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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

PRINCIPJ DI SCIENZA NUOVA

D'INTORNO ALLA COMUNE NATURA DELLE NAZIONI,

IN QUESTA TERZA IMPRESSIONE DAL MEDESIMO AUTORE

IN UN GRAN NUMERO DI LUOGHI CORRETTA,

SCHIARITA. E NOTABILMENTE ACCRESCIUTA

1744

Giambattista Vico

LIBRO SECONDO

DELLA SAPIENZA POETICA

I METAFISICA POETICA.

II LOGICA POETICA.

III MORALE POETICA.

Per ciò che sopra si è detto nelle Degnità: che tutte le storie delle nazioni gentili hanno avuto favolosi princìpi, e che appo i greci (da' quali abbiamo tutto ciò ch'abbiamo dell'antichità gentilesche) i primi sappienti furon i poeti teologi, e la natura delle cose che sono mai nate o fatte porta che sieno rozze le lor origini; tali e non altrimenti si deono stimare quelle della sapienza poetica. E la somma e sovrana stima con la qual è fin a noi pervenuta, ella è nata dalle due borie nelle Degnità divisate, una delle nazioni, l'altra de' dotti, e più che da quella delle nazioni ella è nata dalla boria de' dotti, per la quale come Manetone, sommo pontefice egizio, portò tutta la storia favolosa egiziaca ad una sublime teologia naturale, come dicemmo nelle Degnità, così i filosofi greci portarono la loro alla filosofia. Né già solamente per ciò - perché, come sopra pur vedemmo nelle Degnità, erano loro entrambe cotal'istorie pervenute laidissime, - ma per queste cinque altre cagioni.

La prima fu la riverenza della religione, perché con le favole furono le gentili nazioni dappertutto sulla religione fondate. La seconda fu il grande effetto indi seguìto di questo mondo civile, sì sappientemente ordinato che non poté esser effetto che d'una sovraumana sapienza. La terza furono l'occasioni che, come qui dentro vedremo, esse favole, assistite dalla venerazione della religione e dal credito di tanta sapienza, dieder a' filosofi di porsi in ricerca e di meditare altissime cose in filosofia. La quarta furono le comodità, come pur qui dentro farem conoscere, di spiegar essi le sublimi da lor meditate cose in filosofia con l'espressioni che loro n'avevano per ventura lasciato i poeti. La quinta ed ultima, che val per tutte, per appruovar essi filosofi le cose da essolor meditate con l'autorità della religione e con la sapienza de' poeti. Delle quali cinque cagioni le due prime contengono le lodi, l'ultima le testimonianze, che, dentro i lor errori medesimi, dissero i filosofi della sapienza divina, la quale ordinò questo mondo di nazioni; la terza e quarta sono inganni permessi dalla divina provvedenza ond'essi provenisser filosofi per intenderla e riconoscerla, qual ella è veramente, attributo del vero Dio.

E per tutto questo libro si mostrerà che quanto prima avevano sentito d'intorno alla sapienza volgare i poeti, tanto intesero poi d'intorno alla sapienza riposta i filosofi; talché si possono quelli dire essere stati il senso e questi l'intelletto del gener umano; di cui anco generalmente sia vero quello da Aristotile detto particolarmente di ciascun uomo: "Nihil est in intellectu quin prius fuerit in sensu", cioè che la mente umana non intenda cosa della quale non abbia avuto alcun motivo (ch'i metafisici d'oggi dicono "occasione") da' sensi, la quale allora usa l'intelletto quando, da cosa che sente, raccoglie cosa che non cade sotto de' sensi; lo che propiamente a' latini vuol dir "intelligere".

1.

DELLA SAPIENZA GENERALMENTE.

Ora, innanzi di ragionare della sapienza poetica, ci fa mestieri di vedere generalmente che cosa sia essa sapienza. Ella è sapienza la facultà che comanda a tutte le discipline, dalle quali s'apprendono tutte le scienze e l'arti che compiono l'umanità. Platone diffinisce la sapienza esser la perfezionatrice dell'uomo. Egli è l'uomo non altro, nel propio esser d'uomo, che mente ed animo, o vogliam dire intelletto e volontà. La sapienza dee compier all'uomo entrambe queste due parti, e la seconda in séguito della prima, acciocché dalla mente il luminata con la cognizione delle cose altissime l'animo s'induca all'elezione delle cose ottime. Le cose altissime in quest'universo son quelle che s'intendono e si ragionan di Dio; le cose ottime son quelle che riguardano il bene di tutto il gener umano: quelle "divine" e queste si dicono "umane cose". Adunque la vera sapienza deve la cognizione delle divine cose insegnare per condurre a sommo bene le cose umane. Crediamo che Marco Terenzio Varrone, il quale meritò il titolo di "dottissimo de' romani", su questa pianta avesse innalzata la sua grand'opera Rerum divinarum et humanarum, della quale l'ingiuria del tempo ci fa sentire la gran mancanza. Noi in questo libro ne trattiamo secondo la debolezza della nostra dottrina e scarsezza della nostra erudizione.

La sapienza tra' gentili cominciò dalla musa, la qual è da Omero in un luogo d'oro dell'Odissea diffinita "scienza del bene e del male", la qual poi fu detta "divinazione"; sul cui natural divieto, perché di cosa naturalmente niegata agli uomini, Iddio fondò la vera religione agli ebrei, onde uscì la nostra de' cristiani, come se n'è proposta una Degnità. Sicché la musa dovett'essere propiamente dapprima la scienza in divinità d'auspìci; la quale, come innanzi nelle Degnità si è detto (e più, appresso, se ne dirà), fu la sapienza volgare di tutte le nazioni di contemplare Dio per l'attributo della sua provvedenza, per la quale, da "divinari", la di lui essenza appellossi divinità. E di tal sapienza vedremo appresso essere stati sappienti i poeti teologi, i quali certamente fondarono l'umanità della Grecia; onde restò a' latini dirsi professori di sapienza gli astrologhi giudiziari. Quindi sapienza fu poi detta d'uomini chiari per avvisi utili dati al gener umano, onde furono detti i sette sappienti della Grecia. Appresso sapienza s'avanzò a dirsi d'uomini ch'a bene de' popoli e delle nazioni saggiamente ordinano repubbliche e le governano. Dappoi s'innoltrò la voce "sapienza" a significare la scienza delle divine cose naturali, qual è la metafisica, che perciò si chiama scienza divina, la quale, andando a conoscere la mente dell'uomo in Dio, per ciò che riconosce Dio fonte d'ogni vero, dee riconoscerlo regolator d'ogni bene; talché la metafisica dee essenzialmente adoperarsi a bene del gener umano, il quale si conserva sopra questo senso universale: che sia, la divinità, provvedente; onde forse Platone, che la dimostra, meritò il titolo di divino, e perciò quella che niega a Dio un tale e tanto attributo, anziché "sapienza", dee "stoltezza" appellarsi. Finalmente "sapienza" tra gli ebrei, e quindi tra noi cristiani, fu detta la scienza di cose eterne rivelate da Dio, la quale appo i toscani, per l'aspetto di scienza del vero bene e del vero male, forse funne detta, col suo primo vocabolo, "scienza in divinità".

Quindi si deon fare tre spezie di teologia, con più di verità di quelle che ne fece Varrone: una, teologia poetica, la qual fu de' poeti teologi, che fu la teologia civile di tutte le nazioni gentili; un'altra, teologia naturale, ch'è quella de' metafisici; e 'n luogo della terza che ne pose Varrone, ch'è la poetica, la qual appo i gentili fu la stessa che la civile (la qual Varrone distinse dalla civile e dalla naturale, perocché, entrato nel volgare comun errore che dentro le favole si contenessero alti misteri di sublime filosofia, la credette mescolata dell'una dell'altra), poniamo per terza spezie la nostra teologia cristiana, mescolata di civile e di naturale e di altissima teologia rivelata, e tutte e tre tra loro congionte dalla contemplazione della provvedenza divina. La quale così condusse le cose umane che, dalla teologia poetica che le regolava a certi segni sensibili, creduti divini avvisi mandati agli uomini dagli dèi, per mezzo della teologia naturale, che dimostra la provvedenza per eterne ragioni che non cadono sotto i sensi, le nazioni si disponessero a ricevere la teologia rivelata in forza d'una fede sopranaturale, nonché a' sensi, superiore ad esse umane ragioni.

2.

PROPOSIZIONE E PARTIZIONE DELLA SAPIENZA POETICA.

Ma, perché la metafisica è la scienza sublime, che ripartisce i certi loro subbietti a tutte le scienze che si dicono "subalterne"; e la sapienza degli antichi fu quella de' poeti teologi, i quali senza contrasto furono i primi sappienti del gentilesimo, come si è nelle Degnità stabilito; e le origini delle cose tutte debbono per natura esser rozze: dobbiamo per tutto ciò dar incominciamento alla sapienza poetica da una rozza lor metafisica, dalla quale, come da un tronco, si diramino per un ramo la logica, la morale, l'iconomica e la politica, tutte poetiche; e per un altro ramo, tutte eziandio poetiche, la fisica, la qual sia stata madre della loro cosmografia, e quindi dell'astronomia, che ne dia accertate le due sue figliuole, che sono cronologia e geografia. E con ischiarite e distinte guise farem vedere come i fondatori dell'umanità gentilesca con la loro teologia naturale (o sia metafisica) s'immaginarono gli dèi, con la loro logica si truovarono le lingue, con la morale si generarono gli eroi, con l'iconomica si fondarono le famiglie, con la politica le città; come con la loro fisica si stabilirono i princìpi delle cose tutte divini, con la fisica particolare dell'uomo in un certo modo generarono se medesimi, con la loro cosmografia si finsero un lor universo tutto di dèi, con l'astronomia portarono da terra in cielo i pianeti e le costellazioni, con la cronologia diedero principio ai tempi, e con la geografia i greci, per cagion di esemplo, si descrissero il mondo dentro la loro Grecia.

Di tal maniera questa Scienza vien ad essere ad un fiato una storia dell'idee, costumi e fatti del gener umano. E da tutti e tre si vedranno uscir i princìpi della storia della natura umana, e questi esser i princìpi della storia universale, la quale sembra ancor mancare ne' suoi princìpi.

3.

DEL DILUVIO UNIVERSALE E DE' GIGANTI.

Gli autori dell'umanità gentilesca dovetter essere uomini delle razze di Cam, che molto prestamente, di Giafet, che alquanto dopo, e finalmente di Sem, ch'altri dopo altri tratto tratto rinnunziarono alla vera religione del loro comun padre Noè, la qual sola nello stato delle famiglie poteva tenergli in umana società con la società de' matrimoni, e quindi di esse famiglie medesime. E perciò dovetter andar a dissolver i matrimoni e disperdere le famiglie coi concubiti incerti; e, con un ferino error divagando per la gran selva della terra - quella di Cam per l'Asia meridionale, per l'Egitto e 'l rimanente dell'Affrica; quella di Giafet per l'Asia settentrionale, ch'è la Scizia, e di là per l'Europa; quella di Sem per tutta l'Asia di mezzo ad esso Oriente, - per campar dalle fiere, delle quali la gran selva ben doveva abbondare, e per inseguire le donne, ch'in tale stato dovevan esser selvagge, ritrose e schive, e sì sbandati per truovare pascolo ed acqua, le madri abbandonando i loro figliuoli, questi dovettero tratto tratto crescere senza udir voce umana nonché apprender uman costume, onde andarono in uno stato affatto bestiale e ferino. Nel quale le madri, come bestie, dovettero lattare solamente i bambini e lasciargli nudi rotolare dentro le fecce loro propie, ed appena spoppati abbandonargli per sempre; e questi - dovendosi rotolare dentro le loro fecce, le quali co' sali nitri maravigliosamente ingrassano i campi; - e sforzarsi per penetrare la gran selva, che per lo fresco diluvio doveva esser foltissima, per gli quali sforzi dovevano dilatar altri muscoli per tenderne altri, onde i sali nitri in maggior copia s'insinuavano ne' loro corpi; - e senza alcuno timore di dèi, di padri, di maestri, il qual assidera il più rigoglioso dell'età fanciullesca; - dovettero a dismisura ingrandire le carni e l'ossa, e crescere vigorosamente robusti, e sì provenire giganti. Ch'è la ferina educazione, ed in grado più fiera di quella nella quale, come nelle Degnità si è sopra avvisato, Cesare e Tacito rifondono la cagione della gigantesca statura degli antichi germani, onde fu quella de' goti che dice Procopio, e qual oggi è quella de los patacones che si credono presso lo stretto di Magaglianes; d'intorno alla quale han detto tante inezie i filosofi in fisica, raccolte dal Cassanione che scrisse De gigantibus. De' quali giganti si sono truovati e tuttavia si truovano, per lo più sopra i monti (la qual particolarità molto rileva per le cose ch'appresso se n'hanno a dire), i vasti teschi e le ossa d'una sformata grandezza, la quale poi con le volgari tradizioni si alterò all'eccesso, per ciò che a suo luogo diremo.

