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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Cento Apologhi

di: Leon Battista Alberti

A Francesco Marescalchi

Se ti donassero cento frutti maturati precocemente, li accetteresti con animo ingrato? Se egualmente ti dessero cento rose scelte e odorose, sebbene tu abbia rose in gran quantità da qualsiasi luogo tu voglia, ti sarebbe forse sgradito questo dono? Io ti mando cento apologhi, la cui fattura non ti può certo far dire che ho scelto i migliori fra un gran numero di apologhi; ma essi sono tali che io non dispero che tu li gradirai come una primizia dei nostri orti letterari. Se forse ti sembreranno in qualche passo un po' oscuri, sii indulgente con questa stringatezza da me accuratamente ricercata. Dicono per l'appunto che la brevità nel dire non è stata quasi mai priva di ambiguità e ho pensato che gli apologhi dovessero essere quanto più stringati possibile; ma grazie alla loro concisione, replicandone la lettura, non dovresti averne grande fastidio. Ti chiedo pertanto di essere così condiscendente da voler comprendere il loro significato con un po' di applicazione; io credo che, una volta che li avrai ben compresi, ti divertiranno. Ti saluto.

 

Ad Esopo antichissimo scrittore.

Ben sapendo che i latini ammiravano moltissimo il tuo ingegno nello scrivere favole e giustamente lo proclamavano divino, io che ho composto questi cento apologhi in pochi giorni, desidero ardentemente - te lo giuro per il sacro nome dei posteri - conoscere il tuo giudizio sulla mia opera. Ti prego, dimmi cosa ne pensi. Ti saluto.

 

Esopo a Leon Battista Alberti.

Chi ha detto che in Italia mancano gli ingegni, da quello che si può vedere, si inganna; tuttavia confesso che a pochi uomini è toccato tale prestigioso riconoscimento. Per quanto tu faccia dell'ironia, ben a ragione ti dovrebbero amare; ma sono invidiosi. Ti saluto.

 

 

 

Cento Apologhi.

I Mal sopportava la palla di essere battuta e rotolata nel fango e di non potersi fermare in nessun luogo; all'incudine invece dispiaceva di stare sempre ferma sotto i colpi. Perciò trattarono con l'uomo, affinché egli, che in simili faccende è come un dio capace di donare molteplici forme, mutasse l'incudine in palla e la palla in incudine. "Questo cambio non si adatta a voi" - disse l'uomo - "ma se siete d'accordo, farò dall'incudine marre, rastrelli e zappe". Preferisco - disse quella - "conservare la dimensione e il peso che ho; e a te, o palla, do questo consiglio: accontentati di tenere gli uomini avvinti nel gioco e nell'ammirazione di te, saltando e volando".

II Il fiore del giglio, stravolto e pallido, allorché l'acqua di una vicina sorgente straripando si avvicinò a lui, aveva smesso il suo antico orgoglio, per salutare ogni più gonfio flutto che si accostava a lui; finché cadde sotto il peso delle onde. Avrebbe certamente conservato la vita se non avesse rinunciato alla sua dignità.

III L'erba saliunca, cresciuta in mezzo al torrente, era bramosa di trattenere presso di sé tutte le pagliuzze, anche le più piccole, che trascinava la corrente: fu sommersa dal mucchio che aveva accumulato.

IV La stella superba che voleva farsi ammirare fuori dalla sua costellazione, si spense a metà del suo cammino quando scivolò più in basso separata dalle altre.

V Il cane che si accingeva a combattere con il toro, sperava di vincere, perché l'avversario non aveva i denti di sopra. Ferito dalle corna del toro, "Non l'avrei creduto", disse.

VI Il bue, sempre pronto a cozzare, quando gli vennero recise le corna, lanciò siffatte villanie all'albero a cui era legato: "Io ti trascinerò supino per le strade"; l'albero gli rispose: "Ma intanto sarai amputato".

VII Piena di stupore l'officina aveva chiesto ai mantici da dove potessero far uscire tanta aria. Risposero: "Se ne trova a sufficienza dove prenderla".

VIII Il moscerino derideva il tarlo che si vantava di essere della famiglia delle cicogne, poiché con il suo rostro divorava corrodendolo la scricchiolante trave; sosteneva a sua volta di essere figlio di Fetonte, poiché volava per il cielo.

IX L'orso, dopo aver spezzato i rami di un cespuglio, alle parole del tronco: "Questo è dunque il ringraziamento che ricevo per il beneficio di averti offerto del cibo e come ti comporterai con me per il resto dell'anno?", rispose: "Ti lacererò e ti strapperò dalle radici".

X L'invidioso, occultando nel suo seno il fuoco che per primo aveva trovato, desiderava tenerlo nascosto a tutti; ma il fuoco gli bruciò le vesti e rivelò la sua presenza.

XI Il lombrico aveva chiesto al millepiedi di regalargli due piedi. L'altro disse: "E tu regalami una delle tue due teste".

XII Il vanitoso, mal sopportando che la sua immagine non l'avesse salutato dallo specchio, aveva dapprima cominciato ad accendersi d'ira, poi a farsi insolente; poiché gli veniva rimandata una figura con gli stessi caratteri, colpì e spezzò lo specchio. Ebbe a dolersi del suo gesto, giacché di uno si era fatto parecchi derisori.

XIII Il naufrago aveva citato in tribunale l'Oceano, accusandolo di essere un predone e lo aveva convinto della sua colpevolezza. "Vieni" - disse l'Oceano - "non ti impedirò di recuperare le tue cose, quando vorrai".

XIV Quando la castagna, mandato un gran sospiro, saltò in mezzo alla stanza, disse: "Non potevo sopportare più tanti affanni".

XV I remi avevano un'aspra contesa con il timone e lo deridevano perchè era solo e piccolo. Per questo il timone portò la nave contro uno scoglio e tutti remi di una fiancata furono infranti e distrutti.

XVI Il sole, passando attraverso un calice di vetro pieno d'acqua, aveva disegnato sull'ara l'arcobaleno: l'acqua ascriveva ciò a sua gloria. Il calice invece disse: "Se io fossi trasparente e terso, quello non ci sarebbe nemmeno". A queste parole l'ara silenziosa si rallegrava tra sé e sé di ospitare un onore così grande.

XVII Il vaso che, fin quando era stato pieno, era rimasto con la bocca chiusa e silenziosa, ora, ritornando vuoto, con la bocca spalancata, imprecava contro tutti quelli che si avvicinavano.

XVIII La zampogna coperta di polvere disse: "Noi poeti non cantiamo se siamo sazi".

XIX Il libro, in cui era stata scritta tutta l'arte libraria, chiedeva aiuto per non essere divorato dal topo. Il topo sghignazzò.

XX Il cane da caccia legato alla catena, quando vide gli altri cani inutili vagare sciolti e giocare, disse: "È così utile l'inerzia?".

XXI I candelabri d'oro, adorni di gemme preziosissime, non capivano perché mai una statua di legno marcio fino a quel giorno spregiata, venisse innalzata al di sopra di essi. Rispose la statua: "Rappresentiamo la figura di un dio".

XXII L'imperatore aveva posto nel tempio con i più solenni onori la freccia, sotto i cui colpi era caduto il re dei nemici. Si lamentò l'arco, perché egli, pur essendo stato l'artefice principale dell'impresa, era tenuto in disparte senza gloria.

XXIII Il verme rosicchiava la noce in cui era nato. "O veramente ingrato ed empio!" - disse la noce - "non cessi di recare danno a me che ho posto le condizioni del tuo esistere?". Rispose il verme: "Se tu mi hai generato per farmi morire di fame, hai agito ingiustamente".

XXIV Nel tempio delle vestali l'olio si lamentava di non essere stato mai ringraziato dal fuoco, che aveva alimentato per tanti anni con suo grande pericolo. Il fuoco disse: "Sia per te un premio morire nel tempio piuttosto che nella taverna".

XXV Uno zoppo si fece tagliare il piede dal lato più lungo, per poter camminare in equilibrio. Quando gli fu tagliato, carponi si lamentava di essere diventato del tutto inutile a camminare.

XXVI L'ombra dell'uomo, per diventare più grande, desiderava il tramonto del sole. Quando comprese di dover morire assieme al sole, invano bramò che il sole si mostrasse nel più alto punto del cielo.

XXVII Quando il contadino osservò lo spinoso, irto e intoccabile asparago, che aveva visto da piccolo mite e tenero, e se ne stupì, l'asparago disse: "In verità son riuscito simile ai miei antenati".

XXVIII La fuliggine e la cenere, mentre il fumo se ne andava, dissero: "Ebbene, fratello, ci lascerai nella nostra infelicità!". Il fumo disse loro: "Che rapporto c'è tra me e voi? Voi sonnecchiate lente inerti, mostrando così diversa natura; io salgo verso il cielo".

X Il vaso di Samo, che era stato gettato in un angolo, guardando dal pavimento i tavoli d'oro e d'argento, disse: "Non raramente sono stato vostro compagno". Quelli risposero: "E certamente lo sarai, se porterai il rodio e il falerno".

XXX Cipreste, inventore dell'orologio, rimproverò un dente della ruota e gli chiese perché si era incastrato così ostinatamente rallentando il cammino di tutto lo strumento; quello rispose: "Affinché il peso morto del perpendicolo non rivendichi per sé la gloria di così alta opera".

XXXI Quando senza danno il marinaio ritornò nel porto carico di grandi ricchezze, decise di dedicare a Nettuno un ex-voto in ringraziamento della felice navigazione. Perciò da un lato l'albero della nave, dall'altro le ancore, da un altro le gomene premevano per esser in quel modo onorate. Disse il marinaio: "Conviene esporre il timone, perché costa di meno".

XXXII L'immagine effigiata da Zeusi diceva al compratore: "Un grande artista mi ha fatto". Disse il compratore: "Ti acquisterò di sicuro quando sarai plasmata con la creta e non con il fango".

XXXIII Il lenzuolo, a cui la mano aveva chiesto come mai prima, appena toccato, versasse copiose lacrime e ora, sprizzato e sbattuto, non ne spargesse nessuna, rispose: "Ero ricco di umore".

XXXIV Il nocciolo, a cui l'olivo aveva chiesto quando avrebbe dato i suoi frutti, dal momento che fioriva con il freddo, rispose: "Quando sarà tempo".

XXXV Un asinaio disse: "Come mai, o asino, non ti avventi sugli altri asini come sugli uomini?". "Quelli non hanno intenzione di battermi", rispose.

XXXVI La tromba aveva chiesto alla dea Eco: "Dal momento che sei sempre audace, perché non rispondi anche al tuono?". Disse la dea: "Quando Giove è adirato si deve tacere".

XXXVII Il fungo disse: "Orbene, ginepro, sento dire che hai visto molti soli e hai sempre le bacche acerbe. Quando matureranno?". "O dolcissimo", - disse il ginepro -, "sono lento, perciò ti risponderò fra quattro giorni".

XXXVIII L'ortica tenne questa conversazione con il papavero: "Quale ragione c'è per cui, mentre ogni altro campo è verde e rigoglioso, tu solo, che pure sei piantato nel luogo più propizio e hai ricevuto il dono di una magnifica corona e di una cintura, sei così pallido di paura e stai chino per la tristezza? Una simile vita sarebbe adatta a me che non ho gloria e sono detestata e costretta a ritirarmi tra le macerie". "Io sono veramente infelice", disse il papavero, "perchè sono connaturati alla mia condizione pericoli a voi ignoti! Tu, poiché sei intrattabile e hai imparato a mordere tutti, vivi senza difficoltà e ti difendi da sola da ogni calamità; io, invece, che pronto all'ossequio ho facilmente imparato a piegarmi da qualsiasi lato, sono arrivato a tale condizione, che ogni soffio, anche il più leggero, è una minaccia di morte".

XXXIX La fanciulla, che aveva addentato una sorba, volle una spiegazione del suo modo di essere: quando era infatti gradevole d'aspetto, era stata pessima di gusto; ora invece che era tanto brutta, era diventata dolcissima. Quella rispose: "Forse tu pensi che la bellezza si accordi facilmente con la maturità?".

XL Un mercante, mentre d'inverno tornava a casa, trovando sui roseti, che in primavera avevano dato fiorendo tanta speranza di molti e ottimi frutti, solo bacche stoppose e inutili, si addolorò e meravigliato del fatto che restavano sgradevoli frutti di fiori tanto soavi, chiese perché era accaduto ciò. Risposero i roseti: "Abbiamo speso tutte le nostre ricchezze nell'addobbo dei fiori".

XLI Nella corona di Adriano il diamante e il carbonchio, le pietre più preziose, rifiutarono di essere poste presso la perla, poiché la sua grandezza avrebbe offuscato la loro bellezza. Ricevuto allora il permesso di essere posti nel punto della corona da loro scelto, dopo averla ispezionata tutta, si sistemarono tra le gemme più piccole e meno pregiate.

XLII Il cane ghiottone aveva divorato focacce calde e per questo, divenuto rabbioso, mordeva l'acqua: "Ti stancherai", disse l'acqua, "se vuoi gareggiare con me".

XLIII Il sale disse di non voler abitare nel medesimo luogo del ghiaccio, sebbene essi fossero nati dalla stessa madre; e dichiarò che non avrebbe fornito l'occasione per essere danneggiato dalla sua incostanza e mollezza.

XLIV La volpe, avendo invano supplicato con insistenti preghiere il laccio che la teneva avvinta e strettamente legata, affinché la sciogliesse e la liberasse, ruppe infine con i denti il laccio che, senza suo danno, le rifiutava quel favore. Disse il laccio: "O me infelice, che spinto dalla mitezza del mio animo, mi son fatto tanto pregare fino ad essere di necessità ingiusto e spietato verso di me. La morte è il premio della mia condiscendenza".

XLV La cornacchia, che si era posata con le unghia sul dorso di un porco, ispezionando tutti gli alberi attorno, gracchiava: "Dove porterò questa preda?". La quercia le disse: "Se vuoi, da me; te la custodirò con molto scrupolo". "Va bene", disse l'altra, "ma riflettevo sul modo di poter sollevare con le mie forze questo immane peso". "Su questo problema", disse il porco, "fatti consigliare da altri"; e, scacciato l'uccello, rise.

XLVI Lo sciocco aveva chiesto all'ambra gialla per dove il verme avesse trovato il varco per entrare in essa. "Ma tu", disse la gemma, da dove hai preso la sciocchezza che c'è in te?".

XLVII Nello stesso momento un fanciullo trascinava su un ponte un piccolo Mercurio d'argento e otto uomini un Priapo di legno; mentre passavano, il ponte si spezzò e Mercurio sprofondò nelle acque del fiume. Priapo invece galleggiava. "Non è forse incredibile a vedersi", disse il sacerdote, "che quel dio sulla terra così importante sia nell'acqua così insignificante!". Rispose il fiume: "E tu, uomo, credi forse di essere lo stesso quando hai copiosi beni di fortuna e quando, per così dire, sei all'asciutto?".

XLVIII Le ruote del carro di Nettuno presero ad amare perdutamente i suoi bellissimi cerulei cavalli; e perciò gridavano: "Dove fuggite mentre noi vi inseguiamo forsennatamente?". Dissero quelli: "Non fuggiamo, ma vi trasciniamo".

XLIX La fanciulla aveva chiesto allo zolfo per quale ragione fosse tanto amico del fuoco, che pure esulta quando lo zolfo si consuma. Il fuoco disse: "Non rispondere, se prima la fanciulla non avrà spiegato il motivo per cui tratta con tanta crudeltà e durezza colui che l'ama perdutamente".

L Le stoppe, prima trascurate, quando la nave fu tutta squarciata, vennero ricercate; ma esse si nascondevano per vendicarsi e tra loro sussurravano che non era giusto che, dopo aver dato un contributo così importante alla nave, venissero sempre considerate ignobili e meschine tranne che nei momenti di bisogno. Ma la più prudente di loro disse: "Se non portiamo il nostro aiuto moriremo con tutta la nave".

LI La capra che era entrata nella bottega del barbiere, cercava di convincere il gallo a lasciarsi radere la barba. "Provalo nel tagliare la tua", disse il gallo, "che non c'è pericolo".

LII Disse l'oca: "Abbiamo piedi tanto grandi, per reggere una testa così leggera". Allora dissero i piedi: "Non sai tu che quanto più la testa è leggera tanto più è desiderabile avere i piedi fermi?".

LIII Quando l'ottone chiese di essere tenuto nello stesso conto dell'oro, il gioielliere disse: "Sei tu capace di sopportare l'assalto del fuoco che spesso subisce l'oro?". L'ottone disse: "Non mi importa tanto di essere pregiato!".

LIV Il fanciullo, che non aveva potuto prendere tra le sue braccia i raggi del sole, si affannava a chiuderli nelle palme della mano. Disse l'ombra: "Smettila, sciocco; le cose divine non possono essere trattenute in alcun modo nel carcere mortale".

LV Ai due cespugli che chiedevano alle acque del ruscello la destinazione del loro veloce cammino, le acque risposero che si dirigevano in quei luoghi, dove sarebbero diventate più grandi e più sapienti. Accesi dalla brama di quella gloria, i due cespugli si erano gettati in mezzo alle onde; uno di essi trovò impedimento nel corso accidentato del ruscello e, quando capì che doveva liberarsi da tutti gli ostacoli, rimase fermo in quel luogo. L'altro, invece, messe a nudo le radici, seguì il cammino delle onde; dopo aver patito molti disagi, fu infine lasciato su un fertile suolo dove crebbe diventando un grande e celebre bosco.

LVI "O perfido", disse il cacciatore, "tu che ancora poco fa mostravi per tutto il cielo tanta misericordia e pietà per costei, e ti meravigliavi dei cani, ora così in fretta hai lacerato e squarciato le viscere della preda uccisa". "Io facevo in quel modo", disse lo sparviero, " affinché essa si fidasse della mia lealtà e trovasse il coraggio di volare tra i miei artigli".

LVII La scimmia, rovistando il carbone, disse: "Povero te; le messi, quando eri tutto splendente nel bosco, ti temevano, a quel che sento dire; come sei ora nero e torpido!". "Anzi", disse il carbone, "sono ormai felice; infatti quel flagello del fuoco mi avrebbe consumato del tutto, se non me lo levavo d'attorno".

LVIII Il filosofo, quando vide il pane in mezzo al forno diventare sodo e vigoroso e l'uovo presso la bocca del forno sudare e togliersi l'abito, disse: "Quanto è diversa la vita condotta nell'operosità da quella condotta nell'ozio! Questi che mai ha sopportato fatica suda al più piccolo calore e si rompe; quello, invece, agitato fin dagli anni giovanili e provato dai colpi della fortuna non si è mai intorpidito nell'ozio; infine, nel turbinare degli eventi, acquista bellezza e grandezza".

LIX Durante l'inverno al fico nudo, coperto di neve e tutto pallido per il freddo, disse l'ulivo suo vicino: "Non ti avevo predetto questo male, quando in estate ti vantavi della tua veste tanto rigogliosa? Impara da me la parsimonia".

LX "Volevo venire da voi", disse la farfalla, "ma ditemi: quale pericolo vi minaccia, perchè io vi vedo tremare?". Il cespo di canne a cui era stata rivolta la domanda rispose: "Tu, dunque, pensa quanto speriamo di essere trattate bene, dal momento che questa che sorreggiamo, essendo priva di senso, oscilla da ogni lato".

LXI I voti appesi ad una vecchia statua si lamentavano del fatto che, pur essendo preferita agli altri idoli per merito loro, essa disprezzava nondimeno gli amici più antichi e si protendeva ai voti sempre nuovi che arrivavano. Rispose la statua: "Se vi annoia la mia amicizia, andate dove vi piace". I voti indignati si buttarono giù e infrantisi al suolo caddero a pezzi.

LXII La freccia era caduta in una fontana e pendeva con la punta rivolta verso il fondo. Dissero le ninfe: "È incredibile quanto leggero è il suo piede per il piccolissimo peso della sua chioma di bronzo".

LXIII Il decurione aveva chiesto al vessillo perché si comportasse in questo modo: quando si andava all'assalto del nemico, egli si ritirava fuggendo per la paura; quando l'esercito si ritirava, allora applaudiva il nemico. "Ti sbagli", disse il vessillo, "non sono né pauroso né traditore, ma mi piace il partito dei vincitori".

