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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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Le lettere meridionali

Di: Pasquale Villari


LA CAMORRA 

Mio caro Dina 

Negli scorsi mesi raccolsi alcune notizie intorno allo stato delle classi più povere, specialmente nelle province meridionali. Se a te non pare inutile affatto, ti pregherei di concedermi che le pubblichi nel tuo giornale, tanto pregiato in Italia. Debbo però dire, innanzi tutto, che nel raccogliere queste notizie io ho avuto lo scopo di provare che la camorra, il brigantaggio, la mafia sono la conseguenza logica, naturale, necessaria di un certo stato sociale, senza modificare il quale è inutile sperare di poter distruggere quei mali. So che molti lo ammettono, ma pochi se ne formano un concetto chiaro. Sono ben lontano dallo sperare di potere, con alcune lettere, risolvere problemi d’una sì grande importanza e difficoltà. Credo però che anche pochi fatti ed esempi possano spronare ad altre nuove ricerche. A che gioveranno queste ricerche? Sarà sperabile portare qualche rimedio ai mali? Lo vedremo in appresso. Intanto, per cominciare dalla camorra, noterò che la legge di sicurezza pubblica suppone che il camorrista non faccia altro che guadagnare indebitamente sul lavoro altrui. Invece esso minaccia ed intimidisce, né sempre per solo guadagno; impone tasse; prende l’altrui senza pagare; ma ancora impone ad altri il commetter delitti; ne commette egli stesso, obbligando altri a dichiararsene autore; protegge i colpevoli contro la giustizia; esercita il suo mestiere, se così può chiamarsi, su tutto: nelle vie, nelle case, nei ridotti, sul lavoro, sui delitti, sul gioco. L’organizzazione più perfetta della camorra trovasi nelle carceri, dove il camorrista regna. E così, spesso si crede di punirlo, quando gli si dà solo il modo di continuare meglio l’opera sua. Ma quello ancora che la legge non sembra sospettare, e che molti ignorano, si è che la camorra non si esercita solo negli ordini inferiori della società: vi sono anche camorristi in guanti bianchi ed abito nero, i cui nomi e i cui delitti da molti pubblicamente si ripetono. Le forme che la camorra piglia nei diversi luoghi e fra le diverse persone che la esercitano, sono infinitamente varie. Non è lungo tempo io scrissi ad un vice-sindaco di Napoli, amante del suo paese, antico liberale, patriotta provato: – Mi dici qualche cosa della camorra? Va essa avanti o indietro; comincia ad essere davvero estirpata? – Egli mi fece una risposta che non riferisco tutta, perché a molti parrebbe una dipintura esagerata dei fatti. Copio solo la conclusione della lettera. «Moltissime ordinanze municipali non possono qui attecchire , se non convengono agl’interessi della camorra. Napoli comincia a ripulirsi dacché la camorra con i suoi appaItatori ne trae guadagno. Ed io, come vice-sindaco di ..., ho potuto obbligare 1.157 proprietarii a restaurare ed imbiancare le loro case e le ville, che sono cinte di mura, dacché, senza che sapessi, la camorra locale ha diretto, di comune accordo col mio usciere l’operazione». Questo stato di cose fa paura, spaventa sempre più, quando si esamina più da vicino, e se ne vede tutta l’estensione. Perché la camorra divenga possibile, occorre che vi sia un certo numero di cittadini, o anche una classe intera, che si pieghi alle minacce di pochi o di molti, che siano organizzati. Una volta che questo fatto, per qualche tempo, si avvera in proporzioni abbastanza larghe, riesce facile assai capire in che modo la malattia si estenda a poco a poco, e pigli forme diverse, secondo che penetra nei diversi ordini della società. Il male è contagioso come il bene, e l’oppressione, specialmente quella esercitata dalla camorra, corrompe l’oppresso e l’oppressore, e corrompe ancora chi resta lungamente spettatore di questo stato di cose, senza reagire con tutte le sue forze. Perciò importa conoscere dove questa oppressione comincia e si può esercitare più impunemente, perché ivi è la prima radice del male, dalla quale tutto il resto deriva, perché ivi, se è possibile, bisogna portare il rimedio. La città di Napoli è, fra molte, quella in cui la bassa plebe si trova, non voglio dire nella maggiore miseria, perché ciò non è il peggio; ma