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LE VITE DE' PIÚ ECCELLENTI ARCHITETTI, PITTORI, ET SCULTORI ITALIANI, DA CIMABUE INSINO A' TEMPI NOSTRI
Nell'edizione per i tipi di Lorenzo
Torrentino - Firenze 1550

di Giorgio Vasari

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PAULO UCCELLO

 

Pittor Fioren<tino>

 

Rare volte nasce uno ingegno bello che nelle invenzioni delle opere sue stranamente non sia bizzarro e capriccioso, e molto di rado fa la natura persona alcuna affaticante l'anima con lo intelletto, che ella per contrappeso non vi accompagni la ritrosia. Anzi, tanto può in questi sí fatti la solitudine e 'l poco dilettarsi di servire altrui e fare piaceri nell'opre loro, che spesso la povertà li tiene di maniera impediti, che non possono se ben vogliono alzarsi da terra. E pare loro che l'affaticarsi di continuo, e sempre la notte per gli scrittoi disegnare, sia la buona via e la vera virtú. Né s'accorgono che l'ingegno vuole essere affaticato quando la volontà pregna d'amore nella voglia del fare esprime certe cose divine, e non quando stanca et affaticata sterilissime e secche cose viene generando, con sommo suo dolore e con fastidio di chi la sforza. Questo manifestamente si vide in Paulo Uccello, eccellente pittor fiorentino, il quale perché era dotato di sofistico ingegno, si dilettò sempre di investigare faticose e strane opere nell'arte della prospettiva; e dentro tanto tempo vi consumò, che se nelle figure avesse fatto il medesimo, ancora che molto buone le facesse, piú raro e piú mirabile sarebbe divenuto. Ove altrimenti faccendo, se la passò in ghiribizzi mentre che visse e fu non manco povero che famoso. Per il che Donato che lo conobbe spesso gli diceva, essendo suo caro e domestico amico: “Eh, Paulo, cotesta tua prospettiva ti fa | lasciare il certo per l'incerto”. E questo avveniva perché Paulo ogni giorno mostrava a Donato mazzocchi a facce tirati in prospettiva, e di quegli a punte di diamanti con somma diligenza e bizzarre vedute per essi. Conduceva bruccioli in su i bastoni, che scortassero, perché si vedessi il di drento e 'l di fuori e le grossezze di quelli, e palle a settantadue facce molto difficili. Lavorava nientedimeno ancora di pittura. E le prime figure sue furono nello spedale di Lelmo in Fiorenza infra le donne un Santo Antonio et un San Cosimo e Damiano in fresco; et in Annalena, monistero di donne, due figure. Et in Santa Trinita, sopra la porta sinistra dentro alla chiesa, alcune storie di San Francesco. Lavorò ancora in Santa Maria Maggiore, in una cappella allato alla porta del fianco che va a San Giovanni, dove è la tavola e la predella di Masaccio, una Annunziata, nella qual figura volse mostrare alcune colonne che scortano per via di prospettiva, le quali rompono il canto vivo della volta, et in essa i quattro Evangelisti, cosa tenuta bella e difficile. Perché Paulo in quella professione fu stimato ingenioso e valente. Lavorò in San Miniato in Monte fuor di Fiorenza un chiostro, di verde terra e parte colorito con la vita de' Santi Padri; et in quegli non osservò molta unione di far d'un solo colore, come si debbono fare le storie, delle quali fece i campi azzurri, le città di color rosso, e gli edifici mescolò secondo che gli parve, perché le cose che si contrafanno di pietra non possono né debbono essere tinte d'altro colore. Dicesi che, mentre Paulo lavorava questa opra, uno abbate ch'era allora in quel luogo gli faceva mangiar molto formaggio. Per il che essendogli venuto a noia, deliberò Paulo, come timido ch'egli era, di non venire a l'opera per lavorarci piú. Laonde, fatto cercare dallo abbate, quando sen|tiva domandarsi da' frati, non voleva mai essere in casa; e se per avventura alcune coppie di quello ordine scontrava per Fiorenza, si dava a correre quanto piú poteva da essi fuggendo. Per il che due di loro piú curiosi e piú giovani di lui, lo raggiunsero un giorno e gli domandarono per qual cagione egli non tornava a finire l'opra a 'l monistero e perché, veggendo frati, si fuggisse da quegli; Paulo rispose loro: “Voi m'avete ruinato, che non solo fuggo da voi, ma non posso ancora praticare né passare dove siano legnaiuoli; e di tutto è stato cagione la poca discrezione dello abate vostro il quale, fra torte e minestre, mi ha fatto mettere in corpo tanto formaggio, che io ho paura grandissima, essendo già tutto cacio, di non esser messo in opra per mastice. E se piú oltre continuassi, non sarei piú forse Paulo, ma Cacio”. I frati si partirono da lui con risa grandissime, e conferito ogni cosa allo abate, per farlo tornare a 'l lavoro, gli ordinarono altra vita che di formaggio.