Di giganti così fatti fu sparsa la terra dopo il diluvio, poiché, come gli abbiamo veduti sulla storia favolosa de' greci, così i filologi latini, senza avvedersene, gli ci hanno narrati sulla vecchia storia d'Italia, ov'essi dicono che gli antichissimi popoli dell'Italia detti "aborigini" si dissero autóchthones, che tanto suona quanto "figliuoli della Terra", ch'a' greci e latini significano "nobili". E con tutta propietà i figliuoli della Terra da' greci furon detti "giganti", onde madre de' giganti dalle favole ci è narrata la Terra; ed autóchthones de' greci si devono voltare in latino "indigenæ", che sono propiamente i natii d'una terra, siccome gli dèi natii d'un popolo o nazione si dissero "dii indigetes", quasi "inde geniti", ed oggi più speditamente si direbbono "ingeniti". Perocché la sillaba "de", qui, è una delle ridondanti delle prime lingue de' popoli, le quali qui appresso ragioneremo; come ne giunsero de' latini quella "induperator" per "imperator", e nelle leggi delle XII Tavole quella "endoiacito" per "iniicito" (onde forse rimasero dette "induciæ" gli armistizi, quasi "iniiciæ", perché debbon essere state così dette da "icere foedus", "far patto di pace"). Siccome, al nostro proposito, dagl'"indigeni", ch'or ragioniamo, restarono detti "ingenui", i quali, prima e propiamente, significarono "nobili" (onde restarono dette "artes ingenuæ", "arti nobili"), e finalmente restarono a significar "liberi" (ma pur "artes liberales" restaron a significar "arti nobili"), perché di soli nobili, come appresso sarà dimostro, si composero le prime città, nelle qual'i plebei furono schiavi o abbozzi di schiavi.

Gli stessi latini filologi osservano che tutti gli antichi popoli furon detti "aborigini", e la sagra storia ci narra esserne stati intieri popoli, che si dissero emmei e zanzummei, ch'i dotti della lingua santa spiegano "giganti", uno de' quali fu Nebrot; e i giganti innanzi il diluvio la stessa storia sagra gli diffinisce "uomini forti, famosi, potenti del secolo". Perché gli ebrei, con la pulita educazione e col timore di Dio e de' padri, durarono nella giusta statura, nella qual Iddio aveva criato Adamo, e Noè aveva procriato i suoi tre figliuoli; onde, forse in abbominazione di ciò, gli ebrei ebbero tante leggi cerimoniali, che s'appartenevano alla pulizia de' lor corpi. E ne serbarono un gran vestigio i romani nel pubblico sagrifizio con cui credevano purgare la città da tutte le colpe de' cittadini, il quale facevano con l'acqua e 'l fuoco; con le quali due cose essi celebravano altresì le nozze solenni, e nella comunanza delle stesse due cose riponevano di più la cittadinanza, la cui privazione perciò dissero "interdictum aqua et igni"; e tal sagrifizio chiamavano "lustrum", che, perché dentro tanto tempo si ritornava a fare, significò lo spazio di cinque anni, come l'olimpiade a' greci significò quel di quattro; e "lustrum" appo i medesimi significò "covile di fiere", ond'è "lustrari", che significa egualmente e "spiare" e "purgare", che dovette significar dapprima spiare sì fatti lustri e purgargli dalle fiere ivi dentro intanate; e "aqua lustralis" restò detta quella ch'abbisognava ne' sagrifizi. E i romani, con più accorgimento forse che i greci, che incominciarono a noverare gli anni dal fuoco che attaccò Ercole alla selva nemea per seminarvi il frumento (ond'esso, come accennammo nell'Idea dell'opera e appieno vedremo appresso, ne fondò l'olimpiadi); con più accorgimento, diciamo, i romani dall'acqua delle sagre lavande cominciarono a noverare i tempi per lustri, perocché dall'acqua, la cui necessità s'intese prima del fuoco (come, nelle nozze e nell'interdetto, dissero prima "aqua" e poi "igni"), avesse incominciato l'umanità. E questa è l'origine delle sagre lavande che deono precedere a' sagrifizi, il qual costume fu ed è comune di tutte le nazioni. Con tal pulizia de' corpi e col timore degli dèi e de' padri, il quale si troverà, e degli uni e degli altri, essere ne' primi tempi stato spaventosissimo, avvenne che i giganti degradarono alle nostre giuste stature: il perché forse da politéia, ch'appo i greci vuol dir "governo civile", venne a latini detto "politus", "nettato" e "mondo".

Tal degradamento dovette durar a farsi fin a' tempi umani delle nazioni, come il dimostravano le smisurate armi de' vecchi eroi, le quali, insieme con l'ossa e i teschi degli antichi giganti, Augusto, al riferire di Suetonio, conservava nel suo museo. Quindi, come si è nelle Degnità divisato, di tutto il primo mondo degli uomini si devono fare due generi: cioè uno d'uomini di giusta corporatura, che furon i soli ebrei, e l'altro di giganti, che furono gli autori delle nazioni gentili; e de' giganti fare due spezie: una de' figliuoli della Terra, ovvero nobili, che diedero il nome all'età de' giganti, con tutta la propietà di tal voce, come si è detto (e la sagra storia gli ci ha diffiniti "uomini forti, famosi, potenti del secolo"); l'altra, meno propiamente detta, degli altri giganti signoreggiati.

Il tempo di venire gli autori delle nazioni gentili in sì fatto stato si determina cento anni dal diluvio per la razza di Sem, e duecento per quelle di Giafet e di Cam, come sopra ve n'ha un postulato; e quindi a poco se n'arrecherà la storia fisica, narrataci bensì dalle greche favole, ma finora non avvertita, la quale nello stesso tempo ne darà un'altra storia fisica dell'universale diluvio.

I

METAFISICA POETICA.

1.

DELLA METAFISICA POETICA, CHE NE DÀ L'ORIGINI DELLA POESIA, DELL'IDOLATRIA, DELLA DIVINAZIONE E DE' SAGRIFIZI.

Da sì fatti primi uomini, stupidi, insensati ed orribili bestioni, tutti i filosofi e filologi dovevan incominciar a ragionare la sapienza degli antichi gentili, cioè da' giganti, testé presi nella loro propia significazione, de' quali il padre Boulduc, De ecclesia ante Legem, dice che i nomi de' giganti ne' sagri libri significano "uomini pii, venerabili, illustri"; lo che non si può intendere che de' giganti nobili, i quali con la divinazione fondarono le religioni a' gentili e diedero il nome all'età de' giganti. E dovevano incominciarla dalla metafisica, siccome quella che va a prendere le sue pruove non già da fuori ma da dentro le modificazioni della propia mente di chi la medita, dentro le quali, come sopra dicemmo, perché questo mondo di nazioni egli certamente è stato fatto dagli uomini, se ne dovevan andar a truovar i princìpi; e la natura umana, in quanto ella è comune con le bestie, porta seco questa propietà: ch'i sensi sieno le sole vie ond'ella conosce le cose.

Adunque la sapienza poetica, che fu la prima sapienza della gentilità, dovette incominciare da una metafisica, non ragionata ed astratta qual è questa or degli addottrinati, ma sentita ed immaginata quale dovett'essere di tai primi uomini, siccome quelli ch'erano di niuno raziocinio e tutti robusti sensi e vigorosissime fantasie, com'è stato nelle Degnità stabilito. Questa fu la loro propia poesia, la qual in essi fu una facultà loro connaturale (perch'erano di tali sensi e di sì fatte fantasie naturalmente forniti), nata da ignoranza di cagioni, la qual fu loro madre di maraviglia di tutte le cose, che quelli, ignoranti di tutte le cose, fortemente ammiravano, come si è accennato nelle Degnità. Tal poesia incominciò in essi divina, perché nello stesso tempo ch'essi immaginavano le cagioni delle cose, che sentivano ed ammiravano, essere dèi, come nelle Degnità il vedemmo con Lattanzio (ed ora il confermiamo con gli americani, i quali tutte le cose che superano la loro picciola capacità dicono esser dèi; a' quali aggiugniamo i germani antichi, abitatori presso il mar Agghiacciato, de' quali Tacito narra che dicevano d'udire la notte il Sole, che dall'occidente passava per mare nell'oriente, ed affermavano di vedere gli dèi: le quali rozzissime e semplicissime nazioni ci danno ad intendere molto più di questi autori della gentilità, de' quali ora qui si ragiona); nello stesso tempo, diciamo, alle cose ammirate davano l'essere di sostanze dalla propia lor idea, ch'è appunto la natura de' fanciulli, che, come se n'è proposta una degnità, osserviamo prendere tra mani cose inanimate e trastullarsi e favellarvi come fusser, quelle, persone vive.

In cotal guisa i primi uomini delle nazioni gentili, come fanciulli del nascente gener umano, quali gli abbiamo pur nelle Degnità divisato, dalla lor idea criavan essi le cose, ma con infinita differenza però dal criare che fa Iddio: perocché Iddio, nel suo purissimo intendimento, conosce e, conoscendole, cria le cose; essi, per la loro robusta ignoranza, il facevano in forza d'una corpolentissima fantasia, e, perch'era corpolentissima, il facevano con una maravigliosa sublimità, tal e tanta che perturbava all'eccesso essi medesimi che fingendo le si criavano, onde furon detti "poeti", che lo stesso in greco suona che "criatori". Che sono gli tre lavori che deve fare la poesia grande, cioè di ritruovare favole sublimi confacenti all'intendimento popolaresco, e che perturbi all'eccesso, per conseguir il fine, ch'ella si ha proposto, d'insegnar il volgo a virtuosamente operare, com'essi l'insegnarono a se medesimi; lo che or ora si mostrerà. E di questa natura di cose umane restò eterna propietà, spiegata con nobil espressione da Tacito: che vanamente gli uomini spaventati "fingunt simul creduntque".

