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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

NUOVA CRONICA

Tomo Terzo

Di: Giovanni Villani

 

LIBRO DODECIMO (87-114)

LXXXVII
Come l'oste del re di Francia e di quello d'Inghilterra s'affrontaro, e poi si partiro da·ccampo sanza combattere.
Essendo i detti II eserciti così di presso, ch'erano tanta gente, e cavalli, e somieri, e carreggio, che·lla minore oste teneva più d'una e mezza lega, comprendendo tutto il paese, lo re d'Inghilterra e' suoi allegati richiesono di battaglia il re di Francia, però che·lla stanza non facea più per loro, perch'avieno guasto e rubato tutto il paese, e·lla vittuaglia venia alla loro oste molto dalla lunge e con iscorta, e in que' giorni valse il pane uno grosso tornese d'argento in quella oste. Lo re di Francia accettò la battaglia, e prese il gaggio; e 'l sabato, a dì XXIII d'ottobre MCCCXXXVIII, era la giornata. E ciascuna oste s'armò e schierò. E·rre d'Inghilterra venne con sua gente schierato nel luogo ordinato, e stette in sul campo infino a vespro. Il re di Francia e sua oste s'armò, ma però non si mosse con sua gente del campo, ma con inganno e maestria di guerra si credette vincere i nimici. E mandando a uno passo di riviera, onde all'oste del re d'Inghilterra venia la vittuaglia, da IIIm cavalieri e sergenti a piè e balestrieri assai per impedire il detto passo. Ma il re d'Inghilterra e' suoi allegati prima s'erano di ciò proveduti, e guernito il detto passo; ma veggendosi inn-istremo luogo per la vittuaglia, e·cche il re di Francia non venia a battaglia, trombato e ritrombato, e poi si partirono del campo schierati, e andarsene ad Avenes in Tiraccia, e poi a Mabrugam inn-Analdo, e di là n'andarono a Borsella. E là fatto loro parlamento, ordinarono d'essere colle loro forze tornati in Brabante a primo tempo. E diedono congio a tutti gli Alamanni, i quali n'andarono tutti ricchi tra di gaggi del re d'Inghilterra, e·lle ruberie fatte sopra i Franceschi. Lo re di Francia si tornò sano e salvo, ma con poco onore, a Parigi. E per simile modo diè congio alle sue genti, e che fossono tornati a primo tempo. Avemo fatto sì lungo conto delle dette osti sanza battaglia, imperò che·ggià è lungo tempo non si asembrò tanta baronia di presso per combattere, quanto fu quella: che·ssi può dire di vero, che fosse il fiore e·lla forza della cavalleria di Cristiani. E di certo fu grazia e opera di Dio, bene che si puose in viltà del re di Francia e di Franceschi che battaglia non vi fu tra·lloro, né si spargesse tanto sangue cristiano. E·llo re Ruberto suo zio infino da Napoli al continovo per lettere e messaggi confortava il re di Francia che per lo migliore non si mettesse alla battaglia con Bramanzoni, e Tedeschi, e Fiamminghi, gente disperata e crudele, e per alcuno si disse che 'l re di Francia dubitò di tradimento, e però non si mise a battaglia; ma quale si fosse, provide il migliore e il più sicuro per lui. Lasceremo alquanto della guerra de' detti II re, ch'assai tosto apresso ci converrà raccontare come feciono altressì grande assembramento o maggiore, e torneremo a nostra matera a dire degli avenimenti e fine della nostra guerra col Mastino, e dell'altre novità di Firenze e d'Italia e d'altri paesi in questi tempi.
LXXXVIII
Del male stato ch'ebbono la compagnia de' Bardi e quella de' Peruzzi per la detta guerra, e tutta la nostra città di Firenze.
Nel tempo ch'era la detta guerra da·rre di Francia con quello d'Inghilterra sì erano mercatanti del re d'Inghilterra la compagnia di Bardi e quella di Peruzzi di Firenze, e a·lloro mani venia tutte sue rendite, e·llane e cose; ed ellino forniano tutte le sue spesarie, gaggi, e bisogne; e sopramontarono tanto le spese e bisogne del re, oltre alle rendite e cose ricevute per lui, che i Bardi si trovarono a ricevere da·rre, tornato dell'oste detta, tra di capitale e provisioni e riguardi fatti loro per lo re più di CLXXXm di marchi di sterlini; e' Peruzzi più di CXXXVm di marchi, e ogni marco valea fiorini IIII e terzo d'oro, che montarono più di MCCCLXVm fiorini d'oro, che valeano un reame. Ben avea in questa somma assai quantità di provisioni fatte a·lloro per lo detto re per li tempi passati; ma come che si fosse, fu la loro gran follia per covidigia di guadagno o per raquistare il loro follemente prestato mettere così di grosso il loro e l'altrui inn-uno signore. E nota che i detti danari non erano la maggiore parte delle dette compagnie, anzi gli aveano inn-accomanda e in diposito di più cittadini e forestieri. E di ciò fu il grande pericolo a·lloro e alla nostra città, poco apresso come si troverrà leggendo. E·cche n'avenne che per cagione di ciò non potendo rispondere a cui dovieno dare in Inghilterra, e in Firenze, e in altre parti dove avieno a·ffare, e del tutto perderono la credenza, e fallirono di pagare, ispezialmente i Peruzzi, con tutto che non si cessassono per le loro grandi posessioni ch'avieno in Firenze e nel contado, e per loro grande potenzia e stato ch'avieno in Comune. Ma per questa difalta e per le spese del Comune in Lombardia molto mancò la potenzia e stato di mercatanti di Firenze; e però di tutto il Comune e·lla mercatantia e ogni arte n'abassò, e vennero in pessimo stato, come inanzi si farà menzione; però che fallite le dette due colonne, che per la loro potenzia, quando erano in buono stato, condivano colli loro traffichi gran parte del traffico della mercatantia di Cristiani, ed erano quasi uno alimento, onde ogn'altro mercatante ne fu sospetto e male creduto. E per le dette cagioni e per altre, come si dirà tosto, la nostra città di Firenze ricevette gran crollo e male stato universale non guari tempo apresso. E per agiunta del male stato delle dette compagnie il re di Francia faccendo pigliare in Parigi e per tutto il reame i loro compagni e cose e mercatantie, e di più Fiorentini per la detta cagione, e per li molti danari che 'l Comune avea presi per forza in presto da' cittadini e spesi nella 'mpresa di Lombardia e di Lucca, onde poi de' rimbalzi e del mancamento della credenza più altre minori compagnie di Firenze poco tempo apresso ne fallirono, come inanzi si farà menzione. Lasceremo di questa matera, e torneremo a seguire il trattato della guerra con messere Mastino.
LXXXIX
Come la nostra gente e de' Viniziani entrarono ne' borghi di Vincenza.
Tornando a nostra matera della guerra da·nnoi a mesere Mastino, le cui forze erano molto afiebolite, avenne che a dì XVI d'ottobre MCCCXXXVIII, sentendo meser Mastino che·lla città di Vincenza era molto stretta e stava male, sì mandava per loro soccorso e conforto CL cavalieri, i quali passando, dalla gente nostra ch'era in Montecchio furono assaliti e sconfitti, e presi cinque conestaboli e·lla maggiore parte di quelle masnade. E di presente, come era stato trattato, la nostra oste e cavalleria entraro ne' tre borghi di Vincenza a dì XVIII d'ottobre del detto anno, e quasi tutta la terra aveno, se non la parte ch'era col castello; e quello poco tempo sarebbe potuto tenere, avendo perduto ogni speranza di soccorso.
XC
Come i Viniziani tradirono i Fiorentini e feciono pace con messer Mastino, e convennela fare al nostro Comune.
