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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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VITA

Di: Vittorio Alfieri

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EPOCA TERZA - GIOVINEZZA

ABBRACCIA CIRCA 10 ANNI DI VIAGGI, E DISSOLUTEZZE

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Continuazione.
Russia, Berlino di nuovo, Spa, Olanda, e Londra di nuovo.

Incalzato sempre dal furor di partire, benché mi trovassi in Sto[c]kolm assai bene, volli partire verso i dieci di Maggio per la Finlandia. Nel finire d'Aprile avea fatto un giretto a Upsal, e ad alcune cave del ferro, dove vidi varie cose curiose, senza osservarle, né molto meno notarle; talché fu come se non le avessi vedute. Partitomi dunque alla volta di Pietroborgo, quando fui a Grisselhama, porticello posto su la spiaggia orientale della [. . .] al nort di Stockolm, trovai un'altra volta l'inverno, dietro a cui pareva ch'io avessi appostato di correre. Era gelato il mare, e il tragitto nella prima isola, che per molte di esse si varca in Finlandia, era assolutamente impossibile. Mi convenne di starvi tre giorni, dopo cui i venti mutatisi, cominciò quella maladetta crosta a screpolarsi, e far cricch; e il giorno dopo arrivò a Grisselhama un pescatore con un battelletto da quella prim'isola a cui dovea io approdare, che disse che passerei con qualche stento. Volli nondimeno tentare; avendo un legno più grande del suo, poiché vi c'era imbarcata la carrozza, vidi che c'era ad un tempo più ostacolo, e meno pericolo, poiché ai colpi dei massi di ghiaccio resisterebbe più un legno grosso che un piccolo. Ed in fatti così fu. Galleggiavano per quell'orrido mare come isolette, i pezzi informi di ghiaccio; ma essendo piccolissimo il vento, non davano percosse gran fatto nella nave; ma spesso in così gran copia si raggiungevano, o si trovavano ammontati davanti al solcar della proda, che più d'una volta io stesso co' marinari scesi dalla barca sovr'essi, e con delle scuri si andavan partendoli per fare strada alla barca, e di nuovo allora da quei massi saltavamo nel legno. La novità di questo viaggio mi divertì moltissimo; e forse troppo fastidiosamente l'ho sminuzzato; ma siccome agl'Italiani non accaderà spesso di vedere tal cose, ho creduto che ai più potrebbe recar qualche diletto una tal descrizione. Fatto in tal guisa, con molto stento e non senza qualche pericolo quel primo tragitto, che non è che d'alcune leghe, gli altri passi di mare, che son 4 o 5, si trovarono poi successivamente più liberi; e nella sua rozzezza, è quello uno dei paesi, che mi siano il più piaciuti in Europa; per un certo vasto, e indefinibil silenzio che regna in quell'atmosfera, per cui mi parea d'esser quasi fuori dal globo. Sbarcato per l'ultima volta in Abo capo di Finlandia, continuai per ottime strade, e con velocissimi cavalli il mio viaggio fino a Pietroborgo, dove giunsi il di [. . .] di Maggio. Ed avendo spesso viaggiato il giorno, e la notte, e per essere di questa quasi annullate le tenebre in quel clima a quella stagione, la stanchezza, e il veder sempre luce, in quel piano immenso come il mare, ed arenoso quant'esso, mi avea lasciato nel capo un certo che di confuso, per cui io non sapeva più che di della settimana, ne che ora del giorno mi fossi. Non so spiegar con parole, lo stato del mio capo in quel punto.

Aveva letto la vita di Pietro Il Grande di Voltaire, era stato in Accademia con più Moscoviti, ed aveva in molte guise sentita magnificare quella nascente nazione; onde queste cose tutte ingrandite dalla mia fantasia, che tanti disinganni mi andò sempre causando, mi tenevano in una espettazione straordinaria. Ma appena entrai in quell'asiatico accampamento di vaste trabacche, ricordatomi di Roma, di Genova, di Venezia, e di Napoli, mi posi a ridere. E' da quanto ho visto poi in quel paese, ho ricevuto la conferma di quella prima impressione; e ne ho riportato la preziosa notizia, ch'egli non meritava d'esser visto. E' tanto mi andò a contraggenio ogni cosa, fuorchè le barbe, e i cavalli, di quei barbari mascherati da Europei, che in quasi sei settimane che ci stetti non volli conoscer nissuno; non mi feci presentar a corte, e neppur vidi materialmente il viso di quella famosa sovrana, che ha stancato la fama di sè; ed esaminatomi dopo, per ritrovarne il perché, mi son convinto ch'era intolleranza mera di carattere, ed odio purissimo di tirannide; e non invidia di fama; poichè allora non mi sognava io di pretenderci mai. Ma mi ricordava di aver sentito narrare, che tra gli altri pretesti addotti da Catterina seconda, per ispodestare il marito, aveva osato anche addur quello di voler dare una certa libertà a' suoi popoli. Ora trovatili io in una servitù così intera, e quei maladetti soldati in trono non meno che a Berlino, son convinto che questo più ch'ogni altra cosa mi diede quell'odio, e quell'ira che mi durò le sei settimane che vi stetti, e quella aspra reminiscenza, che me ne durò dopo per ben dieci anni; finchè l'età, e la ragione diedero poi luogo al giusto vero.

