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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Rime

MICHELANGELO BUONARROTI IL VECCHIO

1-78

 

1

Molti anni fassi qual felice,

in una brevissima ora si lamenta e dole;

o per famosa o per antica prole

altri s'inlustra, e 'n un momento imbruna.

Cosa mobil non è che sotto el sole
non vinca morte e cangi la fortuna.

2

Sol io ardendo all'ombra mi rimango,

quand'el sol de' suo razzi el mondo spoglia:

ogni altro per piacere, e io per doglia,

prostrato in terra, mi lamento e piango.

3

Grato e felice, a' tuo feroci mali

ostare e vincer mi fu già concesso;

or lasso, il petto vo bagnando spesso

contr'a mie voglia, e so quante tu vali.

E se i dannosi e preteriti strali

al segno del mie cor non fur ma' presso,

or puoi a colpi vendicar te stesso

di que' begli occhi, e fien tutti mortali.

Da quanti lacci ancor, da quante rete

vago uccelletto per maligna sorte

campa molt'anni per morir po' peggio,

tal di me, donne, Amor, come vedete,

per darmi in questa età più crudel morte,

campato m'ha gran tempo, come veggio.

4

Quanto si gode, lieta e ben contesta

di fior sopra ' crin d'or d'una, grillanda,

che l'altro inanzi l'uno all'altro manda,

come ch'il primo sia a baciar la testa!

Contenta è tutto il giorno quella vesta

che serra 'l petto e poi par che si spanda,

e quel c'oro filato si domanda

le guanci' e 'l collo di toccar non resta.

Ma più lieto quel nastro par che goda,

dorato in punta, con sì fatte tempre

che preme e tocca il petto ch'egli allaccia.

E la schietta cintura che s'annoda

mi par dir seco: qui vo' stringer sempre.

Or che farebbon dunche le mie braccia?

5

I' ho già fatto un gozzo in questo stento,

coma fa l'acqua a' gatti in Lombardia

o ver d'altro paese che si sia

c'a forza 'l ventre appicca sotto 'l mento.

La barba al cielo, e la memoria sento

in sullo scrigno, e 'l petto fo d'arpia,

e 'l pennel sopra 'l viso tuttavia

mel fa, gocciando, un ricco pavimento.

E' lombi entrati mi son nella peccia,

e fo del cul per contrapeso groppa,

e ' passi senza gli occhi muovo invano.

Dinanzi mi s'allunga la corteccia,

e per piegarsi adietro si ragroppa,

e tendomi com'arco soriano.

Però fallace e strano

surge il iudizio che la mente porta,

ché mal si tra' per cerbottana torta.

La mia pittura morta

difendi orma', Giovanni, e 'l mio onore,

non sendo in loco bon, né io pittore.

6

Signor, se vero è alcun proverbio antico,

questo è ben quel, che chi può mai non vuole.

Tu hai creduto a favole e parole

e premiato chi è del ver nimico.

I' sono e fui già tuo buon servo antico,

a te son dato come e' raggi al sole,

e del mie tempo non ti incresce o dole,

e men ti piaccio se più m'affatico.

Già sperai ascender per la tua altezza,

e 'l giusto peso e la potente spada

fussi al bisogno, e non la voce d'ecco.

Ma 'l cielo è quel c'ogni virtù disprezza

locarla al mondo, se vuol c'altri vada

a prender frutto d'un arbor ch'è secco.

7

Chi è quel che per forza a te mi mena,

oilmè, oilmè, oilmè,

legato e stretto, e son libero e sciolto?

Se tu incateni altrui senza catena,

e senza mane o braccia m'hai raccolto,

chi mi difenderà dal tuo bel volto?

8

Come può esser ch'io non sia più mio?

O Dio, o Dio, o Dio,

chi m'ha tolto a me stesso,

c'a me fusse più presso

o più di me potessi che poss'io?

O Dio, o Dio, o Dio,

come mi passa el core

chi non par che mi tocchi?

Che cosa è questo, Amore,

c'al core entra per gli occhi,

per poco spazio dentro par che cresca?

E s'avvien che trabocchi?

9

Colui che 'l tutto fe', fece ogni parte

e poi del tutto la più bella scelse,

per mostrar quivi le suo cose eccelse,

com'ha fatto or colla sua divin'arte.

10

Qua si fa elmi di calici e spade

e 'l sangue di Cristo si vend'a giumelle,

e croce e spine son lance e rotelle,

e pur da Cristo pazienzia cade.

Ma non ci arrivi più 'n queste contrade,

ché n'andre' 'l sangue suo 'nsin alle stelle,

poscia c'a Roma gli vendon la pelle,

e ècci d'ogni ben chiuso le strade.

S'i' ebbi ma' voglia a perder tesauro,

per ciò che qua opra da me è partita,

può quel nel manto che Medusa in Mauro;

ma se alto in cielo è povertà gradita,

qual fia di nostro stato il gran restauro,

s'un altro segno ammorza l'altra vita?

11

Quanto sare' men doglia il morir presto

che provar mille morte ad ora ad ora,

da ch'in cambio d'amarla, vuol ch'io mora!

Ahi, che doglia 'nfinita sente

'l mio cor, quando li torna a mente

che quella ch'io tant'amo amor non sente!

Come resterò 'n vita?

Anzi mi dice, per più doglia darmi,

che se stessa non ama: e vero parmi.

Come posso sperar di me le dolga,

se se stessa non ama? Ahi trista sorte!

Che fia pur ver, ch'io ne trarrò la morte?

12

Com'arò dunche ardire

senza vo' ma', mio ben, tenermi 'n vita,

s'io non posso al partir chiedervi aita?

Que' singulti e que' pianti e que' sospiri

che 'l miser core voi accompagnorno,

madonna, duramente dimostrorno

la mia propinqua morte e ' miei martiri.

Ma se ver è che per assenzia mai

mia fedel servitù vadia in oblio,

il cor lasso con voi, che non è mio.

13

La fama tiene gli epitaffi a giacere; non va né inanzi né indietro, perché son morti, e el loro operare è fermo.

14

El Dì e la Notte parlano, e dicono: - Noi abbiàno col nostro veloce corso condotto alla morte el duca Giuliano; è ben giusto che e' ne facci vendetta come fa. E la vendetta è questa: che avendo noi morto lui, lui così morto ha tolta la luce a noi e cogli occhi chiusi ha serrato e' nostri, che non risplendon più sopra la terra. Che arrebbe di noi dunche fatto, mentre vivea?

15

Di te me veggo e di lontan mi chiamo

per appressarm'al ciel dond'io derivo,

e per le spezie all'esca a te arrivo,

come pesce per fil tirato all'amo.