Messer Mastino, veggendosi ch'era per perdere la città di Vincenza, e·sse quella fosse perduta, era assediato in Verona, fece segretamente trattare sua pace co' Viniziani sanza saputa de' Fiorentini, e spese per suoi ambasciadori grossamente in Vinegia a certi maggiorenti, ch'avieno stato e podere nel Comune, e rimissesi liberamente i·lloro, pregandoli che non volessono al tutto disfare; che·cciò faccendo, guastavano e abattevano parte d'imperio e ghibellina inn-Italia, i Viniziani sono per antico naturalmente stati. E per prendere loro vantaggio, col conforto di quelli cittadini che·nne guadagnavano, e ancora per priego de' Pisani e di quelli Ghibellini che teneano Lucca, per loro ambasciadori segreti e lettere con grande stanzia pregando i Viniziani per Dio e per amore di parte non assentissero che' Fiorentini avessero la città di Lucca, essi acordassono con meser Mastino. Per la qual cosa i Viniziani ingannarono e tradirono i Fiorentini e gli altri allegati, che avieno promesso e giurato di non far mai niuno acordo sanza la volontà di tutti gli allegati, e·cche i Fiorentini avessono libera la città di Lucca e 'l suo distretto; ma·cciò non oservarono, ma fecionsi l'accordo a·lloro volontà, e vollono ed ebbono la città di Trevigi a dì II di dicembre del detto anno, e Castello Franco e Basciano, e·cciò ch'era aquistato per la nostra gente e per la loro. E·cciò fatto mandarono loro ambasciadori a Firenze a dì XVIIII di dicembre, e diedono il partito a' Fiorentini in pieno consiglio, che·sse noi volessimo la pace ch'ellino avieno fatta con messere Mastino, che ci farebbono confermare per la detta pace a meser Mastino e al Comune di Lucca le terre e castella che·nnoi avavamo di quelle di Lucca; ciò erano Fucecchio, Castello Franco, Santa Croce, Santa Maria a Monte, Montetopoli in Valdarno, e Montecatini, e Montesommano, e Montevettolino, e·lla Massa e il Cozzile e Uzzano in Valle di Nievole, e Avillano, e Sovrano, e Castello Vecchio in Valle di Lima, arogendo loro per la detta pace faccendo il castello di Pescia e quello di Buggiano e loro tenitori, e Altopascio. E se·cciò non volessono prendere, e' s'aveano fatta la loro pace, e quella oserverebbono, o prendessino i Fiorentini il partito o non con messer Mastino. A' Fiorentini del detto partito parve troppo male, però che' Fiorentini si stimavano d'avere affare co' Viniziani come co·lloro medesimi, e·cche per loro fosse osservata leale compagnia, però che fermamente si credieno i Fiorentini avere Lucca secondo i patti giurati per li Viniziani, e gli altri Lombardi della lega dovieno avere Parma. Per lo detto partito più consigli segreti si tennono in Firenze, o di prendere o di lasciare la detta pace; e fuvi il pro e 'l contro: che molti cittadini per lo sdegno del tradimento de' Viniziani allegando ch'era pericolo della città fare pace col nimico tiranno, rimanendo vicino colla forza e riparo di Lucca, per dotta de' suoi tradimenti non s'accordavano alla detta pace; e ch'era meglio a rimanere co·llui inn-iscoperta guerra, e più sicuro partito. Altri consigliarono che, considerando i molti danari ispesi per lo Comune nella detta guerra, onde il Comune era indebitato a' suoi cittadini e altri di bene di CCCCLm di fiorini d'oro e più sopra le gabelle ed entrate del Comune, che·bbene per più di sei anni a venire erano asegnate, si prese per lo meno reo che·ssi mandassono solenni ambasciadori a Vinegia a pregare quello Comune che·cci oservassono i patti della lega giurati, o migliorassono i patti offerti a·lloro podere; o se meglio non potessono (e questo fu segreto commesso loro), che non si partissono da mercato per lo migliore del Comune nostro, acciò che per lo detto accordo il Comune prendesse lena e uscisse di debito, e avanzassonsi le dette castella, che sono nel cuore di Lucca, da potersi difendere e guerreggiare il tiranno se bisognasse. E questo partito si vinse a dì XI di gennaio. E andarono a Vinegia mesere Francesco di meser Pazzino de' Pazzi, e mesere Alesso de' Rinucci giudice, e Iacopo degli Alberti, e sindaco con pieno mandato. E in Vinegia istettono alquanti dì per prendere vantaggio co' Viniziani. Ma i perfidi, stratti del sangue d'Antenore traditore della sua patria di Troia, seguendo il loro pertinace proponimento non si vollono smuovere, se non ch'arrosono Asciano e 'l Colle, ch'era sopra Buggiano, i quali, avendo noi Buggiano, no poteno tenere. E così si fermò la sforzata e non volontaria pace in Vinegia tra 'l Comune di Vinegia e di Firenze con meser Mastino a dì XXIIII di gennaio MCCCXXXVIII. E uscì di prigione meser Alberto della Scala e gli altri ch'erano presi co·llui in Vinegia. E fu la pena di Cm fiorini d'oro per osservare la detta pace sanza altra malleveria, possendo i Guelfi ribelli di Lucca tornare in Lucca e riavere i beni loro, salvo XXX caporali stare a' confini. Per la qual pace pochi Guelfi s'asicurarono di tornare a Lucca. E poi tornati i nostri ambasciadori in Firenze, a dì VII di febraio del detto anno furono date le dette castella a' Fiorentini. E poi a dì XI di febraio si bandì la pace, ma però che nullo andasse a Lucca sanza licenzia. Notate, e sievi a perpetua memoria a voi Fiorentini che questo leggerete, il villano tradimento fatto al nostro Comune per li Viniziani, essendo per noi tanto adoperato e con tanto ispendio, il quale troviamo che·ffu in XXXI e mezzo mesi più di DCm di fiorini d'oro, sempre adoperandosi per lo nostro Comune con fede e fervore per farli grandi, e abattere la superbia del loro vicino nimico tiranno; e oltre a·cciò per agiunta al loro fallire, avendo ellino ad avere di resto dal nostro Comune alla fine della guerra intorno di XXVm di fiorini d'oro, e meno, faccendo ragione, per risidui delle paghe di cavalieri nostri e d'arnesi mandati nell'oste prestati per loro, perché talora indugiava alquanto d'andare la moneta a Vinegia per le nostre paghe, e' Viniziani n'adomandavano fiorini XXXVIm d'oro, avendo avanzato il quarto danaio di tutta la spesa fatta per loro nella detta guerra sopra i nostri e loro cavalieri e pedoni per gabelle gravi e imposte fatte per loro sopra·cciò ch'andava nell'oste; e non volieno isbattere la parte nostra del conquisto di Mestri e del ponte di Praga, ch'era e sono di grande entrata di passaggi; e volendo il nostro Comune contare co·lloro e pagarli di ciò, che restassono ad avere, e però vi mandarono ambasciadori e ragionieri, mai non ne vollono mostrare ragione, né commetterla inn-amici comuni fuori di Vinegia, se non "ego voleo, ego giubeo", cioè così vuole meser lo doge e il Comune di Vinegia. E sopra·cciò feciono rapresaglia sopra i Fiorentini con forti e aspre leggi, onde tutti i Fiorentini se ne partirono all'uscita di gennaio MCCCXXXVIIII. E simili leggi e più forti furono fatte per Fiorentini sopra i Viniziani, o sopra quale Fiorentino vi stesse o avesse a·ffare. Cotale fu la partita della disleale compagnia del Comune di Vinegia contro al nostro Comune di Firenze.
XCI
Del podere ed entrata ch'avea il Comune di Firenze in questi tempi.
Acciò che' nostri discendenti possano comprendere lo stato ch'avea il nostro Comune di Firenze in questi tempi, e come si fornì lo spendio della detta guerra del Mastino, la quale volea il mese il meno XXVm di fiorini d'oro ch'andavano a Vinegia, sanza le spese oportune che bisognavano di qua al nostro Comune, che·lle più volte sanza quelli di Lombardia avea a soldo M cavalieri, sanza la guardia delle terre e castella si teneno, in brieve il narreremo apresso del podere del nostro Comune, l'entrata e così l'uscita, e messioni del Comune, dall'anno MCCCXXXVI al MCCCXXXVIII, che durò la guerra da·nnoi e meser Mastino. Il Comune di Firenze in questi tempi signoreggiava la città d'Arezzo e 'l suo contado, e Pistoia e 'l suo contado, Colle di Valdelsa e·lla sua corte, e in ciascuna di queste terre avea fatto fare un castello, e tenea XVIIII castella murate del distretto e contado di Lucca, e del nostro contado e distretto XLVI castella forti e murate, sanza quelle de' propii cittadini, e più terre e villate sanza mura, ch'erano grandissima quantità.
XCII
Entrata del Comune di Firenze.
