De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

NUOVA CRONICA

Tomo Secondo

Di: Giovanni Villani

 

LIBRO DECIMO (73-144)

LXXIII
Come Vinci e Cerreto Guidi si rubellarono a' Fiorentini.
Come la detta sconfitta fu fatta, i signori d'Anghiano rubellarono dal Comune di Firenze il loro castello di Vinci, e Baldinaccio degli Adimari rubello di Firenze rubellò il castello di Cerreto Guidi di Greti; e fuggendo i Fiorentini e gli altri de la detta sconfitta, ne presono e rubarono assai; e poi per più tempo fatta compagnia con Uguiccione, e poi con Castruccio di Lucca, grande guerra feciono al contado di Firenze in quella contrada, e più volte vi furono rotti e ricevettono danno i soldati di Firenze e que' d'Empoli, e di Pontormo, e del paese per le masnade de' Tedeschi di Lucca. A la fine per patti e per danari essendo tratto di bando Baldinaccio e altri, con vergogna del Comune di Firenze, renderono le dette castella a' Fiorentini.
LXXIV
Come il re Ruberto mandò in Firenze per capitano il conte Novello.
Nel detto anno i Fiorentini per la detta sconfitta non isbigottiti, ma vigorosamente la loro città di Firenze riformarono e d'ordini e di forza di gente d'arme e di moneta, e steccarsi i fossi per la loro difensione, e mandarono al re Ruberto per uno capitano di guerra, il quale sanza indugio mandò a·fFirenze il conte d'Andria e di Montescaglioso detto conte Novello de la casa del Balzo, con CC cavalieri; e costì stettono al riparo della fortuna d'Uguiccione sanza perdere stato o signoria o castello o altra tenuta, onde i Ghibellini e usciti di Firenze si trovarono ingannati, che si credeano avere vinta la terra fatta la sconfitta: ed e' fu il contradio, che già per ciò non fu il danno sì grande, che essendo in Firenze, paresse v'avesse mai avuta sconfitta, non lasciando gli artefici di fare i loro lavori continuo.
LXXV
Come Uguiccione fece tagliare la testa a Banduccio Bonconti e al figliuolo, grandi cittadini di Pisa.
Nell'anno MCCCXVI, del mese di marzo, trionfando Uguiccione della detta vittoria, e avendo la signoria di Pisa e di Lucca, volendo come tiranno al tutto dominare sanza contasto, fece pigliare in Pisa Banduccio Bonconti e 'l figliuolo, uomo di grande senno e autoritade, e molto creduto da' suoi cittadini, perché per bene del suo Comune contrastava a la sua tirannia, gli fece subitamente dicapitare, opponendo loro falsamente che teneano trattato col re Ruberto; onde i Pisani forte s'indegnarono contra Uguiccione, ma per la sua forza e signoria nullo l'ardiva a contastare. Facciamne menzione per quello che·nn'avenne poi.
LXXVI
Come i Fiorentini si divisono tra·lloro per sette, e feciono bargello.
Nel detto anno MCCCXVI i Fiorentini volendosi fortificare e riparare a la forza d'Uguiccione, mandarono in Francia ambasciadori e sindachi per fare venire per loro capitano messer Filippo di Valos figliuolo di messer Carlo di Francia con VIIIc cavalieri franceschi, il quale per la turbazione della morte del re Luis di Francia suo cugino non venne; e ancora v'ebbe sturbo e difetto per le sette che nacquero grandissime tra' Fiorentini, che l'una parte de' Guelfi amavano la signoria de·re Ruberto e de' Franceschi, e gli altri il contradio e' voleano; e mandarono in Alamagna per lo conte di Liutimberghe perché menasse Vc cavalieri tedeschi, e simigliante non vennero, e volentieri avrebbono tolta la signoria data al re Ruberto. Onde in Firenze si cominciò grande scisma e parte tra' Guelfi; e dell'una parte che disamavano la signoria del re Ruberto erano capo messer Simone della Tosa con certi grandi, e' Magalotti con certi popolari, i quali al tutto co·lloro isforzo e séguito signoreggiavano la terra; e se non fosse per la tema d'Uguiccione, certamente la parte del re Ruberto n'avrebbono cacciata fuori della città; e mandarne il conte Novello con sua gente, che non era ancora dimorato in Firenze che IIII mesi capitano di guerra, e dovea dimorare uno anno: e sì era in Firenze vicaro in luogo di podestà e capitano per lo re Ruberto, ma poco podere v'avea, però che la setta contraria aveano la forza e signoria del priorato e degli altri offici e ordini de la terra. E per meglio signoreggiare la terra ed essere più temuti, la detta setta reggente criò e fece uno bargello ser Lando d'Agobbio, uomo carnefice e crudele; e il dì di calen di maggio MCCCXVI gli diedono il gonfalone e la signoria; il quale continuo stava con Vc fanti armati con mannaie a piè del palagio de' priori, e subitamente mandava pigliando Ghibellini e rubelli e loro figliuoli e altri cui gli piacea di fatto, in città e in contado, e sanza giudicio ordinale di fatto gli facea a' suoi fanti tagliare colle mannaie; e così fece a' cherici sacri della casa degli Abati, e a uno giovane innocente della casa de' Falconieri, e a più altri di basso affare; onde il comune popolo di Firenze isbigottiti della guerra di fuori d'Uguiccione, e de la tirannesca e crudele signoria d'entro, ciascuno vivea in paura, così i Guelfi come i Ghibellini, i quali non erano di quella setta, e la città era caduta in pessimo stato; se non che Idio vi provide con corto rimedio, come innanzi farà menzione.
LXXVII
Come si murarono parte delle mura di Firenze, e fecesi una mala moneta.
Nel detto anno e tempo, sotto la signoria del detto bargello, in Firenze si compierono di murare le mura dal prato d'Ognesanti a San Gallo, e fecesi una moneta falsa in Firenze, ch'era quasi tutta di rame bianchita d'ariento di fuori, e contavasi l'uno danari VI, che non valea danari IIII, e chiamarsi bargellini: fu molto biasimata per gli buoni uomini.
LXXVIII
Come Uguiccione da Faggiuola fu cacciato della signoria di Pisa e di Lucca, e come Castruccio di prima ebbe la signoria di Lucca.
Nel detto anno MCCCXVI, dì X d'aprile, essendo in Lucca per signore il figliuolo d'Uguiccione da Faggiuola, Castruccio della casa degl'Interminelli (non perciò de' migliori della casa, ma era di grande ardire e séguito), avendo fatto in Lunigiana certe ruberie e micidi contra volontà d'Uguiccione, preso fu in Lucca dal figliuolo d'Uguiccione per giustiziare. Quelli per la forza de' suoi consorti e séguito non l'osava né ardia a·ffare: mandò per Uguiccione suo padre, e egli venne a Lucca con parte di sua cavalleria per seguire la detta giustizia. Sì tosto come fu in sul Monte San Giuliano, il popolo di Pisa si levò a romore per soperchi ricevuti, e per la morte di Banduccio Bonconti e del figliuolo, onde forte s'erano gravati della signoria d'Uguiccione, onde fu capo Coscetto dal Colle franco popolare, e corsono con arme e con fuoco al palagio ove stava Uguiccione e sua famiglia, gridando: "Muoia il tiranno d'Uguiccione"; e così rubarono e uccisono tutta sua famiglia, e rimutaro stato nella terra, e feciono loro signore il conte Gaddo de' Gherardeschi, uomo savio e di gran podere. Uguiccione trovandosi in Lucca, quasi la terra scommossa per rubellarsi contra lui per la cagione di Castruccio, e avendo novelle da Pisa che' Pisani s'erano rubellati, per paura si partì egli e 'l figliuolo e sua gente, e andarsene verso Lombardia nelle terre del marchese Spinetta, e poi a Verona a messer Cane della Scala. Castruccio scampato, a grido fu fatto signore di Lucca per uno anno, coll'aiuto e favore di messer Pagano di Quartigiani, Pogginghi, e Onesti, e con patto che 'l detto messer Pagano fosse signore in contado, e compiuto l'anno, scambiare la signoria. Ma Castruccio per essere al tutto signore, gli colse cagione, e cacciollo di Lucca e del contado; e tali sono i meriti de' tiranni. E così in picciolo tempo a Uguiccione fu mutata la fortuna, e l'una città e l'altra tratta de la sua tirannica signoria. Questo fu il guidardone che lo 'ngrato popolo di Pisa rendé a Uguiccione da Faggiuola, che gli avea vendicati di tante vergogne, e racquistate loro tutte loro castella e dignità, e rimisigli nel maggiore stato, e più temuti da' loro vicini che città d'Italia.
LXXIX
Come il conte da Battifolle fu vicario in Firenze, e caccionne il bargello, e mutòe stato in Firenze.
Nel detto anno MCCCXVI gran parte de' Guelfi grandi e popolani di Firenze ch'aveano data la signoria al re Ruberto, i quali erano gran parte di tutte le maggiori schiatte de la terra, e co·lloro quasi tutti i mercatanti e artefici, parea loro male stare per la signoria del bargello, segretamente si dolfono per lettere e ambasciadori al re Ruberto, e richiesollo ch'egli facesse vicario di Firenze il conte Guido da Battifolle; il quale dal re fu accettato e fatto. E 'l detto conte del mese di luglio del detto anno venne a Firenze, e prese la signoria per lo re. L'altra setta che signoreggiava la città nel priorato, che non amavano la signoria del re Ruberto, volentieri l'avrebbero contastato; ma il conte da Battifolle era sì Guelfo e sì possente vicino, che no·ll'ardirono a contastare a la sua venuta in Firenze. Ma poco pote' aoperare i·lloro contradio per la sua signoria, per la forza del bargello, e perché tutti e VII i priori e gonfaloniere erano di quella setta, e' gonfalonieri delle compagnie dell'arti di Firenze. Ma avenne in quello tempo che la figliuola del re Alberto de la Magna, serocchia del dogio d'Osteric, andava a marito a Carlo duca di Calavra figliuolo del re Ruberto, e passò per Firenze: incontro per acompagnarla venne l'arcivescovo di Capova cancelliere del re, e messer Gianni fratello del re Ruberto, e 'l conte camerlingo, e 'l conte Novello con cavalieri in numero di CC. Venuti in Firenze, per lo conte da Battifolle vicario del re, e per gli altri cittadini ch'amavano la sua signoria, si dolfono a quegli signori della signoria del bargello, e mostrarono com'era contra l'onore e stato del re; onde avenne che si tramisono d'accordo e per parole e per minacce che' Guelfi si raccomunassono insieme de la signoria, e convenne che si facesse; sì che a la lezione de' priori, che venia in mezzo ottobre, che VII erano già fatti di quella setta che reggea la città, convenne che VI altri de la parte del re s'agiugnessono a quegli. E come quegli signori furono co la donna a Napoli, e fatto asapere al re lo stato di Firenze e la signoria del bargello, incontanente mandò il re a Firenze che la detta signoria s'abbattesse, e 'l bargello più non fosse; e così fu fatto. E partissi il bargello di Firenze del mese d'ottobre MCCCXVI, però che la parte del re col podere del conte da Battifolle vicario avea già sì presa forza, che non che di disfare l'oficio del bargello, ma la seguente lezione de' XIII priori furono quasi tutti de la parte ch'amavano la signoria del re; e così al tutto il conte da Battifolle con quella parte rimasono signori, e si mutò stato in Firenze sanza nulla altra turbazione o cacciamento di genti. La quale gente di vero tennero la città in assai pacifico e tranquillo stato più tempo appresso, onde la città s'avanzò e migliorò assai; e per lo detto conte da Battifolle vicario s'ordinò e cominciò e fece gran parte del palagio nuovo ove sta la podestà. E nel detto anno, del mese di gennaio, a la signoria del detto conte nacque al Terraio in Valdarno uno fanciullo con due corpi così fatto, e fu recato in Firenze, e vivette più di XX dì; poi morì a lo spedale di Santa Maria della Scala, l'uno prima che l'altro: e volendo essere recato vivo a' priori ch'allora erano, per maraviglia non vollono ch'entrasse in palagio, recandolsi a pianta e sospetto di sì fatto mostro, il quale secondo l'oppenione degli antichi ove nasce era segno di futuro danno.
