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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

NUOVA CRONICA

Tomo Secondo

Di: Giovanni Villani

 

LIBRO DECIMO (1-72)

I
Qui comincia il libro X: come Arrigo conte di Luzzimborgo fu fatto imperadore.
Arrigo conte di Luzzimborgo imperiò anni IIII, mesi VII e dì XVIII, da la prima corona infino a la sua fine. Questi fue savio e giusto e grazioso, prode e sicuro in arme, onesto e cattolico; e di piccolo stato che fosse per suo lignaggio, fue di magnanimo cuore, temuto e ridottato; e se fosse vivuto più lungamente avrebbe fatte grandissime cose. Questi fu eletto a imperadore per lo modo scritto addietro, e incontanente ch'ebbe la confermazione dal papa si fece coronare in Alamagna a re; e poi tutte le discordie de' baroni de la Magna pacificò, con sollecito intendimento di venire a Roma per la corona imperiale, e per pacificare Italia de le diverse discordie e guerre che v'erano, e poi di seguire il passaggio oltremare in racquistare la Terrasanta, se Dio gliel'avesse conceduto. Questi stando in Alamagna per pacificare i baroni, e fornirsi di moneta e di gente per passare i monti, Vincislao re di Boemmia morì, del quale non rimase nulla reda maschio, se non due figliuole; l'una già moglie del dogio di Chiarentana, l'altra per consiglio de' suoi baroni diè per moglie a Giovanni suo figliuolo, e lui ne coronò re di Boemmia, e lasciollo in suo luogo in Alamagna.
II
Come parte guelfa fu cacciata di Vinegia.
Nell'anno MCCCX, del mese di giugno, fatta congiura in Vinegia per quegli della casa di Querini, e per messer Bruiamonte de lo Scopolo di Vinegia col loro séguito, per abbattere il dogio ch'allora era in Vinegia da ca' Grandanigo e' suoi seguaci, quasi recata la terra a parte, Guelfi e Ghibellini si combattero per le dette parti ne la città. A la fine que' da ca' Querini e loro séguito Guelfi furono vinti e cacciati della terra, e guasti i loro palazzi (e fue la prima disfazione di casa che fosse mai fatta in Vinegia), e certi di loro caporali presi furono dicollati, e co·lloro due gentili uomini di Firenze, uno degli Adimari, e uno de' Sizii, ch'erano in loro compagnia.
III
De le profezie di maestro Arnaldo da Villanuova.
Nel detto anno MCCCX maestro Arnaldo da Villanuova di Proenza gran savio filosafo in Parigi questionava, e annunziava per argomenti de le profezie di Daniello e de la Sibilla Eritea che l'avento d'Anticristo e persecuzione de la Chiesa dovea essere tra 'l MCCC e 'l MCCCC, quasi intorno al LXXVI anno, e di ciò fece uno libro il quale intitolò Della speculazione de l'avento Anticristi, per la qual cosa fu tenuto nuovo errore di fede. Partissi di Parigi per tema dello 'nquisitore, però che gli altri maestri di Parigi il faceano perseguitare, e andonne in Cicilia a don Federigo, e poi in suo servigio morì in mare, andando per ambasciadore a corte di papa.
IV
Come in Ferrara si fece congiura per ribellare la terra a la Chiesa.
Nel detto anno, del mese di luglio, congiurazione si fece in Ferrara per rubellare la terra a la Chiesa, e quasi l'aveano rubellata. Il legato cardinale Pelagrù subitamente la soccorse coll'aiuto de' Bolognesi; e mostrando di riformare la terra, fece consiglio de' cittadini in Castello Tedaldo, e ritenne XXXVI de' migliori e maggiori de la terra, e subitamente gli fece impiccare in sulla piazza di Ferrara; e poi a dì XXII d'agosto il detto cardinale venne in Firenze, e fugli fatto grande onore da' Fiorentini, come dicemmo adietro.
V
Come i Todini furono sconfitti da' Perugini.
Nel detto anno e mese di luglio i Perugini feciono oste a Todi, e mandarono per aiuto a' Fiorentini, i quali vi mandarono il mariscalco del re, ch'era al loro soldo, con CCC cavalieri. I Todini uscirono fuori a battaglia, e furono sconfitti con grande danno di loro gente, di morti e presi assai per lo valore del detto maliscalco e di sue masnade.
VI
Come i Guelfi furono cacciati di Spuleto.
Nel detto mese di luglio furono cacciati i Guelfi di Spuleto per Currado di Nastagio di Filigno, grande capitano di parte ghibellina, co la forza de' Todini. Poi i Perugini per più tempo feciono oste e guerra assai a Spuleto; poi l'anno appresso accordo fu tra·lloro e' Todini e gli Spuletini, e rimessi i Guelfi in Todi e in Spuleto.
VII
Come Arrigo imperadore si partì de la Magna per passare in Italia.
Nel detto anno MCCCX lo 'mperadore venne a Losanna del mese di... con poca gente, attendendo il suo isforzo e l'ambascerie de le città d'Italia, e ivi dimorò più mesi. Sentendo ciò i Fiorentini, ordinaro di mandargli una ricca ambasceria, e simigliante i Lucchesi, e' Sanesi, e l'altre terre della lega di Toscana; e già erano eletti gli ambasciadori, e levati i panni per le robe per loro vestire onoratamente. Per certi grandi Guelfi di Firenze si sturbò l'andata, temendo che sotto inganno di pace lo 'mperadore non rimettesse gli usciti ghibellini in Firenze e gli ne facesse signori; e in questo si prese il sospetto, e appresso lo sdegno, onde seguì grande pericolo a tutta Italia, che essendo gli ambasciadori di Roma e que' di Pisa e dell'altre città a Losanna in Savoia, lo 'mperadore domandò perché non v'erano que' di Firenze; per gli ambasciadori degli usciti di Firenze fu risposto al signore ch'egli aveano sospetto di lui. Allora disse lo 'mperadore: "Male hanno fatto, che nostro intendimento era di volere i Fiorentini tutti, e non partiti, a buoni fedeli, e di quella città fare nostra camera e la migliore di nostro imperio". E di certo si seppe da gente ch'erano appresso di lui ch'elli era infino allora con puro animo in mantenere quegli che reggeano Firenze in loro stato, e gli usciti n'aveano grande paura; che d'allora innanzi per questo isdegno e per mala informazione de' suoi ambasciadori venuti a·fFirenze, e de' Ghibellini, e Pisani, s'apprese al contradio. Per la qual cosa, l'agosto presente, i Fiorentini entrati in sospetto feciono M cavalieri cittadini di cavallate, e si cominciarono a guernire di soldati e di moneta, e a fare lega col re Ruberto e con più città di Toscana e di Lombardia, per isturbare la venuta e coronazione dello imperadore; e' Pisani acciò che passasse, sì mandarono LXm fiorini d'oro, e altrettanti gli promisono quando fosse in Pisa; e con questo aiuto si mosse da Losanna, ché da·ssé non era ricco signore di moneta.
VIII
Come il re Ruberto venne in Firenze tornando da la sua coronazione.
Nel detto anno MCCCX, di XXX di settembre, il re Ruberto venne in Firenze tornando da Vignone, dov'era la corte del papa, da la sua coronazione: albergò in casa de' Peruzzi dal Parlagio, e da' Fiorentini gli fu fatto grande onore, e armeggiata, e presenti grandi di moneta, e dimorò in Firenze infino a XXIIII dì d'ottobre per riconciliare i Guelfi insieme, ch'erano divisi per sette intra·lloro, e per trattare al riparo dello 'mperadore. In riconciliargli poco potéo adoperare; tanto era l'errore cresciuto tra·lloro, come adietro è fatta menzione.
>IX
Come Arrigo imperadore entròe in Italia, e ebbe la città di Milano.
Nell'anno MCCCX, all'uscita di settembre, lo 'mperadore si partì da Losanna con sua gente, e passò la montagna di Monsanese, e all'entrata d'ottobre arrivò a Torino in Piemonte; appresso giunse ne la città d'Asti, dì X d'ottobre. Per gli Astigiani fu ricevuto pacificamente per signore, andandogli incontro con grande processione e festa, e tutte le discordie tra gli Astigiani pacificò. In Asti attese sue genti, e inanzi si partisse ebbe presso a IIm oltramontani a cavallo. In Asti soggiornò più di due mesi, però che in quello tempo tenea la signoria di Milano messer Guidetto de la Torre, uomo di grande senno e podere, il quale avea tra soldati e cittadini più di IIm uomini a cavallo, e per sua forza e tirannia teneva fuori di Milano i Visconti e loro parte ghibellina, e eziandio l'arcivescovo suo consorto con più altri Guelfi. Questo messer Guidetto avea lega co' Fiorentini e cogli altri Guelfi di Toscana e di Lombardia, e contendea la venuta dello 'mperadore, e sarebbegli venuto fatto, se non che' suoi consorti medesimi co·lloro séguito condussero lo 'mperadore a venire a Milano col consiglio del cardinale dal Fiesco legato del papa. Messer Guidetto non possendo al tutto riparare, asentì a la sua venuta contra sua voglia; e così entrò lo 'mperadore in Milano la villa de la festa di Natale, e il dì di Bifania, dì VI di gennaio, fu coronato in Santo Ambruogio da l'arcivescovo di Milano de la seconda corona del ferro onorevolemente egli e la moglie. E a la detta coronazione furono gli ambasciadori quasi di tutte le città d'Italia, salvo quegli di Firenze e di loro lega. E dimorando in Milano, pacificò tutti i Milanesi insieme, e rimisevi messer Maffeo Visconti e sua parte, e l'arcivescovo e' suoi, e ogni uomo che n'era di fuori. E quasi tutte le città e signori di Lombardia vennero a fare le comandamenta, e dargli grande quantità di moneta; e in tutte le terre mandò suo vicaro, salvo Bologna e Padova, ch'erano contra lui a la lega de' Fiorentini.
X
Come i Fiorentini chiusono di fossi le nuove cerchie della cittade.
Nel detto anno, il dì di santo Andrea, i Fiorentini per tema della venuta dello 'mperadore sì ordinarono a chiudere la città di fossi da la porta a San Gallo infino a la porta di Santo Ambruogio, overo detta la Croce a Gorgo, e poi infino al fiume d'Arno: e poi, da la porta di San Gallo infino a quella dal Prato d'Ognesanti erano già fondate le mura, sì le feciono inalzare VIII braccia. E questo lavoro fu fatto sùbito e in poco tempo, la qual cosa fermamente fu poi lo scampo de la città di Firenze, come innanzi si farà menzione; imperciò che la città era tutta schiusa, e le mura vecchie quasi gran parte disfatte, e vendute a' prossimani vicini per allargare la città vecchia, e chiudere i borghi e la giunta nuova.
XI
Come quegli de la Torre furono cacciati di Milano.
