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LE VITE DE' PIÚ ECCELLENTI ARCHITETTI, PITTORI, ET SCULTORI ITALIANI, DA CIMABUE INSINO A' TEMPI NOSTRI
Nell'edizione per i tipi di Lorenzo
Torrentino - Firenze 1550

di Giorgio Vasari

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PIERO DI COSIMO

 

Pittore Fiorentino

 

Chi pensasse a' pericoli de' virtuosi et a gli incomodi che e' sopportano ne la vita, si starebbe per avventura assai bene lontano da la virtú. Considerando massimamente che, se bene ella fa di bellissimi ingegni, ella ne fa ancora de' tanto astratti e difformi da gli altri, che fuggendo la pratica de gli uomini, cercano solamente la solitudine. Il che faccendo a comodo loro, incorrono in maggiore incommodo de la vita, e lasciandosi manomettere da la nebbia de la dappocaggine, mostrano a' popoli fare ciò che e' fanno, per lo amore che e' portano a la filosofia anzi piú tosto furfanteria, che tale è veramente questa loro. E certamente non è che il bene et il buono non li piaccia, e che avendone non l'usassero, ma faccendo de la necessità virtú, non vogliono che altri vada ne le stanze loro, per non vedere le loro meschinità ricoperte da bizzarria o da altro spirito filosofico. Et hanno questi il core tanto amaro nel vedere l'azzioni d'altri studiosi et eccellenti, considerando il monte d'altri esser maggior del loro, che sotto spezie di dolcezza danno morsi terribili, i quali le piú volte tornano in danno loro, sí come la stessa vita fantastica gli conduce a fini miserabili; come apertamente poté vedersi in tutte le azzioni di Piero di Cosimo. Il quale a la virtú che egli ebbe, se fusse stato piú domestico et amorevole verso gli amici, il fine de la sua vecchiezza non sarebbe stato | meschino; e le fatiche durate da lui ne la giovanezza gli sarebbono state alimento fino a la morte, dove non facendo servigio ad alcuno, non poté essere mentre che visse aiutato da nessuno.

Ma venendo piú al particulare, dico che mentre che Cosimo Rosselli lavorava in Fiorenza, gli fu raccomandato un giovanetto per dovere imparar l'arte della pittura, di età di anni XII, il cui nome fu Piero; il quale aveva da natura uno spirito molto elevato, et era molto stratto e vario di fantasia, dagli altri giovani che stavono con Cosimo per imparare la medesima arte. Costui era qualche volta tanto intento a quello che faceva, che ragionando di qualche cosa, come suole avenire, nel fine del ragionamento bisognava rifarsi da capo a ricontargnene, essendo ito col cervello ad un'altra sua fantasia. Era costui tanto amico de la solitudine, che non aveva piacere se non quando pensoso da sé solo poteva andarsene fantasticando e fare i suoi castelli in aria. Volevagli un ben grande Cosimo suo maestro, per che se ne serviva talmente ne le opere sue, che spesso spesso gli faceva condurre molte cose che erano d'importanza, conoscendo che Piero aveva e piú bella maniera e miglior giudizio di lui. Per questo lo menò egli seco a Roma, quando vi fu chiamato da Papa Sisto per far le storie de la cappella, in una de le quali Piero fece un paese bellissimo, come si disse nella vita di Cosimo.

