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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

PRINCIPJ DI SCIENZA NUOVA

D'INTORNO ALLA COMUNE NATURA DELLE NAZIONI,

IN QUESTA TERZA IMPRESSIONE DAL MEDESIMO AUTORE

IN UN GRAN NUMERO DI LUOGHI CORRETTA,

SCHIARITA. E NOTABILMENTE ACCRESCIUTA

1744

Giambattista Vico

IV DELL'ICONOMICA POETICA. V DELLA POLITICA POETICA. VI REPILOGAMENTI DELLA STORIA POETICA. VII FISICA POETICA.

 

IV

DELL'ICONOMICA POETICA.

1.

DELL'ICONOMICA POETICA, E QUI DELLE FAMIGLIE CHE PRIMA FURONO DE' FIGLIUOLI.

Sentirono gli eroi per umani sensi quelle due verità che compiono tutta la dottrina iconomica, che le genti latine conservarono con queste due voci di "educere" e di "educare"; delle quali con signoreggiante eleganza la prima s'appartiene all'educazione dell'animo, e la seconda a quella del corpo. E la prima fu, con dotta metafora, trasportata da' fisici al menar fuori le forme dalla materia; perciocché con tal educazione eroica s'incominciò a menar fuori in un certo modo la forma dell'anima umana, che ne' vasti corpi de' giganti era affatto seppellita dalla materia, e s'incominciò a menar fuori la forma di esso corpo umano di giusta corporatura dagli smisurati corpi lor giganteschi.

E, per ciò che riguarda la prima parte, dovettero i padri eroi, come nelle Degnità si è avvisato, essere, nello stato che dicesi "di natura", i sappienti in sapienza d'auspìci o sia sapienza volgare; e, 'n séguito di cotal sapienza, esser i sacerdoti, che, come più degni, dovevano sagrificare per proccurare o sia ben intender gli auspìci; e finalmente gli re, che dovevano portar le leggi dagli dèi alle loro famiglie, nel propio significato di tal voce "legislatori", cioè "portatori di leggi", come poi lo furono i primi re nelle città eroiche, che portavano le leggi da' senati regnanti a' popoli, come noi l'osservammo sopra, nelle due spezie dell'adunanze eroiche d'Omero, una detta bulé e l'altra agorá, nell'Annotazioni alla Tavola cronologica. E come in quella gli eroi a voce ordinavano le leggi, in questa a voce le pubblicavano (perocché le lettere volgari non si erano ancor truovate); onde gli re eroici portavano le leggi da essi senati regnanti a' popoli nelle persone de' duumviri, i quali essi avevano per ciò criati che le dettassero, come Tullo Ostilio quella nell'accusa d'Orazio. Talché essi duumviri venivan ad essere leggi vive e parlanti; che è ciò che non intendendo Livio, non si fa intendere, come sopra osservammo, ove narra del giudizio d'Orazio.

Cotal tradizione volgare sulla falsa oppenione della sapienza innarrivabile degli antichi diede la tentazione a Platone di vanamente disideraRe que' tempi ne' quali i filosofi regnavano o filosofavano i re. E certamente cotali padri, come nelle Degnità si è avvisato, dovetter essere re monarchi famigliari, superiori a tutti nelle loro famiglie e solamente soggetti a Dio, forniti d'imperi armati di spaventose religioni e consegrati con immanissime pene, quanto dovetter essere quelli de' polifemi, ne' quali Platone riconosce i primi padri di famiglia del mondo. La qual tradizione, mal ricevuta, diede la grave occasione del comun errore a tutti i politici: di credere che la prima forma de' governi civili fusse ella nel mondo stata monarchica; onde sono dati in quelli ingiusti princìpi di rea politica: che i regni civili nacquero o da forza aperta o da froda, che poi scoppiò nella forza. Ma in que' tempi, tutti orgoglio e fierezza per la fresca origine della libertà bestiale (di che abbiamo, pur sopra, posto una Degnità), nella somma semplicità e rozzezza di cotal vita, ch'eran contenti de' frutti spontanei della natura, dell'acqua delle fontane e di dormir nelle grotte; nella naturale egualità dello stato, nel quale tutti i padri erano sovrani nelle loro famiglie; non si può affatto intendere né froda né forza, con la quale uno potesse assoggettir tutti gli altri ad una civil monarchia: la qual pruova si farà più spiegata appresso.

Solamente ora sia lecito qui di riflettere quanto vi volle acciocché gli uomini del gentilesimo dalla ferina loro natia libertà, per lunga stagione di ciclopica famigliar disciplina, si ritruovassero addimesticati, negli Stati ch'avevano da venir appresso civili, ad ubbidire naturalmente alle leggi. Di che restò quell'eterna propietà: ch'ivi le repubbliche sono più beate di quella ch'ideò Platone, ove i padri insegnano non altro che la religione, e da' figliuoli vi sono ammirati come lor sappienti, riveriti come lor sacerdoti e vi sono temuti da re. Tanta forza divina e tale vi abbisognava per ridurre a' doveri umani i quanto goffi altrettanto fieri giganti! La qual forza non potendo dir in astratto, la dissero in concreto con esso corpo d'una corda, che chordá si dice in greco, ed in latino da prima si disse "fides", la qual, prima e propiamente, s'intese in quel motto "fides deorum", "forza degli dèi". Della qual poi, come la lira dovette cominciare dal monocordo, ne fecero la lira d'Orfeo, al suon della quale egli, cantando loro la forza degli dèi negli auspìci, ridusse le fiere greche all'umanità, ed Anfione de' sassi semoventi innalzò le mura di Tebe: cioè di que' sassi che Deucalione e Pirra, innanzi al templo di Temi (cioè col timore della divina giustizia), co' capi velati (con la pudicizia de' matrimoni), posti innanzi i piedi (ch'innanzi erano stupidi, come a' latini per "istupido" restò "lapis"), essi, col gittargli dietro le spalle (con introdurvi gli ordini famigliari per mezzo della disciplina iconomica), fecero divenir uomini, come questa favola fu sopra, nella Tavola cronologica, così spiegata.

Per ciò ch'attiensi all'altra parte della disciplina iconomica, ch'è l'educazione de' corpi, tai padri, con le spaventose religioni e co' lor imperi ciclopici e con le lavande sagre, incominciaron ad edurre o menar fuori dalle corporature gigantesche de' lor figliuoli la giusta forma corporea umana, in conformità di ciò che sopra n'abbiamo detto. Ov'è da sommamente ammirare la provvedenza, la qual dispose che, finché poi succedesse l'educazione iconomica, gli uomini perduti provenissero giganti, acciocché nel loro ferino divagamento potessero con le robuste complessioni sopportare l'inclemenza del cielo e delle stagioni, e con le smisurate forze penetrare la gran selva della terra (che per lo recente diluvio doveva esser foltissima), per la quale (affinché si truovasse tutta popolata a suo tempo), fuggendo dalle fiere e seguitando le schive donne, e quindi sperduti, cercando pascolo ed acqua, si dispergessero; ma, dappoi che incominciarono con le loro donne a star fermi, prima nelle spelonche, poi ne' tuguri, presso le fontane perenni (come or ora diremo), e ne' campi, che, ridutti a coltura, davano loro il sostentamento della loro vita, per le cagioni ch'ora qui ragioniamo, degradassero alle giuste stature delle quali ora son gli uomini.

Quivi, in esso nascere dell'iconomica, la compierono nella sua idea ottima, la qual è ch'i padri col travaglio e con l'industria lascino a' figliuoli patrimonio, ov'abbiano e facile e comoda e sicura la sossistenza, anco mancassero gli stranieri commerzi, anco mancassero tutti i frutti civili, anco mancassero esse città, acciocché in tali casi ultimi almeno si conservino le famiglie, dalle quali sia speranza di risurger le nazioni; - che debbano lasciar loro patrimonio in luoghi di buon'aria, con propia acqua perenne, in siti naturalmente forti, ove, nella disperazione delle città, possan aver la ritirata, ed in campi di larghi fondi ove possano mantenere de' poveri contadini, da essi, nella rovina delle città, rifuggiti, con le fatighe de' quali vi si possano mantenere signori. Tali ordini la provvedenza (secondo il detto di Dione che noi riferimmo tralle Degnità), non da tiranna con leggi, ma, da regina, qual è, delle cose umane, con costumanze pose allo stato delle famiglie. Perché si truovaron i forti piantate le loro terre sull'alture de' monti, e quivi in aria ventilata e per questo sana; ed in siti per natura anco forti, che furono le prime "arces" del mondo, che poi con le sue regole l'architettura militare fortificò (come in italiano si dissero "rocce" gli scoscesi e ripidi monti, onde poi "ròcche" se ne dissero le fortezze); e finalmente si truovarono presso alle fontane perenni, che per lo più mettono capo ne' monti, presso alle quali gli uccelli di rapina fanno i lor nidi (onde presso a tali fontane i cacciatori tendono loro le reti). I quali uccelli per ciò forse dagli antichi latini furono tutti chiamati "aquilæ", quasi "aquilegæ" (come certamente "aquilex" ci restò detto il "ritruovatore o raccoglitore dell'acqua"), perocché senza dubbio gli uccelli, de' quali osservò gli auspìci Romolo per prender il luogo alla nuova città, dalla storia ci si narrano essere stati avvoltoi, che poi divennero aquile e furon i numi di tutti i romani eserciti. Così gli uomini semplici e rozzi, seguendo l'aquile, le quali credevano esser uccelli di Giove perché volan alto nel cielo, ritruovarono le fontane perenni, e ne venerarono quest'altro gran beneficio che fece loro il Cielo quando regnava in terra. E dopo quello de' fulmini, gli più augusti auspìci furon osservati i voli dell'aquile, che Messala e Corvino dissero "auspìci maggiori" ovvero "pubblici", de' quali intendevano i patrizi romani quando nelle contese eroiche replicavano alla plebe "auspicia esse sua". Tutto ciò, dalla provvedenza ordinato per dar principio all'uman genere gentilesco, Platone stimò essere stati scorti provvedimenti umani de' primi fondatori delle città. Ma nella barbarie ricorsa, che dappertutto distruggeva le città, nella stessa guisa si salvarono le famiglie, onde provennero le novelle nazioni d'Europa; e ne restarono agl'italiani dette "castella" tutte le signorie che novellamente vi sursero, perché generalmente s'osserva le città più antiche e quasi tutte le capitali de' popoli essere poste sull'alto de' monti, ed al contrario i villaggi sparsi per le pianure: onde debbono venire quelle frasi latine "summo loco", "illustri loco nati" per significar "nobili", e "imo loco", "obscuro loco nati" per dir "plebei", perché, come vedremo appresso, gli eroi abitavano le città, i famoli le campagne.

Però, sopra tutt'altro, per le fontane perenni fu detto da' politici che la comunanza dell'acqua fusse stata l'occasione che da presso vi si unissero le famiglie, e che quindi le prime comunanze si dicessero phratríai da' greci, siccome le prime terre vennero dette "pagi" a' latini, come da' greci dori fu la fonte chiamata peghé: ch'è l'acqua, prima delle due principali solennità delle nozze. Le quali da' romani si celebravano aqua et igni, perché i primi matrimoni naturalmente si contrassero tra uomini e donne ch'avevano l'acqua e 'l fuoco comune, e sì erano d'una stessa famiglia; onde, come sopra si è detto, da' fratelli e sorelle dovettero incominciare. Del qual fuoco era dio il lare di ciascheduna casa; dalla qual origine vien detto "focus laris" il fuocolaio, dove il padre di famiglia sagrificava agli dèi della casa, i quali nella legge delle XII Tavole, al capo De parricidio, secondo la lezione di Giacomo Revardo, son detti "deivei parentum"; e nella sagra storia si legge sì frequente una simil espressione: "Deus parentum nostrorum", come più spiegatamente: "Deus Abraham, Deus Isaac, Deus Iacob". D'intorno a che è quella tralle leggi di Cicerone così conceputa: "Sacra familiaria perpetua manento"; ond'è la frase, sì spessa nelle leggi romane, con la quale un figliuol di famiglia si dice essere "in sacris paternis", e si dice "sacra patria" essa paterna potestà, le cui ragioni ne' primi tempi, come si dimostra in quest'opera, erano tutte credute sagre. Cotal costume si ha a dire essere stato osservato da' barbari i quali vennero appresso: perché in Firenze, a' tempi di Giovanni Boccaccio (come l'attesta nella Geanologia degli dèi), nel principio di ciascun anno il padre di famiglia, assiso nel focolaio a capo di un ceppo a cui s'appiccava il fuoco, gli dava l'incenso e vi spargeva del vino; lo che dalla nostra bassa plebe napoletana si osserva la sera della vigilia del santo Natale, che 'l padre di famiglia solennemente deve appiccare il fuoco ad un ceppo sì fatto nel fuocolaio; e per lo Reame di Napoli le famiglie dicono noverarsi per fuochi. Quindi, fondate le città, venne l'universal costume che i matrimoni si contraggono tra' cittadini; e finalmente restò quello: che, ove si contraggono con istranieri, abbiano almen tra loro la religione comune.

Ora, ritornando dal fuoco all'acqua, Stige, per cui giuravano i dèi, fu la sorgiva delle fontane: ove gli dèi debbon esser i nobili dell'eroiche città (come si è sopra detto), perché la comunanza di tal acqua aveva fatto loro i regni sopra degli uomini; onde fin al CCCIX di Roma i patrizi tennero i connubi incomunicati alla plebe, come se n'è detto alquanto sopra e più appresso se ne dirà. Per tutto ciò nella storia sagra si leggono sovente o "pozzo del giuramento" o "giuramento del pozzo": ond'esso nome serba questa tanto grande antichità alla città di Pozzuoli, che fu detto "Puteoli" da più piccioli pozzi uniti; ed è ragionevole congettura, fondata sul dizionario mentale ch'abbiamo detto, che tante città sparse per le antiche nazioni che si dicono nel numero del più, da questa cosa, una in sostanza, si appellarono, con favella articolata, diversamente.

Quivi si fantasticò la terza deità maggiore, la qual fu Diana, che fu la prima umana necessità, la quale si fece sentir a' giganti fermati in certe terre e congionti in matrimonio con certe donne. Ci lasciarono i poeti teologi descritta la storia di queste cose con due favole di Diana. Delle quali una ce ne significa la pudicizia de' matrimoni: ch'è quella di Diana, la quale, tutta tacita, al buio di densa notte, si giace con Endimione dormente; talch'è casta Diana di quella castità onde una delle leggi di Cicerone comanda "Deos caste adeunto" (che si andasse a sagrificare, fatte le sagre lavande prima). L'altra ce ne narra la spaventosa religione de' fonti, a' quali restò il perpetuo aggiunto di "sagri": ch'è quella d'Atteone, il quale, veduta Diana ignuda (la fontana viva), dalla dea spruzzato d'acqua (per dire che la dea gli gittò sopra il suo grande spavento), divenne cervo (lo più timido degli animali) e fu sbranato da' suoi cani (da' rimorsi della propia coscienza per la religion violata); talché "lymphati" (propiamente "spruzzati d'acqua pura", ché tanto vuol dire "lympha") dovettero dapprima intendersi cotali Atteoni impazzati di superstizioso spavento. La qual istoria poetica serbarono i latini nella voce "latices" (che debbe venire a "latendo"), c'hanno l'aggiunto perpetuo di "puri", e significano l'acqua che sgorga dalla fontana; e tali "latices" de' latini devon essere le ninfe compagne di Diana appo i greci, a' quali "nymphæ" significavano lo stesso che "lymphæ"; e tali ninfe furon dette da' tempi ch'apprendevano tutte le cose per sostanze animate e, per lo più, umane, come sopra si è nella Metafisica ragionato.

Appresso, i giganti pii, che furon i postati ne' monti, dovettero risentirsi del putore che davano i cadaveri de' lor trappassati, che marcivano loro da presso sopra la terra; onde si diedero a seppellirgli (de' quali si sono truovati e tuttavia si ritruovano vasti teschi ed ossa per lo più sopra l'alture de' monti; ch'è un grand'argomento che de' giganti empi, dispersi per le pianure e le valli dappertutto, i cadaveri marcendo inseppolti, furono i teschi e l'ossa o portati in mar da' torrenti o macerati alfin dalle piogge), e sparsero i sepolcri di tanta religione, o sia divino spavento, che "religiosa loca" per eccellenza restaron detti a' latini i luoghi ove fussero de' sepolcri. E quivi cominciò l'universale credenza, che noi pruovammo sopra ne' Princìpi (de' quali questo era il terzo che noi abbiamo preso di questa Scienza), cioè dell'immortalità dell'anime umane, le quali si dissero "dii manes" e nella legge delle XII Tavole, al capo De parricidio, "deivei parentum" si appellano. Altronde essi dovettero, in segno di seppoltura, o sopra o presso a ciascun tumulo, che altro dapprima non poté essere propiamente che terra alquanto rilevata (come de' germani antichi, i quali ci dan luogo di congetturare lo stesso costume di tutte l'altre prime barbare nazioni, al riferire di Tacito, stimavano di non dover gravare i morti di molta terra; ond'è quella preghiera per gli difonti: "Sit tibi terra levis"); dovettero, diciamo, in segno di seppoltura ficcar un ceppo, detto da' greci phúlax, che significa "custode", perché credevano, i semplici, che cotal ceppo il guardasse; e "cippus" a' latini restò a significare "sepolcro", ed agl'italiani "ceppo" significa "pianta d'albero geanologico". Onde dovette venir a' greci phulé, che significa "tribù": e i romani descrivevano le loro geanologie disponendo le statue de' lor antenati nelle sale delle loro case per fili, che dissero "stemmata" (che dev'aver origine da "temen", che vuol dir "filo"; ond'è "subtemen", "filato", che si stende sotto nel tessersi delle tele); i quali fili geanologici poi da' giureconsulti si dissero "lineæ", e quindi "stemmata" restarono in questi tempi a significare "insegne gentilizie". Talch'è forte congettura che le prime terre con tali seppelliti sieno stati i primi scudi delle famiglie; onde dev'intendersi il motto della madre spartana, che consegna lo scudo al figliuolo che va alla guerra, dicendo: "aut cum hoc, aut in hoc", volendo dire "ritorna o con questo o sopra una bara"; siccome oggi in Napoli tuttavia la bara si chiama "scudo". E perché tai sepolcri erano nel fondo de' campi, che prima furon da semina, quindi gli scudi nella scienza del blasone son diffiniti il "fondamento del campo", che poi fu detto dell'"armi".

Da sì fatta origine dee esser venuto detto "filius", il quale, distinto col nome o casato del padre, significò "nobile"; appunto come il patrizio romano udimmo sopra diffinito "qui potest nomine ciere patrem": il qual "nome" de' romani vedemmo sopra esser a livello il patronimico, il quale sì spesso usarono i primi greci, onde da Omero si dicono "filii Achivorum" gli eroi, siccome nella sagra storia "filii Isræl" sono significati i nobili del popolo ebreo. Talché è necessario che, se le tribù dapprima furono de' nobili, dapprima di soli nobili si composero le città, come appresso dimostreremo.

Così con essi sepolcri de' loro seppelliti i giganti dimostravano la signoria delle loro terre; lo che restò in ragion romana di seppellire il morto in un luogo propio, per farlo religioso. E dicevano con verità quelle frasi eroiche: "noi siamo figliuoli di questa terra", "siamo nati da queste roveri"; come i capi delle famiglie da' latini si dissero "stirpes" e "stipites", e la discendenza di ciascheduno fu chiamata "propago"; ed esse famiglie dagl'italiani furon appellate "legnaggi"; e le nobilissime case d'Europa e quasi tutte le sovrane prendono i cognomi dalle terre da esse signoreggiate. Onde, tanto in greco quanto in latino, egualmente, "figliuol della Terra" significò lo stesso che "nobile": ed a' latini "ingenui" significano "nobili", quasi "indegeniti" e più speditamente "ingeniti"; come certamente "indigenæ" restaron a significare i natii d'una terra, e "dii indigetes" si dissero i dèi natii, che debbon essere stati i nobili dell'eroiche città, che si appellarono "dèi", come sopra si è detto, de' quali dèi fu gran madre la Terra. Onde da principio "ingenuus" e "patricius" significarono "nobile", perché le prime città furono de' soli nobili: e questi "ingenui" devon essere stati gli aborigini, detti quasi "senza origini" ovvero "da sé nati", a' quali rispondono a livello gli autóchthones che dicono i greci. E gli aborigini furon giganti, e "giganti" propiamente significano "figliuoli della Terra"; e così la Terra ci fu fedelmente narrata dalle favole essere stata madre de' giganti e dei dèi.

Le quali cose tutte sopra si sono da noi ragionate, e qui, ch'era luogo loro propio, si son ripetute per dimostrare che Livio mal attaccò cotal frase eroica a Romolo e a' padri, di lui compagni, ove ai ricorsi nell'asilo aperto nel luco gli fa dire "esser essi figliuoli di quella terra", e 'n bocca loro fa divenire sfacciata bugia quella che ne' fondatori de' primi popoli era stata un'eroica verità: tra perché Romolo era conosciuto reale d'Alba, e perché tal madre era stata loro pur troppo iniqua a produrre de' soli uomini, tanto ch'ebbero bisogno di rapir le sabine per aver donne. Onde hassi a dire che, per la maniera di pensare de' primi popoli per caratteri poetici, a Romolo, guardato come fondatore di città, furon attaccate le propietà de' fondatori delle città prime del Lazio, in mezzo a un gran numero delle quali Romolo fondò Roma. Col qual errore va di concerto la diffinizione che lo stesso Livio dà dell'asilo: che fusse stato "vetus urbes condentium consilium", che ne' primi fondatori delle città, ch'erano semplici, non già consiglio, ma fu natura che serviva alla provvedenza.

Quivi si fantasticò la quarta divinità delle genti dette "maggiori", che fu Apollo, appreso per dio della luce civile; onde gli eroi si dissero kleitói ("chiari") da' greci, da kléos ("gloria"), e si chiamarono "inclyti" da' latini, da "cluer", "splendore d'armi", ed in conseguenza da quella luce alla quale Giunone Lucina portava i nobili parti. Talché, dopo Urania - che sopra abbiam veduto esser la musa ch'Omero diffinisce "scienza del bene e del male", o sia la divinazione, come si è sopra detto, per la quale Apollo è dio della sapienza poetica ovvero della divinità - quivi dovette fantasticarsi la seconda delle muse, che dev'essere stata Clio, la quale narra la storia eroica; e la prima storia sì fatta dovette incominciare dalle geanologie di essi eroi, siccome la sagra storia comincia dalle discendenze de' patriarchi. A sì fatta storia dà Apollo il principio da ciò: che perseguita Dafne, donzella vagabonda che va errando per le selve (nella vita nefaria); e questa con l'aiuto ch'implorò degli dèi (de' quali bisognavano gli auspìci ne' matrimoni solenni), fermandosi, diventa lauro (pianta che sempre verdeggia nella certa e conosciuta sua prole, in quella stessa significazione ch'i latini "stipites" dissero i ceppi delle famiglie; e la barbarie ricorsa ci riportò le stesse frasi eroiche, ove dicono "alberi" le discendenze delle medesime, e i fondatori chiamano "ceppi" e "pedali", e le discendenze de' provenuti dicono "rami", ed esse famiglie dicon "legnaggi"). Così il seguire d'Apollo fu propio di nume, il fuggire di Dafne propio di fiera; ma poi, sconosciuto il parlare di tal istoria severa, avvenne che 'l seguire d'Apollo fu d'impudico, il fuggire di Dafne fu di Diana.

Di più Apollo è fratello di Diana, perché con le fontane perenni ebbero l'agio di fondarsi le prime genti sopra de' monti; ond'egli ha la sua sede sopra il monte Parnaso, dove abitano le muse (che sono l'arti dell'umanità), e presso il fonte Ippocrene, delle cui acque bevono i cigni, uccelli canori di quel "canere" o "cantare" che significa "predire" a' latini; con gli auspìci d'un de' quali, come si è sopra detto, Leda concepisce le due uova, e da uno partorisce Elena, e dall'altro Castore e Polluce ad un parto.

Ed Apollo e Diana sono figliuoli di Latona, detta da quel "latere" o "nascondersi" onde si disse "condere gentes", "condere regna", "condere urbes", e particolarmente in Italia fu detto "Latium". E Latona gli partorì presso l'acque delle fontane perenni, ch'abbiamo detto, al cui parto gli uomini diventaron ranocchie, le quali nelle piogge d'està nascono dalla terra, la qual fu detta "madre de' giganti", che sono propiamente della Terra figliuoli. Una delle quali ranocchie è quella che a Dario manda Idantura; e devon essere le tre ranocchie e non rospi nell'arme reale di Francia, che poi si cangiarono in gigli d'oro, dipinte col superlativo del "tre", che restò ad essi francesi per significare una ranocchia grandissima, cioè un grandissimo figliuolo, e quindi signor della terra.

Entrambi son cacciatori, che con alberi spiantati, uno de' quali è la clava d'Ercole, uccidono fiere, prima per difenderne sé e le loro famiglie (non essendo loro più lecito, come a' vagabondi della vita eslege, di camparne fuggendo), di poi per nudrirsene essi con le loro famiglie. Come Virgilio di tali carni fa cibare gli eroi, e i germani antichi, al riferire di Tacito, per tal fine con le loro mogli ivano cacciando le fiere.

Ed è Apollo dio fondatore dell'umanità e delle di lei arti, che testé abbiam detto esser le muse, le quali arti da' latini si dicono "liberales" in significato di "nobili", una delle quali è quella di cavalcare: onde il Pegaso vola sopra il monte Parnaso, il quale è armato d'ali, perch'è in ragione de' nobili; e nella barbarie ricorsa, perch'essi soli potevano armare a cavallo, i nobili dagli spagnuoli se ne dissero "cavalieri". Essa umanità ebbe incominciamento dall'"humare", "seppellire" (il perché le seppolture furono da noi prese per terzo principio di questa Scienza); onde gli ateniesi, che furono gli umanissimi di tutte le nazioni, al riferire di Cicerone, furon i primi a seppellire i lor morti.

Finalmente Apollo è sempre giovine (siccome la vita di Dafne sempre verdeggia, cangiata in lauro), perché Apollo, coi "nomi" delle prosapie, eterna gli uomini nelle loro famiglie. Egli porta la chioma in segno di nobiltà; e ne restò costume a moltissime nazioni di portar chioma i nobili, e si legge tralle pene de' nobili appo i persiani e gli americani di spiccare uno o più capelli dalla lor chioma, e forse quindi dissero la "Gallia comata" da' nobili che fondarono tal nazione, come certamente appo tutte le nazioni agli schiavi si rade il capo.

Ma - stando essi eroi fermi dentro circoscritte terre, ed essendo cresciute in numero le lor famiglie, né bastando loro i frutti spontanei della natura, e temendo per averne copia d'uscire da' confini che si avevano essi medesimi circoscritti per quelle catene della religione ond'i giganti erano incatenati per sotto i monti, ed avendo la medesima religione insinuato loro di dar fuoco alle selve per aver il prospetto del cielo, onde venissero loro gli auspìci, - si diedero con molta, lunga dura fatiga a ridurre le terre a coltura e seminarvi il frumento, il quale, brustolito tra gli dumeti e spinai, avevano forse osservato utile per lo nutrimento umano. E qui, con bellissimo naturale necessario trasporto, le spighe del frumento chiamarono "poma d'oro", portando innanzi l'idea delle poma, che sono frutte della natura che si raccogliono l'està, alle spighe, che pur d'està si raccogliono dall'industria.

Da tal fatiga, che fu la più grande e più gloriosa di tutte, spiccò altamente il carattere d'Ercole, che ne fa tanta gloria a Giunone, che comandolla per nutrir le famiglie. E, con altrettanto belle quanto necessarie metafore, fantasticarono la terra per l'aspetto d'un gran dragone, tutto armato di squame e spine (ch'erano i di lei dumeti e spinai), finto alato (perché i terreni erano in ragion degli eroi), sempre vegghiante (cioè sempre folta), che custodiva le poma d'oro negli Orti esperidi, e dall'umidore dell'acque del diluvio fu poi il dragone creduto nascere in acqua. Per un altro aspetto fantasticarono un'idra (che pur viene detta da húdor, "acqua"), che, recisa ne' suoi capi, sempre in altri ripullulava; cangiante di tre colori: di nero (bruciata), di verde (in erbe), d'oro (in mature biade); de' quali tre colori la serpe ha distinta la spoglia, e invecchiando la rinnovella. Finalmente, per l'aspetto della ferocia ad esser domata, fu finta un animale fortissimo (onde poi al fortissimo degli animali fu dato nome "lione"), ch'è 'l lione nemeo, che i filologi pur vogliono essere stato uno sformato serpente. E tutti vomitan fuoco, che fu il fuoco ch'Ercole diede alle selve.