Nel detto anno, dì XI del mese dì febbraio, veggendosi messer Guidetto de la Torre fuori de la signoria di Milano, e Maffeo Visconti e gli altri suoi nimici assai innanzi a lo 'mperadore, si pensò di rubellare a lo 'mperadore la città di Milano, che v'avea col signore poca cavalleria, ch'era andata e sparta per le città di Lombardia, e sarebbegli venuto fatto, se non che Maffeo Visconti, molto savio, ne fece aveduto lo 'mperadore e 'l maliscalco suo e 'l conte di Savoia. Per la qual cosa la città si levò a romore e ad arme, e alcuna battaglia v'ebbe: altri dissono che messere Maffeo Visconti per suo senno e sagacità lo 'ngannò per farlo sospetto de lo 'mperadore, vegnendo a·llui segretamente, e dolendosi de la signoria dello 'mperadore e de' Tedeschi, mostrando ch'amasse meglio la libertà di Milano che sì fatta signoria; e innanzi volea lui per signore che lo 'mperadore, e ch'egli co' suoi gli darebbe ogni aiuto e favore per cacciarne lo 'mperadore. Al quale trattato messer Guidetto intese, fidandosi dell'antico nimico, per volontà di ricoverare suo stato e signoria, o che fosse per li suoi peccati, ch'assai n'avea; e approvossi la risposta di messer Maffeo, la quale gli fece per l'uomo di corte, come contammo adietro. Messer Maffeo sotto la detta promessa il tradì, e tutto il palesò a lo 'mperadore e al suo consiglio; e a questo diamo assai fede per quello ne sentimo poi da savi Lombardi ch'allora erano in Milano. E per questa cagione fu richesto dallo 'mperadore messere Guidetto de la Torre che si scusasse; non comparì, ma si partì con suoi seguaci di Milano, opponendo che non avea colpa del tradimento, ma che' suoi nimici gli aveano ciò apposto per distruggerlo e cacciarlo di Milano. Per gli più si credé pure che colpa avesse, però ch'egli era in lega co' Fiorentini e co' Bolognesi e coll'altre città guelfe, e si disse che ne dovea avere moneta assai da' Fiorentini e loro lega. Ma quale si fosse la cagione, e incontanente per le dette sodduzioni sì rubellò a lo 'mperadore la città di Chermona, dì XX di febbraio, e questa rubellazione e l'altre di Lombardia furono di certo con industria e spendio de' Fiorentini per dare tanto a·ffare in Lombardia a lo 'mperadore che non potesse venire in Toscana. In questo tempo i Ghibellini di Brescia cacciarono fuori i Guelfi, e simigliante avenne in Parma; per la qual cosa lo 'mperadore mandò suo vicario e gente in Brescia, e fece fare l'accordo, e rimettere i Guelfi nella terra, i quali poco appresso veggendosi forti ne la terra, e rubellata Chermona, e confortati da' Fiorentini e Bolognesi con danari e grandi impromesse, cacciarono i Ghibellini di Brescia, e al tutto si rubellarono a lo 'mperadore, e s'apparecchiaro di farli guerra.
XII
Come in Firenze ebbe grande caro, e altre novitadi.
Nel detto anno MCCCX, dal dicembre al maggio vegnente, in Firenze ebbe grandissimo caro, che lo staio del grano valse uno mezzo fiorino d'oro, ed era tutto mischiato di saggina. E in questo tempo l'arti e la mercatantia non istette in Firenze mai peggio, e spese di Comune grandissime, e gelosie e paure per l'avento dello 'mperadore. In quello tempo, a l'uscita di febbraio, i Donati uccisono messer Betto Brunelleschi, e poco appresso i detti Donati e' loro parenti e amici raunati a San Salvi disotterraro messer Corso Donati, e feciono gran lamento e l'uficio come allora fosse morto, mostrando che per la morte di messer Betto fosse fatta la vendetta, e ch'egli fosse stato consigliatore della sua morte, onde tutta la città ne fu quasi ismossa a romore.
XIII
Come in Firenze vennono orlique di santo Barnaba.
Nel MCCCXI, dì XIII d'aprile, vennero in Firenze reliquie del beato appostolo santo Barnaba, le quali mandò da corte di papa il cardinale Pelagrù al Comune di Firenze, perché sapea che' Fiorentini l'aveano in grande devozione. E fune fatta in Firenze grande reverenza e solennità, e furono riposte nell'altare di Santo Giovanni.
XIV
Come lo 'mperadore assediò Chermona, e sua gente ebbe Vincenza.
Nel detto anno, dì XII del mese d'aprile, faccendo lo 'mperadore oste sopra Chermona, mandò il vescovo di Ginevra suo cugino con IIIc cavalieri oltramontani, e co la forza di messer Cane de la Scala di Verona subitamente tolse la città di Vincenza a' Padovani, e quegli ch'erano di Padova nel castello per paura sanza difendersi abandonarono la fortezza, la quale perdita fue grande isbigottimento a' Padovani e a tutta loro parte; per la qual cosa poco tempo appresso s'acconciarono collo imperadore, e diedongli la signoria di Padova, e Cm fiorini d'oro in più paghe, e 'l suo vicaro ricevettono. Il detto vescovo di Ginevra andò poi a Vinegia e richiese i Viniziani da parte de lo 'mperadore d'aiuto: feciongli grande onore, e donargli per comperare pietre preziose per la sua corona libbre M di viniziani grossi. E in Vinegia di que' danari e d'altri si fece la corona e la sedia imperiale molto ricca e nobile, d'ariento dorata la sedia, e d'oro con molte pietre preziose la corona.
XV
Come lo 'mperadore ebbe la città di Chermona.
Nel MCCCXI, dì XX d'aprile, essendo lo 'mperadore ad oste a Chermona, essendo la città molto stretta perché s'erano male proveduti per la loro sùbita ribellazione, rendero la città a lo 'mperadore a misericordia per trattato dell'arcivescovo di Ravenna, il quale gli ricevette e perdonò loro, e fece disfare le mura e tutte le fortezze de la città, e di moneta forte gli gravò. E avuta Chermona, incontanente andò ad oste sopra la città di Brescia a dì XIIII di maggio, e là si trovò con più isforzo e con maggiore cavalleria e migliore ch'egli avesse mai, che di vero si trovò più di VIm buoni uomini di cavallo, i IIIIm e più, Tedeschi e Franceschi e Borgognoni e gentili uomini, e gli altri, Italiani; che auto lui Milano e poi Chermona, più grandi signori de la Magna e di Francia il vennero a servire, e chi a soldo, e molti per amore. E di certo s'allora avesse lasciata la 'mpresa de l'assedio di Brescia e venutosene in Toscana, egli aveva a queto Bologna, Firenze, Lucca, e Siena, e poi Roma, e 'l regno di Puglia, e tutte le terre contrarie, però che non erano forniti né proveduti, e gli animi de le genti molto variati, perché 'l detto imperadore era tenuto giusto signore e benigno. Piacque a Dio ristesse a Brescia, il quale assedio molto il consumò di genti e di podere per grande pestilenzia di morte e malatie, come innanzi farò menzione.
XVI
Come i Fiorentini per la venuta dello 'mperadore trassono di bando tutti i Guelfi.
Nel detto anno, a dì XXVI d'aprile, avendo i Fiorentini novelle come Vincenza e Chermona erano rendute a lo 'mperadore, e come andava all'asedio di Brescia, per fortificarsi feciono appresso dicreto e ordine, e trassono di bando tutti i cittadini e contadini guelfi di che che bando si fosse, pagando certa piccola gabella: feciono più ordini di leghe in città e in contado e coll'altre terre guelfe di Toscana.
XVII
Come i Fiorentini con tutte le terre guelfe di Toscana feciono lega insieme contra lo 'mperadore.
Nel detto anno MCCCXI, in calen di giugno, i Fiorentini, Bolognesi, Sanesi, Lucchesi, Pistolesi, e' Volterrani, e tutte l'altre terre guelfe di Toscana feciono parlamento e fermarono lega insieme, e fermarono taglia de' cavalieri, e giurarsi insieme a la difensione e contasto dello 'mperadore. E appresso, a dì XXVI di giugno, i Fiorentini mandarono a Bologna il maliscalco del re con IIIIc cavalieri catalani, ch'erano al loro soldo per la guardia di Bologna, e per contastare a lo 'mperadore se venisse da quella parte; e simigliante vi mandaro i Sanesi e' Lucchesi, e dimorarvi più mesi tra in Bologna e in Romagna in servigio del re Ruberto.
XVIII
Come il re Ruberto fece pigliare per inganno i Ghibellini di Romagna.
Nel detto anno, dì VIII di luglio, venne in Firenze messer Giliberto da Santiglia con CC cavalieri catalani e Vc mugaveri a piè, che gli mandava il re Ruberto in Romagna per visconte, però che 'l papa avea fatto lo re conte di Romagna. Come fu di là, co la forza del maliscalco prese tutti i caporali ghibellini di Forlì, e di Faenza, e d'Imola, e dell'altre terre di Romagna, e misegli in pregione perché non gli rubellassono la terra, e acomiatòne tutti i Ghibellini e' Bianchi usciti di Toscana che v'erano.
XIX
Come il marchese del papa prese Fano e Pesaro.
Nel detto anno, a l'entrante di settembre, il marchese ch'era ne la Marca per lo papa prese la città di Fano e quella di Pesaro, che s'erano rubellate a la Chiesa.
XX
Come lo 'mperadore Arrigo ebbe la città di Brescia per assedio.
Nel detto anno MCCCXI, essendo lo 'mperadore ad oste a Brescia, più assalti v'ebbe, ove morì gente assai di que' d'entro e di que' di fuori, intra' quali fu morto a uno assalto, d'uno quadrello di balestro grosso, messer Gallerano di Luzzimborgo, fratello carnale e maliscalco dello 'mperadore, e più altri baroni buoni cavalieri; onde fu grande spavento a tutta l'oste. E per quella baldanza i Bresciani uscendo ispesso fuori ad assalire l'oste, del mese di giugno parte di loro furono rotti e sconfitti, e furonne presi da XL de' maggiori della terra, e morti ben CC, intra' quali presi fue messere Tebaldo Brusciati, il quale era capo della gente d'entro, e uomo di grande valore, ed era stato amico dello 'mperadore, e avealo rimesso in Brescia quando ne furono cacciati i Guelfi: fecelo isquartare a quattro cavagli come traditore, e più altri fece dicapitare, onde il podere de' Bresciani molto affiebolìo; ma però que' d'entro non lasciarono la difensione della città. In quello assedio si corruppe l'aria per la puzza de' cavalli e della lunga stanza del campo, onde v'ebbe grandissima infermità e d'entro e di fuori, e amalaro gran parte degli oltramontani, e molti grandi baroni vi morirono, e se ne partirono per la malatia, e morirne poi in cammino. Intra gli altri vi morì il valente messer Guido di Namurro fratello del conte di Fiandra, che fu capo de' Fiamminghi a la sconfitta di Coltrai, uomo di gran valore e rinnomea; per la quale cagione i più dell'oste consigliavano lo 'mperadore se ne partisse. Egli sentendo maggiormente la difalta dentro, sì de la 'nfertà e mortalità, e sì di vittuaglia, si fermò di non partirsi, ch'egli avrebbe la terra. Quegli di Brescia, fallendo loro la vivanda, per mano del cardinale dal Fiesco si renderono a la misericordia dello 'mperadore a dì XVI di settembre nel detto anno. Com'ebbe la città, le fece disfare tutte le mura e le fortezze, e condannogli in LXXm fiorini d'oro, e con gran fatica in più tempo per loro male stato gli ebbe; e C de' migliori della città, grandi e popolari, mandò a' confini in diverse parti. Partito dall'oste da Brescia con sua grande perdita e dammaggio, che il quarto de la sua gente non gli era rimasa, e quella gran parte inferma, fece suo parlamento in Chermona. Quivi per sodduzione e conforto de' Pisani e de' Ghibellini e Bianchi di Toscana, si fermò di venire a Genova e là riformare suo stato, e in Milano lasciò per vicaro e capitano messer Maffeo Visconti, e in Verona messer Cane della Scala, e in Mantova messer Passerino di Bonaposi, e in Parma messer Ghiberto da Coreggia, e così in tutte l'altre terre di Lombardia lasciò a tiranni, non possendo altro per lo suo male stato, e da ciascuno ebbe moneta assai, e brivileggiogli de le dette signorie.
