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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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 BulletIl Marito di ElenaBullet

di: Giovanni Verga

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BulletXI

 

- Ah! in questa casa!... Non si finisce più dal salire e scendere le scale! È durato cent'anni questo mese! Andare per i pomidoro sino al mercato, e per due soldi di lattuga fin laggiù, a casa del diavolo! Ora anche le lettere che non son giuste di peso, e bisogna riportarle indietro. Ecco qua! Fortuna che ci ho pensato prima di lasciarla andare nella buca! Un'altra volta, quando scrivete lettere così grosse, pesatele bene prima di metterci il francobollo, o mettetecene due addirittura. Se la lettera arrivava colla multa si giurava che mi ero messi in tasca i soldi, e passavo per ladra. Questo no! Povera, ma onorata! Ecco qua.

Cesare impallidì. La lettera messa in fascio coi pomidoro e le lattughe, era di Elena, diretta a Cataldi, in America.

- Va bene, disse. Lasciatela qui. La metterò io alla posta.

La donna indugiava a strascicar le ciabatte per la stanza, lentamente, col grugno composto ad una certa maligna compiacenza nel porre in ordine le seggiole, e gli oggetti minuti sopra i mobili. Cesare, colla voce tremante di collera, tornò a dire:

- Andatevene, vi ho detto! Andatevene!

Non c'era dubbio. Era il carattere d'Elena che scriveva a Cataldi, a Montevideo, Cesare si slanciò per correre dalla moglie, poi si arrestò prima di aprire l'uscio dello stanzino, pensando alla serva, che ronzava pel corridoio. Tornò allo scrittoio colla testa fra le mani, senza poter trovare in quel tumulto d'affetti il più semplice pretesto per mandar fuori la serva, sforzandosi di pensare ad altro per calmarsi.

Ma lì, seduto davanti alla scrivania, gli pareva d'impazzire. L'idea prima, sola, implacabile, era che la serva indugiasse apposta. Fece due o tre giri per la stanza in punta di piedi, perché ella non udisse, stringendosi forte il petto colle due braccia. Poi andò a chiudere le tende, si asciugò colla manica il sudore della fronte, stette alquanto in ascolto, col cuore che gli batteva, e chiamò.

La donna comparve subito, fissandogli in viso gli occhi rotondi, collo spolveraccio sotto l'ascella, e rimase attonita, come il padrone le ordinava di andare a fare una piccola commissione fuori casa. - Subito? Non era meglio aspettare che avesse finito di spolverare? Ella aveva anche la pentola sul fuoco, pel brodo della signora. Non poteva far tutto nello stesso tempo.

- Va bene, spicciatevi, rispose lui.

Andò a chiudere l'uscio che la donna avea lasciato aperto, aspettando febbrilmente che ella avesse finito. La udiva, coll'orecchio alla serratura, andare e venire lentamente, battendo colpi fiacchi collo spolveraccio. Di tanto in tanto l'uscio della cucina cigolava.

Il suo pensiero correva da Elena alla serva, con una dolorosa rapidità, con un va e vieni di pendolo che gli martellava il cervello e lo faceva trasalire d'impazienza. Ad un tratto cotesto pensiero si arrestò sull'Elena, all'istante in cui sarebbe comparso dinanzi a lei colla lettera in mano. Allora si rassegnò immediatamente ad aspettare; voleva avere il tempo di calmarsi, e di sapere quel che andava a dirle.

Quel che andava a dirle? Che cosa? Che ella amava un altro, Cataldi? che ella glielo scriveva, in quella lettera lì, sotto i suoi occhi? E se non glielo scriveva? Se gli imponeva invece di lasciarla tranquilla e onorata, di non disturbare la sua pace?... Ma come, se egli era lontano? Egli le aveva scritto dunque? In qual modo? La serva doveva saperlo. Essa che assaporava ipocritamente le sue angoscie, che gli dissimulava male il suo disprezzo... E quando? Dove erano queste lettere? Egli pensò ad Elena, tentando di indovinare il motivo del cambiamento, passando in rassegna giorno per giorno tutti i suoi atti e tutte le sue parole di cui poteva rammentarsi. Tutto a un tratto gli si rizzò dinanzi agli occhi il ricordo di un giorno in cui l'aveva incontrata sull'uscio, pallida, colla colpa ancora negli occhi. E rimase fulminato.