Con tali nature si dovettero ritruovar i primi autori dell'umanità gentilesca quando - dugento anni dopo il diluvio per lo resto del mondo e cento nella Mesopotamia, come si è detto in un postulato (perché tanto di tempo v'abbisognò per ridursi la terra nello stato che, disseccata dall'umidore dell'universale innondazione, mandasse esalazioni secche, o sieno materie ignite, nell'aria ad ingenerarvisi i fulmini) - il cielo finalmente folgorò, tuonò con folgori e tuoni spaventosissimi, come dovett'avvenire per introdursi nell'aria la prima volta un'impressione sì violenta. Quivi pochi giganti, che dovetter esser gli più robusti, ch'erano dispersi per gli boschi posti sull'alture de' monti, siccome le fiere più robuste ivi hanno i loro covili, eglino, spaventati ed attoniti dal grand'effetto di che non sapevano la cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo. E perché in tal caso la natura della mente umana porta ch'ella attribuisca all'effetto la sua natura, come si è detto nelle Degnità, e la natura loro era, in tale stato, d'uomini tutti robuste forze di corpo, che, urlando, brontolando, spiegavano le loro violentissime passioni; si finsero il cielo esser un gran corpo animato, che per tal aspetto chiamarono Giove, il primo dio delle genti dette "maggiori", che col fischio de' fulmini e col fragore de' tuoni volesse dir loro qualche cosa; e sì incominciarono a celebrare la naturale curiosità, ch'è figliuola dell'ignoranza e madre della scienza, la qual partorisce, nell'aprire che fa della mente dell'uomo, la maraviglia, come tra gli Elementi ella sopra si è diffinita. La qual natura tuttavia dura ostinata nel volgo, ch'ove veggano o una qualche cometa o parelio o altra stravagante cosa in natura, e particolarmente nell'aspetto del cielo, subito danno nella curiosità e, tutti anziosi nella ricerca, domandano che quella tal cosa voglia significare, come se n'è data una Degnità; ed ove ammirano gli stupendi effetti della calamita col ferro, in questa stessa età di menti più scorte e benanco erudite dalle filosofie, escono colà: che la calamita abbia una simpatia occulta col ferro, e sì fanno di tutta la natura un vasto corpo animato che senta passioni ed affetti, conforme nelle Degnità anco si è divisato.

Ma, siccome ora (per la natura delle nostre umane menti, troppo ritirata da' sensi nel medesimo volgo con le tante astrazioni di quante sono piene le lingue con tanti vocaboli astratti, e di troppo assottigliata con l'arte dello scrivere, e quasi spiritualezzata con la pratica de' numeri, ché volgarmente sanno di conto e ragione) ci è naturalmente niegato di poter formare la vasta immagine di cotal donna che dicono "Natura simpatetica" (che mentre con la bocca dicono, non hanno nulla in lor mente, perocché la lor mente è dentro il falso, ch'è nulla, né sono soccorsi già dalla fantasia a poterne formare una falsa vastissima immagine); così ora ci è naturalmente niegato di poter entrare nella vasta immaginativa di que' primi uomini, le menti de' quali di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla spiritualezzate, perch'erano tutte immerse ne' sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne' corpi: onde dicemmo sopra ch'or appena intender si può, affatto immaginar non si può, come pensassero i primi uomini che fondarono l'umanità gentilesca.

In tal guisa i primi poeti teologi si finsero la prima favola divina, la più grande di quante mai se ne finsero appresso, cioè Giove, re e padre degli uomini e degli dèi, ed in atto di fulminante; sì popolare, perturbante ed insegnativa, ch'essi stessi, che sel finsero, sel credettero e con ispaventose religioni, le quali appresso si mostreranno, il temettero, il riverirono e l'osservarono. E per quella propietà della mente umana che nelle Degnità udimmo avvertita da Tacito, tali uomini tutto ciò che vedevano, immaginavano ed anco essi stessi facevano, credettero esser Giove, ed a tutto l'universo di cui potevan esser capaci ed a tutte le parti dell'universo diedero l'essere di sostanza animata. Ch'è la storia civile di quel motto:

... Iovis omnia plena,

che poi Platone prese per l'etere, che penetra ed empie tutto; ma per gli poeti teologi, come quindi a poco vedremo, Giove non fu più alto della cima de' monti. Quivi i primi uomini, che parlavan per cenni, dalla loro natura credettero i fulmini, i tuoni fussero cenni di Giove (onde poi da "nuo", "cennare" fu detta "numen" la "divina volontà", con una troppo sublime idea e degna da spiegare la maestà divina), che Giove comandasse co' cenni, e tali cenni fussero parole reali, e che la natura fusse la lingua di Giove; la scienza della qual lingua credettero universalmente le genti essere la divinazione, la qual da' greci ne fu detta "teologia", che vuol dire "scienza del parlar degli dèi". Così venne a Giove il temuto regno del fulmine, per lo qual egli è 'l re degli uomini e degli dèi; e vennero i due titoli: uno di "ottimo", in significato di "fortissimo" (come a rovescio appo i primi latini "fortus" significò ciò che agli ultimi significa "bonus"), e l'altro di "massimo", dal di lui vasto corpo quant'egli è 'l cielo. E da questo primo gran beneficio fatto al gener umano vennegli il titolo di "sotere" o di "salvadore", perché non gli fulminò (ch'è il primo degli tre princìpi ch'abbiamo preso di questa Scienza); e vennegli quel di "statore" o di "fermatore", perché fermò que' pochi giganti dal loro ferino divagamento, onde poi divennero i principi delle genti. Lo che i filologi latini troppo ristrinsero al fatto: perocché Giove, invocato da Romolo, avesse fermato i romani che nella battaglia co' sabini si erano messi in fuga.

Quindi tanti Giovi, che fanno maraviglia a' filologi, perché ogni nazione gentile n'ebbe uno (de' quali tutti, gli egizi, come si è sopra detto nelle Degnità, per la loro boria dicevano il loro Giove Ammone essere lo più antico), sono tante istorie fisiche conservateci dalle favole, che dimostravano essere stato universale il diluvio, come il promettemmo nelle Degnità.

Così, per ciò che si è detto nelle Degnità d'intorno a' princìpi de' caratteri poetici, Giove nacque in poesia naturalmente carattere divino, ovvero un universale fantastico, a cui riducevano tutte le cose degli auspìci tutte le antiche nazioni gentili, che tutte perciò dovetter essere per natura poetiche; che incominciarono la sapienza poetica da questa poetica metafisica di contemplare Dio per l'attributo della sua provvedenza; e se ne dissero "poeti teologi", ovvero sappienti che s'intendevano del parlar degli dèi conceputo con gli auspìci di Giove, e ne furono detti propiamente "divini", in senso d'"indovinatori", da "divinari", che propiamente è "indovinare" o "predire": la quale scienza fu detta "musa", diffinitaci sopra da Omero essere la scienza del bene e del male, cioè la divinazione, sul cui divieto ordinò Iddio ad Adamo la sua vera religione, come nelle Degnità si è pur detto. Dalla qual mistica teologia i poeti da' greci furono chiamati "mystæ", che Orazio con iscienza trasporta "interpetri degli dèi", che spiegavano i divini misteri degli auspìci e degli oracoli: nella quale scienza ogni nazione gentile ebbe una sua sibilla, delle quali ce ne sono mentovate pur dodici; e le sibille e gli oracoli sono le cose più antiche della gentilità.

Così con le cose tutte qui ragionate accorda quel d'Eusebio riferito nelle Degnità, ove ragiona de' princìpi dell'idolatria: che la prima gente, semplice e rozza, si finse gli dèi "ob terrorem præsentis potentiæ". Così il timore fu quello che finse gli dèi nel mondo; ma, come si avvisò nelle Degnità, non fatto da altri ad altri uomini, ma da essi a se stessi. Con tal principio dell'idolatria si è dimostrato altresì il principio della divinazione, che nacquero al mondo ad un parto; a' quali due princìpi va di séguito quello de' sagrifizi, ch'essi facevano per "proccurare" o sia ben intender gli auspìci.

Tal generazione della poesia ci è finalmente confermata da questa sua eterna propietà: che la di lei propia materia è l'impossibile credibile, quanto egli è impossibile ch'i corpi sieno menti (e fu creduto che 'l cielo tonante si fusse Giove); onde i poeti non altrove maggiormente si esercitano che nel cantare le maraviglie fatte dalle maghe per opera d'incantesimi: lo che è da rifondersi in un senso nascosto c'hanno le nazioni dell'onnipotenza di Dio, dal quale nasce quell'altro per lo quale tutti i popoli sono naturalmente portati a far infiniti onori alla divinità. E in cotal guisa i poeti fondarono le religioni a' gentili.

E per tutte le finora qui ragionate cose si rovescia tutto ciò che dell'origine della poesia si è detto prima da Platone, poi da Aristotile, infin a' nostri Patrizi, Scaligeri, Castelvetri; ritruovatosi che per difetto d'umano raziocinio nacque la poesia tanto sublime che per filosofie le quali vennero appresso, per arti e poetiche e critiche, anzi per queste istesse non provenne altra pari nonché maggiore: ond'è il privilegio per lo qual Omero è 'l principe di tutti i sublimi poeti, che sono gli eroici, non meno per lo merito che per l'età. Per la quale discoverta de' princìpi della poesia si è dileguata l'oppenione della sapienza innarrivabile degli antichi, cotanto disiderata di scuoprirsi da Platone infin a Bacone da Verulamio, De sapientia veterum, la quale fu sapienza volgare di legislatori che fondarono il gener umano, non già sapienza riposta di sommi e rari filosofi. Onde, come si è incominciato quinci a fare da Giove, si truoveranno tanto importuni tutti i sensi mistici d'altissima filosofia dati dai dotti alle greche favole ed a' geroglifici egizi, quanto naturali usciranno i sensi storici che quelle e questi naturalmente dovevano contenere.

2.

COROLLARI D'INTORNO AGLI ASPETTI PRINCIPALI DI QUESTA SCIENZA.

I

Dal detto fino qui si raccoglie che la provvedenza divina, appresa per quel senso umano che potevano sentire uomini crudi, selvaggi e fieri, che ne' disperati soccorsi della natura anco essi disiderano una cosa alla natura superiore che gli salvasse (ch'è 'l primo principio sopra di cui noi sopra stabilimmo il metodo di questa Scienza), permise loro d'entrar nell'inganno di temere la falsa divinità di Giove, perché poteva fulminargli; e sì, dentro i nembi di quelle prime tempeste e al barlume di que' lampi, videro questa gran verità: che la provvedenza divina sovraintenda alla salvezza di tutto il gener umano. Talché quindi questa scienza incomincia, per tal principal aspetto, ad essere una teologia civile ragionata della provvedenza, la quale cominciò dalla sapienza volgare de' legislatori che fondarono le nazioni con contemplare Dio per l'attributo di provvedente, e si compiè con la sapienza riposta de' filosofi che 'l dimostrano con ragioni nella loro teologia naturale.

II

Quindi incomincia ancora una filosofia dell'autorità, ch'è altro principal aspetto c'ha questa Scienza, prendendo la voce "autorità" nel primo suo significato di "propietà", nel qual senso sempre è usata questa voce dalla legge delle XII Tavole; onde restaron "autori" detti in civil ragione romana coloro da' quali abbiamo cagion di dominio, che tanto certamente viene da autós, "proprius" o "suus ipsius", che molti eruditi scrivono "autor" e "autoritas" non aspirati.

E l'autorità incominciò primieramente divina, con la quale la divinità appropiò a sé i pochi giganti ch'abbiamo detti, con propiamente atterrargli nel fondo e ne' nascondigli delle grotte per sotto i monti; che sono l'anella di ferro con le quali restarono i giganti, per lo spavento del cielo e di Giove, incatenati alle terre dov'essi, al punto del primo fulminare del cielo, dispersi per sopra i monti, si ritruovavano: quali furono Tizio e Prometeo, incatenati ad un'alta rupe, a' quali divorava il cuore un'aquila, cioè la religione degli auspìci di Giove; siccome gli "resi immobili per lo spavento" restarono con frase eroica detti a' latini "terrore defixi", come appunto i pittori gli dipingono di mani e piedi incatenati con tali anella sotto de' monti. Dalle quali anella si formò la gran catena, nella quale Dionigi Longino ammira la maggiore sublimità di tutte le favole omeriche: la qual catena Giove, per appruovare ch'esso è 'l re degli uomini e degli dèi, propone che, se da una parte vi si attenessero tutti gli dèi e tutti gli uomini, esso solo dall'altra parte opposta gli strascinerebbesi tutti dietro; la qual catena se gli stoici vogliono che significhi la serie eterna delle cagioni con la quale il lor fato tenga cinto e legato il mondo, vedano ch'essi non vi restino avvolti, perché lo strascinamento degli uomini e degli dèi con sì fatta catena egli pende dall'arbitrio di esso Giove, ed essi vogliono Giove soggetto al fato.