E perc'un cor fra dua fa picciol segno

di vita, a te s'è dato ambo le parti;

ond'io resto, tu 'l sai, quant'io son, poco.

E perc'un'alma infra duo va 'l più degno,

m'è forza, s'i' voglio esser, sempre amarti;

ch'i' son sol legno, e tu se' legno e foco.

16

D'un oggetto leggiadro e pellegrino,

d'un fonte di pietà nasce 'l mie male.

17

Crudele, acerbo e dispietato core,

vestito di dolcezza e d'amar pieno,

tuo fede al tempo nasce, e dura meno

c'al dolce verno non fa ciascun fiore.

Muovesi 'l tempo, e compartisce l'ore

al viver nostr'un pessimo veneno;

lu' come falce e no' siàn come fieno,

. . . . . . . . . . . . . .

La fede è corta e la beltà non dura,

ma di par seco par che si consumi,

come 'l peccato tuo vuol de' mie danni.

. . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . .

sempre fra noi fare' con tutti gli anni.

18

Mille rimedi invan l'anima tenta:

poi ch'i' fu' preso alla prestina strada,

di ritornare endarno s'argomenta.

Il mare e 'l monte e 'l foco colla spada:

in mezzo a questi tutti insieme vivo.

Al monte non mi lascia chi m'ha privo

dell'intelletto e tolto la ragione.

19

Natura ogni valore

di donna o di donzella

fatto ha per imparare, insino a quella

c'oggi in un punto m'arde e ghiaccia el core.

Dunche nel mie dolore

non fu tristo uom più mai;

l'angoscia e 'l pianto e ' guai,

a più forte cagion maggiore effetto.

Così po' nel diletto

non fu né fie di me nessun più lieto.

20

Tu ha' 'l viso più dolce che la sapa,

e passato vi par sù la lumaca,

tanto ben lustra, e più bel c'una rapa;

e' denti bianchi come pastinaca,

in modo tal che invaghiresti 'l papa;

e gli occhi del color dell'utriaca;

e' cape' bianchi e biondi più che porri:

ond'io morrò, se tu non mi soccorri.

La tua bellezza par molto più bella

che uomo che dipinto in chiesa sia:

la bocca tua mi par una scarsella

di fagiuo' piena, sì com'è la mia;

le ciglia paion tinte alla padella

e torte più c'un arco di Sorìa;

le gote ha' rosse e bianche, quando stacci,

come fra cacio fresco e' rosolacci.

Quand'io ti veggo, in su ciascuna poppa

mi paion duo cocomer in un sacco,

ond'io m'accendo tutto come stoppa,

bench'io sia dalla zappa rotto e stracco.

Pensa: s'avessi ancor la bella coppa,

ti seguirrei fra l'altre me' c'un bracco;

dunche s'i massi aver fussi possibile,

io fare' oggi qui cose incredibile.

21

Chiunche nasce a morte arriva

nel fuggir del tempo; e 'l sole

niuna cosa lascia viva.

Manca il dolce e quel che dole

e gl'ingegni e le parole;

e le nostre antiche prole

al sole ombre, al vento un fummo.

Come voi uomini fummo,

lieti e tristi, come siete;

e or siàn, come vedete,

terra al sol, di vita priva.

Ogni cosa a morte arriva.

Già fur gli occhi nostri interi

con la luce in ogni speco;

or son voti, orrendi e neri,

e ciò porta il tempo seco.

22

Che fie di me? che vo' tu far di nuovo

d'un arso legno e d'un afflitto core?

Dimmelo un poco, Amore,

acciò che io sappi in che stato io mi truovo.

Gli anni del corso mio al segno sono,

come saetta c'al berzaglio è giunta,

onde si de' quetar l'ardente foco.

E' mie passati danni a te perdono,

cagion che 'l cor l'arme tu' spezza e spunta,

c'amor per pruova in me non ha più loco;

e s'e' tuo colpi fussin nuovo gioco

agli occhi mei, al cor timido e molle,

vorria quel che già volle?

Ond'or ti vince e sprezza, e tu tel sai,

sol per aver men forza oggi che mai.

Tu speri forse per nuova beltate

tornarmi 'ndietro al periglioso impaccio,

ove 'l più saggio assai men si difende:

più corto è 'l mal nella più lunga etate

ond'io sarò come nel foco el ghiaccio,

che si distrugge e parte e non s'accende.

La morte in questa età sol ne difende

dal fiero braccio e da' pungenti strali,

cagion di tanti mali,

che non perdona a condizion nessuna,

né a loco, né tempo, né fortuna.

L'anima mia, che con la morte parla,

e seco di se stessa si consiglia,

e di nuovi sospetti ognor s'attrista,

el corpo di dì in dì spera lasciarla:

onde l'immaginato cammin piglia,

di speranza e timor confusa e mista.

Ahi, Amor, come se' pronto in vista,

temerario, audace, armato e forte!

che e' pensier della morte

nel tempo suo di me discacci fori,

per trar d'un arbor secco fronde e fiori.

Che poss'io più? che debb'io? Nel tuo regno

non ha' tu tutto el tempo mio passato,

che de' mia anni un'ora non m'è tocca?

Qual inganno, qual forza o qual ingegno

tornar mi puote a te, signore ingrato,

c'al cuor la morte e pietà porti in bocca?

Ben sare' ingrata e sciocca

l'alma risuscitata, e senza stima,

tornare a quel che gli diè morte prima.

Ogni nato la terra in breve aspetta;

d'ora in or manca ogni mortal bellezza:

chi ama, il vedo, e' non si può po' sciorre.

Col gran peccato la crudel vendetta

insieme vanno; e quel che men s'apprezza,

colui è sol c'a più suo mal più corre.

A che mi vuo' tu porre,

che 'l dì ultimo buon, che mi bisogna,

sie quel del danno e quel della vergogna?

23

I' fu', già son molt'anni, mille volte

ferito e morto, non che vinto e stanco

da te, mie colpa; e or col capo bianco

riprenderò le tuo promesse stolte?

Quante volte ha' legate e quante sciolte

le triste membra, e sì spronato il fianco,

c'appena posso ritornar meco, anco

bagnando il petto con lacrime molte!

Di te mi dolgo, Amor, con teco parlo,

sciolto da' tuo lusinghi: a che bisogna

prender l'arco crudel, tirare a voto?

Al legno incenerato sega o tarlo,

o dietro a un correndo, è gran vergogna

c'ha perso e ferma ogni destrezza e moto.

24

I' fe' degli occhi porta al mie veneno

quand' el passo dier libero a' fier dardi,

nido e ricetto fe' de' dolci sguardi

della memoria che ma' verrà meno.