Una sera ella si era sentita male, sul balcone, all'imbrunire, mentre un piroscafo partiva per l'America. Vedeva ancora il fanale rosso che guardava fisso dal mare, e lei che sbatteva i denti dal dolore.

Anch'essa aveva sofferto, quella volta, come lui adesso; chissà? forse dippiù. Ella aveva visto partire per sempre l'uomo che amava sopra ogni altro, e aveva dovuto soffocare la sua disperazione sotto gli occhi del marito. - Un momento stette pensando a quel marito, lì presente a quella scena, quasi si trattasse di un altro. - Poi Elena a poco a poco si era calmata, era giunta a parlargli amorevolmente, a lasciarsi baciare da lui. Egli stesso, quando si sarebbe calmato quell'atroce spasimo, avrebbe ceduto anche lui? le avrebbe rivolto ancora delle parole affettuose? avrebbe cercato le carezze di lei?... - E quelle carezze gli si inchiodavano ferocemente nel pensiero! Non per lui, per un altro che vedeva ronzare attorno alla sua casa, quando egli correva scoraggiato a caccia di risorse. E l'Elena che evitava i suoi sguardi, che diveniva sempre più indifferente, che tornava a casa pallida, colle labbra secche, cogli occhi ancora pieni di visioni!... Dov'era stata? Sì, dove andava ogni volta che usciva di casa in fretta, col velo sul viso? Ella non glielo avrebbe confessato giammai! Quella lettera forse l'avrebbe detto. Perché non l'apriva? Perché non cercava di sapere? E se Elena era innocente tuttavia? E se quella lettera non fosse là? Se egli l'avesse ignorata?... Se egli avesse potuto immaginarsi che Elena non aveva scritta quella lettera? Quando egli fosse stato certo del contrario, cosa le avrebbe detto? Cosa avrebbe fatto? Cosa sarebbe accaduto in quella casa, in quella camera dal letto bianco, in quello stanzino dove aveva pensato tanto a lei? E quella creatura che stava per nascere?... Quella creatura... quando sarebbe nata? Da quanto tempo Elena non era più sua? Sino a qual punto s'era data ad altri? Avea dato soltanto il cuore? la testa? Ella aveva avuto sempre una testolina leggiera, ma il cuore buono. Se ella non fosse colpevole d'altro che di una leggerezza! Ah! come era terribile quella lettera immobile sulla scrivania, con quel nome scritto dalla mano elegante e tranquilla di Elena! Se ella potesse dire che Elena non era colpevole d'altro che di una leggerezza!...

Allora si mise a piangere, coi pugni sugli occhi, come un bambino, soffocando i singhiozzi col fazzoletto perché la serva era ancora là, si udiva spolverare e strascicar le ciabatte per la casa. Ella indugiava ad arte, stava a spiarlo. A quell'idea un impeto di collera l'assalse, andò in traccia di una mazza per correre a bastonarla, si aggirava muto e furibondo per lo stanzino. Ma tornò a sedersi, colle mani nei capelli, gli occhi ardenti e fissi, i denti stretti. - Bisogna essere calmi! balbettava. - Bisogna esser calmi! - Si asciugò gli occhi ed il viso. Stette alquanto immobile, poi tornò a mettere il capo nel corridoio, a domandarle se potesse escire finalmente. - Bisogna schiumare il brodo per la padrona - rispondeva la donna dalla cucina. - La padrona non si sente bene. Non posso lasciarla sola.