Sì fatta autorità divina portò di séguito l'autorità umana, con tutta la sua eleganza filosofica di propietà d'umana natura, che non può essere tolta all'uomo nemmen da Dio senza distruggerlo: siccome in tal significato Terenzio disse: "voluptates proprias deorum", che la felicità di Dio non dipende da altri; ed Orazio disse "propriam virtutis laurum", che 'l trionfo della virtù non può togliersi dall'invidia; e Cesare disse "propriam victoriam", che con errore Dionigi Petavio nota non esser detto latino, perché, pur con troppa latina eleganza, significa una vittoria che 'l nimico non poteva togliergli dalle mani. Cotal autorità è il libero uso della volontà, essendo l'intelletto una potenza passiva soggetta alla verità: perché gli uomini da questo primo punto di tutte le cose umane incominciaron a celebrare la libertà dell'umano arbitrio di tener in freno i moti de' corpi, per o quetargli affatto o dar loro migliore direzione (ch'è 'l conato propio degli agenti liberi, come abbiam detto sopra nel Metodo); onde que' giganti si ristettero dal vezzo bestiale d'andar vagando per la gran selva della terra e s'avvezzarono ad un costume, tutto contrario, di stare nascosti e fermi lunga età dentro le loro grotte.

A sì fatta autorità di natura umana seguì l'autorità di diritto naturale: che, con l'occupare e stare lungo tempo fermi nelle terre dove si erano nel tempo de' primi fulmini per fortuna truovati, ne divennero signori per l'occupazione, con una lunga possessione, ch'è 'l fonte di tutti i domìni del mondo. Onde questi sono que'

pauci quos æquus amavit

Iupiter,

che poi i filosofi trasportarono a coloro c'han sortito da Dio indoli buone per le scienze e per le virtù: ma il senso istorico di tal motto è che tra que' nascondigli, in que' fondi essi divennero i principi delle genti dette "maggiori", delle quali Giove si novera il primo dio, come si è nelle Degnità divisato; le quali, come si mostrerà appresso, furono case nobili antiche, diramate in molte famiglie, delle quali si composero i primi regni e le prime città. Di che restarono quelle bellissime frasi eroiche a' latini: "condere gentes", "condere regna", "condere urbes"; "fundare gentes", "fundare regna", "fundare urbes".

Questa filosofia dell'autorità va di séguito alla teologia civile ragionata della provvedenza, perché, per le pruove teologiche di quella, questa, con le sue filosofiche, rischiara e distingue le filologiche (le quali tre spezie di pruove si sono tutte noverate nel Metodo), e d'intorno alle cose dell'oscurissima antichità delle nazioni riduce a certezza l'umano arbitrio, ch'è di sua natura incertissimo, come nelle Degnità si è avvisato. Ch'è tanto dire quanto riduce la filologia in forma di scienza.

III

Terzo principal aspetto è una storia d'umane idee, che, come testé si è veduto, incominciarono da idee divine con la contemplazione del cielo fatta con gli occhi del corpo: siccome nella scienza augurale si disse da' romani "contemplari" l'osservare le parti del cielo donde venissero gli augùri o si osservassero gli auspìci, le quali regioni, descritte dagli àuguri co' loro litui, si dicevano "templa coeli", onde dovettero venir a' greci i primi theorémata e mathémata, "divine o sublimi cose da contemplarsi", che terminarono nelle cose astratte metafisiche e mattematiche. Ch'è la storia civile di quel motto:

A Iove principium musæ;

siccome da' fulmini di Giove testé abbiam veduto incominciare la prima musa, che Omero ci diffinì "scienza del bene e del male"; dove poi venne troppo agiato a' filosofi d'intrudervi quel placito: che "'l principio della sapienza sia la pietà". Talché la prima musa dovett'esser Urania, contemplatrice del cielo affin di prender gli augùri, che poi passò a significare l'astronomia, come si vedrà appresso. E come sopra si è partita la metafisica poetica in tutte le scienze subalterne, dalla stessa natura della lor madre, poetiche; così questa storia d'idee ne darà le rozze origini così delle scienze pratiche che costuman le nazioni, come delle scienze specolative le quali, ora còlte, son celebrate da' dotti.

IV

Quarto aspetto è una critica filosofica, la qual nasce dalla istoria dell'idee anzidetta; e tal critica giudicherà il vero sopra gli autori delle nazioni medesime, nelle quali dee correre da assai più di mille anni per potervi provenir gli scrittori, che sono il subbietto di questa critica filologica. Tal critica filosofica, quindi incominciando da Giove, ne darà una teogonia naturale, o sia generazione degli dèi fatta naturalmente nelle menti degli autori della gentilità, che furono per natura poeti teologi; e i dodici dèi delle genti dette "maggiori", l'idee de' quali da costoro si fantasticarono di tempo in tempo a certe loro umane necessità o utilità, si stabiliscono per dodici minute epoche, alle quali si ridurranno i tempi ne' quali nacquero le favole. Onde tal teogonia naturale ne darà una cronologia ragionata della storia poetica almeno un novecento anni innanzi di avere, dopo il tempo eroico, i suoi primi incominciamenti la storia volgare.

V

Il quinto aspetto è una storia ideal eterna sopra la quale corrano in tempo le storie di tutte le nazioni, ch'ovunque da tempi selvaggi, feroci e fieri cominciano gli uomini ad addimesticarsi con le religioni, esse cominciano, procedono e finiscono con quelli gradi meditati in questo libro secondo, rincontrati nel libro quarto, ove tratteremo del corso che fanno le nazioni, e col ricorso delle cose umane, nel libro quinto.

VI

Il sesto è un sistema del diritto natural delle genti, dal quale col cominciar delle genti, dalle quali ne incomincia la materia per una delle degnità sopraposta, dovevano cominciar la dottrina ch'essi trattano gli tre suoi principi: Ugone Grozio, Giovanni Seldeno e Samuello Pufendorfio. I quali in ciò tutti e tre errarrono di concerto: incominciandola dalla metà in giù, cioè dagli ultimi tempi delle nazioni ingentillte (e quindi degli uomini illuminati dalla ragion naturale tutta spiegata), dalle quali son usciti i filosofi, che s'alzarono a meditare una perfetta idea di giustizia.

Primieramente Grozio, il quale, per lo stesso grand'affetto che porta alla verità, prescinde dalla provvedenza divina e professa che 'l suo sistema regga precisa anco ogni cognizione di Dio. Onde tutte le riprensioni, ch'in un gran numero di materie fa contro i giureconsulti romani, loro non appartengono punto, siccome a quelli i quali, avendone posto per principio la provvedenza divina, intesero ragionare del diritto natural delle genti, non già di quello de' filosofi e de' morali teologi.

Dipoi il Seldeno la suppone, senza punto avvertire all'inospitalità de' primi popoli, né alla divisione che 'l popolo di Dio faceva, di tutto il mondo allor delle nazioni, tra ebrei e genti; - né a quello: che, perché gli ebrei avevano perduto di vista il loro diritto naturale nella schiavitù dell'Egitto, dovett'esso Dio riordinarlo loro con la Legge la qual diede a Mosè sopra il Sina; - né a quell'altro: che Iddio nella sua Legge vieta anco i pensieri meno che giusti, de' quali niuno de' legislatori mortali mai s'impacciò; - oltre all'origini bestiali, che qui si ragionano, di tutte le nazioni gentili. E se pretende d'averlo gli ebrei a' gentili insegnato appresso, gli riesce impossibile a poterlo pruovare, per la confessione magnanima di Giuseffo assistita dalla grave riflessione di Lattanzio sopra arrecata, e per la nimistà che pur sopra osservammo aver avuto gli ebrei con le genti, la qual ancor ora conservano dissipati tra tutte le nazioni.

E finalmente Pufendorfio, che l'incomincia con un'ipotesi epicurea, che pone l'uomo gittato in questo mondo senza niun aiuto e cura di Dio. Di che essendone stato ripreso, quantunque con una particolar dissertazione se ne giustifichi, però senza il primo principio della provvedenza non può affatto aprir bocca a ragionare di diritto, come l'udimmo da Cicerone dirsi ad Attico, il qual era epicureo, dove gli ragionò delle leggi.

Per tutto ciò, noi da questo primo antichissimo punto di tutti i tempi incominciamo a ragionare di diritto, detto da' latini "ius", contratto dall'antico "Ious": dal momento che nacque in mente a' principi delle genti l'idea di Giove. Nello che a maraviglia co' latini convengono i greci, i quali per bella nostra ventura osserva Platone nel Cratilo che dapprima il gius dissero diaión, che tanto suona quanto "discurrens" o "permanens" (la qual origine filosofica vi è intrusa dallo stesso Platone, il quale con mitologia erudita prende Giove per l'etere che penetra e scorre tutto; ma l'origine istorica viene da esso Giove, che pur da' greci fu detto Diós, onde vennero a' latini "sub dio" egualmente e "sub Iove" per dir "a ciel aperto"), e che poi per leggiadria di favella avessero profferito díkaion. Laonde incominciamo a ragionare del diritto, che prima nacque divino, con la propietà con cui ne parlò la divinazione o sia scienza degli auspìci di Giove, che furono le cose divine con le quali le genti regolavano tutte le cose umane, ch'entrambe compiono alla giurisprudenza il di lei adeguato subbietto. E sì incominciamo a ragionare del diritto naturale dall'idea di essa provvedenza divina, con la quale nacque congenita l'idea di diritto; il quale, come dianzi se n'è meditata la guisa, si cominciò naturalmente ad osservare da' principi delle genti propiamente dette e della spezie più antica, le quali si appellarono "genti maggiori", delle quali Giove fu il primo dio.

VII

Il settimo ed ultimo de' principali aspetti c'ha questa Scienza è di princìpi della storia universale. La quale da questo primo momento di tutte le cose umane della gentilità incomincia con la prima età del mondo che dicevano gli egizi scorsa loro dinanzi, che fu l'età degli dèi: nella quale comincia il Cielo a regnar in terra e far agli uomini de' grandi benefizi, come si ha nelle Degnità; comincia l'età dell'oro de' greci, nella quale gli dèi praticavano in terra con gli uomini, come qui abbiamo veduto aver incominciato a fare Giove. Così i greci poeti da questa tal prima età del mondo ci hanno nelle loro favole fedelmente narrato l'universale diluvio e i giganti essere stati in natura, e sì ci hanno con verità narrato i princìpi della storia universale profana. Ma, non potendo poscia i vegnenti entrare nelle fantasie de' primi uomini che fondarono il gentilesimo, per le quali sembrava loro di vedere gli dèi; - e non intesasi la propietà di tal voce "atterrare", ch'era "mandar sotterra"; - e perché i giganti, i quali vivevano nascosti nelle grotte sotto de' monti, per le tradizioni appresso di genti sommamente credule furono alterati all'eccesso ed appresi ch'imponessero Olimpo, Pelio ed Ossa, gli uni sopra degli altri, per cacciare gli dèi (che i primi giganti empi non già combatterono, ma non avevano appreso finché Giove non fulminasse) dal cielo, innalzato appresso dalle menti greche vieppiù spiegate ad una sformata altezza, il quale a' primi giganti fu la cima de' monti, come appresso dimostreremo (la qual favola dovette fingersi dopo Omero e da altri esser stata nell'Odissea appiccata ad Omero, al cui tempo bastava che crollasse l'Olimpo solo per farne cadere gli dèi, che Omero nell'Iliade sempre narra allogati sulla cima del monte Olimpo): - per tutte queste cagioni ha finora mancato il principio e, per avere finor mancato la cronologia ragionata della storia poetica, ha mancato ancora la perpetuità della storia universale profana.