LXXX
Conta di grande fame e mortalità ch'avenne oltremonti.
Nel detto anno MCCCXVI grande pestilenzia di fame e mortalità avenne nelle parti di Germania, cioè nella Magna di sopra verso tramontana, e stesesi in Olanda, e in Frisia, e in Silanda, e in Brabante, e in Fiandra, e in Analdo, e infino ne la Borgogna, e in parte di Francia; e fu sì pericolosa, che più che 'l terzo de la gente morirono, e da l'uno giorno a l'altro quegli che parea sano era morto. E 'l caro fu sì grande di tutte vittuaglie e di vino, che se non fosse che di Cicilia e di Puglia vi si mandò per mare per gli mercatanti per lo grande guadagno, tutti morieno di fame. Questa pestilenzia avenne per lo verno dinanzi, e poi la primavera e tutta la state fu sì forte piovosa, e 'l paese è basso, che l'acqua soperchiò e guastò ogni sementa. Allora le terre affogarono sì, che più anni appresso quasi non fruttarono, e corruppe l'aria. E dissono certi astrolaghi che la cometa ch'aparve dinanzi nel MCCCXIIII fu segno di quella pestilenzia, ch'ella dovea venire perché la sua infruenzia fu sopra quegli paesi. E in quello tempo la detta pestilenzia contenne simigliante in Romagna e in Casentino infino in Mugello.
LXXXI
Della lezione di papa Giovanni XXII.
Giovanni XXII, nato di Caorsa di basso affare, sedette papa anni XVIII, mesi II e dì XXVI. Questi fu eletto dì VII d'agosto MCCCXVI in Vignone da' cardinali, essendo stata vacazione bene di due anni, e tra·lloro in grande discordia, però che' cardinali guasconi, ch'erano una gran parte del collegio, voleano la lezione in loro, e gli cardinali italiani e franceschi e provenzali non aconsentieno, sì erano stati a punto del Guascone. Dopo la molta contesa, quasi come in mezzano, rimisono l'una parte e l'altra le boci in costui, credendosi i Guasconi la rendesse al cardinale di Bidersi ch'era di loro nazione, o al cardinale Pelagrù. Questi con assentimento degli altri Italiani e Provenzali, e per trattato di messer Nepoleone Orsini cardinale, capo di quella setta contro a' Guasconi, la diede a·ssé medesimo, per ordinato modo secondo i decretali. Questi fue uno povero cherico, e di nazione del padre ciabattiere, e col vescovo d'Arli cancelliere del re Carlo secondo s'allevò, e per sua bontà e sollecitudine essendo in grazia del re Carlo, e a sua spensaria il fece studiare, e poi il re il fece fare vescovo di Vergiù; e morto l'arcivescovo d'Arli messer Piero da Ferriera cancelliere e suo maestro, il re Ruberto il fece in suo luogo cancelliere; e poi con suo studio e sagacità mandando lettere da parte del re Ruberto a papa Chimento di sua raccomandigia, de le quali il re, si disse, non seppe neente; per le quali lettere il detto vescovo di Vergiù fu promutato e fatto vescovo di Vignone, e poi cardinale per lo suo senno e studio; onde il re Ruberto innanzi che fosse cardinale era male di lui, e aveali tolto il suggello, perch'egli avea suggellate le dette lettere in suo favore al detto papa Chimento sanza sua coscienza. Questo papa Giovanni fu coronato in Vignone il dì di santa Maria, dì VIII di settembre, anno MCCCXVI. Poi fu grande amico del re Ruberto, e egli di lui; e per lui fece di grandi cose, come innanzi farà menzione. Questo papa diede compimento al settimo libro de le decretali, il quale avea cominciato papa Clemento, e rinovellò la Pasqua e festa del sagramento del corpo dì Cristo con grandi indulgenzie e perdoni, chi fosse a celebrare gli ufici sacri a ogn'ora, e diè perdono generale a tutti i Cristiani di XL dì per ogni volta che si facesse reverenza quando il prete nominasse Gesù Cristo; questo fece poi nell'anno MCCCXVIII.
LXXXII
Come il re Ruberto e' Fiorentini feciono pace co' Pisani e' Lucchesi.
Nell'anno MCCCXVII, del mese d'aprile, pace fu fatta dal re Ruberto a' Pisani e Lucchesi, e simigliante la fece fare il detto re a' Fiorentini e Sanesi e Pistolesi, e tutta la lega di parte guelfa di Toscana; e con tutto che per gli Guelfi malvolentieri si facesse per la sconfitta ricevuta da·lloro, e dando biasimo al re Ruberto di viltà, sì 'l fece per gran senno e provedenza, e per pigliare lena e forza per sé e per gli Fiorentini, e non urtare co' nimici a la fortuna de la loro vittoria, e per altri maggiori intendimenti, come innanzi farà menzione. I patti ebbe il re da' Pisani che quando facesse generale armata, gli darebbono V galee armate, o la moneta che costassono, e volle facessono in Pisa una cappella e spedale per l'anime de' morti a la sconfitta da Montecatino a perpetua memoria; e ancora di questo fu ripreso, e lo re la fece fare a gran provedenza. I Fiorentini ebbono patti d'essere liberi e franchi in Pisa, e le castella che aveano si tenessono; e tornarono i pregioni in Firenze dì XXVIIII di maggio: furono XXVIII tra cittadini e contadini nobili e buoni popolani, sanza più altri, minuta gente e contadini. E la detta pace co' Pisani non avrebbe avuto effetto con tutto il podere del re Ruberto, però che' Pisani in nulla guisa voleano fare franchi i Fiorentini in Pisa, né altri patti domandati, parendo loro, com'erano, al di sopra de la guerra con vittoria, se non fosse adoperato per gli Fiorentini una bella e sottile maestria di guerra per l'uficio passato de' priori, intra' quali avea di savi e discreti uomini, della quale è bene da fare notevole memoria per assempro di quegli che sono a venire. Essendo, come detto è dinanzi, rinnovato lo stato in Firenze per la signoria del conte a Battifolle, e era ancora molto tenero, e avendo la guerra di Pisa e di Lucca, non erano in sicuro stato, sì usarono questa savia disimulazione: ch'eglino elessono XIIII buoni uomini popolani, e rinchiusogli nell'opera di Santo Giovanni, e commisono loro che facessono nuove gabelle, e delle vecchie radopiassono, sì che il Comune avesse d'entrata Dm di fiorini d'oro l'anno, o più; e di questo ordine si diede la boce per la cittade, e di mandare in Francia per uno de' reali, figliuolo o nipote del re, per capitano con M cavalieri franceschi. E questa providenza fu commessa per lo conte e per tutto l'uficio de' priori in Alberto del Giudice, uomo di grande autoritade, con Donato Acciaiuoli, e co·noi, che tutti e tre eravano di quello collegio, e fune dato il suggello del Comune e piena autorità con giurata credenza. Incontanente per gli detti furono fatte fare lettere da parte del Comune al re di Francia e a messer Carlo suo fratello, pregandogli per bene e stato di santa Chiesa e di parte guelfa, e riparare la venuta di nuovo imperio, ci mandassono uno de' loro figliuoli con M cavalieri al nostro soldo; e ordinossi colle compagnie di Firenze ch'aveano affare in Francia, che facessono lettere di pagamento di LXm fiorini d'oro, per dare per arra e fare la promessa de' gaggi a Carlo; e scrissesi al papa e a più de' suoi cardinali amici del nostro Comune ch'eglino iscrivessono e confortassono lo re e messer Carlo di questa impresa. Fatte le dette lettere, ebbono uno fidato corriere francesco, e ordinarono ch'andasse a Parigi per la via di Vignone, ov'era il papa, in XV dì per lo cammino di Pisa; e disparte s'ordinò sagretamente per quegli ch'era sopra le spie ch'una spia fidata gli facesse compagnia a condurlo per Pisa. E come furono in Pisa, com'era temperato, la detta spia scoperse al conte e agli anziani del detto corriere, il quale feciono pigliare colle dette lettere, e quelle aperte e lette, s'ammirarono forte dell'ordine impresa, sì grande per lo nostro Comune, e di tanta entrata di gabelle: consigliaro che per loro non facea di mantenere la guerra, potendo avere pace; e con tutti i loro vizii, credendoci avere ingannati per la presa delle dette lettere, rimasono ingannati; e di presente mandarono al nostro Comune che rimandassono i loro ambasciadori trattatori della pace a Montetopoli, e i loro verrebbono a Marti; e così fu fatto. E innanzi si partissono si diè compimento a la pace, al piacere, e com'era prima domandata per gli Fiorentini: e così si mostra che·lla savia providenza bene guidata e colla credenza, nelle guerre e nell'altre imprese, vince ogni forza e potenzia, e reca a·ffine onorevole ogni gran cosa.
LXXXIII
Come i Fiorentini disfeciono la mala moneta, e feciono la buona del guelfo nuovo.
Nel detto anno MCCCXVII i Fiorentini disfeciono la mala moneta bargellina che correa per danari VI l'uno, ed erano di valuta di danari IIII, o meno, e fecionne una da danari XX, che poco valea meglio per bontà d'argento, che poi si disfece quella da XX, non piaccendo al popolo, e feciono la buona moneta del guelfo da danari XXX l'uno, e quella da XV danari di buono argento di lega d'once XI e mezzo di fine. E in quello anno, del mese di luglio, si fondarono in su·ll'Arno la pila del nuovo ponte detto Reale, e feciono le mura da quella torre di su l'Arno infino a la porta di Santo Ambruogio, e quelle di su la riva d'Arno in su l'isola infino al Corso de' Tintori di costa l'orto di Santa Croce.
LXXXIV
Come il re Ruberto mandò sua armata in Cicilia, e fece gran danno.
Nel detto anno essendo fallite le triegue dal re Ruberto a quello di Cicilia, per lo detto re si fece armata in Napoli di LX galee, sanz'altri legni passaggeri, onde fu amiraglio e capitano messer Tommaso di Marzano conte di Squillaci, il quale con XIIc d'uomini a cavallo e gente a piè assai, passò col detto stuolo in Cicilia, e puose a Castello a Mare, e poi per terra n'andò in Valle di Mazara, guastando intorno a Trapali e tutta la contrada, e le galee per mare, e grandissimo danno fece di tutto il formento ch'era a le piagge; poi ritornò co la detta oste per la via da Coriglione a Palermo, e quivi per più giorni dimorò; e tutti i giardini e vigne de la città d'intorno guastò, e le tonnare del porto: d'allora innanzi vennero in queste marine grande abbondanza di tonni, che prima non ce n'avea. E poi se n'andò, per terra i cavalieri, e le galee per mare, infino a Messina, guastando ciò che innanzi gli si trovava, sanza riparo niuno; intorno a Messina stette ad oste più di XV dì, guastando tutte le vigne e' giardini di Messina. Il re Federigo non ardì di comparire né per terra né per mare; ma si dimorò a Castrogianni con sua oste, per la qual cosa l'isola di Cicilia ricevette in quello anno più di guerra che prima non avea ricevuta dal re Carlo primo, né dal secondo. E dissesi, se il re Ruberto l'avesse continuato l'anno appresso, i Ciciliani non avrebbono durato; ma papa Giovanni volle che triegue fossono per V anni, e la città di Reggio in Calavra e più castella intorno che·re Federigo avea conquistate a la venuta dello 'mperadore Arrigo rimise nelle mani e guardia della Chiesa; la qual triegua il re Ruberto accettò per la 'mpresa ch'avea fatta di Genova per recarla a sua parte, come innanzi farà menzione, e per racquistare le dette terre, le quali riebbe poi in guardia da la Chiesa; onde quello di Cicilia si tenne tradito e ingannato da la Chiesa e dal re Ruberto, però che il re Ruberto le si ritenne in sua signoria.
LXXXV
Come Ferrara si rubellò da la Chiesa.
Nel detto anno, a dì IIII d'agosto, i Ferraresi si rubellarono da la signoria de la Chiesa e del re Ruberto, e a romore assalirono e uccisono e presono la sua masnada, ch'erano Catalani a soldo; e poco appresso i marchesi de la casa da Esti se ne feciono signori, come aveano ordinato co' loro cittadini.
