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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

PRINCIPJ DI SCIENZA NUOVA

D'INTORNO ALLA COMUNE NATURA DELLE NAZIONI,

IN QUESTA TERZA IMPRESSIONE DAL MEDESIMO AUTORE

IN UN GRAN NUMERO DI LUOGHI CORRETTA,

SCHIARITA. E NOTABILMENTE ACCRESCIUTA

1744

Giambattista Vico

LIBRO QUINTO

DEL RICORSO DELLE COSE UMANE NEL RISURGERE CHE FANNO LE NAZIONI.

DEL RICORSO DELLE COSE UMANE NEL RISURGERE CHE FANNO LE NAZIONI.

Agl'innumerabili luoghi, che, per tutta quest'opera, d'intorno a innumerabili materie si sono finora sparsamente osservati corrispondersi con maravigliosa acconcezza i tempi barbari primi e i tempi barbari ritornati, si può facilmente intendere il ricorso delle cose umane nel risurgere che fanno le nazioni. Ma, per maggiormente confermarlo, ci piace in quest'ultimo libro dar quest'argomento un luogo particolare, per ischiarire con maggior lume i tempi della barbarie seconda (i quali erano giaciuti più oscuri di quelli della barbarie prima, che chiamava "oscuri", nella sua divisione de' tempi, il dottissimo dell'antichità prime Marco Terenzio Varrone), e per dimostrar altresì come l'Ottimo Grandissimo Iddio i consigli della sua provvedenza, con cui ha condotto le cose umane di tutte le nazioni, ha fatto servire agl'ineffabili decreti della sua grazia.

1.

Imperciocché, avendo per vie sovrumane schiarita e ferma la verità della cristiana religione con la virtù de' martiri incontro la potenza romana e con la dottrina de' Padri e co' miracoli incontro la vana sapienza greca, avendo poi a surgere nazioni armate, ch'avevano da combattere da ogni parte la vera divinità del suo Autore, permise nascere nuovo ordine d'umanità tralle nazioni, acciocché secondo il natural corso delle medesime cose umane ella fermamente fussesi stabilita.

Con tal eterno consiglio, rimenò i tempi veramente divini, ne' quali gli re catolici dappertutto, per difendere la religion cristiana, della qual essi son protettori, vestirono le dalmatiche de' diaconi e consagrarono le loro persone reali (onde serbano il titolo di "Sagra Real Maestà"), presero degnitadi ecclesiastiche, come di Ugone Ciapeto narra Sinforiano Camperio nella Geanologia degli re di Francia che s'intitolava "conte ed abate di Parigi", e 'l Paradino negli Annali della Borgogna osserva antichissime scritture nelle quali i principi di Francia comunemente "duchi ed abati" ovvero "conti ed abati" s'intitolavano. Così i primi re cristiani fondarono religioni armate, con le quali ristabilirono ne' loro reami la cristiana catolica religione incontro ad ariani (de' quali san Girolamo dice essere stato il mondo cristiano quasi tutto bruttato), contro saraceni ed altro gran numero d'infedeli.

Quivi ritornarono con verità quelle che si dicevano "pura et pia bella" da' popoli eroici; onde ora tutte le cristiane potenze con le loro corone sostengono sopra un orbe innalberata la croce, la qual avevano spiegata innanzi nelle bandiere, quando facevano le guerre che si dicevano "crociate".

Ed è maraviglioso il ricorso di tali cose umane civili de' tempi barbari ritornati, che, come gli antichi araldi, nell'intimare le guerre, essi "evocabant deos" dalle città alle quali le intimavano, con l'elegantissima formola e piena di splendore qual ci si conservò da Macrobio, onde credevano che le genti vinte rimanessero senza dèi, e quindi senz'auspìci (ch'è 'l primo principio di tutto ciò ch'abbiamo in quest'opera ragionato) - ché, per lo diritto eroico delle vittorie, a' vinti non rimaneva niuna di tutte le civili così pubbliche come private ragioni, le quali, come abbiamo sopra pienamente pruovato principalmente con la storia romana, tutte ne' tempi eroici erano dipendenze degli auspìci divini; lo che tutto era contenuto nella formola delle rese eroiche, la quale Tarquinio Prisco praticò in quella di Collazia, che gli arresi "debebant divina et humana omnia" a' popoli vincitori; - così i barbari ultimi, nel prendere delle città, non ad altro principalmente attendevano ch'a spiare, truovare e portar via dalle città prese famosi depositi o reliquie di santi; ond'è che i popoli in que' tempi erano diligentissimi in sotterrarle e nasconderle, e perciò tai luoghi dappertutto si osservano nelle chiese gli più addentrati e profondi; ch'è la cagione per la quale in tali tempi avvennero quasi tutte le traslazioni de' corpi santi. E n'è restato questo vestigio: che tutte le campane delle città prese i popoli vinti devono riscattare da' generali capitani vittoriosi.

Di più, perché fino dal Quattrocento, cominciando ad allagare l'Europa ed anco l'Affrica e l'Asia tante barbare nazioni, e i popoli vincitori non s'intendendo co' vinti, dalla barbarie de' nimici della catolica religione avvenne che di que' tempi ferrei non si truova scrittura in lingua volgare propia di quelli tempi, o italiana o francese o spagnuola o anco tedesca (con la quale, come vuole l'Aventino, De annalibus boiorum, non s'incominciaron a scriver diplomi che da' tempi di Federico di Suevia, anzi voglion altri da quelli dell'imperadore Ridolfo d'Austria, come altra volta si è detto), e tra tutte le nazioni anzidette non si truovano scritture che 'n latino barbaro, della qual lingua s'intendevano pochissimi nobili, ch'erano ecclesiastici: onde resta da immaginare che 'n tutti que' secoli infelici le nazioni fussero ritornate a parlare una lingua muta tra loro. Per la quale scarsezza di volgari lettere, dovette ritornar dappertutto la scrittura geroglifica dell'imprese gentilizie, le quali, per accertar i domìni (come sopra si è ragionata), significassero diritti signorili sopra, per lo più, case, sepolcri, campi ed armenti.

Ritornarono certe spezie di giudizi divini, che furono detti "purgazioni canoniche"; de' quali giudizi una spezie abbiam sopra dimostro ne' tempi barbari primi essere stati i duelli, i quali però non furono conosciuti da' sagri canoni.

Ritornarono i ladronecci eroici; de' quali vedemmo sopra che, come gli eroi s'avevano recato ad onore d'esser chiamati "ladroni", così titolo di signoria fu quello poi di "corsali".

Ritornarono le ripresaglie eroiche, le quali sopra osservammo aver durato fin a' tempi di Bartolo.

E, perché le guerre de' tempi barbari ultimi furono, come quelle de' primi, tutte di religione, quali testé abbiam veduto, ritornarono le schiavitù eroiche, che durarono molto tempo tra esse nazioni cristiane medesime: perché, costumandosi in que' tempi i duelli, i vincitori credevano che i vinti non avessero Dio (come sopra, ove ragionammo de' duelli, si è detto), e sì gli tenevano niente meno che bestie. Il qual senso di nazioni si conserva tuttavia tra' cristiani e turchi. La qual voce vuol dire "cani" (onde i cristiani, ove vogliono o debbon trattare co' turchi con civiltà, gli chiamano "musulmani", che significa "veri credenti"), e i turchi, al contrario, i cristiani chiamano "porci"; e quindi nelle guerre entrambi praticano le schiavitù eroiche, quantunque con maggior mansuetudine i cristiani.

Ma sopra tutto maraviglioso è 'l ricorso che 'n questa parte fecero le cose umane, che 'n tali tempi divini ricominciarono i primi asili del mondo antico, dentro i quali udimmo da Livio essersi fondate tutte le prime città. Perché - scorrendo dappertutto le violenze, le rapine, l'uccisioni, per la somma ferocia e fierezza di que' secoli barbarissimi; né (come si è detto nelle Degnità) essendovi altro mezzo efficace di ritener in freno gli uomini, prosciolti da tutte le leggi umane, che le divine, dettate dalla religione - naturalmente, per timore d'esser oppressi e spenti gli uomini, come in tanta barbarie più mansueti, essi si portavano da' vescovi e dagli abati di que' secoli violenti, e ponevano sé, le loro famiglie e i loro patrimoni sotto la protezione di quelli, e da quelli vi erano ricevuti; le quali suggezione e protezione sono i principali costitutivi de' feudi. Ond'è che nella Germania, che dovett'essere più fiera e feroce di tutte l'altre nazioni d'Europa, restarono quasi più sovrani ecclesiastici (o vescovi o abati) che secolari, e, come si è detto, nella Francia quanti sovrani principi erano, tanti s'intitolavano conti o duchi ed abati. Quindi nell'Europa in uno sformato numero tante città, terre e castella s'osservano con nomi di santi; perché in luoghi o erti o riposti, per udire la messa e fare gli altri ufizi di pietà comandati dalla nostra religione, si aprivano picciole chiesiccuole, le quali si possono diffinire essere state in que' tempi i naturali asili de' cristiani, i quali ivi da presso fabbricavano i lor abituri: onde dappertutto le più antiche cose, che si osservano di questa barbarie seconda, sono picciole chiese in sì fatti luoghi, per lo più dirute. Di tutto ciò un illustre esemplo nostrale sia l'abadia di San Lorenzo d'Aversa, a cui s'incorporò l'abadia di San Lorenzo di Capova. Ella, nella Campania, Sannio, Puglia e nell'antica Calabria, dal fiume Volturno fin al Mar Picciolo di Taranto, governò cento e dieci chiese, o per se stessa o per abati o monaci a lei soggetti; e quasi di tutti i luoghi anzidetti gli abati di San Lorenzo eran essi baroni.

