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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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VITA

Di: Vittorio Alfieri

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EPOCA SECONDA - ADOLESCENZA

ABBRACCIA CIRCA OTTO ANNI DI SOGGIORNO NELL'ACCADEMIA

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Ozio totale; ritorno della salute. Contrarietà sopportate.

Non aveva allora a dir vero, altri che s'ingerisse della mia condotta, fuorché il nuovo mio cameriere, che per essere un buono sciocco, e a cui dava molto, mi lasciava far tutto e nulla ridiceva. Pure in breve mi venne a noia anche quella piccola servitù del non poter uscire se non con lui; ed essendo questa una particolarità, che si usava con me solo, per la troppa giovinezza, mentre agli altri del primo appartamento era concesso di uscir soli, mi incocciai, che io pure voleva uscir solo; e senza avvisare il cameriere, cominciai ad uscire da me. Fui ripreso, e messo in arresti; dopo alcuni giorni liberato, tornai da capo a uscir solo; e riarrestato, e liberato, e tornato in arresti, in quella vicenda durai forse un mese; alla fine avendo io dichiarato che appena sarei liberato, subito ricomincierei ad uscir solo, e che non dovea essere fatta a me questa distinzione ingiusta; ch'io era nel primo appartamento, e voleva esservi come gli altri; se no mi rimettessero nel secondo; dopo tutte queste mie arroganze, mi toccò un arresto così lungo, che durò forse tre mesi, e tra l'altro tutto il carnovale del 64. Mi ostinai a non domandare d'esser liberato, e il governatore a non liberarmi; e così arrabbiando, credo che ci sarei morto, ma non avrei domandato mai. Dormiva quasi tutto il giorno; poi mi alzava da letto, e su un materazzo mi ricoricava avanti al fuoco: non voleva più aver pranzo dalla cucina dell'Accademia, giacché non mi lasciavano andar a tavola; mi facea comprar della farina, e mi facea della polenta, e altri piatti da me. Non mi pettinava più, né vestiva, ed era come un selvatico. Quando i miei amici di fuori d'Accademia mi visitavano, non rispondeva loro, qualunque cosa mi si dicesse; e cogli occhi fissi nel suolo, pregni di pianto, senza mai piangere, stava delle ore intere. Da questa vita di bruto mi cavò finalmente la congiuntura delle nozze della mia sorella Giulia; che trattandosi già da qualche tempo col Conte di Cumiana in Torino, furono finalmente conchiuse nel Maggio del 1764. Il nuovo cognato impetrò la mia liberazione, ed a più equi patti fui ristabilito ne' dritti degli altri miei compagni di uscire e solo, e quando mi piaceva, e non ne abusai però in nulla. Coll'occasione di queste nozze, ottenni anche molto allargamento nella spesa, perché insomma non mi si poteva negare di spendere il mio. Ebbi allora il primo cavallo, che fu un sardetto bianco come neve, e di fattezze ammirabili, ma assai delicato. Lo amai con passione, e furore, a segno di perdere il sonno, e la pace ogni volta ch'egli avea qualche male, e spesso ne avea, che un nulla lo riscaldava; onde la delicatezza di quello mi servì di pretesto per volerne un di più, e da quelli, due altri di carrozza, e poi uno di cabriolé, poi due altri di sella, e così in pochi mesi andai fin a otto, fra gli schiamazzi del curatore, che indarno pure garriva. Superato così l'argine della di lui tenacità, e parchezza, in ogni specie di spesa proruppi, ma principalmente degli abiti, e legni, e cavalli. V'erano nel primo appartamento vari Inglesi che spendevano assai, ed io non potea soffrire d'esserne soverchiato, onde sempre di qualche cosa piuttosto al di sopra, che al di sotto volea rimanere. Ma per altra parte quei giovanotti miei amici di fuori, coi quali conviveva assai più che con i compagni d'Accademia, erano soggetti ai lor padri, onde tenuissime spese potean fare. Ed io debbo per l'amor del vero confessare, d'avere allora praticata una virtù naturale, che era di non voler soverchiare in nulla nessuno; virtù, che non ho conosciuta in me, se non dopo. In fatti ad ogni abito nuovo ricco di ricami ecc., o di pelli che mi faceva, se lo investiva la mattina per andare a corte dove andavano anche i compagni d'Accademia, me lo spogliava il dopo pranzo che quegli amici mi venivano a vedere; e perfino lo faceva nascondere perché nol vedessero, vergognandomene, come di una mal'azione di avere, o far pompa di cosa che essi non aveano. Così ottenuta la carrozza, inutilissima veramente per un ragazzo di 16 anni in una città così piccola, non ci saliva mai, perché gli amici andavano a piedi; e la soverchieria dei cavalli di sella me la facea perdonare da loro, col accomunarli con essi, che pure ne aveano uno ciascuno del loro: onde questo ramo di lusso mi dilettava il più, e mi pesava assai meno, perché non offendeva gli amici. Esaminandomi, mi pare, che in mezzo a tutte le storture d'una gioventù bollente, oziosissima, ineducata, e sfrenata, non ho mai smessa la giustizia e l'amore della uguaglianza.

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:08/02/2001 17.51

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