LXXXVI
Come Uguiccione da Faggiuola tornava per rientrare in Pisa, e le novità ne furono in Pisa, e di Spinetta marchese.
Nel detto anno MCCCXVII, del mese d'agosto, Uguiccione da Faggiuola coll'aiuto di messer Cane da Verona venne subitamente con gente a cavallo e a piè assai infino in Lunigiana, co la forza e per le terre di Spinetta marchese, il quale intendea di venire a Pisa per certi trattati ch'avea nella città per gente di sua setta; il quale trattato fue scoperto, e a grido di popolo, onde Coscetto dal Colle di Pisa si fece capo: col consiglio del conte Gaddo corsono a furore a casa i Lanfranchi che s'intendeano con Uguiccione, e uccisonne quattro de' maggiori de la casa, e più di loro mandaro a' confini, e di loro séguito. Sentendo Uguiccione che non potea fornire la sua impresa, si ritornò in Lombardia a Verona. Castruccio signore di Lucca e nimico d'Uguiccione fece lega col conte Gaddo e co' Pisani, e col loro aiuto de' cavalieri andò ad oste sopra Spinetta marchese ch'avea dato il passo a Uguiccione, e tolsegli Fosdinuovo fortissimo castello, e Verruca Buosi, e di tutte sue terre il disertaro; e 'l detto Spinetta si fuggì con sua famiglia a messer Cane della Scala a Verona.
LXXXVII
Come la parte ghibellina uscì di Genova.
Nel detto anno MCCCXVII, a dì XI di settembre, essendo la città di Genova in istato di popolo, ma più v'aveano podere i Grimaldi e' Fiescadori e la loro parte de' Guelfi che gli Ori e' Ghibellini; l'una perché il re Ruberto favoreggiava i Guelfi, l'altra perché gli Spinoli ch'erano di parte ghibellina erano nimici di quegli d'Oria, e fuori di Genova alquanti della casa de' Grimaldi per dispetto preso contra quegli d'Oria feciono tornare in Genova gli Spinoli sotto protesto che stessono a le comandamenta del Comune. Come quegli della casa d'Oria e i loro amici sentirono ciò, sì ebbono sospetto e tema d'essere traditi da' Guelfi e da' Grimaldi, e la città ne fu ad arme e a romore; e quegli d'Oria non trovandosi poderosi per lo contradio de' Guelfi, e eziandio per gli Spinoli ghibellini loro nimici, sì·ssi celarono eglino e' loro amici sanza comparire in forza d'arme; per la qual cosa i Guelfi presono vigore, e furono a l'arme, e feciono capitani di Genova messer Carlo dal Fiesco e messer Guasparre Grimaldi a dì X di novembre MCCCXVII. Veggendo ciò gli Spinoli ch'erano tornati in Genova, che·lla terra era venuta al tutto a parte guelfa, e conoscendo che ciò era fatto per industria e opera del re Ruberto, incontanente s'accordarono con quegli della casa d'Oria e loro amici ghibellini, e si partirono della città sanza altro cacciamento, onde appresso seguì grande scandalo e guerra, come per innanzi farà menzione, però che·lle dette due case d'Oria e di Spinola erano le più poderose schiatte d'Italia in parte d'imperio e ghibellina.
LXXXVIII
Come i Ghibellini di Lombardia assediarono Chermona.
Nel detto anno, a dì XX di settembre, la parte ghibellina di Lombardia, in quantità di CC cavalieri e gente assai a·ppiè, ond'era capitano messer Cane della Scala di Verona, puosono assedio a la città di Chermona, e avendola molto stretta, per forte tempo di piova convenne si partissono dall'assedio, e ancora perché i Bolognesi per fargli levare da Chermona cavalcarono sopra la città di Modona, e guastarla intorno, e fecionvi danno assai.
LXXXIX
Come messer Cane della Scala fece oste sopra i Padovani, e tolse loro molte castella.
Nel detto anno, del mese di dicembre, il detto messer Cane con suo isforzo venne a oste sopra i Padovani, e prese Monselici ed Esti, e gran parte di loro castella, e recogli sì al sottile, che 'l febbraio vegnente non possendo contastare, feciono pace come piacque a messer Cane, e promisono di rimettere i Ghibellini in Padova, e così feciono.
XC
Come gli usciti di Genova co la forza de' Ghibellini di Lombardia assediarono Genova.
Ne l'anno MCCCXVIII, essendo usciti di Genova quegli della casa d'Oria e di Spinola col loro séguito, e per loro podere si stavano nella riviera di Genova a le loro posessioni, mandarono loro ambasciadori in Lombardia, e trattato e lega feciono con messer Maffeo Visconti capitano di Milano e co' figliuoli, e con tutta la lega di Lombardia di parte d'imperio e ghibellina. Per la qual cosa messer Marco Visconti figliuolo del detto messer Maffeo venne di Lombardia con grande oste di gente, Tedeschi e Lombardi a cavallo e a piè, e co' detti usciti di Genova puosono assedio a la detta città da la parte di Co di Fare e di borghi; e ciò fu a dì XXV di marzo MCCCXVIII; e pochi dì appresso quegli della casa d'Oria coll'aiuto degli altri usciti feciono un'altra oste a la città d'Albingano nella riviera di Genova, e quella ebbono a patti in pochi giorni. Appresso, stante la detta oste a Genova, messer Adoardo d'Oria tenne trattato co l'abao del popolo di Saona, e entrò nella detta città di Saona di notte celatamente, e incontanente colla forza de' Ghibellini della terra, che la maggiore partita erano di parte imperiale, sì rubellarono la detta terra al Comune di Genova del mese d'aprile; per la qual cosa molto acrebbe la forza agli usciti di Genova, che quasi tutta la riviera di ponente era a·lloro signoria, salvo il castello di Monaco e Ventimiglia e la città di Noli, e nella riviera di levante teneano Lerici.
XCI
Come i Ghibellini di Lombardia ebbono Chermona.
Nel detto anno MCCCXVIII, del mese d'aprile, la parte ghibellina di Lombardia co la forza de la gente di messer Cane ebbono la città di Chermona per tradimento, per una porta che fue loro data, con grande danno de' Guelfi ch'erano dentro.
XCII
Come gli usciti di Genova presono i borghi di Prea.
Nel detto anno, a l'uscita di maggio, avendo i detti usciti assediata la torre di Co di Fare per due mesi, e quella si tenea francamente per que' d'entro, per uno sottile dificio di canapi che venia della torre a una cocca del porto di Genova, e per quello si fornia e rinfrescava a contradio di tutta l'oste, sì si misono i detti usciti a cavare e tagliare sotterra la detta torre. Quegli d'entro, temendo non cadesse, sì renderono la torre, salve le persone, e chi disse per danari; e tornati in Genova, furono giudicati a morte, e traboccati di fuori. Istando al detto assedio, e continuo davano battaglia a' borghi di Prea che sono fuori a la porta de le Vacche; combattendo per forza il presono a dì XXV di giugno nel detto anno, onde avanzarono molto, e que' d'entro a Genova perdero, per modo che l'oste di fuori crebbe e si ridusse ne' borghi, e presono la montagna di Peraldo e di San Bernardo di sopra a Genova, e accircondaro la terra; e sopra il Bisagno puosono un altro campo, sì che la città per terra era tutta assediata, e per mare avea persecuzione assai per galee di Saona e degli usciti che signoreggiavano il mare.
XCIII
Come il re Ruberto venne per mare al soccorso di Genova.
Nel detto anno MCCCXVIII, essendo la parte de' Guelfi così assediati nella città di Genova e per mare e per terra, sì mandarono a Napoli loro ambasciadori al re Ruberto, il quale avea fatta fare in Genova la detta commutazione, ch'egli gli dovesse soccorrere e aiutare sanza indugio; e se ciò non facesse, non si potevano tenere, sì erano a stretta di vittuaglia e d'assedio. Per la qual cosa il re Ruberto incontanente fece una grande armata di XLVII uscieri e XXV galee sottili, e più altri legni e cocche cariche di vittuaglia; e egli in persona col prenze di Taranto e con messer Gianni prenze de la Morea suoi fratelli, e con più baroni e con quantità di MCC cavalieri, partì di Napoli dì X di luglio, e venne per mare, e entrò in Genova a dì XXI di luglio MCCCXVIII, e da' cittadini fu ricevuto onorevolemente come loro signore, e rifrancò la città, che poco si potea tenere per difalta di vittuaglia. Incontanente che 'l re fu giunto in Genova, gli usciti levarono l'oste ch'aveano messa in Bisagno, e si ridussono a la montagna di San Bernardo e di Peraldo, e a' borghi di Prea verso ponente.
XCIV
Come i Genovesi diedono la signoria di Genova al re Ruberto.
Nel detto anno, a dì XXVII di luglio, i capitani di Genova e l'abao del popolo e la podestà in pieno parlamento rinunziarono la loro balìa e signoria, e con volontà del popolo diedono la signoria e la guardia della città e della riviera al papa Giovanni e al re Ruberto per X anni, secondo i capitoli di Genova; e 'l re Ruberto la prese per lo papa e per sé, come quegli che più tempo dinanzi l'avea disiderata, a intenzione quando avesse a queto la signoria di Genova, si credea racquistare l'isola di Cicilia, e venire al di sopra di tutti gli suoi nimici; e a questo intendimento procacciò più tempo dinanzi la rivoluzione della città, e di farne cacciare fuori gli Ori e gli Spinoli, però che più volte, essendone eglino signori di Genova, contastarono il re Ruberto e il re Carlo suo padre, e atarono quegli d'Araona che teneano l'isola di Cicilia, come adietro è fatta menzione.
XCV
De la viva guerra che gli usciti di Genova co' Lombardi feciono al re Ruberto.
Per la venuta del re Ruberto in Genova non affiebolìo l'oste di fuori, ma maggiormente crebbe per l'aiuto de' signori di Lombardia di parte d'imperio, e rifeciono lega collo imperadore di Gostantinopoli, e col re Federigo di Cicilia, e col marchese di Monferrato, e con Castruccio signore di Lucca, e ancora co' Pisani al segreto. E stando all'assedio, forti e gravi battaglie continuamente davano a la città, traboccandola con più difici, e assalendola da più patti di dì e di notte, come gente di gran vigore, sì fattamente, che 'l re Ruberto con tutto il suo isforzo non aquistò niente sopra loro in niuna parte, anzi con cave sotterra puntellaro gran pezzo delle mura da la porta a Santa Agnesa, e quelle feciono cadere, e parte di loro per forza entrarono nella città, onde il re in persona s'armò con tutta sua gente, e con gran vigore affrontandosi in su le mura rovinate colle spade in mano, pure i maggiori baroni e cavalieri del re ripinsono fuori i loro nemici con gran danno di gente dell'una parte e dell'altra, e rifeciono le mura con grande affanno in poco di tempo, lavorandovi di dì e di notte. Istando il re e sua gente in Genova così assediato e combattuto, sì mandò per aiuto in Toscana, e di più patti l'ebbe; da' Fiorentini C cavalieri e Vc pedoni tutti soprasegnati a gigli, e di Bologna altrettanti, e simigliante di Romagna e di più altre parti, e andarono a Genova per mare per la via di Talamone; sì che, giunta l'amistà, il re si trovò in Genova in calen di novembre del detto anno con più di MMD cavalieri e pedoni sanza numero. Di fuori n'avea più di MD cavalieri, ed era capitano dell'oste messer Marco Visconti di Milano, e aveano le fortezze de' monti d'intorno, per modo che 'l re non potea campeggiare. E così dimoraro le dette osti in guerra stretta di badalucchi e di traboccarsi e saettarsi tutta la detta state, e eziandio il verno, che l'uno da l'altro non potea avanzare. E in questa stanza il detto messer Marco Visconti ebbe tanta audacia, che fece richiedere il re Ruberto di combattere co·llui corpo a corpo, e quale vincesse rimanesse signore; per la qual cosa il re molto isdegnò.