II

LOGICA POETICA.

1.

DELLA LOGICA POETICA

Or - perché quella ch'è metafisica in quanto contempla le cose per tutti i generi dell'essere, la stessa è logica in quanto considera le cose per tutti i generi di significarle - siccome la poesia è stata sopra da noi considerata per una metafisica poetica, per la quale i poeti teologi immaginarono i corpi essere per lo più divine sostanze, così la stessa poesia or si considera come logica poetica, per la qual le significa.

"Logica" vien detta dalla voce lógos, che prima e propiamente significò "favola", che si trasportò in italiano "favella" - e la favola da' greci si disse anco mûthos, onde vien a' latini "mutus", - la quale ne' tempi mutoli nacque mentale, che in un luogo d'oro dice Strabone essere stata innanzi della vocale o sia dell'articolata: onde lógos significa e "idea" e "parola". E convenevolmente fu così dalla divina provvedenza ordinato in tali tempi religiosi, per quella eterna propietà: ch'alle religioni più importa meditarsi che favellarne; onde tal prima lingua ne' primi tempi mutoli delle nazioni, come si è detto nelle Degnità, dovette cominciare con cenni o atti o corpi ch'avessero naturali rapporti all'idee: per lo che lógos o "verbum" significò anche "fatto" agli ebrei, ed a' greci significò anche "cosa", come osserva Tommaso Gatachero, De instrumenti stylo. E pur mûthos ci giunse diffinita "vera narratio", o sia "parlar vero", che fu il "parlar naturale" che Platone prima e dappoi Giamblico dissero essersi parlato una volta nel mondo; i quali, come vedemmo nelle Degnità, perché 'l dissero indovinando, avvenne che Platone e spese vana fatiga d'andarlo truovando nel Cratilo, e ne fu attaccato da Aristotile e da Galeno: perché cotal primo parlare, che fu de' poeti teologi, non fu un parlare secondo la natura di esse cose (quale dovett'esser la lingua santa ritruovata da Adamo, a cui Iddio concedette la divina onomathesia ovvero imposizione de' nomi alle cose secondo la natura di ciascheduna), ma fu un parlare fantastico per sostanze animate, la maggior parte immaginate divine.

Così Giove, Cibele o Berecintia, Nettunno, per cagione d'esempli, intesero e, dapprima mutoli additando, spiegarono esser esse sostanze del cielo, della terra, del mare, ch'essi immaginarono animate divinità, e perciò con verità di sensi gli credevano dèi: con le quali tre divinità, per ciò ch'abbiam sopra detto de' caratteri poetici, spiegavano tutte le cose appartenenti al cielo, alla terra, al mare; e così con l'altre significavano le spezie dell'altre cose a ciascheduna divinità appartenenti, come tutti i fiori a Flora, tutte le frutte a Pomona. Lo che noi pur tuttavia facciamo, al contrario, delle cose dello spirito; come delle facultà della mente umana, delle passioni, delle virtù, de' vizi, delle scienze, dell'arti, delle quali formiamo idee per lo più di donne, ed a quelle riduciamo tutte le cagioni, tutte le propietà e 'nfine tutti gli effetti ch'a ciascuna appartengono: perché, ove vogliamo trarre fuori dall'intendimento cose spirituali, dobbiamo essere soccorsi dalla fantasia per poterle spiegare e, come pittori, fingerne umane immagini. Ma essi poeti teologi, non potendo far uso dell'intendimento, con uno più sublime lavoro tutto contrario, diedero sensi e passioni, come testé si è veduto, a' corpi, e vastissimi corpi quanti sono cielo, terra, mare; che poi, impicciolendosi così vaste fantasie e invigorendo l'astrazioni, furono presi per piccioli loro segni. E la metonimia spose in comparsa di dottrina l'ignoranza di queste finor seppolte origini di cose umane: e Giove ne divenne sì picciolo e sì leggieri ch'è portato a volo da un'aquila; corre Nettunno sopra un dilicato cocchio per mare; e Cibele è assisa sopra un lione.

Quindi le mitologie devon essere state i propi parlari delle favole (ché tanto suona tal voce); talché, essendo le favole, come sopra si è dimostrato, generi fantastici, le mitologie devon essere state le loro propie allegorie. Il qual nome, come si è nelle Degnità osservato, ci venne diffinito "diversiloquium", in quanto, con identità non di proporzione ma, per dirla alla scolastica, di predicabilità, esse significano le diverse spezie o i diversi individui compresi sotto essi generi: tanto che devon avere una significazione univoca, comprendente una ragion comune alle loro spezie o individui (come d'Achille, un'idea di valore comune a tutti i forti; come d'Ulisse, un'idea di prudenza comune a tutti i saggi); talché sì fatte allegorie debbon essere l'etimologie de' parlari poetici, che ne dassero le loro origini tutte univoche, come quelle de' parlari volgari lo sono più spesso analoghe. E ce ne giunse pure la diffinizione d'essa voce "etimologia", che suona lo stesso che "veriloquium", siccome essa favola ci fu diffinita "vera narratio".

2.

COROLLARI D'INTORNO A' TROPI, MOSTRI E TRASFORMAZIONI POETICHE.

I

Di questa logica poetica sono corollari tutti i primi tropi, de' quali la più luminosa e, perché più luminosa, più necessaria e più spessa è la metafora, ch'allora è vieppiù lodata quando alle cose insensate ella dà senso e passione, per la metafisica sopra qui ragionata: ch'i primi poeti dieder a' corpi l'essere di sostanze animate, sol di tanto capaci di quanto essi potevano, cioè di senso e di passione, e sì ne fecero le favole; talché ogni metafora sì fatta vien ad essere una picciola favoletta. Quindi se ne dà questa critica d'intorno al tempo che nacquero nelle lingue: che tutte le metafore portate con simiglianze prese da' corpi a significare lavori di menti astratte debbon essere de' tempi ne' quali s'eran incominciate a dirozzar le filosofie. Lo che si dimostra da ciò: ch'in ogni lingua le voci ch'abbisognano all'arti colte ed alle scienze riposte hanno contadinesche le lor origini.

Quello è degno d'osservazione: che 'n tutte le lingue la maggior parte dell'espressioni d'intorno a cose inanimate sono fatte con trasporti del corpo umano e delle sue parti e degli umani sensi e dell'umane passioni. Come "capo", per cima o principio; "fronte", "spalle", avanti e dietro; "occhi" delle viti e quelli che si dicono "lumi" ingredienti delle case; "bocca", ogni apertura; "labro", orlo di vaso o d'altro; "dente" d'aratro, di rastello, di serra, di pettine; "barbe", le radici; "lingua" di mare; "fauce" o foce di fiumi o monti; "collo" di terra; "braccio" di fiume; mano, per picciol numero; "seno" di mare, il golfo; fianchi e lati, i canti; "costiera" di mare; "cuore", per lo mezzo (ch'"umbilicus" dicesi da' latini); "gamba" o "piede" di paesi, e "piede" per fine; "pianta" per base o sia fondamento; "carne", "ossa" di frutte; "vena" d'acqua, pietra, miniera; "sangue" della vite, il vino; "viscere" della terra; "ride" il cielo, il mare; "fischia il vento"; "mormora" l'onda; "geme" un corpo sotto un gran peso; e i contadini del Lazio dicevano "sitire agros", "laborare fructus", "luxuriari segetes"; e i nostri contadini "andar in amore le piante", "andar in pazzia le viti", "lagrimare gli orni"; ed altre che si possono raccogliere innumerabili in tutte le lingue. Lo che tutto va di séguito a quella degnità: che "l'uomo ignorante si fa regola dell'universo", siccome negli esempli arrecati egli di se stesso ha fatto un intiero mondo. Perché come la metafisica ragionata insegna che "homo intelligendo fit omnia", così questa metafisica fantasticata dimostra che "homo non intelligendo fit omnia"; e forse con più di verità detto questo che quello, perché l'uomo con l'intendere spiega la sua mente e comprende esse cose, ma col non intendere egli di sé fa esse cose e, col transformandovisi, lo diventa.

II

Per cotal medesima logica, parto di tal metafisica, dovettero i primi poeti dar i nomi alle cose dall'idee più particolari e sensibili; che sono i due fonti, questo della metonimia e quello della sineddoche. Perocché la metonimia degli autori per l'opere nacque perché gli autori erano più nominati che l'opere; quella de' subbietti per le loro forme ed aggiunti nacque perché, come nelle Degnità abbiamo detto, non sapevano astrarre le forme e la qualità da' subbietti; certamente quella delle cagioni per gli di lor effetti sono tante picciole favole, con le quali le cagioni s'immaginarono esser donne vestite de' lor effetti, come sono la Povertà brutta, la Vecchiezza trista, la Morte pallida.

III

La sineddoche passò in trasporto poi con l'alzarsi i particolari agli universali o comporsi le parti con le altre con le quali facessero i lor intieri. Così "mortali" furono prima propiamente detti i soli uomini, che soli dovettero farsi sentire mortali. Il "capo", per l'"uomo" o per la "persona", ch'è tanto frequente in volgar latino, perché dentro le boscaglie vedevano di lontano il solo capo dell'uomo: la qual voce "uomo" è voce astratta, che comprende, come in un genere filosofico, il corpo e tutte le parti del corpo, la mente e tutte le facultà della mente, l'animo e tutti gli abiti dell'animo. Così dovette avvenire che "tignum" e "culmen" significarono con tutta propietà "travicello" e "paglia" nel tempo delle pagliare; poi, col lustro delle città, significarono tutta la materia e 'l compimento degli edifici. Così "tectum" per l'intiera "casa", perché a' primi tempi bastava per casa un coverto. Così "puppis" per la "nave", che, alta, è la prima a vedersi da' terrazzani; come a' tempi barbari ritornati si disse una "vela" per una "nave". Così "mucro" per la "spada", perché questa è voce astratta e come in un genere comprende pome, elsa, taglio e punta; ed essi sentirono la punta, che recava loro spavento. Così la materia per lo tutto formato, come il "ferro" per la "spada", perché non sapevano astrarre le forme dalla materia. Quel nastro di sineddoche e di metonimia:

Tertia messis erat

nacque senza dubbio da necessità di natura, perché dovette correre assai più di mille anni per nascere tralle nazioni questo vocabolo astronomico "anno"; siccome nel contado fiorentino tuttavia dicono "abbiamo tante volte mietuto" per dire "tanti anni". E quel gruppo di due sineddochi e d'una metonimia:

Post aliquot, mea regna videns, mirabor aristas

di troppo accusa l'infelicità de' primi tempi villerecci a spiegarsi, ne' quali dicevano "tante spighe", che sono particolari più delle messi, per dire "tanti anni", e, perch'era troppo infelice l'espressione, i gramatici v'hanno supposto troppo di arte.

IV

L'ironia certamente non poté cominciare che da' tempi della riflessione, perch'ella è formata dal falso in forza d'una riflessione che prende maschera di verità. E qui esce un gran principio di cose umane, che conferma l'origine della poesia qui scoverta: che i primi uomini della gentilità essendo stati semplicissimi quanto fanciulli, i quali per natura son veritieri, le prime favole non poterono fingere nulla di falso; per lo che dovettero necessariamente essere, quali sopra ci vennero diffinite, vere narrazioni.