XXI
Come i Fiorentini e' Lucchesi guernirono le frontiere per la venuta dello 'mperadore.
Nel detto anno, a dì XVII d'ottobre, i Fiorentini sentendo che·llo 'mperadore venia a Genova, presono in guardia il castello e la rocca di Samminiato del Tedesco, e fornirlo di cavalieri e di pedoni, e mandarono gente a Volterra, acciò che non si rubellasse per gli Ghibellini a lo 'mperadore o a sua parte; e' Lucchesi fornirono tutte le castella di Lunigiana e del Valdarno di ponente.
XXII
Come papa Chimento diede legati a lo 'mperadore Arrigo che 'l coronassono.
Negli anni di Cristo MCCCXI papa Chimento a la richesta de lo 'mperadore, non potendo in persona venire a Roma a coronarlo per cagione del concilio ordinato, mandò il vescovo d'Ostia cardinale da Prato legato, che potesse in ciò come la persona del papa; il quale fu co·llui in Genova del mese...; e mandò il detto papa legato in Ungheria messer Gentile da... cardinale per coronare Carlo Rimberto, figliuolo che fu di Carlo... nipote del re Ruberto, del reame d'Ungheria, e per dargli ... favore della Chiesa. E così fece, e dimorovvi più tempo in Ungheria il detto cardinale, tanto ch'ebbe conquistato quasi tutto il paese il detto Carlo, e lui coronato paceficamente. E alla sua tornata in Italia del detto cardinale ebbe comandamento dal papa che tutto il tesoro della Chiesa ch'era a Roma e in altre terre del Patrimonio conducesse di là da' monti a·llui, il quale così fece infino a la città di Lucca. Di là no·llo potéo più innanzi conducere per terra né per mare, perché la riviera di Genova così per terra come per mare era tutta scommossa a guerra per le parti, Guelfi e Ghibellini, per la venuta dello 'mperadore. Lasciollo in Lucca nella sagrestia di San Friano, il quale tesoro fu poi rubato per gli Ghibellini, come innanzi faremo menzione.
XXIII
Come papa Chimento fece concilio a Vienna in Borgogna, e canonizzò santo Lodovico figliuolo del re Carlo.
Nel detto anno MCCCXI, per calen di novembre, il detto papa Chimento celebrò concilio a Vienna in Borgogna per la promessa fatta al re di Francia, per cagione della quistione mossa per lo detto re contra la memoria di papa Bonifazio, come adietro facemmo menzione, ov'ebbe più di CCC vescovi, sanza gli abati e prelati; e durò infino... In quello concilio si dichiarò che papa Bonifazio era stato cattolico, e non in caso di resia ove il re di Francia gli mettea adosso, e trovossi modo per contentare il re di Francia, e fecesi dicreto che per offesa che 'l re di Francia avesse fatta al detto papa Bonifazio o a la Chiesa mai a·llui né a sue rede potesse essere opposto né dato briga; e ordinossi che tutti i beni e possessioni ch'erano state della magione del Tempio, fossono della magione dello Spedale, le quali convenne che la magione dello Spedale ricomperasse grandissimo tesoro da·re e da' signori che·ll'aveano occupate; onde la magione dello Spedale si credette essere ricca, e per lo grande debito venne in male stato. Al detto concilio fu il re di Francia e più signori, e fecionvisi più costituzioni, e si cominciò il settimo libro de' decretali. E compiuto il concilio, il papa se n'andò a Bordello. In quello concilio fu canonizzato a santo Lodovico arcivescovo di Tolosa, frate minore, figliuolo del re Carlo e primogenito, e fratello del re Ruberto, e per essere religioso lasciò l'onore mondano e la corona del reame. Fu uomo benigno e di santa vita, e molti miracoli mostrò Iddio per lui, e prima a sua vita e poi.
XXIV
Come lo 'mperadore Arrigo venne nella città di Genova.
Nel detto anno MCCCXI, a dì XXI d'ottobre, lo 'mperadore venne di Lombardia a Genova con VIc cavalieri di sua gente oltramontani, sanza i Lombardi. Per gli Genovesi fu ricevuto come loro signore onorevolemente, e fattagli gran festa, e datogli al tutto la signoria della terra; che fu tenuto grande cosa, essendo la libertà e la potenza de' Genovesi sì grande, come nulla città de' Cristiani in mare e in terra. Il detto imperadore pacificò tutte le discordie de' Genovesi, e rimisevi messer Ubizzino Spinoli e' suoi seguaci, che n'erano fuori per rubegli, e fece fare pace tra·lloro e gli Ori e loro parte: donargli i Genovesi alla sua venuta Lm fiorini d'oro, e alla 'mperadrice XXm.
XXV
Come in Arezzo venne vicario d'imperio.
Negli anni MCCCXI, del mese d'ottobre, venne ad Arezzo vicaro dello 'mperadore uno gentile uomo di Padova: pacificò gli Aretini insieme, e rimisevi dentro i Guelfi, e poco appresso vi morì di rema.
XXVI
Come in Firenze vennero ambasciadori dello 'mperadore, e furonne cacciati.
Nel detto anno e mese d'ottobre venieno a Firenze messer Pandolfo Savelli di Roma e altri cherici per ambasciadori dello 'mperadore; furono a la Lastra sopra Montughi, i priori di Firenze mandarono loro che non entrassono in Firenze, e si partissono. I detti non volendosi partire, furono rubati per malandrini di Firenze, con consentimento segreto de' priori; e con rischio delle persone fuggendo, se n'andarono per la via di Mugello ad Arezzo, richeggendo poi in Arezzo tutti i nobili e' signori e' Comuni di Toscana che s'apparecchiassono d'esser a la coronazione dello 'mperadore a Roma.
XXVII
Come i Fiorentini mandarono loro masnade in Lunigiana per contradiare i passi a lo 'mperadore.
Nel detto anno, del mese d'ottobre, sentendo i Fiorentini che lo 'mperadore era partito di Lombardia e ito verso Genova, feciono tornare da Bologna il maliscalco co' loro soldati, e feciongli andare in Lunigiana a Pietrasanta e a Serrezzano con altra buona gente di Firenze e di Lucca a guardare il passo di Porta Beltramo e la via della marina, perché lo 'mperadore non potesse venire a Pisa.
XXVIII
Come in Genova morì la 'mperadrice.
Nel detto anno, del mese di novembre, morì in Genova la 'mperadrice moglie dello 'mperadore, la quale era tenuta buona e santa donna; fue figliuola del duca di Brabante; e soppellissi a' frati minori con grande onore.
XXIX
Come lo 'mperadore fece suo processo contra i Fiorentini.
Nel detto anno e mese lo 'mperadore fece in Genova suo processo contro a' Fiorentini, che se infra XL dì non gli mandassono XII buoni uomini con sindaco e pieno mandato ad ubbidirlo, che gli condannava in avere e in persona dove fossono trovati. Non vi mandò il Comune di Firenze, ma a tutti i Fiorentini mercatanti ch'erano in Genova comandato fue si dovessono partire, e così feciono; ma poi ogni mercatantia che si trovò in Genova in nome de' Fiorentini fue impacciata per la corte dello 'mperadore.
XXX
Di scandalo ch'ebbe in Firenze tra' lanaiuoli.
Nel detto anno e mese i lanaiuoli di Firenze vennono tra·lloro in grande divisione e sette per cagione del consolato, e fune quasi a romore la città.
XXXI
Come il re Ruberto mandò gente a' Fiorentini per contastare lo 'mperadore.
Nel detto anno, dì XV di dicembre, il re Ruberto mandò a Firenze CC de' suoi cavalieri ch'erano in Romagna, perché i Fiorentini e' Lucchesi potessono meglio contastare il passo a lo 'mperadore; ond'era capitano il conte di Luni da Raona.
XXXII
Come la città di Brescia si rubellò a lo 'mperadore.
Nel detto anno, a l'uscita di dicembre, i Guelfi di Brescia rientrarono nella terra per ribellarla da la signoria dello 'mperadore. Cavalcovvi messer Cane della Scala con suo isforzo, e cacciogline fuori con grande loro dammaggio. E nel detto mese di dicembre messer Ghiberto da Coreggio, che tenea Parma, si rubellò da la signoria dello imperadore; e simile feciono i Reggiani; e' Fiorentini, e l'altra lega de' Guelfi di Toscana, mandarono loro aiuto di gente a cavallo.
XXXIII
Come in Firenze ebbe grande novità per la morte di messere Pazzino de' Pazzi.
Nel detto anno, dì XI di gennaio, avenne in Firenze che messere Pazzino de' Pazzi, uno de' maggiori caporali che reggea la città e più amato dal popolo, andando a falcone in isola d'Arno a cavallo sanza guardia con suoi falconieri e famigliari, Paffiera de' Cavalcanti l'uccise, coll'aiuto de' Brunelleschi e d'altri masnadieri in sua compagnia a cavallo, a tradimento, secondo si disse, però che messer Pazzino da·lloro non si guardava; e ciò fece per vendetta di Masino de' Cavalcanti e di messer Betto Brunelleschi, dando colpa al detto messer Pazzino gli avesse fatti morire. Per la quale cosa, recato il corpo suo morto al palagio de' priori per più infamare i Cavalcanti, la città si mosse tutta a romore e ad arme, e col gonfalone del popolo in furia sì corse a casa i Cavalcanti, e misevisi fuoco, e da capo furono cacciati di Firenze i Cavalcanti. E per questa cagione il popolo di Firenze alle spese del Comune fece IIII de' Pazzi cavalieri, dotandoli de' beni e rendite del Comune.
XXXIV
Come la città di Chermona si rubellò dallo imperadore.
Nel detto anno MCCCXI, dì X del detto mese di gennaio, i Chermonesi si rubellarono a la signoria dello 'mperadore, e cacciarne fuori sua gente e 'l suo vicario, e ciò fu per soddotta de' Fiorentini, che ancora v'aveano loro ambasciadore a trattare ciò, promettendo a' Chermonesi grande aiuto di danari e di gente; ma male fu loro per gli Fiorentini attenuto.
XXXV
Come il maliscalco dello 'mperadore giunse in Pisa, e cominciò guerra a' Fiorentini.
Nel detto anno, dì XXI di gennaio, messer Arrigo di Namurro fratello del conte Ruberto di Fiandra, maliscalco dello 'mperadore, giunse per mare in Pisa con poca gente, e a due dì appresso uscì di Pisa con sua gente di qua dal Ponte ad Era, e tutte le some de' Fiorentini che venieno da Pisa fece prendere e rimenare in Pisa; onde i Fiorentini ebbono grande danno. Per questa cagione i Fiorentini mandarono gente a cavallo e a piede a la guardia di Samminiato e di quella frontiera.
XXXVI
Come i Padovani si rubellarono dalla signoria dello 'mperadore.
Nel detto anno, dì XV di febbraio, i Padovani col conforto de' Fiorentini e Bolognesi si rubellarono da la signoria dello 'mperadore, e cacciarne il suo vicario e sua gente; e a romore uccisono messer Guiglielmo Novello loro cittadino, e gran capo di parte ghibellina in Padova.
XXXVII
Come lo 'mperadore Arrigo venne nella città di Pisa.