Il Comune di Firenze di sue rendite assise ha picciola entrata, come si potrà vedere, ma reggevasi in que' tempi per entrata di gabelle; e quando bisognava, come dicemmo adietro al cominciamento della guerra del Mastino, si civiva per prestanze e imposte a' mercatanti e ricchezze e altri singulari, assegnandole con guidardoni sopra le gabelle. E in questi tempi queste infrascritte erano le gabelle levate per noi diligentemente de' ligistri del Comune, che, come potrete vedere, montarono in questi tempi da CCCm di fiorini d'oro l'anno, talora più, talora meno, secondo i tempi; che sarebbe gran cosa a uno reame, e non n'ha più il re Ruberto d'entrata, né tanti d'assai quello di Cicilia né quello di Raona. Vendesi l'anno la gabella delle porti di mercatantie e vettuaglia e cose ch'entravano e uscieno della città fiorini LXXXXmCC; la gabella del vino si vendea a minuto, pagando il terzo, fiorini LVIIIImCCC. L'estimo de' contadini, pagando l'anno, soldi X per libra di loro estimo si vende fiorini XXXmC d'oro; la gabella del sale, vendendo a' cittadini, soldi XL di piccioli lo staio, e a' contadini soldi XX, vendesi fiorini XIIIImCCCCL d'oro. Queste IIII gabelle erano diputate alla spesa della guerra di Lombardia. I beni de' ribelli sbanditi e condannati valeano l'anno VIIm d'oro. La gabella sopra i prestatori a usura fiorini IIIm d'oro. I nobili del contado pagavano l'anno fiorini IIm d'oro. La gabella de' contratti l'anno fiorini XIm d'oro. La gabella del macello delle bestie della città fiorini XVm d'oro; quella del macello del contado fiorini IIIImCCCC d'oro. La gabella delle pigioni l'anno fiorini IIIImCL d'oro. La gabella della farina e macinatura fiorini IIIImCCL d'oro. La gabella di cittadini che vanno di fuori in signoria valea l'anno fiorini IIImD d'oro. La gabella dell'acuse e scuse fiorini MCCCC d'oro. Il guadagno della moneta dell'oro valea l'anno, pagate le fatture, fiorini IImCCC d'oro. L'entrata del guadagno della moneta di quattrini e di piccioli, pagato l'ovraggio, fiorini MD d'oro. I beni propi del Comune e passaggi fiorini MDC d'oro. I mercati di città delle bestie vive fiorini IImCL d'oro. La gabella di segnare pesi e misure e paci e beni in pagamento l'anno fiorini DC d'oro. La spazzatura d'Orto Sa·Michele e prestare bigonce fiorini DCCL d'oro. La gabella delle pigioni di contado fiorini DL d'oro. La gabella de' mercati di contado fiorini IIm d'oro. Le condannagioni che·ssi riscuotono si ragiona l'anno, e·lli più anni monta troppo più, fiorini XXm d'oro. L'entrata de' difetti de' soldati a cavallo e a·ppiè, non contando quelli ch'erano in Lombardia, fiorini VIIm d'oro. La gabella delli sporti delle case l'anno fiorini VmDL d'oro. La gabella delle trecche e trecconi fiorini CCCCL d'oro. La gabella del sodamento fiorini MCCC d'oro, cioè di portare arme di difensione, a soldi XX di piccioli per uno. L'entrata delle prigioni fiorini M d'oro. La gabella de' messi fiorini C d'oro. La gabella de' foderi del legname vien per Arno fiorini L d'oro. La gabella degli aprovatori de' sodamenti si fanno al Comune fiorini... d'oro. La gabella de' richiami a' consoli a dell'arti, la parte del Comune, fiorini... d'oro. La gabella sopra le posessioni del contado fiorini... d'oro. La gabella delle zuffe a man vote fiorini... d'oro. La gabella da Firenzuola fiorini... d'oro. La gabella di coloro che non hanno casa in Firenze, e vale il loro da fiorini M in su, fiorini... d'oro. La gabella delle mulina, entrata e pescaie, fiorini... d'oro. Somma da fiorini CCCm, e più. O signori Fiorentini, come è mala provedenza acrescere l'entrata del Comune della sustanza e povertà de' cittadini colle sforzate gabelle per fornire le folli imprese! Or non sapete voi che come è grande il mare è grande la tempesta, e come cresce l'entrata è aparecchiata la mala spesa? Temperate, carissimi, i disordinati disideri, e piacerete a·dDio, e non graverete il popolo innocente.
XCIII
Ispese del Comune di Firenze in que' tempi.
Le spese ferme e di nicessità del Comune di Firenze per anno, e valea libre III soldi II il fiorino dell'oro. Il salaro del podestà e di sua famiglia l'anno libre XVmCCXL piccioli. Il salaro del capitano del popolo e sua famiglia l'anno libre VmDCCCLXXX piccioli. Il salaro dell'eseguitore degli ordini della giustizia contro a grandi per sé e sua famiglia libre IIIImDCCC piccioli. Il salaro del conservadore del popolo e sopra gli sbanditi, con L cavalieri e C fanti, fiorini VIIImCCCC d'oro: questo uficio nonn-è stanziale, se non come occorrono i tempi di bisogno. Il giudice dell'appellagione sopra le ragioni del Comune libre MC di piccioli. L'uficiale sopra gli ornamenti delle donne e altri divieti libre M di piccioli. L'uficiale sopra la piazza d'Orto Sa·Michele della biada libre MCCC di piccioli. Li uficiali sopra la condotta de' soldati e notai e messi libre M di piccioli. Li uficiali e notai e messi sopra i difetti de' soldati libre CCL di piccioli. I camarlinghi della camera del Comune, e·lloro uficiali e massari, e·lloro notai e frati, che guardano gli atti del Comune, libre MCCCC di piccioli. Li uficiali sopra le rendite propie del Comune libre CC di piccioli. I soprastanti e guardie delle prigioni libre DCCC di piccioli. Le spese del mangiare e bere de' signori priori e di loro famiglia costa l'anno libre IIImDC di piccioli. I salari de' donzelli e servidori del Comune e campanai delle due torri, cioè quella de' priori e della podestà, libre DL di piccioli. Il capitano con LX berrovieri che stanno al servigio e guardia de' priori libre VmCC di piccioli. Il notaio forestiere sopra le riformagioni e suo compagno libre CCCCL di piccioli. Il cancelliere e dittatore delle lettere e suo compagno libre CCCCL piccioli. Per lo pasto de' lioni, e torchi, e candele, e panelli per li priori libre IImCCCC di piccioli. Il notaio che ligistra nel palagio de' priori i fatti del Comune libre C di piccioli. I messi che servono tutte le signorie, per loro salaro libre MD di piccioli. Trombadori e banditori del Comune, che sono i banditori VI e trombadori, naccheraio e sveglia, cenamelle e trombetta, X, tutti con trombe e trombette d'argento, per loro salaro l'anno libre M di piccioli. Per limosine a' religiosi e spedali l'anno libre IIm piccioli. Secento guardie che guardano di notte alle poste per la città libre XmDCCC di piccioli. Il palio di sciamito che·ssi corre l'anno per san Giovanni, e quelli di panno per santo Bernaba e santa Reparata costano l'anno fiorini C d'oro. Per ispie e messi che vanno fuori per lo Comune libre MCC di piccioli. Per ambasciadori che vanno per lo Comune stimati l'anno più di fiorini Vm d'oro. Per castellani e guardie di rocche si tengono per lo Comune fiorini IIIIm d'oro. Per fornire la camera dell'armi e balestra e saettamento e pavesi fiorini MD d'oro. Somma l'opportune ispese sanza i soldati a·ccavallo e a piè da fiorini XLm d'oro o più l'anno. A' soldati a·ccavallo e a piè non era né regola né numero fermo, ch'erano quando più e quando meno secondo i bisogni che occorrono al Comune. Ma al continovo si può ragionare, sanza quelli della guerra di Lombardia, e non faccendo oste, da DCC a M, e simile pedoni continui. E non facciamo conto delle spese delle mura e de' ponti, e di Santa Reparata, e di più altri lavori di Comune, che non si può mettere numero ordinato.
XCIV
Ancora della grandezza e stato della città di Firenze.