Ancudine fe' 'l cor, mantaco 'l seno

da fabricar sospir, con che tu m'ardi.

25

Quand'il servo il signor d'aspra catena

senz'altra speme in carcer tien legato,

volge in tal uso el suo misero stato

che libertà domanderebbe appena.

E el tigre e 'l serpe ancor l'uso raffrena,

e' l fier leon ne' folti boschi nato;

e' l nuovo artista, all'opre affaticato,

coll'uso del sudor doppia suo lena.

Ma 'l foco a tal figura non s'unisce

ché se l'umor d'un verde legno estinge,

il freddo vecchio scalda e po' 'l nutrisce,

e tanto il torna in verde etate e spinge,

rinnuova e 'nfiamma, allegra e 'ngiovanisce,

c'amor col fiato l'alma e 'l cor gli cinge.

E se motteggia o finge,

chi dice in vecchia etate esser vergogna

amar cosa divina, è gran menzogna.

L'anima che non sogna,

non pecca amar le cose di natura,

usando peso, termine e misura.

26

Quand'avvien c'alcun legno non difenda

il propio umor fuor del terreste loco,

non può far c'al gran caldo assai o poco

non si secchi o non s'arda o non s'accenda.

Così 'l cor, tolto da chi mai mel renda,

vissuto in pianto e nutrito di foco,

or ch'è fuor del suo propio albergo e loco,

qual mal fie che per morte non l'offenda?

27

Fuggite, amanti, Amor, fuggite 'l foco;

l'incendio è aspro e la piaga è mortale,

c'oltr'a l'impeto primo più non vale

né forza né ragion né mutar loco.

Fuggite, or che l'esemplo non è poco

d'un fiero braccio e d'un acuto strale;

leggete in me, qual sarà 'l vostro male,

qual sarà l'impio e dispietato gioco.

Fuggite, e non tardate, al primo sguardo:

ch'i' pensa' d'ogni tempo avere accordo;

or sento, e voi vedete, com'io ardo.

28

Perché pur d'ora in ora mi lusinga

la memoria degli occhi e la speranza,

per cui non sol son vivo, ma beato;

la forza e la ragion par che ne stringa,

Amor, natura e la mie 'ntica usanza,

mirarvi tutto il tempo che m'è dato.

E s'i' cangiassi stato,

vivendo in questo, in quell'altro morrei;

né pietà troverei

ove non fussin quegli.

O Dio, e' son pur begli!

Chi non ne vive non è nato ancora;

e se verrà dipoi,

a dirlo qui tra noi,

forz'è che, nato, di subito mora;

ché chi non s'innamora

de' begli occhi, non vive.

29

Ogn'ira, ogni miseria e ogni forza,

chi d'amor s'arma vince ogni fortuna.

30

Dagli occhi del mie ben si parte e vola

un raggio ardente e di sì chiara luce

che da' mie, chiusi ancor, trapassa 'l core.

Onde va zoppo Amore,

tant'è dispar la soma che conduce,

dando a me luce, e tenebre m'invola.

31

Amor non già, ma gli occhi mei son quegli

che ne' tuo soli e begli

e vita e morte intera trovato hanno.

Tante meno m'offende e preme 'l danno,

più mi distrugge e cuoce;

dall'altra ancor mi nuoce

tante amor più quante più grazia truovo.

Mentre ch'io penso e pruovo

il male, el ben mi cresce in un momento.

O nuovo e stran tormento!

Però non mi sgomento:

s'aver miseria e stento

è dolce qua dove non è ma' bene,

vo cercando 'l dolor con maggior pene.

32

Vivo al peccato, a me morendo vivo;

vita già mia non son, ma del peccato:

mie ben dal ciel, mie mal da me m'è dato,

dal mie sciolto voler, di ch'io son privo.

Serva mie libertà, mortal mie divo

a me s'è fatto. O infelice stato!

a che miseria, a che viver son nato!

33

Sie pur, fuor di mie propie, c'ogni altr'arme

difender par ogni mie cara cosa;

altra spada, altra lancia e altro scudo

fuor delle propie forze non son nulla,

tant'è la trista usanza, che m'ha tolta

la grazia che 'l ciel piove in ogni loco.

Qual vecchio serpe per istretto loco

passar poss'io, lasciando le vecchie arme,

e dal costume rinnovata e tolta

sie l'alma in vita e d'ogni umana cosa,

coprendo sé con più sicuro scudo,

ché tutto el mondo a morte è men che nulla.

Amore, i' sento già di me far nulla;

natura del peccat' è 'n ogni loco.

Spoglia di me me stesso, e col tuo scudo,

colla pietra e tuo vere e dolci arme,

difendimi da me, c'ogni altra cosa

è come non istata, in brieve tolta.

Mentre c'al corpo l'alma non è tolta,

Signor, che l'universo puo' far nulla,

fattor, governator, re d'ogni cosa,

poco ti fie aver dentr'a me loco;

. . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . .

che d'ogn' uomo veril son le vere arme,

senza le quali ogn' uom diventa nulla.

34

La vita del mie amor non è 'l cor mio,

c'amor di quel ch'i' t'amo è senza core;

dov'è cosa mortal, piena d'errore,

esser non può già ma', né pensier rio.

Amor nel dipartir l'alma da Dio

me fe' san occhio e te luc' e splendore;

né può non rivederlo in quel che more

di te, per nostro mal, mie gran desio.

Come dal foco el caldo, esser diviso

non può dal bell'etterno ogni mie stima,

ch'exalta, ond'ella vien, chi più 'l somiglia.

Poi che negli occhi ha' tutto 'l paradiso,

per ritornar là dov'i' t'ama' prima,

ricorro ardendo sott'alle tuo ciglia.

35

El ciglio col color non fere el volto

col suo contrar, che l'occhio non ha pena

da l'uno all'altro stremo ov'egli è volto.

L'occhio, che sotto intorno adagio mena,

picciola parte di gran palla scuopre,

che men rilieva suo vista serena,

e manco sale e scende quand' el copre;

onde più corte son le suo palpebre,

che manco grinze fan quando l'aopre.

El bianco bianco, el ner più che funebre,

s'esser può, el giallo po' più leonino,

che scala fa dall'una all'altra vebre.

Pur tocchi sotto e sopra el suo confino,

e 'l giallo e 'l nero e 'l bianco non circundi.

36

Oltre qui fu, dove 'l mie amor mi tolse,

suo mercè, il core e vie più là la vita;

qui co' begli occhi mi promisse aita,

e co' medesmi qui tor me la volse.

Quinci oltre mi legò, quivi mi sciolse;

per me qui piansi, e con doglia infinita

da questo sasso vidi far partita

colui c'a me mi tolse e non mi volse.