- Ah! mugolava il disgraziato mordendosi i pugni, come una bestia feroce. - Mi par d'impazzire! mi par d'impazzire! Cosa le ho fatto a questa infame donna? Perché mi tormenta così? Come gode del mio supplizio! Ella sa tutto, ella potrebbe dirmi tutto quello che vorrei sapere a costo della vita... Ella andrà a dirlo alla fruttivendola e al calzolaio qui sotto appena lascerà questa casa, ma non a me! Andrà a ridere con loro delle mie smanie. Bisogna fingere per costei che non riescirò ad illudere. Bisognerebbe mostrarmi al vicinato insieme all'Elena, uniti come prima!... Come prima!...

I suoi occhi caddero nuovamente sulla lettera implacabile. Se quella lettera potesse smentire in parte i suoi sospetti! Una lettera! cos'è infine? Delle parole. - Vi amo. - Che cos'era quella fredda parola in confronto di ciò che l'Elena aveva sentito per lui, in quella stessa casa, uniti per tutta la vita, senza un pensiero che non fosse comune? Che cos'era l'amore di lei per quell'uomo se lo poteva dissimulare? Che cos'era questa passione di un mese o due, nascosta, vergognosa, in cambio di quella che ella aveva concesso a lui, per sempre, intera, alla luce del sole? Come amava quell'uomo che lasciava partire? ella che aveva abbandonato casa e genitori per darsi a lui, per darglisi vergine, per affidargli non solo il suo cuore, ma anche la sua esistenza? E pensava al dolore che avevano dovuto provare i genitori quand'egli l'aveva rapita. Anch'essi s'erano calmati col tempo, le avevano perdonato, s'erano rappaciati con lui. Ora non ci pensavano più. E pensava se un giorno anche egli avrebbe obliato il dolore acuto che gli straziava il cuore in quel momento. Se sarebbe tornato ad accompagnare l'Elena in via Foria dandole il braccio, sentendola appoggiarsi a lui. Allora gli mancava la forza di andare ad affrontare su due piedi il terribile enigma.

In quel momento istesso ella era lì accanto nella sua camera, la vedeva sdraiata sulla poltrona, colla sua aria abitualmente stanca ed infastidita, che si mutava in un'inquietudine vaga all'entrare di lui, in un pallore minaccioso. E se egli sospettava a torto? S'ella fosse innocente? Se quella lettera lo provasse? Ella non gli avrebbe perdonato giammai! giammai? Tutto sarebbe finito fra di loro, da un momento all'altro, per sempre! O se invece era colpevole non avrebbe negato risolutamente? Non avrebbe sconfessata la lettera? e quando egli si fosse spinto a mettergliela dinanzi agli occhi, a mortificarla coll'evidenza, tutto non sarebbe egualmente finito fra di loro? A lei non sarebbe rimasto in fondo al cuore la spina di quel torto che aveva dovuto farsi perdonare da lui? Ella si sarebbe acconciata a riconquistare, poco a poco, l'affetto di suo marito che l'amava sempre? Sì, l'amava il disgraziato! Avrebbe voluto ignorare ancora tutto come due ore innanzi! Vivere come prima, a costo di essere ingannato! Almeno dubitare ancora, non aver la certezza che tutta la sua felicità gli era crollata addosso.

Egli ritardava col pensiero il momento di quella prova terribile, come il malato che a rischio della vita supplica il chirurgo di sospendere per un giorno l'operazione che deve subire. Si persuase che era meglio di aspettare che la serva fosse uscita. Giunse a temere che ella non si affacciasse all'uscio, colla sporta al braccio per dirgli: - vado! - Ebbe paura all'idea di rimaner solo colla moglie. Uscì pian piano di casa, con quel martello in testa, quella punta acuta in cuore, camminando rasente al muro per non esser visto dal calzolaio o dalla fruttivendola. Andò a sedersi su quel banco solitario della Villa, a piangere di nuovo, lungamente, nel fazzoletto. Gli toccava nascondere le lagrime, perché ognuno avrebbe riso del suo dolore.