Dapoi ch'avemo detto dell'entrata e spesa del Comune nostro di Firenze in questi tempi, ne pare si convenga di fare menzione dello stato e condizione di quella, dell'altre grandi cose della città; perché i nostri successori che verranno per li tempi s'avegghino del montare o bassare di stato o potenzia che facesse la nostra città, acciò che per li savi e valenti cittadini, che per li tempi saranno al governo di quella, per lo nostro ricordo e asempro di questa cronica procurino d'avanzarla inn-istato e podere. Trovamo diligentemente che in questi tempi avea in Firenze circa a XXVm d'uomini da portare arme da XV in LXX anni, cittadini, intra' quali avea MD nobili e potenti che sodavano per grandi al Comune. Avea allora in Firenze da LXV cavalieri di corredo. Ben troviamo che anzi che fosse fatto il secondo popolo, che regge al presente, erano i cavalieri più di CCL, che poi che 'l popolo fu, i grandi non ebbono lo stato e signoria sì grande come prima, e però pochi si facieno cavalieri. Istimavasi avere in Firenze da LXXXX di bocche tra uomini e femmine e fanciulli, per l'aviso del pane bisognavano al continuo alla città, come si potrà comprendere apresso; ragionandosi avere comunemente nella città da MD uomini forestieri, e viandanti e soldati, non contando nella somma di cittadini riligiosi e frati e religiose e rinchiuse, onde faremo menzione apresso. Ragionasi in questi tempi avere nel contado e distretto di Firenze da LXXXm uomini. Trovamo dal piovano che battezzava i fanciulli (imperò che per ogni maschio che battezzava in San Giovanni, per avere il novero, mettea una fava nera, e per ogni femmina una bianca) trovò ch'erano l'anno in questi tempi dalle VmD in VIm, avanzando le più volte il sesso mascolino da CCC in D per anno. Trovamo che' fanciulli e fanciulle che stavano a leggere del continuo da VIIIm in Xm. I garzoni che stavano ad aprendere l'abbaco e algorisimo in VI scuole da M in MCC. E quelli che stavano ad aprendere gramatica e loica in IIII grandi scuole da DL in DC. Le chiese ch'erano allora in Firenze e ne' soborghi, contando le badie e·lle chiese de' frati e religiosi, trovamo CX, delle quali erano LVII paroccie con popolo, V badie con due priori con da LXXX monaci, XXIIII monisteri di monache con da D donne, X regole di frati con più di DCC frati, XXX spedali con più di mille letta per albergare poveri e infermi, e da CCL in CCC cappellani preti. Le botteghe dell'arte della lana erano CC e più, e faceano da LXXm in LXXXm di panni, di valuta di più di MCC migliaia di fiorini d'oro; che bene il terzo e più rimaneva nella terra per overaggio, sanza il guadagno de' lanaiuoli; del detto ovraggio viveano più di XXXm persone. Ben trovamo che da XXX anni adietro erano CCC botteghe o circa, e faceano per anno più di Cm panni; ma erano più grossi della metà valuta, però ch'allora non ci venia né sapeano lavorare lana d'Inghilterra, com'hanno fatto poi. I fondachi dell'arte di Calimala di panni franceschi e oltramontani erano da XX, che faceano venire per anno più di Xm panni di valuta di più di CCCm di fiorini d'oro, che tutti si vendeano in Firenze sanza quelli che mandavano fuori. Banchi di cambiatori LXXX banchi. La moneta dell'oro battea per anno CCCLm di fiorini d'oro, talora CCCCm; e di danari da quattro più di XXm libre. Le botteghe di calzolai e zoccolai e pianellai erano da CCC. Il collegio di giudici da LXXX in C; e notari da DC; medici di fisica e di cirogia da LX; e botteghe di speziali allora da C. Mercatanti e merciai, grande numero, da non potere bene stimare per quelli ch'andavano fuori di Firenze a negoziare; e molti altri artefici di più mestieri, maestri di pietra e di legname. Fornora avea allora in Firenze CXLVI, e trovamo per la gabella della macinatura e per fornari ch'ogni dì bisognava alla città dentro CXL moggia di grano, onde si può stimare quello bisognava l'anno; non contando che·lla maggiore parte degli agiati e ricchi e nobili cittadini co·lloro famiglie più di IIII mesi, e tali più dell'anno, in villa in contado. Troviamo che intorno gli anni MCCLXXX ch'era la città in filice e buono stato, ne volea la settimana da DCCC moggia. Di vino trovamo per la gabella delle porte n'entrava l'anno da LVm di cogna, e inn abondanza talora più Xm cogna. Bisognava l'anno IIIIm tra buoi e vitelle; castroni, pecore LXm; capre e becchi XXm; porci XXXm. Entravano del mese di luglio per la porta a San Friano CCCC some di poponi per dì, che tutti si stribuivano nella cittade. In questi tempi avea in Firenze le 'nfrascritte signorie forestieri, che ciascuno tenea ragione, e aveano colla da tormentare, la podestà, il capitano del popolo, l'assecutore degli ordini della giustizia, il capitano della guardia, overo conservadore del popolo; tutte queste signorie avieno albitro di pulire reale e personale: il giudice della ragione e apellagione, il giudice sopra le gabelle, l'uficiale sopra la piazza e vittuaria, l'uficiale sopra gli ornamenti delle donne, quello della mercatantia, quello sopra l'arte della lana, gli uficiali ecresiastici, la corte del vescovo di Firenze e di quello di Fiesole, e dello inquisitore della eretica pravità. Altre degnità e magnificenza della nostra città di Firenze non sono da lasciare di mettere in memoria per dare aviso a quelli verranno dopo noi. Ell'era dentro bene albergata di molti belli palagi e case, e al continovo in questi tempi s'edificava, migliorando i lavori di farli agiati e ricchi, recando di fuori asempro d'ogni miglioramento e bellezza. Chiese cattedrali e di frati d'ogni regola, e monisteri magnifichi e ricchi; oltre a·cciò non era cittadino che non avesse posessione in contado, popolano o grande, che non avesse edificato od edificasse riccamente troppo maggiori edifici che in città; e ciascuno cittadino ci peccava in disordinate spese, onde erano tenuti matti. Ma·ssi magnifica cosa era a vedere, ch'uno forestiere non usato venendo di fuori, i più credeano per li ricchi difici d'intorno a tre miglia che tutto fosse della città al modo di Roma, sanza i ricchi palagi, torri e cortili, giardini murati più di lungi alla città, che inn-altre contrade sarebbono chiamati castella. In somma si stimava che intorno alla città VI miglia avea più d'abituri ricchi e nobili che recandoli insieme due Firenze non avrebbono tante: e basti assai avere detto de' fatti di Firenze.
XCV
Di che progenia furono quelli della Scala di Verona.
Ancora ne pare che·ssi convenga, dapoi ch'assai avemo detto de' fatti di Firenze, fare menzione del cominciamento di quelli della Scala di Verona, che tanto hanno fatta risonare Lombardia e Toscana di loro guerre e tirannie, come adietro è fatta menzione. Che pare che Idio permetta sovente di fare nascere di picciola progenia tiranni possenti per abattere l'orgoglio e superbia de' popoli e di nobili per li loro peccati. Troviamo che al tempo del grande tiranno Azzolino di Romano, onde adietro facemmo menzione, il quale disertò quasi tutti i noboli della Marca Trevigiana, di Padova e di Verona, intorno fa da LXXXX anni, in Verona avea un vile uomo, chiamato Giacomo Fico; chi dice che questo Giacomo faceva le scale e vendeale, e da questo prencipio presono l'arme e 'l nome, e chi dice che fu mercatante di Montagnana; questi ebbe due figliuoli Mastino e Alberto. Quello Mastino era grande e forte della persona e azuffatore e giucatore, ma pro', valoroso e savio nel suo mestiere. E alla prima fu capitano di ribaldi, seguendo Azzolino a piè nelle sue cavalcate. Poi per suo franco adoperare piacendo al tiranno, il fece capitano delle sue masnade a piè; poi gli venne in tanta grazia, che 'l fece quasi proveditore e dispensatore di tutte le sue masnade da·ccavallo e da·ppiè. E quando Azzolino fu morto, trovandosi in quello uficio col séguito di soldati si fece fare capitano di Verona, e poi si fece fare cavaliere sé e Alberto suo fratello, il quale fu savio, e valoroso, e da bene; e così per la fortuna montati inn-istato, che 'l Mastino era signore di Verona, e mesere Alberto podestà di Mantova, e il figliuolo del signore di Mantova mesere Botticella per mesere Mastino era podestà di Verona. Avenne che certi gentili uomini rimasi in Verona avendo inn-orrore e invidia della signoria e tirannia del Mastino, essendo di vile nascimento, e per forza e tirannia fatto loro signore, feciono congiura d'ucciderlo, e furono XXV; e ciascuno promise e giurò di fedirlo. E così aseguiro, che vegnendo un giorno al palagio del Comune sanz'arme a modo di signore, che non si prendea guardia, e giugnendo in sulla piazza, tutti i detti congiurati, colle coltella in mano ciascuno, il fedì e·ll'uccisono sanza contrario niuno, e nullo fu ardito di levarlo di terra. La podestà, meser Botticella, di presente il fece asapere a meser Alberto a Mantova, il quale tutta la notte apresso che l'ebbe saputo cavalcò segretamente, venne in Verona, ed entrò nel palagio, lasciando che tutta la cavalleria di Mantova il seguisse apresso; e così feciono. La podestà la mattina vegnente fece richiedere tutti i buoni uomini di Verona a consiglio, e quelli medesimi ch'avieno morto meser Mastino, propognendo che volea che·lla terra si rifermasse a reggimento comune e di popolo. E ragunato il consiglio, mesere Alberto uscì della camera disarmato e venne nel consiglio, e salì nella ringhiera, donde tutti quelli del consiglio s'amiraro. E meser Alberto con allegro viso cominciò disimulatamente a biasimare le tirannie e male opere del suo fratello, e lodava ciò che di lui era fatto, onde il consiglio erano tutti contenti; ma come seppe ch'erano venute le masnade da Mantova, com'era ordinato il tradimento per lui e per lo podestà, fece serrare il palagio e uscire fuori i fanti armati, e uccisono tutti coloro che aveano ucciso meser Mastino, e gittarli morti per le finestre del palazzo, e poi meser Alberto corse la terra e fecesene signore; e perseguì tutte le schiatte di coloro ch'avieno morto messere Mastino, e cacciolli di Verona. Questa fu la morte e vendetta del primo Mastino. Il detto meser Alberto ebbe più figliuoli, i quali fece tutti cavalieri essendo quasi garzoni. Rimasene dopo la sua morte tre in vita; messer Bartolomeo, questi regnò signore di Verona apresso al padre, non ebbe figliuolo. Il secondo fu meser Checchino, ch'anche regnò apresso. Il terzo fu messere Cane, che·ffu valente tiranno e signore da bene, di cui adietro facemmo menzione, e fu amico del nostro Comune; di costui non rimase figliuolo niuno madornale. Dopo lui regnarono i nipoti figliuoli di meser Checchino, ciò furono meser Alberto e messer Mastino, di cui lungamente avemo fatta menzione. E assai sia detto di quelli della Scala, tornando a nostra materia.
