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Senso. Nuove storielle vane
Di: Camillo Boito
 

Santuario

 

1

 

Era l'ultimo giorno dell'anno, un anno pieno di malinconie e di fastidii.

Avevo pagato il conto all'oste dei Tre Turchi, e m'ero acconciato nella carrettella, che doveva condurmi al Santuario: una salita di settecento metri, a dir poco. Il sole cadente picchiettava di ombrette e di scintille il fango della strada, il quale, schizzando a destra e a sinistra, pareva borbottasse pettegolo contro le ruote, che ne disturbavano la quiete molle. Su quella mota nerastra, tormentata a lunghi intervalli dai pesanti carri delle ferriere vicine, si distendevano ampie striscie o s'alzavano grandi cumuli di neve, chiazzata qua e là di brutte macchie di melma e bruna al paragone dei lenzuoli candidi, che coprivano i campi ondeggiati, divisi da fossatelli, e i tetti dei casolari e delle villette sparse sulle alture. Di mano in mano che si andava in su, il fango scompariva per lasciare posto anche sulla strada alla neve, solcata da poche linee profonde; e, un'ora prima di giungere al Santuario, i due cavalli, sbuffando, sudando, tendendo faticosamente i muscoli, cacciando le gambe nella neve fino alle ginocchia, riuscivano a malapena a tirare il legnetto, di cui le ruote si sprofondavano quasi fino all'asse.

La temperatura, ch'era stata assai mite, essendosi fatta freddissima, principiavo a sentirmi i piedi gelati e le mani intirizzite. Battevo i denti quando, verso le sette, al buio, si giunse nel primo cortile dell'ospizio. Le gradinate magnifiche erano scomparse; qualche pezzo di balaustro, le cimase, i vasi barocchi, non si vedeva altro. Le immense ali dell'edificio s'alzavano tetre, e gli archi aperti del vasto atrio, in quella luce notturna della neve, azzurrognola e pallidissima, sembravano l'ingresso d'un cimitero fantastico.

Il vento cacciava sotto all'atrio un pulviscolo ghiacciato, sottile, turbinante, che si faceva strada fra il collo e la pistagna della pelliccia, fra le maniche e i polsi. Un uomo mi venne incontro con la lanterna; e mentre io gli chiedevo del signor rettore dell'ospizio, e lo pregavo di condurmi subito al fuoco, ecco che s'avanza a un tratto fra lui e me una testina bionda di donna: e le sue labbra sorridevano, ma fissò gli occhi ne' miei con uno sguardo così audace e lungo che io rimasi turbato. Quella sfacciataggine non s'accordava coi lineamenti soavi del volto, né coll'abito della bella persona. Aveva il capo chiuso in una specie di cuffia bianca e il vestito di colore azzurro; un grembiule candido le si annodava alla vita sottile e contornava i fianchi e si alzava a coprire la curva del petto, sulla quale scendeva, appesa ad una fettuccia di velluto nero, una croce d'argento. Mentre io guardavo la strana fanciulla dalla testa ai piedi, ella, immobile, impassibile, continuava a fissarmi. In quello sguardo dritto e fiero c'era qualcosa di tanto singolare, ch'io, che già tremavo dal freddo, mi sentii rabbrividire.

Il servo, nel vedere la donna, non si scompose, ma le disse dolcemente: - Signora, piglierà un raffreddore; venga con me - e, pregandomi di aspettarlo due minuti, la accompagnò lungo il lato destro del portico.

Ella lo seguì sommessa, senza voltare il capo. La lanterna che, ad intervalli regolari, spariva per un istante dietro alle colonne delle logge, allontanandosi e diventando sempre più smorta, s'andò a perdere in una vasta ombra, che mi parve quella d'una chiesa. E mi sembrò che dall'ombra cupa uscisse un suono flebile e dolce.

Quando il servo tornò, gli domandai:

- Cantano in chiesa?

- Le Figlie di Gesù pregano la Madonna.

- E pellegrini ce n'è?

- Neanche uno. Con questo tempo! bisognerebbe essere matti.

Volevo chiedergli qualcosa della fanciulla bizzarra, ma mi trattenni. Il buon uomo, zoppicando un poco, mi rischiarava i gradini dello scalone.