XCVI
Come nella città di Siena si fece una congiura e ebbevi romore e gran mutazione.
Nel detto anno, del mese d'ottobre, MCCCXVIII, nella città di Siena nacque scandalo e romore, del quale fue capo messer Sozzo Dei e messer Deo de' Tolomei, con séguito de' giudici e de' notari e beccari che voleano muovere il reggimento dello stato della città, e molto vi furono di presso, e la città tutta ad arme. E trovandosi la gente de' Fiorentini ch'andavano a Genova in Siena, a richesta del detto Comune seguirono l'oficio de' nove che reggeano la terra, onde quegli della detta congiura vennero a niente, e furono cacciati di Siena; onde si criò grande divisione nella città, e per questa cagione non mandarono i Sanesi aiuto al re Ruberto. E alcuno disse che, perché l'ordine de' nove che si reggea molto al volere de' Salimbeni (e aveavi de' Ghibellini) non voleano mandare aiuto al re Ruberto, que' de' Tolomei feciono quella novità; ma di vero si crede cominciasse per mutare stato nella città per la briga già nata tra' Tolomei e' Salimbeni, trovando quella cagione.
XCVII
Come la gente del re Ruberto sconfissono gli usciti di Genova a la villa di Sesto, e si partirono dall'assedio della città.
Nel detto anno MCCCXVIII, essendo il re Ruberto stato assediato in Genova, per lo modo che addietro fa menzione, più di VI mesi, si pensò che non potea gravare i nimici suoi di fuori se non ponesse sua oste in terra tra' borghi e Saona: fece ordinare una armata dì LX tra galee e uscieri, e ivi su fece ricogliere da VIIIcL cavalieri, e gente a piè bene XVm; e con questa gente furono quegli de' Fiorentini e gli altri Toscani, e di Bologna, e Romagnuoli, e partirsi di Genova a dì IIII di febbraio per porre la detta gente nella contrada di Sesto. Sentendo ciò gli usciti e que' di fuori, incontanente vi mandarono di loro gente a cavallo e a piè in grande quantità per contastare la riva a l'oste del re Ruberto, acciò che non ponessono in terra la gente del re. Arrivaro a dì V di febbraio, e con grande travaglio mettendosi innanzi botti vote, combattendo co' nimici manescamente, onde i principali furono i Fiorentini e gli altri Toscani che prima scesono di galee sotto la guardia de' balestrieri delle galee ch'erano a la riva, e per forza d'arme presono terra, e la gente degli usciti ruppono e sconfissono in su la piaggia di Sesto, e assai ne furono morti e presi; e quegli che scamparono fuggirono ne' borghi e a Saona; e la notte vegnente tutta l'oste ch'erano ne' borghi e al monte di Peraldo e di San Bernardo si partiro, e sì n'andaro verso Lombardia, e lasciarono tutti i loro arnesi sanza ricevere altra caccia, che il re non volle che sua gente si mettesse a seguirgli al periglio in quelle montagne. Appresso quegli della città di Genova ripresono i borghi di Prea e Co di Fare, e tutte le fortezze di fuori.
XCVIII
Come il re Ruberto si partì di Genova e andò a corte di papa in Proenza.
Nell'anno MCCCXVIIII, a di XXVIIII d'aprile, il re Ruberto si partì di Genova con XL galee, e con sua gente se n'andò in Proenza ov'era la corte del papa a Vignone, e ivi da papa Giovanni fu ricevuto onorevolemente. In Genova lasciò per suo vicario messer Ricciardo Gambatesa d'Abruzzi, uno savio signore, con VIc cavalieri e con più sergenti a piè, e con più galee a la guardia di Genova.
XCIX
Come gli usciti di Genova co' Lombardi tornarono all'assedio di Genova.
Nel detto anno MCCCXVIIII, sentendo gli usciti di Genova partito il re Ruberto, sì armarono in Saona XXVIII galee, onde fu amiraglio messer Currado d'Oria, e mandarono in Lombardia per aiuto, e raunarono M e più cavalieri, la maggiore parte Tedeschi, e grande quantità di popolo; e a dì XXVII di luglio del detto anno tornarono a oste sopra Genova, e puosonsi a campo in Ponzevera, e a dì III d'agosto vegnente s'appressarono a la città, dando battaglia a' borghi da più parti per terra da la parte di Bisagno; e le dette galee entrarono nel porto combattendo fortemente la città, ma niente acquistarono. E a dì VII d'agosto vegnente fue una grande battaglia nel piano di Bisagno tra gli usciti e quegli della città, e l'una parte e l'altra ricevettono danno assai, sanza avere nessuna parte onore de la vittoria, che que' di fuori si ritrassono al poggio, e que' d'entro si tornarono nella città: apresso continuamente combatteano di dì e di notte la città per mare e per terra.
C
Come messer Cane prese le borgora di Padova.
Nel detto anno MCCCXVIIII, d'agosto, messer Cane della Scala cogli usciti di Padova, che' Padovani non vollono rimettere nella terra per gli patti fatti per messer Cane, sì venne a oste sopra Padova con MM cavalieri e Xm pedoni, e presono le borgora, e puosonvi tre campi per assediare Padova.
CI
Come i Guelfi di Lombardia ripresono Chermona.
Nel detto anno, dì X d'ottobre, i Fiorentini mandarono in Lombardia CCCL cavalieri per una taglia fatta per Bologna e parte guelfa di M cavalieri, ond'era capitano messer Ghiberto da Coreggia: partissi di Brescia, e prese la città di Chermona per tradimento, e recolla a parte guelfa; ma per la lunga guerra e mutazioni era quasi strutta e recata a niente la detta Chermona.
CII
Come messer Ugo dal Balzo fue sconfitto ad Alessandra.
Nel detto anno MCCCXVIIII, del mese di dicembre, essendo messere Ugo dal Balzo in Piemonte per lo re Ruberto nel borboglio d'Alessandra, e assediava la detta città, uscendo un dì fuori con CC cavalieri per far fare legname per fare ponti e difici, messer Marco Visconti di Milano con VIc cavalieri per uno aguato gli uscì adosso, e sconfisse, e uccise.
CIII
Come gli usciti di Genova ripresono i borghi di Genova.
Nel detto anno MCCCXVIIII, a dì X d'ottobre, avendo gli usciti di Genova co la lega di Lombardia date più battaglie a la città per terra e per mare, sì presono per forza il Castellaccio, ch'aveano fatto i Guelfi d'entro in sul monte e di Peraldo e di San Bernardo, il quale era con poca guardia; e con quella vittoria discesono giù a' borghi, e sanza ritegno gli ebbono; che veduto i Genovesi d'entro perduto il poggio, abandonaro i borghi. E così la detta oste riprese la signoria de' borghi come innanzi altra volta s'aveano, e pochi dì apresso ebbono la torre di Co di Fare, e quegli dell'oste di Bisagno per non essere troppo sparti si ritrassono al poggio e a' borghi di Prea, a dì XVIIII di novembre; e così tutto il verno vegnente combatterono la città continuamente per mare e per terra, e tenealla molto afflitta. In questo assedio l'armata degli usciti di Genova ebbe sì grande fortuna, che si levò da Genova, e VIII di loro galee ruppono in terra a Chiaveri, e perdero tutta la gente, e il rimanente si tornò in Saona rotte e stracciate. E in questo tempo essendo XII galee di Provenzali a Noli, que' di Saona armarono XXII galee, e sopra Noli combatterono quelle XII galee del re, e VIII ne presono, e quattro ne tirarono in terra. Sentendo ciò quegli di Genova, andarono a Saona con XXXVI galee, ma niente poterono danneggiare il porto.
CIV
Come i Ghibellini presono Spuleto.
Nel detto anno MCCCXVIIII, del mese di novembre, per trattato e aiuto del conte Federigo da Montefeltro e degli altri Ghibellini de la Marca e del Ducato, la parte ghibellina di Spuleto ne cacciarono per forza la parte de' Guelfi, e combattendo la città vi furono assai micidii e incendii, e presono i Ghibellini più di CC buoni uomini de la città di parte guelfa, e misergli in pregione. I Perugini, i quali furono tardi al soccorso de' Guelfi, vennero poi all'assedio di Spuleto con tutto loro isforzo, e stando al detto assedio, l'anno appresso il detto conte Federigo fece rubellare a' Perugini la città d'Ascesi, per la qual cosa si partirono da guerreggiare Spuleto, e puosonsi a l'assedio d'Ascesi, l'anno MCCCXX. E 'l detto anno, del mese di dicembre, i Ghibellini di Spuleto a furore corsono a le carcere ove aveano in pregione i Guelfi, e vi misono fuoco e arsonvegli tutti dentro; la quale fue una scellerata crudeltade.
CV
Come il re di Tunisi ritornòe in sua signoria.
Nel detto anno MCCCXVIIII il re di Buggea, il quale era stato prima re di Tunisi e poi cacciato per un altro ch'era di suo legnaggio che si fece re, sì rivenne a la città di Tunisi, e colla forza degli Arabi sì ne cacciò il detto re, e racquistò la signoria; e quegli che tenea la città se n'andò a Tripoli di Barberia, e accordossi col re Federigo di Cicilia per moneta che gli diede, e col suo aiuto fece grande guerra al re che tenea Tunisi, per terra, e più per mare; che la seccò di vittuaglia, che Tunisi era in grande bisogno; onde quello re che tenea Tunisi, dando al re Federigo maggiore quantità di moneta, s'accordò co·llui, e fornigli la terra di vittuaglia, e rimase signore: e così il re Federigo di Cicilia con inganno da' detti due re saracini guadagnò in poco tempo CC migliaia di dobbre d'oro.
CVI
Come Castruccio signore di Lucca ruppe pace a' Fiorentini, e cominciò loro guerra.
Nell'anno MCCCXX, del mese d'aprile, essendo Castruccio Interminelli signore di Lucca a parte ghibellina e a·llega co' Pisani, sentendo che 'l sopradetto papa Giovanni col re Ruberto aveano sommosso di fare venire di Francia in Lombardia messer Filippo di Valos figliuolo di messer Carlo fratello del re di Francia con grande gente d'arme, per contastare la forza di messer Maffeo Visconti e de' figliuoli e di sua lega; e sentendo che' Fiorentini e' Sanesi e' Bolognesi aveano mandati in Lombardia M cavalieri a richesta della Chiesa e del re Ruberto, e erano già a la città di Reggio, il detto Castruccio a preghiera e richesta del detto messere Maffeo Visconti e della lega de' Ghibellini di Lombardia ruppe pace a' Fiorentini per isturbare la detta impresa di Lombardia; e ancora come tiranno, che istando in pace scema suo stato, e vivendo in guerra l'asalta. E Castruccio, come uomo vago di signoria, credendo montare in istato, cominciò guerra a' Fiorentini; e sanza nullo isfidamento co la forza de le masnade de' Pisani cavalcò, e prese e fugli renduto come avea ordinato il castelletto di Cappiano, e 'l ponte sopra la Guisciana, e Montefalcone, le quali fortezze teneano i Fiorentini. E fatto ciò, passò la Guisciana, e corse guastando e ardendo intorno a Fucecchio, e a Vinci, e a·cCerreto, e poi infino a Empoli in sul contado di Firenze. E ritornando si puose ad assedio a Santa Maria a Monte che si tenea per gli Fiorentini, salvo la rocca si tenea per gli terrazzani, e quella in pochi giorni ebbe, però che' terrazzani per tradimento l'arenderono, dì XXV d'aprile; e' Fiorentini non erano proveduti come si convenia: credendosi conservare la pace, non poterono a·cciò riparare; e avuta la terra, tornòe a Lucca con grande trionfo, e quegli traditori che gli aveano renduta Santa Maria a Monte per sospetto menò a Lucca, e in pregione languendo gli fece morire. E apresso in quello anno il detto Castruccio più castella di Carfagnana e di Lunigiana vinse e recò alla sua signoria, per la qual cosa sturbò molto, ma quasi tutta la 'mpresa fatta per la Chiesa e per lo re Ruberto in Lombardia co l'altre cagioni, come innanzi farà menzione.
CVII
Come gente degli usciti di Genova furono sconfitti a Lerici.