37

In me la morte, in te la vita mia;

tu distingui e concedi e parti el tempo;

quante vuo', breve e lungo è 'l viver mio.

Felice son nella tuo cortesia.

Beata l'alma, ove non corre tempo,

per te s'è fatta a contemplare Dio.

38

Quanta dolcezza al cor per gli occhi porta

quel che 'n un punto el tempo e morte fura!

Che è questo però che mi conforta

e negli affanni cresce e sempre dura.

Amor, come virtù viva e accorta,

desta gli spirti ed è più degna cura.

Risponde a me: - Come persona morta

mena suo vita chi è da me sicura. -

Amore è un concetto di bellezza

immaginata o vista dentro al core,

amica di virtute e gentilezza.

39

Del fiero colpo e del pungente strale

la medicina era passarmi 'l core;

ma questo è propio sol del mie signore,

crescer la vita dove cresce 'l male.

E se 'l primo suo colpo fu mortale,

seco un messo di par venne d'Amore

che mi disse: - Ama, anz'ardi; ché chi muore

non ha da gire al ciel nel mondo altr'ale.

I' son colui che ne' prim'anni tuoi

gli occhi tuo infermi volsi alla beltate

che dalla terra al ciel vivo conduce. -

40

Quand'Amor lieto al ciel levarmi è volto

cogli occhi di costei, anzi col sole,

con breve riso ciò che preme e dole

del cor mi caccia, e mettevi 'l suo volto;

e s'i' durassi in tale stato molto,

l'alma, che sol di me lagnar si vole,

avendo seco là dove star suole,

. . . . . . . . . . .

41

Spirto ben nato, in cu' si specchia e vede

nelle tuo belle membra oneste e care

quante natura e 'l ciel tra no' può fare,

quand'a null'altra suo bell'opra cede:

spirto leggiadro, in cui si spera e crede

dentro, come di fuor nel viso appare,

amor, pietà, mercé, cose sì rare,

che ma' furn'in beltà con tanta fede:

l'amor mi prende e la beltà mi lega;

la pietà, la mercé con dolci sguardi

ferma speranz' al cor par che ne doni.

Qual uso o qual governo al mondo niega,

qual crudeltà per tempo o qual più tardi,

c'a sì bell'opra morte non perdoni?

42

Dimmi di grazia, Amor, se gli occhi mei

veggono 'l ver della beltà c'aspiro,

o s'io l'ho dentro allor che, dov'io miro,

veggio scolpito el viso di costei.

Tu 'l de' saper, po' che tu vien con lei

a torm'ogni mie pace, ond'io m'adiro;

né vorre' manco un minimo sospiro,

né men ardente foco chiederei.

- La beltà che tu vedi è ben da quella,

ma cresce poi c'a miglior loco sale,

se per gli occhi mortali all'alma corre.

Quivi si fa divina, onesta e bella,

com'a sé simil vuol cosa immortale:

questa e non quella agli occhi tuo precorre. -

43

La ragion meco si lamenta e dole,

parte ch'i' spero amando esser felice;

con forti esempli e con vere parole

la mie vergogna mi rammenta e dice:

- Che ne riportera' dal vivo sole

altro che morte? e non come fenice. -

Ma poco giova, ché chi cader vuole,

non basta l'altru' man pront' e vittrice.

I' conosco e' mie danni, e 'l vero intendo;

dall'altra banda albergo un altro core,

che più m'uccide dove più m'arrendo.

In mezzo di duo mort' è 'l mie signore:

questa non voglio e questa non comprendo:

così sospeso, el corpo e l'alma muore.

44

Mentre c'alla beltà ch'i' vidi in prima

appresso l'alma, che per gli occhi vede,

l'immagin dentro cresce, e quella cede

quasi vilmente e senza alcuna stima.

Amor, c'adopra ogni suo ingegno e lima,

perch'io non tronchi 'l fil ritorna e riede.

45

Ben doverrieno al sospirar mie tanto

esser secco oramai le fonti e ' fiumi,

s'i' non gli rinfrescassi col mie pianto.

Così talvolta i nostri etterni lumi,

l'un caldo e l'altro freddo ne ristora,

acciò che 'l mondo più non si consumi.

E similmente il cor che s'innamora,

quand'el superchio ardor troppo l'accende,

l'umor degli occhi il tempra, che non mora.

La morte e 'l duol, ch'i' bramo e cerco, rende

un contento avenir, che non mi lassa

morir; ché chi diletta non offende.

Onde la navicella mie non passa,

com'io vorrei, a vederti a quella riva

che 'l corpo per a tempo di qua lassa.

Troppo dolor vuol pur ch'i' campi e viva,

qual più c'altri veloce andando vede,

che dopo gli altri al fin del giorno arriva.

Crudel pietate e spietata mercede

me lasciò vivo, e te da me disciolse,

rompendo, e non mancando nostra fede,

e la memoria a me non sol non tolse,

. . . . . . . . . . . .

46

Se 'l mie rozzo martello i duri sassi

forma d'uman aspetto or questo or quello,

dal ministro che 'l guida, iscorge e tiello,

prendendo il moto, va con gli altrui passi.

Ma quel divin che in cielo alberga e stassi,

altri, e sé più, col propio andar fa bello;

e se nessun martel senza martello

si può far, da quel vivo ogni altro fassi.

E perché 'l colpo è di valor più pieno

quant'alza più se stesso alla fucina,

sopra 'l mie questo al ciel n'è gito a volo.

Onde a me non finito verrà meno,

s'or non gli dà la fabbrica divina

aiuto a farlo, c'al mondo era solo.

47

Quand'el ministro de' sospir mie tanti

al mondo, agli occhi mei, a sé si tolse,

natura, che fra noi degnar lo volse,

restò in vergogna, e chi lo vide in pianti.

Ma non come degli altri oggi si vanti

del sol del sol, c'allor ci spense e tolse,

morte, c'amor ne vinse, e farlo il tolse

in terra vivo e 'n ciel fra gli altri santi.

Così credette morte iniqua e rea

finir il suon delle virtute sparte,

e l'alma, che men bella esser potea.

Contrari effetti alluminan le carte

di vita più che 'n vita non solea,

e morto ha 'l ciel, c'allor non avea parte.

48

Come fiamma più cresce più contesa

dal vento, ogni virtù che 'l cielo esalta

tanto più splende quant'è più offesa.

49

Amor, la tuo beltà non è mortale:

nessun volto fra noi è che pareggi

l'immagine del cor, che 'nfiammi e reggi

con altro foco e muovi con altr'ale.

50

Che fie doppo molt'anni di costei,

Amor, se 'l tempo ogni beltà distrugge?