 

2

 

La stanza del rettore era un paradisetto. Faceva caldo. Nel camino brillava un gran fuoco, e dinanzi ad esso un uomo lungo e stecchito, una specie di Don Chisciotte prete, si stava scaldando la schiena con le mani dietro. Appena mi vide entrare, innanzi di aprire la lettera ch'io gli presentavo, mi chiese se avessi fame, se avessi freddo, se fossi stanco, se volessi bere; e senz'attendere la risposta, andò alla credenza a cavarne una bottiglia, mi fece sedere nella poltrona accanto al fuoco, e chiamò il servo, ordinandogli di preparare la cena. Bevetti il vermouth, due bicchieri, e il rettore voleva farmi bere il terzo a ogni costo. Lieto come una pasqua, mi pigliava per le mani, mi picchiava famigliarmente sulle ginocchia, sorrideva con un certo ghigno bonario tutto cuore, e diceva:

- Ci ho proprio gusto: mi rincresceva davvero di finire l'anno solo come un eremita. Sia benedetto il cielo: ho trovato un compagno. Pasquale, un'altra brancata di fascine, un altro ceppo ben secco. Bada all'arrosto, che non s'abbrustolisca troppo.

E andava su e giù per la stanza con le sue gambe interminabili, facendo svolazzare la veste; poi si tornava a piantare ritto innanzi al camino, e allora l'ombra oscillante de' suoi stinchi, proiettata dalla fiamma, si distendeva sul pavimento, e il torso si sbatacchiava sulla parete opposta, e il collo e il capo tracciavano la loro forma allungata sul soffitto, sicché la figura nera appariva spezzata in tre lati, e si muoveva ora di qua ora di là, come un pulcinella di legno dislogato da un ragazzo impaziente.

Alla fine il rettore lesse la lettera di presentazione, e gli Oh! e gli Ah! non terminavano più.

- Oh, ah, il figliuolo del mio caro Gigi! È proprio lei? Sa che da trent'anni... che cosa dico? da quarant'anni... sicuro, fu nel... non mi rammento bene... ma in somma sono passati quarant'anni almeno dacché vidi per l'ultima volta il mio buon Gigi. E non sapevo che avesse preso moglie, ed ignoravo che avesse un rampollo così grande e grosso, scusi, come lei. È succeduto quel che succede sempre quando ci si vuol bene davvero: non ci si scrive mai. Ma, lo creda, pensavo sempre all'amico del Liceo e del Ginnasio, e chiedevo a me stesso: Gigi sarà vivo, sarà sano? Egli ignora forse ch'io sono canonico, ed io ignoro... A proposito, a che professione s'è mai dato suo padre? Mi pareva che avesse poca voglia di sgobbare a quei tempi. E dove s'è piantato? A Venezia? Ho sempre avuto un gran prurito di andarci; ma poi, seminario, noviziato, canonicato, rettorato, il diavolo che mi... E lei da qual parte del mondo mi capita qua? Oh! Ah! Vedi bel caso. Bene, benone, arcibenissimo. Pasquale, un'altra brancata di fascine, e la cena presto, e il Grignolino del 1870, intendi bene?

Non pareva una cena da mille metri sul livello del mare, né da Siberia. Si mangiava, si beveva allegramente.

- Pasquale, un'altra bottiglia. Il Barbera del 1860.

- Grazie, ho bevuto abbastanza.

- Via, via, l'ultima sera dell'anno! E per il figliuolo del mio più vecchio amico! E sta bene Gigi? Sarà diventato grasso, mi figuro, e grigio.

 

Porta la barba intiera o il pizzo o i soli baffi o ha la faccia pelata come me? Quarant'anni fa era una buona pelle quando ci si metteva. Una certa servotta, la Santina: aveva le mani e le guance rosse, e i capelli crespi. Una sera... Dio me lo perdoni...

E si turava con le due mani la bocca enorme, e sghignazzava. Il naso lungo e adunco, gli occhi piccoli e biancastri, il mento aguzzo e sporgente, la fronte schiacciata e bassa, tutto era in moto in quel volto, su quel collo interminabile, su quella interminabile persona scarnita; e dimenava le braccia come un mulino a vento.

- Pasquale, Pasquale, una bottiglia di Barolo, di quello che Sua Eminenza bevette l'ultima volta, ma bada di non sbagliare, del più vecchio, c'è scritto l'anno 1850, e non iscuotere la bottiglia, portala adagio adagio come se fosse una reliquia.

- Grazie, non posso, ho bevuto troppo.

- L'ultimo dì dell'anno, mi canzona! E com'è stata ch'è venuto qui a passare l'ultima notte?

- Ero ai Tre Turchi...

Pasquale annunziò una deputazione. La deputazione si componeva di un solo vecchietto bianco e curvo, che, in nome dei cinque o sei sacerdoti, i quali vivono rannicchiati nelle loro camerette dell'ospizio anche gli eterni mesi dell'inverno, era venuto ad augurare il buon anno al signor rettore. Borbottata con impaccio infantile qualche parola, il pretucolo se ne andò via, spaurito del suo gaio e inquietissimo superiore, del forestiero nuovo, e forse degli avanzi della cena sardanapalesca.

