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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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di: Giovanni Verga

Flower Bar

Capitolo: [VII]

VII
Quando giunsero sul terreno, al Vomero, vi trovarono il conte coi suoi due padrini; tutti si salutarono levandosi i cappelli.
«I signori hanno da offrire ritrattazione da parte del loro primo?», domandò uno dei testimoni del conte a quelli di Brusio.
«No, signore»; rispose breve il barone.
Colui sembrò sorpreso, poiché era forse prevenuto dalla contessa di aspettarsi tutt'altro, e cominciò a misurare il terreno d'accordo cogli altri.
Situati i duellanti, i padrini misero loro in mano le pistole, e si allontanarono.
In questa fatta di duelli, l'ultimo colpo è scelto a preferenza dal più coraggioso, o dal più arrabbiato, che approfittando dell'eventuale cattivo esito dell'avversario, può venire a fare il suo colpo a 15 ed anche a 10 passi di distanza; ciò che dà molte probabilità di riuscita. I padrini di Brusio videro dunque colla massima sorpresa, che questi, né novizio, né inesperto, fermo al suo posto (dopo aver mirato un momento con freddezza) avea tratto il suo colpo, il quale avea spezzato un ramoscello, che sorpassando il muro del giardino, a cui volgeva le spalle il conte, si stendeva sulla testa di quest'ultimo. Il conte (che si era fermato dopo tre o quattro passi, facendo l'atto di chi prende la mira più accuratamente per tirare, onde prevenire il giovane) rassicurato dal cattivo esito del colpo di lui, fece tranquillamente i suoi dieci passi, mirando sempre colla calma di un tiratore al bersaglio, e fece fuoco a 20 passi; la palla andò a scalfire il braccio sinistro di Brusio.
«L'onore è salvo!», gridarono i padrini.
Il conte salutò e andò a rimontare nella carrozza coi suoi due amici.
Passando dal Caffè Nuovo offrì una colazione ai testimoni; dei quali uno, quello che avea fatta la domanda di ritrattazione, si scusò di non potere accettare, accusandone un affare urgentissimo e partì.
«In sala c'è un signore che l'aspetta da cinque minuti, e che mostrava aver molta fretta di vederla»; disse il cameriere a Brusio, appena questi fu di ritorno.
«Ha detto il suo nome?»
«No, signore.»
«Va bene.»
Nel salotto infatti aspettava uno dei testimoni del conte, quello che l'avea lasciato al Caffè Nuovo, vecchietto rubizzo ed elegante. Appena vide Pietro gli stese la mano.
«Ero impaziente di stringere la mano dell'uomo più nobile e generoso ch'io m'abbia conosciuto»; gli disse, «e avrà la bontà di perdonarmi se ho rischiato d'essere importuno per affrettarmene il piacere.»
«Io non capisco, signore», rispose Brusio freddamente.
«Sono l'interprete dei sentimenti della contessa di Prato.»
«La contessa di Prato!», esclamò Pietro involontariamente.
«Cui ella ha salvato il marito rischiando la vita.»
«Io? No! sono stato sfortunato: ecco tutto.»
«So che a trenta passi ella mette una palla in un anello. Ho assistito al più strano duello ch'io abbia veduto, ed ho l'onore d'assicurarle che me ne intendo un poco di questi giochetti. Tutto questo mi autorizza a creder poco nelle sue parole, in questo momento, e molto nella sua discrezione e nella sua modestia.»
«Signore!»
«E che!... forse che andiamo in collera perché vengo a recarle i ringraziamenti della contessa?»
«La signora contessa nulla mi deve e nulla ha a ringraziarmi.»
«Stamattina, molto prima di partire pel Vomero col conte, ho veduto un biglietto così concepito in sostanza: Io non mi ritratterò, ma posso assicurare la signora di Prato che non le ucciderò il marito. Se la contessa avesse avuto la bontà di cedermi per un quarto d'ora quel biglietto, come io ne l'avea pregata, non avrei avuto la sfortuna, a quest'ora, di esser sì poco creduto.»
Brusio arrossì impercettibilmente e chinò la testa.
«Ella ha letto questo biglietto?...», disse esitando.
«Letto propriamente no; poiché è stata la contessa che ha avuto la bontà di leggermelo.»
Pietro respirò.
«Ebbene?»