Fece et in Fiorenza molti quadri a piú cittadini, sparsi per le lor case, che ne ho visti de' molto buoni, e cosí diverse cose a molte altre persone; e ne la chiesa di Santo Spirito di Fiorenza lavorò alla cappella di Gino Capponi una tavola, che vi è dentro una Visitazione di Nostra Donna, con San Nicolao et un Santo Antonio che legge con un par d'occhiali al naso, che è molto pronto. Quivi contraffece un libro di carta pecora un po' vec|chio, che par vero, e cosí certe palle a quel San Niccolò con certi lustri ribattendo i barlumi et i riflessi l'una nella altra, che si conosceva infino allora la stranezza del suo cervello et il cercare che e' faceva de le cose difficili. E bene lo dimostrò meglio dopo la morte di Cosimo, che egli del continuo stava rinchiuso e non si lasciava veder lavorare, e teneva una vita da uomo piú tosto bestiale che umano. Non voleva che le stanze si spazzassino, voleva mangiare allora che la fame veniva, e non voleva che si zappasse o potasse i frutti dello orto, anzi lasciava crescere le viti et andare i tralci per terra, et i fichi non si potavon mai, né gli altri alberi, anzi si contentava veder salvatico ogni cosa, come la sua natura, allegando che le cose d'essa natura bisogna lassarle custodire a lei, senza farvi altro. Recavasi spesso a veder o animali o erbe o qualche cosa, che la natura fa per istranezza et a·ccaso di molte volte; e ne aveva un contento e una satisfazione che lo furava tutto a se stesso. E replicavalo ne' suoi ragionamenti tante volte, che veniva talvolta, ancor che e' se n'avesse piacere, a fastidio. Fermavasi talora a considerare un muro dove lungamente fusse stato sputato da persone malate, e ne cavava le battaglie de' cavagli e le piú fantastiche città e piú gran paesi che si vedesse mai; simil faceva de i nuvoli de la aria. Diede opera al colorire a olio, avendo visto certe cose di Lionardo fumeggiate, e finite con quella diligenzia estrema, che soleva Lionardo quando e' voleva mostrar l'arte, e cosí Piero piacendoli quel modo cercava imitarlo, quantunque egli fusse poi molto lontano da Lionardo e da l'altre maniere assai stravagante. Perché bene si può dire che e' la mutasse quasi acciò che e' faceva. E se Piero non fusse stato tanto astratto, et avesse tenuto piú conto di sé nella vita, che egli non fece, arebbe | fatto conoscere il grande ingegno che egli aveva, di maniera che sarebbe stato adorato, dove egli per la bestialità sua fu piú tosto tenuto pazzo, ancora che egli non facesse male se non a sé solo nella fine, e benefizio et utile con le opere a la arte sua. Per la qual cosa doverrebbe sempre ogni buono ingegno et ogni eccellente artefice ammaestrato da questi esempli aver gli occhi alla fine.

Fu allogato a Piero una tavola a la cappella de' Tedaldi nella chiesa de' frati de' Servi, dove eglino tengono la veste et il guanciale di Filippo lor frate, nella quale finse la Nostra Donna ritta, che è rilevata da terra in un dado e con un libro in mano, senza il Figliuolo, che alza la testa al cielo, e sopra quella è lo Spirito Santo che la illumina. Né ha voluto che altro lume che quello che fa la colomba, lumeggi e lei e le figure che le sono intorno, come una Santa Margherita et una Santa Caterina che la adorano ginocchioni, e ritti son a riguardarla San Pietro e San Giovanni Evangelista, insieme con San Filippo frate de' Servi e Santo Antonino arcivescovo di Firenze. Oltra che vi fece un paese bizzarro, e per gli alberi strani e per alcune grotte, e per il vero ci sono parti bellissime, come certe teste che mostrano e disegno e grazia, oltra il colorito molto continovato. E certamente che Piero possedeva grandemente il colorire a olio. Fecevi la predella con alcune storiette piccole, molto ben fatte; et infra l'altre ve n'è una, quando Santa Margherita esce de 'l ventre del serpente, che per aver fatto quello animale e contraffatto e brutto, non penso che in quel genere si possa veder meglio, mostrando il veleno per gli occhi, il fuoco e la morte, in uno aspetto veramente pauroso. E certamente che simil cose non credo che nessuno le facesse meglio di lui né le imaginasse a gran pezzo, come ne può render | testimonio un mostro marino, che egli fece e donò al Magnifico Giuliano de' Medici, che per la deformità sua è tanto stravagante, bizzarro e fantastico, che pare impossibile che la natura usasse e tanta deformità e tanta stranezza nelle cose sue. Questo monstro è oggi ne la guardarobba del duca Cosimo de' Medici, cosí come egli è appresso di S<ua> E<ccellenzia> pur di mano di Piero un libro d'animali de la medesima sorte, bellissimi e bizzarri, tratteggiati di penna diligentissimamente e con una pazienza inestimabile condotti. Il quale libro gli fu donato da M<esser> Cosimo Bartoli proposto di San Giovanni mio amicissimo e di tutti i nostri artefici, come quello che sempre si è dilettato et ancora si diletta di tale mestiero.