Chi ne avrebbe avuto compassione? chi ci avrebbe creduto? chi avrebbe creduto che egli potesse amare adesso più che mai sua moglie, e piangere non di collera, ma di angoscia? Egli rifece le strade per le quali soleva passare coll'Elena, andò a guardare da lontano la sua casetta ancora tranquilla, bianca di sole, nella quale nulla sembrava cambiato. Le finestre stavano aperte come al solito, e il sole vi rideva sopra. Infine si risolvette a rincasare. Era già l'ora del desinare. Elena doveva aspettarlo. Cosa avrebbe risposto se ella domandava il motivo del suo ritardo? Cosa avrebbe fatto se l'avesse guardato in faccia? Dalla cucina veniva un buon odore appetitoso. La tavola era imbandita. Elena l'aspettava infatti leggicchiando; gli disse soltanto che trovava la minestra fredda. Il marito si mise a mangiare avidamente, cogli occhi sul piatto, fingendo di avere una gran fame, cercando di prolungare il pranzo per ritardare l'ora in cui la serva avrebbe sparecchiato e li avrebbe lasciati soli faccia a faccia, coi gomiti sulla tavola.

Elena era tranquilla come al solito. Di tanto in tanto suo marito trasaliva all'udire la sua voce calma, incontrandone a caso gli sguardi sereni. Sentiva per istinto che la dissimulazione che si era imposto sin allora gli toglieva gran parte della sua forza, diminuiva la sua parte di diritto, lo avvinceva a poco a poco alla rassegnazione. Se Elena sapeva che la sua lettera era in mano di lui fin dalla mattina, come dirle che aveva aspettato tanto tempo con quella ferita nel cuore? come parlare della sua collera e della sua gelosia, che aveva saputo far tacere quando dovevano essere più vive? La serva sparecchiava, gli levava i tondi di sotto le mani, e il tovagliuolo dalle ginocchia, che egli era ancora a tagliuzzare le buccie delle pesche. Elena era andata sul balcone. Di lì a un istante rientrò annunziando che arrivavano donn'Anna e la Camilla. Cesare mise un respiro lungo.

La sera passò triste, malgrado il cicaleccio imperturbabile di donn'Anna, la calma serena di Camilla, lo scricchiolio delle scarpe del cugino, le divagazioni assurde di don Liborio il quale venne a riprendere la famiglia sul tardi.

Si sentiva vagamente una preoccupazione comune, un'inquietudine indefinibile che li impacciava gli uni di faccia agli altri, e li costringeva a stare insieme. Cesare pensava: - Quando saremo soli... - e allontanava col desiderio quel momento. Si sentiva agghiacciare il cuore ogni volta che la conversazione accennava a languire. Finalmente tutta la famiglia si alzò e stettero un gran quarto d'ora a mettersi i cappelli e a darsi la buona notte in anticamera. La serva andò a far lume sulle scale. Cesare disse fra di sé: - Lasciamo andare a letto la serva.

Essa tornò colla bugia in mano, chiuse l'uscio, andava e veniva sonnacchiosa per le stanze, mettendo in ordine ogni cosa per la notte. Quando si ritirò finalmente nel suo camerino Elena era già a letto. Cesare aspettò ancora qualche tempo dietro l'uscio che tutti i rumori della casa tacessero. Gli pareva in quel momento che stesse cercando le parole colle quali doveva incominciare, spiegare il motivo per cui s'era taciuto sino a quell'ora; tutte le angoscie che aveva sofferto dal mattino, tutte le gioie che gli si erano mutate in dolore gli tornavano vive alla memoria, ad una ad una, là davanti a quello stesso uscio, in quella stessa camera dove Elena aveva abbandonata la testolina bruna sull'omero di lui. Egli pianse lungamente, amaramente, colla fronte sullo stipite, con un tremito di tutta la persona, soffocando i singhiozzi perché Elena non udisse. Ella non doveva udire, non poteva nemmeno piangere dinanzi a lei, sfogare sui suoi ginocchi l'immensa sua angoscia. Era il marito che non è più amato, di cui le lagrime sono ridicole.