XCVI
Come i Romani feciono pace intra·lloro e popolo, e mandarono a Firenze per avere leggi.
Nel detto anno, in calen di novembre, i Romani per certe revelazioni di sante persone, e fu quasi spirazione divina, si convertirono a pace generale i noboli insieme e' popolani, dimettendo per l'amore d'Iddio l'offensioni l'uno all'altro, che·ffu una mirabile cosa. E poi l'agosto vegnente feciono popolo, e mandarono loro ambasciadori a Fiorenza a pregare il nostro Comune, che mandassono loro gli ordini della giustizia, che·ssono sopra i grandi e possenti in difensione de' popolani e meno possenti, e altri buoni ordini che·nnoi avemo. Il Comune di Firenze mandaro a Roma loro ambasciadori co' detti ordini, i quali da' Romani furono onoratamente ricevuti e graditi. E nota come si mutano le condizioni e·lli stati del secolo, che' Romani che anticamente feciono la città di Fiorenza e diedolle le loro leggi, in questi nostri tempi mandaro per le leggi a' Fiorentini.
XCVII
Di più battaglie e sconfitte che furono in uno giorno in sul contado di Milano.
Nel detto anno, essendo rimasi ne' borghi di Vincenzia gran parte delle masnade da cavallo state in Lombardia al nostro servigio e di Viniziani, com'è detto adietro, dapoi che·ffu fatta la pace col Mastino e pagati cortesemente per li nostri Comuni, sì feciono una compagna, e furono bene IImD cavalieri; e non si vollono partire da Vincenza, se non avessono moneta da meser Mastino. Messer Loderigo Visconti, consorto di meser Azzo Visconti signore di Milano e suo ribello, andò a Vincenza con sua moneta, e col favore e moneta di meser Mastino, il quale per levarsi delle sue terre la detta gente stati suoi aversari, e per mandarli adosso a meser Azzo suo nimico, fece conducere al detto meser Loderigo la detta compagna. E all'entrante del mese di febraio gli condusse in su il milanese passando il fiume dell'Adda; e sopra quello di Melano stettono XII dì faccendo gran danno di ruberie, ma non d'arsione. Alla fine s'accamparo alla villa di Lignano presso di Milano a XII miglia. Sappiendosi la novella in Milano, ebbono grande turbazione, e uscirono di Milano, popolo e cavalieri, a dì XV di febraio, con ordine di loro strolago, promettendo loro di vincere i nimici, ma male provide la dolorosa vittoria che a·lloro ne seguì, della quale oste fu capitano meser Luchino Visconti zio di messer Azzo, però che 'l detto meser Azzo era gravato di gotte, e furo da IIIm cavalieri e Xm pedoni. Ed essendo una parte della gente di Milano da M cavalieri e IIIm pedoni nella villa d'Aro, e di quella poi andaro alla villa di Parobico, la detta schiera, ond'era capitano Giovannuolo Visconti e messere Giovanni dal Fiesco, e più di XX gentili uomini di Brescia; il maliscalco dell'oste tedesco, messere Luchino coll'altra gente s'acamparo nella villa da Nervia. Sentendo ciò meser Loderigo, sabato notte, a dì XVIIII di febraio, in sull'ora del mattutino colla sua gente cavalcò alla detta villa di Parobico, e di notte assalì i nimici, i quali accampati di fresco, e non proveduti per l'asalto della notte, ella detta villa schiusa, furono sconfitti in poca d'ora, e mortine grande quantità, ispezialmente di pedoni per la notte, e morivvi meser Giovanni dal Fiesco di Genova capitano di quella gente, e più altri Lombardi e Tedeschi. La domenica mattina, a dì XX del mese, avendo messere Loderigo avuta la vittoria detta mandò di sua gente da DCC cavalieri verso Milano a uno passo di fiume per torlo a' Milanesi, i quali feciono grande danno al popolo che fuggieno a Milano per la detta sconfitta; e lasciò a Parobico CCCC cavalieri co' prigioni e colla preda, e poi col rimanente di sua oste, ch'erano MD cavalieri, si tenne schierato a·ccampo di fuori della villa uno miglio. Messere Luchino sentendo la notte l'assalto fatto alla sua gente a Parobico, uscì di Nerviano e fece due schiere, elli con MCCCC cavalieri tedeschi, ed Ettorre da Panago con DCC italiani, tra' quali avea CC cavalieri del Comune di Bologna al servigio di que' di Milano, e venia per soccorrere la sua gente, e trovolli sconfitti. Ettorre entrò in Parobico, ove avea i detti CCCC cavalieri di quelli di meser Loderigo che guardavano la preda, e quelli assalirono, e dopo lunga battaglia Ettorre gli sconfisse. Messer Luchino s'affrontò con meser Loderigo la domenica in sull'ora di terza, e·ffu tra·lloro aspra battaglia che durò infino a nona passata. Alla fine fu scavalcato e fedito messer Luchino e preso, e rotta la sua gente e messi in caccia. In quest'ora sopravennero alla battaglia detta Ettorre da Panago co' suoi Italiani, ch'avieno sconfitto i CCCC cavalieri che meser Loderigo avea lasciati in Parobico, e percossono sopra la gente di meser Loderigo, i quali credendosi avere vinto il campo erano sciarrati cacciando li sconfitti; per la qual cosa furono di presente rotti e sconfitti, e riscosso mesere Luchino e gli altri prima presi; e·ffu preso meser Loderigo e maggior parte di sua gente, e menati a Milano. E così fu rotta e morti e presi quasi tutta la detta infortunata compagna; che tornando meser Luchino verso Milano, per la via al sopradetto passo fu sconfitto Malerba tedesco capitano de' detti DCC cavalieri che meser Loderigo avea mandati al passo verso Milano. Ma·lle dette vittorie del signore di Milano furono con grande dannaggio di sua gente, che·vvi morirono più di D uomini di cavallo, e più di IIIm a piede del popolo di Milano. Avenne fatto sì lungo conto per le svariate battaglie e rotte che furono tra·lle dette genti; che in una giornata furono fatte V sconfitte tra dall'una parte e dall'altra, che non fu mai inn-Italia; e di questo sapemo il vero da più genti di fede che vi furono presenti. Lasceremo di questa matera e torneremo a nostro conto.
XCVIII
Come messere Mastino venne a Lucca.
L'anno MCCCXXXVIIII, fatta la pace da·nnoi a meser Mastino, come adietro facemmo menzione, messer Mastino venne a Parma, e riformò la terra, e fecesene signori i suoi cugini figliuoli di meser... da Coreggia, volendo elli tuttora eserne sovrano; ma poco apresso la tolsono al tutto a·llui, come inanzi faremo assai tosto menzione. Poi a dì XI d'aprile venne a Lucca, e fece a' Lucchesi una imposta di XXm fiorini d'oro, che·nn'avea gran bisogno. E poco stette in Lucca, che come l'ebbe riformata, vi lasciò per suo vicaro Guiglielmo Canaccio delli Scannabecchi di Bologna, antichi Ghibellini usciti di quella; e tornossi a Verona. Nella sua stanza a Lucca in Firenze n'ebbe gran sospetto per li suoi trattati e tradimenti, e fecesi grande guardia e in Firenze e nelle castella delle frontiere. Lasceremo alquanto de' nostri fatti d'Italia, e diremo come il re di Spagna sconfisse grande oste di Saracini in Granata.
XCIX
Come i Saracini furono sconfitti dal re di Spagna in Granata.