Nel detto anno, a dì XVI del mese di febbraio, lo 'mperadore si partì di Genova per mare con XXX galee per venire a Pisa: per fortuna di tempo gli convenne dimorare in Portoveneri XVIII dì; poi di là arrivò a Porto Pisano, e in Pisa entrò a dì VI di marzo MCCCXI, e da' Pisani fu ricevuto come loro signore, faccendogli grande festa e processione, e al tutto gli diedono la signoria della città, faccendoli grandi doni di moneta per fornire sua gente, che gran bisogno n'aveva. In Pisa dimorò infino a dì XXII d'aprile MCCCXII, attendendo gente nuova di suo paese. In questo dimoro in Pisa il maliscalco suo colla sua gente molte cavalcate e asalti fece sopra le terre e castella de' Lucchesi e di Samminiato del Tedesco, sanza tenere campo o assedio. In quelle cavalcate presono il castello di Buti e la valle che teneano i Lucchesi; altro aquisto non vi fece di terra alcuna. In Pisa si trovò con MD cavalieri oltramontani cogl'infrascritti baroni e signori: l'arcivescovo di Trievi suo fratello carnale, il vescovo di Legge fratello del conte di Bari suo cugino, il duca di Baviera, il conte di Savoia suo cognato, il conte di Forese, messer Guido fratello del Dalfino di Vienna, messer Arrigo fratello del conte di Fiandra suo maliscalco e cugino, messer Ruberto figliuolo del detto conte di Fiandra, il conte d'Alvagna d'Alamagna chiamato Luffo Mastro, cioè in latino Mastro Siniscalco, uomo di grande valore, e più altri conti de la Magna non conosciuti da noi, castellani e banderesi assai, ciascuno di questi signori con sua gente, e molti Italiani, Lombardi e Toscani. I Fiorentini e gli altri Toscani sentendolo in Pisa, s'aforzarono di cavalieri e di gente in grande quantità per contastallo.
XXXVIII
Come gli Spuletini furono sconfitti da' Perugini.
Nel detto anno MCCCXI, dì XXVIII di febbraio, gli Spuletini, ch'erano a parte ghibellina, furono sconfitti da' Perugini, e assai ne furono tra presi e morti.
XXXIX
Della raunata che 'l re Ruberto e la lega di Toscana feciono a Roma per contastare la coronazione d'Arrigo imperadore.
Nell'anno MCCCXII, del mese d'aprile, sentendo il re Ruberto l'aparecchiamento che il re d'Alamagna facea in Pisa per venire a Roma per coronarsi, sì mandò innanzi a Roma, a la richesta e colla forza degli Orsini, messer Gianni suo fratello con VIc cavalieri catalani e pugliesi, e giunsono in Roma dì XVI d'aprile; e mandò a' Fiorentini e Lucchesi e Sanesi e l'altre terre di Toscana ch'erano in lega co·llui che vi mandassono loro isforzo; onde v'andarono a dì VIIII di maggio MCCCXII di Firenze CC cavalieri di cavallate de' migliori cittadini, e 'l maliscalco del re Ruberto, ch'era al loro soldo, con CCC cavalieri catalani e M pedoni, molto bella gente, ond'ebbe la 'nsegna reale messer Berto di messer Pazzino de' Pazzi, valente e savio giovane cavaliere, e a Roma morì al servigio del re e del Comune di Firenze. E di Lucca v'andarono CCC cavalieri e M pedoni; e Sanesi CC cavalieri e VIc pedoni; e molti d'altre terre di Toscana e di terra di Roma vi mandarono gente. I quali tutti furono in Roma a dì XXI di maggio MCCCXII al contasto della coronazione dello imperadore, e colla forza de' detti Orsini di Roma e di loro seguaci presono Campidoglio, e messer Luis di Savoia sanatore per forza ne cacciarono: presono le torri e fortezze a piè di Campidoglio sopra la Mercatantia, e fornirono Castello Adriano detto Santagnolo, e la chiesa e' palagi di San Piero; e così più della metade di Roma e la meglio popolata, e tutto Trastevero ebbono per forza e signoria. I Colonnesi e loro séguito che teneano la parte dello imperadore teneano Laterano, Santa Maria Maggiore, Culiseo, Santa Maria Ritonda, le Milizie, e Santa Savina; e così ciascuna parte imbarrata e aserragliata con grandi fortezze. E dimorandovi la gente de' Fiorentini, il dì di santo Giovanni Batista, loro principale festa, feciono correre in Roma palio di sciamito chermisi, sì come usano il detto dì in Firenze.
XL
Come lo 'mperadore Arrigo si partì di Pisa e andò a Roma.
Nel detto anno, dì XXIII d'aprile, il re d'Alamagna si partì di Pisa con sua gente in quantità di MM cavalieri e più, e fece la via per Maremma, e poi per lo contado di Siena e per quello d'Orbivieto sanza soggiornare; e sanz'altro contrasto se n'andò a Viterbo e quello ebbe sanza contradio, però ch'era nella signoria de' Colonnesi. E passando lui per lo contado d'Orbivieto, i Filippeschi d'Orbivieto col loro séguito di Ghibellini cominciarono battaglia nella città contro a' Monaldeschi e gli altri Guelfi d'Orbivieto per dare la terra a lo 'mperadore. I Guelfi trovandosi forti e ben guerniti, combatterono vigorosamente innanzi che' Ghibellini avessono la forza della gente dello 'mperadore, sì gli vinsono e cacciarono della città, con molti morti e presi di loro parte. Soggiornando poi più giorni lo re d'Alamagna in Viterbo, perché non potea avere l'entrata de la porta di San Piero di Roma, e ponte Emale sopra Tevero era guernito e guardato per la forza degli Orsini, a la fine si partì di Viterbo, e in su Montemalo s'attendò, e poi per forza della sua gente di fuori, e di quella de' Colonnesi e di loro séguito d'entro, assaliro le fortezze e guardie di ponte Emale, e per forza le vinsono, e così entrò in Roma a dì VII di maggio, e andonne a Santa Savina ad albergo.
XLI
Come messer Galeasso Visconti di Milano prese la città di Piagenza.
Nel detto anno MCCCXII, essendo i Guelfi della città di Piagenza in grande divisione tra·lloro, messer Alberto Scotti ch'era capo dell'una setta si elesse per loro podestà per VI mesi messer Galeasso Visconti figliuolo del capitano di Milano. Compiuto il termine, il detto messer Galeasso sotto spezie d'ambasceria mandò a Milano il detto messer Alberto Scotto, e X de' maggiori Guelfi, e X Ghibellini, e a Milano furono ritenuti i Guelfi; poi messer Galeasso con CC cavalieri che gli vennono da Melano, coll'aiuto de' Ghibellini, e massimamente di quegli della casa di Landa, corse la terra e fecesene fare signore, e caccionne i Guelfi, dì XXIIII di luglio del detto anno.
XLII
Come i Fiorentini levarono in isconfitta i Pisani da Cerretello.
Nel detto anno, a dì XX di maggio, essendo i Pisani ad assedio d'uno loro castello in Valdera, ch'avea nome Cerretello, vi cavalcarono i Fiorentini da Vc cavalieri di cavallate, e le loro masnade di Catalani, e levargli da oste in isconfitta, e furonne assai morti e presi di gente a piede.
XLIII
Come Arrigo di Luzzimborgo fu coronato imperadore in Roma.
Nel detto tempo, dimorando il re de' Romani in Roma più tempo per potere venire per forza a la chiesa di San Piero a coronarsi, più battaglie feciono la sua gente contra quegli del re Ruberto e de' Toscani che 'l contradiavano, e per forza vinsono e racquistarono Campidoglio, e le fortezze sopra la Mercatantia, e le torri di San Marco. E di certo si crede ch'avrebbe vinta in gran parte della punga, se non che uno giorno, a dì XXVI di maggio, a una gran battaglia il vescovo di Legge con più baroni d'Alamagna, avendo rotte le sbarre, e correndo la terra infino presso al ponte Santangiolo, la gente del re Ruberto con quella de' Fiorentini partendosi di Campo di Fiore per vie traverse, per costa fediro a la detta gente che cacciava, e ruppongli, e più di CCL cavalieri ne furono tra morti e presi, intra' quali fu il detto vescovo di Legge preso, e menandolo uno cavaliere in groppa di suo cavallo disarmato a messer Gianni fratello de·re Ruberto, uno Catalano a cui era stato morto il fratello in quella caccia il fedì dietro a le reni d'uno stocco, onde giugnendo a Castello Santangiolo, poco stette morì; onde fu grande danno, però che era signore di gran valore e di grande autorità. Per la detta perdita e sconfitta la gente del re Ruberto e loro séguito presono gran vigore, e quella del re d'Alamagna il contradio. Veggendo il signore che l'urtare non facie per lui, e che ne perdea sua gente e suo onore, avendo prima mandato al papa per licenza che' cardinali il potessono coronare in quale chiesa di Roma a·lloro piacesse, sì·ssi diliberò di coronarsi in San Giovanni Laterano; e in quella fu coronato per lo vescovo d'Ostia cardinale da Prato, e per messer Luca dal Fiesco e messer Arnaldo Guasconi cardinali, il dì di san Piero in Vincola, dì primo d'agosto MCCCXII, con grande onore, da quella gente ch'erano co·llui, e da quegli Romani ch'erano di sua parte. E coronato lo 'mperadore Arrigo, pochi giorni appresso se n'andò a Tiboli a soggiornare, e lasciò Roma imbarrata e in male stato, e ciascuna parte tenea le sue contrade afforzate e guernite. De' suoi baroni si partì, fatta la coronazione, il dogio di Baviera e sua gente, e altri signori de la Magna che·ll'aveano servito, sicché con pochi oltramontani rimase.
XLIV
Come lo 'mperadore si partì di Roma per venire in Toscana.
Poi si partì lo 'mperadore da Tiboli, e venne con sua gente a Todi, e da' Todini fu ricevuto onorevolemente e come loro signore, però che teneano sua parte. I Fiorentini e gli altri Toscani, sentendo che lo 'mperadore s'era partito di Roma e facea la via verso Toscana, incontanente mandarono per la loro gente ch'era a Roma, per esser più forti a la sua venuta. E tornata la detta gente, i Fiorentini e l'altre terre di Toscana si guernirono le loro fortezze di cavalieri e di gente, per risistere a la venuta dello 'mperadore, temendo forte della sua forza, e faccendo più confinati, Ghibellini e sospetti; e' Fiorentini crebbono il numero delle loro cavallate in XIIIc, e soldati aveano col maliscalco e con altri da VIIc, sicché circa MM cavalieri aveano; e ciascuna altra città e terra di Toscana de la lega del re Ruberto e di parte guelfa s'erano isforzati di gente d'arme per tema dello 'mperadore.
XLV
Come lo 'mperadore venne a la città d'Arezzo, e poi come venne verso la città di Firenze.
Del detto mese d'agosto, nel MCCCXII, si partì lo 'mperadore da Todi e venne per lo contado di Perugia guastando e ardendo, e per forza prese la sua gente Castiglione Chiusino sopra i·lago, e di là venne a Cortona, e poi ad Arezzo, e dagli Aretini fu ricevuto a grande onore. E in Arezzo fece sua raunanza per venire sopra la città di Firenze, e subitamente si partì d'Arezzo, e entrò in sul contado di Firenze a dì XII di settembre, e di presente gli fu renduto il castello di Caposelvole in su l'Ambra, ch'era de' Fiorentini. E poi si puose ad oste al castello di Montevarchi, il qual era bene guernito di gente, soldati a cavallo e a piè, e di vittuaglia: a quello fece dare più battaglie, e votare i fossi dell'acqua per riempiere. Quegli della terra veggendo ch'erano sì forte combattuti, e avea la terra le mura basse, che i cavalieri dello 'mperadore a piè combattendo, e colle scale salendo a le mura, non temendo saettamento né gittamento di pietre, sì isbigottirono forte, e maggiormente sentendo che' Fiorentini non gli soccorreano, sì s'arendero il terzo dì a lo 'mperadore. Avuto Montevarchi, sanza dimoro venne ad oste a Castello San Giovanni, e per simigliante modo gli si rendéo, e presevi da LXX cavalieri catalani soldati de' Fiorentini; e così sanza riparo ne venne nel borgo di Fegghine.