Ogni cosa moscovitica dunque spiacendomi, non volli altrimenti veder Mosca, come avea disegnato, e mi sapea mill'anni di tornar in Europa. Partii in fin di Giugno alla volta di Riga, per Narva, e Revel; e in quel ritorno per orribili paesi piani, arenosi, ed ignudi scontai il piacere delle selve di Svezia. Proseguii per Konisberga, e Danzica, che allora già era straziata dal mal vicino despota prussiano, e bestemmiando fra me, e Russi, e Prussi, e quanti sotto faccia d'uomo si lasciano a quel segno malmenare dai loro tiranni, e seminando il mio nome, qualità, carattere, intenzioni, ad ogni corpo di guardia prussiano che incontravasi, che a tutti, e sono spessi in ogni borguccio, mi venivan chieste tutte queste cose, mi ritrovai finalmente un'altra volta in Berlino; dopo quasi un mese di viaggio il più spiacevole, il più sgradito e noioso che facessi al mondo al partire di Pietroborgo sino a Berlino. Vidi a Zorendorff il campo di battaglia tra' Prussiani, e Russi, dove tante migliaia dell'uno e dell'altro armento rimasero; le fosse sepolcrali erano manifestamente accennate dalla bellezza del grano, che nel resto del terreno naturale per sè arido, e ingrato, era misero, e rado. Mi si confermò vieppiù dopo tal vista l'odio pel tiranno di Berlino, che tante migliaia d'uomini costò all'Europa perché una parte di Silesia gemesse sotto lui, in vece di gemere sotto l'Austria. Tutto ciò mi facea fortemente desiderare, e sempre più conoscere, ed amar l'Inghilterra.

Mi spedii di questa mia seconda berlinata in tre giorni, che mi furon d'uopo per riparare il legno, e riposarmi. Ne partii in fin di Luglio per Maddeborgo, Brunswich, Gottinghen, Cassel, e Francfort. Nell'entrare a Gottinghen, città come si sa di Università famosissima, mi abbattei in uno asinello, ch'io molto festeggiai, per non averne più visti da circa un anno, da che m'era inoltrato nel Settentrione, dove quest'animale, dico il quadrupede, non alligna. Di questo incontro d'un asino italiano con un asinello tedesco in una così famosa Università, avrei fatto allora qualche scherzo poetico, se avessi avuto e lingua e penna; mi contentai dunque di fantasticarvi in fra me stesso, e ne passai una giornata lieta da me, che eran rare; essendo sempre solo solissimo, e senza leggere per lo più, e senza schiudere mai labro. Stufo di quella tedescaggine, lasciai ben tosto Francfort, e avviatomi verso Magonza, m'imbarcai quivi sul Reno, fiume epico, fino a Colonia; viaggietto che per la bellezza dei luoghi mi diverti assai. Di Colonia per Aix la Chapelle, ricaddi a Spa, dove era stato due anni prima, e che mi avea lasciato alcun desiderio di rivederlo a cuor libero; parendomi quella una vita adattata al mio umore; perché riunisce rumore e solitudine, ed inosservato, ed ignoto si può star solo fra le veglie e i festini. In fatti mi ci compiacqui talmente, che ci stetti il resto d'Agosto, e quasi tutto il Settembre- cosa lunghissima per me che non mi potea più fermare. Comprai due cavalli da un Irlandese, de' quali uno strabello; e vi posi il mio cuore. Onde cavalcando mattina e sera, pranzando in compagnia di forestieri d'ogni paese, e vedendo ballare gentili donne ogni sera, io passava il mio tempo assai bene. Guastandosi la stagione partii pure, e volli ritornare in Olanda, per riveder l'amico, e tanto più baldo ci andava, che la donna non c'era più. Il marito avea lasciato l'Haja un anno prima, ed era in Parigi con essa. Non mi potendo risolvere a lasciar le due mie bestie in mano del palafreniere, avviai prima il legno con Elia, e mi posi per strada a picciole giornate a cavallo. A Liegi, per una stranezza, e presentandosene l'occasione, d'un ministro di Francia mio amico, volli essere presentato al Principe Vescovo. Proseguii per Bruxelles, quindi per Malines, Anversa, e il Mordick, poi per l'Olanda a Rotterdamo e l'Haja, e per amor de' cavalli ebbi quella pazienza che non avrei mai avuta altrimenti d'andare ad oncia ad oncia. L'amico con cui avea sempre carteggiato dappoi mi ricevè a braccia aperte, e trovandomi alquanto migliorato di senno da quando mi avea lasciato in Utrecht, quasi du' anni prima, sempre più mi andò assistendo de' suoi amorevoli, e caldi, e luminosi consigli. Stetti da due mesi con esso, ma poi incalzato dalla ardentissima brama di riveder l'Inghilterra, e stringendo la stagione, ci separammo in fin di Novembre.

Per la stessa via di Helvoetsluys, e di Harwich, giunsi felicemente in Londra in pochi giorni; e dopo aver visti tanti altri paesi in quel frattempo, sempre più mi ripiacque l'Inghilterra. Ci ritrovai quei pochi amici che avea trattati al primo viaggio: tra gli altri il prefato Principe di Masserano, e il Marchese Caraccioli ministro di Napoli, uomo di alto, sagace, e faceto ingegno: e questi due mi furono più che padri in amore, in quel soggiorno secondo, in cui mi trovai in alcuni frangenti straordinari, e scabrosi, come si vedrà.

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:08/02/2001 17.51

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