Nel detto anno MCCCXX, essendo in Genova grande stretta di vittuaglia, perché gli usciti di Genova con XVII galee corseggiavano la riviera, e prendeano navi e cocche e altri legni che recavano vittuaglia a Genova, quegli di Genova armarono XXVII galee, e seguirono quelle degli usciti, e in Lerici le rinchiusono, e ripresono una nave e una cocca carica di vittuaglia ch'aveano prese le dette galee degli usciti. E assediando quelle galee in Lerici co' loro uscieri, feciono venire da Genova CL cavalieri di quegli del re Ruberto, e quegli di Lerici tirate le galee in terra, si misono a combattere co' detti cavalieri: a dì XXXI di maggio furono sconfitti da la gente del re Ruberto e di Genova, combattendo contra loro per mare e per terra; presono e arsono il porto di Lerici, e le dette galee con gran danno degli usciti.
CVIII
Come quegli di Genova presono il Bingane.
Nel detto anno MCCCXX il vicaro del re Ruberto co' Genovesi armarono da LX tra galee e uscieri: con CCCCL cavalieri n'andarono e puosono assedio a la città dal Bingane e quella combattendola, per forza presono a dì XXI di giugno, e rubarla tutta. Allora tutto il marchesato di Cravigiana tornò a la signoria di Genova e di parte guelfa.
CIX
Come il papa e la Chiesa feciono venire in Lombardia messer Filippo di Valos di Francia.
Nel detto anno MCCCXX, avendo il papa e la Chiesa fatte fare più richeste a messer Maffeo Visconti e a' figliuoli che si levassono dall'assedio de la città di Genova, la quale si tenea per la Chiesa e per lo re Ruberto, come addietro fa menzione, e quegli i detti comandamenti non ubbidiro, opponendo che Genova era terra d'imperio e non di Chiesa; per la qual cosa per lo papa fu fatto processo e scomunica contra a' detti, e interdetto Milano e Piagenza e l'altre città di Lombardia che' detti per forza tirannescamente teneano e signoreggiavano, e ordinò che messer Filippo di Valos nipote del re di Francia venisse in Lombardia per vicaro di Chiesa per abbattere la signoria de' detti sismatici e rubegli della Chiesa, il quale messer Filippo vi venne con VII conti e con CXX cavalieri tra banderesi e di corredo, con quantità di VIc gentili uomini d'arme a cavallo, molto bella e nobile gente, al soldo della Chiesa e del re Ruberto. E mandò in Lombardia per legato della Chiesa messer Beltramo del Poggetto cardinale con VIIIc cavalieri tra Provenzali e Guasconi, i quali col detto legato e con messer Filippo di Valos e sua gente s'agiunsono a la città d'Asti in Lombardia; ed avendo novelle che la città di Vercelli si combattea dentro tra' Guelfi e' Ghibellini, si partì il detto messer Filippo d'Asti con quella tanta gente ch'avea, sanza attendere l'altra cavalleria che gli mandava il papa e 'l re Ruberto di Proenza, e quella che gli mandava il re di Francia e messer Carlo suo padre di viennese, e siniscalcato di Belcari, che in piccolo tempo sarebbe stata grandissima quantità di gente, e sanza attendere M cavalieri che' Fiorentini e' Bolognesi e' Sanesi gli mandavano in aiuto in Lombardia; e per male consiglio, con quantità di MD cavalieri si mise a oste tra Vercelli e Noara in luogo detto Mortara. Sentendo la sua venuta il capitano di Milano, il quale era come uno grande re in Lombardia, ch'egli con IIII suoi figliuoli signoreggiava Milano, Pavia, Piagenza, Lodi, Commo, Bergamo, Noara, Vercelli, Tortona, e Allessandra, sanza la forza dell'altre città di Lombardia di parte d'imperio e ghibellina ch'erano a conlega co·llui, e Pisa, e Lucca, e Arezzo in Toscana, sì mandò i suoi figliuoli con tutto suo isforzo contra il detto messer Filippo di Valos, che furono IIIm e più uomini a cavallo, gran parte Tedeschi, e gente a piè sanza numero, e puosonsi a campo contra la detta oste apresso d'uno miglio di terra.
CX
Come messer Filippo di Valos si tornò in Francia con vergogna, sanza niente aquistare.
Messer Galeasso e messer Marco figliuoli del capitano di Milano, capitani dell'oste, feciono richiedere messere Filippo di Valos di volere parlamentare co·llui, e ordinato il parlamento, e agiunti insieme, messer Galeasso con savie e maestrevoli parole, che le sapea ben dire, pregò messer Filippo che non gli fosse incontro né gli volesse disertare; e com'elli e' suoi sempre erano stati amici e servidori del re di Francia e del suo padre messer Carlo, e che l'avea fatto cavaliere, e che la tenza da' suoi a la Chiesa la rimettea volentieri nel re di Francia, e mostrogli la sua forza e cavalleria, ch'era più di due tanti che quella della Chiesa, e che per suo amore e del padre non gli volea offendere come potea. Veggendosi il giovane messere Filippo a sì fatto punto condotto, non gli parve bene stare (e dissesi per tradimento di messere Berardo di Marcoglio suo maliscalco, il quale era stato ribello e bandito del re di Francia, per sua vendetta, e perché si disse che n'ebbe molti danari dal capitano di Milano, per farlo venire innanzi al termine ordinato sanza attendere l'altro soccorso), sì s'accordò co' detti figliuoli del capitano di Milano, e tornossi con grandi presenti e doni vituperosamente in Francia co la sua gente. Questo fu del mese d'agosto, anni MCCCXX: poco apresso i detti figliuoli di messer Maffeo ebbono per forza e per assedio la parte de la città di Vercelli che teneano i Guelfi, e fu preso messer Simone da Collibiano signore di Vercelli, e menato a Milano; e 'l vescovo suo fratello scacciato con tutti i suoi seguaci. Ancora il detto messer Filippo di Valos rendé a messer Filippo di Savoia il castello di Cavignano in Piemonte, il quale si tenea per la gente del re Ruberto, e eragli molto caro, e ebbene, si disse, Xm fiorini d'oro. E peggiorò duramente le condizioni di Lombardia, a danno e a vergogna della Chiesa e del re Ruberto e di chi a·lloro attenea; che per questa cagione la gente de' Fiorentini e' Bolognesi e' Sanesi, ch'erano già infino a Reggio, si tornarono adietro, e la forza e vigore del capitano di Milano e de' figliuoli molto acrebbe. Di questa difalta si scusò in Francia messer Filippo al re e a messer Carlo, ch'era stata perché il papa e·re Ruberto non gli aveano attese le convenenze di fornirlo di moneta e di gente al tempo, come aveano promesso; ma per gli più si disse che la difalta fu sua, e di chi l'ebbe a consigliare di venire più tosto verso Milano, che non era ordinato: ma quale si fosse la cagione, egli acquistò poco onore. Ed è da notare una favola che si dice e dipigne per dispetto degl'Italiani in Francia, che' Lombardi hanno paura de la lumaccia, cioè lumaca. I signori Visconti di Milano, come si sa, hanno l'arme loro il campo bianco e la vipera cilestra ravolta con uno uomo rosso in bocca; e messer Marco Visconti per leggiadria e grandezza avea la sua bandiera e schiera di cavalieri, intorno di Vc pur de' migliori scelti per feditori, e tutti co la detta sopransegna. Gl'ignoranti Franceschi credevano che quella insegna fosse una lumaccia, e per loro dispetto e contrario fosse per loro fatta, onde il si recarono a grande onta, e forte ne parlaro in Francia del dispetto ch'aveano loro fatto i Lombardi; ma co la beffa e disinore si tornarono in Francia, per lo modo che detto avemo.
CXI
Come Castruccio andò ad oste nella riviera di Genova.
Nel detto anno MCCCXX, in quello tempo ch'erano in Lombardia le dette novità de la venuta di messer Filippo di Valos, non cessò la lega de' Ghibellini di Lombardia l'assedio di Genova, ma maggiormente l'acrebbono e rinforzaro, e feciono lega da capo con Federigo re di Cicilia, e collo 'mperadore di Gostantinopoli, e cogli usciti di Genova, e con Castruccio signore di Lucca, il quale Castruccio con sua gente venne a oste ne la riviera di Genova da la parte di levante; e più castella e terre della riviera gli si renderono. E quegli de' borghi di Genova per la sua venuta crebbono l'oste, e misono campo in Bisagno per assediare al tutto la terra di Genova.
CXII
Come Federigo di Cicilia mandò sua armata di galee a l'assedio di Genova.
Nel detto anno MCCCXX, del mese di luglio, il re Federigo che tenea la Cicilia fece armare XLII tra galee e uscieri, e con CC cavalieri mandò la detta armata in servigio degli usciti di Genova, e gli usciti di Genova n'armarono XXII galee, le quali galee s'aggiunsono insieme del mese di agosto per consumare Genova, assediandola strettamente per terra e per mare, per modo che nullo vi potea entrare né uscire, e la città era male fornita e a grande disagio di vittuaglia e di molte cose. Della detta armata era capo amiraglio messer Currado d'Oria uscito di Genova.
CXIII
Come il re Ruberto fece armata di galee per contastare quella di Ciciliani, e quello ch'aoperò.
Nel detto anno MCCCXX, sentendo il papa e 'l re Ruberto l'apparecchiamento fatto per gli usciti di Genova e per quello di Cicilia, feciono armare LXV galee tra in Proenza e a Napoli; e quegli di Genova armarono XX galee; e del detto stuolo fu amiraglio messer Ramondo di Cardona d'Aragona. E congiunte le dette galee insieme, vennero sopra Genova per combattere con quelle de' Ciciliani e degli usciti di Genova, le quali sentendo come venia contra loro quella armata, si partirono della riviera di Genova, e vennono in Porto Pisano, e poi con savio provedimento di guerra per fare partire l'armata de la riviera sanza soggiorno se n'andarono in verso Napoli; e giunte a l'isola d'Ischia, misono i cavalieri in terra, e corsono l'isola e guastarla in parte. Sentendo la loro partita l'amiraglio del re Ruberto, con sua armata si partì di Genova e de la riviera, e le seguì vigorosamente per abboccarsi co·lloro, e sopragiunsegli a Ischia una sera a tardi. Quelle galee di Cicilia e degli usciti, veggendo i nimici sì di presso per volere la battaglia, si ricolsono di notte, e si misono in mare dando boce di tornarsi in Cicilia. L'amiraglio del re Ruberto veggendoli la mattina partiti, volendogli seguire, la gente di Principato, ch'erano intorno di XXX galee, trovandosi in loro paese, gridarono: "Rinfrescamento e panatica!": e di vero bisogno n'aveano; e così a grido, sanza alcuno ritegno a Napoli se n'andaro. Le galee di Proenza e di Genova rinfrescati a Ischia alquanti giorni, avendo novelle come l'armata de' Ciciliani e usciti di Genova aveano fatta la via di ponente verso Genova, per seguirle in verso Proenza si ritornaro; e così la detta armata per male seguire il loro amiraglio, overo per sua difalta e mala condotta, quasi tutta si sbarattò e venne a niente; che se avessono seguita quella de' Ciciliani e degli usciti di Genova, di certo s'avisava che sarebbono stati vincitori, però ch'erano più galee, e meglio armate.
CXIV
Di quello medesimo.
L'armata de' Ciciliani e degli usciti di Genova maestrevolemente e non sanza temenza partiti da Ischia, nel porto di Genova arrivaro a dì III di settembre MCCCXX, e con grande tumulto gridando ch'aveano sconfitti l'armata del re Ruberto per ispaventare que' di Genova, assaliro la città da la parte del porto; e gli usciti e' Lombardi ch'erano a l'assedio l'asalirono da la parte di terra da più parti. Quegli della città co la gente del re Ruberto con grande affanno di dì e di notte, e paura e con difalta e necessità di vittuaglia, francamente si difesono da più assalti e battaglie di mare e di terra, sì che i nimici non acquistarono niente.
CXV
Come i Fiorentini feciono tornare Castruccio da l'assedio di Genova.