XLVI
Come i Fiorentini furono quasi sconfitti al castello de l'Ancisa da lo 'mperadore.
I Fiorentini, sentendo lo 'mperadore partito d'Arezzo, incontanente cavalcaro popolo e cavalieri di Firenze, sanza attendere altra amistà, al castello de l'Ancisa in su l'Arno, e furono intorno di XVIIIc di cavalieri e gente a piè assai, e a l'Ancisa s'acamparo per tenere il passo a lo 'mperadore. Egli sentendo ciò, con sua gente armata venne nel piano de l'Ancisa in su l'isola d'Arno che si chiama il Mezzule, e richiese i Fiorentini di battaglia. I Fiorentini non sentendosi di numero di cavalieri guari più che quegli dello 'mperadore, e erano sanza capitano, non si vollono mettere a la ventura de la battaglia, credendosi per lo forte passo riparare lo 'mperadore, che non potesse valicare verso Firenze. Lo 'mperadore veggendo che' Fiorentini non voleano combattere, per consiglio de' savi uomini di guerra usciti di Firenze si prese la via del poggio di sopra a l'Ancisa, per istretti e forti passi valicò il castello, e venne da la parte verso Firenze. Veggendo l'oste de' Fiorentini la sua mossa, dubitando non venisse a la città di Firenze, parte di loro col maliscalco del re e sue masnade si partirono da l'Ancisa per essergli dinanzi al cammino. Il conte di Savoia e messer Arrigo di Fiandra, ch'erano venuti innanzi a prendere il passo, sotto a Montelfi vigorosamente fediro a quelli ch'erano a la frontiera, e col vantaggio ch'aveano del poggio gli misono in volta e in isconfitta, seguendogli parte di loro infino nel borgo de l'Ancisa. La rotta de' Fiorentini fu più per lo sbigottimento del sùbito assalto, che per dammaggio di gente; che tra tutti non vi morirono XXV uomini di cavallo, e meno di C a·ppiede; e quasi tutti quegli oltramontani che per forza vennono cacciando infino nel borgo rimasono morti. Ma pure la gente dello 'mperadore rimasono vincenti de la punga, i Fiorentini molto impauriti; e quella notte lo 'mperadore s'atendò di qua da l'Ancisa verso Firenze due miglia. I Fiorentini rimasono nel castello de l'Ancisa quasi assediati e con poco fornimento di vittuaglia sì fattamente, che se lo 'mperadore fosse stato fermo a l'assedio, i Fiorentini ch'erano ne l'Ancisa erano quasi tutti morti e presi. Ma come piacque a Dio, lo 'mperadore prese consiglio la notte d'andarsene al diritto a la città di Firenze, credendolasi avere sanza contasto, lasciandosi l'oste de' Fiorentini adietro ne l'Ancisa, come assediati e molto impauriti e peggio ordinati.
XLVII
Come lo 'mperadore Arrigo si puose ad oste a la città di Firenze.
E così il seguente giorno, dì XVIIII di settembre MCCCXII, lo 'mperadore venne ad oste a la città di Firenze, ardendo la sua gente quanto si trovavano innanzi; e così passò il fiume d'Arno allo 'ncontro ov'entra la Mensola, e attendossi a la badia di Santo Salvi forse con M cavalieri. L'altra sua gente rimase in Valdarno, e parte a Todi, i quali gli vennero poi. E vegnendo per lo contado di Perugia, da' Perugini furono assaliti e quegli si difesono: con danno e vergogna de' Perugini passarono. E giunse lo 'mperadore sì sùbito, che i più de' Fiorentini non poteano credere vi fosse in persona; ed erano sì ismarriti per tema della loro cavalleria, ch'era rimasa a l'Ancisa quasi come isconfitti, che se lo 'mperadore o sua gente in su la sùbita venuta fossono venuti a le porte, le trovavano aperte e male guernite; e per gli più si crede ch'avrebbe presa la città. Tuttora i Fiorentini, veggendo l'arsioni delle case per lo cammino facea, a suono di campana s'armarono il popolo e co' gonfaloni delle compagnie vennero ne la piazza de' loro priori, e 'l vescovo di Firenze con cavagli de' cherici s'armò, e trasse a la difensione de la porta di Santo Ambruogio e di fossi, e tutto il popolo a piede co·llui, e serraro le porte, e ordinarono i gonfalonieri e loro gente su per gli fossi a le poste a la guardia de la città di dì e di notte. E dentro a la città, da quella parte, puosono uno campo con padiglioni, logge e trabacche, acciò che la guardia fosse più forte, e feciono steccati su per fossi d'ogni legname e bertesche in assai brieve tempo. E così dimoraro in grande paura i Fiorentini due dì, che' loro cavalieri e oste tornarono da l'Ancisa per diverse vie per Valle di Robbiano e da Santa Maria in Pianeta a Montebuoni di notte tempore. Giunti in Firenze, la città si rassicurò: e' Lucchesi vi mandarono a l'aiuto e guardia de la città VIc cavalieri e IIIm pedoni, e' Sanesi VIc cavalieri e IIm pedoni, e' Pistolesi C cavalieri e Vc pedoni, e' Pratesi L cavalieri e IIIIc pedoni, e' Volterrani C cavalieri e IIIc pedoni, e Colle e San Gimignano e Samminiato ciascuno L cavalieri e CC pedoni, i Bolognesi IIIIc cavalieri e M pedoni. Di Romagna vi vennono tra di Rimine e di Ravenna e di Faenza e Cesena e l'altre terre guelfe CCC cavalieri e MD pedoni, e d'Agobbio C cavalieri, e da la Città di Castello L cavalieri. Di Perugia non vi venne aiuto per la guerra ch'aveano co' Todini e Spuletini. E così infra VIII dì posto l'assedio per lo 'mperadore, si trovarono i Fiorentini co·lloro amistà più di IIIIm uomini a cavallo, e gente a piè sanza numero. Lo 'mperadore era con XVIIIc cavalieri, gli VIIIc oltramontani, e M Italiani, di Roma, de la Marca, del Ducato, d'Arezzo, e di Romagna, e de' conti Guidi, e di quegli di Santa Fiore, e usciti di Firenze, e gente a piè assai; però che' nostri contadini da la parte ov'e' possedea, tutti seguivano il suo campo. E fu quell'anno il più largo e uberoso di tutte vittuaglie che fosse XXX anni adietro. A l'assedio dimorò lo 'mperadore infino a l'ultimo dì del mese d'ottobre, guastando il contado tutto da la parte di levante, e fece gran danno a' Fiorentini sanza dare battaglia niuna a la città, stando in isperanza d'averla di concordia; e tutto l'avesse combattuta, era sì guernita di gente a cavallo, che due tanti e più n'aveva a la difensione della città che di fuori, e gente a piè per ognuno IIII. E rassicurarsi sì i Fiorentini, che i più andavano disarmati, e teneano aperte tutte l'altre porte, fuori che da quella parte; e entrava e usciva la mercatantia, come se non v'avesse guerra. Dell'uscire fuori i Fiorentini a battaglia, o per viltà o per senno di guerra, o per non avere capo, in nulla guisa si vollono mettere a la fortuna del combattere, che assai aveano il vantaggio, s'avessono avuto buono capitano, e tra·lloro più uniti che non erano. Ben feciono una cavalcata a Cerretello, che v'erano tornati i Pisani a oste, e ancora gli ne levarono a modo di sconfitta del mese d'ottobre. Lo 'mperadore fu malato più giorni a San Salvi, e veggendo non potea avere la città per accordo, né la battaglia non voleano i Fiorentini.
XLVIII
Come lo 'mperadore si partì dall'asedio da San Salvi e andonne a San Casciano, e poi a Poggibonizzi.
Lo 'mperadore con sua oste si partì la notte vegnendo la Tusanti, ardendo il campo, valicò Arno per la via ond'era venuto, e acampossi nel piano d'Ema di lungi a la città da III miglia. Né già per sua levata i Fiorentini non uscirono la notte della città, ma sonarono le campane, e ogni gente fu ad arme; e per quello si seppe poi, la gente dello 'mperadore ebbono gran tema della levata, che la notte non fossono assaliti dinanzi o a la retroguardia da' Fiorentini. La mattina vegnente una parte de' Fiorentini andarono al poggio di Santa Margherita sopra il campo dello 'mperadore, e a modo di badalucchi più assalti gli feciono, de' quali ebbono il peggiore: e con vergogna là dimorato III giorni, si partì, e andonne con sua oste in sul borgo di San Casciano presso a la città VIII miglia; per la qual cosa i Fiorentini feciono afossare il crescimento del sesto d'Oltrarno, ch'era fuori delle mura vecchie, in calen di dicembre MCCCXII. E stando lo 'mperadore a San Casciano, gli vennono in aiuto i Pisani ben Vc cavalieri e IIIm pedoni, e M balestrieri di Genova, e giunsono a dì XX di novembre. A San Casciano dimorò infino a dì VI di gennaio sanza fare a' Fiorentini altro assalto se non di correrie e guasto e arsioni di case per lo contado, e prese più fortezze de la contrada; né perciò i Fiorentini non uscirono fuori a battaglia, se non in correrie e scheremugi, quando a danno dell'una parte e quando dell'altra, da non farne gran menzione, se non ch'a una avisaglia a Cerbaia di Valdipesa furono i nostri rotti da' Tedeschi, e morì uno degli Spini, e uno de' Bostichi, e uno de' Guadagni per loro franchezza in questa stanza, ch'erano d'una compagnia di volontà a una insegna campo verde e banda rossa con capitano, e chiamavansi i cavalieri della Banda, de' più pregiati donzelli di Firenze, e assai feciono d'arme. Ma in quella stanza i Fiorentini s'aleggiarono di gran parte di loro amistà, e dierono loro commiato, e allo 'mperadore medesimo mancò gente, e per lo suo lungo dimoro e per disagio di freddo si cominciò nel campo a San Casciano grande infermeria e mortalità di gente, la quale corruppe la contrada forte, e infino in Firenze seguì parte; per la qual cagione si partì lo 'mperadore con sua oste da San Casciano, e andonne a Poggibonizzi, e prese il castello di Barberino e di San Donato in Poggio, e più altre fortezze: a Poggibonizzi ripuose il castello in sul poggio, come solea essere anticamente, e puosegli nome Castello Imperiale. Là dimorò infino a dì VI di marzo, e gli fallò molto la vittuaglia, e soffersevi gran soffratta egli e tutta sua oste, che' Sanesi dall'una parte e' Fiorentini da l'altra gli aveano chiuse le strade, e IIIc soldati del re Ruberto erano in Colle di Valdelsa, che 'l guerreggiavano al continuo; e tornando da Casoli CC cavalieri dello 'mperadore, furono sconfitti da' cavalieri del re ch'erano in Colle dì XIIII di febbraio MCCCXII. E d'altra parte il maliscalco co' soldati de' Fiorentini era a guerreggiarlo in San Gimignano, sì che lo stato dello 'mperadore scemò molto, sì che quasi non gli rimasono M uomini a cavallo, che messer Ruberto di Fiandra se ne partì con sua gente, e da' Fiorentini fu combattuto di costa a Castello Fiorentino, e morta e presa di sua gente gran parte, e egli con pochi si fuggì, con tutto ch'assai tenne campo, e assai diè a·ffare a quella gente l'assaliro, ch'erano per uno quattro, ed ebbonne vergogna.