- Ero ai Tre Turchi da due giorni per certi affari urgenti di mio padre, un fallimento improvviso; e dovendo partire domani sera...

Pasquale annunziò un'altra deputazione. Entrarono due donne. L'una si avanzò placidamente verso il rettore, che prese un aspetto compunto, abbassando gli occhi e giungendo le mani all'altezza del petto; l'altra rimase all'uscio e mi piantò gli occhi addosso. Era la fanciulla bionda, che avevo vista nell'atrio. A un tratto si staccò dalla soglia, e con tre o quattro passi leggeri e lenti mi venne accanto; e sempre mi guardava fisso, come se volesse frugarmi dentro nell'anima o ricercare un segreto nelle mie viscere profonde. Sentivo sulla mia faccia il suo alito. La sua compagna, che aveva finito il proprio discorsetto, la chiamò due volte, e alla fine, presala dolcemente per un braccio, la condusse fuori. Io restai sopraffatto da un senso arcano, che somigliava alla paura.

Anche il rettore era rimasto un poco sopra pensiero. Ci sedemmo al fuoco. Desideravo sapere qualcosa della ragazza bionda; ma il canonico, rientrato già nel torrente de' suoi ricordi giovanili, non lasciava posto a intromettervi una parola, e s'io tentavo di opporre un intoppo alla sua straripante eloquenza, egli lo spazzava via senza neanche darsene per inteso. A un certo punto, giovandomi astutamente di una pausa, dissi:

- Reverendo, mi cavi una curiosità. Chi è mai quella fanciulla bionda, ch'è venuta dianzi?

Il prete alzò lo sguardo al soffitto.

- Ha certi occhi, che attraggono e che spaventano. È una suora?

- Fece segno di no, e tacque.

- L'ho vista nell'atrio sola, in mezzo alla neve. È qui da un pezzo?

- Da tre settimane. Ci vorrebbe un miracolo, e lo invoco con tutta la forza dell'anima mia.

E cominciò allora a parlare dei miracoli della immagine santa. L'estate scorsa, mentre c'erano al Santuario quattromila persone, un contadino ricuperò la favella, perduta da quindici anni; un falegname paralitico si rizzò in piedi, lesto come un daino; una donna, la quale s'era fratturata una gamba, in due giorni guarì. Dai prodigi contemporanei risalì via via agli antichissimi, e nel discorrerne assumeva una espressione ispirata, tanta era la schietta fede che traluceva da quegli occhi piccini. Ma interruppe la litania per dire:

- Già si sa, ella, caro signor mio, è un poco incredulo. Debolezza dei tempi! Nella mia gioventù anch'io avevo, come il buon Gigi, il cervello storto; ma s'ella rimanesse alcuni mesi su questo monte, in mezzo alle nubi, accanto alla effigie dipinta da san Luca, e fosse testimonio delle effusioni di mille e mille disgraziati, che dalle valli, dai paesi lontani salgono a piedi a invocare l'aiuto del cielo, e vedesse le lagrime e udisse i sospiri, e notasse poi la espressione giuliva dei loro volti; s'ella sapesse le consolazioni, le santificazioni segrete, e come la fede rammollisce il macigno, purifica le lordure, rialza e nobilita l'abbiezione più vile, ella, stupito dai miracoli operati sui cuori, crederebbe agevolmente agli altri materiali ed esterni. Salvare un'anima è cosa mille volte più ardua che racconciare una gamba o ridare il moto ai nervi e ai muscoli di membra intorpidite. Vedesse i voti di cui è piena la chiesa! Se non fosse questo freddo, vorrei condurvela subito.

- Magari!

- Andiamo dunque.

 

3

 

Mi gettai la pelliccia sulle spalle, ed uscii dalla stanza col rettore, il quale correva innanzi svelto, senza neanche aspettare che il servo gli facesse lume. S'andò in fondo alla loggia lunghissima, e poi si scese da una scaletta a chiocciola, rispondente alla sagrestia. Il prete andò a prendere in un angolo un grosso cero, e lo accese alla lanterna di Pasquale. Qua e là nelle cappelle luccicavano i lumini delle lampade. Il tempio era deserto, il silenzio sepolcrale. Innanzi alla immagine del Tabernacolo solenne ardevano due candele; ma la figura non si vedeva affatto, solo scintillavano su di essa le pietre preziose e brillavano gli ori, posti, s'indovinava, in forma di diadema, di pendenti, di monili, di spilloni, di catenelle, di braccialetti, e ammonticchiati alla base. Poiché il rettore ebbe detto, in tre minuti al più, fervorosissimamente, le sue giaculatorie, si principiò in fretta la visita dei voti: quadri grandi, mezzani e piccoli, innumerevoli, nei quali appena si distinguevano al fioco lume le pietose istorie di bimbi malati in cuna, di operai precipitati dal tetto, di viandanti assassinati, di carrozze rovesciate, di case fulminate, di navi naufragate, di terribili massacri in battaglia; cuori d'argento con la loro fiamma; corone, croci, grucce, stampelle; ghirlande e mazzi di fiori artificiali; nastri di seta con frange inargentate; bambole e altri ninnoli da ragazzi: in somma, una farragine di roba, che copriva dall'alto al basso le pareti delle navi e del presbiterio, le facce dei pilastri e i fusti delle colonne.