Queste furono tre storie diverse in tre diverse parti di Grecia, significanti una stessa cosa in sostanza. Come in altra fu quell'altra pur d'Ercole, che bambino uccide le serpi in culla (cioè nel tempo dell'eroismo bambino). In altra Bellerofonte uccide il mostro detto Chimera, con la coda di serpe, col petto di capra (per significar la terra selvosa) e col capo di lione, che pur vomita fiamme. In Tebe è Cadmo ch'uccide pur la gran serpe e ne semina i denti (con bella metafora chiamando "denti della serpe" i legni curvi più duri, co' quali, innanzi di truovarsi l'uso del ferro, si dovette arare la terra); e Cadmo divien esso anco serpe (che gli antichi romani arebbero detto che Cadmo, "fundus factus est"), come alquanto si è spiegato sopra e sarà spiegato molto più appresso; ove vedremo le serpi nel capo di Medusa e nella verga di Mercurio aver significato "dominio di terreni"; e ne restò ophéleia (da óphis, "serpe") detto il terratico, che fu pur detto "decima d'Ercole". Nel qual senso l'indovino Calcante appo Omero si legge che la serpe, la qual si divora gli otto passarini e la madre altresì, interpetra la terra troiana ch'a capo di nove anni verrebbe in dominio de' greci; e i greci, mentre combattono co' troiani, una serpe uccisa in aria da un'aquila, che cade in mezzo alla loro battaglia, prendono per buon augurio, in conformità della scienza dell'indovino Calcante. Perciò Proserpina, che fu la stessa che Cerere, si vede ne' marmi rapita in un carro tratto da serpi; e le serpi si osservano sì spesse nelle medaglie delle greche repubbliche.

Quindi per lo dizionario mentale (ed è cosa degna di riflettervi) gli re americani, al cantare di Fracastoro la sua Sifilide, furono ritruovati, invece di scettro, portar una spoglia secca di serpe. E i chinesi caricano di un dragone la lor arme reale e portano un dragone per insegna dell'imperio civile, che dev'essere stato Dragone ch'agli ateniesi scrisse le leggi col sangue; e noi sopra dicemmo tal Dragone esser una delle serpi della Gorgone, che Perseo inchiovò al suo scudo, che fu quello poi di Minerva, dea degli ateniesi, col cui aspetto insassiva il popolo riguardante, che truoverassi essere stato geroglifico dell'imperio civile d'Atene. E la Scrittura sagra, in Ezechiello, dà al re di Egitto il titolo di "gran dragone" che giace in mezzo a' suoi fiumi, appunto come sopra si è detto i dragoni nascer in acqua e l'idra aver dall'acqua preso tal nome. L'imperador del Giappone ne ha fatto un ordine di cavalieri, che portano per divisa un dragone. E de' tempi barbari ritornati narrano le storie che per la sua gran nobiltà fu chiamata al ducato di Melano la casa Visconti, la quale carica lo scudo d'uno dragone che divora un fanciullo, ch'è appunto il Pitone, il quale divorava gli uomini greci e fu ucciso da Apollo, ch'abbiamo ritruovato dio della nobiltà: nella qual impresa dee far maraviglia l'uniformità del pensar eroico degli uomini di questa barbarie seconda con quella degli antichissimi della prima. Questi adunque devon essere i due dragoni alati, che sospendono la collana delle pietre focaie, ch'accesero il fuoco che essi vomitano, e sono due tenenti del Toson d'oro, che 'l Chiflezio, il quale scrisse l'istoria di quell'insigne ordine, non poté intendere, onde il Pietrasanta confessa esserne oscura l'istoria.

Come in altre parti di Grecia fu Ercole ch'uccise le serpi, il lione, l'idra, il dragone; in altra Bellerofonte ch'ammazzò la Chimera: così in altra fu Bacco ch'addimestica tigri, che dovetter esser le terre vestite così di vari colori come le tigri han la pelle, e passonne poi il nome di "tigri" agli animali di tal fortissima spezie. Perché aver Bacco dome le tigri col vino è un'istoria fisica, che nulla apparteneva a sapersi dagli eroi contadini ch'avevano da fondare le nazioni: oltreché nommai Bacco ci fu narrato andar in Affrica o in Ircania a domarle in que' tempi, ne' quali, come dimostreremo nella Geografia poetica, non potevano saper i greci se nel mondo fusse l'Ircania e molto meno l'Affrica, nonché tigri nelle selve d'Ircania o ne' deserti dell'Affrica.

Di più le spighe del frumento dissero "poma d'oro", che dovett'essere il primo oro del mondo, nel tempo che l'oro metallo era in zolle, né se ne sapeva ancor l'arte di ridurlo purgato in massa, nonché di dargli lustro e splendore; né, quando si beveva l'acqua dalle fontane, se ne poteva punto pregiare l'uso: il quale poi, dalla somiglianza del colore e sommo pregio di cotal cibo in que' tempi, per trasporto fu detto "oro"; onde dovette Plauto dire "thesaurum auri", per distinguerlo dal "granaio". Perché certamente Giobbe, tralle grandezze dalle quali egli era caduto, novera quella: ch'esso mangiava pan di frumento, siccome ne' contadi delle nostre più rimote provincie si ha, a luogo di quello che sono nelle città le pozioni gemmate, gli ammalati cibarsi di pan di grano, e si dice "l'infermo si ciba di pan di grano" per significare lui essere nell'ultimo di sua vita.

Appresso, spiegando più l'idea di tal pregio e carezza, dovettero dire "d'oro" le belle lane; onde appo Omero si lamenta Atreo che Tieste gli abbia le pecore d'oro rubato; e gli argonauti rubarono il vello d'oro da Ponto. Perciò lo stesso Omero appella i suoi re o eroi col perpetuo aggiunto di polúmelos, ch'interpetrano "ricchi di greggi"; siccome dagli antichi latini, con tal uniformità d'idee, il patrimonio si disse "pecunia", ch'i latini gramatici vogliono esser detta a "pecude", come appo i germani antichi, al narrare di Tacito, i greggi e gli armenti "solæ et gratissimæ opes sunt": il qual costume deve esser lo stesso degli antichi romani, da' quali il patrimonio si diceva "pecunia", come l'attesta la lettera delle XII Tavole, al capo De' testamenti. E mélon significa e "pomo" e "pecora" ai greci, i quali, forse anche con l'aspetto di pregevole frutto, dissero méli il mèle; e gl'italiani dicono "meli" esse poma.

Talché queste del frumento devon essere state le poma d'oro, le quali prima di tutt'altri Ercole riporta ovvero raccoglie da Esperia; e l'Ercole gallico con le catene di quest'oro, le quali gli escon di bocca, incatena gli uomini per gli orecchi, come appresso si truoverà esser un'istoria d'intorno alla coltivazione de' campi. Quindi Ercole restò nume propizio a ritruovare tesori, de' quali era dio Dite, ch'è 'l medesimo che Plutone, il quale rapisce nell'inferno Proserpina, che truoverassi la stessa che Cerere (cioè il frumento), e la porta nell'Inferno narratoci da' poeti, appo i quali il primo fu dov'era Stige, il secondo dov'erano i seppelliti, il terzo il profondo de' solchi, come a suo luogo si mostrerà. Dal qual dio Dite son detti "dites" i ricchi; e i ricchi eran i nobili, ch'appo gli spagnuoli si dicono "ricos hombres", ed appo i nostri anticamente si dissero "benestanti"; ed appo i latini si disse "ditio" quella che noi diciamo "signoria d'uno Stato", perché i campi colti fanno la vera ricchezza agli Stati, onde da' medesimi latini si disse "ager" il distretto d'una signoria, ed "ager", propiamente, è la terra che "aratro agitur". Così dev'esser vero che 'l Nilo fu detto chrusorróas, "scorrente oro", perché allaga i larghi campi d'Egitto, dalle cui innondazioni vi proviene la grande abbondanza delle raccolte: così "fiumi d'oro" detti il Pattolo, il Gange, l'Idaspe, il Tago, perché fecondano le campagne di biade. Di queste poma d'oro certamente Virgilio, dottissimo dell'eroiche antichità, portando innanzi il trasporto, fece il ramo d'oro che porta Enea all'inferno; la qual favola, qui appresso, ove sarà suo più pieno luogo, si spiegherà. Del rimanente, l'oro metallo non si tenne a' tempi eroici in maggior pregio del ferro: come Tearco, re di Etiopia, agli ambasciadori di Cambise, i quali gli avevano presentato da parte del loro re molti vasi d'oro, rispose non riconoscerne esso alcun uso e molto meno necessità, e ne fece un rifiuto naturalmente magnanimo; appunto come degli antichi germani (ch'in tali tempi si truovarono essere anche questi antichissimi eroi i quali ora stiam ragionando) Tacito narra: "Est videre apud illos argentea vasa legatis et principibus eorum muneri data, non alia vilitate quam quæ humo finguntur". Perciò appo Omero nell'armarie degli eroi si conservano con indifferenza armi d'oro e di ferro, perché il primo mondo dovette abbondare di sì fatte miniere (siccome fu ritruovata nel suo scuoprimento l'America), e che poi dall'umana avarizia fussero esauste.

Da tutto lo che esce questo gran corollario: che la divisione delle quattro età del mondo, cioè d'oro, d'argento, di rame e di ferro, è ritruovato de' poeti de' tempi bassi; perché quest'oro poetico, che fu il frumento, diede appo i primi greci il nome all'età dell'oro, la cui innocenza fu la somma selvatichezza de' polifemi (ne' quali riconosce i primi padri di famiglia, come altre volte si è sopra detto, Platone), che si stavano tutti divisi e soli per le loro grotte con le loro mogli e figliuoli, nulla impacciandosi gli uni delle cose degli altri, come appo Omero raccontava Polifemo ad Ulisse.

In confermazione di tutto ciò che finora dell'oro poetico si è qui detto, giova arrecare due costumi, che ancor si celebrano, de' quali non si possono spiegar le cagioni se non sopra questi princìpi. Il primo è del pomo d'oro, che si pone in mano agli re tralle solennità della lor coronazione; il quale dev'esser lo stesso che nelle lor imprese sostengono in cima alle loro corone reali: il qual costume non può altronde aver l'origine che dalle poma d'oro, che diciamo qui, del frumento, che anco qui si truoveranno essere stato geroglifico del dominio ch'avevano gli eroi delle terre (che forse i sacerdoti egizi significarono col pomo, se non è uovo, in bocca del loro Cnefo, del quale appresso ragionerassi), e che tal geroglifico ci sia stato portato da' barbari, i quali invasero tutte le nazioni soggette all'imperio romano. L'altro costume è delle monete d'oro, che tralle solennità delle loro nozze gli re donano alle loro spose regine; che devono venire da quest'oro poetico del frumento che qui diciamo (tanto che esse monete d'oro significano appunto le nozze eroiche che celebrarono gli antichi romani "coemptione et farre"), in conformità degli eroi, che racconta Omero che con le doti essi comperavan le mogli: in una pioggia del qual oro dovette cangiarsi Giove con Danae, chiusa in una torre (che dovett'esser il granaio), per significare l'abbondanza di questa solennità; con che si confà a maraviglia l'espression ebrea "et abundantia in turribus tuis". E ne fermano tal congettura i britanni antichi, appo i quali gli sposi, per solennità delle nozze, alle spose rigalavano le focacce.

Al nascere di queste cose umane, nelle greche fantasie si destarono tre altre deitadi delle genti maggiori, con quest'ordine d'idee, corrispondente all'ordine d'esse cose: prima Vulcano, appresso Saturno (detto a "satis", da' seminati; onde l'età di Saturno de' latini risponde all'età dell'oro de' greci) e in terzo luogo fu Cibele o Berecinzia, la terra colta. E perciò si pinge assisa sopra un lione (ch'è la terra selvosa, che ridussero a coltura gli eroi, come si è sopra spiegato); detta "gran madre degli dèi", e "madre" detta ancor "de' giganti" (che, propiamente, così furon detti nel senso di "figliuoli della Terra", come sopra si è ragionato); talché è madre degli dèi (cioè de' giganti, che nel tempo delle prime città s'arrogarono il nome di "dèi", come pur sopra si è detto), e l'è consegrato il pino (segno della stabilità onde gli autori de' popoli, stando fermi nelle prime terre, fondarono le città, dea delle quali è Cibele). Fu ella detta Vesta, dea delle divine cerimonie appresso i romani, perché le terre, in tal tempo arate, furono le prime are del mondo (come vedremo nella Geografia poetica), dove la dea Vesta, con fiera religione armata, guardava il fuoco e 'l farro, che fu il frumento degli antichi romani: onde appo gli stessi si celebrarono le nozze "aqua et igni" e col farro, che si chiamavano "nuptiæ confarreatæ", che restarono poi a' soli lor sacerdoti, perché le prime famiglie erano state tutte di sacerdoti (come si sono ritruovati i regni de' bonzi nell'Indie orientali); e l'acqua e 'l fuoco e 'l farro furono gli elementi delle divine cerimonie romane. Sopra queste prime terre Vesta sagrificava a Giove gli empi dell'infame comunione, i quali violavano i primi altari (che abbiam sopra detto esser i primi campi del grano, come appresso si spiegherà); che furono le prime ostie, le prime vittime delle gentilesche religioni: detti "Saturni hostiæ", come si è osservato sopra, da Plauto; detti "victimæ" a "victis", dall'esser deboli, perché soli (ch'in tal sentimento di "debole" è pur rimasto a' latini "victus"); e detti "hostes", perché furon tali empi, con giusta idea, riputati nimici di tutto il gener umano; e restonne a' romani e le vittime e l'ostie impastarsi e la fronte e le corna di farro. Da tal dea Vesta i medesimi romani dissero "vergini vestali" quelle che guardavano il fuoco eterno, il quale, se per mala sorte spegnevasi, si doveva riaccender dal sole, perché dal sole, come vedremo appresso, Prometeo rubò il primo fuoco e portollo in terra tra' greci, dal quale appiccato alle selve, incominciaron a coltivar i terreni. E per ciò Vesta è la dea delle divine cerimonie a' romani, perché il primo "colere" che nacque nel mondo della gentilità fu il coltivare la terra, e 'l primo culto fu ergere sì fatti altari, accendervi tal primo fuoco e farvi sopra sacrifici, come testé si è detto, degli uomini empi.

Tal è la guisa con la quale si posero e si custodirono i termini ai campi. La qual divisione, come ci è narrata troppo generalmente da Ermogeniano giureconsulto - che si è immaginata fatta per deliberata convenzione degli uomini, e riuscita con tanta giustizia e osservata con altrettanto di buona fede, in tempi che non vi era ancora forza pubblica d'armi, e 'n conseguenza niuno imperio civile di leggi, - non può affatto intendersi che con l'essere stata fatta tra uomini sommamente fieri ed osservanti d'una qualche spaventosa religione, che gli avesse fermi e circoscritti entro di certe terre, e con queste sanguinose cerimonie avessero consagrato le prime mura, che pur i filologi dicono essere state descritte da' fondatori delle città con l'aratro, la cui curvatura, per le origini delle lingue che si sono sopra scoverte, dovette dirsi dapprima "urbs", ond'è l'antico "urbum", che vuol dire "curvo": dalla quale stessa origine forse è "orbis"; talché dapprima "orbis terræ" dovett'essere ogni ricinto sì fatto, così basso che Remo passò con un salto e vi fu ucciso da Romolo, e gli storici latini narrano aver consegrato col suo sangue le prime mura di Roma. Talché tal ricinto dovetter esser una siepe (ed appo i greci "séps" significa "serpe", nel suo significato eroico di "terra colta"); dalla quale origine deve venir detto "munire viam", lo che si fa con afforzare le siepi a' campi; onde le mura son dette "moenia", quasi "munia", come "munire" certamente restò per "fortificare". Tali siepi dovetter esser piantate di quelle piante ch'i latini dissero "sagmina", cioè di sanginelli, sambuci, che finoggi ne ritengono e l'uso e 'l nome; e si conservò tal voce "sagmina" per significar l'erbe di che si adornavan gli altari, e dovettero così dirsi dal "sangue" degli ammazzati, che come Remo, trascese l'avessero. Di che venne la santità alle mura, come si è detto; ed agli araldi altresì, che, come vedremo appresso, si coronavano di sì fatt'erbe, come certamente gli antichi ambasciadori romani il facevano con quelle còlte dalla ròcca del Campidoglio; e finalmente alle leggi ch'essi araldi portavano o della guerra o della pace: ond'è detta "sanctio" quella parte della legge ch'impon la pena a' di lei trasgressori. E quindi comincia quello che noi pruoviamo in quest'opera: che 'l diritto natural delle genti fu dalla divina provvedenza ordinato tra' popoli privatamente, il quale, nel conoscersi tra di loro, riconobbero esser loro comune: ché, perché gli araldi romani consagrati con sì fatt'erbe fussero inviolati tra gli altri popoli del Lazio, è necessario che quelli, senza saper nulla di questi, celebrassero lo stesso costume.

Così i padri di famiglia apparecchiarono la sussistenza alle loro famiglie eroiche con la religione, la qual esse con la religione si dovessero conservare. Onde fu perpetuo costume de' nobili d'esser religiosi, come osserva Giulio Scaligero nella Poetica: talché dee esser un gran segno che vada a finire una nazione, ove i nobili disprezzano la loro religione natia.

Si è comunemente oppinato, e da' filologi e da' filosofi, che le famiglie nello stato che dicesi "di natura" sieno state non d'altri che di figliuoli; quando elleno furono famiglie anco de' famoli, da' quali principalmente furon dette "famiglie": onde sopra tal manca iconomica stabilirono una falsa politica, come si è sopra accennato e pienamente appresso si mostrerà. Però noi da questa parte de' famoli, ch'è propia della dottrina iconomica, incominceremo qui della politica a ragionare.

2.

DELLE FAMIGLIE DE' FAMOLI INNANZI DELLE CITTÀ SENZA LE QUALI NON POTEVANO AFFATTO NASCERE LE CITTA`.

Perché finalmente, a capo di lunga età, de' giganti empi, rimasti nell'infame comunione delle cose e delle donne, nelle risse ch'essa comunion produceva, come i giureconsulti pur dicono, gli scempi di Grozio, gli abbandonati di Pufendorfio, per salvarsi da' violenti di Obbes (come le fiere, cacciate da intensissimo freddo, vanno talor a salvarsi dentro ai luoghi abitati), ricorsero alle are de' forti; e quivi questi feroci, perché già uniti in società di famiglie, uccidevano i violenti ch'avevano violato le loro terre, e ricevevano in protezione i miseri da essolor rifuggiti. E oltre l'eroismo di natura, d'esser nati da Giove, o sia generati con gli auspìci di Giove, spiccò principalmente in essi l'eroismo della virtù, nel quale sopra tutti gli altri popoli della terra fu eccellente il romano, in usarne appunto queste due pratiche:

Parcere subiectis et debellare superbos.

E qui si offre cosa degna di riflessione, per intendere quanto gli uomini dello stato ferino fossero stati feroci e indomiti dalla loro libertà bestiale a venire all'umana società: che, per venir i primi alla prima di tutte, che fu quella de' matrimoni, v'abbisognarono, per farglivi entrare, i pugnentissimi stimoli della libidine bestiale e, per tenerglivi dentro, v'abbisognarono i fortissimi freni di spaventose religioni, come sopra si è dimostrato. Da che provennero i matrimoni, i quali furono la prima amicizia che nacque al mondo; onde Omero, per significare che Giove e Giunone giacquero insieme, dice con eroica gravità che tra loro "celebrarono l'amicizia", detta da' greci philía dalla stessa origine ond'è philéo, "amo", e dond'è da' latini detto "filius"; e phílios a' greci ioni è l'"amico", e quindi a' greci, con la mutazione d'una lettera vicina di suono, è phulé la "tribù"; onde ancora vedemmo sopra "stemmata" essere stati detti i "fili geanologici", che da' giureconsulti sono chiamati "lineæ". Da questa natura di cose umane restò quest'eterna propietà: che la vera amicizia naturale egli è 'l matrimonio, nella quale naturalmente si comunicano tutti e tre i fini de' beni, cioè l'onesto, l'utile e 'l dilettevole; onde il marito e la moglie corrono per natura la stessa sorte in tutte le prosperità e avversità della vita (appunto come per elezione è quello: "amicorum omnia sunt communia"), per lo che da Modestino fu il matrimonio diffinito "omnis vitæ consortium".

I secondi non vennero a questa seconda, ch'ebbe, per una certa eccellenza, il nome di "società", come quindi a poco farem conoscere, che per l'ultime necessità della vita. Ov'è degno pur di riflessione che, perché i primi vennero all'umana società spinti dalla religione e da natural istinto di propagare la generazione degli uomini (l'una pia, l'altra propiamente detta gentil cagione), diedero principio ad un'amicizia nobile e signorile; e perché i secondi vi vennero per necessità di salvare la vita, diedero principio alla "società" che propiamente si dice, per comunicare principalmente l'utilità, e, 'n conseguenza, vile e servile. Perciò tali rifuggiti furono dagli eroi ricevuti con la giusta legge di protezione, onde sostentassero la naturale lor vita con l'obbligo di servir essi da giornalieri agli eroi. Qui dalla "fama" di essi eroi (che principalmente s'acquista con praticar le due parti che testé dicemmo usare l'eroismo della virtù) e da tal mondano romore, ch'è la kléos o "gloria" de' greci, che vien detta "fama" a' latini (come phéme pur si dice da' greci), i rifuggiti s'appellarono "famoli", da' quali principalmente si dissero le "famiglie". Dalla qual fama certamente la sagra storia, narrando de' giganti che furon innanzi il diluvio, gli diffinisce "viros famosos": appunto come Virgilio ne descrisse la Fama starsi assisa sopra di un'alta torre (che sono le terre poste in alto de' forti), che mette il capo entro il cielo (la cui altezza cominciò dalle cime de' monti), alata (perch'era in ragion degli eroi; onde nel campo posto a Troia la Fama vola per mezzo alle schiere de' greci eroi, non per mezzo alle caterve de' lor plebei), [e] con la tromba (la qual dee essere la tromba di Clio, ch'è la storia eroica) celebra i nomi grandi (quanto lo furono di fondatori di nazioni).

Or, in sì fatte famiglie innanzi delle città vivendo i famoli in condizione di schiavi (che furono gli abbozzi degli schiavi che poi si fecero nelle guerre, che nacquero dopo delle città; che sono quelli che da' latini detti furono "vernæ", da' quali provennero le lingue da' medesimi dette "vernaculæ", come sopra si è ragionato), i figliuoli degli eroi, per distinguersi da quelli de' famoli, si dissero "liberi", da' quali infatti non si distinguevano punto: come de' germani antichi, i quali ci danno ad intendere lo stesso costume di tutti i primi popoli barbari, Tacito narra che "dominum ac servum nullis educationis deliciis dignoscas"; come certamente tra' romani antichi ebbero i padri delle famiglie una potestà sovrana sopra la vita e la morte de' lor figliuoli ed un dominio dispotico sopra gli acquisti, onde infin a' romani princìpi i figliuoli dagli schiavi di nulla si distinguevano ne' peculi. Ma cotal voce "liberi" significò dapprima anco "nobili"; onde "artes liberales" sono "arti nobili", e "liberalis" restò a significare "gentile", e "liberalitas" "gentilezza", dalla stessa antica origine onde "gentes" erano state dette le "case nobili", da' latini; perché, come vedremo appresso, le prime genti si composero di soli nobili, e i soli nobili furono liberi nelle prime città. Altronde i famoli furon detti "clientes", e dapprima "cluentes", dall'antico verbo "cluere", "risplendere di luce d'armi" (il quale splendore fu detto "cluer"), perché rifulgevano con lo splendore dell'armi ch'usavano i lor eroi, che dalla stessa origine si dissero dapprima "incluti" e dappoi "inclyti": altrimente non erano ravvisati, come se non fusser tra gli uomini, com'appresso si spiegherà.

E qui ebbero principio le clientele e i primi dirozzamenti de' feudi, de' quali abbiamo molto, appresso, da ragionare; delle quali clientele e clienti si leggono sulla storia antica sparse tutte le nazioni, come nelle Degnità sta proposto. Ma Tucidide narra che nell'Egitto, anco a' suoi tempi, le dinastie di Tane erano tutte divise tra padri di famiglie, principi pastori di famiglie sì fatte; ed Omero, quanti eroi canta, tanti chiama "re", e gli diffinisce "pastori de' popoli", che dovetter esser innanzi di venire i pastori de' greggi, come appresso dimostreremo. Tuttavia in Arabia, com'erano stati in Egitto, or ne sono in gran numero; e nell'Indie occidentali si truovò la maggior parte, in tale stato di natura, governarsi per famiglie sì fatte, affollate di tanto numero di schiavi, che diede da pensare all'imperador Carlo V, re delle Spagne, di porvi modo e misura. E con una di queste famiglie dovette Abramo far guerre co' re gentili; i cui servi, co' quali le fece, troppo al nostro proposito, dotti di lingua santa traducono "vernaculos", come poc'anzi "vernæ" si sono da noi spiegati.

Sul nascere di queste cose incominciò con verità il famoso nodo erculeo, col quale i clienti si dissero "nexi", "annodati" alle terre, che dovevano coltivare per gl'incliti; che passò poi in un nodo finto, come vedremo, nella legge delle XII Tavole, che dava la forma alla mancipazione civile, che solennizzava tutti gli atti legittimi de' romani. Ora, perché non si può intendere spezie di società né più ristretta per parte di chi ha copia di beni, né, per chi ne ha bisogno, più necessaria, quivi dovettero incominciare i primi soci nel mondo, che, come l'avvisammo nelle Degnità, furon i soci degli eroi, ricevuti per la vita, come quelli ch'avevano arresa alla discrezion degli eroi la lor vita. Onde ad Antinoo, il capo de' suoi soci, per una parola, quantunque dettagli a buon fine, perché non gli va all'umore, Ulisse vuol mozzare la testa; e 'l pio Enea uccide il socio Miseno, che gli bisognava per far un sagrifizio. Di che pure ci fu serbata una volgare tradizione; ma Virgilio, perché nella mansuetudine del popolo romano era troppo crudo ad udirsi di Enea, ch'esso celebra per la pietà, il saggio poeta finge che ucciso fu da Tritone, perché avesse osato con quello contendere in suon di tromba: ma nello stesso tempo ne dà troppo aperti motivi d'intenderlo, narrando la morte di Miseno tralle solennità prescritte dalla Sibilla ad Enea, delle quali una era che gli bisognava innanzi seppellire Miseno per poter poi discendere nell'inferno; e apertamente dice che la Sibilla gliene aveva predetto la morte.

Talché questi erano soci delle sole fatighe, ma non già degli acquisti e molto meno della gloria, della quale rifulgevano solamente gli eroi, che se ne dicevano kleitói ovvero "chiari" da' greci, e "inclyti" da' latini (quali restarono le provincie dette "socie" da' romani); ed Esopo se ne lamenta nella favola della società leonina, come si è sopra detto. Perché certamente degli antichi germani, i quali ci permettono fare una necessaria congettura di tutti gli altri popoli barbari, Tacito narra che di tali famoli o clienti o vassalli quello "suum principem defendere et tueri, sua quoque fortia facta gloriæ eius adsignare, præcipuum iuramentum est"; ch'è una delle propietà più risentite de' nostri feudi. E quindi, e non altronde, dee essere provenuto che sotto la "persona" o "capo" (che, come vedremo appresso, significarono la stessa cosa che "maschera") e sotto il "nome" (ch'ora si direbbe "insegna") d'un padre di famiglia romano si contenevano, in ragione, tutti i figliuoli e tutti gli schiavi; e ne restò a' romani dirsi "clypea" i mezzi busti, che rappresentavano l'immagini degli antenati, riposte ne' tondi incavati dentro i pareti de' lor cortili, e, con troppa acconcezza alle cose che qui si dicono dell'origini delle medaglie, dalla novella architettura si dicono "medaglioni". Talché dovette con verità dirsi, ne' tempi eroici così de' greci, qual Omero il racconta, Ajace "torre de' greci", che solo combatte con intere battaglie troiane; come de' latini, ch'Orazio solo sul ponte sostiene un esercito di toscani: cioè Aiace, Orazio co' lor vassalli. Appunto come nella storia barbara ritornata quaranta normanni eroi, i quali ritornavano da Terra Santa, discacciano un esercito di saraceni, che tenevano assediato Salerno. Onde bisogna dire che da queste prime antichissime protezioni, le quali gli eroi presero de' rifuggiti alle loro terre, dovettero incominciar i feudi nel mondo, prima rustici personali, per gli quali tali vassalli debbon esser stati i primi "vades", ch'erano obbligati nella persona a seguir i loro eroi, ove gli menassero a coltivare i di loro campi (che poi restarono detti i rei, obbligati di seguir i lor attori in giudizio); onde, come "vas" a' latini, bás ai greci, così "was" e "wassus" restaron a' feudisti barbari a significare "vassallo", dappoi dovettero venire i feudi rustici reali, per gli quali i vassalli dovetter essere i primi "prædes" o "mancipes", gli obbligati in roba stabile; e "mancipes", propiamente, restaron detti tali obbligati all'erario. Di che più ragioneremo in appresso.