V

Per tutto ciò si è dimostrato che tutti i tropi (che tutti si riducono a questi quattro), i quali si sono finora creduti ingegnosi ritruovati degli scrittori, sono stati necessari modi di spiegarsi [di] tutte le prime nazioni poetiche, e nella lor origine aver avuto tutta la loro natia propietà: ma, poi che, col più spiegarsi la mente umana, si ritruovarono le voci che significano forme astratte, o generi comprendenti le loro spezie, o componenti le parti co' loro intieri, tai parlari delle prime nazioni sono divenuti trasporti. E quindi s'incomincian a convellere que' due comuni errori de' gramatici: che 'l parlare de' prosatori è propio, impropio quel de' poeti; e che prima fu il parlare da prosa, dopoi del verso.

VI

I mostri e le trasformazioni poetiche provennero per necessità di tal prima natura umana, qual abbiamo dimostrato nelle Degnità che non potevan astrarre le forme o le propietà da' subbietti; onde con la lor logica dovettero comporre i subbietti per comporre esse forme, o distrugger un subbietto per dividere la di lui forma primiera dalla forma contraria introduttavi. Tal composizione d'idee fece i mostri poetici: come in ragion romana, all'osservare di Antonio Fabro nella Giurisprudenza papinianea, si dicon "mostri" i parti nati da meretrice, perc'hanno natura d'uomini, insieme, e propietà di bestie a esser nati da' vagabondi o sieno incerti concubiti; i quali truoveremo esser i mostri i quali la legge delle XII Tavole (nati da donna onesta senza la solennità delle nozze) comandava che si gittassero in Tevere.

VII

La distinzione dell'idee fece le metamorfosi: come, fralle altre conservateci dalla giurisprudenza antica, anco i romani nelle loro frasi eroiche ne lasciarono quella "fundum fieri" per "autorem fieri", perché, come il fondo sostiene il podere o il suolo e ciò ch'è quivi seminato o piantato o edificato, così l'appruovatore sostiene l'atto, il quale senza la di lui appruovagione rovinerebbe, perché l'approvatore, da semovente ch'egli è, prende forma contraria di cosa stabile.

3.

COROLLARI D'INTORNO AL PARLARE PER CARATTERI POETICI DELLE PRIME NAZIONI.

La favella poetica, com'abbiamo in forza di questa logica poetica meditato, scorse per così lungo tratto dentro il tempo istorico, come i grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il mare e serbano dolci l'acque portatevi con la violenza del corso; per quello che Giamblico ci disse sopra nelle Degnità: che gli egizi tutti i loro ritruovati utili alla vita umana riferirono a Mercurio Trimegisto; il cui detto confermammo con quell'altra Degnità: ch'"i fanciulli con l'idee e nomi d'uomini, femmine, cose, c'hanno la prima volta vedute, apprendono ed appellano tutti gli uomini, femmine, cose appresso, c'hanno con le prime alcuna simiglianza o rapporto", e che questo era il naturale gran fonte de' caratteri poetici, co' quali naturalmente pensarono e parlarono i primi popoli. Alla qual natura di cose umane se avesse Giamblico riflettuto e vi avesse combinato tal costume ch'egli stesso riferisce degli antichi egizi, dicemmo nelle Degnità che certamente esso ne' misteri della sapienza volgare degli egizi non arebbe a forza intruso i sublimi misteri della sua sapienza platonica.

Ora, per tale natura de' fanciulli e per tal costume de' primi egizi, diciamo che la favella poetica, in forza d'essi caratteri poetici, ne può dare molte ed importanti discoverte d'intorno all'antichità.

I

Che Solone dovett'esser alcuno uomo sappiente di sapienza volgare, il quale fusse capoparte di plebe ne' primi tempi ch'Atene era repubblica aristocratica. Lo che la storia greca pur conservò ove narra che dapprima Atene fu occupata dagli ottimati - ch'è quello che noi in questi libri dimostreremo universalmente di tutte le repubbliche eroiche, nelle quali gli eroi, ovvero nobili, per una certa loro natura creduta di divina origine, per la quale dicevano essere loro propi gli dèi, e 'n conseguenza propi loro gli auspìci degli dèi, in forza de' quali chiudevano dentro i lor ordini tutti i diritti pubblici e privati dell'eroiche città, ed a' plebei, che credevano essere d'origine bestiale, e 'n conseguenza esser uomini senza dèi e perciò senza auspìci, concedevano i soli usi della natural libertà (ch'è un gran principio di cose che si ragioneranno per quasi tutta quest'opera) - e che tal Solone avesse ammonito i plebei ch'essi riflettessero a se medesimi e riconoscessero essere d'ugual natura umana co' nobili, e 'n conseguenza che dovevan esser con quelli uguagliati in civil diritto. Se non, pure, tal Solone furon essi plebei ateniesi, per questo aspetto considerati.

Perché anco i romani antichi arebbono dovuto aver un tal Solone fra loro; tra' quali i plebei, nelle contese eroiche co' nobili, come apertamente lo ci narra la storia romana antica, dicevano: i padri, de' quali Romolo aveva composto il senato (da' quali essi patrizi erano provenuti), "non esse coelo demissos", cioè che non avevano cotale divina origine ch'essi vantavano e che Giove era a tutti eguale. Ch'è la storia civile di quel motto

... Iupiter omnibus æquus,

dove poi intrusero i dotti quel placito: che le menti son tutte eguali e che prendono diversità dalla diversa organizzazione de' corpi e dalla diversa educazione civile. Con la quale riflessione i plebei romani incominciaron ad adeguare co' patrizi la civil libertà, fino che affatto cangiarono la romana repubblica da aristocratica in popolare, come l'abbiamo divisato per ipotesi nelle Annotazioni alla Tavola cronologica, ove ragionammo in idea della legge Publilia, e 'l faremo vedere di fatto, nonché della romana, essere ciò avvenuto di tutte l'altre antiche repubbliche, e con ragioni ed autorità dimostreremo che universalmente, da tal riflessione di Solone principiando, le plebi de' popoli vi cangiarono le repubbliche da aristocratiche in popolari.

Quindi Solone fu fatto autore di quel celebre motto "Nosce te ipsum", il quale, per la grande civile utilità ch'aveva arrecato al popolo ateniese, fu iscritto per tutti i luoghi pubblici di quella città; e poi gli addottrinati il vollero detto per un grande avviso, quanto infatti lo è, d'intorno alle metafisiche ed alle morali cose, e funne tenuto Solone per sappiente di sapienza riposta e fatto principe de' sette saggi di Grecia. In cotal guisa, perché da tal riflessione incominciarono in Atene tutti gli ordini e tutte le leggi che formano una repubblica democratica, perciò, per questa maniera di pensare per caratteri poetici de' primi popoli, tali ordini e tali leggi, come dagli egizi tutti i ritruovati utili alla vita umana civile a Mercurio Trimegisto, furon tutti dagli ateniesi richiamati a Solone.

II

Così dovetter a Romolo esser attribuite tutte le leggi d'intorno agli ordini.

III

A Numa, tante d'intorno alle cose sagre ed alle divine cerimonie, nelle quali poi comparve ne' tempi suoi più pomposi la romana religione.

IV

A Tullo Ostilio, tutte le leggi ed ordini della militar disciplina.

V

A Servio Tullio, il censo, ch'è il fondamento delle repubbliche democratiche, ed altre leggi in gran numero d'intorno alla popolar libertà, talché da Tacito vien acclamato "præcipuus sanctor legum". Perché, come dimostreremo, il censo di Servio Tullio fu pianta delle repubbliche aristocratiche, col qual i plebei riportarono da' nobili il dominio bonitario de' campi, per cagion del quale si criarono poi i tribuni della plebe per difender loro questa parte di natural libertà, i quali poi, tratto tratto, fecero loro conseguire tutta la libertà civile; e così il censo di Servio Tullio, perché indi ne incominciarono l'occasioni e le mosse, diventò censo pianta della romana repubblica popolare, come si è ragionato nell'annotazione alla legge Publilia per via d'ipotesi, e dentro si dimostrerà essere stato vero di fatto.

VI

A Tarquinio Prisco, tutte l'insegne e divise, con le quali poscia a' tempi più luminosi di Roma risplendette la maestà dell'imperio romano.

VII

Così dovettero affiggersi alle XII Tavole moltissime leggi che dentro dimostreremo essere state comandate ne' tempi appresso; e (come si è appieno dimostrato ne' Princìpi del Diritto universale), perché la legge del dominio quiritario da' nobili accomunato a' plebei fu la prima legge scritta in pubblica tavola (per la quale unicamente furono criati i decemviri), per cotal aspetto di popolar libertà tutte le leggi che uguagliarono la libertà e si scrissero dappoi in pubbliche tavole furono rapportate a' decemviri. Siane pur qui una dimostrazione il lusso greco de' funerali, che i decemviri non dovettero insegnarlo a' romani col proibirlo, ma dopoché i romani l'avevano ricevuto; lo che non poté avvenire se non dopo le guerre co' tarantini e con Pirro, nelle quali s'incominciarono a conoscer co' greci; e quindi è che Cicerone osserva tal legge portata in latino con le stesse parole con le quali era stata conceputa in Atene.

VIII

Così Dragone, autore delle leggi scritte col sangue nel tempo che la greca storia, come sopra si è detto, ci narra ch'Atene era occupata dagli ottimati: che fu, come vedremo appresso, nel tempo dell'aristocrazie eroiche, nel quale la stessa greca storia racconta che gli Eraclidi erano sparsi per tutta Grecia, anco nell'Attica, come sopra il proponemmo nella Tavola cronologica, i quali finalmente restarono nel Peloponneso e fermarono il loro regno in Isparta, la quale truoveremo essere stata certamente repubblica aristocratica. E cotal Dragone dovett'esser una di quelle serpi della Gorgone inchiovata allo scudo di Perseo, che si truoverà significare l'imperio delle leggi, il quale scudo con le spaventose pene insassiva coloro che 'l riguardavano, siccome nella storia sagra, perché tali leggi erano essi esemplari castighi, si dicono "leges sanguinis", e di tale scudo armossi Minerva, la quale fu detta Athenã, come sarà più appieno spiegato appresso; e appo i chinesi, i quali tuttavia scrivono per geroglifici (che dee far maraviglia una tal maniera poetica di pensare e spiegarsi tra queste due e per tempi e per luoghi lontanissime nazioni), un dragone è l'insegna dell'imperio civile. Perché di tal Dragone non si ha altra cosa da tutta la greca storia.

IX

Questa istessa discoverta de' caratteri poetici ci conferma Esopo ben posto innanzi a' sette saggi di Grecia, come il promettemmo nelle Note alla Tavola cronologica di farlo in questo luogo vedere. Perché tal filologica verità ci è confermata da questa storia d'umane idee: ch'i sette saggi furon ammirati dall'incominciar essi a dare precetti di morale o di civil dottrina per massime, come quel celebre di Solone (il quale ne fu il principe): "Nosce te ipsum", che sopra abbiam veduto essere prima stato un precetto di dottrina civile, poi trasportato alla metafisica e alla morale. Ma Esopo aveva innanzi dati tali avvisi per somiglianze, delle quali più innanzi i poeti si eran serviti per ispiegarsi; e l'ordine dell'umane idee è d'osservare le cose simili, prima per ispiegarsi, dappoi per pruovare, e ciò prima con l'esemplo che si contenta d'una sola, finalmente con l'induzione che ne ha bisogno di più: onde Socrate, padre di tutte le sètte de' filosofi, introdusse la dialettica con l'induzione, che poi compiè Aristotile col sillogismo, che non regge senza un universale. Ma alle menti corte basta arrecarsi un luogo dal somigliante per essere persuase; come con una favola, alla fatta di quelle ch'aveva truovato Esopo, il buono Menenio Agrippa ridusse la plebe romana sollevata all'ubbidienza.