Il vento, soffiando, scuoteva i vetri delle finestre, e vi schiacciava sopra violentemente i larghi fiocchi di neve; ma nella chiesa si sentiva un tepore grave e umido, con un odore stagnante, nauseabondo d'incenso.

Nell'uscire si passò a lato di un confessionale, dove, ritto, al posto del confessore, stava immerso nell'oscurità un fantasima. Era la fanciulla bionda, immobile come una morta. Il rettore le parlò sottovoce, poi la affidò a Pasquale, che la menò pian piano al fondo del portico, dove l'aveva condotta quando la incontrammo nell'atrio. Il rettore bisbigliava:

- Poveretta, poveretta!

Il momento mi parve buono per tornare alle domande; ma il prete si contentò di rispondere:

- Non fa male a nessuno; gira da sé dappertutto, quieta, trasognata. Non dorme quasi mai. Il medico dice che bisogna lasciarla fare tutto quel che le garba. Dio la protegga!

La tristezza non s'addiceva al corpo, alla faccia, alla voce del reverendo: aveva bisogno di agitare le braccia, di scattare, di ciarlare, di ridere. Quando pigliava un'aria addolorata, il lungo naso mutava contorno, il profilo non era più lo stesso, e, se non fosse stato il corpo a pertica e il collo da struzzo, tali da farlo riconoscere tra un milione di preti, la mestizia avrebbe potuto servirgli di maschera. Il cordoglio, del resto, lo annebbiava per poco. Un sospiro da mantice, uno sguardo al cielo, una scrollatina di testa, ed ecco era tornata, come per incanto, la bontà chiassosa ed arzilla dell'uomo ingenuo. Si bevette un altro bicchiere, si parlò ancora una mezz'oretta, o, per meglio dire, egli parlava ed io fantasticavo; poi, alle undici, m'accompagnò in camera: niente meno che la camera destinata a monsignor vescovo, quando, ogni cinque anni, si reca a visitare il Santuario.

- Buona notte.

- Buona notte, e veda di principiare bene il nuovo anno con una santa dormita. Io domattina non potrò venire a salutarla: devo uscire per tempo. Si figuri che morì iersera il barbiere, un ciarlone, un burlone, che Dio l'abbia in gloria; ma un fior di galantuomo, e gli volevo bene come a un fratello - e il prete sospirò, mandando dai denti, che aveva radi e cavallini, un fischietto acuto. - Pasquale verrà a portarle il caffè; faremo colazione assieme un'ora prima ch'ella parta, giacché vuole proprio partire; intanto dorma tranquillo, e felice notte.

- Felice notte.

 

4

 

La camera, assai grande, era posta in un angolo dell'immenso edificio; aveva due finestre piccole, dalle quali si vedeva giù nella notte una zona biancastra e poi uno spazio nero, che si confondeva con le tenebre fitte del cielo. Continuava a nevicare, e tirava vento. Il letto alto e larghissimo aveva l'ampio padiglione di damasco cremisi a fiorami gialli, con quattro angioletti dorati sulle aste torte; la coperta, che scendeva sino a terra, era di raso giallo con disegni verdi, orlata di pizzo bianco. Accanto al letto stava l'inginocchiatoio, e sull'inginocchiatoio spiccava dal parato del muro un crocifisso d'ebano. Una delle pareti era ornata di un quadro assai bello, che figurava un santo col bambino Gesù; nelle altre si vedevano in piccole cornici alquante riproduzioni della sacra Immagine, qua ricamata a fili di seta rossa in raso bianco, lì eseguita a bucherelli e ritagli in cartoncino, o modellata in cera tramezzo a nuvole di cherubini e a ghirlande di frutta e fiori. Nella camera reverendissima stonava la scatola di cerini, che Pasquale aveva lasciato, dove dall'una parte si vedeva un caporale, che fa la sua brava dichiarazione alla cuoca, e dall'altra una silfide molto scollacciata e sbracciata.