Quindi devon altresì incominciare le prime colonie eroiche che noi diciamo "mediterranee", a differenza di altre, le quali vennero appresso, che furon le marittime, le quali vedremo essere state drappelli di rifuggiti da mare, che si salvarono in altre terre (che nelle Degnità si son accennate): perché il nome, propiamente, altro non suona che "moltitudine di giornalieri, che coltivano i campi (come tuttavia fanno) per lo vitto diurno". Delle quali due spezie di colonie son istorie quelle due favole: cioè, delle mediterranee, è 'l famoso Ercole gallico, il quale con catene d'oro poetico (cioè del frumento), che gli escono di bocca, incatena per gli orecchi moltitudine d'uomini e gli si mena, dove vuol, dietro; il quale è stato finora preso per simbolo dell'eloquenza, la qual favola nacque ne' tempi che non sapevano ancora gli eroi articolar la favella, come si è appieno sopra dimostro. Delle colonie marittime è la favola della rete, con la quale Vulcano eroico strascina da mare Venere e Marte plebei (la qual distinzione sarà qui appresso generalmente spiegata), e 'l Sole gli scuopre tutti nudi (cioè non vestiti della luce civile, della quale rifulgevan gli eroi, come si è testé detto), e gli dèi (cioè i nobili dell'eroiche città, quali si sono sopra spiegati) ne fanno scherno (come fecero i patrizi della povera plebe romana antica).

E finalmente quindi ebbero gli asili la loro primiera origine: onde Cadmo con l'asilo fonda Tebe, antichissima città della Grecia; - Teseo fonda Atene sull'altare degl'infelici, detti con giusta idea "infelici" gli empi vagabondi, ch'erano privi di tutti i divini ed umani beni ch'aveva produtto a' pii l'umana società; - Romolo fonda Roma con l'asilo aperto nel luco; se non, più tosto, come fondatore di città nuova, esso co' suoi compagni la fonda sulla pianta degli asili, ond'erano surte l'antiche città del Lazio, che generalmente Livio in tal proposito diffinisce "vetus urbes condentium consilium", e perciò male gli attacca, come abbiam veduto sopra, quel detto: ch'esso e i suoi compagni erano figliuoli di quella terra. Ma, per ciò che 'l detto di Livio fa al nostro proposito, egli ci dimostra che gli asili furono l'origini delle città, delle quali è propietà eterna che gli uomini vi vivono sicuri da violenza. In cotal guisa dalla moltitudine degli empi vagabondi, dappertutto riparati e salvi nelle terre de' forti pii, venne a Giove il grazioso titolo d'"ospitale": perocché sì fatti asili furono i primi "ospizi" del mondo, e sì fatti "ricevuti", come appresso vedremo, furono i primi "ospiti" ovvero "stranieri" delle prime città; e ne conservò la greca storia poetica, tralle molte fatighe d'Ercole, queste due: ch'egli andò per lo mondo spegnendo mostri, uomini nell'aspetto e bestie ne' lor costumi, e che purgò le lordissime stalle d'Augia.

Quivi le genti poetiche fantasticarono due altre maggiori divinità, una di Marte, un'altra di Venere: quello, per un carattere degli eroi, che, prima e propiamente, combatterono "pro aris et focis"; la qual sorta di combattere fu sempre eroica: combattere per la propia religione, a cui ricorre il gener umano ne' disperati soccorsi della natura; onde le guerre di religione sono sanguinosissime, e gli uomini libertini, invecchiando, perché si sentono mancar i soccorsi della natura, divengon religiosi; onde noi sopra prendemmo la religione per primo principio di questa Scienza. Quivi Marte combatté in veri campi reali e dentro veri reali scudi, che da "cluer" prima "clupei" e poi "clypei" si dissero da' romani; siccome a' tempi barbari ritornati i pascoli e le selve chiuse sono dette "difese". E tali scudi si caricavano di vere armi, le quali dapprima, che non v'erano armi ancora di ferro, furon aste d'alberi bruciate in punta e poi ritondate ed aguzzate alla cote per renderle atte a ferire; che sono l'"aste pure", o non armate di ferro, che si davano per premi militari a' soldati romani i quali si erano eroicamente portati in guerra. Onde appo i greci son armate d'aste Minerva, Bellona, Pallade; ed appo i latini da "quiris", "asta", Giunone detta "Quirina", e "Quirino" Marte, e Romolo, perché valse vivo coll'asta, morto fu appellato "Quirino"; e 'l popolo romano, che armò di pili (come lo spartano, che fu il popolo eroico di Grecia, armò d'aste), fu detto, in adunanza, "quirites". Ma delle nazioni barbare la storia romana ci narra aver guerreggiato con le prime aste ch'ora diciamo, e le ci descrive "præustas sudes", "aste bruciate in punta", come furono ritruovati armeggiare gli americani; e a' tempi nostri i nobili con l'aste armeggiano ne' tornei, le quali prima adoperarono nelle guerre. La qual sorta d'armadura fu ritruovata da una giusta idea di fortezza, d'allungar il braccio e col corpo tener lontana l'ingiuria dal corpo, siccome l'armi che più s'appressano al corpo son più da bestie.

Sopra ritruovammo i fondi de' campi ov'erano i seppelliti essere stati i primi scudi del mondo; onde nella scienza del blasone restò che lo scudo è 'l fondamento dell'armi. I colori de' campi furono veri: il nero, della terra bruciata, a cui Ercole diede il fuoco; - il verde, delle biade in erba; - e con errore per metallo fu preso l'oro, che fu il frumento, che, biondeggiando nelle secche sue biade, fu il terzo color della terra, com'altra volta si è detto; siccome i romani, tra' premi militari eroici, caricavano di frumento gli scudi di que' soldati che si erano segnalati nelle battaglie, e "adorea" loro si disse la "gloria militare", da "ador", "grano brustolito", di che prima cibavansi, che gli antichi latini dissero "adur" da "uro", "bruciare"; talché forse il primo "adorare" de' tempi religiosi fu brustolire frumento; - l'azzurro fu il color del cielo, del quale eran essi luci coverti (il perch'i francesi dissero "bleu" per l'"azzurro", per lo "cielo" e per "Dio", come sopra si è detto); - il rosso era il sangue de' ladroni empi, che gli eroi uccidevano, ritruovati dentro de' loro campi. L'imprese nobili venuteci dalla barbarie ritornata si osservano caricate di tanti lioni neri, verdi, d'oro, azzurri e finalmente rossi, i quali, per ciò che sopra abbiam veduto de' campi da semina, che poi passarono in campi d'armi, deono essere le terre colte, guardate con l'aspetto, che sopra si ragionò, del lione vinto da Ercole, e de' lor colori, che si sono testé noverati; - tante caricate di vari, che deon essere i solchi onde da' denti della gran serpe, da esso uccisa, di che avevagli seminati, uscirono gli uomini armati di Cadmo; - tante caricate di pali, che devon essere l'aste con le quali armeggiarono i primi eroi; - e tante caricate alfin di rastelli, che sono stromenti certamente di villa. Per lo che tutto si ha a conchiudere che l'agricoltura, come ne' tempi barbari primi, de' quali ci accertano essi romani, così ne' secondi fece la prima nobiltà delle nazioni.

Gli scudi poi degli antichi furon coverti di cuoio, come si ha da' poeti che di cuoio vestirono i vecchi eroi, cioè delle pelli delle fiere da essi cacciate ed uccise. Di che vi ha un bel luogo in Pausania ove riferisce di Pelasgo (antichissimo eroe di Grecia, che diede il primo nome, che quella nazione portò, di "pelasgi"; talché Apollodoro, De origine deorum, il chiama autóchthona, "figliuol della Terra", che si diceva in una parola "gigante") ch'egli "ritruovò la veste di cuoio". E, con maravigliosa corrispondenza de' tempi barbari secondi co' primi, de' grandi personaggi antichi parlando, Dante dice che vestivan "di cuoio e d'osso", e Boccaccio narra ch'ivan impacciati nel cuoio: dallo che dovette venire che l'imprese gentilizie fussero di cuoio coverte, nelle quali la pelle del capo e de' piedi, rivolta in cartocci, vi fa acconci finimenti. Furon gli scudi ritondi, perché le terre sboscate e colte furono i primi "orbes terrarum", come sopra si è detto; e ne restò la propietà a latini, con cui "clypeus" era tondo, a differenza di "scutum", ch'era angolare. Il perché ogni luco si disse nel senso di "occhio", come ancor oggi si dicon "occhi" l'aperture ond'entra il lume nelle case: la qual frase eroica vera, essendosi poi sconosciuta, quindi alterata e finalmente corrotta: ch'"ogni gigante aveva il suo luco", era già divenuta falsa quando giunse ad Omero, e fu appreso ciascun gigante con un occhio in mezzo la fronte. Co' quali giganti monocoli ci venne Vulcano, nelle prime fucine - che furono le selve, alle quali Vulcano aveva dato il fuoco e dove aveva fabbricato le prime armi, che furono, come abbiam detto, l'aste bruciate in punta, - stesa l'idea di tal'armi, fabbricar i fulmini a Giove; perché Vulcano aveva dato fuoco alle selve, per osservar a cielo aperto donde i fulmini fussero mandati da Giove.

L'altra divinità, che nacque tra queste antichissime cose umane, fu quella di Venere, la quale fu un carattere della bellezza civile; onde "honestas" restò a significare e "nobiltà" e "bellezza" e "virtù". Perché con quest'ordine dovettero nascere queste tre idee: che prima fussesi intesa la bellezza civile, ch'apparteneva agli eroi; - dopo, la naturale, che cade sotto gli umani sensi, però di uomini di menti scorte e comprendevoli, che sappiano discernere le parti e combinarne la convenevolezza nel tutto d'un corpo, nello che la bellezza essenzialmente consiste; onde i contadini e gli uomini della lorda plebe nulla o assai poco s'intendono di bellezza (lo che dimostra l'errore de' filologi, i quali dicono che, in questi tempi scempi e balordi ch'ora qui ragioniamo, si eleggevano gli re dall'aspetto de' loro corpi belli e ben fatti; perché tal tradizione è da intendersi della bellezza civile, ch'era la nobiltà d'essi eroi, come or ora diremo); finalmente, s'intese la bellezza della virtù, la quale si appella "honestas" e s'intende sol da' filosofi. Laonde della bellezza civile dovetter esser belli Apollo, Bacco, Ganimede, Bellerofonte, Teseo con altri eroi, per gli quali forse fu immaginata Venere maschia.

Dovette nascere l'idea della bellezza civile in mente de' poeti teologi dal veder essi gli empi rifuggiti alle lor terre esser uomini d'aspetto e brutte bestie di costumi. Di tal bellezza, e non d'altra, vaghi furono gli spartani, gli eroi della Grecia, che gittavano dal monte Taigeta i parti brutti e deformi, cioè fatti da nobili femmine senza la solennità delle nozze; che debbon esser i "mostri" che la legge delle XII Tavole comandava gittarsi in Tevere. Perché non è punto verisimile ch'i decemviri, in quella parsimonia di leggi propia delle prime repubbliche, avessero pensato a' mostri naturali, che sono sì radi che le cose rade in natura si dicon "mostri"; quando, in questa copia di leggi della qual or travagliamo, i legislatori lasciano all'arbitrio de' giudicanti le cause ch'avvengono rade volte: talché questi dovetter esser i mostri detti, prima e propiamente, "civili" (d'un de' quali intese Panfilo ove, venuto in falso sospetto che la donzella Filumena fusse gravida, dice:

... Aliquid monstri alunt)

; e così restaron detti nelle leggi romane, le quali dovettero parlare con tutta propietà come osserva Antonio Fabro nella Giurisprudenza papinianea. Lo che sopra si è altra volta ad altro fine osservato.

Laonde questo dee essere quello che, con quanto di buona fede, con altrettanta ignorazione delle romane antichità ch'egli scrive, dice Livio: che, se comunicati fussero da' nobili i connubi a' plebei, ne nascerebbe la prole "secum ipsa discors", ch'è tanto dire quanto "mostro mescolato di due nature": una, eroica, de' nobili; altra, ferina, d'essi plebei, che "agitabant connubia more ferarum": il qual motto prese Livio da alcuno antico scrittor d'annali, e l'usò senza scienza, perocché egli il rapporta in senso: "se i nobili imparentassero co' plebei". Perché i plebei, in quel loro misero stato di quasi schiavi, nol potevano pretendere da' nobili, ma domandarono la ragione di contrarre nozze sollenni (ché tanto suona "connubium"): la qual ragione era solo de' nobili; ma, delle fiere, niuna spezie usa con altra di altra spezie. Talché è forza dire ch'egli fu un motto, col quale, in quella eroica contesa, i nobili volevano schernir i plebei, che, non avendo auspìci pubblici, i quali con la lor solennità facevano le nozze giuste, niuno di loro aveva padre certo (come in ragion romana restonne quella diffinizione, ch'ognun sa, che "nuptiæ demonstrant patrem"); talché, in sì fatta incertezza, i plebei si dicevan da' nobili ch'usassero con le loro madri, con le loro figliuole, come fanno le fiere.

Ma a Venere plebea furon attribuite le colombe, non già per significare svisceratezze amorose, ma perché sono, qual'Orazio le diffinisce, "degeneres", uccelli vili a petto dell'aquile (che lo stesso Orazio diffinisce "feroces"), e sì per significare ch'i plebei avevano auspìci privati o minori, a differenza di quelli dell'aquile e de' fulmini, ch'erano de' nobili e Varrone e Messala dissero "auspìci maggiori" ovvero "pubblici", de' quali erano dipendenze tutte le ragioni eroiche de' nobili, come la storia romana apertamente lo ci conferma. Ma a Venere eroica, qual fu la "pronuba", furon attribuiti i cigni, propi anco d'Apollo, il quale sopra vedemmo essere lo dio della nobiltà, con gli auspìci di uno de' quali Leda concepisce di Giove l'uova, come si è sopra spiegato.

Fu la Venere plebea ella descritta nuda, perocché la pronuba era col cesto coverta, come si è detto sopra (quindi si veda quanto d'intorno a queste poetiche antichità si sieno contorte l'idee!): che poi fu creduto finto per incentivo della libidine quello che fu ritruovato con verità per significar il pudor naturale, o sia la puntualità della buona fede con la quale si osservavano tra' plebei le naturali obbligazioni; perocché, come quindi a poco vedremo nella Politica poetica, i plebei non ebbero niuna parte di cittadinanza nell'eroiche città, e sì non contraevano tra loro obbligazioni legate con alcun vincolo di legge civile, che lor facesse necessità. Quindi furon a Venere attribuite le Grazie ancor nude; e appo i latini "caussa" e "gratia" significano una cosa stessa: talché le Grazie a' poeti significar dovettero i "patti nudi", che producono la sola obbligazion naturale. E quindi i giureconsulti romani dissero "patti stipulati" quelli che poi furon detti "vestiti" dagli antichi interpetri: perché, intendendo quelli i patti nudi esser i patti non stipulati, non deve "stipulatio" venir detta da "stipes" (che, per tal origine, si dovrebbe dire "stipatio"), con la sforzata ragione "perocché ella sostenga i patti"; ma dee venire da "stipula", detta da' contadini del Lazio perocch'ella "vesta il frumento": com'al contrario i "patti vestiti" in prima da' feudisti furono detti dalla stessa origine onde son dette l'"investiture" de' feudi, de' quali certamente si ha "exfestucare" il "privare della degnità". Per lo che ragionato, "gratia" e "caussa" s'intesero essere una cosa stessa da' latini poeti d'intorno a' contratti che si celebravano da' plebei delle città eroiche: come, introdutti poi i contratti "de iure naturali gentium", ch'Ulpiano dice "humanarum", "causa" e "negocium" significarono una cosa medesima; perocché, in tali spezie di contratti, essi negozi quasi sempre sono "caussæ" o "cavissæ" o "cautele", che vagliono per stipulazioni le quali ne cautelino i patti.

3.

COROLLARI D'INTORNO A' CONTRATTI CHE SI COMPIONO COL SOLO CONSENSO.

Perché, per l'antichissimo diritto delle genti eroiche, le quali non curavano che le cose necessarie alla vita, e non raccogliendosi altri frutti che naturali, né intendendo ancora l'utilità del danaio, ed essendo quasi tutti corpo, non potevano conoscere certamente i contratti che oggi dicono compiersi col solo consenso; ed essendo sommamente rozzi, de' quali è propio l'essere sospettosi, perché la rozzezza nasce dall'ignoranza ed è propietà di natura umana che chi non sa sempre dubita: per tutto ciò non conoscevano buona fede, e di tutte l'obbligazioni si assicuravano con la mano o vera o finta, però questa accettata, nell'atto del negozio, con le stipulazioni solenni; ond'è quel celebre capo nella legge delle XII Tavole: "Si quis nexum faciet mancipiumque, uti lingua nuncupassit, ita ius esto". Dalla qual natura di cose umane civili escono queste verità.

I

Che quello che dicono, che l'antichissime vendite e compere furono permutazioni, ove fussero di robe stabili, elleno dovetter esser quelli che nella barbarie ricorsa furon detti "livelli"; de' quali s'intese l'utilità, perch'altri abbondasse di fondi i quali dassero copia di frutti, de' quali altri avesse scarsezza, e così a vicenda.

II

Le locazioni di case non potevano celebrarsi quand'erano picciole le città e l'abitazioni ristrette: talché si dovettero da' padroni de' suoli quelli darsi perch'altri vi fabbricasse; e sì non poteron esser altri che censi.

III

Le locazioni de' terreni dovetter essere enfiteusi, che da' latini furono dette "clientelæ"; ond'i gramatici dissero, indovinando, che "clientes" fussero stati detti quasi "colentes".

IV

Talché questa dev'esser la cagione onde, per la barbarie ricorsa, negli antichi archivi non si leggon altri contratti che censi di case o poderi, o in perpetuo o a tempo.

V

Ch'è forse la ragione perché l'enfiteusi è contratto "de iure civili"; che, per questi princìpi, si truoverà essere lo stesso che "de iure heroico romanorum", a cui Ulpiano oppone il "ius naturale gentium humanarum", che disse "umane" in rapporto al gius delle genti barbare che furon prima, non delle genti barbare ch'a' suoi tempi erano fuori dell'imperio romano, il quale nulla importava a' romani giureconsulti.

VI

Le società non erano conosciute, per quel costume ciclopico ch'ogni padre di famiglia curava solamente le cose sue e nulla impacciavasi di quelle d'altrui, come, sopra, Omero ci ha fatto udire nel racconto che fa Polifemo ad Ulisse.

VII

E per questa stessa ragione non erano conosciuti i mandati; onde restò quella regola di diritto civile antico: "Per extraneam personam acquiri nemini".

VIII

Ma, a quello dell'eroiche essendo poi succeduto il diritto delle genti umane che diffinisce Ulpiano, si fece tanto rivolgimento di cose, che la vendita e compera, la qual anticamente, se, nell'atto del contrarsi, non si stipulava la "dupla", non produceva l'evizione, oggi è la regina de' contratti i quali si dicono "di buona fede", e naturalmente, anco non patteggiata, la deve.

4.

CANONE MITOLOGICO.

Ora, ritornando agli tre caratteri di Vulcano, Marte e Venere, è qui d'avvertire (e tal avvertimento dee tenersi a luogo d'un importante canone di questa mitologia) che questi furono tre divini caratteri significanti essi eroi, a differenza di altrettanti che significarono plebei: come Vulcano, che fende il capo a Giove con un colpo di scure, onde nasce Minerva, e, volendosi frapporre in una contesa tra Giove e Giunone, con un calcio da Giove è precipitato dal cielo e restonne zoppo; - Marte, a cui Giove, in una forte riprensione che gli fa appo Omero, dice essere lo più vile di tutti i dèi, e Minerva, nella contesa degli dèi, appo lo stesso poeta, il ferisce con un colpo di sasso (che devon essere stati i plebei, che servivano agli eroi nelle guerre); - e Venere (che deon essere state le mogli naturali di sì fatti plebei), che, con questo Marte plebeo, sono còlti entrambi nella rete da Vulcano eroico, e, scoverti ignudi dal Sole, sono presi a scherno dagli altri dèi. Quindi Venere fu poi con error creduta esser moglie di Vulcano: ma noi sopra vedemmo che 'n cielo non vi fu altro matrimonio che di Giove e Giunone, il quale pure fu sterile; e Marte fu detto non "adultero", ma "concubino" di Venere, perché tra' plebei non si contraevano che matrimoni naturali, come appresso si mostrerà, che da' latini furon detti "concubinati".

Come questi tre caratteri qui, così altri saranno appresso, a' luoghi loro, spiegati. Quali si truoveranno Tantalo plebeo, che non può afferrare le poma che s'alzano né toccare l'acqua che bassasi; Mida plebeo, il quale, perché tutto ciò che tocca è oro, si muore di fame; Lino plebeo, che contende con Apollo nel canto, e, vinto, è da quello ucciso.

Le quali favole, ovvero caratteri doppi, devon essere stati necessari nello stato eroico, ch'i plebei non avevano nomi e portavano i nomi de' loro eroi, come si è sopra detto: oltre alla somma povertà de' parlari, che dovett'essere ne' primi tempi; quando, in questa copia di lingue, uno stesso vocabolo significa spesso diverse e, alcuna volta, due tra loro contrarie cose.

V

DELLA POLITICA POETICA.

1.

DELLA POLITICA POETICA CON LA QUALE NACQUERO LE PRIME REPUBBLICHE AL MONDO DI FORMA SEVERISSIMA ARISTOCRATICA.

In cotal guisa si fondarono le famiglie di sì fatti famoli, ricevuti in fede o forza o protezione dagli eroi, che furon i primi soci del mondo, quali sopra abbiamo veduti. De' quali le vite erano in balia de' loro signori, e, 'n conseguenza delle vite, eran anco gli acquisti; quando essi eroi, con gl'imperi paterni ciclopici, sopra i loro propi figliuoli avevano il diritto della vita e della morte, e, 'n conseguenza di tal diritto sopra le persone, avevan anco il diritto dispotico sopra tutti i di lor acquisti. Lo che intese Aristotile ove diffinì i figliuoli di famiglia esser "animati strumenti de' loro padri"; e la legge delle XII Tavole, fin dentro la più prosciolta libertà popolare, serbò a' padri di famiglia romani entrambe queste due parti monarchiche: e di potestà sopra le persone e di dominio sopra gli acquisti; e, finché vennero gl'imperadori, i figliuoli, come gli schiavi, ebbero una sola spezie di peculio, che fu il profettizio; e i padri, ne' primi tempi, dovettero avere la potestà di vendere veramente i figliuoli fin a tre volte; che poi, invigorendo la mansuetudine de' tempi umani, il fecero con tre vendite finte, quando volevano liberare i figliuoli dalla paterna potestà. Ma i galli e i celti si conservarono un'egual potestà sopra i figliuoli e gli schiavi; e 'l costume di vendere con verità i padri i loro figliuoli fu ritruovato nell'Indie occidentali, e nell'Europa si pratica infin a quattro volte da' moscoviti e da' tartari. Tanto è vero che l'altre nazioni barbare non hanno la paterna potestà "talem qualem habent cives romani"! La qual aperta falsità esce dal comune volgar errore, con cui i dottori hanno ricevuto tal motto: ma ciò fu da' giureconsulti detto in rapporto delle nazioni vinte dal popolo romano; alle quali, come più a lungo appresso dimostreremo, tolto tutto il diritto civile con la ragione delle vittorie, non restarono che naturali paterne potestà e, 'n lor conseguenza, naturali vincoli di sangue, che si dicono "cognazioni", e, dall'altra parte, naturali domìni, che son i bonitari, e, per tutto ciò, naturali obbligazioni, che si dicono "de iure naturali gentium", ch'Ulpiano ci specificò sopra con l'aggiunto "humanarum". Le quali ragioni tutte i popoli posti fuori dell'imperio dovettero avere civili, e appunto tali quali l'ebbero essi romani.

Ma, ripigliando il ragionamento, con la morte de' loro padri restando liberi i figliuoli di famiglia di tal monarchico imperio privato, anzi riassumendolo ciascun figliuolo intieramente per sé (onde ogni cittadino romano, libero dalla paterna potestà, in romana ragione egli è "padre di famiglia" appellato), e i famoli dovendo sempre vivere in tale stato servile, a capo di lunga età naturalmente se ne dovettero attediare, per la Degnità da noi sopra posta: che "l'uomo soggetto naturalmente brama sottrarsi alla servitù". Talché costoro debbono essere stati Tantalo, che testé dicemmo plebeo, che non può addentare le poma (che devon essere le poma d'oro del frumento sopra spiegate, le quali s'alzano sulle terre de' lor eroi), e (per ispiegarne l'ardente sete) non può prender un picciol sorso dell'acqua, che gli si appressa fin alle labbra e poi fugge; - Issione, che volta sempre la ruota; - e Sisifo, che spinge sù il sasso, che gittò Cadmo (la terra dura, che, giunta al colmo, rovescia giù, come restò a' latini "vertere terram" per "coltivarla" e "saxum volvere" per "far con ardore lunga e aspra fatiga"). Per tutto ciò i famoli dovettero ammutinarsi contro essi eroi. E questa è la "necessità", che generalmente si congetturò nelle Degnità esser stata fatta da' famoli ai padri eroi nello stato delle famiglie, onde nacquero le repubbliche.

Perché quivi, al grand'uopo, dovettero per natura esser portati gli eroi ad unirsi in ordini, per resistere alle moltitudini de' famoli sollevati, dovendo loro far capo alcun padre più di tutti feroce e di spirito più presente; e tali se ne dissero i "re" dal verbo "regere", ch'è propiamente "sostenere" e "dirizzare". In cotal guisa, per dirla con la frase troppo ben intesa di Pomponio giureconsulto, "rebus ipsis dictantibus, regna condita", detto convenevolmente alla dottrina della romana ragione, che stabilisce "ius naturale gentium divina providentia constitutum". Ed ecco la generazione de' regni eroici. E, perché i padri erano sovrani re delle lor famiglie, nell'ugualità di sì fatto stato e, per la feroce natura de' polifemi, niuno di tutti naturalmente dovendo ceder all'altro, uscirono da se medesimi i senati regnanti, o sia di tanti re delle lor famiglie; i quali, senza umano scorgimento o consiglio, si truovaron aver uniti i loro privati interessi a ciascun loro comune, il quale si disse "patria", che, sottointesovi "res", vuol dir "interesse di padri", e i nobili se ne dissero "patricii": onde dovettero i soli nobili esser i cittadini delle prime patrie. Così può esser vera la tradizione che ce n'è giunta: che ne' primi tempi si eleggevano gli re per natura; della quale vi sono due luoghi d'oro appo Tacito, De moribus Germanorum, i quali ci danno luogo di congetturare essere stato lo stesso costume di tutti gli altri primi popoli barbari. Uno è quello: "Non casus, non fortuita conglobatio turmam aut cuneum facit, sed familiæ et propinquitates". L'altro è: "Duces exemplo potius quam imperio; si prompti, si conspicui, si ante aciem agant, admiratione præsunt".