Nel detto anno MCCCXX Castruccio signore di Lucca con suo isforzo e coll'aiuto delle masnade de' Pisani andò con grande oste verso Genova per la lega fatta per istrignere la città, e vincerla per forza e assedio coll'aiuto dell'armata di Cicilia per lo modo che detto è. I Fiorentini, sentendo cavalcato Castruccio, i loro soldati mandaro in sul contado di Lucca ne le contrade di Valdinievole guastando e ardendo, e tornando ad Altopascio. Castruccio ch'era presso a Genova, sentendo ciò, temendo che la città di Lucca per tradimento non gli si rubellasse, tornò in Lucca con tutta la sua oste. Sentendo ciò il capitano de la guerra de' Fiorentini, co le masnade de' soldati si ritrassono verso Fucecchio, e Castruccio con sua gente vigorosamente se ne venne a oste a Cappiano in su la Guisciana a petto a' Fiorentini. Quivi per istanza di più mesi l'una oste di qua dal fiume, e l'altra di là, stettono a perdere tempo e a badaluccare con grande spendio, faccendo battifolli, fortezze, e ponti, e difici per gravare l'una oste l'altra, sanza avanzare neente l'una parte a l'altra; e sì aveva ciascuna parte da MCC cavalieri in su, sanza il popolo grandissimo. A la fine per la vernata e mal tempo di pioggia ciascuna parte si partì sanza altro avanzo, e con poco onore de' Fiorentini, se non in tanto che di vero si disse che per l'andata de' Fiorentini Castruccio con sua oste non andòe a l'assedio di Genova; che se giunto vi fosse coll'altra forza de' Ghibellini, la città non si potea tenere.
CXVI
De le battaglie che gli usciti di Genova e' Ciciliani diedono a la terra, e ebbono il peggiore.
Nel detto anno MCCCXX, essendo l'oste a Genova per mare e per terra per lo modo detto addietro, e veggendo i Ciciliani e gli usciti di Genova che da la parte del porto non poteano prendere la città, però che 'l porto era tutto impalizzato e incatenato, e di sopra di grosso legname imbertescato, di maraviglioso lavoro, e veggendosi venire il verno adosso, si ritrassono con tutta loro armata in Bisagno, e da quella parte co' loro cavalieri e co la ciurma de le loro galee in terra discesono, e sopra Carignano la terra agramente combattero per due volte, l'una a dì XXVI di settembre, e l'altra a dì XXVIIII di settembre, con grande speranza d'avere la città per forza da quella parte; e quegli de' borghi combatteano la città da la loro parte, quegli de la città difendendosi di dì e di notte a tutte le battaglie vigorosamente. A la fine, a l'ultima battaglia, uscì la cavalleria ch'era nella città del re Ruberto con popolo assai per la porta di Bisagno, e assalendo l'oste de' Ciciliani e usciti, vigorosamente gli levaro da la battaglia de la città: ritraendosi combattendo quasi come sconfitti, si ricolsono a galee, e vi lasciarono presi e morti gente assai; e la detta armata de' Ciciliani se n'andò in Cicilia molto peggiorata, e quella degli usciti a Saona; e così l'ultimo dì di settembre fu liberata la città di Genova, e il campo dell'oste ch'era in Bisagno si ritrasse al monte e a l'altra oste ch'era ne' borghi.
CXVII
Come gli usciti di Genova guastarono Chiaveri.
Nel detto anno MCCCXX, a dì XIIII di dicembre, XV galee degli usciti di Genova corseggiando la riviera scesono al borgo di Chiaveri, e quello per forza presono, e ruballo e arsollo tutto.
CXVIII
Come gli usciti di Genova ebbono Noli, e feciono diversa guerra.
Nel detto anno MCCCXX, a dì XXV di gennaio, gli usciti di Genova per mare, e 'l marchese dal Finale per terra, assediarono la città di Noli, traboccandola e combattendola per più volte: a la fine si rendero a patti a dì VI di febbraio MCCCXX salvo il castello, che si tenne poi insino a dì VI d'aprile vegnente, e per fame si rendéo. Chi potrebbe scrivere e continuare il diverso assedio di Genova, e le maravigliose imprese fatte per gli usciti co·lloro allegati? Certo si stima per gli savi che·ll'assedio di Troia, in sua comparazione, non fosse di maggiore continuamento di battaglie per mare e per terra, che così il verno come la state tenendo galee armate in mare, assediando la città, per modo che a grande distretta e necessitade di vittuaglia la condussono più volte nel detto anno MCCCXX e nel MCCCXXI vegnente; e per due volte la loro armata per fortuna di mare percosse in terra, e rotte le loro galee, e perita gran parte de la gente, per ciò non lasciavano la guerra, sanza il continovo corseggiare per mare in diverse parti del mondo, consumando l'una parte l'altra di più mercatantia che non vale uno reame; de le continue battaglie di terra assalendo la città per dì e per notte con più difici, gittando que' di fuori a que' d'entro, e quegli d'entro a que' di fuori, e con rovinare le mura della città, e di quelle fare cadere, e quegli d'entro con grande travaglio e necessitadi sollecitamente riparare e difendere, se tutto questo libro fosse scritto per quelle storie seguire, sanza altro sarebbe pieno. E nonn-è da maravigliare, che i Genovesi erano i più ricchi cittadini e' più possenti in quello tempo che fossono tra' Cristiani, né eziandio tra' Saracini; e coll'una parte e coll'altra erano allegati i signori e comunanze di grandissima potenzia, come è fatta menzione.
CXIX
Come il fratello del re di Spagna fue sconfitto da' Saracini di Granata.
Nel detto anno MCCCXX i Saracini del reame di Granata, essendo sopra loro ad oste il fratello del re di Spagna con grande quantità di Cristiani a cavallo e a piè, quelli Saracini non possendo a la forza riparare, con grande spendio di pecunia corruppono certi baroni traditori di Spagna, i quali non seguirono il loro signore: assaliti da' Saracini furono sconfitti, e presso a Xm Cristiani furono tra morti e presi, e morto vi fu il detto fratello del re di Spagna, e corsono la Spagna infino a Sibilia a grande dammaggio e vergogna de' Cristiani.
CXX
Come i frieri dello Spedale isconfissono i Turchi con loro navilio a Rodi.
Nel detto anno MCCCXX uno ammiraglio di Turchia venendo per prendere l'isola di Rodi, che tenea la magione dello Spedale, con più di LXXX tra galee e altri legni di Saracini, il comandatore di Rodi con IIII galee e con XX piccioli legni, e coll'aiuto di VI galee de' Genovesi d'entro che tornavano d'Erminia, combattero co' detti Saracini e sconfissogli, e grande parte de' detti legni presono e profondaro. Appresso andaro a una isoletta ivi presso, come aveano posti più di Vm uomini saracini per mettergli in su l'isola di Rodi: le dette galee de' Cristiani tutti gli ebbono presi, e uccisono i vecchi, e' giovani venderono per ischiavi.
CXXI
Come messer Cane de la Scala essendo all'assedio di Padova fu sconfitto da' Padovani e dal conte da Gurizia.
Nel detto anno MCCCXX messer Cane della Scala signore di Verona, essendo all'assedio de la città di Padova con tutto suo isforzo stato per più d'uno anno continuo, e a quella città quasi prese tutte le sue castella e contado, e sconfittigli per più volte, avea sì affritta, che più non si potea tenere, che tutta intorno con battifolli forniti di sua gente avea circondata, sì che vivanda non vi potea entrare. I detti Padovani quasi disperati d'ogni salute, si diedono al dogio d'Osteric eletto re de' Romani, il quale mandò a·lloro soccorso il conte da Gurizia e 'l signore di Gualfe con Vc cavalieri a elmo, il quale subitamente, e come di nascoso, entròe in Padova colla detta gente. Il detto messer Cane per grande audacia e superbia ch'avea de le sue vittorie, e per la grande cavalleria e popolo ch'avea in sua oste, poco si curava de' Padovani, e per lo lungo assedio, per troppa sicurtà, male si tenea ordinato. Avenne che a dì XXV d'agosto MCCCXX il detto conte da Gurizia co' suoi Frigolani e Tedeschi e co' Padovani uscì di subito de la città, e assalì l'oste vigorosamente. Messer Cane con alquanta di sua cavalleria male ordinata, credendo riparare, si mise a la battaglia, il quale dal conte da Gurizia e da' Padovani fue sconfitto e atterrato e fedito, e di poco scampò la vita per soccorso di sua gente; in su una cavalla in Monselice scampò, e l'oste sua fue tutta isbarattata, e rimasevi di sua gente morta e presa assai, e tutti i loro arnesi: e così per mala provedenza la fortuna di sì vittorioso tiranno si mutò in contradio. Al detto assedio di Padova morì Uguiccione da la Faggiuola in cittadella, di suo male, essendo venuto in aiuto a messer Cane. Questi fu l'altro grande tiranno che perseguì tanto i Fiorentini e' Lucchesi, come adietro è fatta menzione.
CXXII
Come morì il conte Gaddo signore di Pisa, e fu fatto signore il conte Nieri.
Nel detto anno MCCCXX il conte Gaddo de' Gherardeschi, ch'era signore di Pisa, morì (per gli più si disse per veleno), e fatto fu signore il conte Nieri suo zio; e lui fatto signore, mutò stato in Pisa, e tutti quegli ch'erano stati con Uguiccione da Faggiuola fece grandi, e a quegli che·ll'aveano cacciato tolse la signoria, e alquanti capitani di popolo fece morire, e altri fece ribelli, e chi confinati, e fece lega con Castruccio signore di Lucca e cogli usciti di Genova, dando loro occultamente aiuto e favore contra i Fiorentini e que' di Genova.
CXXIII
Come fu fatta pace dal re di Francia a' Fiamminghi.
Nel detto anno MCCCXX il conte Ruberto di Fiandra con Luis conte d'Universa suo figliuolo andarono a Parigi con grande compagnia di Fiamminghi di tutte le buone ville, per dare compimento a la pace dal re di Francia a·lloro de la grande guerra ch'era stata tra·lloro più di XXII anni. E ciò fu a mossa di papa Giovanni che vi mandòe uno suo legato cardinale, e come piacque a·dDio, del mese d'aprile, vi si diede compimento, e il re di Francia diede per moglie la figliuola a Luis figliuolo di Luis conte d'Universa, che dovea essere reda de la contea di Fiandra, e rendégli la detta contea. E' Fiamminghi per patti lasciarono Lilla e Doagio e Bettona e tutta la terra di qua dal fiume del Liscio, ove si parte la lingua francesca da la fiamminga, e promisono di dare al re di Francia mille migliaia di libbre di buoni parigini in termine di XX anni, per amenda e soddisfacimento delle spese, e di quello ch'aveano misfatto a la corona.
CXXIV
Come tra quegli della casa di Fiandra ebbe grande dissensione.
Nel detto anno MCCCXX, essendo i detti Fiamminghi in pace co' Franceschi e in buono stato, invidia nacque tra Luis conte d'Universa, maggiore figliuolo del conte di Fiandra, e Ruberto suo fratello; però che 'l conte vecchio loro padre amava più Ruberto suo minore figliuolo, perch'era più valoroso, e quasi al tutto l'avea fatto signore di Fiandra; onde il conte Luis forte isdegnò, e quasi tutto il paese se ne divise a setta, e per questa cagione in Guanto e in Bruggia ebbe più romori e battaglie cittadine, e uccisonne e cacciarne assai; e quegli che teneano con Luis e che amavano la pace co' Franceschi rimasono signori. In questo si disse che 'l conte vecchio volle essere avelenato, e fue aposto che Luis suo figliuolo il facea fare; per la qual cosa il fece prendere a Ruberto suo minore fratello, e mettere in pregione, onde il paese maggiormente si divise, che l'una parte tenea con Luis, e l'altra con Ruberto; e crebbe sì l'errore, che la villa di Bruggia si rubellò al conte e a messer Ruberto, e cacciarono de la terra tutta sua parte. Per la qual cosa quello anno e l'altro apresso il detto messere Ruberto gli guerreggiò e prese la villa del Damo e quella della Schiusa ov'è il porto. Quegli di Bruggia uscendo fuori a oste per assediare il Damo, quegli de la villa di Guanto e d'Ipro furono mezzani, e acconciarono quegli di Bruggia col conte, rimanendo signori la parte di Luis, dando al conte danari assai per amenda, si pacificaro.