LXIV La cagnolina raffinata che era abituata a non mettere niente in bocca se prima non l'aveva odorato dieci volte, mentre gli altri cani afferravano, appena cadeva, qualsiasi osso, costretta alla fame, imparò a prendere in aria il pane nero e secco, quando veniva gettato.

LXV La scintilla, poiché era agile e lucente, pensava di diventare una stella, ma venne meno.

LXVI La nave, quando fu trasportato a Roma un grandissimo obelisco, avendo sentito dire che le navi di Enea, appena salpate dal porto, si erano mutate in dee del mare, con questa speranza andò a morire in alto mare.

LXVII Quando il pavone vide in un prato l'asino, l'agnella, la capra, il maiale e il cavallo che pascolavano insieme e nello stesso prato due tori innamorati cozzare tra loro con le corna disse: "È incredibile: questi che appartengono alla stessa famiglia si scontrano con tanto accanimento, quelli di lingua e costumi diversi vivono così affiatati tra loro!". I Fauni risposero: "Non ti ricordi che è diffusa opinione che dall'amore derivano ai mortali l'amicizia e l'inimicizia, ed anche dalla lotta per il cibo?".

LXVIII Prassitele, avendo invano chiesto alla statua di Venere, che lo guardava senza ritegno, prima con molte parole persuasive, esortazioni, preghiere e infine con ingiurie e minacce, di correggere il difetto del suo sguardo, finalmente pensò che questo si potesse eliminare con il ferro.

LXIX Il corvo loquace abitava la bottega del banchiere e per questo motivo la bottega era chiamata "del corvo". Un contadino assai astuto, avendo dato al corvo molte leccornie in regalo, gli chiese in nome dell'intrapresa amicizia di portare qualcosa per la dote di sua figlia. "Verrei incontro assai volentieri al tuo bisogno", disse il corvo, "ma di tutte le cose che si trovano nella bottega niente, eccetto il nome, mi appartiene".

LXX La zanzara che stava per azzuffarsi con la chiocciola, dopo aver provato il pungiglione sulla durissima corazza di quella e dopo aver sentito che l'altra poteva tirare fuori due dardi, aveva paura a scendere in conflitto. Ma la chiocciola, udendo la voce reboante di costei, stava chiusa nei suoi accampamenti. Risero i satiri.

LXXI L'amante desiderava ardentemente (e lo chiedeva con insistenti preghiere) di avere nella sua corona uno dei ramoscelli di alloro che ornavano le porte del tempio. Quelli sostennero di non essere destinati a rendere omaggio ai mortali; l'indomani, quando raccolti in un fascio vennero umiliati a spazzare il pavimento, si pentirono della meschinità del giorno precedente.

LXXII La volpe, avendo visto la punta della coda di un leone, nascosto dietro un albero per tenderle insidie, pur avendo il dubbio che fosse il bue, scappò ugualmente via a gambe levate e disse: "Preferisco che gli amici si prendano gioco della mia debolezza, piuttosto che piangano sulla mia sciagura".

LXXIII L'usignolo aveva detto allo stridulo merlo: "O taci oppure canta qualcosa di melodioso". Quello rispose: "Sei proprio uno stolto ad esprimerti sempre con arte sentita; nel nostro tempo vige infatti questo costume: non chi sa, ma chi sembra sapere viene considerato un gran talento".

LXXIV Il pavone in punto di morte, pubblicato il testamento, lasciò la coda per il cimiero di un soldato; i pulcini si lamentavano perché non aveva lasciato ad essi così gran tesoro. Disse il padre: "Dal momento che siete miei figli, non vi mancherà un simile tesoro".

LXXV Un tale chiese ad un re che aveva visto dipinto su un'insegna di concedergli, poiché dei re è la munificenza, la veste d'oro di cui era ricoperto. La pittura disse: "Se mi toglierai questa veste, non esisterò più".

LXXVI L'arco chiedeva alla corda di evitare le reciproche molestie, o diventando più lunga o rompendosi. Questa invece gli chiedeva di diventare più corto oppure di spezzarsi. Infine, giacché la condizione sembrava inaccettabile ad entrambi, la corda disse: "Dunque difenderemo il nostro diritto, tu con la forza, io con il nervo".

LXXVII L'albero, che quell'anno non aveva prodotto frutti, ottenne di non essere tagliato dal contadino, così come egli aveva deciso, avendo promesso per l'anno successivo copioso raccolto. Quindi fra sé disse: "Ecco quanto è importante la pratica della generosità: non è possibile dire di no, senza correre un grandissimo pericolo".

LXXVIII Il contadino disse al bue recalcitrante: "Io ti percuoterò con questo mattone di terracotta". Il bue, memore del fatto che esso era alquanto molle (aveva infatti arato la terra da cui proveniva), pensava che il colpo sarebbe stato leggero; infine, quando fu battuto, capì che il mattone era diventato con il fuoco molto duro".

LXXIX Il fuco lanciava insistenti invettive contro il re delle api: "Quello inoperoso impigrisce nei piaceri; io passo il mio tempo a percorrere terre e a spremermi le meningi; tuttavia le api preferiscono essere serve di quel pigro". Queste risposero: "Tu sembri operoso perché sei povero, ma nell'ozio saresti apatico e senza freno nel governare; il nostro re, provvedendo ai suoi, preferisce essere buono in casa, piuttosto che sembrare fuori vanaglorioso".

LXXX Vulcano, rinchiuso nella lanterna, amica di Plauto il poeta comico, disse a costei: "Tu offuschi il mio splendore". Rispose la lanterna: "Quando io ti salvo dalla violenza del vento e dal pericolo di vita, ti conviene ricordare il detto: non si può evitare un danno senza un danno".

LXXXI Il coniglio disse: "Orbene, lepre, passi il tuo tempo ad oziare e sonnecchiare; vuoi fare intendere che sei meditabonda?". Disse la lepre: "Non è forse un non far niente il tuo continuo lavorare?". L'altro rispose: "Entrambi seguiamo il nostro istinto quando non vogliamo sembrare oziosi. A te sarebbe oltremodo faticoso quel che faccio io, a me quel che fai tu".

LXXXII Lo scoglio, che si innalzava superbo sopra le basse onde, all'arrivo di onde più alte si nascondeva: a chi gli chiedeva la ragione del suo comportamento rispose: "È sciocco voler sembrare pari a chi è maggiore".

LXXXIII Il pesce desiderava ardentemente salire sull'albero e spinto da questo desiderio saltava sulla superficie della fontana verso le immagini riflesse degli alberi; allora le immagini sparivano."Sei a tal segno stolto", dissero gli alberi, "che anche gli alberi finti ti evitano".

LXXXIV Una gran catasta di legna si rivoltava nel torrente cresciuto per le piogge. In mezzo ad essa c'era un albero più grande degli altri, a cui si erano attaccati molti arboscelli; e questi era costretto a restare fermo in un luogo sfavorevole e a sostenere da solo tutto l'impeto dell'acqua che montava: "Che gran danno", disse "è la grandezza!". Gli arboscelli risposero: "Tu che hai intercettato per molte ore con la tua ombra il sole dorato, devi accettare con serenità che riposiamo un poco in te nei momenti di emergenza".

LXXXV Il bue era trascinato in su per le corna su una nave da carico. Quando i suoi piedi calcavano la terra, egli faceva voti affinché si spezzasse la fune con cui era legato; quando invece era sospeso nell'aria, faceva voti affinché non si spezzasse: "Ecco" - disse la fune - "come costui, a seconda del suo interesse, desidera la mia vita e la mia morte".

LXXXVI Il fanciullo voleva uccidere la tartaruga e la scagliava contro la parete. Disse una vecchierella: "O figlio, se vorrai, la ucciderai con quella paglia. Quando si muoverà, percuoti i suoi occhi con la paglia; quella si nasconderà e in questo modo morirà di fame". "Sia questo il tuo compito", disse il fanciullo.

LXXXVII Il fango immondo aveva desiderato la grandezza del colosso e l'aspetto di Bacco e aveva ottenuto dall'uomo quasi tutti questi favori; e tuttavia non era stato mai pregiato. "Certo", disse, "dobbiamo nettarci dalle sozzure".

LXXXVIII Il lago, quando le nubi si alzarono dai monti nel cielo e si fecero sopra di lui, credendo che fossero montagne, era diventato pallido per la grandissima paura che cadessero nel suo seno. Infine quando le nubi si trasformarono in pioggia e per questo il lago si gonfiò, egli disse: "Quanto ero sciocco ad avere tanto temuto ciò che mi avrebbe tanto giovato".

LXXXIX Il fabbro, il nettalatrine e il mugnaio, mentre camminavano attraverso il foro in mezzo ai signori, venivano derisi. Uno di questi disse allora: "Perché mai tutti ridono?". Rispose il fabbro: "Perché sei sporco". "E infatti", disse il nettalatrine, "siamo tutti sporchi". "È di certo come tu dici", disse allora il mugnaio, "ma tu sei sporco e anche molto puzzolente".

XC Quando baciò il piede della statua di Minerva posta su un alto monte un uomo di gracile costituzione che era salito con un passo veloce ma moderato e che non era né trafelato né sudato, ricevette le congratulazioni dei sacerdoti. Si dice che la dea abbia dichiarato che nella salita gli zoppi e i deboli sono più numerosi degli aitanti.

XCI La lettera, che aveva recato molte notizie assai attese, ma in un passo era stata cancellata, fu per questo lacerata dall'irato destinatario. Disse la lettera: "O malvagia natura degli uomini: infliggono di solito grandi pene per un solo errore e non fanno nessun ringraziamento per i molti benefici ricevuti".

XCII A Priapo custode dell'orto che chiedeva un dono il padrone rispose: "Mi meraviglio che tu non abbia saputo approfittare delle ricchezze che hai in sovrabbondanza". "E infatti", disse Priapo "volevo vestiti e toghe". "Forse tu", disse il padrone, "ignori come siano stolti coloro che coi loro doni si sobbarcano a grandi spese, senza arrecare nessun vantaggio a chi riceve il dono".

XCIII Quando un leone si accorse che ad un suo simile si era schiusa la porta del cielo, acceso dal desiderio di gloria, compiva ogni sorta di prodezze per avere facile primato su tutti i leoni. "Che sciocchezza fai?", disse l'invidia, "Il posto che spettava ad un esponente della tua specie di animali è stato già assegnato a chi ne era meritevole". Rispose il leone: "Mi basterà averne acquisito il merito".

XCIV Il grillo, la rana e simili animali, che o vanno saltando o stanno fermi e distesi per terra, pensavano che il serpente non fosse capace di muoversi. Ma avendolo visto strisciare verso un'altura con incredibile velocità, ammirandone l'agilità, dissero: "O dei, veramente valutiamo l'attitudine e l'indole degli altri in conformità ai nostri sensi e alle nostre forze!".

XCV L'asinello diventava di giorno in giorno, man mano che cresceva con gli anni, più lento e intrattabile. Il padre disse: "Come ha deluso le mie aspettative. Infatti, quando era piccolo ed era più villoso del leoncino e sembrava che avesse un torace più largo e una maggiore abilità nella corsa, ho sperato che sarebbe diventato il principe dei quadrupedi". "Non meravigliarti, o padre", disse l'asinello, "dicono che agli esponenti della nostra famiglia accada sempre che da piccoli promettano molto, e che, quando diventano grandi, siano i più deboli di tutti gli animali".

XCVI Il leone a cui era stato chiesto perché avesse così grande paura, quando gli gettavano addosso una coperta, disse: "E chi non proverebbe orrore vedendo librato nel cielo questo mostro che non ha né testa né petto".

XCVII Il celeberrimo leone amico dell'uomo era condotto per la cavezza attraverso le taverne di Roma dal servo che era stato suo ospite. A chi gli chiedeva perché si comportasse in quel modo e accondiscendesse a servire, egli che nell'arena aveva superato Pegaso nella corsa, i leopardi nel salto, i tori per la forza, gli uomini per l'umanità e che pure tra i leoni non era secondo a nessuno per bellezza e dignità, rispose che occorreva lo stesso animo per aiutare gli amici e infischiarsene di chi abbaia.

XCVIII La famosa lepre, di cui parla il poeta Marziale, andata a finire nella bocca del leone, guardando da lontano i cani che latravano e che l'avevano accanitamente rincorsa, disse: "Ecco la gran differenza di essermi affidata a costui!".

XCIX Il teatro era preso da non piccola ammirazione nell'osservare un leone che era stato ammaestrato ora a lanciare assai bene un disco nell'aria, ora a rotolare a gran forza un enorme globo di marmo, ora a giocare con molta grazia con un uovo. L'invidioso disse: "Sono prove di nessun valore e, pur sembrando diverse, sono la stessa cosa. Ciascuna di esse consiste nel rotolare qualcosa". Rispose il leone: "Lo ammetto, gran sapiente, è proprio come tu dici; ma non voglio che tu ignori, caro mio, che questo oggetto fragile che io rotolo è un uovo, non una palla".

C L'invidioso aveva detto al pavone: "O sciocco, ti sei posto in testa da te stesso la corona?". Rispose il pavone: "Non hai considerato che ho preso pure una collana variopinta?". Risero le ninfe.

Intercenali. Libro decimo

 

Proemio.

Micrologo, uomo di umile condizione, non avendo trovato nessuna compagnia, viaggiava da solo dall'Arcadia agli egizi gimnosofisti con l'intenzione di apprendere la virtù. Per caso entrò in una selva oscura e impraticabile e mentre nel suo cammino si soffermava a raccogliere chiocciole forse per nutrirsi, si imbatté in Ercole (quello che poi per la sua virtù fu considerato un dio), il quale nella stessa selva inseguiva un leone. Dal suo atteggiamento e dai tratti del viso Micrologo cominciò a sospettare che quello non era indiano, ma piuttosto argivo. Pertanto disse: "Orbene, fratello, quale strada porta in città?". Benignamente Ercole accettò di essere chiamato fratello da un pezzente e con molta cortesia apprese della sua patria e dello scopo del suo viaggio e lo informò che il bosco era pieno di insidie. Gli disse perciò di dirigere i suoi passi verso i raggi del sole, dal momento che solo con grandissima difficoltà sarebbe riuscito a uscir fuori dalla selva. Infine confessò all'uomo, che non solo la lingua greca ma anche un identico amore per la virtù gli facevano apprezzare e in un certo senso considerare naturalmente affine, di dovere a Micrologo tutto il suo fraterno amore e tutto il suo rispetto.

Qual è il significato di questo racconto, o studiosi? Ve ne prego, amici, riflettete. Tutti noi che ci dedichiamo agli studi letterari aspiriamo, se non mi inganno, alla virtù e alla gloria attraverso la conoscenza delle buone arti; ma non tutti siamo dotati di tale forza da poter inseguire con sicurezza un leone. La natura, poi, non ha voluto elargire a tutti pari forze di ingegno; per questo si addicono e piacciono ad alcuni le cose grandi, ad altri le piccole. Non è allora un nostro difetto se, mentre gli studi letterari e il comune interesse alla virtù ci spingono ad essere uniti in un fraterno e sacro vincolo, in mezzo a così grandi difficoltà di realizzare i nostri disegni, abbiamo in noi tanta insolente superbia da credere che nessun altro può aspirare alla vera scienza? E nemmeno, per quanto ci compete, permettiamo che vengano aiutati senza nostro danno, in nome del nostro dovere e della clemenza propri degli studi letterari, coloro che sono come smarriti in una grande selva; ma anzi ostacoliamo quelli che, scorta una fiammella di lode e di fama, avanzano con la loro operosità verso la gloria della virtù, o smorzando il loro prestigio o deviandoli verso un cammino sbagliato. Se è infine gradito cimentarsi nella critica, ritengo che tutto il branco degli indotti sia argomento non trascurabile né poco adatto; e in questa critica è consentito eccedere con assoluta libertà e impunità di linguaggio, come se fosse stata dichiarata una guerra legittima, dal momento che non c'è tra padroni e servi, tra ricchi e poveri, tra potenti e deboli tanta inimicizia quanta, per naturale istinto, tra dotti e ignoranti. Ma non voglio essere più prolisso. O studiosi, se l'esercizio delle lettere e della virtù ha raffinato le vostre qualità morali, di questo solo vi supplico: non consentite che si discosti dalla pietà e dal diritto quel divino ingegno che Dio vi ha dato per ricercare e compiere le più alte imprese. Vi prego di non disprezzare noi più deboli che concepiamo pensieri più adatti ad ingegni tardi e mediocri. Se vi ho avuto tutti come fratelli, se non ho offeso nessuno e ho giovato a tutti quelli che ho potuto, adoperatevi ve ne prego, assieme a me affinché i posteri non abbiano la sensazione che questo nostro tempo, non privo di brillanti scrittori, sia pieno di invidia. Otterremo questo, se, deposte le nostre contese, ci ameremo l'un l'altro: fate ciò e siate felici.

 

Argomenti del decimo libro

Il gufo. Certi cittadini, anche se sono malvagi, devono ciononostante, essere mantenuti nello Stato.

Le nuvole. Non si deve gareggiare con i superbi in boria e tracotanza.

Perseveranza. Ma bisogna inchinarsi alle circostanze.

Il tempio. La boria e la pompa sono state sempre rovinose.

Il lago. Non si devono introdurre mutamenti nella vita dello Stato per ammantarsi di onori, ma si devono rispettare le antiche consuetudini della patria, comunque esse siano.

Il lupo. Nell'agire non si deve confidare nella benevolenza della fortuna e nei successi, per portare offesa a qualcuno.

Il ragno. Avviene talvolta che l'ostilità dichiarata ai meschini e ai reietti conduca i più potenti alla più disastrosa rovina.

 

Il gufo

Quando gli alati di ogni specie si radunarono sul monte Olimpo, per prendere comuni decisioni sulle pubbliche faccende, il gufo, l'uccello più dotto nelle cose antiche, poiché per il comportamento e gli atti era considerato filosofo (e in quel momento tutti lo guardavano con molta attenzione), tenne un pubblico discorso, a mio giudizio, non privo di eleganza. In esso, per esporvene come il sunto, diceva di ringraziare gli dei che gli permettevano di vedere tanta folla desiderosa di ascoltare ciò che egli per tutta la vita in molte veglie aveva ricercato per la comune utilità. Disse che gli ascoltatori avrebbero capito facilmente che egli aveva scoperto il modo con cui conservare, con mutuo vantaggio, l'amicizia perenne tra i diversi uccelli e una onorevolissima pace. Ma per questo c'era innanzitutto bisogno di una legge, con cui castigare i malvagi e gli ostinati e offrire ai buoni un modello di vita onesta. Quindi discusse a lungo e con pertinenza della forza della legge e riferì che questo è il principio fondamentale concordemente sostenuto da coloro che si occupano di questi problemi. Il mondo, e tutto ciò che è al mondo, è governato nel migliore dei modi dalle leggi di natura e, al contrario, non esiste nessuna attività pubblica e privata, che possa durare a lungo senza leggi. Perciò affermava che la legge è assolutamente necessaria. Né perciò si doveva prestare ascolto agli eventuali facinorosi e insolenti oppositori di questo principio, i quali, proprio perché pretendono di vivere senza il freno di nessuna legge, ritengono questa difficile e gravosa. Agli onesti certamente la legge è gradita.