nel più grande abbandono, nel maggiore avvilimento, nel più doloroso abbrutimento. Contro di essa tutto era permesso sotto il regime borbonico, Il galantuomo poteva, senza temer nulla, quando era di giorno e nella pubblica via, usare il suo bastone, perché la polizia pigliava in queste occasioni sempre le sue parti. Le limosine date a larga mano dai privati; dai conventi, che distribuivano la minestra; dalle Opere pie; anche dal Governo, che distribuiva pane, alimentavano la miseria e la rendevano permanente. La camorra cosi nasceva naturalmente in mezzo a questi uomini; era il loro governo naturale, ed era perciò favorita, sostenuta dai Borboni, come un mezzo di ordine. Qui il camorrista atterriva, minacciava e regnava. Qui egli prendeva i giovanetti di 14 o 16 anni, per insegnar loro a rubare il fazzoletto, che restava a lui, dando in cambio, e come per favore, qualche soldo. Qui egli poteva fare degli uomini e delle donne quello che voleva. E siccome spesso faceva con le sue anche le altrui vendette, così qualche volta non solo incuteva terrore, ma ispirava ammirazione ed affetto in quegli stessi che opprimeva. Cominciata la malattia, si poté subito diffondere. Una volta che questo spettacolo non disgustò più, l’oppressione e la violenza non parvero un delitto, e le esercitarono molti che in altre condizioni sociali avrebbero trovato nella loro coscienza un ostacolo invincibile. Per comprendere la verità di quello che dico, e per poter ragionare in buona fede su questi fatti, occorrerebbe prima di tutto andare a vedere coi propri occhi dove e come vivono le più povere famiglie. Si tratta d’una popolazione enorme, che si divide in categorie diverse, ciascuna delle quali ha caratteri, costumi, sventure proprie. Cito degli esempi, ed il lettore non si stanchi se, pur avendo io stesso veduto molti fatti, riferisco le parole di alcuni che andarono espressamente a visitare i poveri. Lo scorso dicembre io scrissi ad un architetto, che era stato più volte adoperato dal Municipio di Napoli, pregandolo che mi dicesse qualche cosa di quelli che si chiamano colà i fondaci, nei quali abita la più misera gente, e che sono disprezzati dalle donne stesse del popolo. Per ingiuriarsi fra loro, l’una chiama l’altra funnachéra (abitante dei fondaci). «Questi fondaci (egli rispondeva) hanno generalmente un androne, senza uscio di strada, ed un piccolo cortiletto, ambedue sudicissimi, i quali mettono in una grandissima quantità di pessime abitazioni, molto al di sotto degli stessi canili, le quali tutte, e specialmente quelle in terreno, sono prive di aria, di luce, ed umidissime. In essi vivono ammonticchiate parecchie migliaia di persone, talmente avvilite dalla miseria, che somigliano più a bruti che ad uomini. In quei covi, nei quali non si può entrare per il puzzo che tramandano immondizie ammassate da tempi immemorabili, si vede spesso solamente un mucchio di paglia, destinata a far dormire un’intera famiglia, maschi e femmine tutti insieme. Di cessi non se ne parla, perché a ciò bastano le strade vicine ed i cortili. Solamente in due o tre fondaci, dei molti visitati da me, le donne esercitano la miserabile arte di fare stuoie, o impagliare sedie; negli altri tutti non si vede nessuno a lavorare, ma solo spettri seminudi ed oziosi. A me accadde d’incontrare in parecchi fondaci, donne che vagano per i cortili, con la sola camicia indosso, che pur veniva giù a brani. Infine la più terribile miseriatrova ricetto in questi fabbricati, dove non manca mai qualcuna delle più abbiette e luride case di prostituzione. Nella nostra città sono n° 94 fondaci, come potrai vedere dall’elenco che t’invio; sicché, calcolando che ognuno sia abitato da n° 100 persone (e con questo numero mi metto al disotto del vero), sarebbero circa 9.400 questi esseri infelici. I peggiori fondaci sono quelli che si trovano nei quartieri di Pendino, Porto e Mercato, 51 in tutto. Gli altri sono migliori, ma di poco. Ognuno di essi ha il suo proprio nome: Barettari, Tentella, S. Crispino, Scanna-sorci, Divino Amore, Presèpe, Pisciavino, Del Pozzillo, Abate, Crocefisso, Degli schiavi, ecc. L’ultimo parmi il nome più adatto». Il lettore ha mai sentito parlare degli spagari di Napoli, e delle grotte in cui abitavano? Questa gente forma una classe numerosa, non chiede