E di presente che fu fatto signore tolse ogni signoria e stato a' noboli di Roma e d'intorno, e fecene prendere de' caporali, che mantenieno le ruberie in Roma e d'intorno, e fecene fare aspre giustizie, e mandò a' confini certi degli Orsini e Colonnesi e altri noboli di Roma, e tutti gli altri se n'andarono quasi fuori di Roma a·lloro terre e castella per fuggire la furia del detto tribuno e del popolo, e tolse loro il tribuno ogni fortezza della terra. E ordinò oste contra il prefetto e alla città di Viterbo, che no·llo ubbidiva; e in brieve per sua rigida giustizia Roma e intorno fu in tanta sicurtà, che di dì e di notte vi si potea andare salvamente. E mandò lettere a tutte le caporali città d'Italia, e una ne mandò al nostro Comune, con molto eccellente dittato; e poi ci mandò V solenni ambasciadori, gloriando sé, e poi il nostro Comune, e come la nostra città era figliuola di Roma e fondata e dificata dal popolo di Roma, e richiesene d'aiuto alla sua oste. A' quali ambasciadori fu fatto grande onore, e mandati a Roma al tribuno cento cavalieri, e proferto maggiore aiuto, quando bisognasse; e' Perugini gline mandaro CL. E poi il dì di san Piero in Vincola, dì primo d'agosto, come avea significato inanzi per sue lettere e ambasciadori, fecesi il detto tribuno fare cavaliere al sindaco del popolo di Roma all'altare di Santo Pietro; e prima per grandezza si bagnò a·lLaterano nella conca del paragone, che v'è, ove si bagnò Gostantino imperadore, quando santo Salvestro papa il guarì della lebbra. E fatta la grande corte e festa di sua cavalleria, ragunato il popolo, fece uno gran sermone, dicendo come volea riformare tutta Italia all'ubidienzia di Roma al modo antico, mantegnendo le città i·lloro libertà e giustizia, e fece trarre fuori certe nuove insegne ch'avea fatte fare, e una ne diè al sindaco del Comune di Perugia coll'arme di Giulio Cesare, il campo vermiglio e·ll'aguglia d'oro; un'altra ne trasse di nuova fazione, dov'era una donna vecchia a sedere in figura di Roma, e dinanzi le stava ritta una donna giovane colla figura del mappamondo in mano, rapresentando alla figura della città di Firenze, che 'l porgesse a Roma, e fece chiamare se v'avesse sindaco del Comune di Firenze; e non essendovi, la fece porre ad alti in su una stacca, e disse: "E' verrà bene chi·lla prenderà a tempo e luogo". E più altre insegne diede a' sindachi d'altre città vicine e circustanze di Roma; e quello dì fece impiccare il signore di Corneto, che facea rubare il paese d'intorno a Roma. E·cciò fatto, fece a grido nel detto parlamento invocare, e poi per sue lettere citare i lettori dello 'mperio della Magna, e Lodovico di Baviera detto Bavero, che·ss'era fatto imperadore, e Carlo di Buem, che novellamente s'era fatto imperadore, che d'allora alla Pentecosta a venire fossono a Roma a mostrare la loro lezione, e con che titolo si facieno chiamare imperadori, e' lettori dovessono mostrare autoritade li avessono eletti; e fece trarre fuori e piuvicare certi privilegi del papa, come avea commessione di ciò fare. Lasceremo alquanto della nuova e grande impresa del nuovo tribuno di Roma, che tutto a tempo vi potremo ritornare, se·lla sua signoria e stato arà podere con efetto, con tutto che per li savi e discreti si disse infino allora che·lla detta impresa del tribuno era un'opera fantastica e da poco durare; e diremo alquanto di certe novità occorse in que' tempi alla città di Firenze.
XCI
Di certe tempeste e fuochi che furono in Firenze.