Poi rivelò la sua proposta di legge: "Gli uccelli che hanno artigli falcati e rostro adunco, tanto che non possono ruspare nella terra e prendere il cibo, siano nutriti dagli altri uccelli". Egli più volte li invitò a considerare con attenzione quanti vantaggi comportasse questa legge. Giurò per i grandi dei che la legge era stata approvata da tutti gli onesti, con cui aveva conferito prima di venire a proporla. E domandò se qualcuno ignorava che non erano stati dati dalla natura uguali poteri e facoltà a tutti i viventi. Dunque chi non è del tutto dissennato deve sopportare la sua sorte e ricordarsi sempre che, col mutare degli obblighi, bisogna sottomettersi a ciò che è inevitabile. Fece allora lunghi discorsi sulla liberalità; disse che l'amicizia nasce dalla liberalità, che essa cresce con i benefici e che con la generosità si acquista il favore dei cittadini e, infine, sotto la guida della natura, le persone generose sono a tutti così gradite, che esse vengono amate da conoscenti ed estranei e apertamente lodate. Infine proclamò che tutti dovevano considerare empio e quasi contrario alle leggi della natura il rifiuto di donare a chi è bisognoso quel che si ha in abbondanza. Il potere e il comando non vengono esercitati da coloro che sono dotati di animo forte e generoso per danneggiare qualcuno, ma per attirare a sé con benigna generosità quanta più gente possibile. Perciò tutti devono assecondare il compito dei governanti con la condiscendenza, così da doverne ricevere ringraziamenti, come indubbiamente ringrazieranno coloro che riceveranno aiuti dai più generosi. Prometteva di conseguenza solido e eterno legame di familiarità tra coloro che hanno ricevuto e coloro che hanno fatto il beneficio e quindi, quando ciò apparirà in tutta la sua evidenza, gli uni spingeranno con la continua liberalità l'animo di molti a rafforzare la schietta amicizia, gli altri, ben meritando di sé, saranno riconoscenti con l'animo pronto e memore. Non c'è uomo saggio che, comprendendo il valore dell'amicizia, non si prodighi per non sembrare ingrato a nessuno. Aggiungeva inoltre che non poco giova alla virtù avere a disposizione quasi un rivale, con cui poter gareggiare nei doveri e nella benevolenza e da cui con somma lode attendersi graditissimi frutti.

Perciò si dilungò sui vantaggi della legge, tanto che non tralasciò nessun argomento per dimostrare che la legge era onesta, liberale, utile e, infine, degna di approvazione. Tutta la plebaglia, soprattutto i corvi e le cornacchie, cominciava ormai ad approvare apertamente; ma il pavone, le anatre, la pernice e simili alati, splendenti di oro e di gemme, poiché erano tronfi e boriosi, mal sopportavano questa cosa; e in particolare le anatre, gli uccelli più ciarlieri, si impegnarono a sabotare la legge. Dopo aver imposto silenzio agli altri, questa ciurmaglia cominciò a parlare, partendo dagli antenati e da quelli che con la loro virtù e i loro meriti avevano lasciato chiara fama di sé e ai posteri quiete e tranquillità e innalzò con grandissimi elogi i detti e i fatti di costoro. Sostennero invece questi animali che erano degni di biasimo coloro che tralasciavano le regole degli ottimi e saggi antenati. Denunciarono che in questa famiglia gli scontenti dei costumi e delle usanze patrie volevano introdurre nuove e non usuali frodi. Si apriva perciò ai mestatori e ai sediziosi la via per promuovere rovinose iniziative, in modo da portare a compimento, con il conforto della legge e il suffragio degli ignoranti, quello che volevano realizzare con la forza delle armi. Bisognava quindi stare attenti, per gli dei immortali a non perdere la libertà, di cui nessuna cosa più dolce e più cara si può trovare nella natura, credendo di conquistare la libertà. Chiesero infine quali nemici potessero essere tanto rozzi e feroci che, per difendere la libertà, anche appartenendo alla plebe più vile e umile, non proclamavano che bisognava resistere con le armi e con la forza. Per questo era necessario stare all'erta, affinché quella libertà, che era messa a repentaglio da un nemico forse armato, fortissimo e apertamente ostile, non venisse distrutta quasi con l'inganno da gente volubile e scaltra con le sue chiacchiere. Infine dissero che bisognava considerare quanto fosse distante dalla libertà intraprendere un'attività, che malvolentieri si è costretti a svolgere per mezzo di un editto. E affermarono che i popoli liberi devono approvare solo le leggi, che a ciascuno conservano il suo e impediscono le offese dei violenti; e finalmente che si devono del tutto eliminare, se ci sono, quelle che ai tuoi figli sottraggono la ricchezza acquistata con il sudore e i pericoli; a te la libertà concessa dagli dei; e a tutti l'operosità maestra di una buona condotta di vita. Certo nessuno preferisce condurre una vita inerte e misera, per accondiscendere e servire individui oziosi e volgari. A questo punto non tralasciarono nessuna lode dell'operosità. Le ricchezze, sostegno dello Stato, si accumulano con l'operosità; pochi operosi hanno portato spesso, nei momenti di maggiore difficoltà, la ricchezza e la salvezza a tutto il popolo. Uno Stato ben fondato e bene organizzato non tanto deve provare riconoscenza grandissima verso gli operosi, quanto odio mortale verso gli oziosi. Si devono scacciare e sterminare tutti gli oziosi, di modo che ricevano il castigo per aver recato danno allo Stato e non contaminino gli altri con la macchia dei loro cattivi costumi. Dopo di ciò elencarono accuratamente tutti i delitti che nascono dall'ozio. E proseguirono nel loro discorso fino a mostrare che la legge del gufo può piacere ai pigri e agli ignavi, ai malvagi e ai perfidi. Questi, poiché non sanno procurarsi il vitto con la propria operosità, fuggono; oppure, poiché non possono saziare, secondo il loro capriccio, l'infinita brama del loro animo e le loro superbe voglie, si sforzano di soddisfare sé medesimi con le fortune degli altri innocenti e con la rovina della collettività. Perciò giurarono che una legge siffatta appariva decisamente dannosa a tutti gli onesti. Se c'era tuttavia qualcuno così vile, che con il suo servilismo preferiva sembrare dipendente dagli altri piuttosto che desideroso della sua libertà, costui, se aveva deciso di poter essere così prodigo delle sue cose e del suo favore da accettare una vergognosa condizione, non imponesse agli altri con la sua impudenza la necessità di servire.

Sarebbe qui lungo riferire l'elenco di tutte le pericolose discordie che, secondo loro, sarebbero sorte con il passare del tempo, se avessero offerto non solo ai morti di fame, ma anche agli scioperati e ai perditempo in genere, abbondante cibo; altri avrebbero poi osato avanzare richieste più esose, se non difendevano la libertà contro gli oziosi e gli arroganti. Con questa orazione avevano volto l'animo degli ascoltatori a valutare il significato della libertà; tuttavia, poiché con la precedente orazione il gufo si era imposto per la sua eloquenza, la folla esitava incerta e oscillante. I notabili, che avevano osservato la disposizione d'animo della folla muta, avvicinandosi a ciascuna specie di uccelli, con ogni argomentazione sconsigliavano la legge e passeggiando tenevano questi discorsi: il gufo era chiaramente pazzo, se, per mostrarsi filosofo e dar l'impressione di aver fatto chissà quali scoperte, solo, in un gruppo di nobili cittadini, era andato a tenere un'insensata declamazione e con voce roca aveva pronunciato un'orazione vana, sciocchissima e inconcludente. Infatti, oltre ad aver mostrato l'estremo della bruttezza con il suo viso pallido e gli occhi gravi, non aveva presentato nessun argomento adatto a un filosofo, né nel suo modo di comportarsi si riscontravano atteggiamenti analoghi a quelli dei filosofi, tranne il fatto che si compiaceva di vivere in dura solitudine nei teatri deserti e nella triste ombra. Nella musica, poi, il cui apprendimento lo faceva vegliare notti intere, e nella quale sosteneva di essere valente, mostrava, come era possibile vedere, un'assoluta incapacità. Esortavano allora a considerare i gesti tristi di quell'uccello e ad osservarne il cipiglio, chiedendosi se egli avesse consultato tutti insieme gli dei del cielo e dell'inferno quando aveva proposto la legge".

Il gufo volgeva da tutti i lati le orecchie e gli occhi per capire quel che si diceva qua e là sul suo conto e si stupiva che facessero discorsi tanto stolti e discordanti. Gli uccelli, osservando il suo volto e i suoi gesti, scoppiarono in una risata sonora e volarono tutti attorno alla bestia per dileggiarla. Quando l'aquila, l'avvoltoio e gli uccelli di questo genere si accorsero che l'assemblea si era risolta in una burla, si radunarono subito a deliberare e, presa una decisione, stabilirono di mettersi in stato di guerra, dal momento che non potevano restare in pace e sotto la legge. Da allora fino ad oggi sono stati in perenne conflitto con i notabili.

Con quest'apologo vorrei far capire le analogie con i sistemi politici: ci sono alcuni che è meglio mantenere con la condiscendenza che con il pericolo di vita.

 

Perseveranza

Le querce, sradicate dallo scirocco, non cessavano di provare grande meraviglia di fronte alle canne, che sostenevano incolumi e illese la grande forza del vento furioso. Allora le canne dissero: "Di che vi stupite, o immense querce? State al suolo, perché vi opponete resistete. Noi, invece, umili, vanifichiamo gli assalti della fortuna con la condiscendenza e la pazienza".

 

Le nuvole

Nella precedente generazione dei nostri padri l'Italia era solita avvalersi in guerra, in difformità dall'antica usanza degli antenati, non di cittadini, ma di soldati mercenari e di armi straniere. Questo (se non mi inganno) avveniva per un accorto disegno, in quanto essi ritenevano più conveniente opporre al furore delle armi uomini che si vendono e sono d'infima condizione, anziché provare la fortuna della guerra con pericolo e disagio dei cittadini. Forse volevano anche evitare che il soldato latino usasse le armi per condurre la patria alla rovina. Il che, in verità, è avvenuto. Infatti, poiché nemici assidui, mossi dalla speranza di vittoria e dalla brama di preda, hanno taglieggiato in Italia popolazioni prospere e pacifiche la gioventù italiana a poco a poco si è sentita attratta dal richiamo delle armi. Essendo la gente italica fiera e nata per comandare subito sorsero qua e là per tutta l'Italia innumerevoli condottieri, dotati di tanto coraggio e superbi per la gloria di tante imprese, che ciascuno di loro non badava alla vittoria e ai trionfi. ma principalmente al potere e non riteneva piena la vittoria se non riusciva a tenere sotto la sua giurisdizione coloro che aveva superato. Perciò, dal momento che questi ritengono bellissimo governare e le libere città non servire a nessuno e, non trascurando nulla gli uni per acquisire il potere, le altre per difendere la libertà, da una parte e dall'altra sorsero tante discordie, che non solo gli uomini, ma anche gli dei se ne stupirono moltissimo. Pertanto da Giove ottimo massimo, a cui sempre fu a cuore la pace degli uomini, fu mandato Mercurio, messaggero degli dei, affinché chiedesse cosa significassero tanti apparati militari in ogni parte d'Italia. Presi i talari, il dio, volando verso le Alpi, si fermò in quel luogo da dove poteva vedere Gallia e Etruria e qui depose i talari e lasciò l'aspetto divino per mescolarsi meglio tra i mortali. Subito gli si accostarono le Nuvole e, fatta corona, salutarono assai familiarmente il dio; di esse infatti era solito servirsi Mercurio per le sue operazioni.

"Certo", disse Mercurio, "siete venute a proposito; suppongo che potrete liberarmi dalle preoccupazioni con cui sono venuto. Voi che, di grazia, sovrastate le città giorno e notte, ditemi la ragione, poiché potete facilmente saperlo, per cui in ogni angolo gli uomini impugnano tante armi?". Allora le nuvole: "Sappi, o Mercurio," dissero "che Plutone ha una figlia, probabilmente nota agli stessi dei, il cui nome è Ambizione; il suo aspetto è così bello che la desiderano ardentemente molti giovani nobili e non pochi patrizi. Ma la fanciulla è mutevole e petulante e gode moltissimo di uno stuolo di corteggiatori e promette a tutti, a suo capriccio, ciò che essi desiderano da lei. Perciò chi spasima d'amore è sempre pronto a riverirla con ogni opera, cura, attenzione, assiduità e ostacola e vanifica in tutti i modi possibili le speranze e le attese dei rivali. Tra loro, quindi, sono nate liti, odio, risse; e a causa dei conflitti di parte si è arrivati al punto che hanno deciso di scontrarsi in assetto di guerra".

Mercurio, avendo compreso la situazione, disse: "Veramente la donna è la rovina degli uomini; da essa sempre sono derivate contese, dissidi e ogni calamità nelle cose pubbliche e private". E mentre si accingeva a tornare da Giove, chiese se mai le nuvole volessero qualcosa da lui. Allora le nuvole dissero: "O Mercurio, ci hai detto proprio quello che ci aspettavamo. Infatti per la tua benignità verso di noi, come speriamo, non rifiuterai di patrocinare una causa giusta e santa, e nient'affatto difficile. Ti preghiamo e ti supplichiamo di farlo. Questo è l'oggetto della causa. Sai, o Mercurio, che non siamo affatto di umile stirpe. Nate infatti e dalla Terra e da Giunone, è, pensiamo, noto a tutti che siamo state di sicuro generate da Febo. Quanto sia modesta e tranquilla la nostra vita non è necessario dirtelo, essendo una cosa arcinota. E allora? Non è forse un'offesa che i fuochi abbiano come dimora l'Etna e per re Vulcano e i venti riempiano grandi e vari spazi e per molte contrade si aggirino sotto la guida di Nettuno tanto che scorazzano per tutto l'etere, il mare, i monti e infine per tutta la terra? Noi, invece, innocue, stabili nel nostro lavoro, non abbiamo l'onore di un re, non siamo protette da leggi; anzi (condizione molto amara), sempre raminghe e fuggiasche siamo agitate, tanto che non ci è mai consentito di fermarci, mai di riposare in tranquillità. Sempre alimenteremo l'ombra con le nostre lacrime? Noi forniamo la rugiada e il nutrimento ai semi, affinché diventino maturi e dolci frutti, di cui si nutrono le vittime degli dei e gli uomini, delizia dei celesti. I venti scalzano i fiori e con le inondazioni sconvolgono il campo coperto di erbe; i fuochi devastano le messi mature. Non è giusto trattenerti più a lungo con i nostri moniti, dal momento che sei saggio e ci accorgiamo che hai fretta di ritornare da Giove. Ti preghiamo soltanto di perorare questa causa della nostra salvezza e dignità, se la giudicherai onesta e non indegna del tuo amore verso di noi. Ma vogliamo convincerti, o Mercurio, che niente di più gradito può esserci dato da te quanto ottenere con la tua collaborazione questo giusto favore che gli dei possono facilmente compiere. Desideriamo l'onore di un re e il possesso di una patria dopo il lungo esilio, per poter qualche volta venerare in pace gli dei con devota religiosità. Non rifiutiamo nessuna sede e nessun re, purché dignitoso. Se grazie a te, Mercurio, si realizzeranno, come speriamo, i nostri desideri, ti accorgerai che saremo memori e riconoscenti del tuo benevole aiuto".

Allora Mercurio disse: "Voglio arrecarvi onori e vantaggi; ma spetta a voi considerare se in questa faccenda vi giovi di più che Mercurio sia avvocato delle nuvole presso i celesti o piuttosto consigliere di Giove; con questi cercherò di orientare in modo per voi soddisfacente il senato degli dei". Fu deciso allora che i messaggeri partissero assieme a Mercurio. Raccontano che Giove corrugò la fronte per un po' dopo avere ascoltato la loro perorazione e le loro richieste. Quindi dopo aver taciuto per qualche istante pieno di pensieri, congedò i legati delle nuvole con questa risposta: gli dei decidono che le nuvole abbiano un re e un regno a loro scelta. Tuttavia per andare ancor più incontro ai desideri delle nuvole, senza offesa per nessuno, delegava il compito di scegliere un re adatto agli dei e degno di stima al parlamento delle nuvole. Stando così le cose, le fece riunire in comizio, con la speranza di convincerle che da parte degli dei non sarebbero mancate sedi e onori per il re proclamato.

Perciò da ogni contrada le nuvolette segretarie volano ad accogliere le nubi nobili, grandissime e barbute, per indire i reali comizi. Eccole, quindi, le candidate, dall'aspetto meditabondo, nobile, contegnoso; ciascuna, reclamizzando i suoi disegni e i suoi programmi, era pronta ad esercitare il potere e a promulgare le leggi. Erano inoltre piene di tanta arroganza che, accantonate le solite bestie da tiro, si fecero trasportare da animali più rari, dall'idra, dall'ippocentauro, dalla belva di Lerna e da simili mostri. Affermano che al padre Febo fosse odiosa la boria e la superbia delle nuvole; ed egli, non sopportando il loro sussiego, girò il viso, ma le nuvole, quando giunsero a mucchi presso la cima, con insopportabile ostentazione di dignità e di maestà, con voce grave e sonora, e tuttavia soffocata e cupa, oppure sorda, si salutarono tra loro e appena furono ammesse tutte le classi ai comizi centuriati, è incredibile a dirsi con quanta premura ciascuna si precipitò a occupare tutti i seggi. Avresti potuto udir crescere la loro voce grave e rauca, e dopo di ciò scoppiare in grandissimi clamori; quindi per l'aspra contesa delle parti, si cominciò a ricorrere alla forza; le candidate, in preda alla furia, posato il mantello sul braccio, usarono pietre e fiaccole come armi. Non si può dire la paura che arrecò ai mortali e agli dei il conflitto, il fragore e il fracasso dei contendenti. I fiumi si gonfiarono per il sangue delle nuvole; i monti e i templi degli dei tremarono di sgomento e di paura. Non c'è dubbio che anche gli dei restarono attoniti e sospesi come se crollassero le fondamenta del cielo. Dicono che solo Giove con la fronte placida e serena, emesso un sospiro, sorrise dopo tanto agitarsi delle nuvole e a chi lo interrogava disse che non a caso aveva consigliato alle nuvole di accordarsi tra di loro per l'elezione di un re. Sapeva che l'indole delle nuvole è sconsiderata e malvagia e che, quando sono gonfie di superbia, con gran boria e supponenza scelgono un comportamento capriccioso e volubile. Aveva inconfutabile prova della loro sconsiderata arroganza, oltre che da altri particolari, proprio del fatto che esse desideravano un re e una sede per il loro regno. Se lo avessero ottenuto e avessero saputo orientare la forza, i progetti, la volontà, i desideri al comune onore, non sarebbe stato senza dubbio lontano il giorno in cui, nella loro illimitata tracotanza, avrebbero tentato di assalire gli astri, la luna e lo stesso sole. La cosa più augurabile era di stroncare la loro insolenza. Infatti coloro che hanno una parvenza di virtù o di vizio facilmente si radunano tra loro; e vediamo con quanta familiarità vivono insieme i beoni, i ghiottoni, i femminieri, i biscazzieri, i ladri, i banditi, i sicari, gli assassini e altri scellerati di questa risma; solo il superbo sdegna e odia il superbo simile a lui e chiunque al superbo è meno fastidioso del superbo. L'indole dei superbi è tale che essi sono sempre tra di loro molesti e ostili.

 

Il tempio

Ci fu in Etruria, come ho appreso dai nostri antenati, un tempio di grande nobiltà e bellezza dedicato alla dea Tosse, oggetto di antichissimo culto e degno, per il suo aspetto, dell'universale ammirazione; in esso non infrequentemente si celebravano sacrifici e festività di grande rinomanza a cui partecipavano tutti i vicini. Questo tempio sarebbe durato sino ai giorni nostri se non fosse clamorosamente crollato per una circostanza inaudita e straordinaria. Infatti accadde che le pietre, che giacevano come fondamenta del tempio, spinte dal vano desiderio di novità, tennero tra loro simili discorsi: "Che facciamo, fannullone? Siamo gettate in questa perenne servitù e mai sarà possibile liberarci dall'immane fardello al quale siamo sottoposte? Dovremo sempre sopportare quelle pietre insolenti e inerti che gravano sulle nostre spalle? Cosa sarebbe accaduto, se esse fossero arrivate prima in questo luogo? E se avessero occupato prima delle altre questa dimora? E se ad esse fosse stato anticamente prescritto il possesso di questo suolo che è stato assegnato a noi? Che offesa è questa? Le pietre nuove e straniere si trovano alla luce del sole? Chi è tanto vile da sopportare a lungo questo stato? Quelle, indolenti e inutili, sono ornate di corone d'oro; noi che con la nostra fatica e il nostro vigore assicuriamo la salvezza e l'incolumità di questo tempio, siamo sempre imbrattate e insudiciate dal fango e dal muschio. Resteremo per sempre neglette e ignobili, mentre quelle vengono baciate e abbracciate da fanciulle leggiadre e fresche? Riscattiamoci da questa vergogna passando alla gloria della forza e dell'onore. Saliamo con animo forte e audace e avanziamo, come meritiamo, nell'alta e celebre sede del tempio". Con l'animo acceso da queste parole, si affrettarono ad eseguire il loro disegno. Ma si erano appena sollevate per muoversi che tutto il tempio rovinò da ogni parte con grande fragore. Per questo gli artigiani spezzarono alcune pietre, ma soprattutto quelle delle fondamenta, in parte per farne calce, in parte, dopo averle tolte dal luogo sacro, per pavimentare il condotto della cloaca. Accortesi di quel che era accaduto, le pietre che erano state la causa di tanta disgrazia si addolorarono dei disastri e delle sciagure che coinvolgevano se stesse e le altre. E mentre si lamentavano, non smettevano di ammonirsi l'un l'altra: è pazzo chi non vuole essere quello che è; è dovere dell'uomo prudente non detestare la posizione che gli ha dato la sorte; si deve piuttosto sopportare la vecchia norma, anche scomoda ed ingiusta, anziché con nuove leggi precipitare te e gli altri in un male grave e forse estremo.

