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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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VITA

Di: Vittorio Alfieri

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EPOCA SECONDA - ADOLESCENZA

ABBRACCIA CIRCA OTTO ANNI DI SOGGIORNO NELL'ACCADEMIA

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Morte dello zio paterno. Liberazione prima.
Ingresso nel I° Appartamento dell'Accademia nel Maggio.

Lo zio dopo dieci mesi di soggiorno in Sardegna, vi morì. Era di circa 60 anni, ma malandato di salute; e sempre mi diceva che non lo avrei più riveduto. Il mio affetto per lui era tiepidissima cosa; stante che non lo avea quasi mai veduto, e ch'era severo per me. Egli era però uomo stimabile assai, e di forte carattere, ed atto a comandare: avea nella guerra militato con somma distinzione; ed avea fama d'uomo integro, di molto ingegno, di una erudizione disordinata e copiosa, e soverchiamente loquace. Non fui molto afflitto d'una morte lontana dagli occhi, e preveduta già quasi da tutti gli amici suoi, e per cui io quasi acquistava la mia piena libertà. Le leggi del Piemonte danno ai pupilli dopo i 14 anni la semplice curatela, lasciandoli padroni dell'entrate loro, ma inabili soltanto al contrattare i loro beni. Questa nuova mi allargò dunque l'animo, e la fantasia, trovandomi padrone del mio, che per i molti risparmi fatti da più anni, e per l'aggiunta dell'eredità di quello zio, ch'era egli pure agiatissimo per cadetto, non era poco, e mi parea più che molto. In quel frattempo, mi era stato tolto il servitore Andrea per ordine del tutore; e giustamente: che costui s'era dato alle donne, al vino, e alle risse, ed era di fatto un pessimo soggetto. A me avea usato sempre mali termini, mi batteva perfino quando era briaco, e spesso lo era, e in quelle spesse malattie mi chiudeva in camera, e se n'andava alle volte da subito dopo il pranzo fino all'ora di cena; cosa, che più d'ogni altra contribuiva a farmi stare ammalato, e darmi delle orribili malinconie. Eppure, chi 'l crederebbe ? Piansi, e sospirai la partita di quest'Andrea, e non potendomi opporre al suo congedo, ch'era giustissimo, durai più mesi, ad andare io a visitarlo i Giovedì che poteva uscire, facendomivi condurre dal nuovo servo ch'io aveva, ch'era un buon uomo, assai dolce; e gli dava quasi tutto quel che avea di danaro, finché trovò a collocarsi altrove, ed io non ci pensai più. Dovendomi dar conto di questo affetto sragionevole, se volessi abbellirmi, direi che fosse per generosità di carattere: ma questo non era; benché dopo poi, quando m'infiammai in Plutarco di amore di virtù e di gloria, conobbi, e apprezzai moltissimo il piacere di render bene per male. Era in me quest'affetto per quell'Andrea, che m'avea dato tanti dolori, un misto di forza abituale di vederlo da sett'anni ogni giorno, e di vero amore per alcune sue belle qualità; come la sagacità nel capire, la sveltezza nel servire, le lunghe storie che mi raccontava e con spirito ed imagini; insomma una perfetta bilancia a cui il mio nascente raziocinio avea pesati i suoi difetti, e pregi, ed a cui, passato lo sdegno delle offese che mi facea, tornava giusto estimatore del vero, e ci trovava per me più bene che male.

Il primo frutto ch'io raccolsi dalla morte dello zio, fu di poter andare alla cavallerizza, cosa che fin allora m'era stata negata, e che ardentissimamente bramava. E vista questa mia caldissima brama, il priore pensò di cavarne partito; e pose la mia futura equitazione per premio degli studi, se io mi risolveva a pigliar il magistero, che e il primo grado dell'Università, dopo i due anni di Fisica, e Logica. Mi vi indussi subito, e datomi un ripetitore a parte, che mi tornasse a nominare codeste cose, alla peggio misi insieme di che rispondere a quei pochissimi quesiti che si fanno al pubblico esame, e in 3 settimane fui maestro dell'arti, e quindi inforcai per la prima volta un cavallo. Io era assai piccolo, e debole, ma la volontà, e la passione supplivano, e in breve feci progressi, e questo fu il solo degli esercizi a cui veramente ho poi riuscito; ed a questo dovei poscia la robustezza, la salute, e per dir così una mia nuova esistenza.

Ma, morto lo zio, avuto il curatore, ammesso alla cavalierizza, e francato da Andrea, non è credibile, quanto ergessi la cresta; dissi altamente che quegli studi di legge mi tediavano, che io perdeva il mio tempo, e che non li voleva più fare. Il curatore nuovo d'accordo col governatore dell'Accademia, mi trasferirono allora nel primo appartamento; dove si fanno gli esercizi, e si hanno i maestri che si vuole, ma non c'è più quella severità di ore scolastiche. Da principio, che era nell'estate, ci fui quasi solo; nell'autunno si riempié di forestieri d'ogni paese, fuorché Francesi, e dominavano pel numero gl'Inglesi. Un'ottima tavola, molta dissipazione, pochissimo studio, il più dormire, e il cavalcare ogni giorno, mi aveano in breve restituita la salute, il brio, e l'ardire. Mi erano ricresciuti i capelli, mi vestiva a mio piacimento, e spendeva in abiti assai, benché sempre gridasse il curatore, ma io trovava credito quanto ne voleva. Aveva degli amici, dei compagni, degli adulatori, e tutto quello insomma che va coi danari. In mezzo a questo vortice nuovo, in età di anni 14 e mezzo, non era io con tutto ciò né discolo, né sragionevole quanto avrei potuto, e dovuto essere. Aveva di tempo in tempo dei taciti richiami allo studio: ma mal fondato in tutti, non diretto da nessuno, non sapeva a qual darmi, né come. La lettura di romanzi francesi, perché italiani non ce n'è, il continuo conversare con forestieri, mi andavano scacciando il poco italiano di capo, e vi intromettevano il francese; tal che in un accesso di studio ch'ebbi per due o tre mesi nel prim'anno del primo appartamento, m'ingolfai nella Storia ecclesiastica del Fleury che lessi da un capo all'altro, e di cui poi mi posi a far degli estratti in francese, di cui arrivai oltre al 18° libro: fatica, sebbene noiosa, e risibile, che pur feci con molta ostinazione, ed anche con qualche diletto. Fu in quello studio che mi caddero molto di credito i preti, e le loro cose. Ma presto buttai il Fleury, e non ci pensai mai più; gran romanzi leggeva; Les mille et une nuit più volte, e perfino l'Almachilde più volte. Avea legato amicizia con molti giovanotti della città, che stavano col loro aio, e venivano quasi ogni giorno da me, od io da loro; e gran cavalcate si faceano su cavalli d'affitto, cose pazze da fiaccarsi il collo migliaia di volte; come quella di correre all'ingiù dall'eremo fin a Torino, ch'è una selciata a picco, che non l'avrei fatto poi con ottimi cavalli per nessun conto; di correre pe' boschi tra il Po e la Dora dietro il mio servitore a cavallo come se fosse stato egli il cervo, e noi a cavallo come cacciatori, saltando fossi smisurati, guadando la Dora, e mille altre simili storditaggini, e tali, che nessuno più ci volea affittare cavalli. Ma questi stessi strapazzi mi rialzavano il corpo e la mente, e mi preparavano al meritare, e sopportare, e forse a ben valermi col tempo dell'acquistata libertà.

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:08/02/2001 17.51

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