Nel detto anno, a dì XX e dì XXII del mese d'aprile, furono in Firenze e d'intorno grandi turbichi di piove e tuoni e baleni oltre all'usato modo. E caddono nella città e di fuori più folgori, e alcuna n'abatté certi merli delle mura. Poi a dì XVIII e dì XX di giugno furono per simile modo gran piogge, gragnuole, tuoni e folgori, guastando frutti e biade in più parti del contado. Per la qual cosa il vescovo di Firenze col chericato e grande popolo andarono per la terra a processione per III dì, pregando Iddio la cessasse; e come gli piacque, così fece. E·lla notte vegnente, il dì di san Giovanni, a dì XXIIII di giugno, s'aprese fuoco in Porta Rossa contra alla via traversa che va a casa gli Strozzi, ove arsono più di XX case, sanza quelle si disfeciono d'intorno per ispegnerlo, con grande danno e disuluzione della contrada, e morìvi più maestri di rovina di case, che caddono loro adosso. E ne' detti dì s'aprese in più parti di Firenze con danno di più case e forni. E nota, lettore, quante tempeste occorse in questo anno alla nostra città, di fame, mortalità, rovina, tempeste, e fuochi, e discordie tra' cittadini, per li soperchi di nostri peccati. Piaccia a·dDio che questi segni ci correggano de' nostri difetti, acciò che Iddio non ci condanni a maggiori giudici, che paura ne fanno, sì è fallita la fede e caritade tra' cittadini.
XCII
Ancora di novità che furono in Firenze, e di certi ordini confermati contro a' Ghibellini.
Nel detto anno, a dì VI di luglio, avendo il popolo di Firenze inn-odio la memoria del duca d'Atene per la sua malvagia signoria, come adietro facemmo menzione, si fece dicreto che niuno priore che fosse stato fatto per lo detto duca non avesse privilegio né potere portare arme come gli altri priori fatti per lo popolo; e chiunque avesse dipinta l'arme sua in casa o di fuori, la dovesse ispignere e acecare; e a·ccui fosse trovata, pena fiorini mille d'oro. E·llevaro che non potesse portare arme da offendere niuno gabelliere e niuno soprastante e·lloro guardie, se non nelle carcere o d'intorno, che in prima n'era piena tutta la città di privilegi, per più casi, ch'era sconcia cosa. E in questo tempo, ciò furono VI di nove priori, vollono correggere il dicreto ch'era fatto dì XX di gennaio passato, che parlava che niuno Ghibellino potesse avere ufici sotto certe pene, essendo accusato per lo modo che dicemmo adietro, volendo riducere che' testimoni non fossono accettati, se non fossono prima aprovati pe' priori e loro collegi; e per cotale modo si credettono anullare il detto dicreto. Ma sentendosi per li capitani di parte guelfa, e quasi commossa la terra, per modo che·lla prima detta legge fatta dì XX di gennaio si confermò, e fortificossi più ferma e con maggiori pene contro al volere della maggiore parte del detto uficio de' priori ch'allora era. E bene disse il propio il maestro Michele Scotto de' fatti di Firenze, che "disimulando vive etc.". Lasceremo alquanto delle novità di Firenze, tanto che surgano delle più fresche; e torneremo a dire de' fatti d'oltremonti, e della guerra dal re di Francia al re d'Inghilterra, ch'al continovo ne cresce materia.
XCIII
Come meser Carlo di Brois fu sconfitto in Brettagna.
Nel detto anno, a dì XXII del mese di giugno, meser Carlo di Brois, che·ssi facea chiamare duca di Brettagna per retaggio della moglie figliuola della figliuola del duca di Brettagna, come contammo adietro al capitolo della morte del duca, essendo in Brettagna con grande oste al castello e rocca d'Ariaro, che·lli s'era ribellato, il conte di Monforte figliuolo del fratello carnale che·ffu del duca di Brettagna, a cui di ragione succedea il detto ducato per linea mascolina, se non che·rre di Francia gliele contradiava, e tolse, e avielo dato al detto meser Carlo di Brois suo nipote, come dicemmo in alcuna parte adietro, sentendo la detta oste male ordinata, sì ragunò suo sforzo di quelli Brettoni ch'erano di sua parte coll'aiuto ch'avea dell'Inghilesi e Gualesi da·rre d'Inghilterra. E bene aventurosamente asalirono la detta oste, e missongli inn isconfitta, ove rimasono morti e presi molta buona gente del reame di Francia, tra' quali vi rimasono morti e presi de' caporali di rinomea, il siri della Valle, e meser Rosede e meser Giovanni suoi fratelli, il visconte di Durem, e 'l fratello, e 'l figliuolo, e 'l signore de Rualla, e 'l figliuolo, e 'l signore di Roggeo, il signore di Malostretto, il signore di Ciastelbrialto, il signore di Rasa di Rasi, e più altri cavalieri e scudieri, che non sapemmo il nome. E il detto meser Carlo di Brois con molti altri baroni e gentili uomini fu preso, e mandati pregioni a Londra inn-Inghilterra.