2.

RICORSO CHE FANNO LE NAZIONI SOPRA LA NATURA ETERNA DE' FEUDI E QUINDI IL RICORSO DEL DIRITTO ROMANO ANTICO FATTO COL DIRITTO FEUDALE.

A questi succedettero certi tempi eroici, per una certa distinzione ritornata di nature quasi diverse, eroica ed umana; da che esce la cagione di quell'effetto, di che si maraviglia Ottomano, ch'i vassalli rustici in lingua feudale si dicon "homines". Dalla qual voce deve venir l'origine di quelle due voci feudali "hominium" ed "homagium", che significano lo stesso; detto "hominium" quasi "hominis dominium", che Elmodio, all'osservar di Cuiacio, vuole che sia più elegante che "homagium", detto quasi "hominis agium", menamento dell'uomo o vassallo ove voglia il barone: la qual voce barbara i feudisti eruditi, per lo vicendevole rapporto, con tutta latina eleganza, voltano "obsequium", che dapprima fu una prontezza di seguir l'uomo, ovunque il menasse, a coltivar i suoi terreni, l'eroe. La qual voce "obsequium" contiene eminentemente la fedeltà che si deve dal vassallo al barone: tanto che l'"ossequio" de' latini significa unitamente e l'omaggio e la fedeltà che si debbono giurare nell'investiture de' feudi; e l'ossequio appresso i romani antichi non si scompagnava da quella ch'a' medesimi restò detta "opera militaris", e da' nostri feudisti si dice "militare servitium", per la quale i plebei romani lunga età a loro propie spese serviron a' nobili nelle guerre, come ce n'ha accertato, sopra, essa storia romana. Il qual ossequio con l'opere restò finalmente a' liberti ovvero affranchiti inverso i loro patroni, il quale aveva incominciato, come sopra osservammo sulla storia romana, da' tempi che Romolo fondò Roma sopra le clientele, che truovammo protezioni di contadini giornalieri da esso ricevuti al suo asilo, le quali "clientele", come indicammo nelle Degnità, non si possono sulla storia antica spiegare con più propietà che per "feudi", siccome i feudisti eruditi con sì fatta elegante voce latina "clientela" voltano questa barbara "feudum".

E di tali princìpi di cose apertamente ci convincono l'origini di esse voci "opera" e "servitium". Perché "opera", nella sua significazione natia, è la fatiga d'un giorno d'un contadino, detto quindi da' latini "operarius", che gl'italiani dicono "giornaliere": qual operaio o giornaliere, che non aveva niun privilegio di cittadino, si duol essere stato Achille trattato da Agamennone, che gli aveva a torto tolta la sua Briseide. Quindi appo i medesimi latini restarono detti "greges operarum", siccome anco "greges servorum", perché tali operai prima, siccome gli schiavi dopo, erano dagli eroi riputati quali le bestie, che si dicono "pasci gregatim"; [e dovettero prima essere tai greggi d'uomini, dipoi le greggi de' bestiami,] e, con lo stesso vicendevol rapporto, dovettero prima essere i pastori di sì fatti uomini (come con tal aggiunto perpetuo di "pastori de' popoli" sempre Omero appella gli eroi), e dopo essere stati i pastori degli armenti e de' greggi. E cel conferma la voce nómos, ch'a' greci significa e "legge" e "pasco", come si è sopra osservato; perché con la prima legge agraria fu accordato a' famoli sollevati il sostentamento in terreni assegnati lor dagli eroi, il quale fu detto "pasco", propio di tali bestie, come il cibo è propio degli uomini.

Tal propietà di pascere tali primi greggi del mondo dev'essere stata d'Apollo, che truovammo dio della luce civile, o sia della nobiltà, ove dalla storia favolosa ci è narrato pastore in Anfriso; come fu pastore Paride, il quale certamente era reale di Troia. E tal è 'l padre di famiglia (che Omero appella "re") il quale con lo scettro comanda il bue arrosto dividersi a' mietitori, descritto nello scudo d'Achille, dove sopra abbiamo fatto vedere la storia del mondo, e quivi esser fissa l'epoca delle famiglie. Perché de' nostri pastori non è propio il pascere, ma il guidar e guardare gli armenti e i greggi, non avendosi potuto la pastoreccia introdurre che dopo alquanto assicurati i confini delle prime città, per gli ladronecci che si celebravano a' tempi eroici. Che dev'essere la cagione perché la bucolica o pastoral poesia venne a' tempi umanissimi egualmente tra' greci con Teocrito, tra' latini con Virgilio e tra gl'italiani con Sannazaro.

La voce "servitium" appruova queste cose istesse essere ricorse ne' tempi barbari ultimi: per lo cui contrario rapporto il barone si disse "senior", nel senso nel qual s'intende "signore". Talché questi servi nati in casa dovetter esser gli antichi franchi de' quali si maraviglia il Bodino, e generalmente ritruovati, sopra, gli stessi che "vernæ", li quali si chiamarono dagli antichi romani; da' quali "vernaculæ" si dissero le lingue volgari, introdutte dal volgo de' popoli, che noi sopra truovammo essere state le plebi dell'eroiche città, siccome la lingua poetica era stata introdutta dagli eroi, ovvero nobili delle prime repubbliche.

Tal ossequio d'affranchiti - essendosi poi sparsa e quindi dispersa la potenza de' baroni tra' popoli nelle guerre civili, nelle qual'i potenti han da dipender da' popoli, e quindi facilmente riunita essendosi nelle persone de' re monarchi - passò in quello che si dice "obsequium principis", nel qual, all'avviso di Tacito, consiste tutto il dovere de' soggetti alle monarchie. Al contrario, per la differenza creduta delle due nature, un'eroica, altra umana, i signori de' feudi furon detti "baroni", nello stesso senso che noi qui sopra truovammo essere stati detti "eroi" da' poeti greci e "viri" dagli antichi latini; lo che restò agli spagnuoli, da' quali l'"uomo" è detto "baron", appresi tai vassalli, perché deboli, nel sentimento eroico, che sopra dimostrammo, di "femmine".

Ed oltre a ciò che testé abbiam ragionato, i baroni furon detti "signori", che non può altronde venire che dal latino "seniores", perché d'essi si dovettero comporre i primi pubblici parlamenti de' nuovi reami d'Europa; appunto come Romolo il Consiglio pubblico, che naturalmente aveva dovuto comporre de' più vecchi della nobiltà, aveva detto "senatum". E, come da quelli, che perciò erano e si dicevano "patres", dovettero venire detti "patroni" coloro che danno agli schiavi la libertà; così, in italiano, da questi dovettero venir chiamati "padroni" in significazione di "protettori", i quali "padroni" ritengono nella loro voce tutta la propietà ed eleganza latina. A' quali, per lo contrario, con altrettanta latina eleganza e propietà risponde la voce "clientes", in sentimento di "vassalli rustici", a' quali Servio Tullio, con ordinar il censo, qual è stato sopra spiegato, permise sì fatti feudi, col più corto passo col quale poté procedere sulle clientele di Romolo, come si è sopra pienamente pruovato. Che son appunto gli affranchiti, i quali poi diedero il nome alla nazione de' franchi, come si è detto, nel libro precedente, al Bodino.

