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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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VITA

Di: Vittorio Alfieri

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EPOCA SECONDA - ADOLESCENZA

ABBRACCIA CIRCA OTTO ANNI DI SOGGIORNO NELL'ACCADEMIA

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Continuazione degli non-studi.

In tal modo, non avendo io quasi nessuno che badasse a me, andava perdendo i miei più begli e preziosi anni, nulla quasi imparando, e deteriorando la salute a tal segno, ch'essendo infermiccio sempre, e piagato, mi schernivano i compagni col delicatissimo nome di carogna, e i più spiritosi ed umani vi aggiungevano ancora, marcida. Questo stato mi dava grandissime malinconie; ed amore per la solitudine. Passai l'anno dopo pure in Rettorica, perché quei mali di quando in quando mi lasciavano pur studicchiare, e poco ci volea per far quelle classi. Ma il maestro di Rettorica essendo assai meno abile che quello d'Umanità, benché vi si spiegasse l'Eneide, e si facesse dei versacci latini, mi pare che quanto a me, andassi piuttosto indietro che avanti nell'intelligenza della lingua latina; pure non trovandomi io l'ultimo degli scolari, argomento che era lo stesso degli altri. In quest'anno di Rettorica mi venne fatto di riavere il mio Ariosto, rubandolo a un tomo per volta allo stesso sottopriore che l'avea messo fra' suoi libri; e mi dava opportunità da ciò il tempo che s'andava in Camera sua per veder giuocare al pallone; camera che per trovarsi in faccia al battitore era più acconcia che le nostre gallerie che gli stavan di fianco. Aveva cura nel pigliar un tomo, di ristringere gli altri, per torre quel vano, e così mi riuscì spazieggiando gli altri volumi di levarne ad uno ad uno i miei quattro, dei quali feci gran festa in me stesso; e non lo dissi a persona. Trovo pure ripensando, che dopo che l'ebbi non lo lessi quasi più niente; e per quanto mi ricordo le due ragioni che me lo faceano lasciare, una la principale sempre, si era la difficoltà dell'intenderlo, (vedi che rettorico) l'altra era l'interruzione continua delle storie: cosa che mi faceva un grandissimo dispiacere; e siccome non sapeva dove raccapezzarne il seguito, finii per lasciarlo stare. Mi capitò allora, e non mi ricordo neppur come, l'Eneide dell'Annibal Caro, e quello lessi con avidità più d'una volta, e me ne andava servendo per la mia traduzione del tema di scuola; cosa che sempre più mi arretrava nell'intelligenza del latino. Del Tasso non sapea neppur ch'esistesse, né d'altri poeti nessuni se non d'alcune opere del Metastasio come l'Artaserse, e il Catone, ecc. che mi capitavano come libretti dell'opera ne' carnovali in cui le cantavano. E queste mi dilettavano bastantemente, se non che il venir dell ' arietta, e quello rompere essi la scena nel primo sviluppar degli affetti mi dispiacea forte, e mi generava la stessa noia che gl'interrompimenti dell'Ariosto. Mi capitarono anche allora varie comedie del Goldoni, che mi prestava il maestro di Rettorica, e che mi divertivano assai: ma quel genio per le cose drammatiche, di cui forse il germe era in me si andò tosto ricoprendo, o annullando per mancanza di pascolo. E sul totale la ignoranza mia, e di chi ci educava, giunta alla trascuraggine d'entrambi, non potea andar più oltre.

In quegli spessi intervalli in cui per via di salute non potea andare a scuola cogli altri, un mio compagno maggiore d'età, e di forze, e di asinità ancor più, si facea spesso fare il componimento da me, che era, ora traduzione, ora amplificazione, ora versi ecc.; e mi ci sforzava con questo bell'argomento. Se tu mi vuoi fare il componimento io ti do due palle da giuocare, ed erano belle, di quattro colori, ben cucite, e balzanti: se tu non lo vuoi fare ti do due scappellotti. Pigliavo le palle, e facea il componimento; da principio lo facea fedelmente, il meglio che sapea; e il maestro stupivasi dei progressi, che facea colui, che era stato fin allora una talpa. Io teneva però il segreto, che di natura sono sempre stato assai chiuso, ma dopo molte volte, sazio di tante palle, e noiato di quella fatica, e anche un tal poco che colui se ne abbellisse a mie spese, andai deteriorando apposta il componimento, e deteriorai a tal segno, che finii col frapporvi dei solecismi, come il potebam e altri simili. Costui sbeffato in pubblica scuola, e rientrato per forza nella sua natura, non osò pure gran fatto vendicarsi con me; non mi fece più fare il suo tema; ed egli se ne stette contenuto dalla vergogna ch'io gli poteva fare scoprendolo, il che mai non feci, ma rideva veramente di cuore, quando sentiva raccontare dagli altri come s'era passata la cosa nella scuola; ed io forse per metà era contenuto dalla paura degli scappellotti, che dovean essere il natural ricatto di tante palle mal spese. Imparai fin d'allora, che la vicendevole paura era quella che reggeva il mondo.

Fra queste insipide vicende, e perdi giorni, infermo spesso, e sempre mal sano, passato anche l'anno di Rettorica, fui all'esame con tutto ciò giudicato degno di passare in Filosofia; studi che si faceano fuori d'Accademia nella regia Università, che col breve spazio d'una sola strada si disgiunge da essa. Eccomi dunque in età di anni 13 scarsi fatto Filosofo. Quello che più mi piacea di quello studio si era, che bisognava cercarlo fuor di casa, e uscire due volte il giorno, il che prestava mezzo di fare poi delle scorsarelle per le strade, alla sfuggita, riuscendo della scuola in tempo della lezione sotto qualche pretesto. Ed inoltre piaceami d'aver lasciato il terzo appartamento, e di esser disceso fra i grandi, benché fossi certamente il più piccolo e minore di tutti quei grandi: ma quello stesso mi dava coraggio, e gara, ed in principio studiai quanto bisognava, per figurare alle ripetizioni che si facevano in casa la sera; dove rispondeva quanto e più ch'altri: il che dovea essere certo cosa di memoria semplice, e non d'altro; perché certamente nulla intendeva di quella Filosofia pedantesca ed insipida per sé stessa, ed avviluppata nel latino, con cui bisognava ancora mal contrastare a forza di dizionario. La lezione della mattina era di Geometria, di cui ho fatto il corso intero, spiegato, i primi sei libri d'Euclide, e non ho neppur mai intesa la mia proposizione. Quella del giorno era la predetta filosofia peripatetica, e cosa da dormirvi in piedi. Ed in fatti scritta ch'era la prima mezz'ora, l'altra di spiegazione, avviluppati tutti noi nelle nostre cappe, saporitamente dormivamo; che il sonno ci era interrotto la mattina coll'alzarci troppo presto; il che a me era la principal cagione di tutti i miei mali; e a tal segno, che chiaritosene il sottopriore, mi concesse alfine in quest'anno di poter dormire fino alle sette in vece delle 5 3/4 che bisognava alzarsi per l'orazioni, e tosto poi per lo studio.

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:08/02/2001 17.44

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