XCIV
Come quelli della città di Legge furono sconfitti dal loro vescovo e dal duca di Brabante.
Nel detto anno, a l'uscita di luglio, il vescovo di Legge, coll'aiuto del duca di Brabante e di sua gente, fece oste sopra la città di Legge, che·lli s'era rubellata l'anno passato, come adietro facemmo menzione, della quale oste fu capitano e conducitore il detto duca. Que' di Legge uscirono fuori a battaglia, popolo e cavalieri, col loro aiuto e sforzo d'amici e loro allegati; nella qual battaglia quelli di Legge furono isconfitti, e in grande quantità morti e presi. E il detto duca e vescovo, avuta la detta vettoria, ebbono la città di Legge sanza contasto niuno, e·lla terra Dui e quella di Dinante, che sono della partinenza di Legge, grosse terre e ricche e bene popolate, e prese le dette terre e paese, con volontà del vescovo ne feciono signore il duca di Brabante, con tutto che fossono terre ch'apartenieno alla Chiesa di Roma. E nota che Legge è una città nobile e di ricchi borgesi, e anticamente fu edificata per li Romani, però che in quello luogo, ch'è tra Francia e Alamagna, tenieno le loro legioni, quando dominavano quelle province, e da quello ebbe dirivo Legge il propio nome, da legio legionis.
XCV
Come il navilio che·llo re di Francia mandava per fornire Calese fu sconfitto dagl'Inghilesi.
Nel detto anno, all'uscita di giugno, avendo il re di Francia fatte aparecchiare al porto di Riflore in Normandia LXX navi, overo cocche, armate e fornite e cariche di molta vittuaglia, e altri arnesi e d'arme da guerra, per fornire la terra di Calese, ch'avea asediata il re d'Inghilterra, e in compagnia del detto navile XII galee armate di Genovesi; e passando il detto navile contro a Dovero inn-Inghilterra, ove avea da CC cocche armate del re d'Inghilterra, le quali vi stavano aparecchiate per fornire l'oste di Calese del re d'Inghilterra, con piene vele, fiotto e marea vennono adosso al detto navile del re di Francia; e·cciò veggendo l'amiraglio delle galee di Genovesi, il soperchio navilio de' nimici non ressono, ma per forza di remi si ritrassono adietro, e abandonaro le dette navi, le quali furono tutte prese, e morti la maggiore parte degli uomini del navilio del re di Inghilterra, e con tutta la roba e vittuaglia che v'era suso, che valea danari assai, che·ffu gran conforto al re d'Inghilterra e alla sua oste, e grande speranza d'avere tosto la terra di Calese; e gli assediati di Calese furono in grande dolore e affanno e disperazione di loro salute.
XCVI
Come il re di Francia s'affrontò con sua oste per combattere col re d'Inghilterra, e come s'arrendé Calese all'Inghilesi.
Sentendo il re di Francia com'era preso il suo navilio col fornimento che mandava a Calese, e sapiendo che in Calese venia meno la vittuaglia, e perdea la terra se no·lla soccorresse, fece richiedere i suoi baroni che s'aparecchiassono in arme per seguirlo, come avea ordinato nel suo parlamento, come dicemmo adietro, e così fu fatto. E partissi da Parigi del mese di luglio con sua oste, la qual era di più di Xm uomini a cavallo, gentili uomini e buona gente d'arme, con XXXm pedoni, ove avea buona parte Genovesi a balestra, e altri Lombardi e Toscani al soldo. E venuto lui in Artese, s'acampò presso all'oste del re d'Inghilterra a mezza lega, a dì XXVII di luglio. Lo re d'Inghilterra era con sua oste e campo intorno a Calese con più di IIIIm gentili uomini a cavallo, e con XXXm arcieri, e gualesi e inghilesi, ed erano co·llui il marchese di Giulieri capitano di Fiaminghi, con più di XXm Fiaminghi armati a piede. E 'l re d'Inghilterra avea affossato e steccato Calese tutto intorno dal lato di terra, e simile abarrato per mare e di fuori con pali e traverse di legname, il suo navilio alla guardia, sicché per mare né per terra non vi potea entrare né uscire persona. E di fuori avea tre campi, quello del re, quello de' Fiaminghi, e quello del conte d'Ervi con parte della cavalleria e con Gualesi a piè: e tutti i detti III campi affossati e steccati intorno; e dentro alle licce si potea andare dall'uno campo all'altro, ed erano signori di prendere e di schifare la battaglia a·lloro posta.