In cotal guisa ritornarono i feudi, uscendo dalla lor eterna sorgiva additata nelle Degnità, dove indicammo i benefizi che si possono sperare in civil natura; onde i feudi, con tutta propietà ed eleganza latina, da' feudisti eruditi si dicono "beneficia"; ch'è quello ch'osserva, ma senza farne uso, Ottomano: che i vincitori tenevano per sé i campi colti delle conquiste e davano a' poveri vinti i campi incolti per sostentarvisi. E sì ritornarono i feudi del primo mondo che nel secondo libro si son truovati, rincominciando però (come dovett'essere per natura, quale sopra abbiam ragionato) da feudi rustici personali, che truovammo essere state dapprima le clientele di Romolo, delle quali osservammo nelle Degnità essere stato sparso tutto l'antico mondo de' popoli. Le quali clientele eroiche, nello splendore della romana libertà popolare, passarono in quel costume col qual i plebei con le toghe si portavano la mattina a far la corte a' grandi signori, e davano loro il titolo degli antichi eroi: "Ave, rex", gli menavano nel fòro e gli rimenavano la sera in casa; e i signori (conforme gli antichi eroi furon detti "pastori de' popoli") davano loro la cena.

Tai vassalli personali devon essere stati appo gli antichi romani i primi "vades", che poi restarono così detti i rei obbligati nella persona di seguir i lor attori in giudizio: la qual obbligazione dicesi "vadimonium". I quali vades, per le nostre Origini della lingua latina, debbon esser derivati dal retto "vas", che da' greci fu detto bás e da' barbari "was", onde fu poi "wassus" e finalmente "vassallus". Della quale spezie di vassalli abbondano oggi tuttavia i regni del più freddo Settentrione, che ritengono ancor troppo della barbarie, e sopra tutti quel di Polonia, ove si dicono "kmetos", e son una spezie di schiavi, de' quali que' palatini sogliono giuocarsi l'intiere famiglie, le quali debbono passare a servir ad altri nuovi padroni; che debbon essere gl'incatenati per gli orecchi, che, con catene d'oro poetico (cioè del frumento) che gli escono di bocca, gli si mena, dove vuol, dietro l'Ercole gallico.

Quindi si passò a' feudi rustici di spezie reali, a' quali [si giunse] con la prima legge agraria delle nazioni, che truovammo essere stata tra' romani quella con la quale Servio Tullio ordinò il primo censo, per lo quale permise, come ritruovammo, a' plebei il dominio bonitario de' campi loro assegnati da' nobili sotto certi non, come innanzi, sol personali ma anco reali pesi; che dovetter esser i primi "mancipes", che poi restaron detti coloro i quali in robe stabili son obbligati all'erario. Della qual spezie debbon essere stati i vinti, a' quali Ottomano disse poc'anzi ch'i vincitori davano i campi incolti delle conquiste per sostentarvisi col coltivargli; e sì ritornarono gli Antei annodati alle terre da Ercole greco e i nessi del dio Fidio, ovvero Ercole romano (qual sopra truovammo), sciolti finalmente dalla legge Petelia.

Tali nessi della legge Petelia, per le cose le quali sopra ne ragionammo, con tutta la loro propietà cadon a livello per ispiegar i vassalli, che dapprima si dovettero dire "ligi", da cotal nodo legati; i quali ora da' feudisti son diffiniti coloro i quali debbono riconoscere per amici o nimici tutti gli amici o nimici del lor signore: ch'è appunto il giuramento ch'i vassalli germani antichi, appo Tacito, come altra volta l'udimmo, davano a' loro principi di servire alla loro gloria. Tali vassalli ligi, poscia, isplendidendosi tali feudi fin a sovrani civili, furono gli re vinti, a' quali il popolo romano, con la formola solenne con cui la storia romana il racconta, "regna dono dabat", ch'era tanto dire quanto "beneficio dabat"; e ne divenivano alleati del popolo romano, di quella spezie d'alleanza che i latini dicevano "foedus inæquale", e se n'appellavano "re amici del popolo romano", nel sentimento che dagl'imperadori si dicevano "amici" i loro nobili cortegiani. La qual alleanza ineguale non era altro ch'un'investitura di feudo sovrano, la quale si concepiva con quella formola che ci lasciò stesa Livio: che tal re alleato "servaret maiestatem populi romani"; appunto come Paolo giureconsulto dice che 'l pretore rende ragione "servata maiestate populi romani", cioè che rende ragione a chi le leggi la danno, la niega a chi le leggi la niegano. Talché tali re alleati erano signori di feudi sovrani soggetti a maggiore sovranità: di che ritornò un senso comune all'Europa, che per lo più non vi hanno il titolo di "Maestà" che grandi re, signori di grandi regni e di numerose provincie.

Con tali feudi rustici, da' qual'incominciarono queste cose, ritornarono l'enfiteusi, con le quali era stata coltivata la gran selva antica della terra; onde il laudemio restò a significar egualmente ciò che paga il vassallo al signore e l'enfiteuticario al padrone diretto.

Ritornarono l'antiche clientele romane, che furono dette "commende", le quali poco più sopra abbiamo fatto vedere; onde i vassalli, con latina eleganza e propietà, da' feudisti eruditi ne sono detti "clientes", ed essi feudi si dicono "clientelæ".

Ritornarono i censi, della spezie del censo ordinato da Servio Tullio, per lo quale i plebei romani dovettero lungo tempo servir a' nobili nelle guerre a lor propie spese; talché i vassalli detti ora "angarii" e "perangarii" furono gli antichi assidui romani, che, come truovammo sopra, "suis assibus militabant"; e i nobili fino alla legge Petelia, che sciolse alla plebe romana il diritto feudale del nodo, ebbero la ragione del carcere privato sopra i plebei debitori.

Ritornarono le precarie, che dovettero dapprima essere di terreni dati da' signori alle preghiere de' poveri per potervisi sostentare col coltivargli; ché tutte sono le possessioni appunto, le quali non mai conobbe la legge delle XII Tavole, come sopra si è dimostrato.

E perché la barbarie con le violenze rompe la fede de' commerzi, né lascia altro curar a' popoli ch'appena le cose le quali alla natural vita fanno bisogno, e perché tutte le rendite dovetter esser in frutti che si dicono "naturali", perciò a' medesimi tempi vennero anco i livelli come permutazioni di beni stabili. De' quali si dovett'intender l'utilità, com'altra volta si è detto, ch'altri abbondasse di campi che dassero una spezie di frutti de' quali altri avesse scarsezza, e così a vicenda, e perciò gli scambiassero tra di loro.

Ritornarono le mancipazioni, con le quali il vassallo poneva le mani entro le mani del suo signore, per significare fede e suggezione; onde i vassalli rustici, per lo censo di Servio Tullio, poco sopra abbiam detto essere stati i primi mancipes de' romani. E, con la mancipazione, ritornò la divisione delle cose mancipi e nec mancipi, perché i corpi feudali sono nec mancipi, ovvero innalienabili dal vassallo, e sono mancipi del signore; appunto come i fondi delle romane provincie furono nec mancipi de' provinciali e mancipi de' romani. Nell'atto delle mancipazioni, ritornarono le stipulazioni, con le infestucazioni o investiture, che noi sopra dimostrammo essere state l'istesse. Con le stipulazioni, ritornarono quelle che dall'antica giurisprudenza romana osservammo sopra propiamente essere state dapprima dette "cavissæ", che poi in accorcio restarono dette "caussæ", che da' tempi barbari secondi dalla stessa latina origine furon dette "cautele"; e 'l solennizzare con quelle i patti e i contratti si disse "homologare", da quelli "uomini" da' quali qui sopra vedemmo detti "hominium" ed "homagium": perocché tutti i contratti di quelli tempi dovetter esser feudali. Così, con le cautele, ritornarono i patti cautelati nell'atto della mancipazione, che "stipulati" si dissero da' giureconsulti romani, che sopra truovammo detti da "stipula" che veste il grano; e sì nello stesso senso ch'i dottori barbari, da esse investiture, dette anco "infestucazioni", dissero "patti vestiti", e i patti non cautelati, con la stessa significazione e voce, da entrambi si dissero "patti nudi".

Ritornarono le due spezie di dominio diretto ed utile, ch'a livello rispondono al quiritario e bonitario degli antichi romani. E nacque il dominio diretto come tra' romani era nato prima il dominio quiritario, che noi truovammo nel suo incominciamento essere stato dominio de' terreni dati a' plebei da' nobili; dalla possessione de' quali se questi fussero caduti, dovevano sperimentare la revindicazione con la formola "Aio hunc fundum meum esse ex iure quiritium", in tal senso (come abbiamo sopra dimostro) ch'essa revindicazione non altro fusse ch'una laudazione di tutto l'ordine de' nobili (che nell'aristocrazia romana aveva fatto essa città) in autori, da' quali essi plebei avevano la cagione del dominio civile, per lo quale potevano vindicar essi fondi. Il qual dominio dalla legge delle XII Tavole fu sempre appellato "autoritas", dall'autorità di dominio ch'aveva esso senato regnante sul largo fondo romano, nel quale il popolo poi, con la libertà popolare, ebbe il sovrano imperio, come sopra si è ragionato.