Fama di lei; e anche questa fugge

e vola e manca più ch'i' non vorrei.

51

Oilmè, oilmè, ch'i' son tradito

da' giorni mie fugaci e dallo specchio

che 'l ver dice a ciascun che fiso 'l guarda!

Così n'avvien, chi troppo al fin ritarda,

com'ho fatt'io, che 'l tempo m'è fuggito:

si trova come me 'n un giorno vecchio.

Né mi posso pentir, né m'apparecchio,

né mi consiglio con la morte appresso.

Nemico di me stesso,

inutilmente i pianti e ' sospir verso,

ché non è danno pari al tempo perso.

Oilmè, oilmè, pur riterando

vo 'l mio passato tempo e non ritruovo

in tutto un giorno che sie stato mio!

Le fallace speranze e 'l van desio,

piangendo, amando, ardendo e sospirando

(c'affetto alcun mortal non m'è più nuovo)

m'hanno tenuto, ond'il conosco e pruovo,

lontan certo dal vero.

Or con periglio pèro;

ché 'l breve tempo m'è venuto manco,

né sarie ancor, se s'allungassi, stanco.

I' vo lasso, oilmè, né so ben dove;

anzi temo, ch'il veggio, e 'l tempo andato

mel mostra, né mi val che gli occhi chiuda.

Or che 'l tempo la scorza cangia e muda,

la morte e l'alma insieme ognor fan pruove,

la prima e la seconda, del mie stato.

E s'io non sono errato,

(che Dio 'l voglia ch'io sia),

l'etterna pena mia

nel mal libero inteso oprato vero

veggio, Signor, né so quel ch'io mi spero.

52

S'alcun se stesso al mondo ancider lice,

po' che per morte al ciel tornar si crede,

sarie ben giusto a chi con tanta fede

vive servendo miser e 'nfelice.

Ma perché l'uom non è come fenice,

c'alla luce del sol resurge e riede,

la man fo pigra e muovo tardi el piede.

53

Chi di notte cavalca, el dì conviene

c'alcuna volta si riposi e dorma:

così sper'io, che dopo tante pene

ristori 'l mie signor mie vita e forma.

Non dura 'l mal dove non dura 'l bene,

ma spesso l'un nell'altro si trasforma.

54

Io crederrei, se tu fussi di sasso,

amarti con tal fede, ch'i' potrei

farti meco venir più che di passo;

se fussi morto, parlar ti farei,

se fussi in ciel, ti tirerei a basso

co' pianti, co' sospir, co' prieghi miei.

Sendo vivo e di carne, e qui tra noi,

chi t'ama e serve che de' creder poi?

I' non posso altro far che seguitarti,

e della grande impresa non mi pento.

Tu non se' fatta com'un uom da sarti,

che si muove di fuor, si muove drento;

e se dalla ragion tu non ti parti,

spero c'un dì tu mi fara' contento:

ché 'l morso il ben servir togli' a' serpenti,

come l'agresto quand'allega i denti.

E' non è forza contr'a l'umiltate,

né crudeltà può star contr'a l'amore

ogni durezza suol vincer pietate,

sì come l'allegrezza fa 'l dolore;

una nuova nel mondo alta beltate

come la tuo non ha 'ltrimenti il core;

c'una vagina, ch'è dritta a vedella,

non può dentro tener torte coltella.

E non può esser pur che qualche poco

la mie gran servitù non ti sie cara;

pensa che non si truova in ogni loco

la fede negli amici, che è sì rara;

. . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . .

Quando un dì sto che veder non ti posso,

non posso trovar pace in luogo ignuno;

se po' ti veggo, mi s'appicca addosso,

come suole il mangiar far al digiuno;

. . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . .

com'altri il ventre di votar si muore,

ch'è più 'l conforto, po' che pri' è 'l dolore.

E non mi passa tra le mani un giorno

ch'i' non la vegga o senta con la mente;

né scaldar ma' si può fornace o forno

c'a' mie sospir non fussi più rovente;

e quando avvien ch'i' l'abbi un po' dintorno,

sfavillo come ferro in foco ardente;

e tanto vorre' dir, s'ella m'aspetta,

ch'i' dico men che quand'i' non ho fretta.

S'avvien che la mi rida pure un poco

o mi saluti in mezzo della via,

mi levo come polvere dal foco

o di bombarda o d'altra artiglieria;

se mi domanda, subito m'affioco,

perdo la voce e la risposta mia,

e subito s'arrende il gran desio,

e la speranza cede al poter mio.

I' sento in me non so che grand'amore,

che quasi arrivere' 'nsino alle stelle;

e quando alcuna volta il vo trar fore,

non ho buco sì grande nella pelle

che nol faccia, a uscirne, assa' minore

parere, e le mie cose assai men belle:

c'amore o forza el dirne è grazia sola;

e men ne dice chi più alto vola.

I' vo pensando al mie viver di prima,

inanzi ch'i' t'amassi, com'egli era:

di me non fu ma' chi facesse stima,

perdendo ogni dì il tempo insino a sera;

forse pensavo di cantare in rima

o di ritrarmi da ogni altra schiera?

Or si fa 'l nome, o per tristo o per buono,

e sassi pure almen che i' ci sono.

Tu m'entrasti per gli occhi, ond'io mi spargo,

come grappol d'agresto in un'ampolla,

che doppo 'l collo cresce ov'è più largo;

così l'immagin tua, che fuor m'immolla,

dentro per gli occhi cresce, ond'io m'allargo

come pelle ove gonfia la midolla;

entrando in me per sì stretto viaggio,

che tu mai n'esca ardir creder non aggio.

Come quand'entra in una palla il vento,

che col medesmo fiato l'animella,

come l'apre di fuor, la serra drento,

così l'immagin del tuo volto bella

per gli occhi dentro all'alma venir sento;

e come gli apre, poi si serra in quella;

e come palla pugno al primo balzo,

percosso da' tu' occhi al ciel po' m'alzo.

Perché non basta a una donna bella

goder le lode d'un amante solo,

ché suo beltà potre' morir con ella;

dunche, s'i' t'amo, reverisco e colo,

al merito 'l poter poco favella;

c'un zoppo non pareggia un lento volo,

né gira 'l sol per un sol suo mercede,

ma per ogni occhio san c'al mondo vede.

I' non posso pensar come 'l cor m'ardi,

passando a quel per gli occhi sempre molli,

che 'l foco spegnerien non ch'e' tuo sguardi.

Tutti e' ripari mie son corti e folli:

se l'acqua il foco accende, ogni altro è tardi

a camparmi dal mal ch'i' bramo e volli,

salvo il foco medesmo. O cosa strana,

se 'l mal del foco spesso il foco sana!