Quando si sentì gli occhi secchi sulle guance asciutte, dischiuse dolcemente l'uscio. Elena dormiva col respiro leggiero da bambina, colla testa bruna posata sul braccio candido, coi suoi folti capelli neri che facevano una grande ombra sul guanciale. Il poveretto sospirò un'altra volta dal profondo delle viscere, con un senso di angoscioso sollievo.

Domani! Bisognava aspettare a domani. Domani sarebbe stato più calmo e più chiaroveggente. Giacché aveva aspettato sino allora, poteva aspettare ancora sino al domani, e farle comprendere che agiva senza precipitazione e dopo matura riflessione. Una notte passa presto. Però che notte! in quello studiolo! colla testa fra le mani! Quanti pensieri, quanti ricordi, quante visioni, quanti sogni!

Se Elena venisse a cercarlo inquieta di non averlo sentito andare a letto nella camera accanto? Se ella aprisse l'uscio dello studiolo? Se ella avesse indovinato tutto, e venisse a dirgli: - Guarda, sono innocente? - Oppure - Ti amo ancora, ti ho sempre amato. Perdonami! - Perdonami?...

Che alba scolorita e triste imbiancava i vetri del balcone! Un altro giorno che incominciava! Un altro giorno come il giorno passato! collo stesso dolore, colla medesima irresolutezza, senza il conforto terribile di poter dire: -È finito! tutto è finito! Quando avrebbe potuto dire che era finito? Mai! mai! Anche se avesse avuto il coraggio di affrontare quella scena terribile coll'Elena, tutto non sarebbe finito! Anche se ella fosse fuggita via, anche se l'avesse scacciata di casa, tutto non sarebbe finito! anche se ella gli avesse detto: - Sì, è vero; non ti amo più! -Ella viveva ancora, quella che gli faceva trasalire le viscere col suono della voce, che gli scendeva nell'animo collo sguardo; quella che aveva i capelli folti e neri, le braccia bianche, le sopracciglia folte, quella pozzetta sulle guancie quando sorrideva, quel viso, quella mano che aveva infilato nel suo braccio tremante, la sera in cui l'aveva guardato con quegli occhi luminosi, che gli aveva presa la fronte fra le mani per baciarlo, che aveva passeggiato con lui sotto gli aranci della Rosamarina, che sino all'altro giorno appoggiava la fronte pallida al balcone e lo guardava, che recava nelle viscere una parte di lui. - Ah! s'ella fosse morta, s'egli l'avesse vista la sera innanzi per l'ultima volta colla gran macchia dei capelli neri sul guanciale, cogli occhi chiusi! s'egli le avesse incrociato le mani sul petto per sempre, lui solo! e avesse potuto baciarla in fronte colla certezza che mai in quella fronte non c'era stato posto per altri baci, mai un pensiero che per lui non fosse! Il sole entrava dal balcone, gaio, sereno, nello stanzino bianco e arioso. Rivide i bei giorni di miseria ivi passati, l'alba che lo sorprendeva nel fare delle copie per gli avvocati, e l'Elena che dormiva lì presso senza saperne nulla. Aprì il balcone che dava sul mare luccicante. Qualche viaggiatore arrivava dalla Immacolatella carico di sacche da viaggio; alcuni cocchieri provavano dei cavalli; delle barchette svoltavano lente lente la lanterna del molo, laggiù, dove il mare s'increspava e bolliva in spuma d'oro e d'argento. Dappertutto saliva un'aria di calma e di serenità che gli stringeva il cuore e a poco a poco l'attirava, l'addormentava, l'istupidiva.