Ch'Esopo sia stato un carattere poetico de' soci ovvero famoli degli eroi, con uno spirito d'indovino lo ci discuopre il ben costumato Fedro in un prologo delle sue Favole:

Nunc fabularum cur sit inventum genus,

Brevi docebo. Servitus obnoxia,

Quia, quæ volebat non audebat dicere,

Affectus proprios in fabellas transtulit.

Æsopi illius semita feci viam,

come la favola della società lionina evidentemente lo ci conferma: perché i plebei erano detti "soci" dell'eroiche città, come nelle Degnità si è avvisato, e venivano a parte delle fatighe e pericoli nelle guerre, ma non delle prede e delle conquiste. Per ciò Esopo fu detto "servo", perché i plebei, come appresso sarà dimostro, erano famoli degli eroi. E ci fu narrato brutto, perché la bellezza civile era stimata dal nascere da' matrimoni solenni, che contraevano i soli eroi, com'anco appresso si mostrerà: appunto come fu egli brutto Tersite, che dev'essere carattere de' plebei che servivano agli eroi nella guerra troiana, ed è da Ulisse battuto con lo scettro di Agamennone, come gli antichi plebei romani a spalle nude erano battuti da' nobili con le verghe, "regium in morem", al narrar di Sallustio appo sant'Agostino nella Città di Dio, finché la legge Porzia allontanò le verghe dalle spalle romane,

Tali avvisi, adunque, utili al viver civile libero, dovetter esser sensi che nudrivano le plebi dell'eroiche città, dettati dalla ragion naturale: de' quali plebei per tal aspetto ne fu fatto carattere poetico Esopo, al quale poi furon attaccate le favole d'intorno alla morale filosofia; e ne fu fatto Esopo il primo morale filosofo nella stessa guisa che Solone fu fatto sappiente, ch'ordinò con le leggi la repubblica libera ateniese. E perch'Esopo diede tali avvisi per favole, fu fatto prevenire a Solone che gli diede per massime. Tali favole si dovettero prima concepire in versi eroici, come poi v'ha tradizione che furono concepute in versi giambici, co' quali noi qui appresso truoveremo aver parlato le genti greche in mezzo il verso eroico e la prosa, nella quale finalmente scritte ci sono giunte.

X

In cotal guisa a' primi autori della sapienza volgare furono rapportati i ritruovati appresso della sapienza riposta; e i Zoroasti in Oriente, i Trimegisti in Egitto, gli Orfei in Grecia, i Pittagori nell'Italia, di legislatori prima, furono poi finalmente creduti filosofi, come Confucio oggi lo è nella China. Perché certamente i pittagorici nella Magna Grecia, come dentro si mostrerà, si dissero in significato di "nobili", che, avendo attentato di ridurre tutte le loro repubbliche da popolari in aristocratiche, tutti furono spenti. E 'l Carme aureo di Pittagora sopra lo si è dimostrato esser un'impostura, come gli Oracoli di Zoroaste, il Pimandro del Trimegisto, gli Orfici o i versi d'Orfeo; né di Pittagora ad essi antichi venne scritto alcuno libro d'intorno a filosofia, e Filolao fu il primo pittagorico il qual ne scrisse, all'osservare dello Scheffero, De philosophia italica.

4.

COROLLARI D'INTORNO ALL'ORIGINI DELLE LINGUE E DELLE LETTERE; E, QUIVI DENTRO, L'ORIGINI DE' GEROGLIFICI, DELLE LEGGI, DE' NOMI, DELL'INSEGNE GENTILIZIE, DELLE MEDAGLIE, DELLE MONETE; E QUINDI DELLA PRIMA LINGUA E LETTERATURA DEL DIRITTO NATURAL DELLE GENTI.

Ora dalla teologia de' poeti o sia dalla metafisica poetica, per mezzo della indi nata poetica logica, andiamo a scuoprire l'origine delle lingue e delle lettere, d'intorno alle quali sono tante l'oppenioni quanti sono i dotti che n'hanno scritto. Talché Gerardo Giovanni Vossio nella Gramatica dice: "De literarum inventione multi multa congerunt, et fuse et confuse, ut ab iis incertus magis abeas quam veneras dudum". Ed Ermanno Ugone, De origine scribendi, osserva: "Nulla alia res est, in qua plures magisque pugnantes sententiæ reperiantur atque hæc tractatio de literarum et scriptionis origine. Quantæ sententiarum pugnæ! Quid credas? quid non credas?". Onde Bernardo da Melinckrot, De arte typographica, seguìto in ciò da Ingewaldo Elingio, De historia linguæ græcæ, per l'incomprendevolità della guisa, disse essere ritruovato divino.

Ma la difficultà della guisa fu fatta da tutti i dotti per ciò: ch'essi stimarono cose separate l'origini delle lettere dall'origini delle lingue, le quali erano per natura congionte; e 'l dovevan pur avvertire dalle voci "gramatica" e "caratteri". Dalla rima, ché "gramatica" si diffinisce "arte di parlare" e grámmata sono le lettere, talché sarebbe a diffinirsi "arte di scrivere", qual Aristotile la diffinì e qual infatti ella dapprima nacque, come qui si dimostrerà che tutte le nazioni prima parlarono scrivendo, come quelle che furon dapprima mutole. Dipoi "caratteri" voglion dire "idee", "forme", "modelli", e certamente furono innanzi que' de' poeti che quelli de' suoni articolati, come Giuseffo vigorosamente sostiene, contro Appione greco gramatico, che a' tempi d'Omero non si erano ancor truovate le lettere dette "volgari". Oltracciò, se tali lettere fussero forme de' suoni articolati e non segni a placito, dovrebbero appo tutte le nazioni esser uniformi, com'essi suoni articolati son uniformi appo tutte. Per tal guisa disperata a sapersi non si è saputo il pensare delle prime nazioni per caratteri poetici né 'l parlare per favole né lo scrivere per geroglifici: che dovevan esser i princìpi, che di lor natura han da esser certissimi, così della filosofia per l'umane idee, come della filologia per l'umane voci.

In sì fatto ragionamento dovendo noi qui entrare, daremo un picciol saggio delle tante oppenioni che se ne sono avute, o incerte o leggeri o sconce o boriose o ridevoli, le quali, perocché sono tante e tali, si debbono tralasciare di riferirsi. Il saggio sia questo: che, perocché a' tempi barbari ritornati la Scandinavia, ovvero Scanzia, per la boria delle nazioni fu detta "vagina gentium" e fu creduta la madre di tutte l'altre del mondo, per la boria de' dotti furono d'oppenione Giovanni ed Olao Magni ch'i loro goti avessero conservate le lettere fin dal principio del mondo, divinamente ritruovate da Adamo; del qual sogno si risero tutti i dotti. Ma non pertanto si ristò di seguirgli e d'avanzargli Giovanni Goropio Becano, che la sua lingua cimbrica, la quale non molto si discosta dalla sassonica, fa egli venire dal paradiso terrestre e che sia la madre di tutte l'altre; della qual oppenione fecero le favole Giuseppe Giusto Scaligero, Giovanni Camerario, Cristoforo Brecmanno e Martino Scoockio. E pure tal boria più gonfiò e ruppe in quella d'Olao Rudbechio nella sua opera intitolata Atlantica, che vuole le lettere greche esser nate dalle rune, e che queste sien le fenicie rivolte, le quali Cadmo rendette nell'ordine e nel suono simili all'ebraiche, e finalmente i greci l'avessero dirizzate e tornate col regolo e col compasso; e, perché il ritruovatore tra essi è detto Mercurouman, vuole che 'l Mercurio che ritruovò le lettere agli egizi sia stato goto. Cotanta licenza d'oppinare d'intorno all'origini delle lettere deve far accorto il leggitore a ricevere queste cose che noi ne diremo, non solo con indifferenza di vedere che arrechino in mezzo di nuovo, ma con attenzione di meditarvi e prenderle, quali debbon essere, per princìpi di tutto l'umano e divino sapere della gentilità.

Perché da questi princìpi: di concepir i primi uomini della gentilità l'idee delle cose per caratteri fantastici di sostanze animate, e, mutoli, di spiegarsi con atti o corpi ch'avessero naturali rapporti all'idee (quanto, per esemplo, lo hanno l'atto di tre volte falciare o tre spighe per significare "tre anni"), e sì spiegarsi con lingua che naturalmente significasse, che Platone e Giamblico dicevano essersi una volta parlata nel mondo (che deve essere stata l'antichissima lingua atlantica, la quale eruditi vogliono che spiegasse l'idee per la natura delle cose, o sia per le loro naturali propietà): da questi princìpi, diciamo, tutti i filosofi e tutti i filologi dovevan incominciar a trattare dell'origini delle lingue e delle lettere. Delle quali due cose, per natura, com'abbiam detto, congionte, han trattato divisamente, onde loro è riuscita tanto difficile la ricerca dell'origini delle lettere, ch'involgeva egual difficultà quanto quella delle lingue, delle quali essi o nulla o assai poco han curato.

Sul cominciarne adunque il ragionamento, poniamo per primo principio quella filologica Degnità: che gli egizi narravano, per tutta la scorsa del loro mondo innanzi, essersi parlate tre lingue, corrispondenti nel numero e nell'ordine alle tre età scorse pur innanzi nel loro mondo: degli dèi, degli eroi e degli uomini; e dicevano la prima lingua essere stata geroglifica o sia sagra ovvero divina; la seconda, simbolica o per segni o sia per imprese eroiche; la terza pistolare per comunicare i lontani tra loro i presenti bisogni della lor vita. Delle quali tre lingue v'hanno due luoghi d'oro appo Omero nell'Iliade, per gli quali apertamente si veggono i greci convenir in ciò con gli egizi. De' quali uno è dove narra che Nestore visse tre vite d'uomini diversilingui: talché Nestore dee essere stato un carattere eroico della cronologia stabilita per le tre lingue corrispondenti alle tre età degli egizi; onde tanto dovette significare quel motto: "vivere gli anni di Nestore" quanto "vivere gli anni del mondo". L'altro è dove Enea racconta ad Achille che uomini diversilingui cominciaron ad abitar Ilio, dopoché Troia fu portata a' lidi del mare e Pergamo ne divenne la ròcca. Con tal primo principio congiugniamo quella tradizione, pur degli egizi, che 'l loro Theut o Mercurio ritruovò e le leggi e le lettere.