«Ebbene! io so tutto. La contessa istessa mi ha tutto rivelato!», aggiunse con enfasi napoletana l'interlocutore di Brusio.
«Ella?!»
«La prego di credere, prima di farsene le meraviglie, ch'io ho l'onore di trovarmi molto innanzi nell'amicizia della signora contessa di Prato, e che ella ha la bontà di mostrarmi tutta la fiducia... Non so se ella m'intende...»
«Non molto, veramente.»
«Eppure è sì chiaro!», aggiunse il vecchietto con un sorriso malizioso. «È adorabile quella contessa!... peccato che lei non abbia la fortuna di conoscerla intimamente...»
«Me ne rincresce di cuore. Sicché?...»
«Sicché ho saputo dalla Valderi, ieri sera», seguitò colui, assumendo completamente l'aria misteriosa e gonfia del vecchio ganimede che si crede sicuro del fatto suo, «che lei, signore, ha voluto, non so perché, rimandare alla signora un mazzo che questa le avea gettato sul proscenio la sera che si rappresentava il suo Gilberto; cosa che il conte ha preso in mala parte, per cui n'è seguito lo scontro di stamattina... Quello di più delicato, che la contessa non volle, non seppe nascondermi, è che ella stessa avesse fatto pregare lei, signore, di venire ad un accomodamento, onde il sangue non fosse sparso per una causa sì futile; e le venne risposto con quel biglietto ch'ella mi lesse.»
Pietro sorrise involontariamente nel vedere la pazza persuasione e le galanti pretensioni del vecchietto.
«La contessa», seguitò colui, «ed io stesso non avevamo capito perfettamente quello che volessero dire quelle parole: Alla signora contessa di Prato posso assicurare che il conte, suo sposo, non correrà alcun pericolo: e che la sua nobile condotta di stamattina ha spiegato intieramente. Nella mia premura di presentarmi alla Prato con qualche cosa che le fosse gradevole, io son corso a ringraziar lei di cuore, a stringerle la mano per la contessa e per me, essendo sicuro di prevenire il desiderio della signora.»
«Mi permetta di farle osservare che questa sicurezza è, per lo meno, molto arrischiata.»
«Per bacco! dopo aver veduto Narcisa agitata, come ieri sera l'ho veduta; dopo che stamane, prima ch'io partissi con suo marito, ella mi fece chiamare misteriosamente... segretamente, capisce?... per scongiurarmi colle più calde preghiere, colle lagrime agli occhi, che facessi di tutto onde venire ad un accomodamento, non c'è bisogno di gran sale in zucca per capire che la contessa dev'essere contentissima dell'esito fortunatissimo di questo affare (poiché, scusi, ma la sua ferita al braccio non può chiamarsi una disgrazia) e che io, dopo aver fatto il possibile per venire all'aggiustamento che ella mi raccomandava, vada ad annunziarle di aver accomodato benone le cose, e aver perfino ringraziato lei.»
Sarei dispiacentissimo però, signore, ove ella, senza volerlo, le avesse reso un servigio che sarà male accolto dalla signora.»
«Male accolto!?... e perché?»
«Giacché il conte n'è uscito illeso, cosa deve importare di me, di uno sconosciuto, a quella signora? E come dovrà accettare che lei vada a dirle: Ho stretto da parte vostra la mano a quell'uomo che ha avuto la scortesia di rifiutarvi un sommo favore (poiché non è provato ch'io abbia risparmiato il conte) e che è andato a scaricare la sua pistola contro il petto di vostro marito?»
Il vecchietto rimase un momento confuso, come colpito da quella riflessione; ma poco dopo riprese vivamente, quasi trionfante:
«No, no! son sicuro del fatto mio. Lei non conosce la bell'anima di Narcisa; ella sarebbe desolatissima se il minimo accidente le fosse accaduto... L'ho udita con questi orecchi esclamare, torcendosi le braccia: Mio Dio! se quel giovane morisse... per me!».
«Ella ha detto questo?!», esclamò Pietro quasi fuori di sé...
«Ma sì! Diavolo... che c'è? Le reca sorpresa che una donna abbia paura del sangue che potrebbe venire sparso per cagion sua?»
«Al contrario... È che... in tal caso... essendo sicuro... essendo certo di rendere a lei un servigio... di farle un buon ufficio presso quella signora... io le darei un attestato di quanto ella ha fatto per scongiurare il pericolo di questo duello... di come ella si è adoperato per far piacere alla contessa...»