Mi sdraiai nel seggiolone, e m'occupai un pezzo a guardare le scintille del fuoco, che scoppiettava. Non volevo andare a letto prima che l'orologio segnasse le dodici. Nell'animo pieno di una vaga afflizione mi sentii nascere il desiderio acuto dei miei parenti, de' miei amici, che avevo lasciato pochi giorni addietro, ma che avrei voluto vedere in quell'ora appunto, nella quale l'anno vecchio spirava e il novello vedeva la luce. Poi dicevo tra me: - Sono ubbie. Non ci ho pensato fino a questo momento, ed ora perché ci penso? Che differenza c'è egli tra l'una e l'altra mezzanotte? Non sono forse tutti uguali i giorni dell'anno? - E non ostante provavo dentro un certo stringimento: mi pareva di essere rimasto a un tratto solo in questo mondo, e sentivo un vuoto nuovo nella mia vita, un nuovo e lacerante distacco dagli affetti mortali. Pensavo ad altre prime notti dell'anno: alle speranze, che si spingevano audaci nei campi allettatori dell'avvenire, ai rinnovamenti del cuore umano, che, pure invecchiando, crede di ringiovanirsi; e fra tutte quelle notti, ce n'era una, una, che mi tornava con tenace insistenza nella memoria, come il ricordo straziante d'una gran gioia irremissibilmente perduta.

Il minuto in cui un anno si connette ad un altro è una pietra miliare nell'esistenza dell'uomo, o è la cifra d'un numero, che si muta? Guardavo la lancetta ed ascoltavo il tic tac del mio oriuolo nel silenzio profondo. Non si sentì neanche un rintocco, neanche un botto di campana in quell'ora in cui la immaginazione dei poeti e dei bambini evoca le streghe e gli spettri.

Mezzanotte era passata da un po' di tempo, quando udii un fruscìo, come di persona che si muovesse fuori, ed un bisbiglio, come di voce che parlasse sommessa. Tesi l'orecchio: il romore continuava. Pigliai allora la candela, e, spalancando l'uscio della camera, guardai nella vasta, ricca e freddissima sala, che la precedeva.

I grandi ritratti appesi alle pareti, nel lume pallido sembravano vivi. Forse quei personaggi che, dopo visitato il Santuario, avevano mandato in larghe cornici dorate le loro gravi immagini, conversavano insieme: erano dame in abito da corte, magistrati in divisa, marescialli in uniformi, principi, due re, tre regine. La porta della sala dava sulla loggia: nella loggia, sullo scalone non c'era un'anima. - Oh sta a vedere che ho da far con gli spiriti! - brontolai fra me stesso. Rientrai nella camera risoluto a lasciare che si sbizzarrissero a loro posta, e, non avendo sonno, mi sdraiai daccapo nel seggiolone. Il fuoco s'andava spegnendo, e la candela mi lasciava quasi al buio. Buttai nel camino un fascio di legne grosse.

Ma ecco che il bisbiglio ed il fruscìo vanno crescendo, e in un angolo della camera s'apre un uscio a muro, ch'io non avevo visto, ed entra col lume in mano, parlando tra sé a frasi lente e brevi, la bella bionda.

Mi sentii pietrificare. La donna, che doveva essere ben pratica di quella stanza come dell'intiero ospizio, dove, tutto essendo affidato all'onestà e alla decenza, gli usci mancavano di serrature, andò dritta alla parete sulla quale stava appeso il quadro, e, posata innanzi ad esso, sopra un tavolino, la lampada con cui era venuta, si mise a guardarlo fissamente con quel suo occhio che trapassava gli oggetti. La tela rappresentava un santo giovane, di volto pallido, delicato, soave; aveva la barba alla nazarena, i capelli neri, lo sguardo tenero e le labbra socchiuse, come se pronunciasse flebilmente una parola d'affetto. Accanto, sopra un altare, in mezzo a festoni di allegri fiori, si vedeva il Bambino, tutto nudo, che, alzando i braccini e facendo atto di saltare, pareva volesse uscir di botto dalla cornice per gettarsi nelle braccia di chi lo stava guardando. Era roseo, era paffutello, era gaio, vispo, gentile, carezzevole: un amorino da mangiar di baci.