la limosina, lavora, ha un mestiere. Nel tempo del colera, pochi anni sono, furono chiuse quelle luride tane, che erano la loro unica dimora. Tuttavia, mesi sono, pregai una persona amica di andare colà dov’erano una volta le grotte, e vedere; trovandole ancora chiuse, cercasse dove abitavano gli spagari, e li visitasse. Riferisco qui due delle lettere ricevute. Sono dello scorso novembre. «Ieri trovai una delle così dette grotte degli spagari, la più parte essendo ormai chiuse. Essa sta in sul principio delle Rampe di Brancaccio, quando si discende. Il suo ingresso non annunzia l’orrore che vi si trova. Somiglia alle catacombe di S. Gennaro, se non che è assai più lurida e meschina. Vi si cammina col lume, e solo di tanto in tanto, ma assai di rado, vi sono delle aperture, balconcini e finestre, che mettono, due nei giardini di Francavilla, altre in umide corti. Tutta questa grotta è gremita di letti, l’uno dall’altro poco più discosti di quel che sono nelle sale dell’ospedale degl’Incurabili. Ad eccezione di qualcuno, sono tutti letti assai grandi, da contenere più persone. Sarebbe impossibile descriverne il sudiciume e la povertà. Una perfetta armonia è tra quei luridi canili, l’orribile grotta e gli abbrutiti abitanti, e tutti insieme sembrano formare un mondo a parte, che non possa andare altrimenti da quello che va. Fra gli abitanti v’è una certa gerarchia. Accanto alle poche finestre, là dove arriva qualche raggio di sole, si trova un poco meno di miseria; dove però non arriva la luce, ivi chi si avanza col lume, vede una miseria indescrivibile. Ed è singolare come anche qui, quelli che stanno meglio compatiscano e quasi disprezzino quelli che stanno peggio. Vivono in questo luogo famiglie, e sono circa 100 persone il sudiciume è tale, che la vista colà d’una conca col bucato, mi rallegrò in modo che mi parve un’oasi nel deserto. Vicino alle finestre si paga sino a 10 lire il mese, dove manca la luce si discende fino a 25 soldi. Hanno l’aria, più che di gente infelice, di gente abbrutita. Quando fa bel tempo, escono a guisa di formiche, e si spandono al sole. Tutta questa gentemi piativano d’intorno, domandando misericordia, e dicendo che erano obbligati a restar lì senza luce, senz’aria, senza medici. Quando sono ammalati, essi dicono, restano abbandonati fino a che muoiono o vanno all’ospedale. La persona che subaffitta questo locale, e vi fa su un buonissimo guadagno, si è persino ricusata di fare le più necessarie riparazioni, e così non di rado la pioggia inonda la grotta». Aggiungo una seconda lettera della stessa persona. «Andai in un altro luogo, che è una volta al di sotto del Corso Vittorio Emanuele, con mura che la chiudono dai due lati, e formano così uno strano ricovero. Ivi erano molti a lavorare lo spago, la più parte giovani figlie di capispagari, le quali però non vi dormivano. Una grande e commoventissima miseria mi colpì allora sino al fondo dell’anima. Una povera vedova di poco più che 30 anni, d’un aspetto che dimostrava essere ella già stata bella, aveva cinque bambini, un giovanetto di 12 anni, e quattro bimbe, l’ultima delle quali di 3 anni appena: tutti assai belli. Erano stati una volta agiati, perché figli d’un operaio che guadagnava bene, ma che era morto sollevando alcuni pesi troppo gravi alle sue forze. La donna, che nella sua infanzia aveva fatto la spagara, è tornata ora all’antico mestiere, col quale guadagna dieci soldi al giorno, tranne quando pel gran freddo, non potendo muovere le mani irrigidite, non riesce a fare quel tanto che deve. I bambini girano le ruote per le altre donne, e guadagnano ciascuno un soldo, col quale comprano castagne secche, e così si sostentano fino a sera, quando, venendo pagati i dieci soldi alla madre, mangiano tutti qualche altra cosa. Dormono in un angolo di questo locale, sopra alcune foglie secche. Non hanno neppur l’idea d’una coperta o d’un panno per ricoprirsi. La notte si mettono tutti rannicchiati, l’uno sull’altro, e tremano di freddo: non hanno lume. La donna mi mostrò i cenci che li coprivano, in molti punti rosi dai topi piccoli e grossi, che nel colmo della notte camminano sui loro corpi. Allora i bambini, spaventati, gridano e piangono. Ed essa, battendo con una pietra sul muro, cerca con quel rumore di spaventare ed allontanare i