Della qual "autorità" della barbarie seconda, alla quale, come ad innumerabili altre cose, noi in quest'opera facciam luce con le antichità della prima (tanto ci sono riusciti più oscuri de' tempi della barbarie prima questi della seconda!), sono rimasti tre assai evidenti vestigi in queste tre voci feudali: prima nella voce "diretto", la qual conferma che tal azione dapprima era autorizzata dal diretto padrone; dipoi nella voce "laudemio", che fu detto pagarsi eziandio per lo feudo che si fusse dovuto per cotal laudazione in autore che noi diciamo; finalmente nella voce "laudo", che dovette dapprima significare sentenza di giudice in tali spezie di cause, che poi restò a' giudizi che si dicono "compromessi", perché tali giudizi sembravano terminarsi amichevolmente a petto de' giudizi che si agitavano d'intorno agli allodi (che Budeo oppina essere stati così detti quasi "allaudi", come appo gl'italiani da "laude" si è fatto "lode"), per gli quali prima i signori in duello la si avevan dovuto veder con l'armi, come sopra si è dimostrato: il qual costume ha durato infino alla mia età nel nostro Reame di Napoli, dove i baroni, non coi giudizi civili, ma co' duelli vendicavano gli attentati fatti da altri baroni dentro i territori de' loro feudi. E come dominio quiritario degli antichi romani, così il diretto degli antichi barbari restarono finalmente a significare dominio che produce azione civile reale.

E qui si dà un assai luminoso luogo di contemplare nel ricorso che fanno le nazioni anco il ricorso che fece la sorte de' giureconsulti romani ultimi con quella de' dottori barbari ultimi; ché, siccome quelli avevano già a' tempi loro perduto di vista il diritto romano antico, com'abbiamo a mille pruove sopra fatto vedere, così questi negli ultimi tempi perderono di veduta l'antico diritto feudale. Perciò gl'interpetri eruditi della romana ragione risolutamente niegano queste due spezie barbare di dominio essere state conosciute dal diritto romano, attendendo al diverso suono delle parole, nulla intendendo essa identità delle cose.

Ritornarono i beni ex iure optimo, qual'i feudisti eruditi diffiniscono i beni allodiali, liberi d'ogni peso pubblico nonché privato, e 'l confrontano con quelle poche case che Cicerone osserva ex iure optimo a' suoi tempi essere restate in Roma. Però, come di tal sorta di beni si perdé la notizia entro le leggi romane ultime, così di tali allodi non si truova a' nostri tempi pur uno affatto. E, come i predi ex iure optimo de' romani innanzi, così dipoi gli allodi ritornarono ad essere beni stabili liberi d'ogni peso reale privato, ma soggetti a' pesi reali pubblici; perché ritornò la guisa con la quale dal censo ordinato da Servio Tullio si formò il censo che fu il fondo dell'erario romano: la qual guisa sopra si è ritruovata. Talché gli allodi e i feudi, ch'empiono la somma divisione delle cose in diritto feudale, si distinguettero tra loro dapprima: ch'i beni feudali portavano di séguito la laudazione del signore, gli allodi non già. Dove, senza questi princìpi, si debbono perdere tutt'i feudisti eruditi, come gli allodi, ch'essi, con Cicerone, voltano in latino "bona ex iure optimo", ci vennero detti "beni del fuso", i quali, nel propio loro significato, come sopra si è detto, erano beni di un diritto fortissimo, non infievolito da niuno peso straniero, anche pubblico; che, come pure sopra abbiam detto, furono i beni de' padri nello stato delle famiglie, e durarono molto tempo in quello delle prime città, i quali beni essi avevano acquistato con le fatighe d'Ercole. La qual difficultà, per questi stessi princìpi, facilmente si scioglie con quel medesimo Ercole il quale poi filava, divenuto servo d'Iole e d'Onfale: cioè che gli eroi s'effeminarono e cedettero le loro ragioni eroiche a' plebei, ch'essi avevano tenuti per femmine (a petto de' quali essi si tenevano e si chiamavano "viri", come si è sopra spiegato), e soffersero assoggettirsi i loro beni all'erario col censo, il quale prima fu pianta delle repubbliche popolari e poi si truovò acconcio a starvi sopra le monarchie.

Così, per tal diritto feudale antico, che ne' tempi appresso si era perduto di vista, ritornarono i fondi ex iure quiritium, che spiegammo "diritto de' romani in pubblica ragunanza, armati di lancie", che dicevano "quires"; de' quali si concepì la formola della revindicazione: "Aio hunc fundum meum esse ex iure quiritium", ch'era, come si è detto, una laudazione in autore della città eroica romana; - come dalla barbarie seconda certamente i feudi si dissero "beni della lancia", i quali portavano la laudazione de' signori in autori, a differenza degli allodi ultimi, detti "beni del fuso" (col qual Ercole, invilito, fila, fatto servo di femmine): onde sopra diemmo l'origine eroica al motto dell'arme reale di Francia, iscritto "Lilia non nent", ché 'n quel regno non succedon le donne. Perché ritornarono le successioni gentilizie della legge delle XII Tavole, che truovammo essere "ius gentium romanorum", quale da Baldo udimmo la legge salica dirsi "ius gentium gallorum"; la qual fu celebrata certamente per la Germania, e così dovette osservarsi per tutte l'altre prime barbare nazioni d'Europa, ma poi si ristrinse nella Francia e nella Savoia.

Ritornarono finalmente le corti armate, quali sopra truovammo essere state le ragunanze eroiche che si tenevano sotto l'armi, dette di cureti greci e di quiriti romani; e i primi parlamenti de' reami d'Europa dovetter essere di baroni, come quel di Francia certamente lo fu di pari. Del quale la storia francese apertamente ci narra essere stati capi sul principio essi re, i quali in qualità di commessari criavano i pari della curia, i quali giudicasser le cause; onde poi restaron detti i "duchi e pari" di Francia. Appunto come il primo giudizio, che Ciceron dice essersi agitato della vita d'un cittadino romano, fu quello in cui il re Tullo Ostilio criò i duumviri in qualità di commessari, i quali, per dirla con essa formola che Tito Livio n'arreca, "in Horatium perduellionem dicerent", il qual aveva ucciso la sua sorella.

Perché, nella severità di tai tempi eroici, ogn'ammazzamento di cittadino (quando le città si componevano di soli eroi, come sopra pienamente si è dimostrato) era riputato un'ostilità fatta contro la patria, ch'è appunto "perduellio"; ed ogni tal ammazzamento era detto "parricidium", perch'era fatto d'un padre, o sia d'un nobile, siccome sopra vedemmo in tali tempi Roma dividersi in padri e plebe. Perciò da Romolo infin a Tullo Ostilio non vi fu accusa d'alcun nobile ucciso, perché i nobili dovevan esser attenti a non commettere tali offese, praticandosi tra loro i duelli, de' quali sopra si è ragionato; e, perché, nel caso di Orazio, non v'era chi con duello avesse vindicato privatamente l'ammazzamento d'Orazia, perciò da Tullo Ostilio ne fu la prima volta ordinato un giudizio.

Altronde, gli ammazzamenti de' plebei o eran fatti da' loro padroni medesimi, e niuno gli poteva accusare, o erano fatti da altri, e, come di servi altrui, si rifaceva al padrone il danno, come ancor si costuma nella Polonia, Littuania, Svezia, Danimarca, Norvegia. Ma gl'interpetri eruditi della romana ragione non videro questa difficultà, perché riposarono sulla vana oppenione dell'innocenza del secol d'oro, siccome i politici, per la stessa cagione, riposarono su quel detto d'Aristotile: che nell'antiche repubbliche non erano leggi d'intorno a' privati torti ed offese; onde Tacito, Sallustio e altri per altro acutissimi autori, ove narrano dell'origine delle repubbliche e delle leggi, raccontano, del primo stato innanzi delle città, che gli uomini da principio menarono una vita come tanti Adami nello stato dell'innocenza. Ma, poi che entrarono nella città quelli "homines" de' quali si maraviglia Ottomano e da' quali viene il diritto naturale delle genti che Ulpiano dice "humanarum", indi in poi l'ammazzamento d'ogni uomo fu detto "homicidium".

Or in sì fatti parlamenti dovettero discettarsi cause feudali d'intorno [a] o diritti o successioni o devoluzioni de' feudi per cagione di fellonia o di caducazione; le quali cause, confermate più volte con tali giudicature, fecero le consuetudini feudali, le quali sono le più antiche di tutte l'altre d'Europa, che ci attestano il diritto natural delle genti esser nato con tali umani costumi de' feudi, come sopra si è pienamente pruovato.