La bella bionda guardava ora il santo, ora il bambino. Al santo diceva:

- Ti ricordi, Giovanni, la mattina in cui ci siamo sposati? La mamma non voleva, il babbo non voleva; facevano tanti discorsi, che non capivo. Io credeva soltanto a te. Che lieta mattina! Mi stringevi la mano, e mi dicevi una parola... Ripetila, te ne scongiuro. La indovino dalla tua bocca. Eravamo in paradiso, seduti l'uno accanto all'altra sotto un baldacchino, in mezzo a un prato fiorito, e le fanciulle e i giovinetti ci venivano intorno a cantare, a suonare, a ballare; ci facevano una riverenza, e noi salivamo nel nostro trono un gradino più in su, poi un altro gradino e un altro gradino ancora: era la scala di Giacobbe. Quando fummo arrivati al più alto di tutti i cieli, mentre ti davo un bacio, una mano di ferro mi buttò giù d'un colpo, e allora precipitai dalle nuvole a capo fitto, e scendevo, scendevo sempre, e il viaggio non terminava mai. Era un sogno. Ti ho ritrovato; eppure non somigli a quello di prima. Prima mi parlavi, mi baciavi, mi stringevi fra le tue braccia; eravamo in festa tutta la settimana; ora sì, mi vuoi bene, non dico di no, ma sei tutto misteri.

Vuoi che aspetti? Sempre aspettare, sempre. Domani, doman l'altro, non ti risolvi mai. T'amo tanto, che mi contento di guardarti, Giovanni, Giovanni.

Aveva un sorriso pieno di lagrime; la sua voce insinuante, rispettosa, timida, avrebbe rammollito una rupe. Continuò a guardare e tacque per un istante; poi, mutando espressione, si volse al putto: - Bambino mio, anche tu mi dici di attendere. Domani, doman l'altro! Sei cattivo. La tua mamma t'adora, luce degli occhi miei, sangue del mio sangue, carino, diavolino mio; e tu mi stendi le manine care e ti rivolgi verso di me, ma non t'affretti a ricadere sul seno che t'ha nutrito. Non ingannarmi, monello. Dormivi in una cuna ornata di brillanti, e gli angioletti ti cantavano la ninna nanna, e le farfalle con le loro ali di tutti quanti i colori ti svolazzavano intorno; ma un dì sei scomparso, non t'ho trovato più, sparito sotto un monte di fiori, sotto un manto ricamato d'oro e d'argento, in mezzo ai ceri, ai bimbi, ai canti... Ora che sei tornato, perché non mi balzi in grembo? Non l'ami più questo petto? - e si sbottonava dinanzi il vestito azzurro, e mostrava al figliuolo il seno ignudo, mentre la immagine dipinta del fanciullo continuava a sogguardarla e a ridere.

Un forte scoppiettìo del fuoco, che in quel silenzio da tomba sembrò un fracasso diabolico, le fece voltare il capo, e mi vide. Mi cacciai nel fondo della poltrona, cercando di farmi piccino, di schiacciarmi nella spalliera imbottita, tanto da sfuggire all'occhio tranquillo e tremendo.

Mi si avvicinò piano piano, senza curarsi di allacciare l'abito; mi porse le mani piccole e bianche, facendo segno che le dessi le mie: gliele diedi; allora ella, stringendomele, mi tirò a sé lentamente, ma vigorosamente, sicché mi alzai ritto di contro a lei, confuso e tremante. Mi prese il capo fra le mani, e si pose ad esaminarmi.

- I tuoi capelli, - bisbigliava, - sono mutati. Mi sembrano meno neri. Ti sei fatto radere la barba - e passava le mani delicate intorno alle mie guance ed al mento. - I tuoi occhi non brillano più del loro fuoco divoratore. Ma io, Giovanni, t'amo tanto, tanto!

Aggrottava le ciglia come se tentasse di pensare. Avvicinò le sue labbra alle mie; io mi ritrassi; ma ella, che mi stringeva sempre il capo fra le mani, trattenendomi, pose la sua sulla mia bocca. Le labbra erano di ghiaccio, e il respiro di quella larva di donna pareva un lievo soffio gelato. Mormorò: - Dimmi che mi ami. Non sono sempre la tua sposa, la tua cara, la tua bella?

Nello studiarmi di retrocedere quasi insensibilmente e nel tentare di svincolarmi da quella stretta rigida, caddi sulla poltrona. La giovine si mise a sedere sulle mie ginocchia, circondandomi il collo con il braccio sinistro, mentre con l'altra mano m'accarezzava il volto. - Senti, ho freddo, - diceva. - Vieni, vieni a scaldarmi -, e mi sussurrava nell'orecchio delle parole, ch'io non volevo intendere. Intanto il fuoco illuminava di luce rossa e oscillante quei lunghi capelli d'oro, la faccia gentile, il collo, i seni nudi e turgidi.