«Mio amico! mio caro amico!», esclamò colui, abbracciandolo; «come le ne sarei grato!...»
«E se lei crede che due righi potrebbero esserle utili presso la signora di Prato...»
«Ella è la bontà in persona, ed io le sono devotissimo anima e corpo.»
Senza aspettare che il suo interlocutore fornisse il compito dei suoi enfatici ringraziamenti Pietro si appressò al tavolino da albums, aprì una cartella che conteneva foglietti da lettere, e scrisse:
«Un uomo che ha molto a farsi perdonare dalla signora contessa di Prato sarebbe fortunatissimo ove ella volesse indicargli un'ora della giornata in cui potesse venire ad implorare questo perdono ai suoi piedi».
Piegò il foglio e fece mostra di rimetterlo così aperto all'amico della Prato.
«Non occorre di suggellarlo, se lei avrà la bontà di ricapitarlo perso- nalmente alla signora contessa.»
«Anzi! anzi!... suggelli, suggelli pure! Voglio fingere di non sapere di che si tratti... Quest'attestato del quale sembrerò non essere informato, mi gioverà molto presso la mia cara contessa. Ella sarà contentissima di me... poiché... capisce.... ella ha molta bontà per me... non dico per vantarmi...»
«Non perda tempo adunque!», replicò Brusio, spingendolo verso la porta.
«Un altro abbraccio, amico carissimo, un altro abbraccio. Lei troverà sempre in me un uomo tutto suo, un amico vero e riconoscente sino alla morte. Tratti d'amicizia come i suoi, che non si fanno aspettare... che vengono da sé... non si dimenticano... Poiché ella ha avuto la gentilezza d'indovinare... che io per quella cara Narcisa... capisce?!»
«Addio, caro signore.»
«Oh, come mi sarà grata la contessa! come creperanno d'invidia, quegli altri giovanotti, quell'ufficialetto di cavalleria pel primo!... Addio, caro amico.»
Uscì a ritroso, inchinandosi; e Pietro, lasciando cadere la portiera dietro di lui, non poté fare a meno di ridere della trista figura che la sciocca presunzione faceva fare a quel seduttore di 58 anni.
A mezzogiorno il conte rientrò in casa e domandò della moglie.
«La signora contessa è uscita in carrozza», rispose il suo cameriere.
«Uscita diggià!», esclamò il conte con qualche sorpresa.
«Ed ha lasciato pel signore questo biglietto.»
Il conte non dissimulò un movimento di collera, ed esitando ad aprire la lettera, disse bruscamente al domestico:
«Va bene! lasciatemi».
Il biglietto di Narcisa era semplicissimo:
«Lascio questa casa perché sento ch'è impossibile rimanere uniti più oltre. - Sento troppo altamente i motivi che mi spingono a tal passo per nascondervelo. - Non mi cercate adunque: sarebbe inutile. - Vi so troppo ricco e troppo generoso per supporre che possiate far conto della mia dote: vi prego quindi di passare, su questa, 8 o 9 mila lire all'anno al mio incaricato d'affari a Torino, signor Treveri. Credo che basteranno».
Era quanto vi ha di incisivo nell'ardire portato all'audacia, nella franchezza spinta sino al cinismo, della donna volubile e galante, appassionata ed impetuosa.
Quasi nell'ora istessa un elegante calesse si fermava dinanzi il portone di una graziosa casa a due piani nella Strada Nuova.
Un palafreniere, che serviva anche da portinaio, venne ad aprire alla signora abbigliata con distinzione, che era discesa dal calesse, e le additò una scala a sinistra, della quale gli scalini di marmo erano fiancheggiati di vasi di fiori.
In fondo alla corte, legati alle sbarre di un cancello che chiudeva un giardino di piacevolissimo aspetto, scalpitavano tre bellissimi cavalli inglesi.
Nell'anticamera, ad un domestico che incontrò, la dama domandò se il signor Pietro Brusio era in casa.
«Sì, signora; ma non è visibile, poiché è nel suo gabinetto di lavoro.»
«Ditegli che c'è una signora che desidera parlargli.»
«Domando scusa, signora; ma la prego di avere la bontà di ripassare verso le sei, o di lasciare il suo biglietto; poiché quando è nel suo gabinetto il signore non vuol essere disturbato assolutamente.»