Nel detto anno MCCCXXXVIIII, del mese di giugno, il figliuolo del re di Morocco saracino passò in Granata con molto navilio e con innumerabile gente di Mori detti Saracini per andare sopra il re di Spagna. Sentendo ciò il re di Spagna fece armare XXX galee e XII legni di corso e XX navi, overo cocche, per contastare il detto passaggio; ma fu a tardi, che i Mori del Garbo, che sono vicini al contro di Granata, presono tempo fatto, e passarono sanza contasto alcuno anzi venisse l'armata del re di Spagna. Poi venuto il re di Spagna, isceso in terra si puose ad assedio alla città di Linda. I Saracini vennono per comune alla 'ncontra de' Cristiani per guarentire la terra. Il re di Spagna per maestria di guerra e per sottrarre i Saracini si levò dall'asedio a dì XXXI di luglio, faccendo sembiante di dubitare e di fuggire; e prima messi in aguato della migliore gente a cavallo e a piè ch'egli avesse in sua oste, i Saracini veggendo che' Cristiani quasi si partieno a modo di rotta, gli seguiro sanza alcuno ordine in grandissima moltitudine; e passati gli aguati, i Cristiani percossono sopra loro, e in poca d'ora gli misono inn isconfitta, nella quale rimasono de' Mori tra morti e presi più di XXm. E nota che come noi Cristiani solavamo tenere la Terrasanta in Soria, e chi v'andava o mandava o dava sussidio avea grande perdonanza da santa Chiesa, così i Saracini dell'universo infino in Arabia mantengono il reame di Granata in Ispagna, e al continovo vi mandano gente e moneta, e talora generali e grandi passaggi ad obrobbio della Chiesa di Roma e del re di Francia e degli altri Cristiani, avendo il reame di Granata tra·lle terre de' Cristiani intorneata, ed essendo sì presso ov'è oggi la sedia apostolica, sanza avere a passare mare. E intendesi solo a tesorizzare sanza volerlo spendere al servigio della Cristianità e sostenere, ma nutricare le guerre dall'uno re de' Cristiani all'altro; ma tale peccato non passerà guari impunito.
C
Di certi segni ch'aparvono in Firenze e altrove, onde poco apresso seguì assai di male.
Nell'anno MCCCXXXVIIII, a dì VII di luglio, tra·lla nona e 'l vespro scurò il sole nel segno del Cancro più che·lle due parti; ma perché fu dopo il merigge al dicrinare del sole non si mostrò di scurità come fosse notte, ma pure si vide assai tenebroso. E nota, secondo che scrivono gli antichi dottori di strologia, ogni scurazione del sole nel Cancro, che viene quasi de' cento anni una volta, è di grande significazione di mali a venire al secolo; imperò che 'l Cancro è ascendente del mondo, e più significa dove è in quella parte dell'emisperio ove fa tenebre, cioè essendo il sole al merigge, che·nnoi volgarmente diciamo l'ora di nona; ma pure, come allora avenne, significò in Firenze e d'attorno fame e mortalità grande, come inanzi leggendo si troverrà. E per agiunta avenne in Firenze il primo dì d'agosto seguente grandi e disordinati truoni e baleni, gittando più folgori in città e in contado di Firenze; intra·ll'altre una ne cadde in sulla torre della porta della città contro a San Gallo, e abatté parte d'uno merlo, e poi percosse e arse dell'uscio della porta, e uccise uomini. E poi, a dì IIII di settembre, simile furono diversi truoni e folgori, e una ne percosse in sulla torre del palagio del popolo, e abatté parte d'uno merlo, e tutti furono segni di futuri mali alla nostra città, come tosto apresso seguirono; che il detto anno in sulla ricolta valse lo staio del grano soldi XX, e poi montò in soldi L, e inanzi che fosse l'altra ricolta; se non fosse la provedenza del Comune di farne venire per mare, il popolo moria di fame, e costò al Comune lo 'nteresso più di Lm fiorini d'oro, tutto che certi uficiali cittadini ne feciono baratteria assai con meser Iacopo Gabrielli insieme, ch'era capitano della guardia del popolo, overo tiranno de' popolani reggenti, condannando gl'innocenti ingiustamente, perch'avieno grano per loro vivere e per loro famiglie, e·llasciando i possenti colle grandi endiche, onde seguì assai di male apresso. E·ffu il detto anno simile gran caro di vino, che di vendemmia valse il cogno del comunale vino fiorini VI d'oro, e ciascuna arte di Firenze fu in male stato per guadagnare.
CI
Come morì messer Azzo Visconti e·ffu fatto signore di Melano messer Luchino.
Nel detto anno, a dì XVI d'agosto, morì mesere Azzo Visconti signore di Milano, e 'l dì apresso furono fatti signori il vescovo di Noara meser Giovanni, che·ffu cardinale dell'antipapa, e meser Luchino suo fratello e figliuoli di meser Maffeo Visconti; ma a meser Luchino rimase la signoria. E poi a XXI mesi apresso s'accordò con papa Benedetto e colla Chiesa per lo misfatto d'esere stati coll'antipapa e favorato il Bavero per prezzo di Lm fiorini d'oro contanti, e poi ogn'anno Xm per censo. E per simile modo s'accordò meser Mastino della Scala colla Chiesa per Vm fiorini d'oro per anno. O Chiesa pecuniosa e vendereccia, come i tuoi pastori t'hanno disviata dal tuo buono e umile e povero e santo cominciamento di Cristo!
CII
Come la città di Genova e quella di Saona feciono popolo e chiamarono dogio.
Nel detto anno MCCCXXXVIIII, a dì XVIIII di settembre, quelli della città di Saona feciono popolo, e tolsono le due castella ch'erano nella terra a quelli di casa Doria e di Spinoli di Genova che·lle teneano, e cacciarline fuori. E poi tre dì apresso i cittadini di Genova si levaro a romore e dispuosono i capitani, ch'era l'uno delli Spinoli e·ll'altro Doria, e cacciarono della terra loro e' loro consorti e altri possenti; e feciono popolo, e chiamarono dogio al modo di Viniziani uno Simone di Boccanegra de' mediani del popolo. Questo dogio fu franco e valentre. E poi l'anno apresso, per cospirazione di certi grandi fatta contro a·llui, fece prendere e tagliare il capo a due delli Spinoli e a più altri loro seguaci. E·ffu aspro in giustizia, e spense i corsali di Genova e della riviera, tuttora ritenendo la sua signoria a parte ghibellina, e tenendo in mare più galee armate per lo Comune a guardia della riviera.
CIII
Di novità furono in Romagna, e poi pace tra·lloro.
Nel detto anno, del mese di settembre, essendo la gente del capitano di Furlì a oste sopra Calvoli, il capitano di Faenza colla forza di Bolognesi e d'altri di loro parte gli levarono d'assedio inn-isconfitta. E poi, l'ottobre apresso, per procaccio de' Fiorentini fu trattato di pace tra' signori e Comuni di Romagna. L'una parte erano quelli di Forlì e Cesena, e meser Malatesta da Rimino e que' da Polenta di Ravenna, tutto fosson Guelfi co' Ghibellini a·llega; e·ll'altra parte Faenza, Imola, i conti Guidi, e altri loro seguaci. E per sindachi e ambasciadori delle parti si rimisono nel Comune di Firenze. E in sul palagio de' priori si diè sentenzia, e·ssi baciaro in bocca faccendo pace.
CIV
Come il marchese di Monferrato tolse la città d'Asti al re Ruberto.
Nel detto anno, a dì XXVI di settembre, il marchese di Monferrato tolse la città d'Asti, e fecela rubellare al re Ruberto, per cui si tenea, e furonne cacciati quelli dal Soliere di sua parte e' Guelfi. E furonne signori i Gottineri e' Ghibellini. E·lla cagione fu perché il re Ruberto per sua avarizia non pagava le sue masnade che vi tenea, onde al bisogno non feciono retta né difesa, ch'avieno pegno l'armi e cavalli. La qual perdita fu gran danno a·rre Ruberto per le sue terre di Piemonte e a tutta parte guelfa di Lombardia.
CV
D'accordo e lega fatta da' Fiorentini a' Perugini.
Nel detto anno, a dì VI di novembre, i Fiorentini feciono lega e compagnia co' Perugini per lo nostro vescovo e altri ambasciadori di Perugia, e di nostri a Licignano di Valdambra, e quitarono i Perugini a' Fiorentini ogni ragione dell'aquisto d'Arezzo, rimanendo a' Perugini libero Licignano d'Arezzo e 'l Monte San Savino e altre castella d'Arezzo che si teneano.
CVI
Di certi ordini della lezione de' priori di Firenze, i quali furono corretti per lo migliore.
A dì XXIII di dicembre del detto anno si fece parlamento in Firenze, ove si corresse l'ordine della elezzione di priori e di XII loro consiglieri e di gonfalonieri delle compagnie, i quali in prima com'erano eletti, erano i loro nomi iscritti in polizze, e messe in borse, e per sesti. A' tempi, quando si traieno per detti ufici, si rimettieno in altre borse, infino che tutti n'erano tratti; e poi ricominciavano, sicché si può dire ch'erano a vita, ch'era sconcia cosa e disonesta a volere gli eletti signoreggiare la replubica sanza dare parte agli altri così o più degni di loro. E corressesi che come fossono tratti la prima volta si stracciasse la polizza del loro nome, e alla riformazione delli ufici si rimettano da capo allo squittino cogli altri insieme. E·ffu ben fatto per levare la superbia e tirannia a' cittadini reggenti.