topi, che non vede. Quella donna deve essere onesta e buona, perché il pensiero che più di tutti la turbava era la riuscita dei figli. Essa teme che il primo, il quale ha già 12 anni, ed è già molto vivo, possa presto divenire un cattivo soggetto». Se è vero quel che dice il Quetelet, che assai spesso è la società quella che mette il coltello in mano al colpevole, e se questo giovanetto divenisse un giorno assassino, non avrebbe egli il diritto di dire alla società: lo ho ammazzato un uomo; ma tu avevi già prima ammazzato la mia coscienza? Potrei continuare questa descrizione sino all’infinito, ed aggiungere lettere a lettere, fatti a fatti, sempre vari, sempre brutali, sempre orribili. Ma non voglio stancare la pazienza del lettore. Su questa povera gente tutti abusano. Il tugurio in cui abitano, le misere ruote con cui lavorano lo spago, la canapa di cui si servono, nulla appartiene ad essi; per ogni cosa debbono pagare, e pagare ad uomini che gli opprimono, li tormentano, non hanno di loro alcuna pietà, e vivono guadagnando sulla loro abbrutita miseria. Basta avvicinarsi a questi luoghi, per essere circondati da una folla che chiede l’elemosina, e, senza essere interrogata, racconta la varia lliade delle sue miserie. Qui bisogna venire a studiare, per convincersi che la camorra comincia a nascere, non come uno stato anormale di cose, ma come il solo stato normale e possibile. Supponendo domani imprigionati tutti i camorristi, la camorra sarebbe ricostituita la sera, perché nessuno l’ha mai creata, ed essa nasce come forma naturale di questa società. Intanto qui si recluta la popolazione enorme de’ piccoli ladri, i quali rubano a vantaggio dei loro capi; e quando vanno a centinaia nelle prigioni, costituiscono anche là il popolo della camorra, perché ivi essa ha pure i suoi sovrani, le sue assemblee e la sua gerarchia, non meno potenti, non meno audaci che fuori. Il guadagno del camorrista si fa allora sulle fave nere, sul pane nero di cui il carcerato povero deve rilasciare una parte; colui che ha dei soldi rilascia tutto, per comprare dalla camorra qualche cosa di meglio, spesso ancora per ricomprare quello che ha venduto. Ma a che pro, mi si può dire, questa lunga geremiata? Si sa che la miseria c’è, e che è orribile. C’è stata e ci sarà sempre dappertutto, insieme coi delitti. Lo so anch’io che vi sono uomini, ai quali se si mostra una moltitudine che affoga nella miseria, nella fame e nella corruzione, hanno sempre la stessa risposta: – Bisogna aver fede nella libertà. IL SECOLO, IL PROGRESSO, I LUMI! – Con questa gente io non so ne ho voglia di ragionare. A loro non saprei dire che una cosa sola: – Spegnete i vostri lumi e andate a letto. Contentatevi di sentire ogni giorno ripetere dagl’Inglesi e dai Tedeschi, che i popoli latini conoscono la forma e non la sostanza della libertà, perché non hanno mai voluto capire che popolo libero è quello solamente, in cui i potenti e i ricchi fanno un perenne sacrifizio di loro stessi ai poveri e ai deboli. E non vogliono capire che una plebe misera e corrotta corrompe tutta la società; sicché è nel loro interesse, in quello della moralità propria e dei propri figli, combattere questo male con tutta la energia possibile. – lo parlo invece a coloro che, senza illusioni, credono utile e necessario studiare il male per cercarne i rimedi. E questi, certo, sono molti, complessi, difficili. Accennerò a qualcuno di quelli che mi sembrano più evidenti, e comincerò dal più difficile di tutti, quello che richiede maggior tempo e danaro. A Napoli v’è una quistione colossale, che nasce dalla costruzione stessa della città. Questa condizione di cose peggiorò molto dal tempo in cui, invece di fare, come pel passato, scorrere le acque che piovono, a rigagnoli o a fiumi per le strade, si costruirono assai malamente le fogne, nelle quali, per mancanza di pozzi neri, va ogni cosa. Le materie restano ora, quando non piove, ferme, e le loro esalazioni miasmatiche si sentono per le vie, entrano pei condotti nelle case. Quando invece viene la pioggia, sono portate al mare, che bagna le rive così incantevoli e così popolose della città: ivi in tempo di calma si fermano, e lo scirocco rimanda indietro i miasmi. Il rimedio è difficile, perché manca l’acqua, ed in molti luoghi il livello delle strade è