«Fategli tenere questo biglietto in tal caso»; insisté la signora con una lieve tinta d'impazienza, prendendo da un elegante porta-biglietti una carta di visita e piegandola: «ditegli che aspetto. Non vi sgriderà certamente per questo».
Il tuono di sicurezza e di superiorità con cui parlava la bella signora vinse le esitazioni del cameriere, che si decise a fare quanto ella diceva.
«Si dia l'incomodo di seguirmi in sala», diss'egli sollevando la portiera di un uscio; «il signore ci sarà a momenti.»
Per giungere al salotto si attraversava una piccola serra a cristalli, che occupava uno dei lati di una terrazza assai vasta, della quale s'era fatto un giardino pensile, sporgente su quella spiaggia incantata della Marinella, che ha il bel golfo di Napoli per orizzonte, e in fondo Capri e Sorrento. Quella specie di stufa, dove vegetavano le più belle piante esotiche, circoscriveva come in un'atmosfera separata dalla città clamorosa, il salotto ed il gabinetto da studio che vi era contiguo. I rumori esterni sembravano estinguersi sulla sabbia finissima del viale, come il più lieve alitare di vento moriva sulle grandi foglie di quelle piante immobili nelle loro masse svariate.
Il salotto era addobbato con lusso; ma quel pensiero tutto originale che avea disposto lo stanzone dei fiori prima di giungervi, e il giardino sulla terrazza, sembrava aver presieduto nei minimi dettagli alla situazione di tutti gli oggetti che lo decoravano. Le porte vetrate, che si aprivano sulla terrazza, erano nascoste, alla lettera, da persiane di pianticelle rampicanti; ciò che unito alle pitture dei vetri, e alle doppie tende di raso e di velo, facevano penetrare soltanto nella sala quella mezza luce, che, col lasciare indistinte le forme degli oggetti, vi crea mille nuove immagini, e ne popola la semioscurità di quei mille sogni incantati, di quelle sfumature voluttuose che tanto piacciono alle signore galanti; il passo si arrestava sui tappeti vellutati, come se temesse di destare un'eco che potesse strappare dalla deliziosa preoccupazione che faceva nascere quell'atmosfera.
Il cameriere scomparve senza far rumore per uno degli usci dirimpetto, nascosto dalla stessa tenda di raso celeste. La signora si sprofondò in una delle poltroncine che erano vicine ad un elegante tavolino da albums, piccolo capolavoro nel suo genere; subendo anch'essa, senza accorgersene, il fascino che esercitava sui sensi quel luogo ricco di dorature, di sete, di specchi e di profumi: fascino al quale forse ella era disposta.
Poco dopo la tenda si aperse, e comparve un uomo, vestito del rigoroso abito nero, come se volesse dare a divedere di apprezzare tutto il valore della visita che riceveva; ancora pallido, ma di quel pallore che ci fa brillare gli occhi, quando la gioia troppo potente della felicità sembra chiamare al cuore tutto il sangue. Una benda di seta gli teneva al collo il braccio sinistro.
Un momento però egli sembrò ondeggiare indeciso, mentre fissava i suoi occhi scintillanti su quel corpo da fata (che accennava appena le sue seduzioni sotto le linee quasi vaporose delle vesti, voluttuosamente disteso sulla poltroncina) e su quegli occhi che lo fissavano del loro sguardo più bello, mentre il sorriso più dolce errava sulle labbra di lei. Come se avesse temuto di rompere l'incanto di quel sogno troppo bello per lui, [egli] esclamò, quasi impaziente, verso un testimonio che gli stava vicino, ma che però non si vedeva:
«Non ci sono per nessuno. Quando vi voglio suonerò. Andate».
Non si udì sul tappeto, molto spesso, il passo del cameriere che si allontanava.
Pietro si avanzò lentamente verso la dama, come se avesse voluto assaporarne, con una voluttuosa economia d'analisi, tutte le emanazioni inebbrianti. Ella, nella sua positura da sirena, lo fissava sempre senza parlare.
Il giovane non pensava neanche a proferire la più semplice formola di civiltà. Una parola sola irruppe spontanea:
«Lei!... lei, signora!... da me!».