In questa stanza vennero nell'oste messere Anibaldo cardinale e 'l cardinale di Chiermonte legati mandati per lo papa, andando dall'una oste all'altra per ragionare e trattare accordo di pace dall'uno re all'altro, e co·lloro s'accozzaro, con ordine di due re, in mezzo di due campi V baroni da ciascuna parte. E dopo tre dì stati ne' detti trattati non vi poté avere concordia, da·ccui che si rimanesse. Dissesi dal re d'Inghilterra, perché il re di Francia nogli accettava le sue adimande, e non voleva recare il giuoco vinto a partito, aspettandosi d'ora inn-ora d'avere Calese, che più non si potea tenere. Veggendo il re di Francia che non potea avere né pace né triegua, fece spianare tra due campi e richiedere il re d'Inghilterra di battaglia; e a dì II d'agosto uscì fuori del suo campo così ordinato e schierato, faccendo della sua gente VI battaglie a·lloro guisa, ciò sono schiere. La prima era da mille o più cavalieri, i più Alamanni al soldo e Anoieri, la quale conducea meser Gianni d'Analdo e 'l conte di Namurro suo genero. La seconda fu di più altri mille cavalieri, il fiore di Francia, la qual guidava il maliscalco di Francia. La terza era di presso a IIIIm cavalieri con tutti i pedoni del paese e bidali di Navarra e Linguadoco e di nostro paese, e quest'era la schiera grossa, la qual guidava mesere Gianni duca di Normandia, figliuolo del re di Francia. La quarta era di M o più cavalieri di Linguadoco e Savoini; la quale conducieno il conte d'Armignacca, e 'l figliuolo del conte della Illa. [...] La sesta era di più di IIm cavalieri, ov'era il re di Francia con suoi ciamberlani, ed era schierato alla rietroguardia. Lo re d'Inghilterra fece armare e schierare sua gente dentro alle licce, ma non volle uscire fuori alla battaglia; e mandò a dire al re di Francia che volea prima Calese, e poi, se volesse combattere, passasse in Fiandra, ed elli con sua oste vi sarebbe aparecchiato di combattere. Lo re di Francia non volle accettare il partito d'andare a combattere in Fiandra fra·lla moltitudine de' Fiaminghi suoi ribelli e nemici. E veggendo che quivi non potea avere battaglia, né soccorrere Calese sanza suo gran pericolo, si partì con sua oste, e si ritrasse adietro VI leghe quello primo dì, e poi seguendo sue giornate verso Parigi, lasciando di sue gente d'arme alla guardia delle terre delle frontiere, e con poco suo onore, ma 'l contrario, e con grande spendio si tornò a Parigi. Que' di Calese veggendo partito il re di Francia e sua oste, patteggiaro col re d'Inghilterra co·rrenderli la terra, salve le persone a' forestieri, uscendone in camicia iscalzi col capresto in collo, e' terrazzani alla sua misericordia; e·cciò fu a dì IIII d'agosto del detto anno. Ed entrò nella terra a dì V d'agosto il re e sua gente, e trovarono che non v'era rimaso di che vivere e che ogni vile animale aveano mangiato per fame, e trovò nella terra molto tesoro, sì delle ruberie di quelli di Calese che tutti erano ricchi di danari guadagnati in corso sopra Inghilesi e Fiaminghi e altri navicanti per quello mare; però che Calese era uno ricetto di corsali, e spilonca di ladroni e piratti di mare; ancora v'erano dentro tutti i danari delle paghe mandati per lo re di Francia in più tempo ch'era durata la guerra, ch'erano buona quantità, che tutto vi lasciaro, e uscirne ignudi, come detto avemo; e tormentarolli per farsi insegnare la pecunia nascosa e sotterrata. E volendo il re d'Inghilterra far fare giustizia di terrazzani, siccome di piratti di mare, e tutti impenderli alle forche, i detti due cardinali furono con molti prieghi al re e alla reina, che perdonasse loro la vita per l'amore di Dio, e per la grazia e vittorie che Iddio gli avea fatte; e dopo molte pregherie di cardinali e della madre e della moglie perdonò loro la vita, e tutti gliene mandò col capresto in collo. E questa vittoria di Calese fu grande onore e aquisto al re d'Inghilterra. I Fiaminghi, ch'erano co·llui nell'oste, richiesono il re che 'l disfacesse, che non potesse far loro più guerra e ruberia, e' loro porti ne fossono migliori. Lo re nol