uguale a quello del mare. Intanto le febbri intermittenti fanno strage nella misera popolazione. Le Guide inglesi e tedesche hanno sempre un capitolo sulla lebbre napoletana, di cui nei tempi passati non parlavano punto. Gli alberghi abbandonano la marina e salgono sulla collina. Si aggiunga a questo, che la mancanza di spazio costringe la povera gente a vivere accatastata in tugurii spaventevoli; onde in nessun paese della terra si vedono più chiare le terribili conseguenze della teoria del Malthus. Qui anche la parte meno misera del popolo abita nei bassi, i quali non solamente sono senza aria e senza luce, ma son tali che spesso, per entrarvi, si discendono alcuni scalini, onde la malsana umidità. S’aggiunga poi che anche oggi si continuano a costruire questi bassi nel medesimo modo e si capirà come il primo e più difficile problema risguardi l’igiene generale della città, la costruzione delle case pei poveri, pei quali dal 59 ad oggi non si è fatto nulla. Si pensi che molti dei più miseri vivevano e vivono accattando, ricevendo sussidii, quando non fanno di peggio. Queste limosine e sussidii sono ora scemati, perché un governo libero non può distribuire il pane, e perché le Corporazioni religiose furono sciolte. Si consideri che il prezzo dei viveri e delle case è cresciuto, mentre l’aumento della mano d’opera non giova a chi non aveva e non ha mestiere, e si dica poi se rimedia al male la scuola elementare, a cui del resto questa gente non va e non può andare. La sua condizione certo non è migliorata, forse è peggiorata. Di ciò io sono più che convinto, per quel che ho visto coi miei occhi. In questo stato di cose, i rimedii principali e più facili sono due. Estirpare la camorra, la quale deve essere ritenuta come una piaga sociale assai più profonda di quel che ora si suppone. Per riuscirvi, bisogna prima studiarla e conoscerla bene; bisogna poi che la legge la determini meglio, e renda così possibile il colpirla in tutte le sue forme. I colpi dovrebbero essere più fieri, più inesorabili contro coloro che non sono popolo, e pur la esercitano e ne profittano. Il camorrista dovrebbe nelle carceri essere isolato, o mandato in quelle dell’Italia settentrionale; altrimenti la prigionia, se non è un premio, non è certo una pena per lui. Da alcuni mesi il governo è rientrato in una via di rigore, che aveva, secondo me, a torto abbandonata per lungo tempo. Bisognerebbe che questo rigore fosse permanente, che continuasse nella prigione, e avesse, per quanto è possibile, l’aiuto di una legge di pubblica sicurezza, con qualche articolo aggiunto a quel troppo semplice articolo 120, il quale si contenta di mettere fra le persone sospette coloro che «esigono danaro abitualmente ed illecitamente sugli altrui guadagni». A torto si è creduto di aver così definito la camorra, che invece sfugge facilmente alla pena. Ogni sforzo sarà però vano se, nel tempo stesso in cui si cerca di estirpare il male con mezzi repressivi, non si adoprano efficacemente i mezzi preventivi. lo non mi stancherò mai di ripeterlo: finché dura lo stato presente di cose, la camorra è la forma naturale e necessaria della società che ho descritto. Mille volte estirpata, rinascerà mille volte. Quella plebe infelice, che con leggi repressive noi a poco a poco liberiamo dai suoi oppressori, deve essere con leggi preventive spinta, costretta al lavoro. Non bisogna contentarsi di aiutarla con quelle infinite limosine che aprono spesso una nuova piaga sociale, perché alimentano l’ozio ed il vagabondaggio. Non bisogna dire e ripetere, che a tutto rimedia la scuola elementare, la quale in questi casi non rimedia nulla. Si guardi un poco a quello che avviene naturalmente, quando si trovano a Napoli uomini veramente pietosi e benemeriti, che conoscono i mali del loro popolo. Alfonso Casanova, che da pochi anni abbiamo perduto, fu giustamente amato come un santo. La sua Opera pei fanciulli usciti dagli Asili era fondata collo scopo di cercare i piccoli vagabondi, ed insegnar loro, insieme con l’alfabeto, un mestiere. Tutti riconobbero che quello era il bisogno vero del paese, tutti l’aiutarono e l’amarono, quasi l’adorarono. Altri tentarono l’impresa con uguale fortuna, perché la carità cittadina non è mancata mai colà. E se il Governo vuol davvero operare, deve imitare