«Che c'è di strano?», rispose ella con un indefinibile sorriso. «Non ha ella rischiata la vita per me, perché io venga a rischiare quelli che il mondo chiama riguardi per lei?...»
Gli stese la destra, dopo essersi tolto il guanto; egli esitò a prendere quella mano, che, forse per fargli provare in tutta l'intensità il brivido del suo contatto, gli si metteva nuda fra le sue.
«Ho ricevuto il suo biglietto dal signor Briolli. Se lei ha molto a farsi perdonare, io ho molto a ringraziarla... Ho verso di lei uno di quei doveri di gratitudine dinanzi a cui le convenienze sociali scompaiono; e son venuta a ringraziarla, signore, della sua azione sì nobile, sì generosa sino al sacrificio!...»
Invece di rispondere, Pietro seguitava ad ammirare, come si fa di un oggetto prezioso, quella manina bianca ed affilata che si teneva fra le sue senza osare di stringerla, come se temesse di farne appassire la delicata bellezza.
«E questa ferita!... Dio mio!...», continuò la contessa commossa vivamente.
«Nulla... una scalfittura.»
Narcisa si avvide forse allora della tacita ammirazione con cui il giovane si teneva quella mano sulle palme, e, arrossendo impercettibilmente, fece un movimento per ritirarla.
«Oh! la lasci!...», mormorò egli come un fanciullo che parli in un sogno delizioso. «È cosi bella!...»
La contessa, ancor più rossa di prima, ma sorridendo cogli occhi e le labbra del suo sorriso inebbriante, con un movimento rapidissimo e quasi istintivo di grazia squisita, o di sopraffina civetteria, gli porse l'altra, lasciandole in quelle di lui e guardandolo fisso negli occhi. Pietro volle baciare quelle mani da fata; ma gli parve un peccato, come gli era sembrato lo stringerle, di sfiorare colle sue labbra quella pelle rasata.
Dopo un momento di silenzio la contessa riprese:
«Uno dei testimoni di mio marito, il signor Briolli, mi ha fatto conoscere tutta la generosità della sua condotta... Se io avessi potuto sospettare che alla mia preghiera ella doveva rispondere con tal sacrificio, io avrei inorridito di avanzarla... come ora ho rimorso...».
«Non mi parli di ciò!...», interruppe quasi brusco il giovane, come se avesse temuto di destarsi.
«Noi abbiamo torti reciproci», aggiunse Narcisa col suo sorriso ammaliatore; «siamo franchi in tal caso dall'una parte e dall'altra per poterceli perdonare scambievolmente...»
«Reciproci torti?», interruppe Pietro come trasognato.
«I miei saranno più gravi», rispose Narcisa; «ma ho la buona fede di confessarli e la risoluzione di espiarli... E voi?...»
«Io non me ne trovo che uno!... ma sì grande... che io non oso rammentarlo senza arrossire in faccia a voi...»
«Confessatelo allora; forse vi verrà perdonato.»
«Contessa!...»
«È molto grave adunque perché non abbiate il coraggio di questa confessione?»
«Le vostre parole me lo danno; io ho commesso l'indegnità d'insultarvi rimandandovi il mazzo e l'anello, e poco fa anche il biglietto...»
«Avete avuto torto nell'ultimo caso, non l'avevate nel primo...»
«Perché?»
«Perché nel primo caso quello che a voi pare colpa, mi provava piuttosto...»
«Narcisa!...»
«Che voi...»
«Che io vi amo come un pazzo!... come un uomo che non è più conscio di quello che fa, perché voi gli avete tolto la mente e la ragione, Narcisa!...»
Così dicendo Pietro divorava coi baci quelle mani che si teneva fra le sue.
«Ora che la vostra confessione è fatta», diss'ella, non rispondendo direttamente, «veniamo alla mia.»
Pietro si accosciò sul tappeto ai piedi della contessa, tenendo sempre le sue mani.