CXXV
Come i Ghibellini furono cacciati di Rieti.
Nel detto anno MCCCXX, del mese d'agosto, i Guelfi della città di Rieti, coll'aiuto di quegli da l'Aquila e di Civitaducale e gente del re Ruberto, cacciarono per forza i Ghibellini di Rieti, e combattendo nella città, più di Vc n'uccisono, e più n'anegarono nel fiume, il quale di sangue corse. E poi apresso a IV mesi, essendo i detti Guelfi di Rieti a l'assedio del castello d'Airone nel contado di Spuleto, i Ghibellini di Rieti usciti, coll'aiuto e forza di Sciarra della Colonna, per forza rientrarono in Rieti e cacciarne i Guelfi che non erano a l'oste.
CXXVI
D'uno grande raunamento d'osti che fu tra' due eletti d'Alamagna.
Nel detto anno MCCCXX grande raunata fu fatta ne la Magna per combattersi insieme il dogio d'Ostoricchi e quello di Baviera, i quali amendue erano eletti re de' Romani per lo modo fatto menzione; e più tempo stettono ad oste in sul fiume del Reno, a..., quasi tutta la cavalleria de la Magna, chi dall'una parte e chi dall'altra. A la fine si partirono sanza combattere, perché quello di Baviera non poté durare la spesa.
CXXVII
Come Spinetta marchese s'alegò co' Fiorentini contra a Castruccio, ma tornò a vergogna de' Fiorentini.
Nell'anno MCCCXXI i Fiorentini volendo guerreggiare Castruccio signore di Lucca, sì feciono lega con Ispinetta marchese Malaspini, il quale, tutto fosse Ghibellino, per Castruccio era disertato di sue terre. I Fiorentini gli mandarono in Lunigiana per la via di Lombardia CCC soldati a cavallo e Vc a piè; e egli con suo aiuto fece C uomini a cavallo, e in poco tempo racquistò assai di sue castella; ed erano per discendere al piano di Lunigiana, e fare guerra assai a la città di Lucca, però che' Fiorentini da l'altra parte erano in sul contado di Lucca, e posto assedio al castello di Montevettolino con VIIIc cavalieri, soldati e gente a piè assai; e se' Fiorentini avessono fatta la 'mpresa con maggiore provedimento e con più forte braccio, de la guerra erano vincitori. Castruccio sentendo il detto apparecchiamento, non fue ozioso; mandò a tutti i suoi amici per aiuto, e di Lombardia dal capitano di Milano, e da quello di Piagenza, e da' Parmigiani ebbe Vc cavalieri, e da' Pisani e dal vescovo d'Arezzo e altri Ghibellini di Toscana più d'altri Vc, sì che si trovòe in Lucca con più di XVIc di cavalieri, e disponendo suo consiglio saviamente, la 'mpresa di Lunigiana lasciò, e con tutta sua oste de' detti cavalieri, e popolo sanza numero, venne contra l'oste de' soldati di Firenze. I Fiorentini male proveduti di sì fatta impresa, e non credendo che la sua forza fosse sì grande per l'aiuto de' Lombardi, si levarono dall'assedio di Montevettolino, e si ritrassono in su Belvedere. Castruccio e sua oste seguendogli si puose a oste contra a·lloro, e se la sera avesse combattuto, di certo avea la vittoria, però che di gente e di tutto avea l'avantaggio. Guido da la Petrella, capitano delle masnade de' Fiorentini, la sera francamente si difese, assalendo con badalucchi la gente di Castruccio, mostrando gran vigore, e che attendessono aiuto. La notte vegnente, dì VIII di giugno, accesono molti fuochi e faccelline, faccendo sembiante d'assalire i nemici, e per questo modo lasciando i falò e luminare nel campo accesi, si levarono da campo salvamente con tutta sua oste, e si ridusse in Fucecchio e a Carmignano e a l'altre castella; e vennegli bene, che una grande acqua da cielo venne la notte, per che Castruccio non sentì la partita, e fu gabbato per le luminare. La mattina per tempo vedendo Castruccio partiti i suoi nimici, si tenne ingannato, e incontanente cavalcò, e guastò Fucecchio intorno, e Santa Croce, e Castello Franco, e Montetopoli, e Vinci, e Cerreto sanza contasto niuno: stette a oste per XX dì sanza riparo con grande vergogna de' Fiorentini, e tornossi in Lucca con grande onore. I Fiorentini per questa cagione feciono tornare di Lunigiana i loro cavalieri. Castruccio incontanente vi cavalcò, e riprese tutte le sue castella e Pontriemoli e più terre de' marchesi, e Spinetta le abandonò, e tornossi a messer Cane a Verona.
CXXVIII
Di novità d'ufici di Firenze.
Nel detto anno e mese di giugno, incorrendo a' Fiorentini sì fatte traverse di guerra, e per la setta di quegli che non reggeano la città erano i priori e' rettori caloniati e biasimati, onde si criò uno uficio di XII buoni uomini popolani due per sesto, che consigliassono i priori, e che sanza loro consiglio e diliberazione i priori non potessono fare niuna grave diliberazione, né prendere balìa. Il modo fue assai lodato, e fue sostegno de la setta e istato che reggeva.
CXXIX
Come il marchese Cavalcabò co la lega di Toscana fue sconfitto in Lombardia.
Nel detto anno MCCCXXI papa Giovanni e 'l re Ruberto per soccorrere il Piemonte e' loro amici di Lombardia, che molto era isbigottiti per la partita di messer Filippo di Valos, mandarono là per capitano di guerra messer Ramondo di Cardona d'Araona con XIIc di cavalieri, che fosse col legato cardinale, e rifeciono lega co' Fiorentini e' Bolognesi e' Sanesi, i quali mandarono in Lombardia M cavalieri tra due volte, onde fu capitano il marchese Cavalcabò di Chermona, ed erano parte in Reggio e parte a la pieve d'Altavilla in sul contado di Piagenza. Di là da Po era il patriarca d'Aquilea con quegli de la Torre e co' Bresciani, e teneano Chermona e Cremma, e guerreggiavano il capitano di Milano. Messer Galeasso Visconti veggendosi così guerreggiare a' cavalieri di Toscana e di Bologna, e dentro a la terra avea sospetto, mandò per aiuto a Milano al padre, e a Pisa e a Lucca, i quali gli mandarono VIc cavalieri. Il marchese Cavalcabò con Vc cavalieri cavalcò in Valditara, e quello borgo e più castelletta prese, e puosesi a l'assedio a la rocca di Bardo. Il capitano di Piagenza vi mandò da VIIIc cavalieri in M al soccorso, e trovando il detto marchese mal proveduto di tanta forza de' nimici, quasi soppreso, fue sconfitto, ed egli morto con più di CL cavalieri tra presi e morti. Il rimanente si fuggiro a grande periglio al borgo di Valditara; e questa sconfitta fue del mese di novembre a l'uscita, anno MCCCXXI.
CXXX
Come messer Galeasso di Milano ebbe la città di Chermona.
Per questa vittoria il detto messer Galeasso con sua oste passò il Po, e a Chermona si puose ad assedio sentendo la mala fortuna, e la città era molto anullata per la guerra dello 'mperadore, e maggiormente per la morte del marchese Cavalcabò isbigottiti. Bartaglia diede a la città per tre dì; quegli d'entro annullati, e non avendo speranza di soccorso, le masnade che v'erano dentro, da CC a cavallo e CCC a piè, abandonarono la terra, e si fuggirono a Cremma. La gente di messer Galeasso, non essendo quasi chi difendesse la terra, per forza ruppono del muro de la città, e in quella entraro, e presolla e spogliarono d'ogni sustanzia che v'era rimasa; e ciò fu a dì V di gennaio MCCCXXI.
CXXXI
Come scuròe il sole, e morì il re di Francia.
Nell'anno MCCCXXI, a dì XXVII di giugno, iscurò il sole in su·levare quasi le due parti o più, e durò per una ora. Nel detto anno, il dì de la Bifania, morì Filippo re di Francia, il quale non regnò che anni... mesi..., dì...; fue uomo dolce e di buona vita: non rimase di lui reda maschio. Apresso la sua morte fu fatto re di Francia Carlo conte de la Marcia suo fratello e figliuolo del re Filippo il grande, e fu coronato a Rens, dì XI di febbraio MCCCXXI.
CXXXII
Come i Bolognesi cacciarono di Bologna Romeo de' Peppoli il ricco uomo e' suoi seguaci.
Nel detto anno MCCCXXI, del mese di giugno, i Bolognesi a romore di popolo col séguito de' Beccadelli e altri nobili cacciarono di Bologna a furore Romeo de' Peppoli, grande e possente cittadino e quasi signore della terra, con tutta sua setta, il quale si dicea il più ricco cittadino d'Italia, aquistato quasi tutto d'usura, che XXm fiorini e più avea di rendita l'anno sanza il mobile. Per la sua partita molto sturbò lo stato di parte guelfa di Bologna.
CXXXIII
Come lo 'mperadore di Gostantinopoli ebbe guerra co' figliuoli.
Nel detto anno MCCCXXI lo 'mperadore di Gostantinopoli fu in grande discordia co' figliuoli, perché lo 'mperadore a sua vita avea fatto imperadore succedente a·llui il figliuolo del suo maggiore figliuolo, ch'era morto; onde il secondo figliuolo vivente isdegnato col padre, congiura fece co' baroni contro al padre e nipote, e quasi gran parte dello 'mperio gli rubellò. E questo fu grande cagione dell'abassamento degli usciti di Genova, però che il detto imperadore per abassare la forza della Chiesa e del re Ruberto continuamente co' suoi danari mantenea la guerra agli usciti di Genova, e a quegli di Saona contra la città di Genova e contro al re Ruberto, e per la sua guerra abandonòe la 'mpresa.
CXXXIV
Come Federigo di Cicilia fue scomunicato, e come fece coronare il figliuolo del reame.
Nel detto anno MCCCXXI il detto papa Giovanni co' suoi cardinali ordinarono triegua per tre anni dal re Ruberto a don Federigo di Cicilia per potere meglio fornire la 'mpresa di Genova, il detto re Federigo dimandando per suoi ambasciadori pace o triegua di X anni, e Reggio e altre terre di Calavra ch'egli avea rendute in mano del papa, le quali il papa avea rendute al re Ruberto; onde tenendosi ingannato e tradito, sì contradisse la detta triegua di tre anni ch'avea fatta il papa, e fece disfidare il re Ruberto: il papa e' suoi cardinali isdegnati gli diedono sentenzia di scomunicazione. Il detto Federigo per questa cagione coronò del reame di Cicilia don Piero suo maggiore figliuolo sanza dispodestare sé a sua vita e fecegli in sua presenza fare omaggio e saramento a tutti i baroni e Comuni dell'isola; e questo fue il dì di...
CXXXV
Come i Fiorentini mandarono in Frioli per cavalieri.
Nel detto anno MCCCXXI i Fiorentini mandarono in Frioli per cavalieri a soldo, e vennono in Firenze del mese d'agosto CLX cavalieri a elmo, con altrettanti balestrieri a cavallo tra Friolani e Tedeschi, molto buona gente d'arme, ond'era capitano Iacopo di Fontanabuona grande castellano di Frioli, e feciono guerra assai a Castruccio; almeno dapoi gli sentì in Firenze non s'ardì a passare la Guisciana, come in prima era usato di fare.
CXXXVI
Chi fue il poeta Dante Allighieri di Firenze.
