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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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VITA

Di: Vittorio Alfieri

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EPOCA SECONDA - ADOLESCENZA

ABBRACCIA CIRCA OTTO ANNI DI SOGGIORNO NELL'ACCADEMIA

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A quali parenti in Torino fosse affidata la mia giovinezza.

In questi due anni frattanto, avendo io assai poco imparato, e molto peggiorato la salute, perché la differenza, e troppa quantità dei cibi, giunta allo strapazzo, e al non abbastanza dormire mi aveano rovinato; io non cresceva di statura, e pareva un candelotto di cera bianchissima, e sottilissima, e pallidissima. Molte malattie successivamente mi afflissero; una tra l'altre cominciò con lo scoppiarmi in più di venti luoghi la testa, uscendone un umore viscoso, e fetido, che mi addolorò moltissimo; e con tale dolore di capo, che le tempie mi si annerirono, e la pelle come carbone mi cadde sfogliandosi più volte per tutta la fronte, e le tempie. Il contrasto totale tra l'educazione delicatissima della madre, e questa sprezzatissima, avea cagionato in me questa corruzione di umori; le traspirazioni continuamente soppresse, e lo stomaco stracarico, aveano tolto ogni equilibrio negli umori, e sempre era ammalato. Il mio zio era stato fatto Governatore di Cuneo, e vi stava per lo più; non aveva quasi parenti in Torino, fuorché la mia nonna materna, e un cugino vedovo, il quale avea un sol figlio, da cui andava alcune volte a pranzo; ma essendoci un giorno aspramente presi a parole col ragazzo che era quasi di mia età, e venuti per fino al cacciare le spadine, fummo separati, e non ci tornai più per degli anni. Aveva inoltre un cugino di mio padre, mio quasi zio, chiamato il Conte Benedetto Alfieri: architetto allora primario del Re, che alloggiava contiguamente a quell'istesso Regio Teatro da lui con tanta maestria ed eleganza ideato. Da lui andava qualche volta a pranzo, ed altre volte in visita; ma ciò stava ad arbitrio del mio Andrea, che dispoticamente mi governava, allegando sempre ordini, e lettere dello zio di Cuneo. Era quel Conte Benedetto un veramente degno, e ottimo uomo. Mi amava ed accarezzava moltissimo; era appassionato dell'arte sua, e di ogni altra cosa quasi digiuno, e semplicissimo. E la passione dell'arte sua io l'argomento, tra molte altre cose, dal parlarmi che spesso facea a me ragazzaccio d'ogni arte ignorante del divino Michel Angelo Buonarruoti, con una passione, ed entusiasmo, e venerazione di cui non perderò mai la memoria. Egli avea fatto gran parte della sua vita in Roma; ed era pieno del bello antico, ma un pochino pendeva nella maniera de' moderni; come si vede da certi suoi ornati, ed anche da tutta la pianta bizzarra della Chiesa di Carignano. Ma il Teatro, la volta della cavallerizza e il salone di Stupinigi, il tempio di San Pietro in Ginevra, la facciata, lo eterneranno. Mancava forse alle sue idee più larga borsa che non aveva il Re di Sardegna- e ciò testimoniano i molti e grandiosi disegni da lui lasciati, e ritirati dal Re negli Archivi. Mi compiaccio molto in parlare di quell'uomo e tanto più ora, che ne conosco tutto il pregio: allora nol sentiva; e mi seccava (vedi stortura di giudizi, e forza di false massime) mi seccava moltissimo in lui quella benedetta lingua toscana, ch'egli dal suo soggiorno di Roma in poi non volle abbandonare mai più; benché ella sia un vero contrabbando in Torino; ma tanta è la forza pura del vero, che da principio la gente si burlava di lui, poi dopo i primi anni, tutti a prova balbettavano il loro toscano con esso quando ci s'incontravano: e massime quando aveano bisogno di rabberciare le loro case, e di assimigliarle a palazzi; opere in cui gratuitamente quell'ottim'uomo spendeva la metà del suo tempo per compiacere ad altrui. E molte e molte delle case di Torino quale di porta, quale d'atrio, quale di scala, e quale di comodi interni, porteranno monumento della sua facile benignità nel compiacere gli amici, o quei che se gli dicevano tali. Il Conte Benedetto avea fatto un viaggio a Roma e Napoli col mio padre circa un anno o due prima ch'egli sposasse mia madre; e da lui ho saputo varie cose di esso; tra l'altre, che andati insieme al Vesuvio, il mio padre a forza si era voluto far calare dentro con certe funi, che si praticavano allora: e che vi calò a una assai gran profondità su una crosta interna: il che tutto era mutato, ed impossibile già vent'anni dopo, che io ci fui per la prima volta.

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:08/02/2001 17.44

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