CVII
Come le città della Marca uccisono e cacciarono i loro tiranni e feciono popolo.
In questo anno, del mese di febraio, quasi tutte le terre della Marca d'Ancona feciono popolo, e uccisono Marcennaio che signoreggiava Fermo e meser Accorrimbono da Tolentino, e quello da Mattelica e il marchese; e i tiranni che quelli popoli non poterono uccidere cacciarono inn-esilio.
CVIII
Come la gente del re Ruberto presono l'isola di Lipari e sconfissono i Messinesi.
Nel detto anno, a dì XVII di novembre, avendo la gente del re Ruberto presa l'isoletta di Lipari in Cicilia e assediato il castello di quella e molto stretto, il conte di Chiermonte di Cicilia colla forza de' Missinesi armò in Cicilia VIII galee e VII uscieri e XL legni con gente assai, e venne al soccorso di Lipari. E·ll'amiraglio del re Ruberto, ch'era messer Giufredi di Marzano conte di Squillace, maestrevolmente fece ritrarre suo oste dal castello e ridurre al suo navilio dall'una parte del golfo, e armò XVIII galee e VI uscieri e una cocca che v'avea, e diede luogo a' Ciciliani, sicché forniro il castello con grande festa e gazzara. La mattina apresso volendosi partire il conte di Chiermonte per tornare a Messina, l'amiraglio del re Ruberto gli asalì, e·lla battaglia fu in mare aspra e dura. Alla fine i Ciciliani furono sconfitti e morti, e preso il conte di Chiermonte con molta buona gente di Messina, che pochi ne scamparo. E arrendessi il castello alle genti del re Ruberto. E tornando l'amiraglio a Napoli, essendo sopra l'isola d'Ischia, fortuna forte gli prese e menolli infino in Corsica, e rupponvi IIII galee feggendo a terra cariche di prigioni, che i più iscamparo. Lasceremo alquanto di fatti di Firenze e dell'altre novità d'Italia, e diremo della guerra dal re di Francia a quello d'Inghilterra e suoi allegati Fiamminghi e Bramanzoni e Anoieri.
CIX
Come si ricominciò la guerra dal re di Francia a quello d'Inghilterra e suoi allegati.
Nel detto anno, a dì VIIII di dicembre, i Fiaminghi e Brabanzoni colli Anoieri rifermaro lega insieme contro al re di Francia. E poi, a dì XXIII di gennaio, Aduardo terzo re d'Inghilterra venne d'Analdo a Guanto, e giurò alla detta lega, faccendosi nominare re di Francia per la redità della madre, portando inn-insegne e suggello l'arme di Francia e d'Inghilterra dimezzata. E poi, a dì XX di febraio, si partì di Bruggia, e andonne in Inghilterra, promettendo di tornare assai tosto con tutto suo isforzo. Partito il re d'Inghilterra, la gente di Francia ch'erano in Tornai corsono infino ad Odanardo in Fiandra all'entrante d'aprile MCCCXL, faccendo arsione e gran danno al paese. Per la qual cosa quelli di Bruggia e quelli di Guanto per comune cogli altri Fiaminghi vennero ad oste sopra Tornai, e stettonvi più dì guastandolo intorno V giorni. E in quelli giorni quelli d'Ipro col conte di Sofolco e con quello di Salisbiera e altra gente del re d'Inghilterra cavalcaro sopra Lilla, e per aguato furono sconfitti, e presi i detti conti. Per la qual cosa i Fiaminghi, ch'erano a oste sopra Tornai, se ne partirono isconciamente. E poi in quelli giorni, del mese d'aprile, il conte, e meser Gianni d'Analdo, e il signore di Falcamonte cavalcaro in su il reame di Francia infino a Rens, faccendo grande uccisione e incendi, levando gran preda sanza contasto alcuno. E poi, IIII di maggio, il conestabole di Francia con gente d'arme assai a cavallo e a piè venne sopra Valerzina inn-Analdo, e stettevi tre settimane faccendo al paese grandissimo danno. E così per guerra guerriata si consumaro gran parte di quelli paesi a danno di ciascuna parte.
CX
Come il re d'Inghilterra sconfisse in mare l'armata del re di Francia.
Li anni di Cristo MCCCXL, il dì di san Giovanni, a dì XXIIII di giugno, il buono Aduardo terzo re d'Inghilterra arrivò in Fiandra al porto della Suina con CXX cocche armate; ivi su IIm cavalieri gentili uomini e popolo infinito con molti arcieri inghilesi; e trovovvi l'armata del re di Francia, ch'erano da CC cocche con XXX tra galee di Genovesi e barche armate a remi, delle quali era amiraglio Barbavara da Portoveneri grande corsale, il quale avea fatto grande danno in mare sopra gl'Inghilesi e' Guasconi e' Fiaminghi e alle loro riviere, e presa l'isola del Gaggiante, ch'è alla 'ncontra della detta Suina, e rubata e arsa, e mortovi più di CCC Fiamminghi. Quelli di Bruggia come sentirono la venuta del re d'Inghilterra, sì·lli mandaro loro ambasciadori alle Schiuse, pregando per Dio e per loro amore che non si mettesse a battaglia contro l'armata del re di Francia, ch'erano altrettanti e più della sua, e più le galee genovesi; e ch'elli attendesse due giorni e riposasse sé e sua gente, e che di presente armerebbono C cocche di buona gente in suo aiuto, e potea avere sicura vittoria. Il valente re non volle attendere, ma fece armare i suoi cavalieri e sergenti, e partiti per le navi, oltre a' marinai, e cominciò la battaglia francamente; la qual fu aspra e dura, durando tutto il giorno, che non si sapea chi avesse il migliore, infino alla notte. Il franco re con L cocche bene armate di sua baronia, e riposato e fresco, percosse la sera con piena marea e a piene vele sopra i nimici sparti e stanchi del combattere, e misseli in rotta e inn-isconfitta; e tutti furo tra presi e morti, che non ne scamparo se non due galee e XX barge, e·cciò fu perch'elli era di notte, e' Fiaminghi v'erano tratti delle marine d'intorno, e co·lloro legni e barche, e chiusono le due bocche della Suina intra·ll'isola del Gaggiante, ch'è alla bocca del porto, alla terra ferma, sicché tutti rimasono rinchiusi siccome in una gabbia. E rimasonvi tra morti e annegati più di Xm uomini, e più d'altrettanti presi dell'armata del re di Francia. E tutto il suo navilio e armi e arnesi rimasono in preda agl'Inghilesi e a' Fiaminghi.
CXI
Come parte di Fiaminghi furono sconfitti a Santo Mieri.
Per lo caldo della sopradetta vittoria que' di Bruggia e d'Ipro con meser Ruberto d'Artese vennero sopra Santo Mieri, che dovea loro esere dato per trattato; erano da Xm a piè. In Santo Mieri era il duca di Borgogna e 'l conte d'Armignacca con MCC cavalieri. Que' di Bruggia assalirono una porta, che dovea loro essere data, e quella già presa, que' d'Ipro rimasi adietro male ordinati, il conte d'Armignacca uscì fuori colla cavalleria per un'altra porta, e assalì que' d'Ipro, i quali non ressono, ma si misero in fuga; e poi sanza seguire la caccia asaliro que' di Bruggia, i quali feciono alcuna retta, e morinne più di D; e veggendo in fuga que' d'Ipro, e già era notte, si fuggiro al loro campo sanza séguito di nemici; e·lla notte per paura si fuggiro verso Casella, e·llasciarono tutto il loro campo, e·cciò fu a dì XXVIII di luglio.
CXII
Come il re d'Inghilterra co' suoi allegati si puosono ad assedio alla città di Tornai, e fu triegua da·lloro al re di Francia.