 

Il lago

In un laghetto, che non era di solito frequentato da nessun animale dannoso, moltissimi pesciolini e molte rane, animali dalle abitudini diverse, vivevano insieme con un diletto che non si può facilmente descrivere; e sia le rane che i pesciolini avevano infatti ereditato dai loro antenati l'abitudine di mettere tutto in comune in quel luogo. Ogni giorno si svolgeva lì questo tipo di spettacolo: i branchi di pesciolini si raggruppavano danzando, le rane cantavano delle melodie saltellando. Tale era in sostanza il loro modo di vivere che non c'era niente da aggiungere ai giochi, all'allegria, alla gaiezza. Somma era innanzitutto la libertà, grandissima la pace, assenti le discordie interne, assenti i sospetti tra i cittadini, assenti le invidie e le contese con i vicini e gli stranieri; incredibile l'accordo degli animi e delle volontà nelle cose pubbliche e private. In tale situazione, sia perché questo è il comune destino delle cose umane (in quanto le creature mortali non possono avere niente di perenne e di stabile), sia per l'innata mancanza di misura di molti, che non possono accettare con equilibrio la fortuna propizia, accadde che alcuni pesciolini bramosi di fama e di sembrare promotori di importanti iniziative pubbliche, promulgarono queste legge: "Le rane abitino la spiaggia e le parti superiori del lago: i pesciolini tengano le parti inferiori".

Questa legge piacque a tutti, tranne che ai vecchi più saggi; ma essi non si pronunciarono con sufficiente energia contro i promotori della legge per disapprovarla. Questi ultimi, anzi, poichè alla moltitudine sembrava che essi avessero trovato un ottimo sistema di vita, furono pubblicamente lodati. Si riteneva che, grazie a questa disposizione, la regione era stata ben divisa, dal momento che questa legge impediva alle rane di sporcare le acque profonde rivoltando il limo e faceva obbligo ai pesciolini di restare nelle loro caverne. Avendo pertanto obbedito alla legge per alcuni giorni con grandissimo scrupolo ed essendo ognuno rimasto volentieri al proprio posto, accadde quel che accadde. Nessuna disposizione, per quanto sacra, per quanto egregia, viene introdotta nell'amministrazione dello Stato senza che essa venga cancellata da nuove leggi e, quasi con disprezzo, ignorata dalla massa insolente e bramosa di novità. La folla dei pesciolini, secondo le antiche libere consuetudini, emergeva non raramente alla superficie e anche le rane si introducevano nella zona dei pesciolini. La legge cominciò ogni giorno di più ad essere rifiutata. Erano scontenti di questa situazione coloro che erano stati i promotori della legge; ed erano sdegnati del fatto che la loro autorità non meno dei pubblici regolamenti venisse trascurata e svuotata d'importanza. Perciò con discorsi in pubblico e in privato cercarono di convincere le masse che era molto bello sottoporsi a qualsiasi sacrificio per far rispettare la legge. Riuscirono soprattutto a convincere i pesciolini, che stavano in estasi davanti alla loro eloquenza e applaudivano con grande calore, affinché, quando gli oratori mandavano un banditore, con il lancio di una pietruzza nel lago, non ne ostacolassero il ritorno in sede. I pesciolini rispettavano l'editto senza alcuno sgarro; ma le rane garrule e petulanti, per loro natura insolenti, o perchè ritenevano molto più piacevole l'antica libertà e il modo non coatto di vivere, o perchè sdegnavano l'antipatica prosopopea degli oratori, non solo non rispettavano l'editto, ma anzi, quando era lanciata una pietra, si dirigevano subito verso la parte bassa del lago e, accorrendo da ogni lato, disturbavano le assemblee con grande schiamazzo e impedivano l'ascolto della voce dell'oratore. Gli oratori proclamavano che veniva tradita la repubblica e commesso un grave delitto, sostenendo che quella resistenza alle leggi avrebbe provocato la rovina dello Stato. Le rane affermavano che erano dei pazzi a non capire che a causa di questa legge erano stati introdotti dei tiranni, mentre esse avevano compreso che era vergognoso obbedire al loro sciocco editto: esse non odiavano ancora a tal punto la libertà da non ritenere bello salvaguardare senza ulteriori regole l'antica indipendenza dei padri anziché sottostare ad una legale servitù. Cosa aggiungere? Mentre da un lato gli uni sono pronti, dall'altro le rane rifiutano di obbedire alla legge. Con la forza delle loro parole gli oratori sollecitano con continui discorsi il volubile stuolo dei pesciolini a considerare ora un delitto e un'offesa gravissima per il rigore della legge quello che prima era consentito come gaiezza e gioco. Da un lato e dall'altro si udivano perciò vari e gravi lamenti e durissimi litigi. E la questione era arrivata, a causa delle passioni di parte, alle armi e allo scontro frontale. I pesciolini a questo punto, poichè capivano di essere inferiori per forza, decisero (avvenimento degno di essere ricordato nelle lettere) di ricorrere all'inganno.

Non lontano da questo lago nidificava un grandissimo serpente in una conca paludosa, dove i pesciolini avevano l'abitudine di passare per sotterranei cunicoli. Gli araldi dei pesciolini andarono a chiamare costui e parteciparono all'ambasceria gli stessi propugnatori e sostenitori della legge. Il serpente, colpito dalla loro eloquenza, ritenne di non compiere nessun gesto prima di recarsi con gli stessi messaggeri a ispezionare il luogo e gli abitanti. Particolarmente lieti per il suo arrivo i pesciolini si congratulavano tra loro. Ritenevano che sarebbe stata domata per sempre la superbia delle rane, che vedevano scoraggiate per la paura del tiranno. Le rane, appena capirono con non oscuri indizi la frode dei pesciolini e il loro malvagio inganno, stabilirono di render la pariglia, chiamando la lontra, animale ostilissimo ai pesciolini.

I vecchi ritenevano che era da cittadini folli preferire di rivaleggiare nell'odio piuttosto che nell'amore e nel dovere e che non era giusto, proprio perché detestavano la crudeltà, commettere degli atti che li avrebbero fatti sembrare assai malvagi. Se ancora ragionavano, non dovevano introdurre, non solo come vendicatore, ma nemmeno come arbitro delle lotte e dei conflitti domestici un estraneo, al quale anche renitenti dovevano obbedire. E disputavano sul modo più facile per tenere lontane dalla loro vita creature di tale superbia e ingordigia, se per caso (e l'avrebbero fatto) avessero cominciato a diventare moleste. Aggiungevano ancora che grande sarebbe stato il danno e di certo degno di biasimo, se le private offese dei malvagi cittadini avessero messo in pericolo la patria e se avessero subito delle offese tali da dover anch'essi piangere nelle disgrazie degli avversari. E infine chiedevano come avrebbero potuto pregare gli dei, dal momento che essi si rallegravano delle disgrazie dei concittadini e della propria vergogna. Supplicavano infine di astenersi dall'odio; e infatti preannunziavano che, a causa delle disgrazie nate dall'odio, si sarebbe verificata la rovina della patria e la catastrofe totale. Prevalse tuttavia il parere dei più astuti e di coloro che erano convinti fosse meglio vendicare in qualunque modo le offese. Perciò, senza aver riguardo per i vecchi, per mezzo di ambasciatori fecero venire da terre remote la lontra. La belva, per sua natura feroce e quasi sfinita dalla fame, appena si accorse di essere arrivata in un paese molto ricco, ringraziò gli dei per averla colmata in maniera inattesa di tanti doni, si recò dal serpente e con lui divise il potere e stabilì questa legge: "Il serpente governi sulle rane, la lontra sui pesciolini". Una volta sancita la legge, i crudeli sovrani dalle maledette fauci, imperversarono con intollerabile arroganza e odiosa violenza sugli individui di ciascuno dei due gruppi. Cittadini onesti e coraggiosi per un motivo ignoto venivano sgozzati. Nessuno aveva un bene che a lungo poteva considerare come suo. Erano infine afflitti da tanti mali, che erano costretti a piangere sia le loro disgrazie che quelle dei concittadini rivali. Immersi in tanti mali non erano allietati dalla speranza di una migliore fortuna; e ogni giorno di più i tiranni spadroneggiavano e diventavano crudeli.

Gli infelici non sapevano a chi rivolgersi, tranne che a quei vecchi, i quali spiccavano ai loro occhi per saggezza e prudenza. E ormai ognuno era disposto a sopportare qualsiasi cosa dagli altri, pur di non assistere allo spaventoso annientamento dei migliori cittadini e delle famiglie più cospicue. Ma i vecchi, che non erano stati ascoltati quando erano stati consultati in tempi di prosperità (anche i vecchi dissennati, nello sconvolgimento generale, erano circondati da un fitto stuolo di gente che supplicava, compresi i dignitosi e gli intrepidi) bisbigliavano esitanti che essi erano vissuti abbastanza per la vita e per la gloria e che non potevano fornire soccorso nelle avversità, dopo essere stati ignorati nella buona sorte. Perciò rimandarono la folla da quei furbi, ad opera dei quali erano stati disattesi i loro ottimi consigli. Infine, sollecitati dai figli e dalle mogli e richiesti con grandi preghiere di aiuto e di perdono, i vecchi si convinsero di non rifiutare la loro collaborazione alla patria in pericolo e in difficoltà, se quella massa indocile li ascoltava e obbediva alle loro parole. La folla giurò che avrebbe sempre rispettato questi padri come divinità, poiché capiva che essi avevano saggezza e capacità di prevedere il corso degli eventi futuri; sempre perciò li avrebbe seguiti con devozione e rispetto e mai avrebbe infranto i loro comandamenti.

I vecchi furono soddisfatti; preoccupati quindi per la situazione presente, pretesero innanzitutto di riavere il favore e la benevolenza di una volta. Era questo il solo modo per poter recuperare e conservare la salvezza e l'incolumità della patria. La concordia dei cittadini era il mezzo più adatto per scacciare e abbattere ogni tirannide. Discussero a lungo su questa proposta e li esortarono a stringere patti di amicizia. E tutti, dal momento che l'acerbità della fortuna li aveva resi umili e miti, obbedirono. Pertanto, deposti gli odi, poiché la faccenda non si poteva in nessun modo risolvere con la violenza, cercarono di allontanare dalla loro vita tiranni tanto crudeli con l'intelligenza e la ragione. Alcuni capi dei pesciolini, che erano molto abili nell'eloquenza, colta l'occasione in cui la lontra era di animo più conciliante, le rivolsero questo discorso: "Rendiamo grazie agli dei e soprattutto a te, giustissimo principe, e doverosamente ci congratuliamo con la tua virtù e con la nostra fortuna, dacché nel nostro stato abbiamo ottenuto che venisse arginata l'antica insolenza della plebe e l'illimitata libertà di creare disordini grazie a te, che vi hai messo un freno. Infatti noi credevamo che quell'arroganza, della quale, per eccesso di libertà, si vantava la plebaglia dei pesciolini, sarebbe giustamente diventata odiosa agli dei; e nessuno era tanto stolto da non capire che la loro incostante natura, facilmente incline al piacere, avrebbe arrecato danno alla patria. Tu, o santo principe, hai evitato la disgrazia che stava per abbattersi su questa gente. E hai pensato che non facessero parte dello stato quei cittadini che passavano tutto il giorno tra gli scherzi e le frivolezze; e hai santamente introdotto la parsimonia, punendo i prodighi e i superbi, e la modestia, castigando i più ignavi. Per questo motivo, avendo tu dato alla repubblica l'incolumità e l'esempio, mai, per gli obblighi di gratitudine verso di te e per il nostro bene, cesseremo di pregare gli dei, affinché resti quanto più possibile duraturo e solido il tuo potere su di noi, che le tue leggi hanno reso più civili. E infatti se tutti esprimono la convinzione che tu sei il migliore dei principi possibili e che la salvezza dei sudditi è tutta nelle tue mani, avviene talvolta che ci permettiamo di pensare al benessere dei pesciolini. Riteniamo che questo può arrecare lode e vantaggio. Se il serpente, che, conscio del tuo potere (che abbiate il bene e la fortuna), non si facesse superare in giustizia e umanità da te, che invece non vuole superiore a sé per potere, prestigio e forza, certo, a nostro giudizio, non si potrebbe aggiungere niente alla felicità di questa nostra provincia. Se è infatti felice quello stato retto da leggi ottime e stabili e da miti costituzioni, molto più felice è quello in cui l'umanità la mitezza e la benignità dei governanti vengono temperate da una certa severità. Quando si verificano, o ottimo principe, situazioni diverse e, se ben ti conosciamo, contrarie alla tua volontà; quando le ottime leggi vengono violate da coloro che debbono tutelare il diritto; quando chi per primo dovrebbe praticare la pietà, è meno devoto del lecito; o nostro re, ti preghiamo di ascoltare con clemenza le parole che, pur malvolentieri, ti rivolgiamo. Non è giusto che un re solerte e vigile, che le genti tutte vantano con ammirazione come unico, ignori un solo particolare di quello che accade ai suoi sudditi. Abbiamo ritenuto quindi doveroso farlo, dal momento che noi stessi ci siamo messi nelle tue mani. Questi sono i nostri problemi: accade che nel tuo regno (che gli dei colmino di bene), che le norme fissate dalla sorte e dalle leggi (direi sotto la tua pace, con la tua mite pazienza), o principe benignissimo, per l'altrui, per così dire, sconsiderata libertà, vengono trasgredite ingiustamente e, se non ci inganniamo, empiamente. E non vorremmo (gli dei ci sono testimoni) rendere, ammesso che lo possiamo, qualcuno impopolare o infine, fra tante disgrazie, passar sotto silenzio l'iniqua sorte comune senza piangere e senza che ci sia possibile levare una protesta presso di te, mitissimo principe. Né ci è ignoto che si devono accettare, come si dice, con pazienza le iniziative dei principi verso gli infimi e deboli sudditi e con la sopportazione far intendere che abbiamo appreso ad obbedire ai superiori. Ma, per quanto desiderosi di obbedire senza riserve, siamo costretti a lamentarci, non comprendendo i motivi del nostro destino, o quando questo serpente cerca di acchiapparci mentre fuggiamo, o perché capisce che il tuo regno non vacilla in nessun modo. O sciagura! non posso trattenere le lacrime: da quando il serpente è salito al potere non c'è un sol giorno senza crudeltà. O cosa indegna, contraria agli ordinamenti degli antenati e alle leggi del santo potere: le rane vengono tormentate dal loro principe, oppresse, massacrate. Non hanno alcun valore per un principe adirato le preghiere e le lacrime degli afflitti; alle infelici rane non viene lasciato nessun nascondiglio per trovare un po' di scampo alla strage, né nel proprio né nell'altrui paese! Quello superbo, inesorabile, ardente d'ira e di furore le insegue, con un volto, o buoni dei, terribile; sconvolge, perturba tutte le cose pubbliche e private; ovunque il principe compie atroci misfatti; giungono alle orecchie frequenti e raccapriccianti i gemiti dei cittadini più autorevoli e dei moribondi. E ciò non senza nostra rovina. Infatti se qualche sostenitore del tuo partito e di te dichiara che questi fatti sono contrari alla legge, subito viene punito da quell'energumeno che giura di perseguitare con pari odio anche te, o nostro principe, se in qualche cosa lo intralcerai. Atterriti da questo spettacolo noi, sia per un senso di umanità sia anche calcolando i nostri danni, come è giusto, siamo convinti di essere in pericolo e assieme alle rane, nostre infelicissime concittadine, fuggiamo la vista di quel pazzo. E quale aiuto e conforto possiamo portare a esse? Abbiamo qualche altra risorsa? In tanti mali ci conforta soltanto che gli dei ci hanno dato un rifugio in cui porre la nostra salvezza: sia per necessità, sia per la tua benignità osiamo ricorrere a te, principe pietoso; e in nome dell'antica consuetudine per cui siamo uniti alle rane in una patria comune, ti chiediamo di voler salvare, come puoi, quelle innocenti da tante disgrazie e di provvedere opportunamente ai nostri mali, sebbene noi siamo felici, se stai bene tu, al quale non esitiamo ad affidare non solo la fortuna e il bene dei tuoi sudditi, ma anche l'altrui. Ma pur tralasciando i nostri mali, che neppure piccoli né rari riceviamo ogni giorno dal serpente, non pensiamo che si debba trascurare questo particolare: il male si è allargato e diffuso più di quanto si possa con pazienza e senza tuo danno sopportare. Infatti, senza contare il resto che nella tua accortezza vedrai e bene esaminerai, quanti danni pensi, o principe, che te ne verranno dalla crudeltà di uno solo? Nessuno è infatti sicuro dalla folle violenza di costui; perciò, abbandonati i beni domestici e tutta la famiglia, siamo costretti dalla sua crudeltà e dalla sua pazzia a fuggire e a nasconderci ad ogni momento nei deserti e sterili fiumi; e dobbiamo all'improvviso accantonare anche la cura della prole. Di conseguenza, giacché le parti del tuo regno sono minori di quanto è giusto e sono tranquille e pacifiche meno di quanto tu desideri nella tua giustizia e pietà, esse diventano ogni giorno di più meno fiorenti e popolose di quanto a te, ottimo principe, si addica. Nessuno dubita ormai che se con la tua sapienza (cosa che speriamo) non metterai un freno a questa disgrazia, la situazione arriverà in breve a un punto tale che, crollate le famiglie e infine messi in pericolo i patrimoni, la società sarà del tutto sconvolta e distrutta. Il popolo deve vivere nella quiete e nella pace in una città lieta e famosa per il gran numero di abitanti. E se tu ti affiderai a chi dà giusti consigli, non accetterai certamente con rassegnazione che la tua autorità, la tua dignità, la fortuna del tuo potere vengano diminuite dalla altrui insolenza. E se ti rammenterai nella tua sapienza che quei re, i quali non hanno castigato, pur potendolo, la tracotanza, l'empietà, l'arbitrio o non li hanno tenuti lontano dai loro sudditi, sono stati giudicati dalle persone oneste paurosi e fiacchi; poiché sappiamo che sei privo di entrambi questi difetti non negherai che è tuo compito, come crediamo, evitare che si giudichi il tuo modo di governare non onorevolissimo. Tutti ammirano te, o nostro re, perché sei pio e giusto e amante della pace, della tranquillità e della quiete e ti tributano grandi lodi; non c'è nessuna qualità utile a formare un perfetto governante, che non ti venga riconosciuta, ad eccezione di un particolare solo che non si accorda con le tue mirabili qualità: consentire al serpente folle e spietato, che non bada a preghiere e lacrime e non rispetta il diritto e gli dei, di imperversare ancora con tuo danno, in contrasto con la tua virtù e la tua saggezza nel governare. Forse alcuni, fidando nella tua forza e nella tua magnanimità, chiedono prove più impegnative di quanto noi pavidi e atterriti osiamo supplicare; essi allegano questi motivi e tanti altri sacrosanti e onesti e ti pregano di non permettere che costui, il quale disprezza te e i comuni vincoli, fino a quando è così violento, venga chiamato con lo stesso santo nome, compartecipe del sacro potere. Ma noi non rifiutiamo di averlo come re, se tu decidi così; e siamo disposti a rispettarlo come affine agli dei quasi come facciamo con te, se il suo potere diventa mite e legittimo. Sebbene, chi potrebbe pensare che le ragioni di questo principe hanno onesto fondamento e che egli è degno delle prerogative del comando, se è arrogante verso i suoi, superbo verso gli estranei, ingiusto, spietato e crudele? Poichè abbiamo deciso di parlare per un impegno morale e non per discutere della vita e del comportamento di chi capita, riprendiamo la discussione dal suo punto iniziale. In te, o saggio principe, è riposta tutta la speranza delle benemerite rane e la nostra; possiamo rifugiarci solo in te. Non abbandonarci, di nuovo ti supplichiamo, tu provvederai alla nostra salvezza, al nostro onore e alla tua fama".