volle disfare, anzi fece crescere la terra verso la marina, e aforzare di mura e torri e fossi e steccati, e popololla di suoi Inghilesi, e fornilla di vittuaglia e d'arme. E bene che Calese fosse al re d'Inghilterra piccola terra, gli fu grande aquisto, perch'è terra di porto, e per vincere sì grande punga contro al re di Francia e suo gran podere nel suo paese medesimo. Ma·lle sopradette vittorie avute, il re d'Inghilterra sopra il re di Francia sì in Guascogna e in Brettagna e in Francia, e poi nella battaglia e vittoria avuta a Crescì, come adietro ordinatamente è fatta menzione, non ebbe in dono; che tornato il detto re Aduardo con sua oste in Inghilterra, tra' morti in battaglie, e poi al suo ritorno morti d'infermitadi e malattie, si trovaro meno da Lm Inghilesi; e però non si dee nullo groriare delle pompe e vittorie mondane, che·lle più sono con male uscita. Lasceremo alquanto a dire della presente guerra de' due re, ch'ha avuto alcuno fine di triegua; e torneremo a dire di Firenze e del nostro paese d'Italia. Ma inanzi che·llo re Adoardo si partisse da Calese e del paese, assai guerra e correrie fece la sua gente a Santo Mieri e all'altre terre d'Artese, con gran prede e dannaggio del paese. In questa stanza i legati cardinali trattarono accordo e triegua dal re di Francia a quello d'Inghilterra infino alla san Giovanni a venire, mandando ciascuno di detti re suoi ambasciadori a corte di papa a dare compimento d'acordo. Il re d'Inghilterra vi s'acordò volentieri, perch'avea il migliore della guerra, ed era per la detta guerra molto afannato e stracco elli e sua gente, e con grande dispensa. E·cciò ordinato, si partì il detto re Aduardo del reame di Francia con sua oste lasciando fornito Calese: passò il mare, e tornò in Inghilterra con grande festa e allegrezza, faccendo giostre e torniamenti.
XCVII
Come in Firenze si fece nuova moneta, piggiorando la prima.
Del mese d'agosto del detto anno, essendo in Firenze montato l'ariento della lega d'once XI e mezzo di fine per libra in libre XII e soldi XV a·ffiorino, però che' mercatanti per guadagnare il ricoglieno e portavallo oltremare, ov'era molto richiesto; per la qual cosa la moneta da soldi IIII di Firenze fatta l'anno MCCCXLV dinanzi, e·lla moneta di quattrini, si sbolzonavano e portavano via, onde il fiorino d'oro ogni dì calava, ed era per calare da libre III in giù; onde i lanaiuoli, a cui tornava a interesso, perché pagavano i loro ovraggi a piccioli, e vendeano i loro panni a·ffiorini, essendo possenti in Comune, feciono ordinare al detto Comune nuova moneta d'argento e nuovi quattrini, piggiorando l'una e·ll'altra moneta per lo modo diremo apresso, acciò che 'l fiorino d'oro montasse, e non abassasse. Ordinossi e fecesi una moneta grossa, alla quale diedono corso per soldi V l'uno, chiamandoli guelfi, di lega d'once XI e mezzo per libra, come la lega di grossi di soldi IIII l'uno, faccendone soldi VIIII e danari VIIII per libra, e rendene la moneta del Comune soldi VIIII, danari III, tre quinti; e costava ogni overaggio e calo soldi VI la libra di piccioli, sicché il Comune ne guadagnava soldi XXII piccioli d'ogni libra, ch'era oltraggio a mantenere buona moneta, peggiorando a quella di soldi IIII il grosso più di XI per centinaio. E·lla moneta di quattrini si piggiorò non di lega, ma di peso, che dove di prima se ne faceva soldi XXIII per libra, e 'l Comune ne rendea soldi... per libra, si feciono di nuovi soldi XXVI e danari VI per libra, e rendene la moneta soldi XXIIII e danari VIIII di quattrini per libra, e costava d'ovraggio e calo soldi VI di piccioli per libra; sicché il Comune n'avanzava danari XII piccioli per libra; sicché, chi·ssa di ragione, la moneta grossa peggiorò XI per C, e quella di quattrini da XV per C a quello ch'era la moneta fatta mesi... dinanzi. E nota che bene disse il nostro poeta Dante il propio nella sua Commedia, ove scramando contro a' Fiorentini disse cominciando: "Godi Firenze etc."; conseguente ancora:
del tempo che rimmembra,
Legge, moneta, e usanze e costume
Ha' tu mutate e rinovate membra etc.