Erano appena le sei; Elena dormiva ancora, anzi non si soleva levare prima delle nove. Ci volevano ancora tre ore. Cesare sentì il bisogno di escire a prendere una boccata d'aria, e far quattro passi. Quando ritornò, Elena aveva già fatto apparecchiare la colazione nella sua camera, perché non si sentiva bene. Ella era pallida, sembrava stanca, si strascinava lentamente coi capelli ancora disfatti su di una lunga veste di camera slacciata. Senza che egli glielo avesse chiesto gli disse:

- Sono indisposta, ma non è nulla. Un po' di stanchezza. Ho dormito poco in questi giorni... Bisogna aspettarselo.

Non mangiò quasi a colazione, sembrava che a tavola ci stesse per far compagnia al marito. Dopo sparecchiato si sdraiò sulla poltrona, rifinita, e lui non osò lasciarla sola mentre la donna si affaccendava ancora per la camera. Entrambi cercavano gli argomenti per scambiare qualche parola breve e fredda.

Così trascorsero parecchi giorni. Col tempo il primo impeto di dolore disperato che sembrava collera andava mutandosi in una tristezza desolata e taciturna. Un giorno verso sera, arrivò donn'Anna, tutta scalmanata, collo scialle giù per la schiena, facendosi accompagnare stavolta da Roberto. Nella notte Elena diede alla luce una bambina. Il marito che aveva atteso nella stanza accanto, trasalendo dall'intimo delle viscere ad ogni lamento soffocato che si udiva, allorché aprirono l'uscio si sentì balzare il cuore alla gola in un sol palpito. Egli si accostò al letto di sua moglie, sgomento, con un gran tumulto di pensieri e di affetti in cuore. Elena, abbattuta, col viso bianco, pareva non ci avesse più una sola goccia di sangue nelle vene. Come la chiamavano con voce carezzevole ella voltò il capo dall'altra parte, con quell'espressione di disgusto, di dispetto infantile che hanno certi ammalati, senza aprire gli occhi. Le sole parole che disse furono:

- Lasciatemi stare! Lasciatemi stare!

La bambina l'avevano messa da parte, come un mucchio di biancheria. La madre in silenzio, aveva interrogato la levatrice con uno sguardo ansioso e febbrile, ma al sentirsi rispondere la magra consolazione: «Una bella bambina», aveva richiuso gli occhi con quella stessa aria di noia, di stanchezza e di fastidio.

Don Liborio era corso a prendere la Camilla. Donn'Anna affaccendata s'era impadronita della bambina, la portava in trionfo, tornava a posarla sul guanciale accanto all'Elena per fargliela vedere. Questa finalmente aprì gli occhi a stento, e le rivolse uno sguardo stanco.

- Sarà bella come un amore! esclamò la nonna. Elena rispose con un movimento delle spalle che fece smuovere le coperte, e mormorò, rinchiudendo gli occhi:

- A che giova?...

Il povero marito ne fu mortificato, quasi quelle parole fossero rivolte a lui. Egli non osava fiatare e si sentiva estraneo in mezzo a tutta quella gente che riempiva la sua casa, donn'Anna, il suocero, Camilla, Roberto, si lasciava scacciare a poco a poco fuori della camera, dalla suocera, dalla levatrice, dalla serva che si affaccendavano intorno al letto di Elena. Andò ad attendere nel salotto, insieme al suocero che chiacchierava con Roberto sul canapè. Di tanto in tanto Camilla veniva a dire qualche parola al cugino sotto voce, e tutti e due scomparivano nel terrazzino; e il babbo aspettava sbadigliando, colle mani sul bastone. L'alba cominciava ad imbiancare nella piazza. Infine donn'Anna venne col cappello in testa ad annunziare che Elena stava riposando. Roberto diede il braccio a Camilla, e tutti se ne andarono.