questi esempi suggeriti dalla natura stessa delle cose. Come la camorra è un male che sorge spontaneo, e però tanto più profondo, in un certo stato sociale, così questi tentativi sono lo sforzo generoso e spontaneo della società stessa per redimersi. Bisogna combattere la prima, aiutare i secondi. Il Governo deve prendere le cose come sono, entrare nella via suggerita dall’esperienza della gente onesta del paese, e lasciar da un lato le teorie. E il danaro non manca, se una volta si vorrà ammettere che le infinite Opere pie elemosiniere, le quali così spesso sono più uno stimolo che un rimedio alla miseria, debbano tutte essere trasformate in modo da ottenere il loro scopo con la previdenza, dando col pane, e come condizione sine qua non, l’insegnamento e l’obbligo del lavoro. E perché si veda quanto questo male sia generale, e non paia che io voglia prendere tutti gli esempi dal Mezzogiorno d’Italia, ne citerò uno del Settentrione 185. Nella Rivista Veneta (vol. IV, fasc. 5°, 1874) è stato poco fa pubblicato dal professore Cecchetti dell’Archivio dei Frari, un lavoro in cui si dànno alcune statistiche assai eloquenti. Dal 1766 al 1789 si trova che Venezia ebbe una media di 2.000 poveri. Le cose sono da allora in poi talmente peggiorate, che nel 1860 erano nei registri di beneficenza inscritti 31.890 individui, in una popolazione di 123.102 abitanti. Nel 1861 la popolazione discese a 122.565, e gl’inscritti alla beneficenza salirono a 32.422. Nel 1867 la popolazione discese a 120.889 e nel catalogo della beneficenza erano registrati 33.978 individui.
Questi erano nel 1869, 35.000; nel 1870, 35.728; nel 1871, 36.200. E qui finisce la statistica, non senza notare che bisogna, per l’anno 1871, aggiungere circa 700 poveri vergognosi, i quali rappresentano 186 altrettante famiglie. È vero che negli ultimi anni la popolazione di Venezia ebbe qualche lieve aumento, essendo nel 1871 salita a 128.901 abitanti; ma in sostanza dai calcoli ufficiali del signor Cecchetti risulta un continuo aumento di poveri, e risulta che un terzo circa della popolazione di Venezia è ora sussidiato 187 dalla beneficenza, o almeno scritto nei registri come meritevole di sussidio 188. Ho sentito molti e molti domandare: Perché lo spirito intraprendente, operoso, audace qualche volta sino all’eroismo, degli antichi Veneti, non è ancora cominciato a risorgere colla libertà 189? Le ragioni sono infinite. Però tra le ragioni, a mio avviso, non è ultima questa, che la carità cittadina ha accumulato infiniti tesori, i quali sono ora destinati ad impedire che quello spirito risorga. Dopo ciò l’eterna risposta deve essere sempre: Vedremo, provvederemo, faremo? Cioè, lasceremo fare, lasceremo passare? Intanto la stampa straniera ci domanda: – Quando l’Italia sarà finalmente civile? – E se questo è quello che segue a Venezia, che cosa deve seguire a Napoli, città tanto più grande, tanto più malmenata! Lo dica l’esercito sterminato di poveri che vive colà senza lavoro. Qualcuno darà loro da mangiare, se di fame non muoiono. Sì, è la carità, ma una carità che uccide, che demoralizza, che abbrutisce. – E voi, mi si dirà, avete la ingenuità di credere che in breve si può rimediare a mali così gravi e profondi? Non vedete che ci vuole un secolo? – Sì, lo vedo, ma vedo ancora che se cominceremo domani, ci vorrà un secolo ed un giorno. E per ora vedo ancora che, quando torno a Napoli, il mondo è mutato per me e per i miei amici. La parola è libera, la stampa è libera, molte vie si sono aperte dinanzi a me. La differenza è come dalla notte al giorno; se dovessi tornare al passato, mi parrebbe di scendere nella tomba. Abbandono le strade centrali, vado nei quartieri bassi, e ritrovo le cose come le lasciarono i Borboni. I fondaci Scanna-sorci, Tentella, San Crispino, Pisciavino, del Pozzillo, ecc. sono là sempre gli stessi, coi medesimi infelici, forse ancora più oppressi, più affamati di prima. Tutta la differenza, se mai, sta in ciò, che il muro esterno fu imbiancato. E sono allora tentato di domandare a me stesso: Ah! dunque la libertà che tu volevi, era una libertà per tuo uso e consumo solamente?

Tuo affez. P. VILLARI

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Ultimo Aggiornamento:
17/07/2005 18.01

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