55

I' t'ho comprato, ancor che molto caro,

un po' di non so che, che sa di buono,

perc'a l'odor la strada spesso imparo.

Ovunche tu ti sia, dovunch'i' sono,

senz'alcun dubbio ne son certo e chiaro.

Se da me ti nascondi, i' tel perdono:

portandol dove vai sempre con teco,

ti troverei, quand'io fussi ben cieco.

56

Vivo della mie morte e, se ben guardo,

felice vivo d'infelice sorte;

e chi viver non sa d'angoscia e morte,

nel foco venga, ov'io mi struggo e ardo.

57

S'i' vivo più di chi più m'arde e cuoce,

quante più legne o vento il foco accende,

tanto più chi m'uccide mi difende,

e più mi giova dove più mi nuoce.

58

Se l'immortal desio, c'alza e corregge

gli altrui pensier, traessi e' mie di fore,

forse c'ancor nella casa d'Amore

farie pietoso chi spietato regge.

Ma perché l'alma per divina legge

ha lunga vita, e 'l corpo in breve muore,

non può 'l senso suo lode o suo valore

appien descriver quel c'appien non legge.

Dunche, oilmè! come sarà udita

la casta voglia che 'l cor dentro incende

da chi sempre se stesso in altrui vede?

La mie cara giornata m'è impedita

col mie signor c'alle menzogne attende,

c'a dire il ver, bugiardo è chi nol crede.

59

S'un casto amor, s'una pietà superna,

s'una fortuna infra dua amanti equale

s'un'aspra sorte all'un dell'altro cale,

s'un spirto, s'un voler duo cor governa;

s'un'anima in duo corpi è fatta etterna,

ambo levando al cielo e con pari ale;

s'amor d'un colpo e d'un dorato strale

le viscer di duo petti arda e discerna;

s'amar l'un l'altro e nessun se medesmo,

d'un gusto e d'un diletto, a tal mercede

c'a un fin voglia l'uno e l'altro porre:

se mille e mille, non sarien centesmo

a tal nodo d'amore, e tanta fede;

e sol l'isdegno il può rompere e sciorre.

60

Tu sa' ch'i' so, signor mie, che tu sai

ch'i vengo per goderti più da presso,

e sai ch'i' so che tu sa' ch'i' son desso:

a che più indugio a salutarci omai?

Se vera è la speranza che mi dai,

se vero è 'l gran desio che m'è concesso,

rompasi il mur fra l'uno e l'altra messo,

ché doppia forza hann'i celati guai.

S'i' amo sol di te, signor mie caro,

quel che di te più ami, non ti sdegni,

ché l'un dell'altro spirto s'innamora.

Quel che nel tuo bel volto bramo e 'mparo,

e mal compres' è dagli umani ingegni,

chi 'l vuol saper convien che prima mora.

61

S'i' avessi creduto al primo sguardo

di quest'alma fenice al caldo sole

rinnovarmi per foco, come suole

nell'ultima vecchiezza, ond'io tutt'ardo,

qual più veloce cervio o lince o pardo

segue 'l suo bene e fugge quel che dole,

agli atti, al riso, all'oneste parole

sarie cors'anzi, ond'or son presto e tardo.

Ma perché più dolermi, po' ch'i' veggio

negli occhi di quest'angel lieto e solo

mie pace, mie riposo e mie salute?

Forse che prima sarie stato il peggio

vederlo, udirlo, s'or di pari a volo

seco m'impenna a seguir suo virtute.

62

Sol pur col foco il fabbro il ferro stende

al concetto suo caro e bel lavoro,

né senza foco alcuno artista l'oro

al sommo grado suo raffina e rende;

né l'unica fenice sé riprende

se non prim'arsa; ond'io, s'ardendo moro,

spero più chiar resurger tra coloro

che morte accresce e 'l tempo non offende.

Del foco, di ch'i' parlo, ho gran ventura

c'ancor per rinnovarmi abbi in me loco,

sendo già quasi nel numer de' morti.

O ver, s'al cielo ascende per natura,

al suo elemento, e ch'io converso in foco

sie, come fie che seco non mi porti?

63

Sì amico al freddo sasso è 'l foco interno

che, di quel tratto, se lo circumscrive,

che l'arda e spezzi, in qualche modo vive

legando con sé gli altri in loco etterno.

E se 'n fornace dura, istate e verno

vince, e 'n più pregio che prima s'ascrive,

come purgata infra l'altre alte e dive

alma nel ciel tornasse da l'inferno.

Così tratto di me, se mi dissolve

il foco, che m'è dentro occulto gioco,

arso e po' spento aver più vita posso.

Dunche, s'i' vivo, fatto fummo e polve,

etterno ben sarò, s'induro al foco;

da tale oro e non ferro son percosso.

64

Se 'l foco il sasso rompe e 'l ferro squaglia,

figlio del lor medesmo e duro interno,

che farà 'l più ardente dell'inferno

d'un nimico covon secco di paglia?

65

In quel medesmo tempo ch'io v'adoro,

la memoria del mie stato infelice

nel pensier mi ritorna, e piange e dice:

ben ama chi ben arde, ov'io dimoro.

Però che scudo fo di tutti loro...

66

Forse perché d'altrui pietà mi vegna,

perché dell'altrui colpe più non rida,

nel mie propio valor, senz'altra guida,

caduta è l'alma che fu già sì degna.

Né so qual militar sott'altra insegna

non che da vincer, da campar più fida,

sie che 'l tumulto dell'avverse strida

non pèra, ove 'l poter tuo non sostegna.

O carne, o sangue, o legno, o doglia strema,

giusto per vo' si facci el mie peccato,

di ch'i' pur nacqui, e tal fu 'l padre mio.

Tu sol se' buon; la tuo pietà suprema

soccorra al mie preditto iniquo stato,

sì presso a morte e sì lontan da Dio.

67

Nuovo piacere e di maggiore stima

veder l'ardite capre sopr'un sasso

montar, pascendo or questa or quella cima,

e 'l mastro lor, con aspre note, al basso,

sfogare el cor colla suo rozza rima,

sonando or fermo, e or con lento passo,

e la suo vaga, che ha 'l cor di ferro,

star co' porci, in contegno, sott'un cerro;

quant'è veder 'n un eminente loco

e di pagli' e di terra el loro ospizio:

chi ingombra 'l desco e chi fa fora 'l foco,

sott'a quel faggio ch'è più lor propizio;

chi ingrassa e gratta 'l porco, e prende gioco,

chi doma 'l ciuco col basto primizio;

el vecchio gode e fa poche parole,

fuor dell'uscio a sedere, e stassi al sole.