Rimase solo colla moglie, la quale aveva le mani e il viso bianchi come la tela su cui posavano, assopita in un sonno penoso che di tanto in tanto la faceva riscuotere con un gemito soffocato, senza aprire gli occhi. Il medico non si era mostrato del tutto tranquillo, ed era tornato due volte nella giornata. Cesare solo spiava ansiosamente il volto e le parole di lui. Donn'Anna, Camilla, tutta la famiglia, andavano e venivano senza sospettare di nulla, empivano di frastuono e di via vai tutta la casa. Elena aveva un moto doloroso della fisonomia per esprimere il male che le arrecavano i più lievi rumori, un voltar la testa pallida dall'altra parte, una contrazione delle sopracciglia sulle palpebre chiuse, uno stringer di labbra. Soltanto allorché il marito si chinava sul letto per dirle sottovoce di bere una tazza di brodo o di prendere una medicina, apriva gli occhi, lo guardava con una specie di meraviglia, lo seguiva collo sguardo mentre egli andava e veniva per la stanza in punta di piedi, con rara sollecitudine, delicata e femminea. Allorquando si svegliava di soprassalto dal suo corto sonnecchiare, lo vedeva sempre là, sulla poltroncina ai piedi del letto, che si alzava pian piano, e si accostava per domandarle all'orecchio come si sentisse. Molte volte, in quelle tristi veglie al lume della lampada notturna che lasciava il letto nell'ombra, dinanzi a quella forma indistinta di cui non si udiva neppure un soffio, di cui spiccavano solo i capelli bruni, e le ombre vaghe del viso, Cesare fu assalito da un pauroso presentimento da un terrore superstizioso che gli agghiacciava il sangue nelle vene al pensare che in un momento di disperato dolore egli aveva invocata la morte, la morte per sé o per lei, non sapeva per chi. Allora tutta la sua collera, tutta la sua angoscia si fondeva in un'altra angoscia sorda e molle, in una tenerezza cieca e disperata che gli avrebbe fatto afferrare piangendo quelle mani lunghe e bianche posate sulle lenzuola, se non avesse temuto di destarla. Ella, quando si sentiva un po' meglio, lo guardava con quegli occhi pieni di febbre, troppo sfinita per poter parlare, o come se non avesse osato farlo, quasi volesse domandargli perdono del male che gli aveva fatto, con certa serenità carezzevole di bestia malefica, inconscia ed irresponsabile, con un sorriso melanconico, stendendogli le mani pallide. In quei momenti ei le leggeva sino in fondo all'anima, attraverso quegli occhi limpidi, e pensava che ella gli aveva dilaniato il cuore senza sospettare di fargli male, al pari del fanciullo che tortura un uccelletto. S'egli avesse avuto l'ispirazione di parlarle in questo senso Elena forse avrebbe pianto con lui. Ora, pensava lui, era tardi. Ora bisogna distruggere e dimenticare persino quella lettera fatale, e ricominciare un'altra vita di intimità e d'affetto per riconquistare quel cuore a furia d'abnegazione e di sacrifici, col dimostrarle che le si abbandonava tutto intero, fiducioso e dimentico di quel ch'era stato.

Un mattino in cui il medico aveva detto finalmente che non c'era più bisogno di lui, e l'Elena appoggiata a un monte di guanciali sorrideva del suo sorriso pallido, in mezzo a tutti i suoi parenti, ei domandò:

- Vuoi vedere la Barbara?

- Che Barbara?

- Nostra figlia.

- Vuoi chiamarla Barbara? Ah, è vero. È il nome di tua madre. Ma non è bello; del resto fa come vuoi.

La mamma, che aveva i suoi pregiudizii a questo riguardo, e sapeva che se c'è due dello stesso nome nella famiglia il più vecchio se ne va per cedere il posto, conchiuse:

- Bisogna trovare un bel nome per la piccina; un nome di buon augurio: Fortunata, per esempio!

- Aurelia! suggerì Camilla.

- Barbara! sentenziò don Liborio. Il primo nato deve portare un nome dei genitori del marito, il secondo quello dei genitori della moglie, e così di seguito per tutta la parentela.

- Grazie tante! esclamò Elena alzando la voce per la prima volta. - Quanto a me mi fermo alla Barbara!

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento: 17/07/05 17.58

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