Tali essere stati i primi re in terra ci si dimostra da ciò: che tal i poeti eroi immaginarono essere Giove in cielo re degli uomini e degli dèi, per quell'aureo luogo di Omero dove Giove si scusa con Teti ch'esso non può far nulla contro a ciò che gli dèi avevano una volta determinato nel gran consiglio celeste; ch'è parlare di vero re aristocratico: dove poi gli stoici ficcarono il loro dogma di Giove soggetto al fato; ma Giove e gli altri dèi tennero consiglio d'intorno a tai cose degli uomini, e sì le determinarono con libera volontà. Il qual luogo qui riferito ne spiega due altri del medesimo Omero, ne' quali con errore i politici fondano ch'Omero avesse inteso la monarchia. Uno è di Agamennone, che riprende la contumacia d'Achille; l'altro è di Ulisse, che i greci, ammutinati di ritornar alle loro case, persuade di continuare l'assedio incominciato di Troia: dicendo entrambi che "uno è 'l re", perché l'un e l'altro è detto in guerra, nella quale uno è 'l general capitano, per quella massima avvertita da Tacito ove dice: "eam esse imperandi conditionem, ut non aliter ratio constet quam si uni reddatur". Del rimanente, lo stesso Omero in quanti luoghi de' due poemi mentova eroi dà loro il perpetuo aggiunto di "re": col quale si confà a maraviglia un luogo d'oro del Genesi, ove quanti Mosè narra discendenti d'Esaù tanti ne appella "re", o dir vogliamo capitani, che la Volgata legge "duces"; e gli ambasciadori di Pirro gli riferiscono d'aver veduto in Roma un senato di tanti re. Perché invero non si può affatto intendere in natura civile niuna cagione, per la qual i padri, in tal cangiamento di stati, avessero dovuto altro mutare, da quello ch'avevano avuto nello stato già di natura, che di assoggettire le loro sovrane potestà famigliari ad essi ordini loro regnanti: perché la natura de' forti, come abbiamo nelle Degnità sopra posto, è di rimettere, degli acquisti fatti con virtù, quanto meno essi possono, e tanto quanto bisogna perché loro si conservin gli acquisti; onde si legge sì spesso sulla storia romana quell'eroico disdegno de' forti, che mal soffre "virtute parta per flagitium amittere". Né, tra tutti i possibili umani, una volta che gli Stati civili non nacquero né da froda né da forza d'un solo (come abbiam sopra dimostro e si dimostrerà più in appresso), come dalle potestà famigliari poté formarsi la civil potestà, e de' domìni naturali paterni (che noi sopra accennammo essere stati "ex iure optimo", in significato di "liberi d'ogni peso privato e pubblico") si fusse formato il dominio eminente di essi Stati civili, si può immaginare in altra guisa che questa.

La quale, così meditata, ci si appruova a maraviglia con esse origini delle voci. Ché, perché sopra esso dominio ottimo ch'avevano i padri (detto da' greci díkaion áriston) si formarono esse repubbliche, come altra volta si è detto sopra, da' greci si dissero "aristocratiche", e da' latini si chiamarono "repubbliche d'ottimati", dette da Opi, dea detta della potenza: onde perciò forse Opi (dalla quale dev'essere stato detto "optimus", ch'è áristos a' greci, e quindi "optimus" a' latini) funne detta moglie di Giove, cioè dell'ordine regnante di quelli eroi, i quali, come sopra si è detto, s'avevano arrogato il nome di "dèi" (perché Giunone per la ragion degli auspìci era moglie di Giove, preso per lo cielo che fulmina); de' quali dèi, come si è detto sopra, fu madre Cibele, detta "madre" ancor "de' giganti", propiamente detti in significazione di "nobili", e la quale, come vedremo appresso nella Cosmografia poetica, fu appresa per la regina delle città. Da Opi adunque si dissero gli "ottimati", perché tali repubbliche sono tutte ordinate a conservare la potenza de' nobili, e, per conservarla, ritengono per eterne propietà quelle due principali custodie, delle quali una è degli ordini e l'altra è de' confini. E dalla custodia degli ordini venne prima la custodia de' parentadi, per la qual i romani fin al CCCIX di Roma tennero chiusi i connubi alla plebe; dipoi, la custodia de' maestrati, onde tanto i patrizi contrastarono alla plebe la pretenzione del consolato; appresso, la custodia de' sacerdozi e, per questa, la custodia alfin delle leggi, che tutte le prime nazioni guardarono con aspetto di cose sagre: onde fin alla legge delle XII Tavole i nobili governarono Roma con costumanze, come nelle Degnità ce n'accertò Dionigi d'Alicarnasso, e fino a cento anni dopo essa legge ne tennero chiusa l'interpetrazione dentro il collegio de' pontefici, al narrar di Pomponio giureconsulto, perché fin a quel tempo entrati v'erano i soli nobili. L'altra principal custodia ella è de' confini; onde i romani, fin a quella che fecero di Corinto, avevan osservato una giustizia incomparabile nelle guerre, per non agguerrire, ed una somma clemenza nelle vittorie, per non arricchir i plebei, come sopra se ne sono proposte due Degnità.

Tutto questo grande ed importante tratto di storia poetica è contenuto in questa favola: che Saturno si vuol divorare Giove bambino, e i sacerdoti di Cibele glielo nascondono e col romore dell'armi non gliene fanno udire i vagiti; ove Saturno dev'essere carattere de' famoli, che da giornalieri coltivano i campi de' padri signori e, con un'ardente brama di desiderio, vogliono da' padri campi per sostentarvisi. E così questo Saturno è padre di Giove, perché da questo Saturno, come da occasione, nacque il regno civile de' padri, che, come dianzi si è detto, si spiegò col carattere di quel Giove del qual fu moglie Opi. Perché Giove, preso per lo dio degli auspìci, de' quali gli più solenni erano in fulmine e l'aquila (del qual Giove era moglie Giunone), egli è "padre degli dèi", cioè degli eroi, che si credevano figliuoli di Giove, siccome quelli ch'erano generati con gli auspìci di Giove da nozze solenni (delle quali è nume Giunone), e si presero il nome di "dèi", de' quali è madre la Terra, ovvero Opi moglie di questo Giove, come tutto si è detto sopra; e 'l medesimo fu detto "re degli uomini", cioè de' famoli nello stato delle famiglie e de' plebei in quello dell'eroiche città: i quali due divini titoli, per ignorazione di quest'istoria poetica, si sono tra lor confusi, quasi Giove fusse anco padre degli uomini; i quali fin dentro a' tempi della repubblica romana antica "non poterant nomine ciere patrem", come narra Livio, perché nascevano da' matrimoni naturali, non da nozze solenni; onde restò in giurisprudenza quella regola: "Nuptiæ demonstrant patrem".

Siegue la favola ch'i sacerdoti di Cibele, o sieno d'Opi (perché i primi regni furono dappertutto di sacerdoti, come alquanto se n'è detto sopra e pienamente appresso si mostrerà), nascondono Giove (dal qual nascondimento i filologi latini, indovinando, dissero essere stato appellato "Latium", e la lingua latina ne conservò la storia in questa sua frase: "condere regna" - lo che altra volta si è detto, - perché i padri si chiusero in ordine contro i famoli ammutinati, dal qual segreto incominciarono a venir quelli ch'i politici dicono "arcana imperii"), e, col romore dell'armi non faccendo a Saturno udire i vagiti di Giove (testé nato all'union di quell'ordine), in cotal guisa il salvarono. Con la qual guisa si narra distintamente ciò che 'n confuso Platone disse: "le repubbliche esser nate sulla pianta dell'armi"; a cui dev'unirsi ciò ch'Aristotile ci disse sopra nelle Degnità: che nelle repubbliche eroiche i nobili giuravano d'esser eterni nimici alla plebe; e ne restò propietà eterna, per la quale ora diciamo i servidori esser nimici pagati de' loro padroni. La qual istoria i greci ci conservarono in questa etimologia, per la quale, appo essi, da pólis, "città", pólemos è appellata la "guerra".

Quivi le nazioni greche immaginarono la decima divinità delle genti dette maggiori, che fu Minerva. E la si finsero nascere con questa fantasia, fiera ugualmente e goffa: che Vulcano con una scure fendette il capo di Giove, onde nacque Minerva; volendo essi dire che la moltitudine de' famoli ch'esercitavan arti servili, che, come si è detto, venivano sotto il genere poetico di Vulcano plebeo, essi ruppero (in sentimento d'"infievolirono" o "scemarono") il regno di Giove (come restò a' latini "minuere caput" per "fiaccare la testa", perché, non sappiendo dir in astratto "regno", in concreto dissero "capo"), che stato era, nello stato delle famiglie, monarchico, e cangiarono in aristocratico in quello delle città. Talché non è vana la congettura che da tal "minuere" fusse stata da' latini detta Minerva; e da questa lontanissima poetica antichità restasse a' medesimi, in romana ragione, "capitis deminutio" per significare "mutazione di stato", come Minerva mutò lo stato delle famiglie in quello delle città.

In cotal favola i filosofi poi ficcarono il più sublime delle loro meditazioni metafisiche: che l'idea eterna in Dio è generata da esso Dio, ove l'idee criate sono in noi produtte da Dio. Ma i poeti teologi contemplarono Minerva con l'idea di ordine civile, come restò per eccellenza a' latini "ordo" per lo "senato" (lo che forse diede motivo a' filosofi di crederla idea eterna di Dio, ch'altro non è che ordine eterno); e ne restò propietà eterna: che l'ordine de' migliori è la sapienza delle città. Ma Minerva appo Omero è sempre distinta con gli aggiunti perpetui di "guerriera" e di "predatrice", e due volte sole ci ricordiamo di averlavi letto con quello di "consigliera"; e la civetta e l'oliva le furono consagrate, non già perch'ella mediti la notte e legga e scriva al lume della lucerna, ma per significare la notte de' nascondigli, co' quali si fondò, com'abbiamo sopra detto, l'umanità, e forse per più propiamente significare che i senati eroici, che componevano le città, concepivano in segreto le leggi, e ne restò certamente agli areopagiti di dir i voti al buio nel senato d'Atene, che fu la città di Minerva, la qual fu detta Athenã. Dal qual eroico costume appo i latini fu detto "condere leges", talché "legum conditores" furono propiamente i senati che comandavan le leggi, siccome "legum latores" coloro che da' senati portavano le leggi alle plebi de' popoli, come sopra, nell'accusa d'Orazio, si è detto. E tanto da' poeti teologi fu considerata Minerva esser dea della sapienza, che nelle statue e nelle medaglie si osserva armata; e la stessa fu "Minerva" nella curia, "Pallade" nell'adunanze plebee (come, appo Omero, Pallade mena Telemaco nell'adunanza della plebe, ch'egli chiama "altro popolo", ove vuol partire per andar truovando Ulisse, suo padre), ed è "Bellona", per ultimo, nelle guerre.

Talché è da dirsi che, con l'errore che Minerva fusse stata intesa da' poeti teologi per la sapienza, vada di concerto quell'altro che "curia" fusse stata detta a "curanda republica", in que' tempi che le nazioni erano stordite e stupide. La qual dovette a' greci antichissimi venir detta churía da chéir, la "mano", e indi "curia" similmente a' latini, per uno di questi due grandi rottami d'antichità, che (come si è detto nella Tavola cronologica e nelle ivi scritte Annotazioni) per buona nostra ventura Dionigi Petavio truova gittati dentro la storia greca innanzi l'età degli eroi di Grecia e, 'n conseguenza, in questa, da noi qui seguita, età degli dèi degli egizi.

Uno è che gli Eraclidi, ovvero discendenti d'Ercole, erano stati sparsi per tutta Grecia, anco nell'Attica, ove fu Atene, e che poi si ritirarono nel Peloponneso, ove fu Sparta, repubblica o regno aristocratico di due re della razza d'Ercole, detti Eraclidi, ovvero nobili, che amministravano le leggi e le guerre sotto la custodia degli efori. I quali erano custodi della libertà non già popolare ma signorile, che fecero strozzare il re Agide, perché aveva attentato di portar al popolo una legge di conto nuovo, la quale Livio diffinisce "facem ad accendendum adversus optimates plebem", ed un'altra testamentaria, la quale divolgava i retaggi fuori dell'ordine de' nobili, tra' quali soli innanzi si erano conservati con le successioni legittime, perché essi soli avevano dovuto avere suità, agnazioni, gentilità; della qual fatta erano state in Roma innanzi della legge delle XII Tavole, come appresso sarà dimostro: onde, come i Cassi, i Capitolini, i Gracchi ed altri principali cittadini, per volere, con qualche legge sì fatta, d'un poco sollevare la povera oppressa plebe romana, furono dal senato dichiarati ed uccisi come rubelli; così Agide fu fatto strozzare dagli efori. Tanto gli efori di Sparta, per Polibio, furono custodi della libertà popolare di Lacedemone! Laonde Atene, così appellata da Minerva, la qual si disse Athenã, dovette essere, ne' primi suoi tempi, di stato aristocratica; e la storia greca l'hacci narrato fedelmente più sopra, ove ci disse che Dragone regnò in Atene nel tempo ch'era occupata dagli ottimati, e cel conferma Tucidide, narrando che, finch'ella fu governata da' severissimi areopagiti, che Giovenale traduce "giudici di Marte", in senso di "giudici armati" (che, da Aùres, "Marte", peghé, ond'è "pagus" a' latini, meglio arebbe trasportato "popolo di Marte", come fu detto il romano; perché, nel loro nascimento, i popoli si composero di soli nobili, che soli avevano il diritto dell'armi), ella sfolgorò delle più belle eroiche virtù e fece dell'eccellentissime imprese (appunto come Roma, nel tempo nel quale, come appresso vedremo, ella fu repubblica aristocratica); dal quale stato Pericle ed Aristide (appunto come Sestio e Canuleo, tribuni della plebe, incominciarono a fare di Roma) la rovesciarono nella libertà popolare.

L'altro gran rottame egli è ch'i greci, usciti di Grecia, osservarono i cureti, ovvero sacerdoti di Cibele, sparsi in Saturnia (o sia l'antica Italia), in Creta ed in Asia; talché dovettero dappertutto nelle prime nazioni barbare celebrarsi regni di cureti, corrispondenti a' regni degli Eraclidi, sparsi per l'antichissima Grecia: i quali cureti furon que' sacerdoti armati, che col battere dell'armi attutarono i vagiti di Giove bambino, che Saturno volevasi divorare; la qual favola è stata testé spiegata.

Per tutto lo che ragionato, da questo antichissimo punto di tempo e con questa guisa nacquero i primi comizi curiati, che sono gli più antichi che si leggono sulla storia romana; i quali si dovettero tener sotto l'armi, e restarono poi per trattare le cose sagre, perché con tal aspetto ne' primi tempi si guardarono tutte le cose profane. Delle quali adunanze si maraviglia Livio ch'a' tempi d'Annibale, che vi passa per mezzo, si tenevano nelle Gallie; ma Tacito ne' Costumi de' germani ci narra quello: che si tenevano anco da' sacerdoti, ove comandavano le pene in mezzo dell'armi, come se ivi fussero presenti i lor dèi (e con giusto senso: si armavano le adunanze eroiche per comandare le pene, perché il sommo imperio delle leggi va di séguito al sommo imperio dell'armi); e generalmente narra che armati trattavano tutti i loro pubblici affari e presiedendovi i sacerdoti, com'or si è detto. Laonde tra gli antichi germani, i quali ci danno luogo d'intendere lo stesso costume di tutti i primi popoli barbari, si rincontra il regno de' sacerdoti egizi; si rincontrano i regni de' cureti ovvero de' sacerdoti armati, che, come abbiam veduto, i greci osservarono in Saturnia (o sia l'antica Italia), in Creta ed in Asia; si rincontrano i quiriti dell'antichissimo Lazio.

Per le quali cose ragionate, il "diritto de' quiriti" dee essere stato il diritto naturale delle genti eroiche d'Italia, che, per distinguersi da quello degli altri popoli, si disse "ius quiritium romanorum"; non già per patto convenuto tra' sabini e romani, che si fussero detti "quiriti" da Cure, capital città de' sabini, perché, così, dovrebbon essere stati detti "cureti", che osservarono i greci in Saturnia. Ma, se tal città de' sabini si disse Cere (lo che vogliono i latini gramatici), deono (qui vedasi che contorcimento d'idee!) più tosto esser i "ceriti", ch'erano cittadini romani condennati da' censori a portar i pesi senza aver alcuna parte degli onori civili; appunto come furono le plebi, che poi si composero de' famoli nel nascere, come or or vedremo, dell'eroiche città, nel corpo delle quali dovettero venir i sabini, in que' tempi barbari che le città vinte si smantellavano (lo che i romani non risparmiarono ad essa Alba, lor madre), e gli arresi si disperdevano per le pianure, obbligati a coltivar i campi per gli popoli vincitori: che furono le prime provincie, così dette quasi "prope victæ" (onde Marcio, da Corioli ch'aveva vinto, fu detto Coriolano); per l'opposto onde furon dette le "provincie ultime", perché fussero "procul victæ". Ed in tali campagne si menarono le prime colonie mediterranee, che con tutta propietà si dissero "coloniæ deductæ", cioè drappelli di contadini giornalieri menati, da su, giù; che poi nelle colonie ultime significarono tutto il contrario, ché, da' luoghi bassi e gravi di Roma, ove dovevan abitar i plebei poveri, erano questi menati in luoghi alti e forti delle provincie, per tenerle in dovere, a far essi i signori e cangiarvi i signori de' campi in poveri giornalieri. In cotal guisa, al riferire di Livio, che ne vide solamente gli effetti, cresce Roma con le rovine di Alba, e i sabini portano in Roma a' generi, in dote delle loro rapite figliuole, le ricchezze di Cere, come sopra ciò vanamente riflette Floro. E queste sono le colonie innanzi a quelle che vennero dopo l'agrarie de' Gracchi, le quali lo stesso Livio riferisce che la plebe romana, nelle contese eroiche che esercita con la nobiltà, o sdegna o più con esse si aizza, perché non erano della fatta dell'ultime; e perché di nulla sollevavano la plebe romana, e Livio truova pure con quelle seguir le contese, vi fa tali sue vane riflessioni.

Finalmente che Minerva significato avesse ordini aristocratici armati, ci si appruova da Omero ove, nella contesa, narra che Minerva con un colpo di sasso ferisce Marte, che noi sopra vedemmo carattere de' plebei che servivano agli eroi nelle guerre; e ove riferisce che Minerva vuol congiurare contro Giove: che può convenir all'aristocrazie, ove i signori con occulti consigli opprimono i loro principi, ove n'affettano la tirannide. Del qual tempo e non d'altro si legge agli uccisori de' tiranni essersi alzate le statue; ché, se gli supponiamo re monarchi, essi sarebbono stati rubelli.

Così si composero le prime città di soli nobili, che vi comandavano. Ma però, bisognandovi che vi fussero anche color che servissero, gli eroi furono da un senso comune d'utilità costretti di far contenta la moltitudine de' sollevati clienti, e mandarono loro le prime ambasciarie, che per diritto delle genti si mandano da' sovrani. E le mandarono con la prima legge agraria che nacque al mondo, con la quale, da forti, rillasciarono a' clienti il men che potevano, che fu il dominio bonitario de' campi ch'arebbon assegnato loro gli eroi; e così può esser vero che Cerere ritruovò e le biade e le leggi. Cotal legge fu dettata da questo diritto natural delle genti: ch'andando il dominio di séguito alla potestà, ed avendo i famoli la vita precaria da essi eroi, i quali l'avevano loro salvata ne' lor asili, diritto era e ragione ch'avessero un dominio similmente precario, il qual essi godessero fintanto ch'agli eroi fusse piaciuto di mantenergli nel possesso de' campi ch'avevano lor assegnati. Così convennero i famoli a comporre le prime plebi dell'eroiche città, senza avervi niuno privilegio di cittadini; appunto come un de' quali dice Achille essere stato trattato da Agamennone, il quale gli aveva tolto a torto la sua Briseide, ove dice avergli fatto un oltraggio che non si sarebbe fatto ad un giornaliere che non ha niuno diritto di cittadino.

Tali furon i plebei romani fin alla contesa de' connubi. Imperciocché essi - per la seconda agraria, accordata loro da' nobili con la legge delle XII Tavole, avendo riportato il dominio quiritario de' campi, come si è dimostrato da molti anni fa ne' Princìpi del Diritto universale (il qual è uno de' due luoghi per gli quali non c'incresce d'esser uscita alla luce quell'opera), e per diritto delle genti [non] essendo gli stranieri capaci di dominio civile, e così i plebei non essendo ancor cittadini, - come ivan morendo, non potevano lasciare i campi ab intestato a' congionti, perché non avevano suità, agnazioni, gentilità, ch'erano dipendenze tutte delle nozze solenni; nemmeno disponerne in testamento, perché non erano cittadini: talché i campi lor assegnati ne ritornavano ai nobili, da' quali avevan essi la cagion del dominio. Avvertiti di ciò, subito fra tre anni fecero la pretension de' connubi, nella quale non pretesero, in quello stato di miseri schiavi quale la storia romana apertamente ci narra, d'imparentare co' nobili, ch'in latino arebbe dovuto dirsi "pretendere connubia cum patribus"; ma domandarono di contrarre nozze solenni, quali contraevano i padri, e sì pretesero "connubia patrum", la solennità maggior delle quali erano gli auspìci pubblici, che Varrone e Messala dissero "auspìci maggiori", quali i padri dicevano "auspicia esse sua". Talché i plebei con tal pretensione domandarono la cittadinanza romana, di cui erano natural principio le nozze, le quali perciò da Modestino giureconsulto son diffinite "omnis divini et humani iuris communicatio", che diffinizione più propia non può assegnarsi di essa cittadinanza.

2.

LE REPUBBLICHE TUTTE SON NATE DA CERTI PRINCÌPI ETERNI DE' FEUDI.

In cotal guisa, per la natura de' forti di conservare gli acquisti e per l'altra de' benefizi che si possono sperare nella vita civile, sopra le quali due nature di cose umane dicemmo nelle Degnità esser fondati i princìpi eterni de' feudi, nacquero al mondo le repubbliche con tre spezie di domìni per tre spezie di feudi, che tre spezie di persone ebbero sopra tre spezie di cose.

Il primo fu dominio bonitario di feudi rustici ovvero umani, che gli "uomini", i quali nelle leggi de' feudi, al ritornare della barbarie, si maraviglia Ottomano dirsi i "vassalli", cioè i plebei, ebbero de' frutti sopra i poderi de' lor eroi.

Il secondo fu dominio quiritario di feudi nobili, o sia eroici, ovvero armati, oggi detti "militari", che gli eroi, in unirsi in ordini armati, si conservarono sovrani sopra i loro poderi; che, nello stato di natura, era stato il dominio ottimo che Cicerone, come altra volta si è detto, nell'orazione De aruspicum responsis riconosce d'alquante case ch'erano a' suoi tempi restate in Roma, e 'l diffinisce "dominio di roba stabile, libera d'ogni peso reale, non solo privato, ma anche pubblico". Di che vi ha un luogo d'oro ne' cinque libri sagri, ove Mosè narra ch'a' tempi di Giuseffo i sacerdoti egizi non pagavano al re il tributo de' loro campi; e noi abbiamo poco sopra dimostro che tutti i regni eroici furono di sacerdoti, e appresso dimostreremo che da prima i patrizi romani non pagaron all'erario il tributo nemmeno dei loro. I quali feudi sovrani privati, nel formarsi delle repubbliche eroiche, si assoggettirono naturalmente alla maggiore sovranità di essi ordini eroici regnanti (ciascun comune de' quali si disse "patria", sottointesovi "res", cioè "interesse di padri"), a doverla difendere e mantenere, perch'ella aveva conservato loro gl'imperi sovrani famigliari, e questi stessi tutti eguali tra lor medesimi; lo che unicamente fa la libertà signorile.

Il terzo, con tutta la propietà detto "dominio civile", che esse città eroiche, compostesi sul principio di soli eroi, avevano de' fondi, per certi feudi divini ch'essi padri di famiglia avevano innanzi ricevuto da essa divinità provvedente, com'abbiamo sopra dimostro (onde si erano truovati sovrani nello stato delle famiglie, e si composero in ordini regnanti nello stato delle città), e sì divennero regni civili sovrani, soggetti al solo sommo sovrano Dio, in cui tutte le civili sovrane potestà riconoscono provvedenza. Lo che ben per sensi umani si professa dalle sovrane potenze, ch'a' lor maestosi titoli aggiugnono quello "per la divina provvedenza" ovvero quello "per la grazia di Dio", dalla quale devono pubblicamente professare di aver ricevuto i regni; talché, se ne proibissero l'adorazione, esse anderebbero naturalmente a caderne, perché nazione di fatisti o casisti o d'atei non fu al mondo giammai, e ne vedemmo sopra tutte le nazioni del mondo, per quattro religioni primarie e non più, credere in una divinità provvedente. Perciò i plebei giuravano per gli eroi (di che sonci rimasti i giuramenti "mehercules!", "mecastor!", "ædepol!" e "mediusfidius!", "per lo dio Fidio!", che, come vedremo, fu l'Ercole de' romani), altronde gli eroi giuravan per Giove: perché i plebei furono dapprima in forza degli eroi (come i nobili romani, fin al CCCCXIX di Roma, esercitarono la ragione del carcere privato sopra i plebei debitori); gli eroi, che formarono gli ordini loro regnanti, eran in forza di Giove, per la ragion degli auspìci: i quali, se loro sembravano di permetterlo, davano i maestrati, comandavan le leggi ed esercitavano altri sovrani diritti; se parevano di vietarlo, se n'astenevano. Lo che tutto è quella "fides deorum et hominum", a cui s'appartengono quell'espressioni latine "implorare fidem", "implorar soccorso ed aiuto"; "recipere in fidem", "ricevere sotto la protezione o l'imperio"; e quella esclamazione "proh deûm atque hominum fidem imploro!", con la quale gli oppressi imploravano a lor favore la "forza degli dèi e degli uomini", che, con esso senso umano, gl'italiani voltarono "poter del mondo!". Perché questo potere, onde le somme civili potestà sono dette "potenze"; questa forza, questa fede, di cui i giuramenti testé osservati attestano l'ossequio de' soggetti; e questa protezione, ch'i potenti debbono avere de' deboli (nelle quali due cose consiste tutta l'essenza de' feudi), è quella forza che sostiene e regge questo mondo civile; il cui centro fu sentito, se non ragionato, da' greci (come l'abbiamo sopra avvertito nelle medaglie delle loro repubbliche) e da' latini (come l'abbiamo osservato nelle loro frasi eroiche) esser il fondo di ciascun orbe civile: com'oggi le sovranità sulle loro corone sostengono un orbe ov'è innalberata la divinità della croce, il quale orbe sopra abbiamo dimostrato esser il pomo d'oro, il quale significa il dominio alto che le sovranità hanno delle terre da essoloro signoreggiate, e perciò tralle maggiori solennità delle loro incoronazioni si pone nella loro sinistra mano. Laonde hassi a dire che le civili potestà sono signore della sostanza de' popoli, la qual sostiene, contiene e mantiene tutto ciò che vi è sopra e s'appoggia: per cagione d'una cui parte, "pro indiviso", per dirla alla scolastica, per una distinzion di ragione, nelle romane leggi il patrimonio di ciascun padre di famiglia vien detto "patris" o "paterna substantia"; ch'è la profonda ragione perché le civili sovrane potestà possono disporre di tutto l'aggiunto a cotal subbietto, così nelle persone, come negli acquisti, opere e lavori, ed imporvi tributi e dazi, ov'abbiano da essercitar esso dominio de' fondi, ch'ora per un riguardo opposto (il quale significa in sostanza lo stesso) i teologi morali e gli scrittori de iure publico chiamano "dominio eminente", siccome le leggi, che tal dominio riguardano, dicono pur ora "fondamentali" de' regni. Il qual dominio, perch'è di essi fondi, da' sovrani naturalmente non si può esercitare che per conservare la sostanza de' loro Stati, allo stare de' quali stanno, al rovinare rovinano tutte le cose particolari de' popoli.