Di fuor dentro si vede quel che hanno:

pace sanza oro e sanza sete alcuna.

El giorno c'a solcare i colli vanno,

contar puo' lor ricchezze ad una ad una.

Non han serrami e non temon di danno;

lascion la casa aperta alla fortuna;

po', doppo l'opra, lieti el sonno tentano

sazi di ghiande, in sul fien s'adormentano.

L'invidia non ha loco in questo stato;

la superbia se stessa si divora.

Avide son di qualche verde prato,

o di quell'erba che più bella infiora.

Il lor sommo tesoro è uno arato,

e 'l bomero è la gemma che gli onora;

un paio di ceste è la credenza loro,

e le pale e le zappe e' vasi d'oro.

O avarizia cieca, o bassi ingegni,

che disusate 'l ben della natura!

Cercando l'or, le terre e ' ricchi regni,

vostre imprese superbia ha forte e dura.

L'accidia, la lussuria par v'insegni;

l'invidia 'l mal d'altrui provvede e cura:

non vi scorgete, in insaziabil foco,

che 'l tempo è breve e 'l necessario è poco.

Color c'anticamente, al secol vecchio,

si trasser fame e sete d'acqua e ghiande

vi sieno esemplo, scorta, lume e specchio,

e freno alle delizie, alle vivande.

Porgete al mie parlare un po' l'orecchio:

colui che 'l mondo impera, e ch'è sì grande,

ancor disidra, e non ha pace poi;

e 'l villanel la gode co' suo buoi.

D'oro e di gemme, e spaventata in vista,

adorna, la Ricchezza va pensando;

ogni vento, ogni pioggia la contrista,

e gli agùri e ' prodigi va notando.

La lieta Povertà, fuggendo, acquista

ogni tesor, né pensa come o quando;

secur ne' boschi, in panni rozzi e bigi,

fuor d'obrighi, di cure e di letigi.

L'avere e 'l dar, l'usanze streme e strane,

el meglio e 'l peggio, e le cime dell'arte

al villanel son tutte cose piane,

e l'erba e l'acqua e 'l latte è la sua parte;

e 'l cantar rozzo, e ' calli delle mane,

è 'l dieci e 'l cento e ' conti e le suo carte

dell'usura che 'n terra surger vede;

e senza affanno alla fortuna cede.

Onora e ama e teme e prega Dio

pe' pascol, per l'armento e pel lavoro,

con fede, con ispeme e con desio,

per la gravida vacca e pel bel toro.

El Dubbio, el Forse, el Come, el Perché rio

no 'l può ma' far, ché non istà fra loro:

se con semplice fede adora e prega

Iddio e 'l ciel, l'un lega e l'altro piega.

El Dubbio armato e zoppo si figura,

e va saltando come la locuste,

tremando d'ogni tempo per natura,

qual suole al vento far canna paluste.

El Perché è magro, e 'ntorn'alla cintura

ha molte chiave, e non son tanto giuste,

c'agugina gl'ingegni della porta,

e va di notte, e 'l buio è la suo scorta.

El Come e 'l Forse son parenti stretti,

e son giganti di sì grande altezza,

c'al sol andar ciascun par si diletti,

e ciechi fur per mirar suo chiarezza;

e quello alle città co' fieri petti

tengon, per tutto adombran lor bellezza;

e van per vie fra sassi erte e distorte,

tentando colle man qual istà forte.

Povero e nudo e sol se ne va 'l Vero,

che fra la gente umìle ha gran valore:

un occhio ha sol, qual è lucente e mero

e 'l corpo ha d'oro, e d'adamante 'l core,

e negli affanni cresce e fassi altero,

e 'n mille luoghi nasce, se 'n un muore;

di fuor verdeggia sì come smeraldo,

e sta co' suo fedel costante e saldo.

Cogli occhi onesti e bassi in ver' la terra,

vestito d'oro e di vari ricami,

il Falso va, c'a' iusti sol fa guerra;

ipocrito, di fuor par c'ognuno ami;

perch'è di ghiaccio, al sol si cuopre e serra;

sempre sta 'n corte, e par che l'ombra brami;

e ha per suo sostegno e compagnia

la Fraude, la Discordia e la Bugia.

L'Adulazion v'è poi, ch'è pien d'affanni,

giovane destra e di bella persona;

di più color coperta di più panni,

che 'l cielo a primavera a' fior non dona:

ottien ciò che la vuol con dolci inganni,

e sol di quel che piace altrui ragiona;

ha 'l pianto e 'l riso in una voglia sola;

cogli occhi adora, e con le mani invola.

Non è sol madre in corte all'opre orrende,

ma è lor balia ancora, e col suo latte

le cresce, l'aumenta e le difende.

68

Un gigante v'è ancor, d'altezza tanta

che da' sua occhi noi qua giù non vede,

e molte volte ha ricoperta e franta

una città colla pianta del piede;

al sole aspira e l'alte torre pianta

per aggiunger al cielo, e non lo vede,

ché 'l corpo suo, così robusto e magno,

un occhio ha solo e quell'ha 'n un calcagno.

Vede per terra le cose passate,

e 'l capo ha fermo e prossim'a le stelle;

di qua giù se ne vede dua giornate

delle gran gambe, e irsut' ha la pelle;

da indi in su non ha verno né state,

ché le stagion gli sono equali e belle;

e come 'l ciel fa pari alla suo fronte, 'l] l'

in terra al pian col piè fa ogni monte.

Com'a noi è 'l minuzzol dell'arena,

sotto la pianta a lui son le montagne;

fra ' folti pel delle suo gambe mena

diverse forme mostruose e magne:

per mosca vi sarebbe una balena;

e sol si turba e sol s'attrista e piagne

quando in quell'occhio il vento seco tira

fummo o festuca o polvere che gira.

Una gran vecchia pigra e lenta ha seco,

che latta e mamma l'orribil figura,

e 'l suo arrogante, temerario e cieco

ardir conforta e sempre rassicura.

Fuor di lui stassi in un serrato speco,

nelle gran rocche e dentro all'alte mura;

quand'è lui in ozio, e le' in tenebre vive,

e sol inopia nel popol prescrive.

Palida e gialla, e nel suo grave seno

il segno porta sol del suo signore:

cresce del mal d'altrui, del ben vien meno,

né s'empie per cibarsi a tutte l'ore;

il corso suo non ha termin né freno,

e odia altrui e sé non porta amore;

di pietra ha 'l core e di ferro le braccia,

e nel suo ventre il mare e ' monti caccia.

Sette lor nati van sopra la terra,

che cercan tutto l'uno e l'altro polo,

e solo a' iusti fanno insidie e guerra,

e mille capi ha ciascun per sé solo.