Fece parimente in casa di Francesco del Pugliese intorno a una camera diverse storie di figure piccole, né si può esprimere la diversità de le cose fantastiche che egli in tutte quelle si dilettò dipignere, e di casamenti e d'animali e di abiti e strumenti diversi, et altre fantasie che gli sovennono, per essere storie di favole, come un quadro di Marte e Venere con i suoi amori e Vulcano, fatto con una grande arte e con una pazienza incredibile. Dipinse Piero per Filippo Strozzi Vecchio, un quadro di figure piccole, quando Perseo libera Andromeda da 'l monstro, che v'è dentro certe cose assai belle. Il quale è oggi in camera di Lorenzo suo figliuolo.

Era molto amico di Piero lo Spedalingo de li Innocenti, e volendo far fare una tavola che andava all'entrata di chiesa a man manca, la allogò a Piero, il quale con suo agio la condusse al fine, ma prima fece disperare lo Spedalingo; che non ci fu mai ordine che la vedesse se non finita, e quanto ciò gli paresse strano, e per l'amicizia e per il sovvenillo tutto il dí di danari e non vedere quel che si faceva, egli stesso lo dimo|strò, che all'ultima paga non gliele voleva dare se non vedeva l'opera. Ma minacciato da Piero che guasterebbe quel che aveva fatto, fu forzato dargli il resto, e con maggior collora che prima aver pazienza che la mettesse su, et in questa sono veramente assai cose buone.

Prese a fare per una cappella una tavola ne la chiesa di San Piero Gattolini, e vi fece una Nostra Donna a sedere con quatro figure intorno e due angeli in aria che la incoronano. Opera condotta con tanta diligenzia, che n'acquistò lode et onore. Fece una tavoletta de la Concezzione nel tramezzo de la chiesa di S. Francesco da Fiesole, la quale è assai buona cosetta, sendo le figure non molto grandi. Lavorò per Giovan Vespucci, che stava dirimpetto a San Michele della via de' Servi, dove è oggi di Pier Salviati alcune storie baccanarie che sono intorno a una camera, nelle quali fece sí stran' fauni, satiri e silvani e putti e baccanti, che è una maraviglia a vedere la diversità de' zaini e delle vesti e la varietà delle cere caprine, con una grazia et imitazione verissima. Èvvi in una storia Sileno a cavallo su uno asino con molti fanciulli, chi lo regge e chi gli dà bere, e si vede una letizia al vivo fatta con grande ingegno. E nel vero si conosce in quel che si vede di suo, uno spirito molto vario et astrattato da gli altri, et una certa sottilità nello investigare certe sottigliezze della natura, che penetrano, senza guardare a tempo o fatiche, solo per suo diletto e per il piacere della arte; e non poteva già essere altrimenti, perché innamorato di lei, non curava de' suoi comodi, e si riduceva a mangiar continuamente ova sode, che per rispiarmare il fuoco, le coceva quando faceva bollir la colla; e non sei o otto per volta, ma una cinquantina, tenendole in una sporta, che consumava a poco a poco. Nella quale vita cosí strattamente godeva, che l'altre a·ppet|to alla sua gli parevano servitú. Aveva a noia il piagner de' putti, il tossir de gli uomini, il suono delle campane, il cantar de' frati; e quando diluviava il cielo d'acqua, aveva piacere di veder rovinarla a piombo da' tetti e stritolarsi per terra. Aveva paura grandissima de le saette, e quando e' tonava straordinariamente, si inviluppava nel mantello e, serrato le finestre e l'uscio della camera, si recava in un cantone finché passasse la furia.