Che i romani avessero sentito, se non inteso, questa generazione di repubbliche sopra tali princìpi eterni de' feudi, ci si dimostra nella formola che ci han lasciato della revindicazione, così conceputa: "Aio hunc fundum meum esse ex iure quiritium", nella qual attaccarono cotal azione civile al dominio del fondo, ch'è di essa città e proviene da essa forza, per così dire, centrale, per la qual ogni cittadino romano è certo signore di ciascun suo podere, con un dominio "pro indiviso" che uno scolastico direbbe, per una mera distinzion di ragione, e perciò detta "ex iure quiritium", i quali, per mille pruove fatte e da farsi, furono dapprima i romani armati d'aste in pubblica ragunanza, che facevan essa città. Tanto che questa è la profonda ragione ch'i fondi e tutti i beni (i quali tutti da essi fondi provengono), ove sono vacanti, ricadono al fisco: perché ogni patrimonio privato pro indiviso è patrimonio pubblico, onde, in mancanza de' privati padroni, perdono la disegnazione di parte e restano con quella di tutto. Che dee essere la cagione di quella elegante frase legale: ch'i retaggi, particolarmente leggittimi, si dicono "redire agli eredi", a' quali, in verità, vengono una sol volta, perché da' fondatori del diritto romano, ch'essi fondarono nel fondare della romana repubblica, tutti i patrimoni privati si ordinarono feudi, quali da' feudisti si dicono "ex pacto et providentia", che tutti escono dal patrimonio pubblico e, per patto e provvedenza delle civili leggi, girano sotto certe solennità da privati in privati, in difetto de' quali debbano ritornare al lor principio, dond'essi eran usciti. Tutto lo che qui detto ad evidenza vien confermato dalla legge Papia Poppea d'intorno a' caduci, la quale puniva i celibi con la giusta pena: ch'i cittadini i quali avevano trascurato di propagare co' matrimoni il loro nome romano, se avessero fatto testamenti, questi si rendessero inefficaci, ed altronde si stimassero non avere congionti che loro succedessero ab intestato, e sì, né per l'una né per l'altra via, avessero eredi, i quali conservassero i nomi loro; e i patrimoni ricadessero al fisco, con qualità non di retaggi ma di peculi, e, per dirla con Tacito, andassero al popolo, "tanquam omnium parentem". Ove il profondo scrittore richiama la ragione delle pene caducarie fino dagli antichissimi tempi ch'i primi padri del gener umano occuparono le prime terre vacue, la qual occupazione è 'l fonte originario di tutti i domìni del mondo; i quali padri poi, unendosi in città, delle loro potestà paterne fecero la potestà civile, e de' loro privati patrimoni fecero il patrimonio pubblico, il quale s'appella "erario"; e che i patrimoni de' cittadini vadano di privato in privato con qualità di retaggi, ma, ricadendo al fisco, riprendano l'antichissima prima qualità di peculi.

Qui, nella generazione delle loro repubbliche eroiche, fantasticarono i poeti eroi l'undecima divinità maggiore, che fu Mercurio. Il quale porta a' famoli ammutinati la legge nella verga divina (parola reale degli auspìci), ch'è la verga con cui Mercurio richiama l'anime dall'Orco, come narra Virgilio (richiama a vita socievole i clienti, che, usciti dalla protezione degli eroi, erano tornati a disperdersi nello stato eslege, ch'è l'Orco de' poeti, il quale divoravasi il tutto degli uomini, come appresso si spiegherà). Tal verga ci vien descritta con una o due serpi avvoltevi (che dovetter esser spoglie di serpi, significanti il dominio bonitario che si rillasciava lor dagli eroi, e 'l dominio quiritario che questi si riserbavano), con due ali in capo alla verga (per significar il dominio eminente degli ordini) e con un cappello pur alato (per raffermarne l'alta ragione sovrana libera, come il cappello restò geroglifico di libertà); oltre di ciò, con l'ali a' talloni (in significazione che 'l dominio de' fondi era de' senati regnanti), e tutto il rimanente si porta nudo (perché portava loro un dominio nudo di civile solennità, e che tutto consisteva nel pudor degli eroi, appunto quali nude vedemmo sopra essere state finte Venere con le Grazie). Talché dall'uccello d'Idantura, col quale voleva dir a Dario ch'esso era sovrano signor della Scizia per gli auspìci che v'aveva, i greci ne spiccarono l'ali, per significare ragioni eroiche; e finalmente, con lingua articolata, i romani in astratto dissero "auspicia esse sua", per gli quali volevano dimostrar alla plebe ch'erano propie loro tutte le civili eroiche ragioni e diritti. Sicché questa verga alata di Mercurio de' greci, toltane la serpe, è l'aquila sullo scettro degli egizi, de' toscani romani e, per ultimo, degl'inghilesi, che sopra abbiam detto. La qual da' greci si chiamò kerúkeion, perché portò tal legge agraria a' famoli degli eroi, i quali da Omero sono kérukes appellati; portò l'agraria di Servio Tullio, con la quale ordinò il censo, per lo quale i contadini con tal qualità dalle leggi romane sono detti "censiti"; portò in queste serpi il dominio bonitario de' campi, per lo quale da ophéleia (che viene da óphis, "serpe") fu detto il terratico, il quale, come sopra abbiam dimostrato, da' plebei si pagava agli eroi; portò finalmente il famoso nodo erculeo, per lo quale gli uomini pagavano agli eroi la decima d'Ercole, e i romani debitori plebei fin alla legge Petelia furono "nessi" o vassalli ligi de' nobili: delle quali cose tutte abbiamo appresso molto da ragionare.

Quindi ha a dirsi che questo Mercurio de' greci fu il Theut o Mercurio che dà le leggi agli egizi, significato nel geroglifico dello Cnefo: descritto serpente, per dinotare la terra colta; col capo di sparviere o d'aquila, come gli sparvieri di Romolo poi divennero l'aquile de' romani, con che intendevano gli auspìci eroici; stretto da un cinto, segno del nodo erculeo; con in mano uno scettro, che voleva dire il regno de' sacerdoti egizi; con un cappello pur alato, ch'additava il loro alto dominio de' fondi; e alfin con un uovo in bocca, che dava ad intendere l'orbe egiziaco, se non è forse il pomo d'oro, che sopra abbiamo dimostrato significare il dominio alto ch'i sacerdoti avevano delle terre d'Egitto. Dentro il qual geroglifico Maneto ficcò la generazione dell'universo mondano; e giunse tanto ad impazzare la boria de' dotti, ch'Atanagio Kirckero nell'Obelisco panfilio dice significare la santissima Trinità.

Qui incominciarono i primi commerzi nel mondo, ond'ebbe il nome esso Mercurio, e poi funne tenuto dio delle mercatanzie; come da questa prima imbasciata fu lo stesso creduto dio degli ambasciadori, e, con verità di sensi, fu detto dagli dèi (che noi sopra truovammo essersi appellati gli eroi delle prime città) esser mandato agli uomini (qual'Ottomano avverte con maraviglia essersi detti dalla ricorsa barbarie i vassalli); e le ali, che qui abbiam veduto significare ragioni eroiche, furono poi credute usarsi da Mercurio per volare da cielo in terra, e quinci rivolare da terra in cielo. Ma, per ritornar a' commerzi, eglino incominciarono d'intorno a questa spezie di beni stabili; e la prima mercede fu, come dovett'essere, la più semplice e naturale, qual è de' frutti che si raccogliono dalla terra; la qual mercede, sia o di fatighe o di robe, si costuma tuttavia ne' commerzi de' contadini.

Tutta questa istoria canservarono i greci nella voce nómos, con la quale significano e "legge" e "pascolo"; perché la prima legge fu quest'agraria, per la quale gli re eroici furono detti "pastori de' popoli", come qui si è accennato e più appresso si spiegherà.

Così i plebei delle prime barbare nazioni (appunto come Tacito gli narra appresso i germani antichi, ove, con errore, gli crede servi, perché, come si è dimostro, i soci eroici erano come servi) si dovettero dagli eroi sparger per le campagne, e ivi soggiornare con le lor case ne' campi assegnati loro e, co' frutti delle ville, contribuire quanto faceva d'uopo al sostentamento de' lor signori. Con le quali condizioni si congiunga il giuramento, che pur da Tacito udimmo sopra, di dover essi e guardargli e difendergli e servir alla loro gloria, e tal spezie di diritti si pensi di diffinirsi con un nome di legge: che si vedrà con evidenza che non può convenir loro altro nome che di questi i quali da noi si dicono "feudi".

Di tal maniera si truovarono le prime città fondate sopra ordini di nobili e caterve di plebei, con due contrarie eterne propietà, le quali escono da questa natura di cose umane civili che si è qui da noi ragionata: de' plebei di voler sempre mutar gli Stati, come sempre essi gli mutano; e de' nobili, sempre di conservargli. Onde, nelle mosse de' civili governi, se ne dicono "ottimati" tutti coloro che si adoperano per mantenere gli Stati, ch'ebbero tal nome da questa propietà di star fermi ed in piedi.

Quivi nacquero le due divisioni: una di sappienti e di volgo, perocché gli eroi fondavano i loro regni nella sapienza degli auspìci, come si è detto nelle Degnità e molto sopra si è ragionato. In séguito di questa divisione, restò al volgo l'aggiunto perpetuo di "profano"; perché gli eroi, ovvero i nobili, furono i sacerdoti dell'eroiche città, come certamente lo furono tra' romani fin a cent'anni dopo la legge delle XII Tavole, come sopra si è detto; onde i primi popoli, con certa spezie di scomunica, toglievano la cittadinanza, qual fu tra' romani l'interdetto dell'acqua e fuoco, come appresso si mostrerà. Perciò le prime plebi delle nazioni si tennero per istranieri, come or ora vedremo (e ne restò propietà eterna che non si dà la cittadinanza ad un uomo di diversa religione); e da tal "volgo" restaron detti "vulgo quæsiti" i figliuoli fatti nel chiasso, per ciò che sopra abbiam ragionato, che le plebi nelle prime città, perocché non vi avevano la comunanza delle cose sagre o divine, per molti secoli non contrassero matrimoni solenni.

L'altra divisione fu di "civis" e "hostis". E "hostis" significò "ospite o straniero" e "nimico", perché le prime città si composero di eroi e di ricevuti a' di lor asili (nel qual senso s'hanno a prendere tutti gli ospizi eroici); come, da' tempi barbari ritornati, agl'italiani restò "oste" per "albergatore" e per gli "alloggiamenti di guerra", e "ostello" dicesi per "albergo". Così Paride fu ospite della real casa d'Argo, cioè nimico, che rapiva donzelle nobili argive, rappresentate col carattere d'Elena. Così Teseo fu ospite d'Arianna, Giasone di Medea, che poi abbandonano e non vi contraggono matrimoni: ch'erano riputate azioni eroiche, che, co' sensi nostri presenti, sembrano, come lo sono, azioni d'uomini scellerati. Così hassi a difendere la pietà d'Enea, ch'abbandona Didone ch'aveva stuprato (oltre a' grandissimi benefizi che n'avea ricevuti, e la magnanima profferta che quella gli aveva fatto del regno di Cartagine in dote delle sue nozze), per ubbidir a' fati, i quali, benché fusse straniera anch'essa, gli avevano destinata Lavinia moglie in Italia. Il qual eroico costume serbò Omero nella persona d'Achille, il massimo degli eroi della Grecia, il quale rifiuta qualunque delle tre figliuole ch'Agamennone gli offre in moglie con la regal dote di sette terre ben popolate di bifolchi e pastori, rispondendo di voler prendere in moglie quella che nella sua padria gli darebbe Peleo, suo padre. Insomma, i plebei eran "ospiti" delle città eroiche, contro i quali udimmo più volte Aristotile che "gli eroi giuravano d'esser eterni nimici". Questa stessa divisione ci è dimostrata con quelli estremi di "civis" e "peregrinus", preso il "peregrino" con la sua natia propietà d'"uomo che divaga per la campagna", detta "ager" in significazione di "territorio" o "distretto" (come "ager neapolitanus", "ager nolanus"), detto così quasi "peragrinus", perocché gli stranieri che viaggiano per lo mondo non divagano per gli campi, ma tengon dritto per le vie pubbliche.

Tali origini ragionate degli ospiti eroici danno un gran lume alla storia greca ove narra de' sami, sibariti, trezeni, anfiboliti, calcidoni, gnidi e scii, che dagli stranieri vi furono cangiate le repubbliche da aristocratiche in popolari; e danno l'ultimo lustro a ciò ch'abbiamo pubblicato molti anni fa con le stampe, ne' Princìpi del Diritto universale, d'intorno alla favola delle leggi delle XII Tavole venute da Atene in Roma; ch'è un de' due luoghi per gli quali stimiamo non esser inutile affatto quell'opera: che nel capo De forti sanate nexo soluto, che noi pruovammo essere stato il subbietto di tutta quella contesa, per ciò che vi han detto i latini filologi che 'l "forte sanate" era lo straniero ridutto all'ubbidienza, ella fu la plebe romana, la quale si era rivoltata perché non poteva da' nobili riportar il dominio certo de' campi; che certo non poteva durare, se non ne fusse stata fissa eternalmente la legge in una pubblica tavola, con la quale determinatosi il gius incerto, manifestatosi il gius nascosto, fusse legata a' nobili la mano regia di ripigliarglisi: ch'è 'l vero di ciò che ne racconta Pomponio. Per lo che fece tanti romori che fu bisogno criare i decemviri, i quali diedero altra forma allo Stato e ridussero la plebe sollevata all'ubbidienza, con dichiararla, con questo capo, prosciolta dal nodo vero del dominio bonitario, per lo quale erano stati "glebæ addicti" o "adscriptitii" o "censiti" del censo di Servio Tullio, come sopra si è dimostrato, e restasse obbligata col nodo finto del dominio quiritario: ma se ne serbò un vestigio fin alla legge Petelia nel diritto, ch'avevano i nobili, della prigion privata sopra i plebei debitori. I quali stranieri, con le "tentazioni tribunizie" ch'elegantemente dice Livio (e noi l'abbiamo noverate, nell'annotazioni alla legge Publilia, sopra, nella Tavola cronologica), lo stato di Roma da aristocratico finalmente cangiarono in popolare.

Non essersi Roma fondata sopra le prime rivolte agrarie egli ci dimostra essere stata una città nuova, come canta la storia. Fu ella bensì fondata sopra l'asilo, dove, durando ancora dappertutto le violenze, avevano dovuto prima farsi forti Romolo e i suoi compagni, e poi ricevervi i rifuggiti, e quivi fondare le clientele, quali sono state sopra da noi spiegate: onde dovette passare un dugento anni perch'i clienti s'attediassero di quello stato: quanto tempo vi corse appunto perché il re Servio Tullio vi portasse la prima agraria. Il qual tempo aveva dovuto correre nelle antiche città per un cinquecento anni, per questo istesso: che quelle si composero d'uomini più semplici, questa di più scaltriti; ch'è la cagione perché i romani manomisero il Lazio, quindi Italia, e poi il mondo, perché più degli altri latini ebbero giovine l'eroismo. La qual istessa è la ragione più propia (la qual si disse nelle Degnità) ch'i romani scrissero in lingua volgare la loro storia eroica, ch'i greci avevano scritta con favole.

Tutto ciò ch'abbiamo meditato de' princìpi della politica poetica e veduto nella romana storia, a maraviglia ci è confermato da questi quattro caratteri eroici: primo, dalla lira d'Orfeo ovvero d'Apollo; secondo, dal teschio di Medusa; terzo, da' fasci romani; quarto ed ultimo, dalla lutta d'Ercole con Anteo.

E, primieramente, la lira fu ritruovata dal Mercurio de' greci, quale da Mercurio egizio fu ritruovata la legge. E tal lira gli fu data da Apollo, dio della luce civile o sia della nobiltà, perché nelle repubbliche eroiche i nobili comandavan le leggi, e con tal lira Orfeo, Anfione ed altri poeti teologi, che professavano scienza di leggi, fondarono e stabilirono l'umanità della Grecia, come più spiegatamente diremo appresso. Talché la lira fu l'unione delle corde o forze de' padri, onde si compose la forza pubblica, che si dice "imperio civile", che fece cessare finalmente tutte le forze e violenze private. Onde la legge con tutta propietà restò a' poeti diffinita "lyra regnorum", nella quale s'accordarono i regni famigliari de' padri, i quali stati erano innanzi scordati, perché tutti soli e divisi tra loro nello stato delle famiglie, come diceva Polifemo ad Ulisse; e la gloriosa storia nel segno di essa lira fu poi con le stelle descritta in cielo, e 'l regno d'Irlanda nell'arme degli re d'Inghilterra ne carica lo scudo d'un'arpa. Ma, appresso, i filosofi ne fecero l'armonia delle sfere, la qual è accordata dal sole; ma Apollo suonò in terra quella la quale, nonché poté, dovett'udire, anzi esso stesso suonare Pittagora, preso per poeta teologo e fondatore di nazione, il quale finora n'è stato d'impostura accusato.

Le serpi unite nel teschio di Medusa, caricato d'ale nelle tempia, son i domìni alti famigliari ch'avevano i padri nello stato delle famiglie, ch'andarono a comporre il dominio eminente civile. E tal teschio fu inchiovato allo scudo di Perseo, ch'è lo stesso del qual è armata Minerva, che tra l'armi, o sia nelle adunanze armate delle prime nazioni, tralle quali truovammo ancor la romana, detta le spaventose pene ch'insassiscono i riguardanti. Una delle quali serpi sopra dicemmo essere stato Dragone, il quale fu detto scriver le leggi col sangue, perché se n'era armata quell'Atene (qual si disse Minerva Athenã) nel tempo ch'era occupata dagli ottimati, come pur sopra si è detto; e 'l dragone appo i chinesi, i quali ancora scrivono per geroglifici, egli, com'anco sopra si è veduto, è l'insegna dell'imperio civile.

I fasci romani sono i litui de' padri nello stato delle famiglie. Una qual sì fatta verga in mano d'uno di essi Omero con peso di parole chiama "scettro", ed esso padre appella "re", nello scudo ch'egli descrive d'Achille, nel quale si contiene la storia del mondo; e in tal luogo è fissata l'epoca delle famiglie innanzi a quella delle città, come appresso sarà pienamente spiegato. Perché, con tali litui presi gli auspìci che le comandassero, i padri dettavano le pene de' loro figliuoli, come nella legge delle XII Tavole ne passò quella del figliuol empio che abbiamo sopra veduto. Onde l'unione di tali verghe a litui significa la generazione dell'imperio civile, la quale si è qui ragionata.

Finalmente Ercole (carattere degli Eraclidi ovvero nobili dell'eroiche città) lutta con Anteo (carattere de' famoli ammutinati) e, innalzandolo in cielo (rimenandoli nelle prime città poste in alto), il vince e l'annoda a terra. Di che restò un giuoco a' greci detto del "nodo"; ch'è 'l nodo erculeo, col qual Ercole fondò le nazioni eroiche, e per lo quale da' plebei si pagava agli eroi la decima d'Ercole, che dovett'esser il censo pianta delle repubbliche aristocratiche. Ond'i plebei romani per lo censo di Servio Tullio furono nexi de' nobili e, per lo giuramento che narra Tacito darsi da' germani antichi a' loro principi, dovevano lor servire come vassalli perangarii a propie spese nelle guerre: di che la plebe romana si lamenta dentro cotesta stessa sognata libertà popolare. Che dovetter esser i primi assidui, che "suis assibus militabant": però soldati non di ventura, ma di dura necessità.

3.

DELL'ORIGINI DEL CENSO E DELL'ERARIO.

Ma finalmente dalle gravi usure e spesse usurpazioni ch'i nobili facevano de' loro campi (a tal segno ch'a capo di età Filippo, tribuno della plebe, ad alta voce gridava che duemila nobili possedevano tutti i campi che dovevan essere ripartiti tra ben trecentomila cittadini, ch'a suo tempo in Roma si noveravano), perché fin da quarant'anni dopo la discacciata di Tarquinio Superbo, per la di lui morte assicurata, la nobiltà aveva ricominciato ad insolentire sopra la povera plebe; e 'l senato di que' tempi aveva dovuto incominciar a praticar quell'ordinamento: ch'i plebei pagassero all'erario il censo, che prima privatamente avevano dovuto pagar a' nobili, acciocché esso erario potesse somministrar loro le spese indi in poi nelle guerre; dal qual tempo comparisce di nuovo sulla storia romana il censo, ch'i nobili sdegnavano amministrare, al riferire di Livio, come cosa non convenevole alla lor degnità (perché Livio non poté intendere ch'i nobili nol volevano, perché non era il censo ordinato da Servio Tullio, ch'era stato pianta della libertà de' signori, il qual si pagava privatamente ad essi nobili, ingannato con tutti gli altri che 'l censo di Servio Tullio fusse stato pianta della libertà popolare: perché certamente non fu maestrato di maggior degnità di quella di che fu la censura, e fin dal suo primo anno fu amministrato da' consoli): così i nobili, per le loro avare arti medesime, vennero da se stessi a formar il censo, che poi fu pianta della popolar libertà. Talché, essendone venuti i campi tutti in loro potere, eglino a' tempi di Filippo tribuno dovevano duemila nobili pagar il tributo per trecentomila altri cittadini ch'allora si numeravano (appunto come in Isparta era divenuto di pochi tutto il campo spartano), perché si erano descritti nell'erario i censi ch'i nobili avevano privatamente imposto a' campi, i quali, incolti, ab antiquo avevano assegnati a coltivar a' plebei. Per cotanta inegualità dovetter avvenire de' grandi movimenti e rivolte della plebe romana, le quali Fabio, con sappientissimo ordinamento, onde meritò il sopranome di Massimo, rassettò, con ordinare che tutto il popolo romano si ripartisse in tre classi, di senatori, cavalieri e plebei, e i cittadini vi si allogassero secondo le facultà; e consolò i plebei: perocché, quando, innanzi, que' dell'ordine senatorio, ch'era prima stato tutto de' nobili, vi prendevano i maestrati, indi in poi vi potessero passare ancora con le ricchezze i plebei, e quindi fusse aperta a' plebei la strada ordinaria a tutti gli onori civili.

Tal è la guisa che fa vera la tradizione che 'l censo di Servio Tullio (perché da quello se ne apparecchiò la materia e da quella ne nacquero l'occasioni) fu egli pianta della libertà popolare, come sopra si ragionò per ipotesi nell'Annotazioni alla Tavola cronologica, ov'è il luogo della legge Publilia. E tal ordinamento, nato dentro Roma medesima, fu invero quello che ordinovvi la repubblica democratica, non già la legge delle XII Tavole colà venuta da Atene: tanto che Bernardo Segni quella ch'Aristotile chiama "repubblica democratica", egli in toscano trasporta "repubblica per censo", per dire "repubblica libera popolare". Lo che si dimostra con esso Livio, che, quantunque ignorante dello Stato romano di quelli tempi, pur narra ch'i nobili si lagnavano avere più perduto con quella legge in città che guadagnato fuori con l'armi in quell'anno, nel quale pur avevano riportato molte e grandi vittorie. Ch'è la cagione onde Publilio, che ne fu autore, fu detto "dittator popolare".

Con la libertà popolare, nella quale tutto il popolo è essa città, avvenne che 'l dominio civile perdé il propio significato di "dominio pubblico" (che, da essa città, era stato detto "civile"), e si disperdé per tutti i domìni privati di essi cittadini romani, che poi tutti facevano la romana città. Il dominio ottimo s'andò ad oscurare nella sua significazione natia di "dominio fortissimo", come sopra abbiam detto, "non infievolito da niun real peso, anche pubblico", e restò a significare "dominio di roba libera da ogni peso privato". Il dominio quiritario non più significò dominio di fondo, dal cui possesso se fusse caduto il cliente o plebeo, il nobile, da cui aveva la cagion del dominio, doveva venir a difenderlo; che furono i primi "autores iuris" in romana ragione, i quali, per queste e non altre clientele ordinate da Romolo, dovevano insegnar a' plebei queste e non altre leggi. Imperciocché quali leggi dovevan i nobili insegnar a' plebei, i quali fin al CCCIX di Roma non ebbero privilegio di cittadini, e fin a cento anni dopo la legge delle XII Tavole, dentro il lor collegio de' pontefici, i nobili tennero arcane alla plebe? Sicché i nobili furon in tali tempi quelli "autores iuris", ch'ora sono rimasti nella spezie ch'i possessori de' fondi comperati, ove ne sono convenuti con revindicazione da altri, "lodano in autori", perché loro assistano e gli difendano: ora tal dominio quiritario è rimasto a significare dominio civile privato assistito da revindicazione, a differenza del bonitario, che si mantiene con la sola possessione.

Nella stessa guisa, e non altrimenti, queste cose sulla natura eterna de' feudi ritornarono a' tempi barbari ritornati. Prendiamo, per esemplo, il regno di Francia, nel quale le tante provincie, ch'ora il compongono, furono sovrane signorie de' principi soggetti al re di quel regno, dove que' principi avevano dovuto avere i loro beni non soggetti a pubblico peso veruno: dipoi, o per successioni o per ribellioni o caduci, s'incorporarono a quel reame, e tutti i beni di que' principi ex iure optimo furono sottoposti a' pubblici pesi. Perché le case e i fondi di essi re, de' quali avevano la Camera reale lor propia, o per parentadi o per concessioni essendo passati a' vassalli, oggi si truovono assoggettiti a' dazi e tributi: tanto che ne' regni di successione tale s'andò a confondere il dominio ex iure optimo col dominio privato soggetto a peso pubblico, qual il fisco, ch'era patrimonio del romano principe, si fusse andato a confondere con l'erario.

La qual ricerca del censo e dell'erario è stata la più aspra delle nostre meditazioni sulle cose romane, siccome nell'Idea dell'opera l'avvisammo.

4.

DELL'ORIGINE DE' COMIZI ROMANI.

Per le quali cose così meditate la bulé e l'agorá, che sono le due ragunanze eroiche ch'Omero narra e noi sopra abbiam osservato, dovetter essere tra' romani le ragunanze curiate, le quali si leggono le più antiche sotto gli re, e le ragunanze tribute. Le prime furono dette "curiate" da "quir", "asta", il cui obbliquo è "quiris", che poi restò retto, conforme ne abbiamo ragionato nell'Origini della lingua latina, siccome da chéir, "la mano", ch'appo tutte le nazioni significò "potestà", dovette a' greci dapprima venir detta kuría, nello stesso sentimento nel qual è appresso i latini "curia": onde vennero i cureti, ch'erano i sacerdoti armati d'aste, perché tutti i popoli eroici furon di sacerdoti, e i soli eroi avevan il diritto dell'armi; i quali cureti, com'abbiamo sopra veduto, i greci osservarono in Saturnia (o sia antica Italia), in Creta ed in Asia. E kuría, in tal antico significato, dovette intendersi per "signoria"; come "signorie" ora pur si dicono le repubbliche aristocratiche: da' quali senati eroici si disse kûros "autorità"; ma, come sopra abbiam osservato e più appresso n'osserveremo, "autorità di dominio"; dalle qual'origini poi restarono kúrios e kuría per "signore" e "signora". E, come da chéir i "cureti" da' greci, così sopra vedemmo da "quir" essere stati detti i "quiriti" romani; che fu il titolo della romana maestà, che si dava al popolo in pubblica ragunanza, come si è accennato pur sopra, dove osservammo de' galli e degli antichi germani, combinati con quel de' cureti che dicevano i greci, che tutti i primi popoli barbari tennero le pubbliche ragunanze sotto dell'armi.

Quindi cotal maestoso titolo dovette incominciare da quando il popolo era di soli nobili, i quali soli avevano il diritto dell'armi; e che poi passò al popolo composto ancor di plebei, divenuta Roma repubblica popolare. Perché della plebe, la qual non ebbe dapprima cotal diritto, le ragunanze furon dette "tribute" da "tribus", "la tribù"; ed appo i romani, siccome nello stato delle famiglie esse "famiglie" furon dette da' "famoli", così in quello poi delle città la tribù intesesi de' plebei, i quali vi si ragunavano per ricevere gli ordini del regnante senato; tra' quali, perché fu principale e più frequente quello di dover i plebei contribuir all'erario, dalla voce "tribù" venne detto "tributum".

Ma, poi che Fabio Massimo introdusse il censo, che distingueva tutto il popolo romano in tre classi secondo i patrimoni de' cittadini - perché, innanzi, i soli senatori erano stati cavalieri, perché i soli nobili a' tempi eroici avevano il diritto dell'armeggiare, perciò la repubblica romana antica sopra essa storia si legge divisa tra "patres" e "plebem"; talché tanto aveva innanzi significato "senatore" quanto "patrizio", ed all'incontro tanto "plebeo" quanto "ignobile": quindi, siccom'erano innanzi state due sole classi del popolo romano antico, così erano state due sole sorte di ragunanze: una, la curiata, di padri o nobili o senatori; l'altra, tributa, di plebei ovvero d'ignobili; - ma, poi che Fabio ripartì i cittadini, secondo le loro facultà, per tre classi, di senatori, cavalieri e plebei, essi nobili non fecero più ordine nella città, e secondo le loro facultà si allogavano per sì fatte tre classi. Dal qual tempo in poi si vennero a distinguere "patrizio" da "senatore" e da "cavaliere", e "plebeo" da "ignobile"; e "plebeo" non più s'oppose a "patrizio", ma a "cavaliere" e "senatore"; né "plebeo" significò "ignobile", ma "cittadino di picciolo patrimonio", quantunque nobile egli si fusse; ed al contrario "senatore" non più significò "patrizio", ma "cittadino d'amplissimo patrimonio", quantunque si fusse ignobile.