Lo re Aduardo, avuta la detta vittoria di mare, come dicemmo adietro, non istette ozioso; incontanente scese in terra con sua gente, e venne a Bruggia e poi a Guanto, e da' Fiaminghi gli fu fatto onore, come a·lloro signore, faccendogli omaggio come a·rre di Francia. E·llà fece parlamento, dove fu il duca di Brabante e 'l conte d'Analdo e tutti gli allegati, e quivi ordinaro generale oste sopra la città di Tornai; e sanza indugio vi cavalcaro e acamparsi intorno il detto re d'Inghilterra, e il duca di Brabante, e il conte d'Analdo, e il duca di Giullieri, e quello di Ghelleri, e il conte di Los, e il sire di Falcamonte, con più baroni di Valdireno d'Alamagna in quantità di più di VIIIm cavalieri; e·lle ville di Fiandra, e di Brabante e d'Analdo per comuni con più di LXXXm d'uomini bene armati, i più a corazzine e barbute, e fecionvi IIII campi; né già per quella piccola rotta avuta a Santo Mieri non lasciaro, ma vigorosamente seguiro l'oste del re d'Inghilterra. I due campi furono di qua dal fiume dello Scalto, e due di là dal fiume, faccendo grandi e più ponti in sulla riviera da potere andare dall'una oste all'altra e potere avere spedita la vittuaglia e guernigione dell'oste. In Tornai era il conestabole di Francia con bene IIIIm cavalieri e Xm sergenti a piè, sanza i cittadini, ch'erano più di XVm; e tra quelli dentro e quelli di fuori ebbe molti assalti e pugnazzi e badalucchi a cavallo e a piè; ma per la molta gente ch'era nella città, e bestie, e non proveduta di vettuaglia a sofficienza, avea assai difetti. Onde i cittadini si cominciarono a dolere al conestabole, e che levasse loro l'assedio, o elli cercherebbono loro accordo. Il conestabole mandò per soccorso al re di Francia, mostrandogli come la terra era per perdersi. Il re Filippo di Valos vi venne al soccorso in persona con più di Xm cavalieri e popolo grandissimo, e acampossi presso alla città a una lega. Ma però l'oste del re d'Inghilterra e degli altri allegati non si mossono, ch'erano molto aforzati i campi loro, e signori del combattere e schifare la battaglia. I·rre di Francia non potendo combattere co' nimici, né impedire la vittuaglia a' loro campi, né fornire Tornai sanza grande pericolo, dubitò forte di perdere la terra. E incontanente cercò trattati d'accordo per mano del duca di Brabante con grosso spendio a' caporali delle Comuni di Brabante, che non erano così costanti alla guerra come i Fiamminghi e li Anoieri. Il re d'Inghilterra non volea intendere trattato, conoscendo che·lla terra non si potea difendere né tenere per difetto di vittuaglia; e avendo la città di Tornai, ch'è·ssì forte e possente e acostata a Fiandra e Analdo e al Brabante e all'altre terre dello 'mperio, e·lla chiave del reame di Francia, avea per vinta la guerra; che·rre di Francia non avrebbe tenuta terra da Compigno i·llà. Ma i Brabanzoni sentendo il trattato che menava il loro duca, e per la corruzione della moneta del re di Francia, come dicemmo dinanzi, feciono punta falsa, e subitamente si levaro da campo e tornarono i·lloro paese. Il re d'Inghilterra e gli altri allegati veggendosi ingannato e fallito da' Brabanzoni, e a·rre d'Inghilterra fallia moneta, che i suoi uficiali di là il ne tenieno a dieta e scarso, compié il trattato al meglio che potero, faccendo triegua fino alla san Giovanni all'avenire, rimettendosi della pace nel papa e·lla Chiesa di Roma. E se infra 'l termine non fosse fatto l'accordo, riporre la città di Tornai nello stato ch'allora era, che non vi si trovò da vivere per VIII giorni. E così si giuraro le triegue e·ll'accordo per li due re e gli altri allegati, e·llevarsi da oste a dì XXVI di settembre MCCCXL. Ma·llo re di Francia non tenne fede, ma come riebbe libero Tornai, il fece fornire per II anni; e poi andaro di triegue in triegue, e altre mutazioni di guerre, come 'nanzi per li tempi faremo menzione. Lo re d'Inghilterra ristette in Fiandra infino a mezzo novembre, che si partì dalle Schiuse, e andonne inn-Inghilterra. E incontanente fece prendere i suoi tesorieri e uficiali, che no·ll'aveano ben fornito di moneta, e tolse loro molti danari.
CXIII
Come l'armata del re d'Ispagna quasi perì per fortuna.
Nel detto anno, del mese d'aprile, mandando il re d'Ispagna sua armata di LXXX galee sopra i Saracini di Granata, che teneano monte Giobeltaro, acciò che no·llo potessono venire a fornire i Saracini di Setta, grande fortuna di mare li soprese; e·lli percossono a·tterra e ruppono XXIIII galee con grande danno de' Cristiani. Lasceremo alquanto de' fatti degli oltramontani, e torneremo alquanto adietro a raccontare delle novità state in questi tempi alla nostra città di Firenze e per l'altra Italia.
CXIV
Di grande mortalità e carestia che·ffu in Firenze e d'intorno, e d'una cometa ch'aparve.
In detto anno MCCCXL, all'uscita di marzo, aparve inn-aria una stella cometa in verso levante nel fine del segno del Virgo e cominciamento della Libra, i quali sono segni umani, e mostrano i beni sopra i corpi umani di grande ditreazione e morte, come diremo apresso; e durò la detta commeta pochi mali, ma assai ne seguiro di male significazioni sopra le genti, e spezialmente alla nostra città di Firenze. Che incontanente cominciò grande mortalità, che quale si ponea malato, quasi nullo ne scampava; e morinne più che il sesto di cittadini pure de' migliori e più cari, maschi e femmine, che non rimase famiglia ch'alcuno non ne morisse, e dove due o·ttre e più; e durò quella pestilenza infino al verno vegnente. E più di XVm corpi tra maschi e femmine e fanciulli se ne sepellirono pure nella città, onde la città era tutta piena di pianto e di dolore, e non si intendea apena ad altro, ch'a sopellire morti. E però si fece ordine che come il morto fosse recato alla chiesa la gente si partisse; che prima stavan tanto che si facea l'asequio, e a tali la predica con solenni ufici a' maggiorenti; e ordinossi che non andasse banditore per morti. In contado non fu sì grande la mortalità, ma pure ne morirono assai. Con essa pistolenza seguì la fame e il caro, agiunta a quello dell'anno passato; che con tutto lo scemo di morti valse lo staio del grano più di soldi XXX, e più sarebbe assai valuto, se non che 'l Comune ne fece provedenza di farne venire di pelago. Ancora aparì un altro nuovo segno; che a dì XVI di maggio del detto anno, di mezzogiorno, cadde in Firenze e d'intorno una gragnuola grossa e spessa, che coperse le tettora, le terre e·lle vie, alta come grande neve, e guastò quasi tutti i frutti. Per questa mortalità, a dì XVIII di giugno, per consiglio del vescovo e di riligiosi si fece in Firenze generale processione, ove furono quasi tutti i cittadini sani maschi e femmine col corpo di Cristo ch'è a Santo Ambruogio, e con esso s'andò per tutta la terra infino a ora di nona, con più di CL torchi accesi. E poi apresso agiunsono di mali segni, che·lla mattina di san Giovanni essendo uno grande e ricco cero in su uno carroccio fatto per li signori della moneta per offerere a san Giovanni, si stravolse sprovedutamente con tutto il carro, e cadde in su' gradi della porta de' priori, e tutto si spezzò; e bene fu segno dovea cadere la moneta de' Fiorentini e rompere quelli che·lla guidavano, come seguì apresso poco tempo con gran danno de' Fiorentini. Quella mattina in San Giovanni cadde uno palchetto, che v'era fatto di costa dal coro, dov'erano su tutti i cantori cherici ch'uficiavano, e molti se ne magagnaro delle persone. E poi s'agiunse male sopra male, che a dì XX di luglio apresso la notte seguente s'aprese uno gran fuoco in Parione, e valicò nella gran ruga da San Brancazio, ove si facea l'arte della lana, insino presso alla chiesa, ove arsono XLIIII case con gran danno di mercatantie, panni e lane, e maserizie, e di case e palazzi. I Fiorentini isbigottiti e impauriti per li detti segni e danni e·ll'arti e·lle mercatantie non istettono mai peggio per guadagnare; quelli che reggeano il Comune, per conforto di riligiosi per mostrare alcuna piatà, ordinarono che·ssi traessono certi sbanditi di bando, pagando al Comune certa gabella, e che' beni de' rubelli ch'erano in Comune fossono renduti alle vedove e a' pupilli, a·ccui succedeano; ma non fu perfetta la grazia e misericordia, che dovesse piacere a·dDio, però che·ssi dovea ristituire il prezzo che in prima li avieno per ordini fatti ricomperare dal Comune alle dette vedove e popilli, e non si fece; onde non ristettono a tanto le nostre pestilenze, che per le nostre peccata ne seguirono assai apresso, come inanzi leggendo si troverranno, che avenne poi in più casi che i vivi ebbono astio de' morti per le soperchie tribolazioni occorse alla nostra città. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze, e diremo d'altre novità d'intorno, tornando assai tosto a seguire dell'aversità ch'avennono alla nostra città di Firenze
Qui finisce il dodecimo libro

 

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Ultimo Aggiornamento:12/07/05 23:09