Finalmente, come dalla sentenza, con la qual era stato condannato Orazio, permise il re Tullo al reo l'appellagione al popolo, ch'allor era di soli nobili, come sopra si è dimostrato, perché da un senato regnante non vi è altro rimedio a' rei che 'l ricorso al senato medesimo; così e non altrimente dovettero praticar i nobili de' tempi barbari ritornati di richiamarsi ad essi re ne' di lor parlamenti, come per esemplo agli re di Francia, che dapprima ne furon capi.

De' quali parlamenti eroici serba un gran vestigio il Sagro Consiglio napoletano, al cui presidente si dà titolo di "Sagra Regal Maestà", i consiglieri s'appellano "milites" e vi tengono luogo di commessari (perché ne' tempi barbari secondi i soli nobili eran soldati, e i plebei servivano lor nelle guerre, come de' tempi barbari primi l'osservammo in Omero e nella storia romana antica), e dalle di lui sentenze non v'è appellagione ad altro giudice, ma solamente il richiamo al medesimo tribunale.

Dalle quali cose tutte sopra qui noverate hassi a conchiudere che furono dappertutto reami, non diciamo di Stato, ma di governo aristocratici; come ancora nel freddo Settentrione or è la Polonia (come, da cencinquant'anni fa, lo erano la Svezia e la Danimarca), che, col tempo, senonsé le impediscano il natural corso straordinarie cagioni, verrà a perfettissima monarchia.

Lo che è tanto vero ch'esso Bodino giugne a dire del suo regno di Francia che fu, non già di governo (come diciam noi), ma di Stato aristocratico duranti le due linee merovinga e carlovinga. Ora qui domandiamo il Bodino: - Come il regno di Francia diventò, qual ora è, perfettamente monarchico? Forse per una qualche legge regia, con la quale i paladini di Francia si spogliarono della loro potenza e la conferirono negli re della linea capetinga? - Se egli ricorre alla favola della legge regia finta da Triboniano, con la quale il popolo romano si spogliò del suo sovrano libero imperio e 'l conferì in Ottavio Augusto, per ravvisarla una favola, basta leggere le prime pagine degli Annali di Tacito, nelle quali narra l'ultime cose d'Augusto, con le quali legittima nella di lui persona aver incominciato la monarchia de' romani, la qual sentirono tutte le nazioni aver incominciato da Augusto. - Forse perché la Francia da alcuno de' capetingi fu conquistata con forza d'armi? - Ma di tal infelicità la tengono lontana tutte le storie. Adunque e Bodino, e con lui tutti gli altri politici e tutti i giureconsulti c'hanno scritto de iure publico, devono riconoscere questa eterna natural legge regia, per la quale la potenza libera d'uno Stato, perché libera, deve attuarsi: talché, di quanto ne rallentano gli ottimati, di tanto vi debbano invigorire i popoli, finché vi divengano liberi; di quanto ne rallentano i popoli liberi, di tanto vi debbano invigorire gli re, fintanto che vi divengan monarchici. Per lo che, come quel de' filosofi (o sia de' morali teologi) è della ragione, così questo delle genti è diritto naturale dell'utilità e della forza; il quale, com'i giureconsulti dicono "usu exigente humanisque necessitatibus expostulantibus", dalle nazioni vien celebrato.

Da tante sì belle e sì eleganti espressioni della giurisprudenza romana antica, con le quali i feudisti eruditi mitigano di fatto e possono mitigare vieppiù la barbarie della dottrina feudale (sulle quali si è qui dimostrato convenirvi l'idee con somma propietà), intenda Oldendorpio (e tutti gli altri con lui) se 'l diritto feudale è nato dalle scintille dell'incendio dato da' barbari al diritto romano; ché 'l diritto romano è nato dalle scintille de' feudi, celebrati dalla prima barbarie del Lazio, sopra i quali nacquero tutte le repubbliche al mondo. Lo che, siccome in un particolar ragionamento sopra (ove ragionammo della Politica poetica delle prime) si è dimostrato, così in questo libro (conforme nell'Idea dell'opera avevamo promesso di dimostrare) si è veduto dentro la natura eterna de' feudi ritruovarsi l'origini de' nuovi reami d'Europa.

Ma finalmente, con gli Studi aperti nell'università d'Italia, insegnandosi le leggi romane comprese ne' libri di Giustiniano, le quali vi stanno concepute sul diritto naturale delle genti umane, le menti, già più spiegate e fattesi più intelligenti, si diedero a coltivare la giurisprudenza della natural equità, la qual adegua gl'ignobili co' nobili in civile ragione, come lo son eguali in natura umana. E appunto come, da che Tiberio Coruncanio cominciò in Roma ad insegnare pubblicamente le leggi, n'incominciò ad uscire l'arcano di mano a' nobili, e a poco a poco se n'infievolì la potenza; così avvenne a' nobili de' reami d'Europa, che si erano regolati con governi aristocratici, e si venne alle repubbliche libere e alle perfettissime monarchie.

Le quali forme di Stati, perché entrambe portano governi umani, comportevolmente si scambiano l'una con l'altra; ma richiamarsi a Stati aristocratici egli è quasi impossibile in natura civile. Tanto che Dione siracusano, quantunque della real casa, ed aveva cacciato un mostro de' principi, qual fu Dionigio tiranno, da Siragosa, ed era tanto adorno di belle civili virtù che 'l resero degno dell'amicizia del divino Platone, perché tentò riordinarvi lo Stato aristocratico, funne barbaramente ucciso; e i pittagorici (cioè, come sopra abbiamo spiegato, i nobili della Magna Grecia), per lo stesso attentato, furono tutti tagliati a pezzi, e pochi, che s'erano in luoghi forti salvati, furono dalla moltitudine bruciati vivi. Perché gli uomini plebei, una volta che si riconoscono essere d'ugual natura co' nobili, naturalmente non sopportano di non esser loro uguagliati in civil ragione; lo che consieguono o nelle repubbliche libere o sotto le monarchie. Laonde, nella presente umanità delle nazioni, le repubbliche aristocratiche, le quali ci sono rimaste pochissime, con mille sollecite cure e accorti e saggi provvedimenti, vi tengon, insiem insieme, e in dovere e contenta la moltitudine.

3.

DESCRIZIONE DEL MONDO ANTICO E MODERNO DELLE NAZIONI OSSERVATA CONFORME AL DISEGNO DE' PRINCÌPI DI QUESTA SCIENZA.

Questo corso di cose umane civili non fecero Cartagine, Capova, Numanzia, dalle quali tre città Roma temé l'imperio del mondo: perché i cartaginesi furono prevenuti dalla natia acutezza affricana, che più aguzzarono coi commerzi marittimi; i capovani furono prevenuti dalla mollezza del cielo e dall'abbondanza della Campagna felice; e finalmente i numantini, perché sul loro primo fiorire dell'eroismo furono oppressi dalla romana potenza, comandata da uno Scipione Affricano, vincitor di Cartagine ed assistito dalle forze del mondo. Ma i romani, da niuna di queste cose mai prevenuti, camminarono con giusti passi, faccendosi regolar dalla provvedenza per mezzo della sapienza volgare, e per tutte e tre le forme degli Stati civili, secondo il lor ordine naturale, ch'a tante pruove in questi libri si è dimostrato, durarono sopra di ciascheduna finché naturalmente alle forme prime succedessero le seconde; e custodirono l'aristocrazia fin alle leggi Publilia e Petelia, custodirono la libertà popolare fin a' tempi d'Augusto, custodirono la monarchia finché all'interne ed esterne cagioni che distruggono tal forma di Stati poterono umanamente resistere.

Oggi una compiuta umanità sembra essere sparsa per tutte le nazioni, poiché pochi grandi monarchi reggono questo mondo di popoli; e, se ve n'hanno ancor barbari, egli n'è cagione perché le loro monarchie hanno durato sopra la sapienza volgare di religioni fantastiche e fiere, col congiugnervisi in alcune la natura men giusta delle nazioni loro soggette.

E, faccendoci capo dal freddo Settentrione, lo czar di Moscovia, quantunque cristiano, signoreggia ad uomini di menti pigre. Lo cnez o cam di Tartaria domina a gente molle, quanto lo furono gli antichi seri, che facevano il maggior corpo del di lui grand'imperio, ch'or egli ha unito a quel della China. Il negus d'Etiopia e i potenti re di Efeza e Marocco regnano sopra popoli troppo deboli e parchi.