Sentivo offuscarmi il cervello, come se il vecchio vino bevuto alla cena mi portasse di colpo tutti i suoi fumi alla testa. Non riescivo a liberarmi dal peso e dall'abbraccio di lei, che mi fissava sempre con il suo sguardo di donna innamorata in un mondo vano di spettri, e nella quale i segni della passione terrena prendevano l'aspetto innocente e agghiacciante di una fatalità tutta inconscia. Ripeteva: - Vieni a scaldarmi, vieni, - e m'obbligava a porle una mano sul petto e a baciarla.

Dagli alari cadde sul pavimento un tizzone acceso, che rotolò fino ai piedi della donna. La sollevai di sbalzo e mi precipitai per rimettere con le molle nel focolare il legno ardente, profittando poi subito della confusione per fuggire nella gran sala attigua, senza che la giovane se n'avvedesse. Ascoltai all'uscio: non si sentiva più nulla. Dopo qualche minuto, inquieto di quello stesso silenzio, socchiudendo l'imposta, guardai nella camera. La bionda stava di nuovo immobile rimpetto al quadro, contemplandolo. Non parlava, non sorrideva. Finalmente, sottovoce, ma con accento di fiducia sublime, ripeté più volte: - Tornerò domani, tornerò domani -, e, ripreso il lume, senza guardare intorno, lenta, grave, se n'andò via dall'uscio dond'era entrata.

 

5

 

Quel dolore, svanito nelle memorie e nelle speranze, mi aveva straziato l'anima. M'accorsi di essere assiderato, e andai a letto, dove, tremando dal freddo tutta la notte, non mi riuscì di chiudere occhio neanche un minuto.

Alle nove uscivo dal Santuario per arrampicarmi sul monte. Nel passare dall'atrio scansai Pasquale, che dianzi, portandomi il caffè, con la gamba destra zoppicante e col muso ingrugnato, non aveva neanche avuto la degnazione di darmi il buon giorno. Vedendomi andare in fretta, mi chiamò: - Scusi, signore, se incontrasse suor Maria la rimandi all'ospizio.

- Suor Maria, chi è?

La chiamiamo così tanto per intenderci. È la signora bionda, vestita con l'abito delle Figlie di Gesù, ch'ella vide qui ieri a sera.

- È uscita?

- Pur troppo. Non la ho trovata né in chiesa, né in nessun altro luogo. Un contadino dice di aver incontrato alle sette circa una Figlia di Gesù sulla strada delle cappelle. È la prima volta in tre settimane che suor Maria s'allontana così dall'ospizio. Dio voglia che non le accada una disgrazia su queste rupi, con questa neve. Lo predicavo io che lasciarla così sola e libera era un'imprudenza -. Due grosse lagrime scendevano sulle ruvide guance di Pasquale, e sospirava forte.

- Sentite, Pasquale, non ha parenti quella poveretta?

- Ha padre e madre; ma non vogliono veder la figliuola, perché si maritò senza il loro consenso: gente cattiva, malvista da tutto il paese.

- E il marito?

- Un poco di buono. Le mangiò quel po' di dote, e un bel giorno se ne scappò via, in America, pare, piantandola senza un soldo, con un bambino di cinque mesi.

- E il bambino?

- Tre giorni dopo fuggito il padre, morì. Allora la disgraziata... - e Pasquale agitò due volte la mano destra innanzi alla fronte, poi continuò: - Il nostro rettore, sant'uomo, ch'era il suo confessore e non voleva fosse consegnata ai cattivi genitori, la fece venire qui, affidandola alle Figlie di Gesù. Per carità, signore, veda se può trovarla sulla china del monte, verso le cappelle. Io non mi posso muovere.

- State quieto, buon uomo, cercherò, dappertutto. Ma tornerà senza dubbio da sé.

- Dio lo voglia. Ho un brutto presentimento.

Mi fermai fuori della cancellata un poco a studiare le orme. Cercavo quelle di due piedi piccoli, e mi parve di trovarle. La neve alta, non essendo gelata alla superficie, serbava le impronte. Scintillava come se fosse tutta cosparsa di brillantini; raddolciva gli avvallamenti del terreno, i precipizii, i burroni, ma li mascherava, e le tortuosità della viuzza erta, che, tagliata nel masso, conduceva su su alle cappelle, s'indovinava appena. Non solo aveva smesso di nevicare, ma il cielo, in gran parte sereno, con quel contrasto del bianco della terra, che abbagliava gli occhi, appariva d'un colore turchino splendido.

Camminavo seguendo le peste leggiere, le quali ora, per un buon tratto, si seguivano regolarmente, ora si smarrivano di qua o di là per rientrare poco dopo sulla linea torta della via, e nello stesso tempo guardavo in basso alla valle, alla pianura.