XLIX
Come lo 'mperadore si partì da Poggibonizzi e si tornò in Pisa, e fece molti processi contro a' Fiorentini.
Lo 'mperadore veggendosi così assottigliato e di gente e di vittuaglia, e eziandio di moneta, che nulla gli era rimaso da spendere, se non che ambasciadori del re Federigo di Cicilia, i quali apportarono a Pisa e vennono a·llui a Poggibonizzi per fermare lega co·llui incontro al re Ruberto, gli diedono XXm dobbre d'oro. Con quelle pagati i debiti, si partì da Poggibonizzi, e sanza soggiorno si tornò a Pisa a dì VIIII di marzo MCCCXII assai in male stato di sé e di sue genti; ma questa somma virtude ebbe in sé, che mai per aversità quasi non si turbò, né per prosperità ch'avesse non sì vanagloriò. Tornato lo 'mperadore in Pisa, fece grandi e gravi processi sopra i Fiorentini di torre a la città ogni giuridizione e onori, disponendo tutti giudici e notari, e condannando il Comune di Firenze in Cm marchi d'ariento, e' più grandi cittadini e popolari che reggeano la città nell'avere e persone e ne' loro beni, e che i Fiorentini non potessero battere moneta d'oro né d'argento; e consentì per privilegio a messer Ubizzino Spinola di Genova e al marchese di Monferrato che potessono battere in loro terre i fiorini d'oro contraffatti sotto il conio di quegli di Firenze; la qual cosa da' savi gli fu messa in grande difalta e peccato, che per cruccio e mala volontà ch'avesse contro a' Fiorentini non dovea niuno privileggiare che battessono fiorini falsi.
L
Come lo 'mperadore condannò il re Ruberto.
Sopra il re Ruberto fece simigliantemente grandi processi, condannandolo nel reame di Puglia e della contea di Proenza, e lui e sue rede nelle persone, come traditori dello 'mperio; i quali processi furono poi cassi e annullati per papa Giovanni XXII. E stando lo 'mperadore in Pisa, messer Arrigo di Fiandra suo maliscalco cavalcò in Versilia, in Lunigiana con VIIIc cavalieri e VIm pedoni, e per forza prese Pietrasanta dì XXVIII di marzo MCCCXIII. I Lucchesi, i quali erano a Camaiore collo sforzo de' Fiorentini, e non ardirono a contastare, si tornarono in Lucca. E Serrezzano, che 'l teneano i Lucchesi, s'arrenderono a' marchesi Malispini che teneano collo imperadore.
LI
Come lo 'mperadore s'apparecchiò per andare nel Regno contro al re Ruberto, e si partì di Pisa.
Fatto ciò, prese consiglio lo 'mperadore di non urtare co' Fiorentini e cogli altri Toscani, che poco n'avea avanzato, ma peggiorato suo stato; ma di farsi dal capo, e d'andare sopra il re Ruberto con tutto suo isforzo, e torregli il Regno; e se venuto gli fosse fatto, si credea essere signore d'Italia; e di certo così sarebbe stato, se Idio non avesse riparato, come faremo menzione. Egli s'allegò col re Federigo, che tenea l'isola di Cicilia, e co' Genovesi, e ordinò che ciascuno a giorno nomato avesse in mare grande navilio di galee armate; in Alamagna e in Lombardia mandò per gente nuova, e così richiese tutti i suoi sudditi e' Ghibellini d'Italia. In questo soggiorno in Pisa raunò moneta assai, e non dormendo, tuttora al suo maliscalco facea guerreggiare Lucca e Samminiato, ma poco n'avanzò. Nella state MCCCXIII che soggiornò in Pisa, venutogli suo isforzo, si trovò con più di MMD cavalieri oltramontani, i più Alamannì, e Italiani ben MD. I Genovesi armarono a sua richesta LXX galee, onde fu amiraglio messer Lamba d'Oria, e venne col detto stuolo in Porto Pisano, e parlò a lo 'mperadore; e poi n'andò verso il Regno a l'isola di Ponzo. Il re Federigo armò L galee, e il giorno nominato, dì V d'agosto MCCCXIII, lo 'mperadore si partì di Pisa; e quello dì medesimo si trovò, lo re Federigo si partì coll'armata di Messina, e con M cavalieri si puose in su la Calavra, e prese la città di Reggio, e più altre terre.
LII
Come lo 'mperadore Arrigo morìo a Bonconvento nel contado di Siena.
Partito lo 'mperadore di Pisa, passò su per l'Elsa e combatté Castello Fiorentino, e nol potéo avere: passò oltre tra Poggibonizzi e Colle infino a Siena lungo le porte. In Siena avea gente assai; e cavalieri di Firenze alquanti per badalucchi uscirono per la porta di Cammollia, ed ebbonne il peggiore, e furono ripinti per forza nella città; e così Siena in grande paura, lo 'mperadore valicò la città, e puosesi a campo a Monte Aperti in su l'Arbia. Là cominciò amalare, con tutto che infino a la partita di Pisa si sentisse; ma per non fallire la partita sua al giorno ordinato, si mise a cammino. Poi andò in piano di Filetta per bagnarsi al bagno a Macereto, e di là andò al borgo a Bonconvento, di là da Siena XII miglia. Là agravò forte, e come piacque a·dDio, passò di questa vita il dì di santo Bartolomeo, dì XXIIII d'agosto MCCCXIII.
LIII
Conta come morto lo 'mperadore si divise la sua oste, e' suoi baroni ne portarono il corpo a la città di Pisa.
Morto lo 'mperadore Arrigo, la sua oste, e' Pisani, e tutti i suoi amici ne menarono grande dolore, e' Fiorentini, Sanesi, e' Lucchesi, e quegli di loro lega ne feciono grande allegrezza. Incontanente, lui morto, si partirono gli Aretini e gli altri Ghibellini della Marca e di Romagna dell'oste da Bonconvento, ne la quale avea gente grandissima a cavallo e a piede. I suoi baroni e' cavalieri pisani con loro gente sanza soggiorno passarono per la Maremma col corpo suo, e recarlo in Pisa: là con grande dolore, e poi con grande onore il soppellirono al loro Duomo. Questa fu la fine dello 'mperadore Arrigo. E non si maravigli chi legge, perché per noi è continuata la sua storia sanza raccontare altre cose e avenimenti d'Italia e d'altre province e reami; per due cose: l'una, perché tutti i Cristiani, ed eziandio i Saracini e' Greci, guardavano al suo andamento e fortuna, e per cagione di ciò poche novità notabili erano in nulla parte altrove; l'altra, per le diverse e varie grandi fortune che gl'incorsono in sì piccolo tempo ch'egli visse, che di certo si credea per gli savi che se la sua morte non fosse stata sì prossimana, al signore di tanto valore e di sì grandi imprese com'era egli, avrebbe vinto il Regno e toltolo al re Ruberto, che piccolo apparecchiamento avea al riparo suo. Anzi si disse per molti che 'l re Ruberto no·ll'avrebbe atteso, ma itosene per mare in Proenza; e appresso s'avesse vinto il Regno come s'avisava, assai gli era leggere di vincere tutta Italia, e dell'altre province assai.
LIV
Come Federigo detto re di Cicilia venne per mare a la città di Pisa.
Federigo di Cicilia, il qual era in mare con suo stuolo, come fatta è menzione, agiuntosi già co' Genovesi, sentendo de la morte dello 'mperadore, venne in Pisa, e non avendo potuto vedere lo 'mperadore vivo, sì 'l volle vedere morto. I Pisani per dotta de' Guelfi di Toscana e del re Ruberto sì vollono il detto don Federigo fare loro signore: non volle la signoria, ma per sua scusa domandò loro molto larghi patti fuori di misura, con tutto che per gli più si credette che, bene che' Pisani gli avessono fatti, non avrebbe voluto lasciare la stanza di Cicilia per signoreggiare Pisa; e così sanza grande dimoro si tornò in Cicilia. I Pisani rimasi molto sconsolati e in paura, vollono fare signore il conte di Savoia e messer Arrigo di Fiandra: nullo volle ricevere; ma tutti i caporali e' baroni ch'erano collo imperadore si partirono e tornarono in loro paesi. Altri cavalieri tedeschi e brabanzoni e fiamminghi co·lloro bandiere rimasono al soldo de' Pisani intorno di mille a cavallo. E i Pisani non potendo avere altro capitano, elessono Uguiccione da Faggiuola di Massa Trabara, il quale era stato per lo 'mperadore vicaro in Genova. Questi venne a Pisa e prese la signoria, e appresso, col séguito de' cavalieri tedeschi che vi rimasono, fece in Toscana grandissime cose, come innanzi si farà menzione.
LV
Come il conte Filippone di Pavia fu sconfitto a Piagenza.
Nel detto anno MCCCXIII, del mese d'agosto, il conte Filippone di Pavia co la parte guelfa vegnendo sopra Piagenza, che·lla tenea messer Galeasso Visconti, fu sconfitto e preso.
LVI
Come i Fiorentini diedono la signoria di Firenze al re Ruberto per cinque anni.
Nel detto anno MCCCXIII, ancora vivendo lo 'mperadore, i Fiorentini parendo loro essere in male stato, sì per la forza dello 'mperadore e di loro usciti, e ancora dentro tra·lloro per le sette nate per cagione delle signorie, si diedono al re Ruberto per V anni, e poi appresso si raffermarono per III. E così VIII anni appresso il re Ruberto n'ebbe la signoria, mandandovi di VI in VI mesi suo vicario; e 'l primo fu messer Iacomo di Cantelmo di Proenza, che venne in Firenze del mese di giugno MCCCXIII. E per simile modo appresso feciono i Lucchesi e' Pistolesi e' Pratesi di darsi alla signoria del re Ruberto. E di certo fu lo scampo de' Fiorentini, che per le grandi divisioni tra' Guelfi insieme, se 'l mezzo della signoria del re non fosse stata, guasti e stracciati s'arebbono tra·lloro, e cacciata parte.
LVII
Come gli Spinoli furono cacciati di Genova.
Nel detto anno, del mese di febbraio e di marzo, essendo morto lo 'mperadore, e partito Uguiccione da Faggiuola di Genova, i Genovesi ghibellini tra·lloro ebbono grande discordia per invidia degli ufici e signoria della terra; che gli Orii ch'erano possenti, e gli Spinoli somigliante, ciascuno volea essere il maggiore. Per la qual cosa vennero a battaglia cittadina insieme, la quale durò per XX dì continui molto pericolosa, che tutta la città era partita, l'una parte cogli Ori, e l'altra cogli Spinoli; nella quale battaglia molti ebbe morti d'una parte e d'altra. A la fine misono fuoco combattendo, onde arsero più di IIIc case nel migliore della città; e dibattuti di tanta pestilenza, gli Spinoli non tanto per forza cacciati, ma per isdegno si partirono della città, e andarne a Bazzalla; e la terra rimase a la signoria di quegli d'Oria e de' Grimaldi che teneano co·lloro, e feciono stato comune di popolo, e durò più anni.
LVIII
Come Uguiccione signore in Pisa fece molta guerra a' Lucchesi sì che misono i Ghibellini usciti per isforzata pace in Lucca.