Ma in mezzo alla zona temperata, dove nascon uomini d'aggiustate nature, incominciando dal più lontano Oriente, l'imperador del Giappone vi celebra un'umanità somigliante alla romana ne' tempi delle guerre cartaginesi, di cui imita la ferocia nell'armi, e, come osservano dotti viaggiatori, ha nella lingua un'aria simile alla latina; ma, per una religione fantasticata assai terribile e fiera di dèi orribili, tutti carichi d'armi infeste, ritiene molto della natura eroica. Perché i padri missionari, che sonvi andati, riferiscono che la maggior difficultà, ch'essi hanno incontrato per convertire quelle genti alla cristiana religione, è ch'i nobili non si possono persuadere ch'i plebei abbiano la stessa natura umana ch'essi hanno. Quel de' chinesi, perché regna per una religion mansueta e coltiva lettere, egli è umanissimo. L'altro dell'Indie è umano anzi che no, e si esercita nell'arti per lo più della pace. Il persiano e 'l turco hanno mescolato alla mollezza dell'Asia, da essi signoreggiata, la rozza dottrina della loro religione; e così, particolarmente i turchi, temperano l'orgoglio con la magnificenza, col fasto, con la liberalità e con la gratitudine.

Ma in Europa, dove dappertutto si celebra la religion cristiana (ch'insegna un'idea di Dio infinitamente pura e perfetta e comanda la carità inverso tutto il gener umano), vi sono delle grandi monarchie ne' lor costumi umanissime. Perché le poste nel freddo Settentrione (come da cencinquant'anni fa furono la Svezia e la Danimarca, così oggi tuttavia la Polonia e ancor l'Inghilterra), quantunque sieno di Stato monarchiche, però aristocraticamente sembrano governarsi; ma, se 'l natural corso delle cose umane civili non è loro da straordinarie cagioni impedito, perverranno a perfettissime monarchie. In questa parte del mondo sola, perché coltiva scienze, di più sono gran numero di repubbliche popolari che non si osservano affatto nell'altre tre. Anzi, per lo ricorso delle medesime pubbliche utilità e necessità, vi si è rinnovellata la forma delle repubbliche degli etoli ed achei; e, siccome quelle furon intese da' greci per la necessità d'assicurarsi della potenza grandissima de' romani, così han fatto i Cantoni svizzeri e le Provincie unite ovvero gli Stati d'Olanda, che di più città libere popolari hanno ordinato due aristocrazie, nelle quali stanno unite in perpetua lega di pace e guerra. E 'l corpo dell'imperio germanico è egli un sistema di molte città libere e di sovrani principi, il cui capo è l'imperadore, e nelle faccende che riguardano lo stato di esso imperio si governa aristocraticamente.

E qui è da osservare che sovrane potenze, unendosi in leghe, o in perpetuo o a tempo, vengon esse di sé a formare Stati aristocratici, ne' quali entrano gli anziosi sospetti propi dell'aristocrazie, come si è sopra dimostro. Laonde, essendo questa la forza ultima degli Stati civili (perché non si può intendere in civil natura uno Stato il quale a sì fatte aristocrazie fusse superiore), questa stessa forma debb'essere stata la prima, ch'a tante pruove abbiamo dimostrato in quest'opera che furono aristocrazie di padri, re sovrani delle loro famiglie, uniti in ordini regnanti nelle prime città. Perché questa è la natura de' princìpi: che da essi primi incomincino ed in essi ultimi le cose vadano a terminare.

Ora ritornando al proposito, oggi in Europa non sono d'aristocrazie più che cinque, cioè Vinegia, Genova, Lucca in Italia, Ragugia in Dalmazia e Norimberga in Lamagna, e quasi tutte son di brevi confini. Ma dappertutto l'Europa cristiana sfolgora di tanta umanità, che vi si abbonda di tutti i beni che possano felicitare l'umana vita, non meno per gli agi del corpo che per gli piaceri così della mente come dell'animo. E tutto ciò in forza della cristiana religione, ch'insegna verità cotanto sublimi che vi si sono ricevute a servirla le più dotte filosofie de' gentili, e coltiva tre lingue come sue: la più antica del mondo, l'ebrea; la più dilicata, la greca; la più grande, ch'è la latina. Talché, per fini anco umani, ella è la cristiana la migliore di tutte le religioni del mondo, perché unisce una sapienza comandata con la ragionata, in forza della più scelta dottrina de' filosofi e della più colta erudizion de' filologi.

Finalmente, valicando l'oceano, nel nuovo mondo gli americani correrebbono ora tal corso di cose umane, se non fussero stati scoperti dagli europei.

Ora, con tal ricorso di cose umane civili, che particolarmente in questo libro si è ragionato, si rifletta sui confronti che per tutta quest'opera in un gran numero di materie si sono fatti circa i tempi primi e gli ultimi delle nazioni antiche e moderne; e si avrà tutta spiegata la storia, non già particolare ed in tempo delle leggi e de' fatti de' romani o de' greci, ma (sull'identità in sostanza d'intendere e diversità de' modi lor di spiegarsi) si avrà la storia ideale delle leggi eterne, sopra le quali corron i fatti di tutte le nazioni, ne' loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini, se ben fusse (lo che è certamente falso) che dall'eternità di tempo in tempo nascessero mondi infiniti. Laonde non potemmo noi far a meno di non dar a quest'opera l'invidioso titolo di Scienza nuova, perch'era un troppo ingiustamente defraudarla di suo diritto e ragione, ch'aveva sopra un argomento universale quanto lo è d'intorno alla natura comune delle nazioni, per quella propietà c'ha ogni scienza perfetta nella sua idea, la quale ci è da Seneca spiegata con quella vasta espressione: "Pusilla res hic mundus est, nisi id, quod quærit, omnis mundus habeat".

CONCHIUSIONE DELL'OPERA

SOPRA UN'ETERNA REPUBBLICA NATURALE, IN CIASCHEDUNA SUA SPEZIE OTTIMA, DALLA DIVINA PROVVEDENZA ORDINATA.

Conchiudiamo adunque quest'opera con Platone, il quale fa una quarta spezie di repubblica, nella quale gli uomini onesti e dabbene fussero supremi signori; che sarebbe la vera aristocrazia naturale. Tal repubblica, la qual intese Platone, così condusse la provvedenza da' primi incominciamenti delle nazioni, ordinando che gli uomini di gigantesche stature, più forti, che dovevano divagare per l'alture de' monti, come fanno le fiere che sono di più forti nature, eglino, a' primi fulmini dopo l'universale diluvio, da se stessi atterrandosi per entro le grotte de' monti, s'assoggettissero ad una forza superiore, ch'immaginarono Giove, e, tutti stupore quanto erano tutti orgoglio e fierezza, essi s'umiliassero ad una divinità: ché, 'n tale ordine di cose umane, non si può intender altro consiglio essere stato adoperato dalla provvedenza divina per fermargli dal loro bestial errore entro la gran selva della terra, affine d'introdurvi l'ordine delle cose umane civili.

Perché quivi si formò uno stato di repubbliche, per così dire, monastiche, ovvero di solitari sovrani, sotto il governo d'un Ottimo Massimo, ch'essi stessi si finsero e si credettero al balenar di que' fulmini, tra' quali rifulse loro questo vero lume di Dio: - ch'egli governi gli uomini; - onde poi tutte l'umane utilità loro somministrate e tutti gli aiuti pòrti nelle lor umane necessità immaginarono esser dèi e, come tali, gli temettero e riverirono. Quindi, tra forti freni di spaventosa superstizione e pugnentissimi stimoli di libidine bestiale (i quali entrambi in tali uomini dovetter esser violentissimi), perché sentivano l'aspetto del cielo esser loro terribile e perciò impedir loro l'uso della venere, essi l'impeto del moto corporeo della libidine dovettero tener in conato; e sì, incominciando ad usare l'umana libertà (ch'è di tener in freno i moti della concupiscenza e dar loro altra direzione, che, non venendo dal corpo, da cui vien la concupiscenza, dev'essere della mente, e quindi propio dell'uomo), divertirono in ciò: ch'afferrate le donne a forza, naturalmente ritrose e schive, le strascinarono dentro le loro grotte e, per usarvi, le vi tennero ferme dentro in perpetua compagnia di lor vita; e sì, co' primi umani concubiti, cioè pudichi e religiosi, diedero principio a' matrimoni, per gli quali con certe mogli fecero certi figliuoli e ne divennero certi padri; e sì fondarono le famiglie, che governavano con famigliari imperi ciclopici sopra i loro figliuoli e le loro mogli, propi di sì fiere ed orgogliose nature, acciocché poi, nel surgere delle città, si truovassero disposti gli uomini a temer gl'imperi civili. Così la provvedenza ordinò certe repubbliche iconomiche di forma monarchica sotto padri (in quello stato principi), ottimi per sesso, per età, per virtù; i quali, nello stato che dir debbesi "di natura" (che fu lo stesso che lo stato delle famiglie), dovettero formar i primi ordini naturali, siccome quelli ch'erano pii, casti e forti, i quali, fermi nelle lor terre, per difenderne sé e le loro famiglie, non potendone più campare fuggendo (come avevano innanzi fatto nel loro divagamento ferino), dovettero uccider fiere, che l'infestavano, e, per sostentarvisi con le famiglie (non più divagando per truovar pasco), domar le terre e seminarvi il frumento; e tutto ciò per salvezza del gener umano.