Con questa orazione i pesciolini, non senza l'intervento degli dei che sempre hanno avuto particolare avversione per la crudeltà e il rigore dei principi, portarono a termine il piano orchestrato dalle rane. Infatti suscitarono nella lontra tanto odio contro il serpente che essa, mentre ancora i pesciolini peroravano la causa, ebbe l'animo pronto alla vendetta.

Contemporaneamente le rane subornano dei delatori, per denunciare al serpente la boria di molte rane doviziose, che rifiutavano il suo potere e conducevano nelle dimore dei pesciolini una vita sfaccendata, senza minimamente rispettare la maestà del potere e le leggi della patria. Per questo, a parere di tutti, si doveva deplorare la malvagità delle rane, ma anche quella dei pesciolini e la si doveva in qualsiasi modo castigare. Infatti, offrendo la loro ospitalità, essi violano le leggi e provocano chiaramente un danno allo Stato, in quanto, accogliendoli, offrono ai rei la possibilità di trasgredire. Chi ignora che questi atti sono molto gravi e offensivi verso un tale principe, il più giusto e rispettoso della legge? E si deve lodare chi interviene con severità tanto che i trasgressori abbiano a pentirsi della loro intemperanza. Se infatti non vengono soffocate la licenza degli arroganti e l'alterigia degli insolenti, se infine le inclinazioni dei cittadini insofferenti di ogni disciplina, le loro smodate passioni, i loro ardenti appetiti non vengono arginati con la severità e la paura, di certo accadrà che, declinando la forza del potere, tutto lo Stato crollerà. Si deve perciò provvedere non solo alla salvezza, ma anche alla dignità, alla fama, alla grandezza dello Stato; ed è giusto, inoltre che, per suo dovere verso i cittadini, un principe sia preoccupato che i malvagi non ardiscano trasgredire e che gli altri imitino chi è rimasto impunito. Un principe deve essere costante e forte nel vigilare; e deve perciò evitare la permissività, per non sembrare un custode pigro, svogliato e poco zelante delle sue cose. La diligenza di un principe viene come non mai apprezzata, allorché egli si vanta e si adopera affinché i suoi sudditi, sbagliando di meno, diventino sempre più degni di approvazione. E ciò può bene avvenire, se egli farà in modo che i rei si pentano dei loro misfatti e gli innocenti si pregino delle lodi e dei premi della virtù. Non si deve tollerare l'irresponsabile supremazia della folla; questo stato di cose ha indotto gli oziosi a credere che il potere sta nell'ostentazione, nella boria, nelle vesti sgargianti e nel vagare per la città, nel non temere le leggi, nel disprezzare gli ordini dei principi. In conseguenza di ciò sono state accantonate le arti dell'operosità e le altre attività pubbliche e private e sono state sacrificate solo al fasto, per cui giorno dopo giorno, a causa dell'ozio e della superbia, il potere è diventato fragile e inconsistente.

Non si deve perciò ammettere che i sudditi alzino tanto il capo fino a schiamazzare per tutti i cantoni di essere schiacciati da un'ingiusta servitù e di giurare che non mancheranno i vendicatori della libertà, se si presenterà l'occasione. Osano salutare la lontra come il solo re amico del popolo e maledire il serpente senza nessuna vergogna. Se egli ha ben chiare le sue responsabilità, se non è dimentico delle sue virtù e attentamente rifletterà su quello che gli si addice, certamente dovrà convenire che in questa vicenda ha il doveroso ruolo del punitore. E deve agire con severità esemplare ora verso l'uno ora verso l'altro, per abituare la moltitudine in preda alla paura, all'obbedienza delle leggi e al timore del principe. Le rane che stanno sulla spiaggia aspettando il comando del principe, sempre saranno considerate conformi alla sua volontà; quelle che, invece, fuggiasche e ostinate, preferiscono per un ambizioso disegno vivere in un'altra regione piuttosto che nella propria, quelle che hanno abbandonato i figli e i penati per non obbedire al principe, quelle che arrecano danni gravissimi allo Stato, si devono punire con ogni sorta di castigo.

Dopo tali insinuazioni il serpente, già per sua natura incline all'ira, acceso da irrefrenabile furore, proruppe in una collera tanto grande che con uno spaventoso giuramento gridò, chiamando a testimoni gli dei del cielo e degli inferi, che tutti erano colpevoli e che si sarebbe severamente vendicato del potere abbattuto. E arrivò fino a compiere improvvise incursioni in tutti gli anfratti di quel lago, scandagliando, sconvolgendo, insozzando ogni cosa. Nel frattempo era giunto allo stesso lago l'altro re, la lontra, che per il precedente discorso era entrata in grande agitazione. Accortasi del grande scompiglio e vedendo che la folla dei pesciolini era preoccupata (si erano infatti accordati di fingere una grande paura), in preda ad un'ira senza limiti si precipitò nel lago e con tutte le sue forze assalì il serpente. Questi, poiché il lago gli sembrava sfavorevole per il combattimento, venuto fuori da esso, strisciò verso un posto all'asciutto. L'altra lo insegue mordendolo: nei campi vicini si svolge la battaglia tra quei re. I pesciolini e le rane attendono atterriti l'esito della mischia, facendo in silenzio dei voti. Quelli combattono con spaventosa energia e questa fu la fine della contesa, che, sembra, venne decisa dagli dei, per eliminare due crudelissimi tiranni. La lontra afferrò il serpente in mezzo alla gola; in risposta il serpente con molti morsi velenosi lacerò la gola della lontra e morì stritolando tra le sue spire l'altra che moriva.

Dapprima le rane, strepitando allo spettacolo, gridarono: "Viva il re"; i pesciolini impararono a recitare per gioco quella specie di duello che aveva contrapposto i re nel lago; per tutto il resto della loro esistenza ripresero l'antica e del tutto libera condotta di vita. E, per quanto è possibile, conservano fino ad oggi quest'uso senza mai violarlo; e cantano nei loro versi che la libertà senza troppe regole è, secondo l'uso ereditato dai padri, più utile di un'adorna servitù.

Sono felice se con questa favola ho arrecato piacere al lettore; di sicuro, se non mi sbaglio, ho presentato molti elementi utili per governare lo Stato.

 

Il lupo

Un pastore aveva legato con una lunghissima fune un asinello ad una vite vecchia e fradicia e si era allontanato nella vigna a raccogliere legna. Accadde che, mentre l'asinello cercava di brucare fronde un po' lontane, si sradicò la vite a cui era legato. L'asinello tirando il tronco attaccato alla fune scalpitava in lungo e in largo. Un lupo anzianotto, vedendo di fronte a sé l'asinello scorazzare. Così disse tra sé: "C'è stato mai per me un giorno più adatto e sicuro per far bottino? Non c'è un cane, né un custode, né un difensore, contro cui combattere per la preda. E quel che mi stupisce non vedo da nessun lato il pastore. Sebbene io non reputi costui pericoloso, dato che è decrepito e invalido, tuttavia mi rallegro che qui non esistono difficoltà anche minime. Mi posso ben vantare; chi è più forte e audace di me? Anche tralasciando le altre innumerevoli palme e corone, ho eliminato l'avo di questo delicato asinello che si trovava nel branco, prendendomi beffe dei cani. E che spirito, che vigore ebbi allora nella fiorente età. Ora, sebbene io sia anziano e più lento, non mi è tuttavia diminuita la forza e la ferocia. La famiglia di questo asinello sa bene che le cose stanno così. Io da giovane li ho divorati mentre erano nel pieno del loro vigore e da vecchio ho sostenuto uno scontro formidabile col fratello di costui, l'asino più solido e valente di tutti. Ed inoltre atterrii il pastore che gettava terra contro di me con la maestà del mio viso e con l'esibizione della potenza dei miei denti, tanto che lo costrinsi a restarsene fermo e a tremare. E tu, deboluccio, nipote di tanti lutti, ti muoverai impunemente davanti ai miei occhi? Questa gente, mi sembra, è nata per essere nostra preda". Mentre il lupo ruminava tra sé questo discorso, l'asinello vagando entrò in una vicina caverna. I pastori, per custodire il gregge, avevano chiuso quest'antro con graticci, mettendo soltanto una porta di vimini sull'uscio. Il lupo, frattanto, disse: "Potrò lodare abbastanza l'odierna fortuna o farò in modo di perdere con la negligenza l'opportunità che essa mi ha dato? Scappo ad arraffare con maestria quel che l'occasione ha voluto mi appartenesse". Detto ciò, si inoltrò subito nell'antro. Il luogo era piuttosto oscuro; perciò si diede il caso che l'asinello fuggisse a precipizio dall'antro dalla parte opposta a quella per cui era entrato. L'apertura della grotta, avviluppandosi alla fune e al tronco che veniva trascinato, lo seguì nella fuga. Il lupo restò così chiuso nell'antro e invano tentando di uscire con le unghie, con i denti, con tutte le sue forze, supplichevole, affidava la sua salvezza all'asinello. Ma questi, legato alla fune, atterrito, quanto più si dava alla fuga, tanto più era saldamente trattenuto dalla porta che lo impigliava. Frattanto sopraggiunse il pastore che cercava asinello; quando gli fu chiara la situazione, chiuse più strettamente la porta e disse: "Ecco, o malvagio, come ti ha abbandonato la tua antica arroganza e la tua insaziabile crudeltà: un inerme asinello ha ingannato un brigante matricolato e ha fatto prigioniero un energumeno. Non ti vergogni di quel che fai contro la tua dignità; hai smesso senza alcun decoro le tue antiche e orgogliose maniere, per assumere queste così dimesse e vergognosamente vili? Con tuo gran disdoro ti sei mostrato supplichevole davanti ad un pivellino? Non è decoroso che tu, abituato alle armi e pronto all'incontrollata e impunita aggressività, abbia deposto il contegno e l'orgoglio abituali, tanto da chiedere venia con animo così dimesso e vile a chi riuscivi prima ad atterrire con la sola vista? Sconta, o sciagurato, il tuo giusto castigo".

Dopo queste parole il pastore gettò su di lui un gran mucchio di pietre e aggiunse: "Non ti sembra che siano oltremodo dure le zolle che prima disprezzavi?". Infine massacrò di colpi il lupo e lo scannò e con la sua pelle, come se fossero le spoglie di un nemico, ornò magnificamente l'asinello. Con questo esempio vorrei che si comprendesse che ci sono nel genere umano taluni individui simili ai lupi, che non cessano di molestare con ogni specie di tormenti e offese i cittadini pacifici e calmi. Bisogna ricordare ad essi che un inerme e fuggiasco asinello legato intrappolò il lupo, inveterato predone, portandolo alla morte e ai più gravi castighi proprio in quel luogo dove si credeva più sicuro e felice.

 

Il ragno

Un uomo onesto e buono, atterrito da un elefante irritato contro di lui, era salito nella fuga su un alto albero, da cui, assediato dalla bestia ostile, con molte e appropriate parole chiedeva la grazia di venire risparmiato, poiché non gli aveva arrecato nessuna offesa. Comprendendo che tutte le sue preghiere erano inefficaci nei confronti della bestia, scoraggiato e senza speranza di salvezza, cominciò con molte preghiere a chiedere l'aiuto degli dei. Per caso sullo stesso albero aveva il suo nido un ragno, che, in quel momento era impegnato, secondo il suo solito, a tessere la tela. Distratto dall'arrivo dell'uomo, avendo osservato la situazione provocata dall'odiosa violenza, mosso sia dalla pietà verso l'infelice che rischiava di essere ucciso, sia dall'odio per la crudeltà e l'implacabile ostinazione dell'elefante, per un po' desistette dalla sua opera e si accostò all'uomo:

"Mio caro, finchè sono qui, ti invito a stare tranquillo. Infatti, anche se tu mi vedi piccolo e debole e insignificante, ti accorgerai che, con l'aiuto degli dei, la mia opera ti sarà utilissima contro le offese. Gli dei detestano l'atroce e spietata caparbietà nell'offendere. Asseconderò gli dei vendicatori e protettori, portando soccorso alla tua vita con lealtà e devozione. In questa contesa la pietà vincerà la crudeltà e, non dubitare, il nostro operato avrà ragione della spietata ferocia di questa belva. Con l'aiuto e la protezione degli dei ti assicuro che, senza alcun dubbio, renderemo vano lo scellerato proposito dell'abominevole avversario". Queste furono le parole del ragno. L'uomo allora: "Non credo che tu possa aver concepito tanto coraggio nel vendicare il delitto e nel permettere così alte imprese senza una celeste ispirazione. E giustamente si deve credere che non sarà considerato mai piccolo e spregevole chi possiede in sé un così grande sentimento di pietà e di misericordia, o piuttosto uno spirito religioso; anzi, in così grande pericolo, mi sarà molto gradito di essere legato da vincoli di gratitudine nei tuoi confronti. Infatti, perché tu capisca da quali sentimenti io sia animato nei tuoi riguardi, in qualunque modo accada che io possa tornare incolume dai miei, questo solo ti prometto in cambio del tuo grande beneficio: per sempre, finché vorrai, la mia casa ti offrirà ospitalità. Avrai in comune con me la cassetta del pane e la cella di vino e ogni cibo che ho a casa mia".

Entrambi furono d'accordo nel sottoscrivere questa buona regola di vita. Disse il ragno: "Pace e prosperità a tutti e due; sarò tuo ospite, contento di un angolo qualsiasi della tua casa. Ora speriamo di salvarci dal presente pericolo e assecondiamo gli dei vendicatori delle offese, per quanto ci è possibile. Non si può dire facilmente quanto coraggio e speranza mi dia una causa giusta a santa. Sii forte contro la paura. Con il mio ingegno e le mie forze ti farò vedere come ti sono amico nella tua causa e provvedo a te".

Dopo aver rincuorato con queste parole l'uomo pieno di terrore, si avvicinò all'elefante e cominciò a parlare: "Dimmi la ragione di quest'ira che non ti fa cessare di perseguitare con il tuo odio un essere inerme e debole? Perché disprezzi le preghiere di un infelice? Se tu ti mostrassi crudele ed inesorabile senza aver subìto un'offesa, direi, col tuo permesso, che abusi della tua grandezza e della forza per le quali emergi tra gli altri animali. Perseguitare un innocente ed un infelice con iroso accanimento, non è proprio di chi vuole essere considerato grande ed eminente. Se invece dici di aver patito offesa, non devi forse avere una misura nella vendetta non compiendo, per odio dell'altrui ingiustizia, atti che ti facciano sembrare empio ed inesorabile? Se è vero che i magnanimi si comportano abitualmente con rettitudine e moderazione, giustificandosi di essere scesi in combattimento solo in nome della giustizia; se persino i forti e gli invincibili ritengono un onore non tanto scendere in lizza, quanto soprattutto superare un nemico spietato e molesto; se coloro che sono per naturale inclinazione disposti alla gloria e alla lode, non godono dei mali dei nemici, ma piuttosto della propria vittoria, finisci allora, o elefante, la contesa con l'uomo e vantati di avere vinto. Chi infatti si mostra supplichevole, chi si affida alle tue preghiere, chi infine prega piangendo che tu lo risparmi, con le sue dichiarazioni, ti offre un'occasione veramente importante affinché tu aggiunga alla gloria della forza e della vittoria anche la lode della mansuetudine e della clemenza. Se tu la sfrutterai e non la terrai lontana dalla tua fortuna o piuttosto dalla tua virtù, farai comprendere a tutti che tu unisci a mitezza alla forza, la pietà e la misericordia alla giustizia. Se la forza esercitata contro il malvagio consiste solo nel superare in valore un avversario molesto e accanito, fino a reprimere l'arroganza e la boria, tu hai già quel che alla forza è dovuto: hai vinto, hai castigato a sufficienza l'avversario, non gli hai lasciato altra speranza di salvezza se non la tua clemenza, nella quale bisognoso e avvilito si rifugia. Non sei forse vincitore di chi è diventato tuo? Costui è certamente tuo, dal momento che da te dipende la sua salvezza. Io penso che si addica alla tua fama desiderare la morte piuttosto che la salvezza di chi è tuo. Durante quest'assedio e questa attesa di un'incerta vittoria, vorrei che tu considerassi nella tua immensa saggezza cosa ti conviene e ti piace, affinché, per il desiderio di annientare un infelice, tu non perda oltre il lecito tempo prezioso e giorni utili in cui potresti lodevolmente svolgere attività onorevoli e degne di te. In altro momento, contro un nemico spietato, che combatte con te con la forza e non con le preghiere e le lacrime, mostrerai con più grande gloria la forza del tuo animo. Ora invece darai ascolto alla misericordia e alla pietà con tuo insigne e grande onore; infatti sarai lodato o per aver risparmiato un colpevole o, almeno, per non esserti mostrato molesto verso un innocente. Il tuo modo di vendicarti sia tale che con la severità si possa conciliare la passione del vincitore; e sia proprio di colui, soprattutto, la cui generosità d'animo aborre da ogni meschina crudeltà, se non ci inganniamo, tanto da considerare vergognoso disprezzare le preghiere di un misero supplice. Se le cose stanno così, ti muova la pietà, ti muova il senso del dovere, ti muovano le mie preghiere e le lacrime di questo povero reietto, che non ha niente per liberarsi dalla calamità se non le lacrime, nessun rimedio trova per alimentare la sua speranza, se non la certezza che non manca in te la benevolenza, la mansuetudine, la benignità degne della tua grandezza. E crede che tu non voglia inutilmente derogare dal tuo compito di principe giusto. Non devi trascurare che se a noi, così come siamo, diventerai amico con affettuoso vincolo, credi a me, che l'elefante non patirà danno ad essersi fatto amico il ragno".

Queste parole del ragno avevano suscitato meraviglia nell'elefante, in quanto un animale tanto piccolo e di nessun pregio osava parlare con tanta franchezza al cospetto di uno degli animali più grandi ed eccelsi; l'elefante cominciò invece ad arrabbiarsi quando lo spregevole ragno, il più imbelle degli animali, lo ammonì a non considerare vergognoso il legame di amicizia con lui. Perciò, pieno di indignazione, agitando la proboscide in segno di scherno disse: "Pensi che gli dei ci sono così ostili, dal momento che dobbiamo stringere alleanza con il ragno?". Molte altre cose aggiunse con i gesti e con il viso, mostrando di disapprovare l'insolenza del ragno. Il ragno, mal sopportando quell'arroganza e quella boria, deplorò l'offesa che l'elefante gli faceva. E questo, oltre che per altre ragioni, soprattutto perché quello si mostrava oltre il lecito duro e inesorabile verso chi aveva fatto ricorso alla sua clemenza. Perciò disse che, da parte sua, solo con l'ultimo respiro avrebbe abbandonato una causa giusta e santa contro un essere empio e crudele; e invocava la testimonianza e la protezione degli dei per dire che non spontaneamente, ma malvolentieri era diventato nemico dell'elefante, se si deve chiamare inimicizia piuttosto che difesa del diritto e della giustizia quell'atteggiamento che può essere accantonato solo dopo aver ottenuto la vittoria e domato la superbia.