XCVIII
Come in cielo aparve una commeta.
Nel detto anno, del mese d'agosto, aparve in cielo la stella commeta, che·ssi chiama Nigra, nel segno del Tauro, a gradi XVI nel capo della figura e segno del Gorgone, e durò XV dì. Questa Nigra è della natura di Saturno, e per sua infruenzia si cria, secondo che dice Zael filosofo e strolago, e più altri maestri della detta scienzia, la quale significa pure male e morte di re e di potenti; e questo dimostrò assai tosto in più re e reali, come inanzi leggendo si troverrà; e ingenerò grande mortalità ne' paesi ove il detto pianeto e segno signoreggiano; e bene il dimostrò inn Oriente e nelle marine d'intorno, come dicemmo adietro.
XCIX
Come messere Luigi figliuolo del prenze di Taranto prese per moglie la reina di Puglia sua cugina.
Nel detto anno, a dì XX d'agosto, meser Luigi, figliuolo che·ffu del prenze di Taranto secondogenito, sposò la reina, figliuola che·ffu del duca di Calavra sua cugina carnale, e ch'era stata moglie d'Andreas re figliuolo del re d'Ungheria, ed erano da parte di madre nati di due sirocchie carnali. E fu dispensato il detto iscellerato matrimonio per Clemento VI papa, e fatto duca di Calavra e balio del Regno. E ciò fu per procaccio e opera del cardinale di Peragorga suo zio, onde fu ripreso da tutti i Cristiani che 'l sentiro, e ciascuno che 'l seppe ne scificò e disse che sarebbe con mala uscita sì abominevole peccato, con tutto che palese si dicea che 'l detto meser Luigi avea affare di lei vivendo il re Andreas suo marito, ed egli ed ella furono trattatori della villana e abominevole morte del detto re Andreas, come contammo adietro, con più altri che 'l misono ad esecuzione; onde seguì molto male, come inanzi si farà per noi menzione.
C
Di certe battaglie che feciono i Genovesi co' Catalani in Sardigna e in Corsica.
Del mese d'agosto del detto anno il vicaro del re di Raona, ch'era in Sardigna, si puose con sua oste alla terra detta Alleghiera, la qual terra per lungo tempo aveano tenuta quelli della casa Doria di Genova, volendola recare a signoria del re. I quali di casa Doria v'andarono co·lloro sforzo, e missono inn-isconfitta la detta oste di Catalani, e morivenne più di DC. E poi coll'aiuto del Comune di Genova, che male erano contenti della vicinanza de' Catalani, si puosono a oste a Sasseri, e a quello vennero al soccorso i Catalani con CCC cavalieri e popolo assai, e levarne i Genovesi inn-isconfitta: e così va di guerra. E del detto mese e anno i Genovesi ebbono la signoria di tutta l'isola di Corsica con volontà di quasi di tutti i baroni e signori di Corsica; e·ffu loro un bello aquisto colla terra di Bonifazio, ch'ellino teneno; se non che·ffu con mala uscita, che per la mortalità venuta di levante nell'isole e marine furono sì maculati d'infermità e di morte le dette isole di Sardigna e di Corsica, che non vi rimasono il terzo vivi degli abitanti del paese e Genovesi.
CI
Come volle essere tradito e tolto il castello di Laterino a' Fiorentini.