Nel detto anno MCCCXIII, essendo Uguiccione in Pisa per signore appresso la morte dello 'mperadore colla masnada tedesca, non istette ozioso, ma innanzi ch'a·lloro fosse cominciata guerra, vigorosamente assalirono i Lucchesi e' Samminiatesi, cavalcandogli molto spesso infino a le porte, ardendo e guastando; e in più avisamenti sempre n'ebbono i Lucchesi il peggiore, però che per la loro discordia tra' Guelfi medesimi, per sette fatte per invidia di loro signorie, male intendeano a seguire l'antica loro buona sollecitudine e unità e vittorie, ma scemando loro cavallate e soldati; per la qual cosa a' Fiorentini convenia portare tutto il fascio e la spesa, sovente cavalcando a Lucca, popolo e cavalieri, a la loro difensione. Ma Uguiccione co' Pisani essendo di presso, partiti i Fiorentini, incontanente gli cavalcava, sì che molto gli afrisse; e per la loro divisione de la quale era capo dell'una setta messer Luti degli Obizzi, e dell'altra messer Arrigo Berarducci, contra la volontà de' Fiorentini pace feciono co' Pisani, rendendo loro Ripafratta e più altre castella de' Pisani, ch'anticamente aveano sopra loro guadagnate, e rimisono in Lucca quegli della casa degl'Interminegli e loro séguito; onde i Fiorentini molto isdegnarono e furono crucciosi.
LIX
Della morte di papa Chimento.
Nell'anno MCCCXIIII, dì XX d'aprile, morì papa Chimento: volendo andare a Bordello in Guascogna, passato il Rodano a la Rocca Maura in Proenza, amalò e morì. Questi fu uomo molto cupido di moneta, e simoniaco, che ogni benificio per danari s'avea in sua corte, e fu lussurioso; che palese si dicea che tenea per amica la contessa di Pelagorga bellissima donna, figliuola del conte di Fusci. E lasciò i nipoti e suo lignaggio con grandissimo e innumerabile tesoro. E dissesi che, vivendo il detto papa, essendo morto uno suo nipote cardinale cu' egli molto amava, costrinse uno grande maestro di negromanzia che sapesse che dell'anima del nipote fosse. Il detto maestro, fatte sue arti, uno cappellano del papa molto sicuro fece portare a' dimonia, i quali il menarono a lo 'nferno, e mostrargli visibilemente uno palazzo, iv'entro uno letto di fuoco ardente, nel quale era l'anima del detto suo nipote morto, dicendogli che per la sua simonia era così giudicato. E vide nella visione fare un altro palazzo a la 'ncontra, il quale gli fu detto si facea per papa Clemento; e così rapportò il detto cappellano al papa, il quale mai poi non fu allegro, e poco vivette appresso: e morto lui, lasciato la notte in una chiesa con grande luminara, s'accese e arse la cassa, e 'l corpo suo da la cintola in giù.
LX
Come Uguiccione co' Pisani presono la città di Lucca, e rubarono il tesoro della Chiesa.
Nel detto anno MCCCXIIII, essendo i Ghibellini rimessi in Lucca, Uguiccione molto tegnendo corti i Lucchesi, che rendessono i beni loro, e' Guelfi di Lucca che gli s'aveano apropiati non gli voleano rendere, per lo detto Uguiccione tradimento fu ordinato in Lucca cogl'Interminelli, che v'erano rimessi, e con Quartigiani e Pogginghi e Onesti. E subitamente a dì XIIII di giugno nel detto anno, la terra sì misono a romore, combattendo insieme, e giugnendo Uguiccione a le porte co' Pisani e loro isforzo per la detta parte, gli fu data la postierla del Prato. Onde entrò nella terra con sua gente il vicaro del re Ruberto, messer Gherardo da Sa·Lupidio de la Marca, e gli altri Guelfi di Lucca male in accordo e peggio forniti di cavalieri e di gente; e bene ch'avessono mandato per soccorso a' Fiorentini, i quali già venuti a Fucecchio, ma il loro soccorso fu tardi, perché Uguiccione co' Pisani aveano corsa la terra. Per la qual cosa il vicaro del re Ruberto e gli altri Guelfi non potendo resistere, uscirono di Lucca e vennonne a Fucecchio, e a Santa Maria a Monte, e l'altre castella del Valdarno, e la città di Lucca per gli Pisani e' Tedeschi fu corsa e spogliata d'ogni ricchezza, che per VIII dì durò la ruberia così agli amici come a' nemici, pur chi più avea forza, con molti micidii e incendii. E oltre a·cciò il tesoro della Chiesa di Roma, che 'l cardinale messer Gentile da Montefiore de la Marca avea per comandamento del papa tratto di Roma e di Campagna e del Patrimonio, e avevalo lasciato in San Friano di Lucca, per lo detto Uguiccione e sue masnade tedesche, e per gli Pisani tutto fu rubato e portato in Pisa. E non si ricorda di gran tempi passati che una città avesse una sì grande aversità e perdite per parte che vi rientrasse com'ebbe la città di Lucca d'avere e di persone.
LXI
Come messer Piero fratello del re Ruberto venne in Firenze per signore.
Nel detto anno e mese di giugno i Fiorentini avendo novelle della perdita di Lucca, furono molto crucciosi e scommossi, e già avendo dinanzi gl'indizii, s'erano mossi al soccorso, ma giunsono tardi, ché Uguiccione co' Pisani erano più vicini, e prima fornirono d'avere Lucca. I Fiorentini, essendo perduta Lucca, presono poi le castella di Valdarno che ancora si teneano a parte guelfa, ciò furono Fucecchio, Santa Maria a Monte, Montecalvi, Santa Croce, e Castello Franco, e Montetopoli; e in Valdinievole, Montecatini e Montesommano; ma Serravalle, in su la perdita di Lucca, per nigrigenza e avarizia de' Pistolesi, non volendo spendere CCC fiorini d'oro per dare a le masnade che 'l teneano, dagli usciti di Pistoia fu preso; e così Toscana apparecchiata a grande guerra per la rivoluzione della città di Lucca. I Fiorentini mandarono incontanente in Puglia al re Ruberto che mandasse loro uno de' frategli con gente a cavallo e per loro capitano. Il re Ruberto sanza in dugio mandò a·fFirenze messer Piero suo minore fratello, giovane molto grazioso e savio e bello, con CCC uomini di cavallo, e con savio consiglio di suoi baroni; e giunse in Firenze a dì XVIII d'agosto del detto anno: da' Fiorentini fu ricevuto a grande onore come loro signore, dandoli del tutto la signoria della città, e faceva i priori e tutti gli uficiali di Firenze. E fu sì grazioso apo i Fiorentini, che se fosse vivuto, per gli più si dice che' Fiorentini l'avrebbono fatto loro signore a vita.
LXII
Come il re Ruberto andò con grande stuolo sopra Cicilia, e assediò la città di Trapali.
Nel detto anno MCCCXIIII il re Ruberto per vendicarsi di don Federigo di Cicilia che alla venuta dello 'mperadore gli avea rotta pace, e allegatosi co·llui, e prese le sue terre in Calavra, sì fece una grande armata a Napoli, che tra di Proenza e di Puglia e de·Regno e Genovesi armò CXX galee, e tra uscieri e legni grossi da portare cavagli e arnesi d'oste presso di C, sì che CC e più legni a gabbia fu lo stuolo, e con MM cavalieri e gente a piè senza numero. Egli in persona col prenze Filippo e con messer Gianni suoi fratelli si partirono di Napoli col detto stuolo del mese d'agosto del detto anno, e puose in Cicilia a Castello a Mare, e per forza l'ebbe; e poi a la città di Trapali puose l'assedio per mare e per terra, e quella credendosi di presente avere per trattati fatti prima ch'e' si movesse, da' cittadini di Trapali ingannato tue, che sotto i detti trattati fatti fare a posta di don Federigo fu tanto lo 'ndugio della partita del re Ruberto, ch'egli fornì Trapali di gente e di vittuaglia, e rafforzò la città per modo che per battaglia, che più e più ve ne diè il re Ruberto, no·lla potéo avere: e per lungo stallo e male tempo di pioggia, e l'oste mal fornita di vittuaglia per lo tempo contrario, grande infermeria e mortalità fu nell'oste. Il re Ruberto veggendo non potea avere la città, né combattere non volea don Federigo co·llui in mare né in terra, fatta fu triegua per tre anni tra·lloro, e così si partì il re Ruberto con sua oste assai peggiorato, e sanza nulla aquistare: di là tornò in Napoli il dì di calen di gennaio, anno MCCCXIIII, e più galee delle sue afondarono in mare colla gente, perch'erano state nuove e non riconce in sì lungo soggiorno.
LXIII
Come i Padovani furono sconfitti a Vincenza da messer Cane della Scala.
Nel detto anno MCCCXIIII, dì XVIII di settembre, essendo i Padovani con tutto loro isforzo, andarono a Vincenza, e presono i borghi, e assediavano la terra. Messer Cane signore di Verona subitamente venne in Vincenza con poca gente assalì i Padovani; e eglino male ordinati, confidandosi de la presa de' borghi, sì furono sconfitti, e molti di loro presi e morti.
LXIV
Come i Fiorentini feciono pace cogli Aretini.
Nel detto anno MCCCXIIII, a dì XXVIII di settembre, i Fiorentini e' Sanesi e tutta la lega di parte guelfa di Toscana feciono pace cogli Aretini per mano di messer Piero figliuolo del re Carlo in Firenze, ch'abitava in casa i Mozzi a capo del ponte Rubaconte.
LXV
Come apparve una stella commeta in cielo.
Nel detto anno MCCCXIIII apparve una commeta di verso settantrione quasi a la fine del segno de la Vergine, e durò più di VI semmane, e secondo che dissono gli astrologi, significò molte novità e pestilenze ch'appresso furono, e la morte del re di Francia e di suoi figliuoli, che morirono poco appresso.
LXVI
Della morte di Filippo re di Francia e di suoi figliuoli.
Nel detto anno MCCCXIIII, del mese di novembre, il re Filippo re di Francia, il quale avea regnato XXVIIII anni, morì disaventuratamente, che essendo a una caccia, uno porco salvatico gli s'atraversò tra gambe al cavallo in su ch'era, e fecelne cadere, e poco appresso morì. Questi fu de' più belli uomini del mondo, e de' maggiori di persona, e bene rispondente ogni membro, savio da·ssé e buono uomo era, secondo laico, ma per seguire suoi diletti, massimamente in caccia, sì non disponea le sue virtù al reggimento del reame, anzi le commettea in altrui, sicché le più volte si reggea per male consiglio, e quello credea troppo, onde assai pericoli recò al suo reame. Questi lasciò III figliuoli: Luis re di Navarra, Filippo conte di Pettieri, e Carlo conte de la Marcia. Tutti questi furono in poco tempo l'uno appresso l'altro re di Francia, succedendo l'uno a l'altro per morte. E poco innanzi che il re Filippo loro padre morisse, avenne loro grande e vituperevole isventura, che le mogli di tutti e tre si trovarono in avolterio; e sì erano ciascuno di loro de' più begli Cristiani del mondo. La moglie de·re Luis fu figliuola del duca di Borgogna. Questi quando fu re di Francia la fece strangolare con una guardanappa, e poi prese a moglie la reina Crementa, figliuola che fu di Carlo Martello figliuolo del re Carlo secondo. La seconda e la terza donna di loro furon serocchie e figliuole del conte di Borgogna, e rede della contessa d'Artese. Filippo conte di Pettieri per disdette de la sua, e che l'amava molto, la si ritolse per buona e per bella: Carlo conte della Marcia, mai non rivolle la sua, ma la tenne in pregione. Questa sciagura si disse ch'avenne loro per miracolo, per lo peccato regnato in quella casa di prendere a moglie loro parenti, non guardando grado, o forse per lo peccato commesso per lo loro padre della presura di papa Bonifazio, come il vescovo d'Ansiona profetizzò, secondo dicemmo addietro.