Dicono che, dopo aver udito ciò, l'elefante con la testa reclinata e un piede sollevato verso il basso, guardò dall'alto il ragno e disse: "Davvero noi, da cui questo principe degli animali, l'uomo, è fuggito lontano terrorizzato, dovremmo risparmiare te che minacci con le lunghe zampette. Che cosa può la follia?". Quindi rivolto all'uomo così lo provocò: "O tu che sei dimentico del tutto della tua stirpe e della tua nobiltà, è per te tanto dolce e gradevole poter vivere che non ritieni vergognoso e contrario alla tua fama implorare la fede e l'aiuto di questa vilissima bestiolina? Se considerassi poco importanti gli altri pretesti che ho per distruggerti, questo solo mi dovrebbe spingere a perseguitarti con il mio odio più implacabile per terra e per mare: l'avere contratto per paura un'indecente e turpe amicizia con il ragno. Chiamo perciò a testimoni gli dei: finché mi resta la vita, finché lo spirito regge le mie forze, non cesserò di assediarti, o uomo, oppure strapperò dalla radice quest'albero e tutto proverò per odio di questa tua viltà, per ridurre in mio potere te che sei il più pigro e il più vigliacco degli t esseri".

E mentre l'elefante proclamava che così sarebbe stato e soppesava indeciso le sue risorse, dopo aver fatto molti vani tentativi con forza e l'astuzia per realizzare il suo disegno, dicono che il ragno approfittando dell'occasione, di nascosto, scivolando su un filo si introdusse nell'orecchio della bestia e perforò ripetutamente con il molesto aculeo quella parte tenera e molle del corpo dell'elefante. La bestia tormentata da questo pungolo, già prima fuori di sé per l'ira e più furibonda per il nuovo fastidio, dopo averle provate tutte per ammazzare il ragno, comprendendo che in quella faccenda tutti i suoi tentativi erano vani, sconvolto dal dolore che provava, correndo all'impazzata scorazzava per tutta la selva, come se fuggisse davanti ad emissari degli dei; e poi sfinito cadde supino con grande fracasso; saputo che la bestia era caduta, l'uomo da una parte, il ragno dall'altra, provvidero a darsi alla fuga.

Il cane

I nostri antenati avevano l'abitudine di tessere le lodi degli uomini che spiccavano per la conoscenza delle buone arti e soprattutto per intransigenza morale e fervore religioso, considerandoli cittadini benemeriti; e raccomandavano con attenzione e cura particolari i nomi degli uomini illustri alle opere letterarie e, per quanto possibile, all'immortalità. In questo modo possiamo interpretare la loro usanza: da una parte per rispettare nell'attribuzione dei premi il criterio dell'equità e della giustizia, virtù alle quali erano particolarmente dediti; dall'altra per attrarre e consolidare nell'esercizio della virtù i giovani valenti, in modo che essi diventassero utili alla patria e celebri presso i posteri; dall'altra ancora, per occupare il tempo libero, di cui forse avevano grande disponibilità in questa pratica dell'elogio, gradita e accetta a tutti.

Ed ebbe presso di loro tanto successo la tendenza a celebrare, in pubblico e in privato, le lodi degli uomini più eminenti, che, non solo durante i funerali (come attualmente avviene prendendone da qui l'uso), si tenevano elogi e si consegnavano alla memoria della scrittura; ma il fenomeno degenerò anche fino al punto che taluni nei loro scritti, non contenti delle lodi e delle gesta umane, rappresentarono come divinità coloro che si erano segnalati per il loro valore; ed altri ancora, a fini edificanti, fabbricarono dei racconti fantasiosi, assolutamente inverosimili. In conseguenza di questa pratica ad Atene furono pronunciate dai retori molte orazioni funebri. E da qui anche presso di noi si propagò un'analoga usanza e invalse l'abuso che venissero onorati nei discorsi ufficiali non solo i cittadini segnalatisi per pubblici meriti; ma che dei privati lodassero nelle pubbliche assemblee i loro congiunti. E infatti (tralasciando gli altri) tramandano che Marco Antonio con una garbata orazione lodò la madre durante il funerale e che Fabio Massimo tenne un discorso funebre sulle virtù del figlio. In forza di questa consuetudine, infine, Ercole fu proclamato Dio e gli si accompagnò l'Idra, la belva di Lerna; e prodigiose figure della stessa specie spuntarono fuori, che sarebbe lungo e non pertinente elencare. Ma mentre riposavo durante questa arroventata estate mi si è offerta l'opportunità, per quanto sgradevole, di poter soddisfare, nel migliore dei modi e quasi di necessità, alla mia innata inclinazione a svolgere qualche attività e a produrre qualche scritto. Cosa potrei più facilmente fare che cimentarmi in un esercizio, a cui mi accosto per dovere e, se non erro, per una mia non riprovevole inclinazione? E infatti, consapevole che è un prodotto della stessa buona natura, il provare particolare tenerezza verso le persone virtuose e soprattutto verso coloro ai quali siamo stati particolarmente diletti, mi è sembrata una mancanza di rispetto negare questo doveroso omaggio d'amore al mio Cane, il migliore di tutti i cani e l'essere a me più devoto. Infatti, se, come tutti ammettono, rivolgiamo ai buoni una doverosa e devota lode, rendendo omaggio e testimonianza alle loro virtù, con quanta maggiore opportunità ed eleganza dovrei farlo io che ho intenzione di lodare una creatura che, cresciuta in casa mia ed educata con i più alti insegnamenti, conoscevo alla perfezione? Nell'assolvere a questo compito vorrei possedere tanta eloquenza da poter tessere in questa orazione le lodi più grandi e straordinarie di lui, così come si aspettano i lettori. Se infatti fallissi nell'impresa che mi sono proposto di realizzare, cadrei nel ridicolo. Per questo mi accingo a scrivere con più risolutezza. La virtù di lui, che è in gran parte conosciuta da tutti i popoli della terra, è di per sé così grande che non ha bisogno degli ornamenti dell'eloquenza; e non esito a credere inoltre che essa ci fornirà lo spunto per un'orazione ampia e, per la dignità e varietà degli argomenti, elegante e leggiadra.

Descriverò perciò brevemente la vita e il comportamento del mio Cane in modo che i lettori non siano infastiditi dalla prolissità dell'orazione, né giudichino la mia lode troppo dettagliata e pedante. Sono certo che alla fine essi converranno che il mio cane è degno di lode e che nel lodarlo ho assolto al mio dovere. Allora non potranno negare di aver trovato nelle nostre parole numerose sollecitazioni alle gioie dello spirito e ai buoni costumi, da seguire con onore e da imitare degnamente. Infatti il nostro Cane è nato da genitori nobilissimi; il padre era Megastomo; e nella sua antichissima famiglia ci furono un'infinità di famosi principi, tanto che tra essi alcuni per la loro virtù sono annoverati tra gli dei dalle antiche e sapienti genti d'Egitto, come quel cane di questa dinastia che tutti i conoscitori dei movimenti e delle orbite delle stelle sostengono che si aggiri tra gli astri più splendenti. Sua madre, celebre per la sua rettitudine, appartenne alla stessa famiglia illustre ed altolocata, la quale sia per superiore nobiltà e forza d'animo, sia per lealtà, benevolenza e rispetto verso coloro dai cui liberali benefici si accorgeva di ricevere soccorso, superò di gran lunga gli uomini.

Sarebbe troppo lungo, in verità, passare in rassegna le azioni e i detti memorabili di tutti i suoi antenati. Potrà quindi servire l'esame di alcune sue imprese, per capire che il nostro Cane non ha per niente tralignato dall'antica onestà e virtù della stirpe. Così è stato tramandato che tra gli antenati della famiglia dei cani taluni ebbero tanta forza d'animo che non si peritarono di assalire in duello un leone, per quanto aggressivo e feroce, né un elefante, la più grande e forte delle fiere. Fra tutta la schiera di cani coraggiosi, oltre a molti altri, ce ne sono soprattutto due assai famosi che, nati sulle sponde del Giaroti in India, militarono prima sotto il re degli Albani, poi sotto Alessandro il Macedone; tramandano che questi, quando avevano addentato un elefante o un'altra fiera, solo dopo aver condotto a termine la loro opera se ne staccavano e né il ferro, né il fuoco li distoglievano dalla contesa iniziata e dalla vittoria che si profilava. Che simili cani coraggiosi siano stati in gran numero si può soprattutto dedurre da quelli che con i loro auspici e le loro armi riportarono dall'esilio al potere il re dei Garamanti e liberarono dalle terribili devastazioni e dall'incombente servitù i Colofonii e i Castabalensi, guidando le prime linee e annientando i nemici senza aver ricevuto una ricompensa e senza nessun altra speranza di guadagno, mossi solo dalla benevolenza. Furono inoltre fortissimi sia nei duelli che nelle battaglie campali; e - circostanza assai rara che al valore militare corrisponda la giustizia e la bontà - questa nobile famiglia dei cani si è ininterrottamente segnalata per la sua umanità, la sua fedeltà, lo scrupolo nell'esprimere la sua gratitudine, non meno che per la sua energia. Non si può dire come essi siano rispettosi nel mantenere la parola data. Arato di Sicione, uomo famosissimo in guerra e in pace, quando fu espugnata Acrocorinto, piazzaforte d'accesso alla provincia, da cui dipendeva quasi del tutto la salvezza della patria, affidò la difesa dei punti strategici non ad amici fidati, ma a cinquanta cani ed essi li custodirono con scrupolosi turni di guardia notte e giorno. Ed ottennero sempre con il loro retto agire tanta benevolenza e simpatia da parte di tutte le genti in qualunque luogo si recassero, che moltissimi altri e soprattutto Santippo il vecchio pensò che i cani defunti, i quali avevano pubbliche benemerenze dovevano essere inumati con pubblici onori e pubbliche spese ed eresse sull'Acropoli di Atene un sepolcro molto bello a un cane, di cui aveva sperimentato la lealtà e l'amorosa costanza a Salamina e in ogni sua spedizione e battezzò dal suo nome quel luogo, ora chiamato Cinotafio. Che cosa avrebbe fatto Santippo a quel famosissimo cane che, mosso da pietà, protesse con grandissima cura e inestimabile affetto, accantonando tutti i suoi affari il piccolo Sparago, poi chiamato Ciro, che egli aveva trovato crudelmente esposto? Chi avrebbe affrontato (cosa veramente incredibile) tante e così accanite battaglie, procurandosi e ricevendo ferite per difendere il bambino contro i lupi voraci e consimili belve rese furiose dalla fame? Egli non fu meno misericordioso di quel cane che resistette al fianco del cadavere esposto dell'amico e che, dopo aver tenuto a bada uccelli e fiere, venne meno per la sete, la fame, la fatica. Si può citare ancora quel cane che a Roma, durante il consolato di Appio Giunio e Publio Silio, solo per il sacro vincolo dell'amicizia (si era infatti abituato all'intimità della convivenza e a recargli spesso le prede catturate nei boschi) seguì con grande devozione l'uomo che gli era amico e non lo abbandonò né quando venne travolto dall'avversa fortuna e nemmeno quando morì. Infatti, sebbene fosse privo di mezzi e non potesse restare inoperoso per la necessità di procurarsi cibo, il cane tuttavia restò compagno assiduo del suo padrone relegato nel carcere pubblico e portò ogni giorno a quest'uomo infelice il cibo che si era procurato dagli altri amici; e quando lo sventurato fu giustiziato da Germanico da cui era tenuto in galera, nuotò sorreggendo con suo grande pericolo il cadavere che era stato gettato nel Tevere. In verità chi volesse passare in rassegna la pietà e la lealtà di tutti i cani, troverebbe una quantità tale di esempi delle loro virtù nelle testimonianze dei più illustri autori che, secondo me, qualunque operazione gli risulterebbe più facile che raccoglierli e raggrupparli tutti.

Tralasceremo, quindi, per brevità le lodi degli antenati di questa famiglia; e lo faremo, sia perché occorrerebbe un'eloquenza copiosa ed elegante per cantare le lodi del nostro Cane, sia perché non mi sento dotato di tanto ingegno da esaminare, come si conviene, le gesta gloriose dei suoi antenati, sia perché forse quelli che si aspettano grandi elogi del nostro Cane, possono considerare fuori tema questa commemorazione dei suoi ascendenti. Pertanto, oltre ai due che mi vengono in mente, singolari per il loro senso dell'amicizia, e che per l'eccezionalità del loro operato non ritengo giusto trascurare, sorvolerò sugli altri. Tra questi non menziono quel cane che in Epiro, senza timore delle armi e delle minacce dell'omicida, in mezzo ad una folla di persone denunciò con il suo fiero coraggio, i suoi feroci latrati, i suoi morsi l'assassino del suo amico. O l'altro che, con la stessa intraprendenza, indicò nei figli di Ganittore gli assassini di Esiodo. Né quello che di ritorno dal tempio di Esculapio a gesti e a cenni mostrò ai pellegrini che incrociava il sacrilego che stava per inseguire. E tralascio pure quel cane che restò accanto ad un cittadino romano caduto nella guerra civile e battagliò contro i nemici del caduto con tanta animosità che questi, per quanto armati, poterono recidere il capo del caduto solo dopo aver ucciso il cane. Di essi pertanto non faccio menzione; e degli altri ammireremo quel cane assai amico del re Lisimaco il quale, quando si accorse che questi era morto e che il corpo veniva posto sul rogo, per amore verso l'amico, per seguire con una morte celebre chi nella vita non avrebbe più visto, si gettò tra le fiamme della pira. Un altro fu tanto addolorato per l'uccisione del suo amico, di nome Giasone Licio, che per il dispiacere, rifiutò il cibo e si lasciò morire di inedia. Gli antenati e i proavi degli avi furono in questa famiglia nobilissima forti, giusti e misericordiosi. Ed essi certamente imitò per pietà e modestia questo nostro Cane di cui ci occupiamo; e, per quanto gli consentivano le sue risorse, non fu secondo a nessuno nelle dimostrazioni di coraggio.

La natura lo aveva generato piccolo e non abbastanza solido per sopportare l'assalto di un nemico di soverchiante potenza; ma egli, come poté, mostrò un'indole così fiera e bellicosa nelle attività militari che, quando fu provocato ed offeso, assalì spesso bestie più grosse. In questa attività preferì sempre segnalarsi per la fama di comandante piuttosto che per le qualità di soldato; perciò, poiché era desideroso dello scontro ma bramoso soprattutto di grande gloria, si ritirò a vita privata, ben comprendendo che questo viene considerato un vanto degli ottimi comandanti. Mi sembra che egli abbia preso da Fabio Massimo la tattica accorta e prudente di temporeggiare e di difendersi e la previsione delle insidie; da Marcello e dagli Scipioni la forza e l'impeto di osare e di attaccare; da Giulio Cesare e da Alessandro la fermezza e la perseveranza nel combattere; da Annibale l'astuzia e l'accorta disposizione ad ingannare il nemico; e infine, per non dilungarmi ulteriormente, da tutti i più valenti generali le qualità, in cui ciascuno si era segnalato, con tanto equilibrio che non riservò plauso a chi aveva sopravanzato un potentissimo e crudele nemico nella violenza armata, né i traditori e i fedifraghi nella perfidia e nelle astuzie. Ma riteneva suo dovere aver superato nel coraggio e nelle vittoriose strategie i forti e gli animosi e pensava che fosse doveroso non dare l'impressione di commettere qualche azione disonorevole per schivare una fatica, un ostacolo, un rischio. E fu così corretto negli altri suoi comportamenti verso il prossimo che solo per un senso di equità e di onestà ritenne opportuno combattere. Non rifiutò nessun pericolo per salvaguardare la giustizia e la libertà; per tutelare i nostri beni non ebbe mai paura di aggredire anche dei ladri armati e di schiamazzare e di avventarsi valorosamente contro i più pericolosi. Il nostro Cane aveva l'abitudine - approvata dagli esperti di arte militare, ma biasimata dagli ignoranti - di non inimicarsi coloro che, aiutati dalla fortuna, gli apparivano superiori. Se certuni insolenti e prepotenti, cercavano, offendendolo, di inimicarselo, con la dolcezza e la pacatezza li rendeva miti e mansueti, ma non in modo che gli si potesse rimproverare la spregevole piaggeria o l'unzione e il servilismo di chi lusinga. Infine cercò sempre in ogni contesa di realizzare i suoi progetti, servendosi della ragione invece che della forza, dell'amicizia invece che delle armi; e mai con nessun mezzo lo si poté indurre ad inseguire un nemico se questi non fuggiva. Per questo, grazie ai suoi tempestivi calcoli, restò sempre al sicuro e spesso, dopo oculati assalti, trionfante e vittorioso, ritornò da me pieno di compiacimento. Dopo aver messo in fuga - secondo l'insegnamento di Catone - tutti i cavalli e i buoi e tutti gli uomini fuggiaschi, con i latrati e gli schiamazzi anziché con le percosse e le armi, inseguiva con tanta abilità che mai nel respingere un nemico dovette rammaricarsi di avere intrapreso un'iniziativa svantaggiosa. Perciò non tralasciava mai l'occasione di segnalarsi e di affermarsi fornitagli dall'ambiente, dalle circostanze ed infine dalla stessa fortuna. Si teneva poi discosto dalle aspre risse per prudenza e non per pusillanimità e vigliaccheria; e sempre mostrava, come, a mio giudizio, deve fare il sapiente, la prudenza anziché la violenza, la modestia anziché l'ostinazione. Del resto, chi dovrebbe anteporre la forza alla pietà, alla fede, alla religione? Tutte queste virtù vengono ricordate come componenti della giustizia. Non mi inoltrerò in quel tipo di polemica suscitata da coloro i quali ritengono che possiede tutte le virtù chi riesce a possederne almeno una. Non è forse un segno di equità che per i nostri meriti i nemici ci amino come gli amici o che almeno non ci odino? Gli uomini intrepidi e bellicosi, cui si dà l'appellativo di forti, negli accampamenti in mezzo al tumulto delle armi vivono tra le ruberie; invecchiano, se ben comprendiamo, tra le stragi combattendo; in questa sola attività si segnalano i forti di questa specie. I giusti presso i domestici lari al fianco dei parenti e dei cari cittadini attendono a pacifiche occupazioni. Il soldato va forse cercando la pace e la tranquillità, dispiegando la sua audacia e la sua forza; noi cittadini rispettabili cogliamo i benefici del riposo e della pace esercitando la giustizia e le leggi. Ma evitiamo di entrare nella polemica relativa a questa virtù; e del resto, ancor più che le mani, è il petto la principale dimora della forza; e neppure nel ferro risplende la gloria della forza quanto nella grandezza e nella stabilità dell'animo. Fu perciò prudente il nostro Cane che, fin dalla fanciullezza, disprezzò le armi, disprezzò queste pratiche (a molti forse care) della follia e della crudeltà e si dedicò tutto alle più alte e pacifiche pratiche e conoscenze delle ottime arti. Infatti, quando si accorse che io amavo sommamente gli studi letterari e che non venivo forse respinto da coloro che oggi vengono stimati passabilmente dotti, subito abbandonò le gioie della sua patria e della sua casa e si ritirò presso di me, preferendo le ricchezze dello spirito ai beni passeggeri e ricercando il difficile e il raro. Ed io, osservando la sua indole e la sua bellezza, cominciai di certo a provare amore verso di lui. Si tramanda che la stessa cosa accadde a Socrate, allorché vide il bellissimo giovinetto Alcibiade; e Socrate disse che si sarebbe con tutti i mezzi adoperato per evitare che mancassero alla divina bellezza del giovane adeguate qualità morali.