Nel suo ragionamento era tanto diverso e vario, che qualche volta diceva sí belle cose che faceva crepar delle risa altrui. Ma per la vecchiezza vicino già ad anni 80, era fatto sí strano e fantastico, che non si poteva piú seco. Non voleva che i garzoni gli stessino intorno, di maniera che ogni aiuto per la sua bestialità gli era venuto meno. Venivagli voglia di lavorare, e per il parletico non poteva. Et entrava in una collora, che voleva sgarare le mani che stessino ferme, e mentre che e' borbotava, o gli cadeva la mazza da poggiare o veramente i pennelli, che era una compassione. Adiravasi con le mosche, e gli dava noia infino a l'ombra; e cosí ammalatosi di vecchiaia, e visitato pure da qualche amico, era pregato che dovesse acconciarsi con Dio: ma non li pareva avere a morire, e tratteneva altrui d'oggi in domane; non che e' non fussi buono, e' non avessi fede, ché era zelantissimo, ancor che nella vita fusse bestiale. Ragionava qualche volta de' tormenti che per i mali fanno distruggere i corpi e quanto stento patisce chi consumando gli spiriti a poco a poco si muore, il che è una gran miseria. Diceva male de' medici, degli speziali e di coloro che guardano gli ammalati e che gli fanno morire di fame; oltra i tormenti de gli sciloppi, medicine, cristeri et altri martorii, come il non essere lasciato dormire quando tu hai sonno, il fare testamento, il veder piagne|re i parenti e lo stare in camera al buio, e lodava la giustizia, che era cosí bella cosa l'andare a la morte; e che si vedeva tanta aria e tanto popolo; che tu eri confortato con i confetti e con le buone parole; avevi il prete et il popolo che pregava per te; e che andavi con gli angeli in Paradiso; che aveva una gran sorte chi n'usciva a un tratto. E faceva discorsi e tirava le cose a' piú strani sensi che si potesse udire. Laonde per sí strane sue fantasie vivendo stranamente si condusse a tale, che una mattina fu trovato morto appiè d'una scala, l'anno MDXXI. Et in San Pier Maggiore gli fu dato sepoltura; né è mancato poi chi per le sue azzioni gli abbi fatto memoria di epitaffi, che metto solamento questo:

 

PIERO DI COSIMO PITTOR F<IORENTINO>

 

S'IO STRANO, E STRANE FVR LE MIE FIGVRE,

DIEDI IN TALE STRANEZZA E GRAZIA ET ARTE;

E CHI STRANA IL DISEGNO A PARTE A PARTE

DÀ MOTO, FORZA E SPIRTO ALLE PITTVRE.

 

Molti furono i discepoli di costui, e tali che non accade farne menzione, se non di Andrea del Sarto, il quale per il vero fu piú raro e piú eccellente di Piero, come dimostrano l'opere sue. E di costui al suo luogo faremo la Vita. |

PIERO DI COSIMO

 

Pittore Fiorentino

 

Chi pensasse a' pericoli de' virtuosi et a gli incomodi che e' sopportano ne la vita, si starebbe per avventura assai bene lontano da la virtú. Considerando massimamente che, se bene ella fa di bellissimi ingegni, ella ne fa ancora de' tanto astratti e difformi da gli altri, che fuggendo la pratica de gli uomini, cercano solamente la solitudine. Il che faccendo a comodo loro, incorrono in maggiore incommodo de la vita, e lasciandosi manomettere da la nebbia de la dappocaggine, mostrano a' popoli fare ciò che e' fanno, per lo amore che e' portano a la filosofia anzi piú tosto furfanteria, che tale è veramente questa loro. E certamente non è che il bene et il buono non li piaccia, e che avendone non l'usassero, ma faccendo de la necessità virtú, non vogliono che altri vada ne le stanze loro, per non vedere le loro meschinità ricoperte da bizzarria o da altro spirito filosofico. Et hanno questi il core tanto amaro nel vedere l'azzioni d'altri studiosi et eccellenti, considerando il monte d'altri esser maggior del loro, che sotto spezie di dolcezza danno morsi terribili, i quali le piú volte tornano in danno loro, sí come la stessa vita fantastica gli conduce a fini miserabili; come apertamente poté vedersi in tutte le azzioni di Piero di Cosimo. Il quale a la virtú che egli ebbe, se fusse stato piú domestico et amorevole verso gli amici, il fine de la sua vecchiezza non sarebbe stato | meschino; e le fatiche durate da lui ne la giovanezza gli sarebbono state alimento fino a la morte, dove non facendo servigio ad alcuno, non poté essere mentre che visse aiutato da nessuno.