Per tutto ciò indi in poi si dissero "comitia centuriata" le ragunanze nelle quali per tutte e tre le classi conveniva tutto il popolo romano, per comandare, tra l'altre pubbliche faccende, le leggi consolari; e ne restarono dette "comitia tributa" quelle dove la plebe sola comandava le leggi tribunizie, che furon i plebisciti, innanzi detti in sentimento nel quale Cicerone gli direbbe "plebi nota", cioè "leggi pubblicate alla plebe" (una delle quali era stata quella di Giunio Bruto, che narra Pomponio, con cui Bruto pubblicò alla plebe gli re eternalmente discacciati da Roma); siccome nelle monarchie s'arebbon a dire "populo nota", con somigliante propietà, le leggi reali. Di che, quanto poco erudito tanto assai acuto, Baldo si maraviglia esserci stata lasciata scritta la voce "plebiscitum" con una "s", perché, nel sentimento di "legge ch'aveva comandato la plebe", dovrebbe essere stato scritto con due: "plebisscitum", venendo egli da "sciscor" e non da "scio".

Finalmente, per la certezza delle divine cerimonie, restaron dette "comitia curiata" le ragunanze de' soli capi delle curie, ove si trattava di cose sagre. Perché ne' tempi di essi re si guardavano con aspetto di sagre tutte le cose profane, e gli eroi erano dappertutto cureti ovvero sacerdoti, come sopra si è detto, armati; onde infin agli ultimi tempi romani, essendo rimasta con aspetto di cosa sagra la paterna potestà (le cui ragioni nelle leggi spesso "sacra patria" son dette): per tal cagione in tali ragunanze con le leggi curiate si celebravano l'arrogazioni.

5.

COROLLARIO CHE LA DIVINA PROVVEDENZA È L'ORDINATRICE DELLE REPUBBLICHE E NELLO STESSO TEMPO DEL DIRITTO NATURAL DELLE GENTI.

Sopra questa generazion di repubbliche, scoverta nell'età degli dèi - nella quale i governi erano stati teocratici, cioè governi divini, e poi uscirono ne' primi governi umani, che furon gli eroici (che qui chiamiamo "umani" per distinguergli da' divini), dentro a' quali, come gran corrente di real fiume ritiene per lungo tratto in mare e l'impressione del corso e la dolcezza dell'acque, scorse l'età degli dèi, perché dovette durar ancora quella maniera religiosa di pensare che gli dèi facessero tutto ciò che facevan essi uomini (onde de' padri regnanti nello stato delle famiglie ne fecero Giove; de' medesimi, chiusi in ordine nel nascere delle prime città, ne fecero Minerva; de' lor ambasciadori mandati a' sollevati clienti ne fecero Mercurio; e, come poco appresso vedremo, degli eroi corsali ne fecero finalmente Nettunno), - è da sommamente ammirare la provvedenza divina. La qual, intendendo gli uomini tutt'altro fare, ella portògli in prima a temer la divinità (la cui religione è la prima fondamental base delle repubbliche); - indi dalla religione furon fermi nelle prime terre vacue, ch'essi primi di tutt'altri occuparono (la qual occupazione è 'l fonte di tutti i domìni); e, gli più robusti giganti avendole occupate nell'alture de' monti, dove sorgono le fontane perenni, dispose che si ritruovassero in luoghi sani e forti di sito e con copia d'acqua, poter ivi star fermi né più divagare: che sono le tre qualità che devon avere le terre per poi surgervi le città; - appresso, con la religione medesima, gli dispose ad unirsi con certe donne in perpetua compagnia di lor vita: che son i matrimoni, riconosciuti fonte di tutte le potestà; - dipoi, con queste donne si ritruovarono aver fondato le famiglie, che sono il seminario delle repubbliche; - finalmente, con l'aprirsi degli asili, si ritruovarono aver fondato le clientele, onde fussero apparecchiate le materie tali, che poi, per la prima legge agraria, nascessero le città sopra due comuni d'uomini che le componessero: uno di nobili che vi comandassero, altri di plebei ch'ubbidissero (che Telemaco, in una diceria appo Omero, chiama "altro popolo", cioè popolo soggetto, diverso dal popolo regnante, il qual si componeva d'eroi); ond'esce la materia della scienza politica, ch'altro non è che scienza di comandare e d'ubbidire nelle città. E, nel loro medesimo nascimento, fa nascere le repubbliche di forma aristocratica, in conformità della selvaggia e ritirata natura di tai primi uomini; la qual forma tutta consiste, come pur i politici l'avvertiscono, in custodire i confini e gli ordini, acciocché le genti di fresco venute all'umanità, anco per la forma de' lor governi, seguitassero lungo tempo a stare dentro di essolor chiuse, per disavvezzarle dalla nefaria infame comunione dello stato bestiale e ferino. E, perché gli uomini erano di menti particolarissime, che non potevano intendere ben comune, per lo che eran avvezzi a non impacciarsi nemmeno delle cose particolari d'altrui, siccome Omero il fa dire da Polifemo ad Ulisse (nel qual gigante Platone riconosce i padri di famiglia nello stato che chiamano "di natura", il quale fu innanzi a quello delle città), la provvedenza, con la stessa forma di tai governi, gli menò ad unirsi alle loro patrie, per conservarsi tanto grandi privati interessi quanto erano le loro monarchie famigliari (ch'era ciò ch'essi assolutamente intendevano); e sì, fuori d'ogni loro proposito, convennero in un bene universale civile, che si chiama "repubblica".

Or qui, per quelle pruove divine ch'avvisammo sopra nel Metodo, si rifletta, col meditarvi sopra, alla semplicità e naturalezza con che la provvedenza ordinò queste cose degli uomini, che, per falsi sensi, gli uomini dicevano con verità che tutte facessero i dèi; - e col combinarvi sopra l'immenso numero degli effetti civili, che tutti richiamerannosi a queste quattro loro cagioni, che, come per tutta quest'opera si osserverà, sono quasi quattro elementi di quest'universo civile: cioè religioni, matrimoni, asili e la prima legge agraria che sopra si è ragionata; - e poi, tra tutti i possibili umani, si vada in ricerca se tante, sì varie e diverse cose abbian in altra guisa potuto aver incominciamenti più semplici e più naturali tra quelli stessi uomini ch'Epicuro dice usciti dal caso e Zenone scoppiati dalla necessità, che né 'l caso gli divertì né 'l fato gli strascinò fuori di quest'ordine naturale: ché, nel punto nel qual esse repubbliche dovevano nascere, già si erano innanzi apparecchiate ed erano tutte preste le materie a ricever la forma, e n'uscì il formato delle repubbliche, composto di mente e di corpo. Le materie apparecchiate furono propie religioni, propie lingue, propie terre, propie nozze, propi nomi (ovvero genti o sieno case), propie armi, e quindi propi imperi, propi maestrati e per ultimo propie leggi; e, perché propi, perciò dello 'n tutto liberi, e, perché dello 'n tutto liberi, perciò costitutivi di vere repubbliche. E tutto ciò provenne perché tutte l'anzidette ragioni erano state innanzi propie de' padri di famiglia, nello stato di natura monarchi; i quali, in questo punto, unendosi in ordine, andaron a generare la civil potestà sovrana, siccome, nello stato di natura, essi padri avevan avuto le potestà famigliari, innanzi non ad altri soggette che a Dio. Questa sovrana civil persona si formò di mente e di corpo. La mente fu un ordine di sappienti, quali in quella somma rozzezza e semplicità esser per natura potevano, e ne restò eterna propietà che senza un ordine di sappienti gli Stati sembrano repubbliche in vista, ma sono corpi morti senz'anima: dall'altra parte il corpo, formato col capo ed altre minori membra. Onde alle repubbliche restonne quest'altra eterna propietà: ch'altri vi debban esercitare la mente negl'impieghi della sapienza civile, altri il corpo ne' mestieri e nell'arti che deon servire così alla pace come alla guerra; con questa terza eterna propietà: che la mente sempre vi comandi e che 'l corpo v'abbia perpetuamente a servire.

Ma ciò che dee recare più maraviglia è che la provvedenza come, trallo far nascere le famiglie (le quali tutte erano nate con qualche cognizione d'una divinità, benché, per lor ignoranza e disordine, non conoscesse la vera ciascuna, con aver ciascuna propie religioni, lingue, terre, nozze, nomi, armi, governi e leggi), aveva fatto nello stesso tempo nascere il diritto naturale delle genti maggiori, con tutte l'anzidette propietà, da usar poi i padri di famiglia sopra i clienti; così, trallo far nascere le repubbliche, per mezzo di essa forma aristocratica con la qual nacquero, ella il diritto naturale delle genti maggiori (o sieno famiglie), che si era innanzi nello stato di natura osservato, fece passare in quello delle genti minori (o sia de' popoli), da osservarsi nel tempo delle città. Perché i padri di famiglia, de' quali tutte l'anzidette ragioni erano propie loro sopra i clienti, in tal punto, col chiudersi quelli in ordine naturale contro di questi, vennero essi a chiudere tutte l'anzidette propietà dentro i lor ordini civili contro le plebi; nello che consistette la forma aristocratica severissima delle repubbliche eroiche.

In cotal guisa il diritto naturale delle genti, ch'ora tra i popoli e le nazioni vien celebrato, sul nascere delle repubbliche nacque propio delle civili sovrane potestà. Talché popolo o nazione, che non ha dentro una potestà sovrana civile fornita di tutte l'anzidette propietà, egli propiamente popolo o nazione non è, né può esercitar fuori contr'altri popoli o nazioni il diritto natural delle genti; ma, come la ragione, così l'esercizio ne avrà altro popolo o nazione superiore.

Le quali cose qui ragionate, poste insieme con quello che si è sopra avvertito, che gli eroi delle prime città s'appellarono "dèi", danno la spiegata significazione di quel motto, con cui "iura a diis posita" sono state dette le ordinazioni del diritto natural delle genti. Ma, succeduto poi il diritto naturale delle genti umane ch'Ulpiano più volte sopra ci ha detto, sopra il quale i filosofi e i morali teologi s'alzarono ad intendere il diritto naturale della ragion eterna tutta spiegata, tal motto passò acconciamente a significare il diritto naturale delle genti ordinato dal vero Dio.

6.

SIEGUE LA POLITICA DEGLI EROI.

Ma tutti gli storici danno il principio al secolo eroico coi corseggi di Minosse e con la spedizione navale che fece Giasone in Ponto, il prosieguimento con la guerra troiana, il fine con gli error degli eroi, che vanno a terminare nel ritorno d'Ulisse in Itaca. Laonde in tali tempi dovette nascere l'ultima delle maggiori divinità, la qual fu Nettunno, per questa autorità degli storici, la qual noi avvaloriamo con una ragion filosofica, assistita dai più luoghi d'oro d'Omero. La ragion filosofica è che l'arti navale e nautica sono gli ultimi ritruovati delle nazioni, perché vi bisognò fior d'ingegno per ritruovarle; tanto che Dedalo, che funne il ritruovatore, restò a significar esso ingegno, e da Lucrezio ne fu detta "dædala tellus" per "ingegnosa". I luoghi d'Omero sono nell'Odissea, ch'ovunque Ulisse o approda o è da tempesta portato, monta alcun poggio per veder entro terra fummo, che gli significhi ivi abitare degli uomini. Questi luoghi d'Omero sono avvalorati da quel luogo d'oro di Platone, ch'udimmo riferirsici da Strabone sopra nelle Degnità, del lungo orrore ch'ebbero del mare le prime nazioni; e la ragione fu avvertita da Tucidide: che per lo timor de' corseggi le nazioni greche tardi scescero ad abitare sulle marine. Perciò Nettunno ci si narra aver armato il tridente col quale faceva tremar la terra, che dovett'esser un grande uncino da afferrar navi, detto con bella metafora "dente", e col superlativo del "tre", com'abbiam sopra detto, col quale faceva tremare le terre degli uomini col terrore de' suoi corseggi: che poi, già a' tempi d'Omero, fu creduto far tremare le terre della natura, nella qual oppenione Omero fu seguìto poi da Platone col suo abisso dell'acque, che pose nelle viscere della terra, ma con quanto accorgimento, appresso sarà dimostro.

Questi deon essere stati il toro con cui Giove rapisce Europa, il minotauro o toro di Minosse, con cui rapisce garzoni e fanciulle dalle marine dell'Attica (come restarono le vele dette "corna delle navi", ch'usò poi Virgilio); e i terrazzani spiegavano con tutta verità divorarglisi il minotauro, che vedevano con ispavento e dolore la nave ingoiarglisi. Così l'Orca vuol divorare Andromeda incatenata alla rupe, per lo spavento divenuta di sasso (come restò a' latini "terrore defixus", "divenuto immobile per lo spavento"); e 'l cavallo alato, con cui Perseo la libera, dev'essere stata altra nave da corso, siccome le vele restaron dette "ali delle navi". E Virgilio, con iscienza di quest'eroiche antichità, parlando di Dedalo, che fu il ritruovator della nave, dice che vola con la macchina che chiama "alarum remigium"; e Dedalo pur ci fu narrato esser fratello di Teseo. Talché Teseo dee esser carattere di garzoni ateniesi, che, per la legge della forza fatta lor da Minosse, sono divorati dal di lui toro o nave da corso; al qual Arianna (l'arte marinaresca) insegna col filo (della navigazione) uscire dal labirinto di Dedalo (che, prima di questi, che sono ricercate delizie delle ville reali, dovett'esser il mar Egeo, per lo gran numero dell'isole che bagna e circonda), e, appresa l'arte da' cretesi, abbandona Arianna e si torna con Fedra, di lei sorella (cioè con un'arte somigliante), e sì uccide il minotauro e libera Atene della taglia crudele che l'aveva imposto Minosse (col darsi a far essi ateniesi i corsali). E così, qual Fedra sorella fu d'Arianna, tale Teseo fu fratello di Dedalo.

Con l'occasione di queste cose, Plutarco nel Teseo dice che gli eroi si recavano a grande onore e si riputavano in pregio d'armi con l'esser chiamati "ladroni" siccome, a' tempi barbari ritornati, quello di "corsale" era titolo riputato di signoria. D'intorno a' quali tempi, venuto Solone, si dice aver permesso nelle sue leggi le società per cagion di prede: tanto Solone ben intese questa nostra compiuta umanità, nella quale costoro non godono del diritto natural delle genti! Ma quel che fa più maraviglia è che Platone ed Aristotile posero il ladroneccio fralle spezie della caccia; e con tali e tanti filosofi d'una gente umanissima convengono, con la loro barbarie, i germani antichi, appo i quali, al riferire di Cesare, i ladronecci non solo non eran infami, ma si tenevano tra gli esercizi della virtù, siccome tra quelli che, per costume non applicando ad arte alcuna, così fuggivano l'ozio. Cotal barbaro costume durò tant'oltre appo luminosissime nazioni, ch'al narrar di Polibio si diede la pace da' romani a' cartaginesi, tra l'altre leggi, con questa: che non potessero passare il capo di Peloro in Sicilia per cagion di prede o di traffichi. Ma egli è meno de' cartaginesi e romani, i quali essi medesimi si professavano d'esser barbari in tali tempi, come si può osservare appresso Plauto, in più luoghi, ove dice aver esso vòlte le greche commedie in "lingua barbara", per dir "latina". Quello è più: che dagli umanissimi greci, ne' tempi della loro più colta umanità, si celebrava cotal costume barbaro, onde sono tratti quasi tutti gli argomenti delle loro commedie; dal qual costume questa costa d'Affrica a noi opposta, perché tuttavia l'esercita contro de' cristiani, forse dicesi Barbaria.

Principio di cotal antichissimo diritto di guerra fu l'inospitalità de' popoli eroici che sopra abbiam ragionato, i quali guardarono gli stranieri con l'aspetto di perpetui nimici e riponevano la riputazione de' lor imperi in tenergli quanto si potesse lontani da' lor confini (come il narra Tacito degli svevi, la nazione più riputata dell'antica Germania); e sì guardavano gli stranieri come ladroni, quali abbiamo ragionato poc'anzi. Di che vi ha un luogo d'oro appresso Tucidide: che, fin al suo tempo, ove s'incontrassero viandanti per terra o passaggieri per mare, si domandava scambievolmente tra loro se fusser essi ladroni, in significazion di "stranieri". Ma, troppo avacciandosi la Grecia all'umanità, prestamente si spogliò di tal costume barbaro, e chiamarono "barbare" tutte l'altre nazioni che 'l conservavano; nel qual significato restò ad essi detta barbaría la Troglodizia, che doveva uccidere tal sorta d'ospiti ch'entravano ne' suoi confini, siccome ancor oggi vi sono nazioni barbare che 'l costumano. Certamente le nazioni umane non ammettono stranieri senza che n'abbiano da esse riportato licenza.

Tra queste per tal costume da' greci dette "barbare nazioni", una fu la romana per due luoghi d'oro della legge delle XII Tavole. Uno: "Adversus hostem æterna auctoritas esto"; l'altro è rapportato da Cicerone: "Si status dies sit, cum hoste venito". E qui prendono la voce "hostis", indovinando con termini generali, come per metafora così detto l'"avversario che litiga"; ma sullo stesso luogo Cicerone riflette, troppo al nostro proposito, che "hostis", appresso gli antichi si disse quello che fu detto poi "peregrinus". I quali due luoghi, composti insieme, danno ad intendere ch'i romani da principio tennero gli stranieri per eterni nimici di guerra.

Ma i detti due luoghi si deon intendere di quelli che furono i primi "hostes" del mondo, che, come sopra si è detto, furono gli stranieri ricevuti agli asili, i quali poi vennero in qualità di plebei nel formarsi dell'eroiche città, come si sono dimostrati più sopra. Talché il luogo appresso Cicerone significa che, nel giorno stabilito, "venga il nobile col plebeo a vendicargli il podere", come anco si è sopra detto. Perciò l'"eterna autorità", che si dice dalla medesima legge, dev'essere stata contro i plebei, contro i quali ci disse Aristotile nelle Degnità che gli eroi giuravano esser eterni nimici; per lo quale diritto eroico i plebei, con quantunque corso di tempo, non potevan usucapere niuno fondo romano, perché tali fondi erano nel commerzio de' soli nobili; ch'è buona parte della ragione perché la legge delle XII Tavole non riconobbe nude possessioni: onde poi, incominciando a disusarsi il diritto eroico e invigorendo l'umano, i pretori assistevan essi alle nude possessioni fuori d'ordine, perché né apertamente né per alcuna interpetrazione aveano da essa legge alcun motivo di costituirne giudizi ordinari né diretti né utili; e tutto ciò, perché la medesima legge teneva le nude possessioni de' plebei esser tutte precarie de' nobili. Altronde non s'impacciava delle furtive o violente de' nobili medesimi, per quell'altra propietà delle prime repubbliche (che lo stesso Aristotile nelle Degnità pur ci disse), che non avevano leggi d'intorno a' privati torti ed offese, delle quali essi privati la si dovevano vedere con la forza dell'armi, com'appieno dimostreremo nel libro IV; dalla qual vera forza restò poi per solennità nelle revindicazioni quella forza finta ch'Aulo Gellio dice "di paglia". Si conferma tutto ciò con l'interdetto "Unde vi", che si dava dal pretore, e fuori d'ordine, perché la legge delle XII Tavole non aveva inteso nulla, nonché parlato, delle violenze private; e con l'azioni "De vi bonorum raptorum" e "Quod metus caussa", le quali vennero tardi e furon anco pretorie.

Ora cotal costume eroico d'avere gli stranieri per eterni nimici, osservato privatamente da ciascun popolo in pace, portatosi fuori, si riconobbe comune a tutte le genti eroiche di esercitare tra loro le guerre eterne con continove rube e corseggi. Così, dalle città, che Platon dice nate sulla pianta dell'armi, come sopra abbiam veduto, e incominciate a governarsi a modo di guerra innanzi di venir esse guerre, le quali si fanno delle città, provenne che da pólis, "città", fusse pólemos essa guerra appellata.

Ove, in pruova del detto, è da farsi questa importante osservazione: che i romani stesero le conquiste e spiegarono le vittorie, che riportaron del mondo, sopra quattro leggi, ch'avevano co' plebei praticate dentro di Roma. Perché con le provincie feroci praticarono le clientele di Romolo, con mandarvi le colonie romane, ch'i padroni de' campi cangiavano in giornalieri; con le provincie mansuete praticarono la legge agraria di Servio Tullio, col permetter loro il dominio bonitario de' campi; con l'Italia praticarono l'agraria della legge delle XII Tavole, col permetterle il dominio quiritario, che godevano i fondi detti "soli italici"; co' municìpi o città benemerite praticarono le leggi del connubio e del consolato comunicato alla plebe.

Tal nimicizia eterna tralle prime città non richiedeva che fussero le guerre intimate, e sì tali ladronecci si riputarono giusti; come, per lo contrario, disavvezzate poi di barbaro costume sì fatto le nazioni, avvenne che le guerre non intimate son ladronecci, non conosciuti ora dal diritto natural delle genti che da Ulpiano son dette "umane". Questa stessa eterna inimicizia de' primi popoli dee spiegarci che 'l lungo tempo ch'i romani avevano guerreggiato con gli albani fu egli tutto il tempo innanzi, ch'entrambi avevano esercitato gli uni contro degli altri a vicenda i ladronecci che qui diciamo: ond'è più ragionevole che Orazio uccida la sorella perché piagne il suo Curiazio che l'aveva rapita, che essergli stata sposata; quando esso Romolo non poté aver moglie da essi albani, nulla giovandogli l'essere uno de' reali di Alba, né 'l gran beneficio che, discacciatone il tiranno Amulio, aveva loro renduto il legittimo re Numitore. È molto da avvertirsi che si patteggia la legge della vittoria sulla fortuna dell'abbattimento di essi, che principalmente erano interessati; qual, dell'albana, fu quello degli tre Orazi e degli tre Curiazi, e, della troiana, quello di Paride e Menelao, ch'essendo rimasto indiciso, i greci e troiani poi seguitarono a terminarla: siccome, a' tempi barbari ultimi, similmente essi principi con gli abbattimenti delle loro persone terminavano le loro controversie de' regni, alla fortuna de' quali si assoggettivano i popoli. Ed ecco che Alba fu la Troia latina, e l'Elena romana fu Orazia (di che vi ha un'istoria affatto la stessa tra greci, ch'è rapportata da Gerardo Giovanni Vossio nella Rettorica), e i diece anni dell'assedio di Troia a' greci devon essere i diece anni dell'assedio di Vei a' latini, cioè un numero finito per un infinito di tutto il tempo innanzi, che le città avevano esercitato l'ostilità eterne tra loro.

Perché la ragione de' numeri, perciocch'è astrattissima, fu l'ultima ad intendersi dalle nazioni (come in questi libri se ne ragiona ad altro proposito): di che, spiegandosi più la ragione, restò a' latini "sexcenta" (e così appresso gl'italiani prima si disse "cento" e poi "cento e mille") per dir un numero innumerabile, perché l'idea d'infinito può cader in mente sol de' filosofi. Quindi è forse che, per dire un gran numero, le prime genti dissero "dodeci": come dodeci gli dèi delle genti maggiori, che Varrone e i greci numerarono trentamila; anco dodeci le fatighe d'Ercole, che dovetter essere innumerabili; e i latini dissero dodeci le parti dell'asse, che si può in infinite parti dividere; della qual sorta dovetter essere state dette le XII Tavole, per l'infinito numero delle leggi che furono in tavole, di tempo in tempo, appresso intagliate.

Però ne' tempi della guerra troiana bisogna che, in quella parte di Grecia dove fu fatta, i greci si dicessero "achivi" (ch'innanzi si erano detti "pelasgi", di Pelasgo, uno degli più antichi eroi della Grecia, del quale sopra si è ragionato), e che poi tal nome d'"achivi" si fusse andato per tutta Grecia spandendo (che durò fin a' tempi di Lucio Mummio, all'osservare di Plinio), come indi per tutto il tempo appresso restarono detti "elleni". E sì la propagazione del nome "achivi" vi fece truovare a' tempi di Omero in quella guerra essersi alleata tutta la Grecia; appunto come il nome di "Germania", al riferire di Tacito, egli ultimamente si sparse per tutta quella gran parte di Europa, la quale così rimase appellata dal nome di coloro che, passato il Reno, indi cacciarono i galli e s'incominciarono a dir "germani"; e così la gloria di tai popoli diffuse tal nome per la Germania, come il romore della guerra troiana sparse il nome d'"achivi" per tutta Grecia. Perché tanto i popoli nella loro prima barbarie intesero leghe, che nemmeno i popoli d'essi re offesi si curavano prender l'armi per vendicargli, come si è osservato del principio della guerra troiana.

Dalla qual natura di cose umane civili, e non altronde, si può solvere questo maraviglioso problema: come la Spagna, che fu madre di tante che Cicerone acclama fortissime e bellicosissime nazioni (e Cesare le sperimentò, che 'n tutte l'altre parti del mondo, che tutte vinse, esso combatté per l'imperio: solamente in Ispagna combatté per la sua salvezza); come, diciamo, al fragor di Sagunto (il quale per otto mesi continui fece sudar Annibale, con tutte le fresche intiere forze dell'Affrica, con le quali poi - di quanto scemate e stanche! - poco mancò che, dopo la rotta di Canne, non trionfasse di Roma sopra il di lei medesimo Campidoglio) ed allo strepito di Numanzia (la qual fece tremare la romana gloria, ch'aveva già di Cartagine trionfato, e pose la mente a partito alla stessa virtù e sapienza di Scipione, trionfatore dell'Affrica); come non unì tutti i suoi popoli in lega per istabilire sulle rive del Tago l'imperio dell'universo, e diede luogo all'infelice elogio che le fa Lucio Floro: che s'accorse delle sue forze dopo esser stata tutta per parti vinta? (E Tacito nella Vita d'Agricola, avvertendo lo stesso costume negl'inghilesi, a' tempi di quello ferocissimi ritruovati, riflette con quest'altra ben intesa espressione: "dum singuli pugnant, universi vincuntur"). Perché, non tòcchi, se ne stavano come fiere dentro le tane de' lor confini, seguitando a celebrare la vita selvaggia e solitaria de' polifemi, la qual sopra si è dimostrata.

Però gli storici, tutti desti dal romore della bellica eroica navale e da quello tutti storditi, non avvertirono alla bellica eroica terrestre, molto meno alla politica eroica, con la qual i greci in tali tempi si doveano governare. Ma Tucidide, acutissimo e sappientissimo scrittore, ce ne lasciò un grande avviso ove narra che le città eroiche furono tutte smurate, come restò Sparta in Grecia e Numanzia, che fu la Sparta di Spagna; e, posta la lor orgogliosa e violenta natura, gli eroi tuttodì si cacciavano di sedia l'un l'altro, come Amulio cacciò Numitore, e Romolo cacciò Amulio e rimise Numitore nel regno d'Alba. Tanto le discendenze delle case reali eroiche di Grecia ed una continuata di quattordici re latini assicurano a' cronologi la lor ragione de' tempi! Perché nella barbarie ricorsa, quando ella fu più cruda in Europa, non si legge cosa più incostante e più varia che la fortuna de' regni, come si avvertì sopra nell'Annotazioni alla Tavola cronologica. E invero Tacito, avvedutissimo, lo ci avvisò in quel primo motto degli Annali: "Urbem Romam principio reges habuere", usando il verbo che significa la più debole spezie delle tre che della possessione fanno i giureconsulti, che sono "habere", "tenere", "possidere".

Le cose civili celebrate sotto sì fatti regni ci sono narrate dalla storia poetica con le tante favole le quali contengono contese di canto (presa la voce "canto" di quel "canere" o "cantare" che significa "predire"), e, 'n conseguenza, contese eroiche d'intorno agli auspìci.

Così Marsia satiro (il quale, "secum ipse discors", è 'l mostro che dice Livio), vinto da Apollo in una contesa di canto, egli vivo è dallo dio scorticato (si veda fierezza di pene eroiche!); Lino, che dee essere carattere de' plebei (perché certamente l'altro Lino fu egli poeta eroe, ch'è noverato con Anfione, Orfeo, Museo ed altri), in una simil contesa di canto, è da Apollo ucciso. Ed in entrambe tali favole le contese sono con Apollo, dio della divinità o sia della scienza della divinazione, ovvero scienza d'auspìci; e noi il truovammo sopra esser anco dio della nobiltà, perché la scienza degli auspìci, come a tante pruove si è dimostrato, era de' soli nobili.