Il nostro Cane aveva un volto nobile e cordiale, dei lineamenti da cui facilmente Zeusi avrebbe ricavato il canone della bellezza pittorica, come lo aveva tratto dalle vergini di Crotone; lieto era il suo viso, molto simile a quello del padre Megastomo. Ma negli occhi metteva bene in evidenza la verecondia e la modestia della madre. Nella larghezza del petto e nella compostezza e nell'eleganza delle altre membra era l'esatta incarnazione delle statue dei suoi antenati. E tutte queste qualità, armonicamente e quasi divinamente congiunte alla straordinaria bellezza del giovane, rendevano manifesta l'eccezionale forza intellettuale e morale che egli possedeva in sommo grado. Ebbe un ingegno vivo e costante tanto che con incredibile velocità apprese presso di me le arti liberali degne dei nobili cani, superando in pochi giorni tutti i condiscepoli della sua età. Grandissima fu la sua memoria; e una volta che aveva affidato ad essa qualche particolare, questo non gli sfuggiva più e gli era sempre immediatamente ed opportunamente presente. Non ebbe solo memoria degli avvenimenti, dote che raccontano fu notevolissima in Lucullo, ma anche delle parole, dote che, dicono, ebbe eccezionale Ortensio. Per questo, a meno di tre anni, raggiunse lo straordinario risultato di conoscere il latino, il greco, il toscano. Apprendeva con estrema facilità in ogni campo del sapere; aveva attitudine e predisposizione per qualsiasi attività tanto che gli bastava un po' di applicazione per dare l'impressione di aver posto da tempo tutto il suo impegno nell'occupazione e nell'arte a cui si era dedicato. La sua volontà fu costante e nient'affatto volubile, tanto che talvolta nel suo comportamento potrei sospettare quello di cui parla Catone quando sostiene di non amare il fanciullo anzitempo saggio. Ma in quella precoce maturazione non aveva niente di pedantesco o di fastidiosamente saccente. Non ho mai avvertito nell'educarlo fatica o insofferenza. La sua vita e i suoi modi furono tali che tutti convenivano congratulandosi che egli poteva essere considerato un modello di vita virtuosa e dirittura morale. Era inoltre pacato nei gesti e nelle parole; e nelle altre manifestazioni di vita e più di ogni altro niente affatto avido di denaro e di piaceri; e cercava in tutti i modi di essere e di esserne stimato spregiatore, poiché mi aveva sentito dire che il denaro è molto ricercato dalla massa dei viziosi e degli ignoranti, per alimentare la passione di cui sono succubi, e che è incline alla virtù l'animo dell'uomo che fugge il piacere, non quello di chi è assetato di brama di ricchezza. Fu perciò austero e saggio spregiatore del denaro. Visse contento soltanto di una veste. Il suo piede fu nudo sia in estate che in inverno sulla neve. Prendeva sonno non sbadigliando con torpida voluttà, ma per necessità di riposo a cielo scoperto dove capitava e, allorché era indispensabile, in modo né scomposto né volgare: si astenne dal vino e dai bocconi prelibati. Perciò non fu lussurioso e nemmeno spendaccione; non si coprì di debiti; non eccedette nei banchetti. Accusava apertamente chi disapprovava; non fu maldicente verso gli assenti. Non divulgò mai i segreti degli amici. Contento del suo, non ricercò mai l'altrui. Mite verso tutti, affabile; disposto all'amicizia dei migliori; e le amicizie iniziava e rafforzava con il rispetto piuttosto che con le promesse, con i fatti piuttosto che con la simulazione. Desiderava conquistarsi l'amicizia per i suoi meriti anziché essere amato per interesse e vanità; e tuttavia procedeva nei suoi affetti dando anziché ricevendo. Non fu accigliato con nessuno, con nessuno scostante; desiderava soltanto evitare il contatto della gente volgare, corrotta e infingarda; per la sua interiore nobiltà non poteva assolutamente sopportare costoro; e, simile ad Ercole, attaccava con odio implacabile tutti coloro che con arroganza offendono gli altri. Fu con tutti i miei amici rispettoso, festoso, servizievole, amabile tanto che ottenne l'unanime simpatia e suscitò sul suo conto le più alte speranze. Crebbe perciò accompagnato da questa fama e da questa visione del mondo, superando gli anni e le attese in lui riposte. Non trascorse nessun giorno nell'ozio, ma agì e investigò tutto quello che è degno di essere conosciuto; tentò le imprese più difficili, impegnative e prestigiose; non risparmiò mai fatiche e veglie. Infine, per esaurire molto in breve tutto questo genere di lodi, ebbe tanta forza d'animo e valore che ritenne giusto rifiutare in primo luogo tutti i piaceri; all'ozio, alla pigrizia, agli svaghi, ai banchetti preferì i nobili esercizi del corpo e l'aspirazione dell'anima alla gloria; e non cercò in tutto il cammino della sua vita quei beni che allontanano dalla lode e dalla dignità. Riteneva di essere nato non per il sonno e il piacere, ma per ricercare la virtù, la dignità, per procurarsi simpatia e rinomanza, nonché la fama e la stima dei posteri. Queste furono le sue occupazioni e la sua condotta di vita ed io ho creduto di dover descrivere con brevità e concisione le linee, in un certo senso, essenziali del suo operato. Se infatti io volessi passare ordinatamente in rassegna tutte le sue azioni gloriose, dovrei intraprendere una fatica assai impegnativa, superiore alle mie possibilità. Egli, infatti, nel procacciarsi onori, non fu mai inferiore per sagacia, operosità e costanza agli uomini più nobili. Anzi, dopo aver dedicato con tutte le sue energie le intere sue giornate ad acquistare lode e gloria, talvolta, per non sembrare insensibile alla musica ed eccessivamente contegnoso, anche di notte rivolgeva alla luna le varie melodie che aveva attinto ascoltando l'armonia delle sfere celesti. E lo faceva con più cura, perché mi aveva sentito dire che una persona di elevato sentire deve dedicarsi alla conoscenza di tutte le attività non disonorevoli, purché non si accantonino le occupazioni più serie e più nobili. Chi può dire di aver ricevuto una raffinata educazione, se va sgraziatamente a cavallo o crolla vergognosamente durante gli esercizi ginnici o nel maneggiare le armi si rivela inesperto o del tutto incapace? Ma di questo dirò altrove.

Ora ritorno a parlare del nostro Cane, che in ogni momento della sua vita fu occupato in opere onorevoli. Assieme a me (e mai si staccava dal mio fianco, ritenendo perduto anche presso di me tutto il tempo che passava senza apprendere qualcosa) accorreva al ginnasio e alle riunioni degli studiosi, dove, come spesso avveniva, andava lieto e quasi chiamato ad un piacere assai desiderato. Per avere, come si dice, una guida nella vita altrui e poter più agevolmente imitare i migliori e i più onorevoli, dopo aver escluso con sdegno i malvagi, osservava attentamente, dovunque si trovasse, se veniva compiuta qualche nobile impresa, se il cane che incontrava aveva qualche conoscenza di filosofia, se odorava di Accademico, di Stoico, di Peripatetico, di Epicureo. E mi riferiva nel frattempo del carattere della gente che aveva frequentato. Salutava affabilmente i buoni; era mordace con i pigri e gli arroganti. Infine, sempre, anche quando camminava, attendeva a qualche virtuosa occupazione. Quando si arrivava a scuola, allo scopo di imparare, si poneva in mezzo ad una cerchia di studiosi in disputa e con un atteggiamento sereno e comprensivo verso le posizioni di tutti restava silenzioso e attento, seguendo il suggerimento di Pitagora che imponeva il silenzio ai discenti. Se gli capitava di imbattersi in un tizio insolente, vanesio e petulante, e in un interlocutore arrogante e immodesto, subito lo zittiva rimproverandogli la sua insipienza. Non voleva infatti sprecare i suoi preziosi momenti per l'altrui avventatezza. In tutte le sue attività, come fu assiduo, diligente, perseverante! Perché a questo punto addurre infiniti altri esempi? Con quanta cura, con quante veglie attese alla scienza: ne sono testimoni le scuole dei letterati in cui assai spesso declamò ad alta voce con grande attenzione degli ascoltatori. I suoi nobili costumi, la sua cordialità, la sua umanità e mitezza sono testimoniati dalla gratitudine e dalla benevolenza che tutti provarono per lui durante la sua vita. Ne è anche prova il cordoglio durante il suo funerale, le lacrime dei giusti e il rimpianto con il quale da morto lo accompagnarono gli uomini di ogni età e di ogni condizione. Devo infine citare altri testimoni della sua perfetta virtù mostrata in mezzo agli uomini, oltre all'autorità, alla fama, al prestigio che, da vivo, si procurò con le sue splendide e innumerevoli imprese? A quale tipo di guerra non partecipò riportandone lode? In quelle di mare contro le anatre e le oche, predoni acquatici; in quelle di campagna contro le locuste devastatrici degli orti; in quelle murali contro le lucertole che gettano scompiglio nelle celle delle api e nei loro stati. In tutte queste imprese, se da un lato cercò di essere considerato degno della corona e del trionfo piuttosto che di ottenerli, la sua gloria e i suoi pregi furono superiori a quelli di coloro che ottennero lodi e prestigio nello studio delle lettere e negli affari pubblici. E mentre in ciascun altro si può scorgere la compresenza di singole virtù e di qualche marcato difetto, solo in lui si possono trovare tutte le virtù, senza nemmeno l'ombra di una piccolissima macchia. Non fu infatti avido, come Aristotele, che rappresentarono negli Inferi attaccato ad un amo d'oro come un pesce. Non sensuale come Platone, di cui vengono riportati i versi d'amore per il suo Stella. Non vanitoso come Cicerone, il quale, autoincensandosi, arrivò quasi a stancarsi; ed allora in una lettera supplicò altri perché gli scrivessero un libro di elogi. Non crudele come Silla, che fece sgozzare tante migliaia di cittadini. Non cercò di infrangere le leggi e la libertà né di crearsi un potere assoluto come Cesare. Non donnaiolo come Catone, che quasi negli ultimi giorni della sua vita, pazzo d'amore, chiese in moglie la figlia di uno scriba. Non avido come Crasso, che, pur essendo l'uomo più ricco del mondo, ricorreva ogni giorni a falsi testamenti.

Ma perché proseguire con costoro e paragonare con il nostro Cane personaggi analoghi resi celebri dalle storie? In essi si troveranno grandissimi vizi mescolati alla virtù, né la loro ordinaria probità fu accompagnata da qualche singolare prova di valore. Chiunque può di sicuro confermare che in questo nostro Cane furono grandissime e straordinarie le virtù, pronto e quasi divino l'ingegno, privo di qualsiasi, anche piccolissima, menda ed imperfezione. Cosa si può desiderare in lui, o perché non si dovrebbe anteporre agli individui più importanti e reputati per il loro valore? Egli riuscì ad associare il più schietto senso della giustizia con la più grande energia, la singolare devozione con la straordinaria grandezza morale, la forza e la costanza nelle iniziative intraprese con il divino vigore di un ingegno duttile e multiforme, la semplicità e l'innocenza dei costumi con un temperamento accorto e avveduto, la mirabile umanità e misericordia, la cordialità e la dolcezza con l'austerità e la compostezza, una lucidità intellettuale e una fede mai appannate, sicure, schiette, con un'esperienza della realtà larga e complessa. Mosso dal mio giusto dolore, perciò, potrei accusare la fortuna che mi ha strappato con una dolorosa morte l'essere migliore e più caro. Certo è vissuto abbastanza, non lo nego, chi per la gloria a lungo e virtuosamente è vissuto.

Vorrei tuttavia che egli meno venisse rimpianto dagli amici e da coloro che con i suoi esempi sono diventati giorno dopo giorno migliori e più dotti. Infatti chi non può associarsi al dolore, ricordando che nel fiore degli anni è stato eliminato con il veleno da nemici invidiosi e subdoli? Chi non può rattristarsi, vedendo in lutto le adunanze degli studiosi? Chi può non partecipare al cordoglio, ricordando che anche in punto di morte mi mostrò il suo affetto? O nostro Cane, nostra gioia, onore della gioventù, splendore e ornamento della tua famiglia, con la tua bellezza, con i tuoi costumi, con la tua virtù hai nobilitato la tua illustrissima, antichissima, nobilissima famiglia e l'hai resa più celebre. Tu eri abituato ad essere il nostro diletto e la nostra gioia. Chi ti vedeva così allegro e scherzoso era preso da un senso di giocondità e di gaiezza. Tu, di cui gli studiosi ammiravano l'atteggiamento pieno di modestia, di gratitudine e di umanità; tu, di cui tutti osservavano e consideravano stupefatti l'indole la scienza e le virtù. Dopo che prendesti il veleno, mentre te ne andavi verso il cammino dell'altra vita, quasi staccandoti dall'abbraccio dell'amico, moribondo, consunto dal veleno che ti gonfiava, sei venuto a rivedermi e a baciarmi e appena mi hai visto ti sei messo a piangere. Addio, perciò, o mio Cane, e sii immortale, per quel che io posso e come merita la tua virtù.

La mosca

Epistola di Leon Battista a Cristoforo Landino

Leon Battista Alberti saluta Landino.

A causa di una leggera febbre me ne stavo a letto senza forze durante le ore meridiane assistito da alcuni amici, quando ci fu recapitata una lettera di Guarino e con essa la Mosca di Luciano, che egli aveva tradotto in latino e aveva dedicato a me. La lettura attenta della lettera e della Mosca ci rese più allegri. "Chi di voi" - dissi - "vuole, come ci è abituale, scrivere sotto mia dettatura?". Immediatamente presero le penne ed io senza pensarci troppo composi questa Mosca con tanto divertimento che da quel momento si dileguò il fastidio della febbre che venne espulsa con un leggero sudore. L'indomani il nostro Marco mi chiese di mandartela, affinché anche tu ridessi. Me ne rallegro e ringrazio le mosche che mi hanno aiutato a riacquistare la salute.

 

La mosca

Si dice che non so quale filosofo di celebrata fama era solito stupirsi della sciocchezza degli uomini, perché trascurano la maggior parte delle cose che si mostrano con assoluta evidenza e che facilmente si possono conoscere; mentre si sforzano di scrutare con tutto il loro zelo e la loro sagacia quelle che la natura ha occultato e confinato in luoghi oscuri. E vanno dicendo che costui così si lagnasse di questo comportamento: "Non la smetteremo mai noi stolti uomini con la nostra molesta curiosità di scandagliare la distesa del cielo e i moti degli astri e altri simili cose che anche la natura conosce appena? E delle superiori qualità di un essere vivente rispetto ad un altro essere vivente o dell'utilità che possono arrecarci per una condotta di vita onesta e felice soprattutto coloro con cui trascorriamo la nostra esistenza, non ci preoccupiamo minimamente? Quanti sono quelli che interrogati su queste familiari faccende (metto da parte questioni più gravi), possono dire con sufficiente chiarezza, secondo la loro competenza, quale utile ricava l'uomo dal bue e dal cavallo? E forse questo vizio degli uomini non deriva da altri fattori se non dal disprezzo per ciò che si aggira sotto il nostro sguardo, per cui, mossi quasi da fastidio, non apprezziamo quel che ci arreca vantaggio e andiamo infine ricercando ciò che con l'energia e l'iniziativa dell'ingegno umano non è assolutamente possibile ottenere conforme ai nostri voti". Dal momento che giustamente uomini accorti e dediti alla conoscenza dei beni più alti hanno ritenuto opportuno dedicarsi all'esame attento dei problemi domestici e familiari, per migliorare sull'esempio di questi la loro condotta di vita, chi potrebbe disapprovare il nostro scrupolo, se nella disamina dell'indole e del comportamento di creature tanto piccole spenderemo un po' della nostra fatica durante il tempo libero e per un piacere dell'intelligenza? Secondo me, non dovremmo essere del tutto disapprovati da chi ama il sapere, poiché i nostri lettori comprenderanno che proprio la natura ha voluto che le buone qualità del vivere non fossero appannaggio di una sola specie e che da qualsiasi umile creatura derivasse qualche giovamento all'uomo.

Tuttavia la mosca, di cui parleremo molto in breve, vanta grande prestigio tra gli alati per nobiltà di natali e antico fulgore degli antenati; perciò non ci si può non stupire che gli antichi poeti hanno posto tanta diligente fatica nel lodare le api senza prendersi cura della mosca. Ma confrontando sia la nobiltà della loro stirpe, sia il loro comportamento e infine tutta la loro condotta di vita, si scoprirebbe che per eccellenza e prestigio le mosche sono molto più illustri delle api. Non nego che le api discendano dalla figlia di Inaco, purché gli stessi poeti ammettano che le mosche derivano dalla stirpe dei Centauri; il che, come si dice, viene attestato dagli annali. E riguardo ai piccoli delle mosche si deve credere che essi sono nati da Bellona o da altra stirpe bellicosa e invitta in quanto appare evidente che la loro vita per un istinto naturale è regolata in buona misura da un'antica e collaudata disciplina militare. Come dicono, infatti, sono questi i fattori più importanti nell'attività militare: addestrare l'esercito alla spontanea obbedienza; quindi, distendere pian piano la falange in luoghi sicuri; terzo, porre l'esercito in una posizione adatta per assalire il nemico e per resistere nelle avversità; chi potrà negare che le mosche sono addestrate secondo le regole avite della loro antica famiglia. Intanto non c'è nessuna mosca che non assolva al suo compito di veterano e alla sua funzione di espertissimo comandante, ricavando le sue decisioni da nient'altro che dalla sua accortezza e dalla sua sottile perspicacia, nonché dalle circostanze ambientali e temporali. Per questo non sono guidate da un re o da uno sgherro come gli sciami delle api-reclute, ma vanno vagabondando in libere schiere; e ora si procurano il cibo, ora si raccolgono in drappelli, ora in gruppi più consistenti, ora in coorti pretorie frastornando il nemico attirato negli agguati e ingannato con incredibile abilità. I Geti, della gente di Marte, vengono citati con grandi elogi dagli antichi per aver tentato di imitare le mosche. Quanto grande sarà perciò la gloria delle mosche che hanno una conoscenza straordinaria ed unica di questo tipo di combattimento? Le sole mosche sono degne di essere celebrate con lodi militari per il loro assiduo e inveterato esercizio delle armi. Ci sono stati nella storia dell'uomo accampamenti, grandi o piccoli, tolti dai quartieri invernali, in cui un grande stuolo di mosche non abbia prestato servizio tra le schiere dei cavalieri? Non è stata mai fatta una razzia di greggi senza la partecipazione delle mosche. Le mosche non hanno avuto mai simpatia per gli incendi di campi e le rovine di case, perché questi sono indizio di crudeltà; e da ciò si può facilmente capire che le mosche, pur passando tutta la loro vita in continui combattimenti e pur trovandosi dalla parte dei vincitori, osservano le leggi dell'umanità e della pietà. Anche questo precetto, conforme alle antiche tradizioni, viene rispettato dalle mosche: riunirsi di notte prendendo alloggio nella parte più sicura della casa, e badare a non combattere in condizioni sfavorevoli contro la furia della natura, contro le tempeste, il freddo, la sete o qualche spietato nemico. Per questo modo di fare chi ha lodato abbastanza, come meritano, la prudenza e l'abilità militare delle mosche o, come è giusto, le imiterà? In nessun luogo la mosca si accamperà, in nessun luogo fisserà la sua dimora, se prima non avrà provato tre o quattro volte che lì può fermarsi al sicuro; un accorgimento questo che Agesilao, Pirro e Fabio consideravano una delle primarie qualità nell'attività militare. Ma perché aggiungere altro? Come credi che si comporteranno nelle spedizioni pubbliche, se anche nei privati spostamenti, si può vedere che esse intonano abitualmente un inno di guerra e dispongono ogni loro attività a qualunque evenienza bellica? Raccontano che il musico Timoteo con la cetra e con il canto chiamava di solito i signori dal banchetto alle armi e dal campo di battaglia al banchetto. Ma la mosca, con la voce canora, da lontano volteggiando in linea retta chiama in guerra lo stesso Marte; e sono propenso a credere che le donne Spartane da essa hanno tratto il costume di guidare il loro esercito cadenzandone il passo a suon di flauto. Oltre a questi pregi, che fino ad ora ho esposto c'è da aggiungere il tipo di abbigliamento identico a quello che i nostri antenati usavano nei templi e nei teatri per le statue degli eroi e per i simulacri dei grandi dei. La mosca usa una corazza di bronzo dorato e di vario colore e ali che pendono dalle spalle simili alla toga dei Romani; e la nobile famiglia delle mosche ha derivato dagli antenati la consolidata abitudine di non prendere neppure in provincia nuovi abiti; né le fanciulle e le matrone hanno appreso ad aggirarsi come le Amazzoni con il petto nudo. E si prova ammirazione ancor maggiore, se si guarda il loro viso; non si può infatti facilmente distinguere se le mosche vanno più orgogliose della loro umanità e mitezza piuttosto che della loro veemenza e della loro militare insofferenza per le offese. Né la mosca mostra questo tipo di comportamento che a molti altri guerrieri, e soprattutto allo sparviero, viene rimproverato: di voler essere considerato spietatissimo nemico ostentando un cipiglio severo e un naso adunco, e rostri acuminati e artigli di ferro; ma in campo aperto e nelle spedizioni militari assai più vigliacco di quanto gli storici mostrino che fossero i Galli al secondo assalto. Di quale forza infine la mosca sia dotata si può dedurre oltre che da altri esempi anche da questo: i posteri tramandano attraverso i loro scritti di aver visto un elefante abbattuto da una mosca. E noi quante volte non abbiamo visto un toro formidabile tormentato per tutto il bosco dal pungolo di una mosca? Le mosche, oltremodo valenti per la loro forza e disciplina in ogni esercizio bellico, si vantano di avere meritato il riconoscimento più alto, quello cioè di avere oltrepassato non solo nelle altre virtù, ma soprattutto nell'innocenza le lodi mirabili dei loro antenati. Taluni tributano grandi elogi all'avvoltoio e sostengono che sia l'uccello più propizio, perché è l'unico animale completamente innocuo, che non ha l'abitudine di aggredire nessuno e che rispetta tutte le opere della natura. Ma la mosca non arreca durante la sua vita nessun danno, non compie furti e rapine; non strappa dai fiori le ametiste, gli smeraldi, le ambre, le perle e simili gemme cadute di notte dal cielo; e non ammassa in nascondigli, come le api, una quantità di ricchezze per loro sproporzionate. La mosca passa la sua vita alla luce: nelle adunanze degli uomini, nel, per così dire, teatro del mondo; a nessuno molesta, per sé quieta, agli altri non invisa, non cerca mai di compiere le sue azioni senza la presenza di uno spettatore. Banchetta all'aperto; ed io sono propenso a credere che l'antico costume spartano di cenare in pubblico sia stato inaugurato dalla mosca. La mosca è contenta di poco e niente; non è corrotta dal lusso e dal fasto (infatti abbraccia e bacia allo stesso modo il principe e il plebeo, il ricco e il povero, sfiorandoli con le ali e applaudendoli) e nemmeno dall'invidia; né è sedotta dagli altri semi di lite e dagli allettamenti delle discordie. Veramente degna è la vita delle mosche! Banchettano insieme, insieme bevono senza risparmio, unendo le fronti in segno d'amore, poiché sanno bene che il banchetto è figlio dell'amicizia. Ma perché indugiare in queste cose? Non è sufficiente dimostrazione del reciproco affetto e della benevolenza con cui stanno insieme il fatto che vediamo le mosche affaticate volare per tutto il cielo sulle spalle di un'amica; per questo solo titolo di pietà il poeta assicurò ad Enea una fama che va alle stelle. Così serena è la convivenza delle mosche; così grande la tranquillità del loro animo, che in tutta la storia non si trova una mosca uccisa da un'altra mosca con il ferro, con il veleno, con il laccio, o con altro strumento analogo, né che sia stata raggirata e ingannata; e fino ad oggi non ci sono stati tra le mosche odi, rivalità, dissidi. Esse non scatenano guerre civili, come le api, ingiustamente predilette dai poeti; e non troverai (come tutti possono ricordare) che una mosca ha commesso nell'ira qualche misfatto, mentre invece quasi tutti gli esseri viventi hanno arrecato qualche rovina e lutto ai mortali. Per tralasciare il resto, leggiamo che le cavallette devastarono i campi e vi lasciarono lo squallore e la completa rovina; e leggiamo pure che le formiche provocarono la distruzione di città. Mite, tranquilla, serena sarebbe la vita degli uomini se si comportassero come le mosche! Non sarebbero infatti morti per mano di altri uomini tanti più uomini che per ogni altro tipo di calamità; né il Trasimeno né Canne si sarebbero riempiti di sangue umano; e i fiumi non si sarebbero fermati impediti dai cadaveri, né, come dice il poeta, tante cose sarebbero rimaste sommerse dal ferro, dalle fiamme, dalla triste favilla; e Cesare non si vanterebbe di avere tolto di mezzo più di quattrocentomila uomini. Ma di questo altrove.