A capo di lunga età - cacciati dalla forza de' propi mali, che loro cagionava l'infame comunione delle cose e delle donne, nella qual erano restati dispersi per le pianure e le valli in gran numero - uomini empi, che non temevano dèi; impudichi, ch'usavano la sfacciata venere bestiale; nefari, che spesso l'usavano con le madri, con le figliuole; deboli, erranti e soli, inseguiti alla vita da violenti robusti, per le risse nate da essa infame comunione, corsero a ripararsi negli asili de' padri; e questi, ricevendogli in protezione, vennero con le clientele ad ampliare i regni famigliari sopra essi famoli. E sì spiegarono repubbliche sopra ordini naturalmente migliori per virtù certamente eroiche; come di pietà, ch'adoravano la divinità, benché da essi per poco lume moltiplicata e divisa negli dei, e dei formati secondo le varie loro apprensioni (come da Diodoro sicolo, e più chiaramente da Eusebio ne' libri De præparatione evangelica, e da san Cirillo l'alessandrino ne' libri Contro Giuliano apostata, si deduce e conferma); e, per essa pietà, ornati di prudenza, onde si consigliavano con gli auspìci degli dèi; di temperanza, ch'usavano ciascuno con una sola donna pudicamente, ch'avevano co' divini auspìci presa in perpetua compagnia di lor vita; di fortezza, d'uccider fiere, domar terreni; e di magnanimità, di soccorrer a' deboli e dar aiuto a' pericolanti: che furono per natura le repubbliche erculee, nelle quali pii, sappienti, casti, forti e magnanimi debellassero superbi e difendessero deboli, ch'è la forma eccellente de' civili governi.

Ma finalmente i padri delle famiglie, per la religione e virtù de' lor maggiori lasciati grandi con le fatighe de' lor clienti, abusando delle leggi della protezione, di quelli facevan aspro governo; ed essendo usciti dall'ordine naturale, ch'è quello della giustizia, quivi i clienti loro si ammutinarono. Ma, perché senz'ordine (ch'è tanto dir senza Dio) la società umana non può reggere nemmeno un momento, menò la provvedenza naturalmente i padri delle famiglie ad unirsi con le lor attenenze in ordini contro di quelli; e, per pacificarli, con la prima legge agraria che fu nel mondo, permisero loro il dominio bonitario de' campi, ritenendosi essi il dominio ottimo o sia sovrano famigliare: onde nacquero le prime città sopra ordini regnanti di nobili. E sul mancare dell'ordine naturale, che, conforme allo stato allor di natura, era stato per spezie, per sesso, per età, per virtù, fece la provvedenza nascere l'ordine civile col nascere di esse città, e, prima di tutti, quello ch'alla natura più s'appressava: - per nobiltà della spezie umana (ch'altra nobiltà, in tale stato di cose, non poteva estimarsi che dal generar umanamente con le mogli prese con gli auspìci divini); - e sì per un eroismo, i nobili regnassero sopra i plebei (che non contraevano matrimoni con sì fatta solennità); e, finiti i regni divini (co' quali le famiglie si erano governate per mezzo de' divini auspìci), dovendo regnar essi eroi in forza della forma de' governi eroici medesimi, la principal pianta di tali repubbliche fusse la religione custodita dentro essi ordini eroici, e per essa religione fussero de' soli eroi tutti i diritti e tutte le ragioni civili. Ma, perché cotal nobiltà era divenuta dono della fortuna, tra essi nobili fece surgere l'ordine de' padri di famiglia medesimi, che per età erano naturalmente più degni; e tra quelli stessi fece nascere per re gli più animosi e robusti, che dovettero far capo agli altri e fermargli in ordini per resistere ed atterrire i clienti ammutinati contr'essoloro.

Ma, col volger degli anni, vieppiù l'umane menti spiegandosi, le plebi de' popoli si ricredettero finalmente della vanità di tal eroismo, ed intesero esser essi d'ugual natura umana co' nobili; onde vollero anch'essi entrare negli ordini civili delle città. Ove, dovendo a capo di tempo esser sovrani essi popoli, permise la provvedenza che le plebi, per lungo tempo innanzi, gareggiassero con la nobiltà di pietà e di religione nelle contese eroiche di doversi da' nobili comunicar a' plebei gli auspìci, per riportarne comunicare tutte le pubbliche e private ragioni civili che se ne stimavano dipendenze; e sì la cura medesima della pietà e lo stesso affetto della religione portasse i popoli ad esser sovrani nelle città: nello che il popolo romano avanzò tutti gli altri del mondo, e perciò funne il popolo signor del mondo. In cotal guisa, tra essi ordini civili trammeschiandosi vieppiù l'ordine naturale, nacquero le popolari repubbliche: nelle quali, poiché si aveva a ridurre tutto o a sorte o a bilancia, perché il caso o 'l fato non vi regnasse, la provvedenza ordinò che 'l censo vi fusse la regola degli onori; e così gl'industriosi non gl'infingardi, i parchi non gli pròdigi, i providi non gli scioperati, i magnanimi non gli gretti di cuore, ed in una i ricchi con qualche virtù o con alcuna immagine di virtù non gli poveri con molti e sfacciati vizi, fussero estimati gli ottimi del governo. Da repubbliche così fatte - gl'intieri popoli, ch'in comune voglion giustizia, comandando leggi giuste, perché universalmente buone, ch'Aristotile divinamente diffinisce "volontà senza passioni", e sì volontà d'eroe che comanda alle passioni - uscì la filosofia, dalla forma di esse repubbliche destata a formar l'eroe e, per formarlo, interessata della verità; così ordinando la provvedenza: che, non avendosi appresso a fare più per sensi di religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la filosofia intendere le virtù nella lor idea, in forza della quale riflessione, se gli uomini non avessero virtù, almeno si vergognassero de' vizi ché sol tanto i popoli addestrati al mal operare può contenere in ufizio. E dalle filosofie permise provenir l'eloquenza, che dalla stessa forma di esse repubbliche popolari, dove si comandano buone leggi, fusse appassionata del giusto; la quale da esse idee di virtù infiammasse i popoli a comandare le buone leggi. La qual eloquenza risolutamente diffiniamo aver fiorito in Roma a' tempi di Scipione Affricano, nella cui età la sapienza civile e 'l valor militare, ch'entrambi sulle rovine di Cartagine stabilirono a Roma felicemente l'imperio del mondo, dovevano portare di séguito necessario un'eloquenza robusta e sappientissima.

Ma - corrompendosi ancora gli Stati popolari, e quindi ancor le filosofie (le quali cadendo nello scetticismo, si diedero gli stolti dotti a calonniare la verità), e nascendo quindi una falsa eloquenza, apparecchiata egualmente a sostener nelle cause entrambe le parti opposte - provenne che, mal usando l'eloquenza (come i tribuni della plebe nella romana) e non più contentandosi i cittadini delle ricchezze per farne ordine, ne vollero fare potenza; come furiosi austri il mare, commovendo civili guerre nelle loro repubbliche, le mandarono ad un totale disordine, e sì, da una perfetta libertà, le fecero cadere sotto una perfetta tirannide (la qual è piggiore di tutte), ch'è l'anarchia, ovvero la sfrenata libertà de' popoli liberi.

Al quale gran malore delle città adopera la provvedenza uno di questi tre grandi rimedi con quest'ordine di cose umane civili.

Imperciocché dispone, prima, di ritruovarsi dentro essi popoli uno che, come Augusto, vi surga e vi si stabilisca monarca, il quale, poiché tutti gli ordini e tutte le leggi ritruovate per la libertà punto non più valsero a regolarla e tenerlavi dentro in freno, egli abbia in sua mano tutti gli ordini e tutte le leggi con la forza dell'armi; ed al contrario essa forma dello stato monarchico, la volontà de' monarchi, in quel loro infinito imperio, stringa dentro l'ordine naturale di mantenere contenti i popoli e soddisfatti della loro religione e della loro natural libertà, senza la quale universal soddisfazione e contentezza de' popoli gli Stati monarchici non sono né durevoli né sicuri.

Dipoi, se la provvedenza non truova sì fatto rimedio dentro, il va a cercar fuori; e, poiché tali popoli di tanto corrotti erano già innanzi divenuti schiavi per natura delle sfrenate lor passioni (del lusso, della dilicatezza, dell'avarizia, dell'invidia, della superbia e del fasto) e per gli piaceri della dissoluta lor vita si rovesciavano in tutti i vizi propi di vilissimi schiavi (come d'esser bugiardi, furbi, calonniatori, ladri, codardi e finti), divengano schiavi per diritto natural delle genti ch'esce da tal natura di nazioni, e vadano ad esser soggette a nazioni migliori, che l'abbiano conquistate con l'armi, e da queste si conservino ridutte in provincie. Nello che pure rifulgono due grandi lumi d'ordine naturale: de' quali uno è che chi non può governarsi da sé, si lasci governare da altri che 'l possa; l'altro è che governino il mondo sempre quelli che sono per natura migliori.