Le sirene, ch'addormentano i passaggieri col canto e dipoi gli scannano; la Sfinge, che propone a' viandanti gli enimmi, che non sappiendo quelli sciogliere, uccide; Circe, che con gl'incantesimi cangia in porci i compagni d'Ulisse (talché "cantare" fu poi presa per "fare delle stregonerie", com'è quello:

... cantando rumpitur anguis:

onde la magia, che 'n Persia dovett'essere dapprima sapienza in divinità d'auspìci, restò a significare l'arte degli stregoni, ed esse stregonerie restaron dette "incantesimi"): sì fatti passaggieri, viandanti, vagabondi sono gli stranieri delle città eroiche ch'abbiam sopra detto, i plebei che contendono con gli eroi per riportarne comunicati gli auspìci, e sono in tali mosse vinti e ne sono crudelmente puniti.

Della stessa fatta, Pane satiro vuol afferrare Siringa, ninfa, com'abbiam sopra detto, valorosa nel canto, e si truova aver abbracciato le canne; e, come Pane di Siringa, così Issione, innamorato di Giunone, dea delle nozze solenni, invece di lei abbraccia una nube. Talché significano le canne la leggerezza, la nube la vanità de' matrimoni naturali; onde da tal nube si dissero nati i centauri, cioè a dire i plebei, i quali sono i mostri di discordanti nature che dice Livio, i quali a' lafiti, mentre celebrano tra loro le nozze, rapiscono loro le spose. Così Mida (il quale qui sopra abbiam truovato plebeo) porta nascoste l'orecchie d'asino, e le canne ch'afferra Pane (cioè i matrimoni naturali) le scuoprono: appunto come i patrizi romani appruovano a' lor plebei ciascun di loro esser mostro, perché essi "agitabant connubia more ferarum".

Vulcano (che pur dee essere qui plebeo) si vuol frapporre in una contesa tra Giove e Giunone, e con un calcio da Giove è precipitato dal cielo e restonne zoppo. Questa dev'esser una contesa ch'avesser fatto i plebei per riportarne dagli eroi comunicati gli auspìci di Giove e i connubi di Giunone, nella qual vinti, ne restaron zoppi, in senso d'"umiliati".

Così Fetonte, della famiglia d'Apollo, e quindi creduto figliuol del Sole, vuol reggere il carro d'oro del padre (il carro dell'oro poetico, del frumento), e divertisce oltre le solite vie (che menavano al granaio del padre di sua famiglia: fa la pretensione del dominio de' campi), ed è precipitato dal cielo.

Ma sopra tutte cade dal cielo il pomo della Discordia (cioè il pomo ch'abbiamo sopra dimostro significare il dominio de' terreni, perché la prima discordia nacque per la cagione de' campi che volevano per sé coltivar i plebei), e Venere (che dev'essere qui plebea) contende con Giunone de' connubi e con Minerva degl'imperi. Perché, d'intorno al giudizio di Paride, per buona fortuna, Plutarco nel suo Omero avvertisce che que' due versi verso il fin dell'Iliade, che ne fan motto, non son d'Omero, ma di mano che venne appresso.

Atalanta, col gittare le poma d'oro, vince i proci nel corso, appunto com'Ercole lutta con Anteo e, innalzandolo in cielo, il vince, come si è sopra spiegato. Atalanta rillascia a' plebei prima il dominio bonitario, dappoi il quiritario de' campi, e si riserba i connubi: appunto come i patrizi romani, con la prima agraria di Servio Tullio e con la seconda della legge delle XII Tavole, serbaron ancor i connubi dentro il lor ordine, in quel capo: "Connubia incommunicata plebi sunto", ch'era primaria conseguenza di quell'altro: "Auspicia incommunicata plebi sunto"; onde, di là a tre anni, la plebe ne incominciò a far la pretensione e, dopo tre anni di contesa eroica, gli riportò.

I proci di Penelope invadono la reggia d'Ulisse (per dire il regno degli eroi) e se n'appellano re, se ne divorano le regie sostanze (s'hanno appropiato il dominio de' campi), pretendono Penelope in moglie (fanno la pretension de' connubi). In altre parti Penelope si mantien casta e Ulisse appicca i proci, come tordi, alla rete, di quella spezie con la quale Vulcano eroico trasse Vener e Marte plebei (gli annoda a coltivar i campi da giornalieri d'Achille, come Coriolano i plebei romani, non contenti dell'agraria di Servio Tullio, voleva ridurre a' giornalieri di Romolo, come sopra si è detto). Quivi ancor Ulisse combatté con Iro, povero, e l'ammazzò (che dev'essere stata contesa agraria, nella qual i plebei si divoravano le sostanze d'Ulisse). In altre parti Penelope si prostituisce a' proci (communica i connubi alla plebe), e ne nasce Pane, mostro di due discordanti nature, umana e bestiale: ch'è appunto il "secum ipse discors" appresso Livio, qual dicevano i patrizi romani a' plebei che nascerebbe chiunque fusse provenuto da essi plebei, comunicati lor i connubi de' nobili, simigliante a Pane, mostro di due discordanti nature, che partorì Penelope prostituita a' plebei.

Da Pasife, la quale si giace col toro, nasce il minotauro, mostro di due nature diverse. Che dev'esser un'istoria che dagli eroi cretesi si comunicarono i connubi a stranieri che dovettero venir in Creta con la nave la quale fu detta "toro", con cui noi sopra spiegammo che Minosse rapiva garzoni e donzelle dall'Attica, e Giove innanzi aveva rapito Europa.

A questo genere d'istorie civili è da richiamarsi la favola d'Io. Giove se n'innamora (l'è favorevole con gli auspìci); Giunone n'è gelosa (con la gelosia civile, che noi sopra spiegammo, di serbare tra gli eroi le nozze solenni) e la dà a guardare ad Argo con cento occhi (a' padri argivi, ognuno col suo luco, con la sua terra colta, come sopra l'interpetrammo); Mercurio (che qui dev'essere carattere de' plebei mercenari), col suono del piffero, o piuttosto col canto, addormenta Argo (vince i padri argivi in contesa d'auspìci, da' quali si cantavan le sorti nelle nozze solenni), ed Io quivi si cangia, in vacca, che si giace col toro col quale s'era giaciuta Pasife, e va errando in Egitto (cioè tra quelli egizi stranieri, co' quali Danao aveva cacciato gl'Inachidi dal regno d'Argo).

Ma Ercole, a capo di età, si effemmina e fila sotto i comandi di Iole ed Onfale: va ad assoggettire il diritto eroico de' campi a' plebei, a petto de' quali gli eroi si dicevano "viri". Ché tanto a' latini suona "viri" quanto a' greci significa "eroi", come Virgilio incomincia l'Eneide, con peso usando tal voce:

Arma virumque cano,

ed Orazio trasporta il primo verso dell'Odissea:

Dic mihi, Musa, virum;

e "viri" restaron a' romani per significare mariti solenni, maestrati, sacerdoti e giudici, perché nelle aristocrazie poetiche e nozze ed imperi e sacerdozi e giudizi erano tutti chiusi dentro gli ordini eroici.

E così fu accomunato il diritto de' campi eroico a' plebei della Grecia, come fu da' patrizi romani a' plebei comunicato il diritto quiritario per la seconda agraria, combattuta e riportata con la legge delle XII Tavole, qual si è sopra dimostro: appunto come ne' tempi barbari ritornati i beni feudali si dicevano "beni della lancia" e i burgensatici si chiamavano "beni del fuso", come si ha nelle leggi inghilesi; onde l'arme reale di Francia (per significare la legge salica, ch'esclude dalla successione di quel regno le donne) è sostenuta da due angioli vestiti di dalmatiche e armati d'aste, e si adorna di questo motto eroico: "Lilia non nent". Talché, come Baldo, per nostra bella ventura, la legge salica chiamò "ius gentium gallorum", così noi la legge delle XII Tavole (per quanto serbava, nel suo rigore, le successioni ab intestato dentro i suoi, gli agnati e finalmente i gentili) possiamo chiamare "ius gentium romanarum"; perché appresso si mostrerà quanto sia vero che ne' primi tempi di Roma vi fusse stata costumanza onde le figliuole venissero ab intestato alla successione de' loro padri, e che poi fusse passata in legge nelle XII Tavole.

Finalmente Ercole esce in furore col tingersi del sangue di Nesso centauro - appunto il mostro delle plebi di due discordi nature che dice Livio, - cioè tra' furori civili communica i connubi alla plebe e si contamina del sangue plebeo, e 'n tal guisa si muore: qual muore per la legge Petelia, detta De nexu, l'Ercole romano, il dio Fidio. Con la qual legge "vinculum fidei victum est", quantunque Livio il rapporti con l'occasione d'un fatto da un diece anni avvenuto dopo, il qual in sostanza è lo stesso che quello il quale aveva dato la cagione alla legge Petelia, nel quale si dovette eseguire, non ordinare, ciò ch'è contenuto in tal motto, che dee essere stato di alcuno antico scrittor d'annali, che Livio, con quanta fede con altrettanta ignorazione, rapporta: perché, col liberarsi i plebei del carcere privato de' nobili creditori, si costrinsero pur i debitori con le leggi giudiziarie a pagar i debiti; ma fu sciolto il diritto feudale, il diritto del nodo erculeo, nato dentro i primi asili del mondo, col quale Romolo dentro il suo aveva Roma fondato. Perciò è forte congettura che dall'autor degli annali fusse stato scritto "vinculum Fidii", "del dio Fidio", che Varrone dice essere stato l'Ercole de' romani; il qual motto gli altri, che vennero appresso, non intendendo, per errore credettero scritto "fidei". Il qual diritto natural eroico si è truovato lo stesso tra gli americani, e tuttavia dura nel mondo nostro tra gli abissini nell'Affrica e tra' moscoviti e tartari nell'Europa e nell'Asia; ma fu praticato con più mansuetudine tra gli ebrei, appo i quali i debitori non servivano più che sette anni.

E, per finirla, così Orfeo, finalmente, il fondatore della Grecia, con la sua lira o corda o forza, che significano la stessa cosa che 'l nodo d'Ercole (il nodo della legge Petelia), egli è morto ucciso dalle baccanti (dalle plebi infuriate), le quali gliene fecero andar in pezzi la lira (che, a tante pruove fatte sopra, significava la legge): ond'a tempi d'Omero già gli eroi menavano in mogli donne straniere e i bastardi venivano alle successioni reali; lo che dimostra che già la Grecia aveva incominciato a celebrare la libertà popolare.

Per tutto ciò hassi a conchiudere che queste contese eroiche fecero il nome all'età degli eroi; e che in esse molti capi, vinti e premuti, con quelli delle lor fazioni si fussero dati ad andar errando in mare per ritruovar altre terre; e che altri fussero finalmente ritornati alle loro patrie, come Menelao ed Ulisse; altri si fussero fermati in terre straniere, come Cecrope, Cadmo, Danao, Pelope (perocché tali contese eroiche eran avvenute da molti secoli innanzi nella Fenicia, nell'Egitto, nella Frigia, siccome in tali luoghi aveva prima incominciato l'umanità), i quali si fermarono nella Grecia. Come una d'essi dev'essere stata Didone, che, da Fenicia fuggendo la fazione del cognato, dal qual era perseguitata, si fermò in Cartagine, che fu detta "Punica", quasi "Phoenica"; e, di tutt'i troiani, distrutta Troia, Capi si fermò in Capova, Enea approdò nel Lazio, Antenore penetrò in Padova.

In cotal guisa finì la sapienza de' poeti teologi, o sia de' sappienti o politici dell'età poetica de' greci, quali furono Orfeo, Anfione, Lino, Museo ed altri; i quali, col cantare alle plebi greche la forza degli dèi negli auspìci (ch'erano le lodi che tali poeti dovettero cantar degli dèi, cioè quelle della provvedenza divina, ch'apparteneva lor di cantare), tennero esse plebi in ossequio de' lor ordini eroici. Appunto come Appio, nipote del decemviro, circa il trecento di Roma, com'altra volta si è detto, cantando a' plebei romani la forza degli dèi negli auspìci, de' quali i nobili dicevano aver la scienza, gli mantiene nell'ubbidienza de' nobili. Appunto come Anfione, cantando sulla lira, de' sassi semoventi innalza le mura di Tebe, che trecento anni innanzi aveva Cadmo fondato, cioè vi conferma lo stato eroico.

7.

COROLLARI D'INTORNO ALLE COSE ROMANE ANTICHE E PARTICOLARMENTE DEL SOGNATO REGNO ROMANO MONARCHICO E DELLA SOGNATA LIBERTÀ POPOLARE ORDINATA DA GIUNIO BRUTO.

Queste tante convenienze di cose umane civili tra romani e greci, onde la storia romana antica a tante pruove si è qui truovata esser una perpetua mitologia istorica di tante, sì varie e diverse favole greche, chiunque ha intendimento (che non è né memoria né fantasia) pongono in necessità di risolutamente affermare che, da' tempi degli re infino a' connubi comunicati alla plebe, il popolo romano (il popolo di Marte) si compose di soli nobili; e ch'a tal popolo di nobili il re Tullo, incominciando dall'accusa d'Orazio, permise a' rei condennati o da' duumviri o da' questori l'appellagione a tutto l'ordine, quando i soli ordini eran i popoli eroici, e le plebi erano accessioni di tali popoli (quali poi le provincie restarono accessioni delle nazioni conquistatrici, come l'avvertì ben il Grozio); ch'appunto è l'"altro popolo" che chiamava Telemaco i suoi plebei nell'adunanza che noi qui sopra notammo. Onde, con forza d'un'invitta critica metafisica sopra essi autori delle nazioni, si dee scuotere quell'errore: che tal caterva di vilissimi giornalieri, tenuti da schiavi, fin dalla morte di Romolo avessero l'elezione degli re, la qual poi fusse appruovata da' padri. Il qual dee esser un anacronismo de' tempi ne' quali la plebe aveva già parte nella città e concorreva a criare i consoli (lo che fu dopo comunicati ad essolei i connubi da' padri), tirato da trecento anni indietro fin all'interregno di Romolo.

Questa voce "popolo", presa de' tempi primi del mondo delle città nella significazione de' tempi ultimi (perché non poterono né filosofi né filologi immaginare tali spezie di severissime aristocrazie), portò di séguito due altri errori in queste due altre voci: "re" e "libertà"; onde tutti han creduto il regno romano essere stato monarchico e la ordinata da Giunio Bruto essere stata libertà popolare. Ma Gian Bodino, quantunque entrato nel volgare comun errore, nel qual eran entrati innanzi tutti gli altri politici, che prima furono le monarchie, appresso le tirannidi, quindi le repubbliche popolari e alfine l'aristocrazie (e qui vedasi, ove mancano i veri princìpi, che contorcimenti si possono fare, e fansi di fatto, d'umane idee!), pure, osservando nella sognata libertà popolare romana antica che gli effetti erano di repubblica aristocratica, puntella il suo sistema con quella distinzione: che ne' tempi antichi Roma era popolare di Stato, ma che aristocraticamente fussesi governata. Con tutto ciò, pur riuscendogli contrari gli effetti e che, anco con tal puntello, la sua macchina politica pur crollava, costretto finalmente dalla forza del vero, con brutta incostanza confessa ne' tempi antichi la repubblica romana essere stata di Stato, nonché governo, aristocratica.

Tutto ciò vien confermato da Tito Livio, il quale, in narrando l'ordinamento fatto da Giunio Bruto de' due consoli annali, dice apertamente e professa non essersi di nulla affatto mutato lo Stato (come dovette da sappiente far Bruto, di richiamare da tal corrottella a' suoi princìpi lo Stato), e coi due consoli annali "nihil quicquam de regia potestate deminutum": tanto che vennero i consoli ad essere due re aristocratici annali, quali Cicerone nelle Leggi gli appella "reges annuos" (com'eran a vita quelli di Sparta, repubblica senza dubbio aristocratica); i quali consoli, com'ognun sa, erano soggetti all'appellagione durante esso loro regno (siccome gli re spartani erano soggetti all'emenda degli efori), e, finito il regno annale, erano soggetti all'accuse (conforme gli re spartani erano fatti morire dagli efori). Per lo qual luogo di Livio ad un colpo si dimostra e che 'l regno romano fu aristocratico e che la ordinata da Bruto ella fu libertà, non già popolare, cioè del popolo da' signori, ma signorile, cioè de' signori da' tiranni Tarquini. Lo che certamente Bruto non arebbe potuto fare, se non gli si offeriva il fatto di Lugrezia romana, ch'esso saggiamente afferrò; la qual occasione era vestita di tutte le circostanze sublimi per commuovere la plebe contro il tiranno Tarquinio, il qual aveva fatto tanto mal governo della nobiltà, ch'a Bruto fu d'uopo di riempier il senato, già esausto per tanti senatori fatti morir dal Superbo. Nello che conseguì, con saggio consiglio, due pubbliche utilità: e rinforzò l'ordine de' nobili già cadente, e si conservò il favor della plebe; perché del corpo di quella dovette scegliere moltissimi, e forse gli più feroci, ch'arebbon ostato a riordinarsi la signoria, e gli fece entrare nell'ordine de' nobili, e così compose la città, la qual era a que' tempi tutta divisa "inter patres et plebem".

Se 'l precorso di tante, sì varie e diverse cagioni, quante si sono qui meditate fin dall'età di Saturno; se 'l séguito di tanti, sì vari e diversi effetti della repubblica romana antica, i quali osserva il Bodino; e se la perpetuità o continuazione con cui quelle cagioni influiscono in questi effetti, la quale considera Livio, non sono valevoli a stabilire che 'l regno romano fu aristocratico e che la ordinata da Bruto fu la libertà de' signori (e ciò per attenersi alla sola autorità), bisogna dire ch'i romani, gente barbara e rozza, avesser avuto il privilegio da Dio, che non poteron aver essi greci, gente acuta umanissima, i quali, al narrar di Tucidide, non seppero nulla dell'antichità loro propie fin alla guerra peloponnesiaca, che fu il tempo più luminoso di Grecia, come osservammo sopra nella Tavola cronologica: ove dimostrammo il medesimo de' romani fin dentro alla seconda guerra cartaginese, dalla quale Livio professa scrivere la romana storia con più certezza, e pur apertamente confessa di non saperne tre circostanze, che sono le più considerabili nella storia, le qual'ivi si sono ancor osservate. Ma, con tutto che si conceda tal privilegio a' romani, pure resterà di ciò un'oscura memoria, una confusa fantasia; e pertanto la mente non potrà rinniegare i raziocinî che si son fatti sopra tai cose romane antiche.

8.

COROLLARIO D'INTORNO ALL'EROISMO DE' PRIMI POPOLI.

Ma l'età eroica del primo mondo di cui trattiamo ci tragge con dura necessità a ragionare dell'eroismo de' primi popoli. Il quale, per le Degnità che se ne sono sopra proposte e qui hanno il lor uso, e per gli princìpi qui stabiliti della politica eroica, fu di gran lunga diverso da quello che, 'n conseguenza della sapienza innarrivabile degli antichi, è stato finor immaginato da' filosofi, ingannati da' filologi, in quelle tre voci non diffinite le quali sopra abbiam avvertito: "popolo", "re" e "libertà"; avendo preso i popoli eroici - ne' quali fussero anco entrati i plebei, preso gli re, monarchi e preso la libertà popolare; ed al contrario, applicandovi tre lor idee di menti ingentilite ed addottrinate - una di giustizia ragionata con massime di morale socratica, l'altra di gloria (ch'è fama di benefizi fatti inverso il gener umano) e la terza di disiderio d'immortalità: - laonde su questi tre errori e con queste tre idee han creduto che re o altri grandi personaggi de' tempi antichi avessero consagrato e sé e le loro famiglie, nonché gl'intieri patrimoni e sostanze, per far felici i miseri, che sono sempre gli più nelle città e nelle nazioni.

Però di Achille, ch'è 'l massimo de' greci eroi, Omero ci narra tre propietà dello 'n tutto contrarie a cotali tre idee de' filosofi. E, d'intorno alla giustizia, egli ad Ettorre, che con esso vuol patteggiare la seppoltura se nell'abbattimento l'uccida, nulla riflettendo all'egualità del grado, nulla alla sorte comune (le quali due considerazioni naturalmente inducono gli uomini a riconoscer giustizia), feroce risponde: - Quando mai gli uomini patteggiarono co' lioni, o i lupi e l'agnelle ebbero uniformità di voleri? - Anzi: - Se t'avrò ucciso, ti strascinerò nudo, legato al mio cocchio, per tre giorni d'intorno alle mura di Troia - siccome fece, - e finalmente ti darò a mangiare a' miei cani da caccia; - lo che arebbe pur fatto, se l'infelice padre Priamo non fusse venuto da essolui a riscattarne il cadavere. D'intorno alla gloria, egli per un privato dolore (perocché Agamennone gli aveva tolto a torto la sua Briseide) se ne richiama offeso con gli uomini e con gli dèi; e fanne querela a Giove d'essere riposto in onore, ritira dall'esercito alleato le sue genti e dalla comune armata le propie navi, e soffre ch'Ettorre faccia scempio della Grecia, e, contro il dettame della pietà che si deve alla patria, si ostina di vendicare una privata sua offesa con la rovina di tutta la sua nazione; anzi non si vergogna di rallegrarsi con Patroclo delle straggi ch'Ettorre fa de' suoi greci, e col medesimo (ch'è molto più), colui che portava ne' suoi talloni i fati di Troia, fa quello indegnissimo voto: che 'n quella guerra morissero tutti, e troiani e greci, ed essi due soli ne rimanessero vivi. D'intorno alla terza, egli nell'inferno, domandato da Ulisse come vi stava volentieri, risponde che vorrebbe più tosto, vivo, essere un vilissimo schiavo. Ecco l'eroe che Omero con l'aggiunto perpetuo d'"irreprensibile" canta a' greci popoli in esemplo dell'eroica virtù! Il qual aggiunto, acciocché Omero faccia profitto con l'insegnar dilettando (lo che debbon far i poeti), non si può altrimente intendere che per un uomo orgoglioso, il qual or direbbesi che non si faccia passare la mosca per innanzi alla punta del naso; e sì predica la virtù puntigliosa, nella quale a' tempi barbari ritornati tutta la loro morale riponevano i duellisti, dalla quale uscirono le leggi superbe, gli ufizi altieri e le soddisfazioni vendicative de' cavalieri erranti che cantano i romanzieri.

Allo 'ncontro si rifletta al giuramento, che dice Aristotile, che giuravano gli eroi d'esser eterni nimici alla plebe. Si rifletta quindi sulla storia romana nel tempo della romana virtù, che Livio determina ne' tempi della guerra con Pirro, a cui acclama con quel motto: "nulla ætas virtutum feracior", e noi (con Sallustio, appo sant'Agostino, De civitate Dei) stendiamo dalla cacciata degli re fin alla seconda guerra cartaginese. Bruto che consagra con due suoi figliuoli la sua casa alla libertà; Scevola che, col punire del fuoco la sua destra, la quale non seppe ucciderlo, atterrisce e fuga Porsena, re de' toscani; Manlio detto "l'imperioso" che, per un felice peccato di militar disciplina, istigatogli da stimoli di valor e di gloria, fa mozzare la testa al suo figliuolo vittorioso; i Curzi che si gittano armati a cavallo nella fossa fatale; i Deci, padre e figliuolo, che si consagrano per la salvezza de' lor eserciti; i Fabrizi, i Curi, che rifiutano le some d'oro da' sanniti, le parti offerte de' regni da Pirro; gli Attili Regoli che vanno a certa crudelissima morte in Cartagine per serbare la santità romana de' giuramenti: che pro fecero alla misera ed infelice plebe romana? che per più angariarla nelle guerre, per più profondamente sommergerla in mar d'usure, per più a fondo seppellirla nelle private prigioni de' nobili, ove gli battevano con le bacchette a spalle nude a guisa di vilissimi schiavi? e chi voleva di un poco sollevarla con una qualche legge frumentaria o agraria, da quest'ordine di eroi, nel tempo di essa romana virtù, egli era accusato e morto come rubello. Qual avvenne, per tacer d'altri, a Manlio Capitolino, che aveva serbato il Campidoglio dall'incendio degl'immanissimi galli senoni; qual in Isparta (la città degli eroi di Grecia, come Roma lo fu degli eroi del mondo) il magnanimo re Agide, perché aveva attentato di sgravare la povera plebe di Lacedemone, oppressa dall'usure de' nobili, con una legge di conto nuovo, e di sollevarla con un'altra testamentaria, come altra volta si è detto, funne fatto strozzare dagli efori: onde, come il valoroso Agide fu il Manlio Capitolino di Sparta, così Manlio Capitolino fu l'Agide di Roma, che, per lo solo sospetto di sovvenir alquanto alla povera oppressa plebe romana, fu fatto precipitare giù dal monte Tarpeo. Talché per quest'istesso ch'i nobili de' primi popoli si tenevano per eroi, ovvero di superior natura a quella de' lor plebei, come appieno sopra si è dimostrato, facevano tanto malgoverno della povera moltitudine delle nazioni. Perché certamente la storia romana sbalordisce qualunque scortissimo leggitore, che la combini sopra questi rapporti: che romana virtù dove fu tanta superbia? che moderazione dove tanta avarizia? che mansuetudine dove tanta fierezza? che giustizia dove tanta inegualità?

Laonde i princìpi, i quali possono soddisfare una sì gran maraviglia, debbono necessariamente esser questi:

I

Sia, in séguito di quella ferina che sopra si ragionò de' giganti, l'educazion de' fanciulli severa, aspra, crudele, quale fu quella degl'illiterati lacedemoni, che furono gli eroi della Grecia, i quali nel templo di Diana battevano i loro figliuoli fin all'anima, talché cadevano sovente morti, convulsi dal dolore, sotto le bacchette de' padri, acciocché s'avvezzassero a non temere dolori e morte; e ne restarono tal'imperi paterni ciclopici così a' greci come a' romani, co' quali permettevano uccidersi gl'innocenti bambini di fresco nati. Perché le delizie, ch'or facciamo de' nostri figliuoli fanciulli, fanno oggi tutta la dilicatezza delle nostre nature.

II

Si comperino con le doti eroiche le mogli, le quali restarono poscia per solennità a' sacerdoti romani, i quali contraevano le nozze "coëmptione et farre" (che fu anche, al narrar di Tacito, costume degli antichi germani, i quali ci danno luogo di stimare lo stesso di tutti i primi popoli barbari); e le mogli si tengano, come per una necessità di natura, in uso di far figliuoli: del rimanente, si trattino come schiave, conforme in molte parti del nostro e quasi universalmente nel mondo nuovo è costume di nazioni: quando le doti sono compere che fan le donne della libertà da' mariti e pubbliche confessioni ch'i mariti non bastano a sostenere i pesi del matrimonio, onde sono forse i tanti privilegi co' quali gl'imperatori han favorito le doti.

III

I figliuoli acquistino, le mogli risparmino per gli loro mariti e padri: non, come si fa oggi, tutto a rovescio.

IV

I giuochi e i piaceri sien faticosi, come lutta, corso (onde Omero dà ad Achille l'aggiunto perpetuo di "piè veloce"); sieno ancor con pericolo, come giostre, cacce di fiere, onde s'avvezzino a fermare le forze e l'animo e a strappazzare e disprezzare la vita.

V

Non s'intendano affatto lussi, lautezze ed agi.

VI

Le guerre, come l'eroiche antiche, sieno tutte di religione, la quale, per la ragione ch'abbiamo preso per primo principio di questa scienza, le rende tutte atrocissime.

VII

Si celebrino le schiavitù pur eroiche, che van di séguito a tali guerre, nelle quali i vinti si tengano per uomini senza Dio, onde con la civile si perda ancora la natural libertà. E qui abbia uso quella Degnità sopra posta: che "la libertà naturale ella è più feroce ov'i beni sono più a' nostri corpi attaccati, e la civil servitù s'inceppa co' beni di fortuna non necessari alla vita".