Chi può convenientemente ricordare quanto la mosca sia adorna di tutte le altre doti dello spirito? Non mi farei scrupolo di dire, se ben la conosco, che la mosca ha certamente insegnato i buoni costumi alle scuole di tutti i filosofi e li ha istruiti nelle buone arti. Tralascio l'innocenza, la mansuetudine, la mitezza d'animo, l'indole semplice e pacifica, il modo di vivere tranquillo e sereno, tutte qualità in cui sappiamo la mosca raggiunge l'eccellenza e che invece assai raramente troverai nei caratteri guerrieri. Essa che è di forza soverchiante, e può a suo piacere essere senza rischi arrogante, ritiene più importante essere amata per la sua giustizia e la sua mitezza piuttosto che temuta per la sua fortuna e il suo prestigio. Queste qualità sono più grandi di quanto, parlandone a questo punto, si possano degnamente celebrare per l'insufficienza della nostra eloquenza. Chi non sa quanto sono religiose le mosche? Furono mai esposte vivande in onore degli dei, o fu mai fatto un sacrificio, a cui, come poteva, la mosca non abbia partecipato? Per prime libano, per ultime si allontanano dagli altari; in frotta si addensano per partecipare al rito, di notte con gli stessi dei vegliano. Sono di una saggezza veramente straordinaria. Cosa si addice di più ad una persona avveduta quanto capire per quale attività essa è particolarmente disposta? Cosa si accorda di più con gli obblighi connessi alla scelta rigorosamente effettuata, quanto dedicarsi anima e corpo a questa attività e realizzarla con ogni cura e diligenza, tanto da rendersi conto di non averla intrapresa, come si dice, senza il consenso di Minerva? La mosca, che ha capito di essere nata per la ricerca e la conoscenza, che si è accorta di aver ricevuto dalla natura degli occhi grandissimi per scrutare facilmente ciò che si nasconde al di là del cielo e nelle più basse profondità e oltre ogni confine delle terre e l'estremo orizzonte, in quale opera, guidata dalla natura e assistita dall'operosità, si eserciterà di più quanto nell'ottenere con tutti i suoi sforzi che nessuna cosa occulta sfugga alla sua ricerca? E se dicono che un uomo, i cui occhi non sono che la ventesima parte della sua testa, vide dal Pireo la flotta uscire dal porto di Cartagine, cosa non vede la mosca con i suoi grandissimi occhi, cosa può sfuggire alla sua curiosità? La mosca ha conosciuto le focacce che Circe offrì per mutare in mostri i suoi ospiti; sa dove si nasconde Osiride tanto cercato; conosce i difetti del sedere di Elena e ha palpato le parti recondite di Ganimede. Ha conosciuto, posandovisi sopra più volte, l'austero sapore delle mammelle vizze e pendenti di Andromaca. E infine la mosca, pur non ignorando nessuna cosa segreta, oh quale ammirevole e incredibile virtù possiede! Dicono che Pompeo fu silenzioso e che altri neppure con le torture sono stati indotti a denunciare i compagni di un'impresa; e questa virtù esaltano con lodi degne quasi degli dei. Che dire della mosca che, di tutti compagna, non ha mai rivelato le parole o le azioni di qualcuno; con quali lodi la esalteremo? Abbiamo forse mai compiuto un'azione tanto di nascosto, che la mosca non sia stata di essa testimone e spettatrice? E puoi mai ricordarti di aver patito qualche danno per la lingua della mosca? Stanne pur certo: da nessun vizio le mosche sono più aliene che dalla perfidia e dall'infamia del delatore. Infatti fra tanti uomini e così frequenti crimini, che sono ovunque e in ogni tempo commessi in sua presenza, la mosca del solo Domiziano ha divulgato la delittuosa crudeltà, poiché l'offesa era veramente atroce ed esigeva una vendetta. Ciò rese nemico il principe spietatissimo che esercitava il suo sfrenato odio contro la famiglia delle mosche domestiche e familiari, compagne della sua solitudine. E infatti chi avrebbe potuto a lungo sopportare costui, che le perseguitava con uno stiletto appuntito come un nemico della patria, perturbatore delle pubbliche leggi e dell'onore. Perciò con la sola cosa con cui noi privati ci vendichiamo delle offese dei principi, l'unica cosa che i principi non hanno imparato a non temere, con la cattiva fama, la mosca ritenne giusto e santo vendicarsi di un uomo scelleratissimo, approvata e confortata dalla legge più onorevole. La mosca divulgò infatti il suo orrendo delitto, la sua crudele perversa indole, perché tutti lo sapessero e la sua infamia venisse esecrata da tutto il mondo. E non lo fece spontaneamente ma costretta: non restava infatti che vendicarsi di un principe armato di tanti giannizzeri e d'altra parte non era possibile non sentire tante e così atroci offese. Chi potrà accusare la mosca se in qualche modo vendicò le offese patite con la diffusione di un occulto crimine? Sopportò l'altrui follia e le furiose aggressioni di cui era oggetto, con misura e moderazione, nello stile della sua abituale mitezza. La mosca non ha mai smesso di fare il suo dovere per l'ostilità, la denigrazione, le dicerie, le calunnie dei malvagi. Lodino pure non so quale filosofo perché ritornava a casa con lo stesso volto con cui se ne era allontanato. Io sono pronto a giurare che la mosca è il solo animale dotato di tanta serenità, che non è stato visto né ridere né piangere né corrugare le ciglia né distendere la fronte sia nelle avversità che nelle circostanze fortunate. Sempre eguale è l'atteggiamento del suo volto, sia in casa che nei luoghi pubblici e sempre eguale si presenta la mosca. Che dire della raffinatezza dell'ingegno e dei nobili studi in cui le mosche si esercitano? La famiglia delle mosche ha insegnato agli antichi Pitagorici molte delle più nobili arti. I Pitagorici chiamarono musica da mosca le articolazioni della voce e la modulazione del canto, di cui erano particolarmente appassionati, affinché i posteri capissero che essi ben si ricordavano del beneficio ricevuto. Infatti, facendo echeggiare in profondità l'ampolla dell'olio o l'orcio per il vino essa produsse le prime note gravi, ben note ai musicisti, il do e il re e, volteggiando nel cielo, lontano e vicino, fece risuonare le note acute, il sol e il la, mentre le note medie, che sono piuttosto cupe e lugubri, formò impigliata nella tela del ragno. Dunque, giustamente, Pitagora ringraziò la famiglia delle mosche, consegnando ai posteri il nome dell'inventore di un'arte tanto illustre. Si può negare che gli astronomi siano saliti in cielo e fra le stelle sulle ali delle mosche? Dalle ali delle mosche ricoperte di berillo e di diamante i geometri scoprirono le forme di tutte le figure; ed anzi dicono che da esse l'astronomo Tolomeo derivò il suo Atlante; e raccontano che stanno bellamente dipinte sulle ali delle mosche il Gange, il Danubio, il Nilo, il Po e altri fiumi ed ancora da quali monti essi nascono per andare in mare e quali paesi essi attraversano. Alcuni sostengono che si possono scorgere su di esse le piramidi d'Egitto e il tempio di Eleusi. Devo ammettere che io non ho bene individuato così importanti soggetti. Non nascondo di aver talvolta scorto il mar Caspio e quello d'Azov e l'Elicona quando le onde si increspano sotto il raggio del sole. Ed inoltre concordo senza difficoltà (e mi sembra verisimile quel che è stato tramandato) che Pitagora non fece, come scrivono critici ignoranti, il sacrificio di un'ecatombe alle Muse, ma alle mosche, di un'ecatombe, dico, alle mosche, perché aveva trovato sulle loro ali quella straordinaria figura geometrica: la misura dell'altezza di tutti i poligoni.

Mi vengono in mente, mentre parlo, lodi così grandi, così svariate, così inaudite, che mi accorgo della necessità di un'eloquenza maggiore della mia per poterle illustrare. Frattanto, come sempre avviene per tutti gli spiriti più elevati, le mosche sono tanto odiate dalla folla degli ignoranti, che temo di attirarmi solo l'odio di tutti gli invidiosi, se con più cura elencherò ad una ad una, secondo le mie capacità, le qualità delle mosche. Io infatti conosco, non senza danno per il mio stato, il potere dell'invidia, il massimo dei mali tra gli uomini; e pertanto ritengo giusto tralasciare molti particolari, sia perché non ho fiducia nel mio ingegno, sia perché ho paura dell'invidia. E penso che non si debba ignorare, per capire l'indegnità della cosa, quello che molti detrattori dicono nei trivii riscuotendo l'approvazione del volgo: che la mosca, arrogante e superficiale, è un animale ingordo: non c'è niente che non sia la prima a succhiare; e spesso annega nello stesso bicchiere dove ha bevuto con avidità; che, abituata ad assalire re e dei, paga il fio dei suoi misfatti ad opera del ragno vendicatore. Noi combatteremo queste calunnie non con la grazia del nostro eloquio - infatti rozzo e non argomentato è questo nostro discorso - ma con la stessa verità, e, perciò, ve ne prego, o dotti, leggete attentamente con il medesimo piacere che avete avuto fin qui come concluderò, con proprietà e stringatezza, la mia trattazione.

Voi, o malvagi detrattori, con tanta sconsideratezza ritenete una ragione di biasimo per le mosche quello che i dotti riconoscono come un motivo di lode per tutti gli uomini illustri? È lodato Platone, sono lodati pure non pochi altri uomini dediti allo studio delle lettere e della filosofia, perché hanno affrontato lunghi viaggi desiderosi di conoscere tutto quello di cui, in qualsiasi luogo, si sono occupati gli uomini. Voi, nella vostra stolta malvagità, detestate la solerzia delle mosche, perché con il loro proposito di ricerca filosofica non vi permettono in nessun momento di restare oziosi? O pigri e lenti, che a stento anche con il pungolo la mosca riesce a spingere all'azione, imparate i buoni costumi dalla solerte mosca, maestra di virtù! La mosca non sta mai in ozio e stimola, come può, i pigri al loro compito. Ci si deve una buona volta ravvedere di condurre una vita fiacca e immersa nel sonno; è necessario imitare la mosca, che durante il giorno non abbandona mai l'esercizio della virtù e passa gran parte della notte insonne, libera dagli impegni del foro, meditando sui massimi sistemi; ed essa, di notte, per vegliare più a proprio agio guardando il cielo pende dal soffitto e dall'orlo del camino con i piedi appoggiati all'indietro. E senza rammarico imitiamo chi è stato imitato anche dagli uomini sommi. Tramandano che il filosofo Aristotele reggeva degli oggetti con la mano distesa sopra un catino per essere ridestato dal rumore della loro caduta se veniva colto dal sonno! Grandi sono i meriti della mosca che viene imitata dai grandi uomini. Dicono che la mosca sia ingorda e vorace. Ma mi venga un accidente, se c'è tra i mortali un altro essere vivente che ha la gola più serrata dalla parsimonia; si ciba la mosca di legumi cotti e crudi; né ho mai conosciuto una mosca che ha litigato con il vivandiere e con il cuoco. Le rimproverano di immergersi nelle coppe. Ma sarebbe lungo ricordare tutti quelli che sono venuti a mancare durante le cene; si fa il nome di molti patrizi, pretori, consoli e uomini di analogo rango, che sono venuti a mancare tra le pietanze e i calici. Ma cosa facciamo? Non comprendiamo che la particolare e quasi divina natura delle mosche è tale che, per le loro assidue ricerche filosofiche e per la scrupolosa investigazione dei segreti delle cose, esse sono talvolta esposte ai pericoli, spinte dalla loro curiosità e dalla loro sete di conoscenza. Afraino sosteneva che la scienza è figlia della memoria e della pratica. Deve di certo scandagliare molti campi del sapere chi, lasciando il gregge della folla, si dedica alla speculazione filosofica. Leggiamo che il famoso scienziato Plinio, autore di un trattato su tutti gli aspetti della natura, per la sua brama di ricercare fu inghiottito dal magma dell'Etna in eruzione e precipitò dalla sua cima nella sterminata fenditura del monte. Non viene tuttavia biasimato quest'uomo diligente, attivo, arso dal desiderio di apprendere più di quanto non arda il monte Etna. Rimproverano alla mosca di essere attratta dal piacere della conoscenza. Gli scienziati dicono che il latte sia sangue non fermentato e l'illustre scienziato Androcide scrisse che il vino è sangue della terra; la mosca con i suoi assaggi sa bene che non è così e degusta con attenzione il sapore del chimo che molti fiori secernono e che si trova mescolato e confuso. Esaltano il matematico Archimede di Siracusa, che, mentre la patria rovinava, neppure in mezzo al fracasso delle armi nemiche poté essere distolto dalla ricerca dei segreti della natura. E così grande è l'odio verso la mosca che, secondo alcuni, essa riceve dagli dei il meritato castigo morendo in servitù impigliata nella sua opera di ricerca oppure catturata dai lacci del ragno. Furono servi molti grandi filosofi e non pochi poeti. Chi dovrebbe avere il coraggio di proclamarsi libero, se non chi non è schiavo di nessun vizio? Ma di questo parlerò altrove. Io sono convinto, qualunque obiezione vogliono fare i malvagi, che tutti i pericoli da cui è minacciata la mosca derivino dal suo ardente desiderio di virtù. La mosca desidera conoscere, oltre ad altre cose, anche il significato delle opere di Aragne, chiaramente tese contro di lei. C'è da stupirsi se, incauta e tutta volta all'esercizio della virtù, la mosca è presa nella trappola dell'astuto ragno dotto in tutte le arti marziali, sopraffatto in un'iniqua contesa? Molti, anche dei più abili comandanti, sono stati attirati negli agguati; ma non credi che anche le misere circostanze della morte confermino i grandissimi meriti della mosca? Il ragno usa lunghe aste sabine e sa lanciare i suoi lacci meglio di Alano che nel campo di battaglia afferrò con un laccio Tiriade re dell'Armenia; e tuttavia, dal suo nascondiglio, non osa intraprendere il duello che ha preparato prima di vedere nella sua postazione il nemico impacciato e ben legato. E con tanta crudeltà questa belva suole esercitare la furia omicida contro l'innocua famiglia delle mosche che mai, commossa dalle preghiere, ha liberato le prigioniere. Con il suo canto Arione indusse alla pietà i pesci, creature feroci e crudeli, e con l'aiuto dei pesci ottenne la salvezza. La mosca, che ha inventato l'armonia del canto, non può trovare pietà nella crudelissima Aragne, per quanto cerchi di spezzarne il cuore cantando. Che se mai, anche una sola volta, ritornata in patria, ci avesse potuto informare dei torti patiti, chiamo a testimoni gli dei infernali e celesti protettori delle mosche che il ragno con suo gran danno sarebbe stato affrontato da tutte le mosche che ci sono sulla terra, come da altrettanti Scipioni e Cesari.

Mi sembra di aver detto abbastanza delle mosche. Ho detto del loro aspetto, del loro ingegno, della loro disciplina, delle virtù di cui sono dotate e ornate. Si potrebbero citare ancora molti altri detti e fatti delle mosche degni di essere ricordati. Si dovrebbero forse discutere molti particolari relativi alla natura delle mosche, la cui forza è straordinaria nell'esecuzione di varie imprese; ad esempio, se la famiglia delle mosche ha l'intenzione o la capacità di condurre fino alle spiagge dell'Oceano e alle colonne d'Ercole il colosso di Rodi, cosa che rinomati architetti ritengono nelle possibilità della mosca. E in verità io, che di tali cose talvolta mi diletto, ho scoperto che le mosche potrebbero trasportare il monte Caucaso e il monte Tauro e il monte Caspio sopra le isole Baleari; ma non basta il tempo della loro vita; affinché non facciano quest'opera contraria alle leggi di natura, Proserpina ha dato alla famiglia delle mosche rapida e immatura morte.

Dovrei aggiungere un epilogo e in esso diffondermi in grandi espressioni di cordoglio (non potrei ricorrere all'amplificazione per l'importanza dell'argomento); ma con i loro continui baci una gran quantità di mosche che viene a congratularsi con chi ha descritto i loro meriti mi impedisce di farlo. Abbiamo scritto ridendo e voi ridete.

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Ultimo Aggiornamento: 18/07/2005 01.30