Sulla pianura stava, immobile, una massa non interrotta, lunghissima di nubi dense, che si vedevano dall'alto al basso. Illuminate dal vivo sole parevano candide sul dorso, d'un candore argenteo, e coperte come di ondulazioni, di vette, di punte strane, che le facevano somigliare a catene di monti nevosi, e sembrava di potervi camminare sopra; ma di giù erano brune, tenebrose, fracide di folgori e di tempeste, e mettevano in un'ombra triste e nera i paeselli e i campi della vallata lontana. Sotto a quella coltre, a quella cappa plumbea doveva farci notte.

Le traccie si perdevano. A destra, dalla parte del mezzodì, il monte alzandosi a picco sopra la strada, serbava in essa la neve tanto ghiacciata, lustra, sdrucciolevole, che non si poteva reggersi in piedi. Poco appresso le pedate ricomparivano.

Giunto a' piedi della prima cappella, m'arrampicai più lesto: guardai dentro, non v'era nessuno, ma si vedeva sul suolo il segno della neve portata di fresco dalle scarpe d'una persona, la quale era andata fino al cancello, che divide la parte destinata ai preganti dalla parte destinata alle immagini. La scena rappresentava in molte figure grandi al naturale, eseguite in terra cotta e dipinte a briosi colori, la Natività di nostro Signore; personaggi sacri e personaggi profani, animali e prospettive, tutto sembrava il vero tale e quale, un vero che stupiva e che disgustava.

Tornai a camminare con l'animo sempre più inquieto e con ansia sempre più affannata. Mi asciugavo la fronte, da cui gocciolava il sudore; sbottonavo la pelliccia; le ginocchia mi tremavano; dovetti fermarmi un istante a riprender fiato. In quel mentre si distendeva giù, dal Santuario verso il piccolo cimitero, l'accompagnamento funebre del barbiere. Innanzi alla bara, portata da quattro contadini, camminavano il sagrestano col crocifisso, il rettore, più dritto, più lungo, più magro della sera innanzi e occupato a tenere in freno le sue gambe interminabili ed impazienti, e due preti vecchi, i quali stropicciavano i piedi sulla neve, temendo di scivolare a ogni passo. Dietro alla bara venivano sei Figlie di Gesù, delle quali le voci limpide, soavemente accordate insieme, destavano gli echi lenti della montagna. Dieci o dodici persone chiudevano il breve corteo, che andava strisciando come un serpe le curve della strada stretta.

Intanto io giungevo alla seconda cappella, poi alla terza, alla quarta. Le orme si fermavano alla porta di questa ultima. Esclamai con gioia: - È salva -, e mi precipitai nell'interno dell'oratorio. Chiamavo: - Suor Maria, suor Maria.

Tutto era sossopra. Una parte del cancello, scassinata a forza, stava rovesciata sul pavimento; le figure in terra cotta rappresentavano la Strage degli Innocenti. Tutti i bimbi erano stati strappati dalle branche dei carnefici, e deposti regolarmente l'uno accanto all'altro sul gradino del parapetto. Ai manigoldi mancavano la testa, le mani o le braccia, e codeste membra si vedevano sparse sul suolo. Erode, circondato dai grandi satrapi e dalle sue cortigiane, guardava impassibile dall'alto del trono alla bizzarra punizione dei proprii sgherri; e costoro, in attitudini furiosamente crudeli, mutilati a quel modo, apparivano anche più spaventosi, mentre le donne discinte, disperate, continuavano a trascinarsi alle loro ginocchia, implorando pietà.

Mi cacciai per entro alla confusione. Fra quelle sculture, che parevano la verità viva, fra quelle madri nel parossismo del dolore, fra quei fanciulli squartati, vidi finalmente una figura di donna stesa a terra con le mani insanguinate, con le vesti a brandelli, coi capelli biondi, ed un sorriso angelico sulle labbra bianche, e nel volto una espressione di beatitudine soprannaturale. Stringeva al petto uno dei putti di terra cotta, roseo e ricciuto. Era gelata, il suo cuore non batteva più, viveva unicamente nel suo sorriso. La coprii con la mia pelliccia, e corsi fuori per cercare aiuto.

Passava giù nella strada del cimitero, quasi a piombo, il funerale del barbiere. Mi posi a gridare con tutta la forza de' miei polmoni: - Signor rettore, signor rettore, suor Maria è moribonda qui nella cappella; non c'è un minuto da perdere; venga, per carità, venga subito -. Il rettore diede uno sbalzo, piantò lì la bara, e principiò a salire con quelle sue gambe a pertica, saltando sulla neve, facendo passi da gigante, aiutandosi con le ginocchia, con le mani, affrontando senza esitare gli ostacoli, non curando i pericoli, volando. Quando giunse all'oratorio, la bella bionda, ch'era morta, sorrideva ancora.

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 22.40.08