L'etterno abisso per lor s'apre e serra,

tal preda fan nell'universo stuolo;

e lor membra ci prendon passo passo,

come edera fa el mur fra sasso e sasso.

69

Ben provvide natura, né conviene

a tanta crudeltà minor bellezza,

ché l'un contrario l'altro ha temperato.

Così può 'l viso vostro le mie pene

tante temprar con piccola dolcezza,

e lieve fare quelle e me beato.

70

Crudele stella, anzi crudele arbitrio

che 'l potere e 'l voler mi stringe e lega;

né si travaglia chiara stella in cielo

dal giorno [in qua?] che mie vela disciolse,

ond'io errando e vagabondo andai,

qual vano legno gira a tutti e' venti.

Or son qui, lasso, e all'incesi venti

convien varar mie legno, e senza arbitrio

solcar l'alte onde ove mai sempre andai.

Così quagiù si prende, preme e lega

quel che lassù già 'll'alber si disciolse,

ond'a me tolsi la dote del cielo.

Qui non mi regge e non mi spinge il cielo,

ma potenti e terrestri e duri venti,

ché sopra di me non so qual si disciolse

per [darli mano?] e tormi del mio arbitrio.

Così fuor di mie rete altri mi lega.

Mie colpa è, ch'ignorando a quello andai?

Maladetto [sie] 'l dì che io andai

col segno che correva su nel cielo!

Se non ch'i' so che 'l giorno el cor non lega,

né sforza l'alma, ne' contrari venti,

contra al nostro largito e sciolto arbitrio,

perché [...] e pruove ci disciolse.

Dunche, se mai dolor del cor disciolse

sospiri ardenti, o se orando andai

fra caldi venti a quel ch'è fuor d'arbitrio,

[...], pietoso de' mie caldi venti,

vede, ode e sente e non m'è contra 'l cielo;

ché scior non si può chi se stesso lega.

Così l'atti suo perde chi si lega,

e salvo sé nessun ma' si disciolse.

E come arbor va retto verso il cielo,

ti prego, Signor mio, se mai andai,

ritorni, come quel che non ha venti,

sotto el tuo grande el mio arbitrio.

Colui che sciolse e lega 'l mio arbitrio,

ov'io andai agl'importuni venti,

fa' mie vendetta, s' tu mel desti, o cielo.

71

I' l'ho, vostra mercè, per ricevuto

e hollo letto delle volte venti.

Tal pro vi facci alla natura i denti,

co' 'l cibo al corpo quand'egli è pasciuto.

I' ho pur, poi ch'i' vi lasciai, saputo

che Cain fu de' vostri anticedenti,

né voi da quel tralignate altrimenti;

ché, s'altri ha ben, vel pare aver perduto.

Invidiosi, superbi, al ciel nimici,

la carità del prossimo v'è a noia,

e sol del vostro danno siete amici.

Se ben dice il Poeta di Pistoia,

istieti a mente, e basta; e se tu dici

ben di Fiorenza, tu mi dai la soia.

Qual preziosa gioia

è certo, ma per te già non si intende,

perché poca virtù non la comprende.

72

Se nel volto per gli occhi il cor si vede,

altro segno non ho più manifesto

della mie fiamma; addunche basti or questo,

signor mie caro, a domandar mercede.

Forse lo spirto tuo, con maggior fede

ch'i' non credo, che sguarda il foco onesto

che m'arde, fie di me pietoso e presto,

come grazia c'abbonda a chi ben chiede.

O felice quel dì, se questo è certo!

Fermisi in un momento il tempo e l'ore,

il giorno e 'l sol nella su' antica traccia;

acciò ch'i' abbi, e non già per mie merto,

il desiato mie dolce signore

per sempre nell'indegne e pronte braccia.

73

Mentre del foco son scacciata e priva,

morir m'è forza, ove si vive e campa;

e 'l mie cibo è sol quel c'arde e avvampa,

e di quel c'altri muor, convien ch'i' viva.

74

I' piango, i' ardo, i' mi consumo, e 'l core

di questo si nutrisce. O dolce sorte!

chi è che viva sol della suo morte,

come fo io d'affanni e di dolore?

Ahi! crudele arcier, tu sai ben l'ore

da far tranquille l'angosciose e corte

miserie nostre con la tuo man forte;

ché chi vive di morte mai non muore.

75

Egli è pur troppo a rimirarsi intorno

chi con la vista ancide i circustanti

sol per mostrarsi andar diporto attorno.

Egli è pur troppo a chi fa notte il giorno,

scurando il sol co' vaghi e be' sembianti,

aprirgli spesso, e chi con risi e canti

ammuta altrui non esser meno adorno.

76

Non so se s'è la desiata luce

del suo primo fattor, che l'alma sente,

o se dalla memoria della gente

alcun'altra beltà nel cor traluce;

o se fama o se sogno alcun produce

agli occhi manifesto, al cor presente,

di sé lasciando un non so che cocente

ch'è forse or quel c'a pianger mi conduce.

Quel ch'i' sento e ch'i' cerco e chi mi guidi

meco non è; né so ben veder dove

trovar mel possa, e par c'altri mel mostri.

Questo, signor, m'avvien, po' ch'i' vi vidi,

c'un dolce amaro, un sì e no mi muove:

certo saranno stati gli occhi vostri.

77

Se 'l foco fusse alla bellezza equale

degli occhi vostri, che da que' si parte,

non avrie 'l mondo sì gelata parte

che non ardessi com'acceso strale.

Ma 'l ciel, pietoso d'ogni nostro male,

a noi d'ogni beltà, che 'n voi comparte,

la visiva virtù toglie e diparte

per tranquillar la vita aspr'e mortale.

Non è par dunche il foco alla beltate,

ché sol di quel s'infiamma e s'innamora

altri del bel del ciel, ch'è da lui inteso.

Cosi n'avvien, signore, in questa etate:

se non vi par per voi ch'i' arda e mora,

poca capacità m'ha poco acceso.

78

Dal dolce pianto al doloroso riso,

da una etterna a una corta pace

caduto son: là dove 'l ver si tace,

soprasta 'l senso a quel da lui diviso.

Né so se dal mie core o dal tuo viso

la colpa vien del mal, che men dispiace

quante più cresce, o dall'ardente face

de gli occhi tuo rubati al paradiso.

La tuo beltà non è cosa mortale,

ma fatta su dal ciel fra noi divina;

ond'io perdendo ardendo mi conforto,

c'appresso a te non esser posso tale.

Se l'arme il ciel del mie morir destina,

chi può, s'i' muoio, dir c'abbiate il torto?

 

  

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Ultimo Aggiornamento: 18/07/05 01.34.49