[VIII]

Per tutto ciò sieno, le repubbliche, aristocratiche per natura o sia di naturalmente fortissimi, che schiudano a' pochi padri nobili tutti gli onori civili; e 'l ben pubblico sieno monarchie famigliari conservate lor dalla patria; che sarebbe la vera patria, com'abbiamo più volte detto, interesse di pochi padri, per lo quale sieno i cittadini naturalmente patrizi. E con tali nature, tali costumi, tali repubbliche, tali ordini e tali leggi si celebrerà l'eroismo de' primi popoli, il quale, per le cagioni a queste che si sono noverate tutte contrarie (che dappoi produssero l'altre due spezie degli Stati civili, che sopra pruovammo esser entrambi umani, cioè le repubbliche libere popolari e, più che queste, le monarchie), egli è ora per civil natura impossibile. Perché per tutto il tempo della romana libertà popolare fa romor d'eroe il solo Catone uticese, e lasciò tal romore per uno spirito di repubblica aristocratica: che, caduto Pompeo e rimasto esso capoparte della nobiltà, per non poter sofferire di vederla umiliata a Cesare, si ammazzò. Nelle monarchie gli eroi son coloro che si consagrano per la gloria e grandezza de' lor sovrani. Ond'ha a conchiudersi ch'un tal eroe i popoli afflitti il disiderano, i filosofi il ragionano, i poeti l'immaginano; ma la natura civile, come n'abbiamo una Degnità, non porta tal sorta di benefizi.

Tutte le quali cose qui ragionate dell'eroismo de' primi popoli ricevono lustro e splendore dalle Degnità sopra poste d'intorno all'eroismo romano, le quali si truoveranno comuni all'eroismo degli antichi ateniesi nel tempo che, come narra Tucidide, furono governati da' severissimi areopagiti (che, come abbiam veduto, fu un senato aristocratico), ed all'eroismo degli spartani, che furono repubblica di Eraclidi o di signori, come a mille pruove sopra si è dimostrato.

VI

REPILOGAMENTI DELLA STORIA POETICA.

I

Tutta quest'istoria divina ed eroica de' poeti teologi con troppo d'infelicità ci fu nella favola di Cadmo descritta. Egli uccide la gran serpe (sbosca la gran selva antica della terra); ne semina i denti (con bella metafora, come sopra si è detto, con curvi legni duri) - ch'innanzi di truovarsi l'uso del ferro dovettero servire per denti de' primi aratri, che "denti" ne restarono detti - egli ara i primi campi del mondo; gitta una gran pietra (ch'è la terra dura, che volevano per sé arare i clienti ovvero famoli, come si è sopra spiegato); nascono da' solchi uomini armati (per la contesa eroica della prima agraria ch'abbiamo detto, gli eroi escono da' loro fondi, per dire ch'essi sono signori de' fondi, e si uniscono armati contro le plebi, e combattono, non già tra di loro, ma co' clienti ammutinati contro essoloro; e coi solchi sono significati essi ordini, ne' quali s'uniscono e co' quali formano e fermano le prime città sulla pianta dell'armi, come tutto si è detto sopra); e Cadmo si cangia in serpe (e ne nasce l'autorità de' senati aristocratici, che gli antichissimi latini arebbono detto: "Cadmus fundus factus est", e i greci dissero Cadmo cangiato in Dragone, che scrive le leggi col sangue). Lo che tutto è quello che noi sopra promettemmo di far vedere: - che la favola di Cadmo conteneva più secoli di storia poetica, - ed è un grand'esemplo dell'infanzia, onde la fanciullezza del mondo travagliava a spiegarsi; che, degli sette ch'appresso novereremo, è un gran fonte della difficultà delle favole. Tanto felicemente seppe Cadmo lasciare scritta cotal istoria con le sue lettere volgari, ch'esso aveva a' greci dalla Fenicia portato! E Desiderio Erasmo, con mille inezie, indegne dell'uomo eruditissimo che fu detto il "Varron cristiano", vuol che contenga la storia delle lettere ritruovate da Cadmo. Così la chiarissima istoria d'un tanto benefizio d'aver ritruovato le lettere alle nazioni, che per se stessa doveva esser romorosissima, Cadmo nasconde al gener umano di Grecia dentro l'inviluppo di cotal favola, ch'è stata oscura fin a' tempi di Erasmo, per tener arcano al volgo uno sì grande ritruovato di volgare sapienza, che da esso "volgo" tali lettere furon dette "volgari".

II

Ma con maravigliosa brevità ed acconcezza narra Omero questa medesima istoria, tutta ristretta nel geroglifico dello scettro lasciato ad Agamennone. Il quale Vulcano fabbricò a Giove (perché Giove, co' primi fulmini dopo il diluvio, fondossi il regno sopra gli dèi e gli uomini, che furon i regni divini, nello stato delle famiglie); - poi Giove il diede a Mercurio (che fu il caduceo, con cui Mercurio portò la prima legge agraria alle plebi, onde nacquero i regni eroici delle prime città); - poi Mercurio il diede a Pelope, Pelope a Tieste, Tieste ad Atreo, Atreo ad Agamennone (ch'è tutta la successione della casa reale d'Argo).

III

Però più piena e spiegata è la storia del mondo, che 'l medesimo Omero ci narra essere stata descritta nello scudo d'Achille.

I. Nel principio vi si vedeva il cielo, la terra, il mare, il sole, la luna, le stelle: - questa è l'epoca della criazione del mondo.

II. Dipoi due città. In una erano canti, imenei e nozze: questa è l'epoca delle famiglie eroiche de' figliuoli nati dalle nozze solenni. Nell'altra non si vedeva niuna di queste cose: questa è l'epoca delle famiglie eroiche de' famoli, i quali non contraevano che matrimoni naturali, senza niuna solennità di quelle con le quali si contraevano le nozze eroiche. Sicché entrambe queste città rappresentavano lo stato di natura, o sia quello delle famiglie; ed eran appunto le due città, ch'Eumeo, castaldo d'Ulisse, racconta ch'erano nella sua padria, entrambe rette da suo padre, nelle qual'i cittadini avevano divisamente tutte le loro cose divise (cioè che non avevano niuna parte di cittadinanza tra essoloro comune). Onde la città senza imenei è appunto l'"altro popolo" che Telemaco in adunanza chiama la plebe d'Itaca; ed Achille, lamentandosi dell'oltraggio fattogli da Agamennone, dice che l'aveva trattato da un giornaliere, che non aveva niuna parte al governo.

III. Appresso, in questa medesima città delle nozze, si vedevano parlamenti, leggi, giudizi, pene. Appunto come i patrizi romani nelle contese eroiche replicavano alla plebe che e le nozze e gl'imperi e i sacerdozi, de' quali ultimi era dipendenza la scienza delle leggi, e, con queste, i giudizi, erano tutte ragioni loro propie, perch'erano loro propi gli auspìci, che facevano la maggior solennità delle nozze: onde "viri" (che tanto appo i latini suonava quanto "eroi" appo i greci) se ne dissero i mariti solenni, i maestrati, i sacerdoti e per ultimo i giudici, come altra volta sopra si è detto. Sicché questa è l'epoca delle città eroiche, che sopra le famiglie de' famoli sursero di stato severissimo aristocratico.

IV. L'altra città è assediata con armi, e, a vicenda con la prima, menano prede l'una dall'altra; e quivi la città senza nozze (ch'erano le plebi delle città eroiche) diventa un'altra intiera città nimica. Il qual luogo a maraviglia conferma ciò che sopra abbiam ragionato: che i primi stranieri, i primi "hostes" furono le plebi de' popoli eroici, contro le quali, come n'abbiamo più volte udito Aristotile, gli eroi giuravano d'esser eterni nimici; onde poi l'intiere città, perché tra loro straniere, co' ladronecci eroici, esercitavano eterne ostilità tra di loro, come sopra si è ragionato.

V. E finalmente vi si vedeva descritta la storia dell'arti dell'umanità, dandole incominciamento dall'epoca delle famiglie; perché, prima di ogni altra cosa, vi si vedeva il padre re, che con lo scettro comanda il bue arrosto dividersi a' mietitori; dappoi vi si vedevano piantate vigne; appresso, armenti, pastori e tuguri; e in fine di tutto v'erano descritte le danze. La qual immagine, con troppo bello e vero ordine di cose umane, sponeva ritruovate prima l'arti del necessario: la villereccia, e prima del pane, dipoi del vino; appresso, quelle dell'utile: la pastoreccia; quindi quelle del comodo: l'architettura urbana; finalmente quelle del piacere: le danze.

 VII

FISICA POETICA.

1.

DELLA FISICA POETICA.

Passando ora all'altro ramo del tronco metafisico poetico, per lo quale la sapienza poetica si dirama nella fisica e quindi nella cosmografia e, per questa, nell'astronomia, di cui son frutte la cronologia e la geografia, diamo, a quest'altra parte che resta di ragionamento, principio dalla fisica.

I poeti teologi considerarono la fisica del mondo delle nazioni; e perciò primieramente diffinirono il Cao essere confusione de' semi umani, nello stato dell'infame comunione delle donne: dal quale poi i fisici furono desti a pensare alla confusione de' semi universali della natura, e, a spiegarla, n'ebbero da' poeti già ritruovato e quindi acconcio il vocabolo. Egli era confuso, perché non vi era niun ordine d'umanità; era oscuro, perché privo della luce civile (onde "incliti" furon detti gli eroi). L'immaginarono ancora l'Orco, un mostro informe che divorassesi tutto, perché gli uomini nell'infame comunione non avevano propie forme d'uomini, ed eran assorti dal nulla, perché per l'incertezza delle proli non lasciavano di sé nulla: questo poi da' fisici fu preso per la prima materia delle naturali cose, che, informe, è ingorda di forme e si divora tutte le forme. Ma i poeti gli diedero anco la forma mostruosa di Pane, dio selvaggio ch'è nume di tutti i satiri, che non abitano le città ma le selve; carattere al quale riducevano gli empi vagabondi per la gran selva della terra, ch'avevano aspetto d'uomini e costumi di bestie nefande: che poi, con allegorie sforzate ch'osserveremo più appresso, i filosofi, ingannati dalla voce pãn, che significa "tutto", l'appresero per l'universo formato. Han creduto ancor i dotti ch'i poeti avesser inteso la prima materia con la favola di Proteo, con cui, immerso nell'acque, Ulisse da fuori l'acqua lutta in Egitto, né può afferrarlo, perché sempre in nuove forme si cangia. Ma tal loro sublimità di dottrina fu una gran goffaggine e semplicità de' primi uomini, i quali (come i fanciulli, quando si guardano negli specchi, vogliono afferrare le lor immagini) dalle varie modificazioni de' lor atti e sembianti credevano esser un uomo nell'acqua, che cangiassesi in varie forme.

Finalmente fulminò il cielo, e Giove diede principio al mondo degli uomini dal poner questi in conato, ch'è propio della libertà della mente, siccome dal moto, il qual è propio de' corpi, che son agenti necessari, cominciò il mondo della natura; perocché que', che ne' corpi sembran esser conati, sono moti insensibili, come si è detto sopra nel Metodo. Da tal conato uscì la luce civile, di cui è carattere Apollo, alla cui luce si distinse la civile bellezza onde furono belli gli eroi; della quale fu carattere Venere, che poi fu presa da' fisici per la bellezza della natura, anzi per tutta la natura formata, la qual è bella e adorna di tutte le sensibili forme.

Uscì il mondo de' poeti teologi da quattro elementi sagri: dall'aria, dove fulmina Giove, dall'acqua delle fonti perenni, di cui è nume Diana; dal fuoco, onde Vulcano accese le selve; e dalla terra colta, ch'è Cibele o Berecintia. Che tutti e quattro sono gli elementi delle divine cerimonie: cioè auspìci, acqua, fuoco e farro, che guarda Vesta, che, come si è detto sopra, è la stessa che Cibele o Berecintia, la quale delle terre colte afforzate di siepi, con le ville poste in alto in figura di torri (onde a' latini è "extorris", quasi "exterris"), ella va Coronata; con la qual corona si chiude quello che ci restò detto "orbis terrarum", ch'è propiamente il mondo degli uomini. Quindi poi i fisici ebbero il motivo di meditare ne' quattro elementi de' quali è composto il mondo della natura.

Gli stessi poeti teologi e agli elementi e alle indi uscite innumerabili speziali nature diedero forme viventi e sensibili, ed alla maggior parte umane, e ne finsero tante e sì varie divinità, come abbiamo ragionato sopra nella Metafisica; onde riuscì acconcio a Platone d'intrudervi il placito delle sue "menti" o "intelligenze": che Giove fusse la mente dell'etere, Vulcano del fuoco, e altri somiglianti. Ma i poeti teologi tanto intesero tal'intelligenti sostanze, che fin ad Omero non s'intendeva essa mente umana, in quanto, per forza di riflessione, resiste al senso; di che vi sono due luoghi d'oro nell'Odissea, dove vien detta o "forza sagra" o "vigor occulto", che son lo stesso.

2.

DELLA FISICA POETICA INTORNO ALL'UOMO O SIA DELLA NATURA EROICA.

Ma la maggior e più importante parte della fisica è la contemplazione della natura dell'uomo. Come gli autori del gener umano gentilesco s'abbiano essi in un certo modo generato e produtto la propia lor forma umana per entrambe le di lei parti, cioè con le spaventose religioni e coi terribili imperi paterni; e con le sagre lavande essi edussero da' loro corpi giganteschi la forma delle nostre giuste corporature, e con la stessa disciplina iconomica eglino, da' lor animi bestiali, edussero la forma de' nostri animi umani: tutto ciò sopra, nell'Iconomica poetica, si è ragionato, e questo è luogo propio da qui doversi ripetere.

Or i poeti teologi, con aspetto di rozzissima fisica, guardarono nell'uomo queste due metafisiche idee: d'essere e di sossistere. Certamente gli eroi latini sentirono l'"essere", assai grossolanamente, con esso "mangiare", che dovett'esser il primo significato di "sum", che poi significò l'uno e l'altro; conforme anch'oggi i nostri contadini, per dire che l'ammalato vive, dicono ch'"ancor mangia": perché "sum" in significato d'"essere" egli è astrattissimo, che trascende tutti gli esseri; scorrevolissimo, che per tutti gli esseri penetra; purissimo, che da niun essere è circoscritto. Sentirono la "sostanza", che vuol dire "cosa che sta sotto e sostiene" star ne' talloni, perocché sulle piante de' piedi l'uomo sussiste; ond'Achille portava i suoi fati sotto il tallone, perché ivi stasse il suo fato, o sia la sorte del vivere e del morire.

La compagine del corpo riducevano a' solidi e liquidi. I solidi richiamavano a viscere o sieno carni (come appo i romani si disse "visceratio" la divisione che da' sacerdoti si faceva al popolo delle carni delle vittime sagrificate), talché "vesci" intesero "nudrirsi", quando del cibo si faccia carne; - ad ossa e giunture, che si dicono "artus" (ov'è da osservare che "artus" è detto da "ars", ch'agli antichi latini significò la "forza del corpo", ond'è "artitus", "atante della persona": poi fu detta "ars" ogni compagine di precetti che ferma qualche facultà della mente); - a' nervi, che, quando, mutoli, parlavan per corpi, presero per le forze (da un qual nervo, detto "fides", in senso di "corda", fu detta "fede" la "forza degli dèi", del qual nervo o corda o forza poi fecero il liuto d'Orfeo), e con giusto senso riposero ne' nervi le forze, poiché questi tendono i muscoli, che bisognano tendersi per far forza; - e finalmente a midolle, e nelle midolle riposero, con senso ancor giusto, il fior fior della vita (onde "medulla" era detta dall'innamorato l'amata donna, e "medullitus" ciò che diciamo "di tutto cuore", e amore, ov'è grande, si dice "bruciar le midolla"). I liquidi riducevano al solo sangue, perciocché la sostanza nervea o spermale pur chiamavano "sangue" (come la frase poetica lo ci dimostra: "sanguine cretus" per "generato"), e con giusto senso ancora, perché tal sostanza è 'l fior fiore del sangue. E, pure con senso giusto, stimarono il sangue sugo delle fibre delle quali si compone la carne; onde restò a' latini "succiplenus" per dir "carnuto", "insuppato di buono sangue".

Per altra parte poi dell'anima, i poeti teologi la riposero nell'aria (che "anima" pur da' latini vien detta), e la stimarono il veicolo della vita (come restò a' latini la propietà della frase "anima vivimus", e a' poeti quelle frasi: "ferri ad vitales auras", "nascere"; "ducere vitales auras", "vivere"; "vitam referri in auras", "morire"; e in volgar latino restarono "animam ducere" per "vivere", "animam trahere" per "agonizzare", "animam efflare, emittere" per "morire"); onde forse i fisici ebbero il motivo di riporre l'anima del mondo nell'aria. E i poeti teologi, con giusto senso ancora, mettevano il corso della vita nel corso del sangue, nel cui giusto moto consiste la nostra vita.

Dovetter, ancora con giusto senso, sentir che l'animo 'l veicolo sia del senso, perché restò a' latini la propietà dell'espressione "animo sentimus". E, con giusto senso altresì, fecero l'animo maschio, femmina l'anima, perché l'animo operi nell'anima (ch'è l'"igneus vigor" che dice Virgilio); talché l'animo debba avere il suo subbietto nei nervi e nella sostanza nervea, e l'anima nelle vene e nel sangue: e così i veicoli sieno, dell'animo, l'etere e, dell'anima, l'aere, con quella proporzione con la quale gli spiriti animali son mobilissimi, alquanto tardi i vitali. E, come l'anima è la ministra del moto, così l'animo sia del conato, e 'n conseguenza il principio; ch'è l'"igneus vigor" che testé ci ha detto Virgilio. E i poeti teologi il sentivano e non intendevano, e appresso Omero il dissero "forza sagra" e "vigor occulto" e un "dio sconosciuto"; come i greci e i latini, quando dicevano o facevano cosa di che sentivano in sé un principio superiore, dicevano che un qualche dio avesse sì fatta cosa voluto: il qual principio fu da' medesimi latini detta "mens animi". E sì, rozzamente, intesero quell'altissima verità, che poi la teologia naturale de' metafisici, in forza d'invitti raziocinî contro gli epicurei, che le vogliono esser risalti de' corpi, dimostra che l'idee vengono all'uomo da Dio.

Intesero la generazione con una guisa che non sappiamo se più propia n'abbiano potuto appresso giammai ritruovar i dotti. La guisa tutta si contiene in questa voce "concipere", detta quasi "concapere", che spiega l'esercizio che celebrano della loro natura le forme fisiche (ch'ora si dee supplire con la gravità dell'aria, dimostrata ne' tempi nostri), di prendere d'ogn'intorno i corpi loro vicini, e vincere la lor resistenza, e adagiargli e conformargli alla loro forma.

La corrozione spiegarono troppo sappientemente con la voce "corrumpi", che significa il rompimento di tutte le parti che compongono il corpo; per l'opposto di "sanum", perché la vita consista in tutte le parti sane: tanto che dovettero stimare i morbi portar la morte col guasto de' solidi.

Riducevano tutte le funzioni interne dell'animo a tre parti del corpo: al capo, al petto, al cuore. E dal capo richiamavano tutte le cognizioni; che perciocch'erano tutte fantastiche, collocarono nel capo la memoria, la quale da' latini fu detta per "fantasia". E a' tempi barbari ritornati fu detta "fantasia" per "ingegno", e, 'n vece di dir "uomo d'ingegno", dicevan "uomo fantastico"; qual narra essere stato Cola di Rienzo l'autore dello stesso tempo, il qual in barbaro italiano ne descrisse la vita, la qual contiene nature e costumi somigliantissimi a quest'eroici antichi che ragioniamo: ch'è un grande argomento del ricorso che, 'n nature e costumi, fanno le nazioni. Ma la fantasia altro non è che risalto di reminiscenze, e l'ingegno altro non è che lavoro d'intorno a cose che si ricordano. Ora, perché la mente umana de' tempi che ragioniamo non era assottigliata da verun'arte di scrivere, non spiritualezzata da alcuna pratica di conto e ragione, non fatta astrattiva da tanti vocaboli astratti di quanti or abbondan le lingue, come si è detto sopra nel Metodo, ella esercitava tutta la sua forza in queste tre bellissime facultà, che le provengon dal corpo; e tutte e tre appartengono alla prima operazion della mente, la cui arte regolatrice è la topica, siccome l'arte regolatrice della seconda è la critica; e, come questa è arte di giudicare, così quella è arte di ritruovare, conforme si è sopra detto negli Ultimi corollari della Logica poetica. E, come naturalmente prima è 'l ritruovare, poi il giudicar delle cose, così conveniva alla fanciullezza del mondo di esercitarsi d'intorno alla prima operazion della mente umana, quando il mondo aveva di bisogno di tutti i ritruovati per le necessità ed utilità della vita, le quali tutte si erano provvedute innanzi di venir i filosofi, come più pienamente il dimostreremo nella Discoverta del vero Omero. Quindi a ragione i poeti teologi dissero la Memoria esser "madre delle muse", le quali sopra si sono truovate essere l'arti dell'umanità.

È, in questa parte, da punto non trallasciare quest'importante osservazione, che molto rileva per quello che nel Metodo si è sopra detto: ch'or intender appena si può, affatto immaginar non si può come pensassero i primi uomini che fondarono l'umanità gentilesca, ch'erano di menti così singolari e precise, ch'ad ogni nuov'aria di faccia ne stimavano un'altra nuova, com'abbiam osservato nella favola di Proteo; ad ogni nuova passione stimavano un altro cuore, un altro petto, un altr'animo: onde sono quelle frasi poetiche, usate, non già per necessità di misure, ma per tal natura di cose umane, quali sono "ora", "vultus", "animi", "pectora", "corda", prese per gli numeri loro del meno.

Fecero il petto stanza di tutte le passioni, a cui con giusti sensi ne sottoposero i due fomenti o princìpi: cioè l'irascibile nello stomaco, perocché ivi, per superare il mal che ci preme, ci si faccia sentire la bile contenuta ne' vasi biliari, sparsi per lo ventricolo, il quale, con invigorire il suo moto peristaltico, spremendogli, la vi diffonde: - posero la concupiscibile, più di tutt'altro, nel fegato, ch'è diffinito l'"ufficina del sangue", ch'i poeti dissero "precordi", ove Titane impastò le passioni degli altri animali, le quali fussero in ciascuna specie più insigni; e abbozzatamente intesero che la concupiscenza è la madre di tutte le passioni e che le passioni sieno dentro de' nostri umori.

Richiamavano al cuore tutti i consigli, onde gli eroi "agitabant, versabant, volutabant corde curas", perché non pensavano d'intorno alle cose agibili senonsé scossi da passioni, siccome quelli ch'erano stupidi ed insensati. Quindi da' latini "cordati" furono detti i saggi, e "vecordes" al contrario gli scempi; e le risoluzioni si dissero "sententiæ", perché, come sentivano così giudicavano, onde i giudizi eroici erano tutti con verità nella loro forma, quantunque spesso falsi nella materia.

3.

COROLLARIO: DELLE SENTENZE EROICHE.

Ora, perché i primi uomini del gentilesimo erano di menti singolarissime, poco meno che di bestie, alle quali ogni nuova sensazione cancella affatto l'antica (ch'è la ragione perché non possono combinar e discorrere), perciò le sentenze tutte dovevan essere singolarizzate da chi sentivale. Onde quel sublime, ch'ammira Dionigi Longino nell'oda di Saffo che poi trasportò in latino Catullo, che l'innamorato, alla presenza della sua amata donna, spiega per somiglianza:

Ille mi par esse deo videtur

manca del sommo grado della sublimità, perché non singolarizza la sentenza in se stesso, come fa Terenzio, con dire:

Vitam deorum adepti sumus;

il qual sentimento, quantunque sia propio di chi lo dice, per la maniera latina d'usare nella prima persona il numero del più per quello del meno, però ha un'aria di sentimento comune. Ma dallo stesso poeta, in altra commedia, il medesimo sentimento è innalzato al sommo grado della sublimità, ove, singolarizzandolo, l'appropia a chi 'l sente:

Deus factus sum.

Perciò queste sentenze astratte son di filosofi, perché contengono universali, e le riflessioni sopra esse passioni sono di falsi e freddi poeti.

4.

COROLLARIO: DELLE DESCRIZIONI EROICHE.

Finalmente riducevano le funzioni esterne dell'animo ai cinque sensi del corpo, ma scorti, vividi e risentiti, siccome quelli ch'erano nulla o assai poco ragione e tutti robustissima fantasia. Di ciò sieno pruove i vocaboli che diedero ad essi sensi.

Dissero "audire", quasi "haurire", perché gli orecchi bevano l'aria da altri corpi percossa. Dissero "cernere oculis" il vedere distintamente (onde forse venne "scernere" agl'italiani), perché gli occhi sieno come un vaglio e le pupille due buchi - che, come da quello escon i bastoni di polvere, che vanno a toccare la terra, così dagli occhi, per le pupille, escano bastoni di luce, che vanno a toccare le cose, le quali distintamente si vedono (ch'è 'l baston visuale che poi ragionarono gli stoici, e felicemente a' nostri tempi ha dimostrato il Cartesio); - e dissero "usurpare oculis" generalmente il vedere, quasi che, con la vista, s'impossessassero delle cose vedute. Con la voce "tangere" dissero anco il rubare, perché, col toccare, da' corpi che si toccano si porta via qualche cosa, ch'or appena s'intende da' fisici più avveduti. Dissero "olfacere" l'odorare, quasi, odorando, facessero essi gli odori; lo che poi, con gravi osservazioni, truovaron vero i naturali filosofi, che i sensi facciano le qualità che sono dette "sensibili". E finalmente dissero "sapere" il gustare, e "sapere", propiamente, è delle cose che dan sapore, perché assaggiassero nelle cose il sapor propio delle cose; onde poi con bella metafora fu detta "sapienza", che fa usi, delle cose, i quali hanno in natura, non già quelli che ne finge l'oppenione.

Nello che è da ammirare la provvedenza divina: ch'avendoci dato ella i sensi per la custodia de' nostri corpi - i quali i bruti hanno maravigliosamente più fini degli uomini, - in tempo ch'erano gli uomini caduti in uno stato di bruti, da tal loro natura istessa avessero sensi scortissimi per conservarsi; i quali, venendo l'età della riflessione, con cui potessero consigliarsi per guardar i lor corpi, s'infievolirono. Per tutto ciò le descrizioni eroiche, quali sono quelle d'Omero, diffondono tanto lume e splendor d'evidenza, che non si è potuto imitare, nonché uguagliare, da tutti i poeti appresso.

5.

COROLLARIO: DE' COSTUMI EROICI.

Da tali eroiche nature, fornite di tali sensi eroici, si formarono e fermarono somiglianti costumi. Gli eroi, per la fresca origine gigantesca, erano in sommo grado goffi e fieri, quali ci sono stati detti los patacones, di cortissimo intendimento, di vastissime fantasie, di violentissime passioni. Per lo che dovetter essere zotici, crudi, aspri, fieri, orgogliosi, difficili ed ostinati ne' loro propositi e, nello stesso tempo, mobilissimi al presentarsi loro de' nuovi contrari obbietti: siccome tuttodì osserviamo i contadini caparbi, i quali ad ogni motivo di ragion detta loro vi si rimettono; ma, perché sono deboli di riflessione, la ragione, che gli aveva rimossi, tosto dalle loro menti sgombrando, si richiamano al lor proposito. E, per lo stesso difetto della riflessione, eran aperti, risentiti, magnanimi e generosi, qual è da Omero descritto Achille, il massimo di tutti gli eroi della Grecia. Sopra i quali esempli di costumi eroici Aristotile alzò in precetto d'arte poetica che gli eroi, i quali si prendono per subbietti delle tragedie, eglino non sieno né ottimi né pessimi, ma di grandi vizi e di grandi virtù mescolati. Perché cotesto eroismo di virtù, la qual sia compiuta sopra la sua idea ottima, egli è di filosofi, non di poeti; e cotesto eroismo galante è di poeti che vennero dopo Omero, i quali o ne finsero le favole di getto nuove, o le favole, nate dapprima gravi e severe, quali convenivano a fondatori di nazioni, poscia, effemminandosi col tempo i costumi, essi alterarono e finalmente corruppero. Gran pruova è di ciò (e la stessa dee essere un gran canone di questa mitologia istorica che ragioniamo) che Achille, il quale per quella Briseide ad essolui tolta da Agamennone fa tanti romori che n'empie la terra e 'l cielo e ne porge la materia perpetua a tutta l'Iliade, non ne mostra, in tutta l'Iliade, pur un menomo senso di passion amorosa d'esserne rimasto privo; e Menelao, che per Elena muove tutta la Grecia contro di Troia, non ne mostra, per tutta quella lunga e gran guerra, un segno, pur picciolo, d'amoroso cruccio di gelosia che la si goda Paride, il quale gliel'aveva rapita. Tutto ciò che si è in questi tre corollari detto delle sentenze, delle descrizioni e de' costumi eroici, appartiene alla discoverta del vero Omero, che si farà nel libro seguente.

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