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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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VITA

Di: Vittorio Alfieri

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EPOCA SECONDA - ADOLESCENZA

ABBRACCIA CIRCA OTTO ANNI DI SOGGIORNO NELL'ACCADEMIA

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Varie insipidezze, su l'istesso soggetto.

Tornò nell'inverno di quest'anno 1762 il mio zio di Cuneo, per passare alcuni mesi in Torino, e vistomi così tisicuzzo mi ottenne anche certi piccoli privilegi pel mangiare, che aggiunti alla più dissipazione dell'uscire ogni giorno, a qualche pranzo di più a casa sua nei Giovedì, ed al sonno periodico del dopo pranzo in Filosofia, mi rimpannucciarono un poco, e ricominciai a svilupparmi. Questo mio zio, chiamato il Cavalier Pellegrino Alfieri, unico mio zio paterno rimastomi, era tutore de' miei beni, ed avea assoluta ingerenza delle cose mie. Egli pensò in quest'anno di far anco venire in Torino, nel monastero di S.a Croce la mia sorella carnale, Giulia, che era nel monastero di Sant'Anastasio in Asti da ben sei anni; dove sotto gli auspici d'una nostra zia, la Marchesa Trotti, non monaca, ma matrona vedova, ritirata colà, ella cresceva più ancora ineducata di me; stante l'imperio assoluto che la Giulietta avea preso su la zia, che non se ne potea aiutare a niun modo. Si avvicinava Giulia ai 15 anni, età in cui nelle nostre contrade il cuore da lungo tempo già parla alle donzelle; e qualche amoruccio, che non gradiva allo zio, benché fosse persona da poterla convenientemente sposare, lo determinò a farla venire in Torino. La vista di questa sorella, già tanto amata, e ch'era cresciuta in bellezza, mi confortò anche molto; e tanto più mi diveniva cara, ch'io la vedeva infelice di quella separazione. Onde otteneva dal mio Andrea di andare al suo monastero a vederla, quasi tutte le Domeniche, e Giovedì, ch'erano i giorni nostri di vacanza. E assai spesso piangeva con essa, e quello pianto assai mi giovava; e poi, come filosofo ch'io era, le dava speranza che persistendo essa nel voler quel marito, alfin la spunterebbe con lo zio. Ma il tempo che tanto opera su i più saldi petti, non tardò ad operare su quello d'una tal giovanetta; e la lontananza, gl'impedimenti, le divagazioni, e più di tutto un'assai miglior educazione ch'ella riceveva in quel nuovo monastero, sotto la direzione d'una zia materna, la guarirono, e consolarono in qualche mesi.

Nelle vacanze di quest'anno di Filosofia, andai per la prima volta al teatro dell'opera buffa, per un favore che mi volle fare lo zio architetto, di farmi dormire perciò una notte da lui: che non si potea combinare quel teatro, con le severe regole della nostra Accademia, che volea ch'alle otto al più tardi ciascuno rientrasse; e nessun altro teatro permetteva che il Regio nel carnovale, di opera seria, dove andavamo in corpo. Quella musica, ed era il Mercato di Malmantile, cantata dai migliori buffi d'Italia, i Caratoli, e Baglioni ecc. mi lasciò una così profonda impressione, e per così dire come un solco d'armonia nella mente, e in ogni più ascosa fibra, che per più settimane rimasi in una malinconia straordinaria, e in una totale svogliatezza di ogni studio; ma col capo ripieno di fantastiche idee. E quella fu la prima volta, ch'io veramente osservai quell'effetto, perché fu assai maggiore; ma ricordandomi poi dell'effetto dell'opera seria anche le poche volte che l'avea vista, e paragonandone in tutto il rimanente della mia vita gli effetti a quelli che tuttora provo quando risento la musica, dopo alcun intervallo di esserne stato privo, trovo sempre, che non vi è il più possente agitatore del mio animo; né cosa che mi commova più affetti, né che mi desti più idee: e quasi tutte le mie tragedie, le ho ideate, o nell'atto di sentir musica, o poco tempo dopo.

Passato il mio prim'anno di studio nell'Università, in cui si disse, e non so veramente io stesso, né come né perché, ch'io aveva assai bene studiato, ebbi licenza dallo zio di Cuneo, di venirlo a trovare in Cuneo; cosa che mi giovò alla salute, perché il moto e l'aria aperta mi sono sempre stati vitali. Ma il piacere di questo secondo viaggio mi venne amareggiato non poco dal doverlo fare co' vetturini, vale a dire a passo d'asino; io che ancora aveva davanti gli occhi la mia venuta d'Asti volando di 4 anni prima, mi riputava sommamente avvilito di quella ignobile tardezza; ed all'entrare in ogni borgo, o città, mi nascondeva ben dentro al calesse, e chiudeva gli occhi per non vedere e esser visto; quasi come ognuno avesse dovuto sbeffarmi. Se avessi avuto un uomo grande che avesse badato a' miei anni primi, egli avrebbe forse potuto far qualche cosa di me, per mezzo del solo amore di lode, e di gloria. In quel mio breve soggiorno di Cuneo feci il mio primo sonetto; di cui non mi posso ricordare se non ch'era in lode della Signora che il mio zio corteggiava, e che piaceva anche a me. Dovea, secondo ogni probabilità, esser pessimo; ed in parte anche rubato; ma non mi posso ricordar come, né donde. Mi fu con tutto ciò molto lodato, ed io già già quasi mi credeva un poeta. Ma lo zio, ch'era uomo militare, e severo, e che nulla curava né intendeva di poesia, benché in altre cose come in politica, e storia fosse anzi colto che no, non incoraggì niente questa mia musa nascente, e disapprovando anzi, il sonetto e burlandosene, me la disseccò da radice, e non mi venne più fatto di poetare, né il pensiero neppure ne ebbi, fino all'età poi di 25 anni passati.

A quella bestiale Filosofia, e Geometria, succedé l'anno dopo lo studio, della Fisica la mattina, e di una Filosofia ancor mille volte più insipida, sotto il nome d'Etica, nell dopo pranzo. La Fisica un cotal poco mi allettava, ma tra la difficoltà della lingua, e la nullità della mia Geometria passata, io non poteva intendere neppur la metà. Onde con mia eterna vergogna devo dir per il vero, che avendo studiato un anno intero sotto il celebre Padre Beccaria, neppure una definizione m'e rimasta in capo di tutto il suo corso, e massime delle sue nobilissime scoperte ed esperienze su l'elettricità. Eppure io non so come questo succedesse, e credo, che non fosse altro che semplice memoria, alle ripetizioni tanto io non era con tutto ciò mai degli ultimi, e riceveva assai più lode che biasimo dai ripetitori. Ed in fatti, in quell' inverno lo zio mi volle far un regalo, perché gli veniva detto ch'io studiava bene; e per via del servitore Andrea mi fu annunziato tre mesi prima, senza individuarmi che si fosse. Questa speranza raccese alquanto la mia tiepidezza, e feci da miglior papagallo. Era il regalo destinatomi una spada d'argento non mal lavorata, che un giorno mi fu mostrata dal camerier dello zio, mentr'egli non c'era. Me ne invogliai, e la stava aspettando; ma il dono mai non veniva. Mi si fece intendere, per quanto io dopo poi combinai, che lo zio avrebbe voluto, ch'io glie la domandassi; ma quell'istesso mio carattere che nella casa materna mi avea troncato la parola nel dover chiedere alla nonna, benché io fossi peggiorato di salute, non avea punto scemato di forze; e non ci fu mai caso che domandassi la spada allo zio, e non l'ebbi.

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:08/02/2001 17.47

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