Ma venendo piú al particulare, dico che mentre che Cosimo Rosselli lavorava in Fiorenza, gli fu raccomandato un giovanetto per dovere imparar l'arte della pittura, di età di anni XII, il cui nome fu Piero; il quale aveva da natura uno spirito molto elevato, et era molto stratto e vario di fantasia, dagli altri giovani che stavono con Cosimo per imparare la medesima arte. Costui era qualche volta tanto intento a quello che faceva, che ragionando di qualche cosa, come suole avenire, nel fine del ragionamento bisognava rifarsi da capo a ricontargnene, essendo ito col cervello ad un'altra sua fantasia. Era costui tanto amico de la solitudine, che non aveva piacere se non quando pensoso da sé solo poteva andarsene fantasticando e fare i suoi castelli in aria. Volevagli un ben grande Cosimo suo maestro, per che se ne serviva talmente ne le opere sue, che spesso spesso gli faceva condurre molte cose che erano d'importanza, conoscendo che Piero aveva e piú bella maniera e miglior giudizio di lui. Per questo lo menò egli seco a Roma, quando vi fu chiamato da Papa Sisto per far le storie de la cappella, in una de le quali Piero fece un paese bellissimo, come si disse nella vita di Cosimo.

Fece et in Fiorenza molti quadri a piú cittadini, sparsi per le lor case, che ne ho visti de' molto buoni, e cosí diverse cose a molte altre persone; e ne la chiesa di Santo Spirito di Fiorenza lavorò alla cappella di Gino Capponi una tavola, che vi è dentro una Visitazione di Nostra Donna, con San Nicolao et un Santo Antonio che legge con un par d'occhiali al naso, che è molto pronto. Quivi contraffece un libro di carta pecora un po' vec|chio, che par vero, e cosí certe palle a quel San Niccolò con certi lustri ribattendo i barlumi et i riflessi l'una nella altra, che si conosceva infino allora la stranezza del suo cervello et il cercare che e' faceva de le cose difficili. E bene lo dimostrò meglio dopo la morte di Cosimo, che egli del continuo stava rinchiuso e non si lasciava veder lavorare, e teneva una vita da uomo piú tosto bestiale che umano. Non voleva che le stanze si spazzassino, voleva mangiare allora che la fame veniva, e non voleva che si zappasse o potasse i frutti dello orto, anzi lasciava crescere le viti et andare i tralci per terra, et i fichi non si potavon mai, né gli altri alberi, anzi si contentava veder salvatico ogni cosa, come la sua natura, allegando che le cose d'essa natura bisogna lassarle custodire a lei, senza farvi altro. Recavasi spesso a veder o animali o erbe o qualche cosa, che la natura fa per istranezza et a·ccaso di molte volte; e ne aveva un contento e una satisfazione che lo furava tutto a se stesso. E replicavalo ne' suoi ragionamenti tante volte, che veniva talvolta, ancor che e' se n'avesse piacere, a fastidio. Fermavasi talora a considerare un muro dove lungamente fusse stato sputato da persone malate, e ne cavava le battaglie de' cavagli e le piú fantastiche città e piú gran paesi che si vedesse mai; simil faceva de i nuvoli de la aria. Diede opera al colorire a olio, avendo visto certe cose di Lionardo fumeggiate, e finite con quella diligenzia estrema, che soleva Lionardo quando e' voleva mostrar l'arte, e cosí Piero piacendoli quel modo cercava imitarlo, quantunque egli fusse poi molto lontano da Lionardo e da l'altre maniere assai stravagante. Perché bene si può dire che e' la mutasse quasi acciò che e' faceva. E se Piero non fusse stato tanto astratto, et avesse tenuto piú conto di sé nella vita, che egli non fece, arebbe | fatto conoscere il grande ingegno che egli aveva, di maniera che sarebbe stato adorato, dove egli per la bestialità sua fu piú tosto tenuto pazzo, ancora che egli non facesse male se non a sé solo nella fine, e benefizio et utile con le opere a la arte sua. Per la qual cosa doverrebbe sempre ogni buono ingegno et ogni eccellente artefice ammaestrato da questi esempli aver gli occhi alla fine.