LXVII
Della lezione che fu fatta in Alamagna di due imperadori, l'uno il dogi di Baviera, e l'altro quello d'Osteric.
Nel detto anno MCCCXIIII per li prencipi de la Magna fu fatta lezione di due re de la Magna. L'uno fu il fratello del dogi di Baviera chiamato Lodovico, uomo valoroso e franco. Questi ebbe più boci, ciò fu quella dell'arcivescovo di Maganza e di quello di Trievi, e quella del re Giovanni di Buemmia e del dogio di Sassogna, e quella del marchese di Brandimborgo. Federigo d'Osteric ebbe quella dell'arcivescovo di Cologna e quella del dogio di Baviera nimico del fratello. Queste ebbe certe, e ebbe quella del dogio di Chiarentana, il quale dicea dovea essere re di Boemmia di ragione, perch'avea per moglie la prima figliuola di Vincislao reda. E ebbe la boce d'uno de' marchesi di Brandimborgo, che dicea ch'era di ragione marchese, ma non possedea. Ma Lodovico più presso era di ragione imperadore, se non che 'l dogio di Baviera suo fratello per promessione fatta diè la sua boce co' detti altri lettori a Federigo dogio d'Osteric, de la quale isvariata lezione grande scandalo surse in Alamagna tra l'uno eletto e l'altro, e tra 'l dogio di Baviera e Lodovico eletto suo fratello, e più assembramenti e guerre ebbe tra·lloro.
LXVIII
Come Uguiccione signore di Pisa fece gran guerra a le terre vicine.
Nell'anno MCCCXIIII, avendo Uguiccione da Faggiuola co' Pisani e' Tedeschi presa la città di Lucca, come adietro è fatta menzione, tutte le castella che' Lucchesi aveano de' Pisani possedute infino al tempo del conte Ugolino rendé al Comune di Pisa, de le quali i Pisani feciono disfare Asciano e Cuosa, e Castiglione di Valdiserchio, e Nozzano, e 'l ponte a Serchio, e ritennero il castello di Ripafratta, il Mutrone, e 'l Viereggio di su la marina, e Rotaia, e 'l borgo di Serrezzano. E in questo medesimo tempo e nel caldo di tanta vittoria il detto Uguiccione colla masnada de' Tedeschi cavalcando sovente sopra i Pistolesi infino a Carmignano, e sopra i Volterrani, e per tutta Maremma, e sopra Samminiato, e per assedio ebbe il castello di Cigoli e di più altre loro castella, e molto gli affrisse, e poi si puose ad asedio a Montecalvi, che 'l tenevano i Fiorentini: per non essere soccorso si rendéo a Uguiccione e a' Pisani, salve le persone.
LXIX
Come coronato il re Luis di Francia, andò ad oste sopra i Fiaminghi, ma niente v'aquistò.
Nell'anno MCCCXV, il dì di san Giovanni Batista di giugno, Luis si coronò re di Francia colla reina Crementa sua moglie. Incontanente che fu coronato, fece bandire oste sopra i Fiamminghi, rompendo triegue e pace che il re Filippo suo padre avea fatte co·lloro; e in persona con tutta la baronia di Francia, in numero di Xm o più cavalieri e popolo innumerabile, andò in Fiandra, e puosesi a campo a Coltrai. Il conte Ruberto di Fiandra co' suoi Fiamminghi gli vennono a lo 'ncontro a Coltrai per combattere co·llui. Come piacque a Dio, del mese d'agosto cadde tanta piova (e 'l paese di Fiandra è come marese), che 'l carreggio che apportava la vittuaglia a l'oste de' Franceschi non potea uscire di cammino, e le tende e' padiglioni de la detta oste sì circondati d'acque e di pantano, che non poteva appena andare l'uomo dall'uno padiglione a l'altro; sì che per lo difetto de la vittuaglia, e per lo guastamento del campo, convenne che il re di Francia si partisse da oste del mese di settembre, con vergogna e con gran dammaggio quasi di tutti i loro arnesi. E poi il detto conte di Fiandra con sua oste andò infino a Cassella e Santo Mieri per assediare la terra, e se non che quegli de le buone ville non vollono più vergogna fare al re, elli avrebbono potuto correre tutto Artese sanza contasto neuno.
LXX
Come Uguiccione signore di Lucca e di Pisa fece porre l'assedio al castello di Montecatini.
Nel detto anno Uguiccione da Faggiuola co la forza delle masnade de' Tedeschi, signore al tutto di Pisa e di Lucca, trionfando per tutta Toscana, fece porre oste e assedio a Montecatini in Valdinievole, il quale teneano i Fiorentini dopo la perdita di Lucca, e quello guernito di buona gente, con battifolli fu molto distretto, sì che gran difetto aveano di vittuaglia. I Fiorentini mandato nel Regno per lo prenze Filippo di Taranto fratello del re Ruberto, per contastare la rabbia d'Uguiccione e de' Pisani e de' Tedeschi, quegli venne a Firenze dì XI di luglio, con Vc cavalieri al soldo de' Fiorentini con messer Carlo suo figliuolo contra voglia del re Ruberto, conoscendo il suo fratello per più di testa che savio, e con questo non bene aventuroso di battaglie, ma il contradio; e se' Fiorentini avessono voluto più indugiare, il re Ruberto mandava a Firenze il duca suo figliuolo con più ordine e con più consiglio e migliore gente: ma la fretta de' Fiorentini, co lo studio della contradia fortuna, gli fece pure volere il prenze, onde a·lloro seguì grande dammaggio e disinore.
LXXI
Come il prenze di Taranto venuto in Firenze, i Fiorentini uscirono ad oste per soccorrere Montecatini, e furono sconfitti da Uguiccione de la Faggiuola.
Venuto il prenze di Taranto e 'l figliuolo in Firenze, Uguiccione con tutto suo isforzo di Pisa e di Lucca, e del vescovo d'Arezzo, e de' conti da Santa Fiore, e di tutti i Ghibellini di Toscana e usciti di Firenze, e con aiuto de' Lombardi da messer Maffeo Visconti e da' figliuoli, il quale Uguiccione fue con novero di XXVc e più di cavalieri, e popolo grandissimo, venne all'assedio del detto castello di Montecatini. I Fiorentini per quello soccorrere raunarono grande oste, richeggendo tutta loro amistà: vi furono Bolognesi, Sanesi, Perugini, de la Città di Castello, d'Agobbio, e di Romagna, e di Pistoia, di Volterra, e di Prato, e di tutte l'altre terre guelfe e amici di Toscana, in quantità, co la gente del prenze e di messer Piero, di XXXIIc di cavalieri, e gente a piè grandissima, e partirsi di Firenze dì VI d'agosto. E venuta la detta oste de' Fiorentini e del prenze in Valdinievole a la 'ncontra di quella d'Uguiccione, più dì stettono affrontati, il fossato della Nievole in mezzo, con più assalti e badalucchi. I Fiorentini con molti capitani e con poca ordine i nemici aveano per niente; Uguiccione e sua gente con tema grande, e per quella faceano grande guardia e savia condotta. Uguiccione avendo novelle che i Guelfi delle sei migliaia del contado di Lucca per sodduzione de' Fiorentini venieno verso Lucca, e già aveano rotta la scorta e la strada onde venia la vittuaglia a l'oste d'Uguiccione, prese per consiglio di levarsi dall'assedio, e di notte si ricolse, e fece ardere i battifolli, e venne con sua gente schierata in sul congiugnimento dello spianato dell'una oste e dell'altra, a intenzione, se 'l prenze e sua oste non si dilungasse, di valicare e andarsene a Pisa; e se 'l volessono contrastare, d'avere l'avantaggio del campo, e di prendere la ventura della battaglia. Il prenze e' Fiorentini e loro oste veggendo ciò, in sul giorno si levarono da campo, e istendero loro padiglioni e arnesi, e 'l prenze malato di quartana, con poca provedenza non tenendo ordine di schiere per lo sùbito e improviso levamento di campo, s'affrontarono con i nimici, credendogli avere in volta. Uguiccione veggendo non potea schifare la battaglia, fece assalire le guardie dello spianato, ch'erano i Sanesi e' Colligiani e altri, a' suoi feditori intorno di CL cavalieri, ond'era capitano col pennone imperiale messer Giovanni Giacotti Malespini rubello di Firenze, e 'l figliuolo d'Uguiccione, e quegli Sanesi e Colligiani sanza contrasto ruppero e trascorsono infino a la schiera di messer Piero ch'era colla cavalleria de' Fiorentini. Quivi i detti feditori furono rattenuti, e quasi tutti tagliati e morti, e rimasevi morto il detto messer Giovanni, e 'l figliuolo d'Uguiccione e loro compagnia, e abattuto il pennone imperiale, con molta buona e franca gente.
LXXII
Ancora de la detta battaglia e sconfitta de' Fiorentini e del prenze.
Essendo cominciato l'assalto, e Uguiccione veduto il male sembiante di fuggire che feciono i Sanesi e' Colligiani per la percossa de' suoi feditori, incontanente fece fedire la schiera de' Tedeschi, ch'erano da VIIIc cavalieri e più, e quegli rabbiosamente assalendo la detta oste male ordinata, che per la sùbita levata gran parte de' cavalieri non erano armati di tutte loro armi, e' pedoni male in ordine, anzi al fedire che feciono i Tedeschi di costa, i gialdonieri lasciarono cadere le loro lance sopra i nostri cavalieri, e misonsi in fugga; la quale intra l'altre fu gran cagione della rotta dell'oste de' Fiorentini, che la detta schiera de' Tedeschi pignendo innanzi gli misono in volta con poco ritegno, salvo dalla schiera di messer Piero e de' Fiorentini, che assai sostennono; a la perfine furono sconfitti. Ne la quale battaglia morì messer Piero fratello del re Ruberto, e non si ritrovò mai il corpo suo; e morìvi messere Carlo figliuolo del prenze, e 'l conte Carlo da Battifolle, e messer Caroccio e messer Brasco d'Araona conostaboli de' Fiorentini, uomini di gran valore; e di Firenze vi rimasono quasi di tutte le grandi case e di grandi popolari, in numero di CXIIII tra morti e presi cavalieri delle cavallate, e di Siena, di Bologna, e di Perugia e dell'altre terre di Toscana e di Romagna pur de' migliori; ne la qual battaglia furono di tutte genti morti tra uomini a cavallo e a piede da IIm e presi da MD. Il prenze con tutta l'altra gente si fuggì, chi verso Pistoia, e chi verso Fucecchio, e chi per la Cerbaia, onde molti capitando a' pantani della Guisciana, del sopradetto numero de' morti sanza colpi annegarono assai. Questa dolorosa sconfitta fu il dì di santo Giovanni dicollato, dì XXVIIII d'agosto MCCCXV. Fatta la detta sconfitta, il castello di Montecatini s'arrendéo a Uguiccione, e 'l castello di Montesommano, i quali teneano i Fiorentini; e quegli che dentro v'erano se n'andarono sani e salvi per patti.

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Ultimo Aggiornamento:12/07/05 23:18