Dipinse nel Carmine alla cappella di San Girolamo, il dossale del San Cosimo e Damiano, et in casa de' Medici su le tele alcune bellissime istorie di cavagli e di altri animali. Poi gli fu fatto allogazione, nel chiostro di Santa Maria Novella, d'alcune storie; le prime delle quali, quando s'entra di chiesa nel chiostro, sono la Creazion de gli animali, con vario et infinito numero di quegli, acquatici e terrestri e volatili; dove egli, che era capricciosissimo e si dilettava grandemente di far bene gli animali, mostrò in certi lioni che si voglion mordere, quanto sia di superbo in quelli, et in alcuni cervi e danii, la velocità et il timore; oltra che vivi sono gli uccelli et i pesci con le squame vivissimi. Fece la Creazione dell'uomo e della femmina, e 'l peccato loro, opera con bella maniera affaticata e | ben condotta. Et in questa opera si dilettò far gli alberi di colore, i quali allora non era costume di fare molto bene; cosí ne' paesi egli fu 'l primo che guadagnasse nome fra i vecchi moderni di lavorare, e quegli ben condurre. Sotto queste due storie di mano d'altri, piú basso, vi fece il Diluvio con l'arca di Noè, nel quale con tanta fatica e con tant'arte e diligenza lavorò i morti, la tempesta, il furore de' venti, i lampi delle saette, il troncar de gli alberi e la paura de gli uomini, et in iscorti le figure in prospettiva, come una morta che il corbo le cava gli occhi, et un putto annegato, che per avere il corpo pieno d'acqua, fa di quello uno arco grandissimo. Dimostrovvi ancora varii effetti, come il poco timore de l'acqua in due che a cavallo combattono, e la somma paura del morire in una femmina et in un maschio che sono a cavallo in su una bufola, la quale per le parti di dietro empiendosi di acqua, fa disperare in tutto coloro di poter salvarsi piú oltre. Opera tutta di bontà e d'eccellenza infinita che gli acquistò grandissima fama. Diminuí le figure ancora per via di linee in prospettiva, e fece mazzocchi et altre cose in tale opra certo bellissime. Sotto questa storia dipinse ancora la Inebriazione di Noè co 'l dispregio di Cam suo figliuolo, e con la pietà di Sem e di Iafet che lo ricuoprono, mostrando esso le sue vergogne. Quivi fece egli in prospettiva una botte che gira per ogni lato, cosa tenuta molto bella, fece il sacrificio con l'arca aperta et infiniti animali; e tanta morbidezza donò a questa opera, la quale senza comparazione fu superiore a tutte l'altre sue, che ne' suoi tempi ebbe grandissimo grido, e ne' nostri parimente lode grandissima. Fece in Santa Maria del Fiore, per la memoria di Giovanni Aucuto inglese, capitano de' Fiorentini, un cavallo di terra verde tenuto bellissimo, di grandezza | straordinaria, dove mise il suo nome di lettere grandissime: pavli vcelli opvs.

Lavorò nel chiostro dell'orto de gli Angeli, e molte prospettive e quadri nelle case de' cittadini si veggono di suo, tra' quali ne sono quattro con istorie di chiaro scuro assai grandi, dentrovi molte figure, cavagli, animali e paesi, oggi nello orto de' Bartolini. Avvenga che lo averle voluto raccendere di colori che erano mezzi spenti, abbia piú tosto nociuto loro che giovato. Dicesi che gli fu allogato sopra la porta di San Tommaso di Mercato Vecchio un San Tommaso, che a Cristo cerca la piaga; e quivi ogni suo studio mise in fare opra che per ultima desse fine alla sua vecchiaia. Et in questo termine usò dire che voleva mostrar allora tutto quello che valeva e sapeva. E cosí fece fare una serrata di tavole, che nessuno potesse vedere l'opera sua se non quando fosse finita. Laonde un giorno a caso scontrandolo solo Donato, gli disse: “E che opra sia questa tua, che cosí serrata la tieni?” E Paulo gli rispose: “Tu vedrai, basta”. Non lo volse astringere Donato pensando (come era solito) vedere a tempo qualche miracolo. Accadde poi che, essendo una mattina venuto Donato in Mercato per comperare frutte per desinare, vide Paulo che scopriva l'opera sua. Per il che accostatosi a lui e salutatolo cortesemente, fu dimandato da esso, che curiosamente desiderava udirne il giudizio suo, quello che gli paresse di questa pittura. Donato, guardato che ebbe l'opera bene, gli rispose: “Eh Paulo, ora che sarebbe tempo di coprire e tu scuopri”. Allora s'attristò Paulo grandemente, e sentendosi avere di questa ultima sua fatica molto piú biasimo, che e' non aspettava di averne lode, si rinchiuse in casa, non avendo ardire come avvilito uscire piú fuora. Et attese alla prospettiva, la quale | lo tenne povero et intenebrato sino a la morte. Divenuto adunque vecchissimo, e poca contentezza sentendo nella sua vecchiaia, si morí l'anno lxxxiii della sua vita, nel mccccxxxii, e fu sepolto in Santa Maria Novella. Nella morte di costui furono fatti molti epigrammi e latini e vulgari, de' quali mi basta porre solamente questo:

 

ZEVSI E PARRASIO CEDA, E POLIGNOTO,

CH'IO FÉ L'ARTE VNA TACITA NATVRA:

DIEI AFFETTO E FORZA AD OGNI MIA FIGVRA,

VOLO A GLI VCCELLI, A' PESCI IL CORSO E 'L NVOTO.

 

Lasciò di sé una figliuola che sapeva disegnare e la moglie, la quale soleva dire che tutta la notte Paulo stava nello scrittoio per trovare i termini della prospettiva, e mentre ch'ella a dormire lo invitava et egli le diceva: “O che dolce cosa è questa prospettiva!” La quale egli veramente a buono ordine mise in uso, come ancora ne fanno piena fede l'opere sue.


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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento: 13/07/2005 22.39

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