Nel detto anno MCCCXXI, del mese di luglio, morì Dante Allighieri di Firenze ne la città di Ravenna in Romagna, essendo tornato d'ambasceria da Vinegia in servigio de' signori da Polenta, con cui dimorava; e in Ravenna dinanzi a la porta de la chiesa maggiore fue sepellito a grande onore in abito di poeta e di grande filosafo. Morì in esilio del Comune di Firenze in età circa LVI anni. Questo Dante fue onorevole e antico cittadino di Firenze di porta San Piero, e nostro vicino; e 'l suo esilio di Firenze fu per cagione, che quando messer Carlo di Valos de la casa di Francia venne in Firenze l'anno MCCCI, e caccionne la parte bianca, come adietro ne' tempi è fatta menzione, il detto Dante era de' maggiori governatori de la nostra città e di quella parte, bene che fosse Guelfo; e però sanza altra colpa co la detta parte bianca fue cacciato e sbandito di Firenze, e andossene a lo Studio a Bologna, e poi a Parigi, e in più parti del mondo. Questi fue grande letterato quasi in ogni scienza, tutto fosse laico; fue sommo poeta e filosafo, e rettorico perfetto tanto in dittare, versificare, come in aringa parlare, nobilissimo dicitore, in rima sommo, col più pulito e bello stile che mai fosse in nostra lingua infino al suo tempo e più innanzi. Fece in sua giovanezza i·libro de la Vita nova d'amore; e poi quando fue in esilio fece da XX canzoni morali e d'amore molto eccellenti, e in tra·ll'altre fece tre nobili pistole; l'una mandò al reggimento di Firenze dogliendosi del suo esilio sanza colpa; l'altra mandò a lo 'mperadore Arrigo quand'era a l'assedio di Brescia, riprendendolo della sua stanza, quasi profetezzando; la terza a' cardinali italiani, quand'era la vacazione dopo la morte di papa Chimento, acciò che s'accordassono a eleggere papa italiano; tutte in latino con alto dittato, e con eccellenti sentenzie e autoritadi, le quali furono molto commendate da' savi intenditori. E fece la Commedia, ove in pulita rima, e con grandi e sottili questioni morali, naturali, strolaghe, filosofiche, e teologhe, con belle e nuove figure, comparazioni, e poetrie, compuose e trattò in cento capitoli, overo canti, dell'essere e istato del ninferno, purgatorio, e paradiso così altamente come dire se ne possa, sì come per lo detto suo trattato si può vedere e intendere, chi è di sottile intelletto. Bene si dilettò in quella Commedia di garrire e sclamare a guisa di poeta, forse in parte più che non si convenia; ma forse il suo esilio gliele fece. Fece ancora la Monarchia, ove trattò de l'oficio degli 'mperadori. Questo Dante per lo suo savere fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso, e quasi a guisa di filosafo mal grazioso non bene sapea conversare co' laici; ma per l'altre sue virtudi e scienza e valore di tanto cittadino ne pare che si convenga di dargli perpetua memoria in questa nostra cronica, con tutto che per le sue nobili opere lasciateci in iscritture facciamo di lui vero testimonio e onorabile fama a la nostra cittade.
CXXXVII
Come i Fiorentini rimasono fuori della signoria del re Ruberto, e feciono parte delle mura della città.
Nel detto anno MCCCXXI, in calen di gennaio, i Fiorentini uscirono della signoria del re Ruberto, la quale era durata per VIII anni e mezzo, e tornaro a fare lezione di loro podestà e capitano, com'erano usati per antico, e cominciaronsi a fare le mura e le torri da la porta di San Gallo a quella di Santo Ambruogio de la città di Firenze. E io scrittore, trovandomi per lo Comune di Firenze uficiale con altri onorevoli cittadini sopra fare edificare le dette mura, di prima adoperamo che le torri si facessono di CC in CC braccia; e simile s'ordinò si cominciassono i barbacani, overo confessi, di costa a le mura e di fuori da' fossi, per più fortezza e bellezza de la cittade, e così si seguirà poi per tutto.
CXXXVIII
Come il re d'Inghilterra fece uccidere 'l cugino e più suoi baroni, e come gli Scotti gli cominciarono guerra.
Nel detto anno MCCCXXI fallirono le triegue dagli Scotti al re d'Inghilterra, e con grande isforzo corsono gli Scotti gran parte de' confini d'Inghilterra da la loro parte, tenendo tutti gl'Inghilesi di quelle marce sotto tributarìa; e ciò avenne per grande discordia che il re Adoardo il giovane re d'Inghilterra ave' quasi con più de' suoi baroni, ond'era capo il conte di Lancastro, cugino del re e de la casa reale. E la detta lega e giura era fatta per gli baroni contro al re, perch'egli si reggea per male consiglio e vile portamento, dando più fede a uno messer Ugo il Dispensiero, cavaliere di picciolo affare, ch'a tutti gli altri suoi baroni. E crebbe tanto la detta scisma, che i detti congiurati teneano arme contro al re, e s'erano rubellati nella contrada del Trento verso Bonobruco, cioè ponte. E tornando uno conastabole del re con più di sua gente d'arme da le frontiere della Scozia, e per mandamento del re gente a piè del paese ragunò in buona quantità per offendere a' detti allegati, trovandogli male ordinati al detto ponte, ch'era uno stretto passo, gli sorprese e sconfisse con piccola fatica di combattere: quasi tutti s'arrendero; onde il re fece dicapitare il detto conte di Lancastro e 'l conte d'Ariforte con LXXXVIII tra conti e baroni. E ciò fu a l'uscita del mese di marzo, anni MCCCXXII, e fu tenuta una grande crudeltà, per la qual cagione la forza del reame d'Inghilterra molto afiebolìo.
CXXXIX
Come i Perugini ebbono la città d'Ascesi per assedio.
Nell'anno di Cristo MCCCXXII, essendo il Comune di Perugia stato a l'assedio della città d'Ascesi per più d'uno anno con più battifolli, per cagione che s'erano rubellati da parte di Chiesa, e signoreggiavala il popolo in parte ghibellina, quella città molto afflitta di guastamento intorno intorno, e tolte loro tutte le castella, e oltre a·cciò di più avisamenti la loro gente sconfitta, e fallendo loro la vittuaglia e molte cose bisognevoli, si rendero al Comune di Perugia, i quali le disfeciono le mura e le fortezze, e recarla a loro giuridizione, e tolsono il suo contado infino al fiume di Chiacio a piè de la città: e questo fu del mese d'aprile del detto anno. E intrati i Perugini in Ascesi corsono la terra, e oltre a' patti più di C cittadini uccisono a furore ne la terra, ch'erano stati loro ribelli.
CXL
Come la parte ghibellina furono cacciati di Fano.
Nel detto anno e mese d'aprile i Guelfi de la città di Fano de la Marca coll'aiuto de' Malatesti da Rimine cacciarono di Fano la parte ghibellina, e si renderono al marchese, ch'era per lo papa.
CXLI
Come Federigo conte da Montefeltro fu morto a romore da quegli d'Orbino.
Nell'anno MCCCXXII, essendo stata, e era grande guerra nella Marca d'Ancona, la quale mantenea il conte Federigo da Montefeltro co la città d'Orbino, e d'Osimo, e di Racanata contra il marchese che v'era per la Chiesa, e morto in Racanata uno nipote e uno cugino del detto marchese con molta di sua gente, il papa per la detta cagione, a richesta del marchese, fece processo, e sentenzia diede contra il detto conte Federigo, e contra i caporali e rettori de la città d'Osimo e di Racanata, trovandoli in più articoli di resia, e tali in idolatria, secondo la sentenzia; e croce fece contro a·lloro predicare in Toscana e in più parti d'Italia, perdonando colpa e pena chi andasse o mandasse in servigio di santa Chiesa. Più crociati v'andarono di Firenze e di Siena e di più altre cittadi. E 'l marchese essendo con sua oste intorno a Racanata, avenne che essendo il conte Federigo in Orbino, e fatta a quegli della cittade una grande taglia, overo imposta di moneta, per andare al soccorso di Racanata con certi soldati del vescovo d'Arezzo e di Castruccio, come piacque a·dDio, maravigliosamente e di sùbito il popolo d'Orbino si levòe a romore contro al detto conte Federigo, ed egli improviso rinchiuso e assediato dal popolo nella sua fortezza de la terra, vedendosi non guernito né da potere riparare, s'arendé come morto al popolo, pregandogli per grazia gli tagliassono la testa; e spogliato in giubba, col capestro in collo, e con uno suo figliuolo scese al popolo cheggendo misericordia, il quale popolo a furore lui e 'l figliuolo uccisono, e poi faccendo il corpo suo tranare per la terra, vituperosamente a' fossi in uno carcame di cavallo morto il soppellirono, sì come scomunicato; e due altri suoi figliuoli fuggendo d'Orbino furono presi da quegli d'Agobbio; e un altro suo piccolino fanciullo fu preso dal popolo d'Orbino, e Speranza da Montefeltro si fuggì nel castello di San Marino. E per questo modo venne il giudicio d'Iddio improvisamente a quegli della casa da Montefeltro, gli quali erano sempre stati ribelli e perseguitori di santa Chiesa; e questo fu a dì XXVI d'aprile MCCCXXII.
CXLII
Come la città d'Osimo si rendé a la Chiesa.
Nel detto anno, per cagione del rubellamento d'Orbino e de la morte del conte Federigo, quegli della città d'Osimo si levaro a romore contra i loro rettori, gridando che voleano pace colla Chiesa; e veggendo i detti il popolo scommosso a romore, per paura di quello ch'era avenuto al conte Federigo, si fuggiro de la terra, e 'l Comune e 'l popolo d'Osimo sì rendero a la Chiesa e al marchese; e questo fu a dì III di maggio MCCCXXII.
CXLIII
Come la città di Racanata si rendé a la Chiesa, e come il marchese la fece disfare.
Nel detto anno e mese quegli della città di Racanata veggendo renduti al marchese Orbino e Osimo, s'arendero al detto marchese e sua oste liberamente, e cacciarne i loro rettori e caporali. Il marchese presa la città, per vendetta del nipote e di sua gente ch'aveano molti, dicendo che in Racanata s'adoravano l'idoli, la città sanza misericordia fece ardere tutta, e apresso i muri diroccare infino a' fondamenti; e ciò fu a' dì XV di maggio MCCCXXII, la quale fu tenuta grande crudeltà, overo fu sentenzia d'Iddio per gli loro peccati.
CXLIV
Come i Visconti signori di Milano furono scomunicati, e come la Chiesa fece venire contra loro il dogio d'Osteric.
Nel detto anno MCCCXXII, veggendo papa Giovanni che 'l capitano di Milano e' figliuoli nol voleano ubbidire per richeste fatte più volte che facesse levare l'assedio da la città di Genova, e amoniti dal legato cardinale e scomunicati, sentenzia diede la Chiesa contra loro sì come eretici e sismatici, e fece predicare la croce contra loro in Italia e in Alamagna, e perdonare colpa e pena. E oltre a·cciò, veggendo la Chiesa che la 'mpresa fatta con messer Filippo di Valos era venuta a neente, che solamente per la forza di messer Ramondo di Cardona e di sua gente non si potea resistere a la forza de' detti tiranni, ordinò e richiese con trattato del re Ruberto Federigo dogio d'Osteric, eletto re de' Romani, che s'egli mandasse d'Alamagna le sue forze in Lombardia contra i detti scomunicati e sismatici, di confermarlo per la Chiesa imperadore, e uno suo fratello cherico farebbe arcivescovo di Maganza. Per la qual cosa Federigo detto mandò in Lombardia Arrigo dogio d'Ostericche suo fratello con Vc cavalieri a elmo; e giunse nella città di Brescia domenica d'ulivo del detto anno; e poi più signori e genti d'arme crociati d'Alamagna vi s'agiunsono, sì che si trovò in Brescia con MM Tedeschi d'arme a cavallo. Sentendo ciò il capitano di Milano e' suoi seguaci, parea loro male stare, e al tutto temendo di perdere la signoria, veggendo sì grande esercito venire contra lui da la parte di Brescia d'Alamagna, e d'altri Lombardi fedeli de la Chiesa, e Fiorentini e Bolognesi e Sanesi per fornire la loro lega co la Chiesa e·re Ruberto, e mandati i loro sindachi con molta moneta in Frioli e in Alamagna per soldare IIIIc cavalieri a elmo e CC balestrieri a cavallo per agiugnerli a Brescia, co la forza del detto dogio Arrigo d'Ostericchi d'altra parte.

Edizione HTML a cura di: [email protected]

Ultimo Aggiornamento:12/07/05 23:10