Nel detto anno, in calen di ottobre, per trattato di Tarlati usciti d'Arezzo volle essere tradito e tolto a' Fiorentini il castello di Laterino per danari ne doveano avere certi terrazzani ghibellini e delle guardie che v'erano per lo Comune di Firenze. Il quale trattato si disse menava uno frate minore guardiano dei frati di Montevarchi; il quale tradimento fu scoperto, e presi i traditori, e parte di loro impiccati ad Arezzo, e parte a Firenze. E 'l detto frate fu preso e menato a Firenze, e inn-istretta carcere sotto la scala del capitano istette più mesi con grande inopia. Alla fine non trovandolo in colpa, e a priego de' frati, fu dilibero. Lasceremo alquanto a dire delle novità da Firenze, tornando alquanto adietro a dire d'una grande e scellerata opera ch'avenne a' reali di Tunisi in poco di tempo, dicendolo il più brieve che·ssi potrà, come avemmo da uno nostro amico fiorentino e mercatante e uomo degno di fede, che a tutto fu a Tunisi presente.
CII
Come i reali del reame di Tunisi per loro discordie s'uccisono insieme.
Regnando in Tunisi e nel suo reame Mule Buchieri, che tanto è a dire Mule in saracinesco come Re in nostro latino; questi fu quello re di cui facemmo menzione adietro nel capitolo delle trallazioni del detto reame di Tunisi; questi era gran signore e sotto lui più reami, e avea più figliuoli di più mogli e amiche, ch'avea al modo saracinesco; venne a morte del mese d'ottobre MCCCXLVI. E a·lloro modo fece suo testamento, e lasciò che fosse re apresso lui un suo figliuolo chiamato Calido, il quale, quando morì il padre, nonn-era in Tunisi. Un altro suo figliuolo giovane di XXVI anni, pro' e ardito, ch'avea nome Amare, ch'alla morte del padre si trovò in Tunisi, e acordandosi col siniscalco del regno, il quale avea nome Con Betteframo, ed era apresso il re il maggiore signore del reame, col suo aiuto si fece coronare re allora sanza alcuno contasto. Sentendo ciò Calido l'altro fratello, cui il padre avea lasciato che fosse re, s'acostò co' signori delli Arabi, i quali signoreggiavano le terre campestre e·lle montagne (e sempre stanno a campo co·lloro tende, e non hanno città né castella né ville né case murate), e con grande sforzo d'Arabi venne a Buggea con sua oste. Amare, che s'era fatto re, col suo siniscalco e con sua oste uscirono di Tunisi, e di lungi X miglia verso Buggea s'acamparono. Ma il vizio della ingratitudine che regnava nel re Amare, non trattava bene il suo siniscalco, che gli avea data la signoria, ma tutto dì il minacciava di farlo morire. Il quale per tema della fellonia del re Amare si partì dell'oste da·llui, e tornossi a Tunisi; e di là con sua gente n'andò nel Garbo, e Amare re con tutta sua oste n'andò a Buggea. Calido cogli Arabi venne a Tunisi, e sanza contasto entrò nella terra, e di presente si diede a' diletti carnali, standosi a' giardini reali, che sono molto dilettevoli, e soggiornando in bagni con sue femmine stando in vita disoluta. E avendo con non buona providenza dato congio alli Arabi, che·ll'avieno rimesso in signoria, e non provedendosi della guerra del fratello, Amare venne a Tunisi con IIm cavalieri; e giunto di fuori di Tunisi fece asapere a' soldati cristiani ch'erano nella terra di sua venuta, i quali gli promisono, per danari fece loro profferere, di seguirlo, ed elli con CCC uomini a cavallo scalò in più parti le mura della città, ed entrò dentro sanza contasto. Lo re Calido sentendo ciò, salì a·ccavallo disarmato con due suoi fratelli, l'uno re di Susa e l'altro di Sachisi, i quali elli avea tratti di prigione, ove gli avea messi il re Amare loro fratello, quando prese la signoria. E andando i detti per la città di Tunisi gridando a borgesi che 'l dovessono atare, rispuosono che di ciò non si travaglierebbono, che così avieno per loro signore l'uno fratello come l'altro. Andando per lo detto modo lo re Calido per la terra, certi Cristiani rinegati l'assalirono, e uno gli lanciò una lancia, e fedillo, onde cadde a terra del cavallo, e incontanente gli fu tagliata la testa, e presentata a·re Amare; la qual fece mettere in su una lancia, e mandarla per tutta la terra; e gli altri due fratelli presi, fece loro tagliare le mani, e poi infra tre dì gli fece morire, e più altri caporali delli Arabi ch'avieno seguito il re Calido fece il somigliante. E·cciò fatto, il re Amare sedette nella sedia reale come re, faccendosi fare l'omaggio e reverenza a tutte maniere di genti, e regnò apresso X mesi in pace, faccendo grandi feste con disoluta vita e mali reggimenti.