Fu allogato a Piero una tavola a la cappella de' Tedaldi nella chiesa de' frati de' Servi, dove eglino tengono la veste et il guanciale di Filippo lor frate, nella quale finse la Nostra Donna ritta, che è rilevata da terra in un dado e con un libro in mano, senza il Figliuolo, che alza la testa al cielo, e sopra quella è lo Spirito Santo che la illumina. Né ha voluto che altro lume che quello che fa la colomba, lumeggi e lei e le figure che le sono intorno, come una Santa Margherita et una Santa Caterina che la adorano ginocchioni, e ritti son a riguardarla San Pietro e San Giovanni Evangelista, insieme con San Filippo frate de' Servi e Santo Antonino arcivescovo di Firenze. Oltra che vi fece un paese bizzarro, e per gli alberi strani e per alcune grotte, e per il vero ci sono parti bellissime, come certe teste che mostrano e disegno e grazia, oltra il colorito molto continovato. E certamente che Piero possedeva grandemente il colorire a olio. Fecevi la predella con alcune storiette piccole, molto ben fatte; et infra l'altre ve n'è una, quando Santa Margherita esce de 'l ventre del serpente, che per aver fatto quello animale e contraffatto e brutto, non penso che in quel genere si possa veder meglio, mostrando il veleno per gli occhi, il fuoco e la morte, in uno aspetto veramente pauroso. E certamente che simil cose non credo che nessuno le facesse meglio di lui né le imaginasse a gran pezzo, come ne può render | testimonio un mostro marino, che egli fece e donò al Magnifico Giuliano de' Medici, che per la deformità sua è tanto stravagante, bizzarro e fantastico, che pare impossibile che la natura usasse e tanta deformità e tanta stranezza nelle cose sue. Questo monstro è oggi ne la guardarobba del duca Cosimo de' Medici, cosí come egli è appresso di S<ua> E<ccellenzia> pur di mano di Piero un libro d'animali de la medesima sorte, bellissimi e bizzarri, tratteggiati di penna diligentissimamente e con una pazienza inestimabile condotti. Il quale libro gli fu donato da M<esser> Cosimo Bartoli proposto di San Giovanni mio amicissimo e di tutti i nostri artefici, come quello che sempre si è dilettato et ancora si diletta di tale mestiero.

Fece parimente in casa di Francesco del Pugliese intorno a una camera diverse storie di figure piccole, né si può esprimere la diversità de le cose fantastiche che egli in tutte quelle si dilettò dipignere, e di casamenti e d'animali e di abiti e strumenti diversi, et altre fantasie che gli sovennono, per essere storie di favole, come un quadro di Marte e Venere con i suoi amori e Vulcano, fatto con una grande arte e con una pazienza incredibile. Dipinse Piero per Filippo Strozzi Vecchio, un quadro di figure piccole, quando Perseo libera Andromeda da 'l monstro, che v'è dentro certe cose assai belle. Il quale è oggi in camera di Lorenzo suo figliuolo.

Era molto amico di Piero lo Spedalingo de li Innocenti, e volendo far fare una tavola che andava all'entrata di chiesa a man manca, la allogò a Piero, il quale con suo agio la condusse al fine, ma prima fece disperare lo Spedalingo; che non ci fu mai ordine che la vedesse se non finita, e quanto ciò gli paresse strano, e per l'amicizia e per il sovvenillo tutto il dí di danari e non vedere quel che si faceva, egli stesso lo dimo|strò, che all'ultima paga non gliele voleva dare se non vedeva l'opera. Ma minacciato da Piero che guasterebbe quel che aveva fatto, fu forzato dargli il resto, e con maggior collora che prima aver pazienza che la mettesse su, et in questa sono veramente assai cose buone.