«Vi scrissi di aver conosciuto a Catania un giovanetto generoso sino al sagrifizio, nobile sino all'eroismo... Perdonatemi, non m'interrompete. Allora non sapevo chi fosse, non conoscevo che un giovane come se ne veggono tanti, inferiore fors'anche a quei giovani eleganti che mi facevano la corte. Anch'esso mi faceva la corte alla sua maniera, come la fanno i provinciali e gli adolescenti... Guardai qualche volta costui che incontravo sempre sui miei passi in istrada, sulla porta del Teatro, uscendo e rientrando in casa... Qualche volta, quando paragonavo il suo stato a quello di coloro che mi amavano come lui ma che potevano dirmelo o almeno provarmelo, aspirare almeno ad un mio sorriso, ad una mia parola... mentre costui doveva sacrificarsi giorni e notti intieri per vedermi scendere da carrozza o per passarmi d'accanto al ritorno da un ballo, ebbi un momento di curiosità, ed anche di riconoscenza sì lontana da sfumare nella compassione, per questo giovane che mi amava in tal modo, e mi amava senza speranza... Poi non ci pensai più...
Poco tempo fa lo rividi in una festa»: riprese la contessa: «era l'uomo in voga; l'alta società avea per lui le più squisite cortesie, le donne più belle e più nobili gli sorridevano... Un vero trionfo! Io ammirai quella fronte larga e pallida, e mi sembrò di scorgervi qualche cosa di nobile che non vi avevo prima notato; mi parve di leggere un mondo intiero nei suoi occhi, sebbene alquanto malinconici. Lo sguardo ch'egli mi volse mi fece pensare al giovanetto sconosciuto... e provai una viva commozione a quel pensiero: c'era trionfo ed orgoglio soltanto, in quel punto. Oh! io sono schietta, signore, per farmi credere quello che ho da dire in seguito. Quest'uomo avea fatto un miracolo pel mio amore un miracolo da genio... Io l'ho veduto in quell'opera, come egli non ha veduto che me creandola, prendermi la mano, sorridendo del suo triste sorriso, e farmi passare in rassegna il suo cuore coi suoi palpiti, le sue speranze e le sue lagrime... e trasportarmi ai giorni delle vaghe aspirazioni e dei sogni ineffabili. Poi mi ha fatto piangere del suo pianto disperato a quelli spasimanti di passione... e si è arrestato anelante, spossato, colle braccia stese, nel punto in cui sentiva sfuggirsi questo fantasma a cui incatenava la sua esistenza... Oh, in quel momento, signore... s'io avessi veduto dinanzi a me quest'uomo, come l'ho veduto nel suo sogno, nel suo dramma... gli avrei steso le braccia ad incontrare le sue...».
«Narcisa!...», mormorò soffocato Brusio, sollevandosi sino ad inginocchiarsi.
«Qualche volta, quando penso a quest'amore sì ardente e sì immenso, che non avrei saputo immaginare se non l'avessi ispirato, io che ho sorriso e folleggiato fra le ancor più folli proteste di mille galanti, io stordita da quest'incenso d'adulazioni e di corteggio che gli uomini più eleganti, più ricchi e nobili si affollano a bruciarmi ai piedi... io ho un movimento d'incerto terrore; ...mi pare che debba esser terribile, divorante, questa passione, quando è giunta a tal grado; ...mi pare ch'essa debba assorbire la vita in un bacio di fuoco... ma in un bacio di tale ebbrezza da sembrare troppo piccolo compenso la vita, e troppo corti i giorni per avvelenarsene...»
«Narcisa!!...», ripeté Pietro colle lagrime agli occhi, prendendole le mani con violenza, mentre avea ascoltato sin allora cogli occhi spalancati e fissi, come pazzo di felicità, e coi gomiti appoggiati sulle ginocchia di lei.
La fata si curvò mollemente verso di lui, e gli posò le braccia sulle spalle... poi lo sollevò lentamente, con quell'abbandono inimitabile e seducente che le era particolare; e guardandolo sempre col suo sorriso da sirena gli susurrò, quasi sulle labbra, colla sua voce più bella e più carezzevole:
«Son venuta a vedere il tuo gabinetto da studio... Pietro...».
Quel soffio passò come un vento ghiacciato sul sudore che inondava la fronte di lui, che, impotente a più contenersi, la sollevò, prendendola tra le braccia, come un caro fanciullo, e la divorò di baci, singhiozzando in un sublime delirio: «Tu sei il mio Dio! ed io non avrò mai forza per amarti come vorrei!!!...».
La portiera ricadde ondeggiante dietro di loro.