Benteframo e Betara siniscalchi che s'erano ribellati da·llui, e iti al re del Garbo, detto Bulafere, come adietro facemmo menzione, commossono il detto re del Garbo contra i·re Amare per le sue scellerate opere, e mossesi con grande oste di XXXm a cavallo, tra' quali avea IIm Cristiani, e venne verso Tunisi, e per mare mandò un suo amiraglio con VIIII galee e altri legni; e giunto il detto Bulafar re del Garbo con sua oste a Buggea, l'ebbe sanza contasto niuno, e simile la terra di Gostantina, e trasse delle dette terre i reali e possenti, e quelli mandò nel Garbo con buona guardia, e fornì le dette terre di sue genti.
Lo re Amare di Tunisi sentendo la venuta del re del Garbo, s'aparecchiò di ragunare sua oste per venirli incontro infino a Buggea, e uscì di Tunisi a dì XI d'agosto MCCCXLVII con IImD cavalieri, aspettando a campo il suo soccorso, che tuttora gli venia. E in quella istanza ebbe novelle come il navile del re del Garbo era arrivato nel porto di Tunisi, onde tornò a Tunisi per difendere la terra, e al continovo facea badaluccare con balestra e archi, acciò che quelli del navile non prendessono terra. In questa stanza il re del Garbo con sua oste a piccole giornate ne venne verso Tunisi. Lo re Amare di Tunisi veggendosi così assalire per terra e per mare, e che·lla sua forza e 'l séguito non era forte alla forza de' suoi nimici, si partì di Tunisi con M Barberi, né' soldati cristiani nol vollono seguire per la sua avarizia, e andonne verso il Caroano per andarsene alla città di Susa. Allora l'amiraglio ch'era nel porto iscese alla terra con D balestrieri, e furono riceuti in Tunisi come signori. E poi apresso vi venne entrando della gente del re del Garbo; e 'l re del Garbo sentendo che 'l re Amar s'era partito di Tunisi per la via del Caroano, il fece seguire a un suo amiraglio con IIIIm uomini a cavallo, comandandogli gli apresentasse il re Amar o morto o vivo; il quale seguendolo, il trovaro di lungi a Tunisi C miglia con poca compagnia a una fontana, ove abeveravano loro e loro cavalli; il quale asalito dal detto amiraglio, fu fedito e morto, e tagliatoli il capo; e' compagni che furono presi menati prigioni al re del Garbo, e presentatali la testa del re Amar; e certificatosi il re del Garbo ch'ell'era di vero la sua testa, la mandò a Tunisi, e fecela sopellire tra' reali. E·llo re Bufar con sua oste s'apressò alla città di Tunisi, e·lla città e 'l regno ebbe al suo comandamento sanza contasto niuno, che·ggià v'era dentro la sua gente e per mare e per terra, come avemo detto dinanzi; e solo uno dì stette in Tunisi, e ciò fu del mese di gennaio MCCCXLVII. E rifermata la città e 'l reame d'uficiali di sua gente, fece prendere tutti i regoli, overo i reali, discendenti del re Bucchieri detto dinanzi, ove che fossono nel reame, che da LX erano, o più, e con buona guardia gli mandò nel Garbo; e dov'egli era stato a campo da IIII miglia di fuori di Tunisi, fece ordinare si dificasse una terra a modo di bastita, e quivi sogiornò con sue femine a gran festa.
Or nota, lettore, e ricogli quello ch'avemo detto nel presente capitolo, e troverrai che per li peccati della superbia e avarizia e lussuria principalmente venuta tra fratelli e congiunti, volendo l'uno all'altro torre lo stato e signoria, quanti micidi e altra distruzione avenne in poco di tempo a' figliuoli e discendenti reali del re Bucchieri di Tunisi, onde il loro lignaggio fu distrutto. E per simile modo in questi tempi avennero tra·nnoi Cristiani tra' reali del regno di Puglia, com'era già cominciato per la morte del re Andreas, e seguinne apresso, come assai tosto ne faremo menzione. Lasceremo de' fatti de' Barberi del regno d'Africa, ch'assai n'avemo detto, e torneremo a dire de' fatti di questo nostro paese d'Italia, ch'assai ci cresce materia.

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