Prese a fare per una cappella una tavola ne la chiesa di San Piero Gattolini, e vi fece una Nostra Donna a sedere con quatro figure intorno e due angeli in aria che la incoronano. Opera condotta con tanta diligenzia, che n'acquistò lode et onore. Fece una tavoletta de la Concezzione nel tramezzo de la chiesa di S. Francesco da Fiesole, la quale è assai buona cosetta, sendo le figure non molto grandi. Lavorò per Giovan Vespucci, che stava dirimpetto a San Michele della via de' Servi, dove è oggi di Pier Salviati alcune storie baccanarie che sono intorno a una camera, nelle quali fece sí stran' fauni, satiri e silvani e putti e baccanti, che è una maraviglia a vedere la diversità de' zaini e delle vesti e la varietà delle cere caprine, con una grazia et imitazione verissima. Èvvi in una storia Sileno a cavallo su uno asino con molti fanciulli, chi lo regge e chi gli dà bere, e si vede una letizia al vivo fatta con grande ingegno. E nel vero si conosce in quel che si vede di suo, uno spirito molto vario et astrattato da gli altri, et una certa sottilità nello investigare certe sottigliezze della natura, che penetrano, senza guardare a tempo o fatiche, solo per suo diletto e per il piacere della arte; e non poteva già essere altrimenti, perché innamorato di lei, non curava de' suoi comodi, e si riduceva a mangiar continuamente ova sode, che per rispiarmare il fuoco, le coceva quando faceva bollir la colla; e non sei o otto per volta, ma una cinquantina, tenendole in una sporta, che consumava a poco a poco. Nella quale vita cosí strattamente godeva, che l'altre a·ppet|to alla sua gli parevano servitú. Aveva a noia il piagner de' putti, il tossir de gli uomini, il suono delle campane, il cantar de' frati; e quando diluviava il cielo d'acqua, aveva piacere di veder rovinarla a piombo da' tetti e stritolarsi per terra. Aveva paura grandissima de le saette, e quando e' tonava straordinariamente, si inviluppava nel mantello e, serrato le finestre e l'uscio della camera, si recava in un cantone finché passasse la furia.

Nel suo ragionamento era tanto diverso e vario, che qualche volta diceva sí belle cose che faceva crepar delle risa altrui. Ma per la vecchiezza vicino già ad anni 80, era fatto sí strano e fantastico, che non si poteva piú seco. Non voleva che i garzoni gli stessino intorno, di maniera che ogni aiuto per la sua bestialità gli era venuto meno. Venivagli voglia di lavorare, e per il parletico non poteva. Et entrava in una collora, che voleva sgarare le mani che stessino ferme, e mentre che e' borbotava, o gli cadeva la mazza da poggiare o veramente i pennelli, che era una compassione. Adiravasi con le mosche, e gli dava noia infino a l'ombra; e cosí ammalatosi di vecchiaia, e visitato pure da qualche amico, era pregato che dovesse acconciarsi con Dio: ma non li pareva avere a morire, e tratteneva altrui d'oggi in domane; non che e' non fussi buono, e' non avessi fede, ché era zelantissimo, ancor che nella vita fusse bestiale. Ragionava qualche volta de' tormenti che per i mali fanno distruggere i corpi e quanto stento patisce chi consumando gli spiriti a poco a poco si muore, il che è una gran miseria. Diceva male de' medici, degli speziali e di coloro che guardano gli ammalati e che gli fanno morire di fame; oltra i tormenti de gli sciloppi, medicine, cristeri et altri martorii, come il non essere lasciato dormire quando tu hai sonno, il fare testamento, il veder piagne|re i parenti e lo stare in camera al buio, e lodava la giustizia, che era cosí bella cosa l'andare a la morte; e che si vedeva tanta aria e tanto popolo; che tu eri confortato con i confetti e con le buone parole; avevi il prete et il popolo che pregava per te; e che andavi con gli angeli in Paradiso; che aveva una gran sorte chi n'usciva a un tratto. E faceva discorsi e tirava le cose a' piú strani sensi che si potesse udire. Laonde per sí strane sue fantasie vivendo stranamente si condusse a tale, che una mattina fu trovato morto appiè d'una scala, l'anno MDXXI. Et in San Pier Maggiore gli fu dato sepoltura; né è mancato poi chi per le sue azzioni gli abbi fatto memoria di epitaffi, che metto solamento questo:

 

PIERO DI COSIMO PITTOR F<IORENTINO>

 

S'IO STRANO, E STRANE FVR LE MIE FIGVRE,

DIEDI IN TALE STRANEZZA E GRAZIA ET ARTE;

E CHI STRANA IL DISEGNO A PARTE A PARTE

DÀ MOTO, FORZA E SPIRTO ALLE PITTVRE.

 

Molti furono i discepoli di costui, e tali che non accade farne menzione, se non di Andrea del Sarto, il quale per il vero fu piú raro e piú eccellente di Piero, come dimostrano l'opere sue. E di costui al suo luogo faremo la Vita. |


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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento: 13/07/2005 22.26

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