Pochi giorni dopo, verso il tramonto, due giovani che s'avvincevano colle braccia allacciate, come le rampicanti che coprivano i fusti dei grandi alberi del giardino pensile, appoggiati alla ringhiera di pietra della terrazza, guardavano il sole che tramontava dietro quel mare azzurro che si stendeva immenso ai loro piedi ed ove si specchiavano Ischia e Procida. Narcisa teneva appoggiata la testa sulla spalla di Pietro, e di quando in quando si aggrappava al collo di lui colle sue candide braccia per passare le sue labbra sulla fronte e gli occhi di lui con mille baci muti della sua bocca tremante che ne formavano un solo.
«Che vita!... mio Dio! che vita!!!...», mormorava ella soltanto qualche volta.
«Eppure, mio dolce angioletto, quando io bacio questa tua fronte, e mi premo fra le labbra questi capelli, e ti chiudo gli occhi colle mie mani, e mi sento fremere fra le braccia questo tuo corpo da fata... io non credo, no... malgrado che io chiuda gli occhi, malgrado che io torturi disperatamente il mio cervello, per crederlo, che ciò che io provo di sì immenso, di sì convulso, di sì spasimante nella voluttà del piacere, nel delirio del godimento, mi viene da te; ...che tutto ciò non è uno splendido sogno della mia fantasia, come ti sognai nel mio dramma... e ti sognai delirante, stringendomi la testa infuocata fra le mani, premendomi il cuore che sembrava scoppiarmi, seduto sul marciapiede di faccia ai tuoi veroni!... No... io non posso credere che quella donna che incontravo al passeggio, al braccio di un altro uomo, fra l'ammirazione di quanti la vedevano, facendo palpitare il mio cuore col fruscio del suo strascico sulle vie;... che quella donna che vidi al Teatro; che mi passò da presso senza guardarmi; che seguii come un fanciullo, come un cane; ...che non mi stancai a vedere dalla strada, per due mesi intieri, sotto la sua casa, ascoltando il minimo rumore che mi venisse da lei, che mi accennasse la sua presenza facendomi trasalire; ...che quella donna che proferì quelle parole... quella notte... dal verone; ...che mi torturò il Cuore colle note strillanti del suo valtzer, quando mi parve che il mio cuore fosse rotto;... che quella donna ch'io non osavo avvicinare per non rompere il cerchio luminoso che la circondava d'aureola, per non rapirle un atomo di quella atmosfera profumata della quale ci circondava, che faceva il suo prestigio; ...che quella donna che adorai infine come un pazzo, spaventandomi di adorarla in tal modo, è mia!... mi ama!... mi è fra le braccia!!... che io posso chiamarla ogni giorno, ad ogni ora, ad ogni minuto; ...che io ad ogni ora, ad ogni minuto posso udire quella voce che proferì: Quell'uomo è pazzo: che mi dice che m'ama!... che io posso ad ogni ora, ad ogni minuto vivere la sua vita e suggergliela coi baci delle labbra... Oh, no! Narcisa... per credere a ciò bisogna che noi ritorniamo a Catania, che noi abitiamo quella stessa casa che io guardai con più venerazione della casa di Dio; che io respiri l'aria istessa di quelle camere; che mi metta a quel verone, con te, al posto che occupavi seduta sulla poltrona; e che io ti legga, seduto accanto alle tue ginocchia, come quell'uomo... Bisogna che mi metta con te, di notte, a quell'ora, a quel verone; e che tu ripeta quelle parole infami che io annegherei sulle tue labbra coi miei baci; bisogna che le tue mani ripetano su quel pianoforte le note di quel valtzer che m'inseguirono spietatamente quando fuggivo delirante come se fuggissi il cuore che sanguinava dirotto; bisogna che io mi segga su quel marciapiede, colla fronte fra le mani, come allora; e che io ascolti lo stormire di quegli alberi, il suono di quell'orologio, il murmure lontano di quel mare, il fruscio della tua veste;... e che io vegga il lume che rischiara la tua camera;... e che la tua voce soprattutto, la tua voce inebbriante, mi ripeta ad ogni ora, ad ogni minuto, che quello non è un sogno, che io non son pazzo;... e che le tue labbra, posandosi sulla mia fronte, mi scaccino questo turbine affannoso che mi sconvolge la mente, che mi fa dubitare della mia felicità....»
«Andiamo a Catania!», mormorò Narcisa, dandogli un lungo bacio e bagnandogli la fronte di due lagrime di voluttà.

 

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento: 17/07/05 18.00

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