Ma, se i popoli marciscano in quell'ultimo civil malore, che né dentro acconsentino ad un monarca natio, né vengano nazioni migliori a conquistargli e conservargli da fuori, allora la provvedenza a questo estremo lor male adopera questo estremo rimedio: che - poiché tai popoli a guisa di bestie si erano accostumati di non ad altro pensare ch'alle particolari propie utilità di ciascuno ed avevano dato nell'ultimo della dilicatezza o, per me' dir, dell'orgoglio, ch'a guisa di fiere, nell'essere disgustate d'un pelo, si risentono e s'infieriscono, e sì, nella loro maggiore celebrità o folla de' corpi, vissero come bestie immani in una somma solitudine d'animi e di voleri, non potendovi appena due convenire, seguendo ogniun de' due il suo propio piacere o capriccio, - per tutto ciò, con ostinatissime fazioni e disperate guerre civili, vadano a fare selve delle città, e delle selve covili d'uomini; e, 'n cotal guisa, dentro lunghi secoli di barbarie vadano ad irruginire le malnate sottigliezze degl'ingegni maliziosi, che gli avevano resi fiere più immani con la barbarie della riflessione che non era stata la prima barbarie del senso. Perché quella scuopriva una fierezza generosa, dalla quale altri poteva difendersi o campare o guardarsi; ma questa, con una fierezza vile, dentro le lusinghe e gli abbracci, insidia alla vita e alle fortune de' suoi confidenti ed amici. Perciò popoli di sì fatta riflessiva malizia, con tal ultimo rimedio, ch'adopera la provvedenza, così storditi e stupidi, non sentano più agi, dilicatezze, piaceri e fasto, ma solamente le necessarie utilità della vita; e, nel poco numero degli uomini alfin rimasti e nella copia delle cose necessarie alla vita, divengano naturalmente comportevoli; e, per la ritornata primiera semplicità del primo mondo de' popoli, sieno religiosi, veraci e fidi; e così ritorni tra essi la pietà, la fede, la verità, che sono i naturali fondamenti della giustizia e sono grazie e bellezze dell'ordine eterno di Dio.

A questa semplice e schietta osservazione fatta sulle cose di tutto il gener umano, se altro non ce ne fusse pur giunto da' filosofi, storici, gramatici, giureconsulti, si direbbe certamente questa essere la gran città delle nazioni fondata e governata da Dio. Imperciocché sono con eterne lodi di sappienti legislatori innalzati al cielo i Ligurghi, i Soloni, i decemviri, perocché si è finor oppinato che co' lor buoni ordini e buone leggi avesser fondato le tre più luminose città che sfolgorassero mai delle più belle e più grandi virtù civili, quali sono state Sparta, Atene e Roma; le quali pure furono di brieve durata e pur di corta distesa a riguardo dell'universo de' popoli, ordinato con tali ordini e fermo con tali leggi, che dalle stesse sue corrottelle prenda quelle forme di Stati, con le quali unicamente possa dappertutto conservarsi e perpetuamente durare. E non dobbiam dire ciò esser consiglio d'una sovrumana sapienza, la quale, senza forza di leggi (che, per la loro forza, Dione ci disse sopra, nelle Degnità, essere simiglianti al tiranno), ma faccendo uso degli stessi costumi degli uomini (de' quali le costumanze sono tanto libere d'ogni forza quanto lo è agli uomini celebrare la lor natura, onde lo stesso Dione ci disse le costumanze essere simili al re, perché comandano con piacere), ella divinamente la regola e la conduce?

Perché pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni (che fu il primo principio incontrastato di questa Scienza, dappoiché disperammo di ritruovarla da' filosofi e da' filologi); ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini sì avevan proposti; quali fini ristretti, fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sempre adoperati per conservare l'umana generazione in questa terra. Imperciocché vogliono gli uomini usar la libidine bestiale e disperdere i loro parti, e ne fanno la castità de' matrimoni, onde surgono le famiglie; vogliono i padri esercitare smoderatamente gl'imperi paterni sopra i clienti, e gli assoggettiscono agl'imperi civili, onde surgono le città; vogliono gli ordini regnanti de' nobili abusare la libertà signorile sopra i plebei, e vanno in servitù delle leggi, che fanno la libertà popolare; vogliono i popoli liberi sciogliersi dal freno delle lor leggi, e vanno nella soggezion de' monarchi; vogliono i monarchi in tutti i vizi della dissolutezza che gli assicuri, invilire i loro sudditi, e gli dispongono a sopportare la schiavitù di nazioni più forti; vogliono le nazioni disperdere se medesime, e vanno a salvarne gli avanzi dentro le solitudini, donde, qual fenice, nuovamente risurgano. Questo, che fece tutto ciò, fu pur mente, perché 'l fecero gli uomini con intelligenza; non fu fato, perché 'l fecero con elezione; non caso, perché con perpetuità, sempre così faccendo, escono nelle medesime cose.

Adunque, di fatto è confutato Epicuro, che dà il caso, e i di lui seguaci Obbes e Macchiavello; di fatto è confutato Zenone, e con lui Spinosa, che danno il fato: al contrario, di fatto è stabilito a favor de' filosofi politici, de' quali è principe il divino Platone, che stabilisce regolare le cose umane la provvedenza. Onde aveva la ragion Cicerone, che non poteva con Attico ragionar delle leggi, se non lasciava d'esser epicureo e non gli concedeva prima la provvedenza regolare l'umane cose: la quale Pufendorfio sconobbe con la sua ipotesi, Seldeno suppose e Grozio ne prescindé; ma i romani giureconsulti la stabilirono per primo principio del diritto natural delle genti. Perché in quest'opera appieno si è dimostrato che sopra la provvedenza ebbero i primi governi del mondo per loro intiera forma la religione, sulla quale unicamente resse lo stato delle famiglie; indi, passando a' governi civili eroici ovvero aristocratici, ne dovette essa religione esserne la principal ferma pianta; quindi, innoltrandosi a' governi popolari, la medesima religione servì di mezzo a' popoli di pervenirvi; fermandosi finalmente ne' governi monarchici, essa religione dev'essere lo scudo de' principi. Laonde, perdendosi la religione ne' popoli, nulla resta loro per vivere in società, né scudo per difendersi, né mezzo per consigliarsi, né pianta dov'essi reggano, né forma per la qual essi sien affatto nel mondo.

Quindi veda Bayle se possan esser di fatto nazioni nel mondo senza veruna cognizione di Dio! E veda Polibio quanto sia vero il suo detto: che, se fussero al mondo filosofi, non bisognerebbero al mondo religioni! Ché le religioni sono quelle unicamente per le quali i popoli fanno opere virtuose per sensi, i quali efficacemente muovono gli uomini ad operarle, e le massime da' filosofi ragionate intorno a virtù servono solamente alla buona eloquenza per accender i sensi a far i doveri delle virtù. Con quella essenzial differenza tralla nostra cristiana, ch'è vera, e tutte l'altre degli altri, false: che, nella nostra, fa virtuosamente operare la divina grazia per un bene infinito ed eterno, il quale non può cader sotto i sensi, e, 'n conseguenza, per lo quale la mente muove i sensi alle virtuose azioni; a rovescio delle false ch'avendosi proposti beni terminati e caduchi così in questa vita come nell'altra (dove aspettano una beatitudine di corporali piaceri), perciò i sensi devono strascinare la mente a far opere di virtù.

Ma pur la provvedenza, per l'ordine delle cose civili che 'n questi libri si è ragionato, ci si fa apertamente sentire in quelli tre sensi: - uno di maraviglia, l'altro di venerazione c'hanno tutti i dotti finor avuto della sapienza innarrivabile degli antichi, e 'l terzo dell'ardente disiderio onde fervettero di ricercarla e di conseguirla; - perch'eglino son infatti tre lumi della sua divinità, che destò loro gli anzidetti tre bellissimi sensi diritti, i quali poi dalla loro boria di dotti, unita alla boria delle nazioni (che noi sopra per prime Degnità proponemmo e per tutti questi libri si son riprese), loro si depravarono; i quali sono che tutti i dotti ammirano, venerano e disiderano unirsi alla sapienza infinita di Dio.

Insomma, da tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da finalmente conchiudersi che questa Scienza porta indivisibilmente seco lo studio della pietà, e che, se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio.

FINE

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Ultimo Aggiornamento: 17/07/05 01.45.23

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