A queste verità aggruppiamo quell'altre: ch'appo i greci i "nomi" significarono lo stesso che "caratteri", da' quali i padri della Chiesa presero con promiscuo uso quelle due espressioni, ove ne ragionano de divinis characteribus e de divinis nominibus. E "nomen" e "definitio" significano la stessa cosa, ove in rettorica si dice "quæstio nominis", con la qual si cerca la diffinizione del fatto; e la nomenclatura de' morbi è in medicina quella parte che diffinisce la natura di essi. Appo i romani i "nomi" significarono prima e propiamente "case diramate in molte famiglie". E che i primi greci avessero anch'essi avuto i "nomi" in sì fatto significato, il dimostrano i patronimici, che significano "nomi di padri", de' quali tanto spesso fanno uso i poeti, e più di tutti il primo di tutti Omero (appunto come i patrizi romani da un tribuno della plebe, appo Livio, son diffiniti "qui possunt nomine ciere patrem", "che possano usare il casato de' loro padri"), i quali patronimici poi si sperderono nella libertà popolare di tutta la restante Grecia, e dagli Eraclidi si serbarono in Isparta, repubblica aristocratica. E in ragion romana "nomen" significa "diritto". Con somigliante suono appo i greci nómos significa "legge" e da nómos viene nómisma, come avverte Aristotile, che vuole dire "moneta"; ed etimologi vogliono che da nómos venga detto a' latini "numus". Appo i francesi "loy" significa "legge" ed "aloy" vuol dire "moneta"; e da' barbari ritornati fu detto "canone" così la legge ecclesiastica come ciò che dall'enfiteuticario si paga al padrone del fondo datogli in enfiteusi. Per la quale uniformità di pensare i latini forse dissero "ius" il diritto e 'l grasso delle vittime ch'era dovuto a Giove, che dapprima si disse Ious, donde poi derivarono i genitivi "Iovis" e "iuris" (lo che si è sopra accennato); come, appresso gli ebrei, delle tre parti che facevano dell'ostia pacifica, il grasso veniva in quella dovuta a Dio, che bruciavasi sull'altare. I latini dissero "prædia", quali dovettero dirsi prima i rustici che gli urbani, perocché, come appresso farem vedere, le prime terre colte furono le prime prede del mondo; onde il primo domare fu di terre sì fatte, le quali perciò in antica ragion romana si dissero "manucaptæ" (dalle quali restò detto "manceps" l'obbligato all'erario in roba stabile); e nelle romane leggi restaron dette "iura prædiorum" le servitù che si dicon "reali", che si costituiscono in robe stabili. E tali terre dette "manucaptæ" dovettero dapprima essere e dirsi "mancipia", di che certamente dee intendersi la legge delle XII Tavole nel capo "Qui nexum faciet mancipiumque", cioè "chi farà la consegna del nodo, e con quella consegnerà il podere"; onde, con la stessa mente degli antichi latini, gl'italiani appellarono "poderi", perché acquistati con forza. E si convince da ciò che i barbari ritornati dissero "presas terrarum" i campi co' loro termini; gli spagnuoli chiamano "prendas" l'imprese forti; gl'italiani appellano "imprese" l'armi gentilizie, e dicono "termini" in significazion di "parole" (che restò in dialettica scolastica), e l'armi gentilizie chiamano altresì "insegne", onde agli stessi viene il verbo "insegnare": come Omero, al cui tempo non si erano ancor truovate le lettere dette "volgari", la lettera di Preto ad Euria contro Bellerofonte dice essere stata scritta "per sémata", "per segni".

Con queste cose tutte facciano il cumolo queste ultime tre incontrastate verità: la prima, che, dimostrato le prime nazioni gentili tutte essere state mutole ne' loro incominciamenti, dovettero spiegarsi per atti o corpi che avessero naturali rapporti alle loro idee; la seconda, che con segni dovettero assicurarsi de' confini de' lor poderi ed avere perpetue testimonianze de' lor diritti; la terza, che tutte si sono truovate usare monete. Tutte queste verità ne daranno qui le origini delle lingue e delle lettere e, quivi dentro, quelle de' geroglifici, delle leggi, de' nomi, dell'imprese gentilizie, delle medaglie, delle monete e della lingua e scrittura con la quale parlò e scrisse il primo diritto natural delle genti.

E per istabilire di tutto ciò più fermamente i princìpi, è qui da convellersi quella falsa oppenione ch'i geroglifici furono ritruovati di filosofi per nascondervi dentro i misteri d'alta sapienza riposta, come han creduto degli egizi. Perché fu comune naturale necessità di tutte le prime nazioni di parlare con gerogllfici (di che sopra si è proposta una degnità); come nell'Affrica l'abbiamo già degli egizi, a' quali con Eliodoro, Delle cose dell'Etiopia, aggiugniamo gli etiopi, i quali si servirono per geroglifici degli strumenti di tutte l'arti fabbrili. Nell'Oriente lo stesso dovett'essere de' caratteri magici de' caldei. Nel settentrione dell'Asia abbiamo sopra veduto che Idantura, re degli sciti, ne' tempi assai tardi (posta la loro sformata antichità, nella quale avevano vinto essi egizi, che si vantavano essere gli antichissimi di tutte le nazioni), con cinque parole reali risponde a Dario il maggiore che gli aveva intimato la guerra; che furono una ranocchia, un topo, un uccello, un dente d'aratro ed un arco da saettare. La ranocchia significava ch'esso era nato dalla terra della Scizia, come dalla terra nascono, piovendo l'està, le ranocchie, e sì esser figliuolo di quella terra. Il topo significava esso, come topo, dov'era nato aversi fatto la casa, cioè aversi fondato la gente. L'uccello significava aver ivi esso gli auspìci, cioè, come vedremo appresso, che non era ad altri soggetto ch'a Dio. L'aratro significava aver esso ridutte quelle terre a coltura, e sì averle dome e fatte sue con la forza. E finalmente l'arco da saettare significava ch'esso aveva nella Scizia il sommo imperio dell'armi, da doverla e poterla difendere, La qual spiegazione così naturale e necessaria si componga con le ridevoli ch'appresso san Cirillo lor danno i consiglieri di Dario, e pruoverà ad evidenza generalmente che finora non si è saputo il propio e vero uso de' geroglifici che celebrarono i primi popoli, col combinare le interpetrazioni de' consiglieri di Dario date a' geroglifici scitici con le lontane, raggirate e contorte c'han dato i dotti a' geroglifici egizi. De' latini non ci lasciò la storia romana privi di qualche tradizione nella risposta eroica muta che Tarquinio superbo manda al figliuolo in Gabi, col farsi vedere al messaggiero troncar capi di papaveri con la bacchetta che teneva tra mani; lo che è stato creduto fatto per superbia, ove bisognava tutta la confidenza. Nel settentrione d'Europa osserva Tacito, ove ne scrive i costumi, ch'i germani antichi non sapevano "literarum secreta", cioè che non sapevano scriver i loro geroglifici; lo che dovette durare fin a' tempi di Federico suevo, anzi fin a quelli di Ridolfo d'Austria, da che incominciarono a scriver diplomi in iscrittura volgar tedesca. Nel settentrione della Francia vi fu un parlar geroglifico, detto "rebus de Picardie", che dovett'essere, come nella Germania, un parlar con le cose, cioè co' geroglifici d'Idantura. Fino nell'ultima Tule e nell'ultima di lei parte, in Iscozia, narra Ettore Boezio nella Storia della Scozia quella nazione anticamente aver scritto con geroglifici. Nell'Indie occidentali i messicani furono ritruovati scriver per geroglifici, e Giovanni di Laet nella sua Descrizione della Nuova India descrive i geroglifici degl'indiani essere diversi capi d'animali, piante, fiori, frutte, e per gli loro ceppi distinguere le famiglie; ch'è lo stesso uso appunto c'hanno l'armi gentilizie nel mondo nostro. Nell'Indie orientali i chinesi tuttavia scrivono per geroglifici.

Così è sventata cotal boria de' dotti che vennero appresso (che tanto non osò gonfiare quella de' boriosissimi egizi): che gli altri sappienti del mondo avessero appreso da essi di nascondere la loro sapienza riposta sotto de' geroglifici.

Posti tali princìpi di logica poetica e dileguata tal boria de' dotti, ritorniamo alle tre lingue degli egizi. Nella prima delle quali, ch'è quella degli dèi, come si è avvisato nelle Degnità, per gli greci vi conviene Omero, che in cinque luoghi di tutti e due i suoi poemi fa menzione d'una lingua più antica della sua, la qual è certamente lingua eroica, e la chiama "lingua degli dèi". Tre luoghi sono nell'Iliade: il primo ove narra "Briareo" dirsi dagli dèi, "Egeone" dagli uomini; il secondo, ove racconta d'un uccello, che gli dèi chiamano chalkída, gli uomini kúmindin; il terzo, che 'l fiume di Troia gli dèi "Xanto", gli uomini chiamano "Scamandro". Nell'Odissea sono due: uno, che gli dèi chiamano planktás pétras

"Scilla e Cariddi" che dicon gli uomini; l'altro, ove Mercurio dà ad Ulisse un segreto contro le stregonerie di Circe, che dagli dèi è appellato môlu ed è affatto niegato agli uomini di sapere. D'intorno a' quali luoghi Platone dice molte cose, ma vanamente; talché poi Dion Crisostomo ne calogna Omero d'impostura, ch'esso intendesse la lingua degli dèi, ch'è naturalmente niegato agli uomini. Ma dubitiamo che non forse in questi luoghi d'Omero si debbano gli "dèi" intendere per gli "eroi", i quali, come poco appresso si mostrerà, si presero il nome di "dèi" sopra i plebei delle loro città, ch'essi chiamavan "uomini" (come a' tempi barbari ritornati i vassalli si dissero "homines", che osserva con maraviglia Ottomano), e i grandi signori (come nella barbarie ricorsa) facevano gloria di avere maravigliosi segreti di medicina; e così queste non sien altro che differenze di parlari nobili e di parlari volgari. Però, senza alcun dubbio, per gli latini vi si adoperò Varrone, il quale, come nelle Degnità si è avvisato, ebbe la diligenza di raccogliere trentamila dèi, che dovettero bastare per un copioso vocabolario divino, da spiegare le genti del Lazio tutte le loro bisogne umane, ch'in que' tempi semplici e parchi dovetter esser pochissime, perch'erano le sole necessarie alla vita. Anco i greci ne numerarono trentamila, come nelle Degnità pur si è detto, i quali d'ogni sasso, d'ogni fonte o ruscello, d'ogni pianta, d'ogni scoglio fecero deitadi, nel qual numero sono le driadi, l'amadriadi, l'oreadi, le napee; appunto come gli americani ogni cosa che supera la loro picciola capacità fanno dèi. Talché le favole divine de' latini e de' greci dovetter essere i veri primi geroglifici, o caratteri sagri o divini, degli egizi.

Il secondo parlare, che risponde all'età degli eroi, dissero gli egizi essersi parlato per simboli, a' quali sono da ridursi l'imprese eroiche, che dovetter essere le somiglianze mute che da Omero si dicono sémata (i segni co' quali scrivevan gli eroi); e 'n conseguenza dovetter essere metafore o immagini o somiglianze o comparazioni, che poi, con lingua articolata, fanno tutta la suppellettile della favella poetica. Perché certamente Omero, per una risoluta niegazione di Giuseffo ebreo che non ci sia venuto scrittore più antico di lui, egli vien ad essere il primo autor della lingua greca, e, avendo noi da' greci tutto ciò che di essa n'è giunto, fu il primo autore di tutta la gentilità. Appo i latini le prime memorie della loro lingua son i frammenti de' Carmi saliari, e 'l primo scrittore che ce n'è stato narrato è Livio Andronico poeta. E dal ricorso della barbarie d'Europa, essendovi rinnate altre lingue, la prima lingua degli spagnuoli fu quella che dicono "di romanzo" e, 'n conseguenza, di poesia eroica (perché i romanzieri furon i poeti eroici de' tempi barbari ritornati); in Francia, il primo scrittore in volgar francese fu Arnaldo Daniel Pacca, il primo di tutti i provenzali poeti, che fiorì nell'XI secolo; e finalmente i primi scrittori in Italia furon rimatori fiorentini e siciliani.

Il parlare pistolare degli egizi, convenuto a spiegare le bisogne della presente comun vita tra gli lontani, dee esser nato dal volgo d'un popolo principe dell'Egitto, che dovett'esser quello di Tebe (il cui re, Ramse, come si è sopra detto, distese l'imperio sopra tutta quella gran nazione), perché per gli egizi corrisponda questa lingua all'età degli "uomini", quali si dicevano le plebi de' popoli eroici a differenza de' lor eroi, come si è sopra detto. E dee concepirsi esser provenuto da libera loro convenzione, per questa eterna propietà: ch'è diritto de' popoli il parlare e lo scriver volgare; onde Claudio imperadore avendo ritruovato tre altre lettere ch'abbisognavano alla lingua latina, il popolo romano non le volle ricevere, come gl'italiani non han ricevuto le ritruovate da Giorgio Trissino, che si sentono mancare all'italiana favella.

Tali parlari pistolari, o sieno volgari, degli egizi si dovettero scrivere con lettere parimente volgari, le quali si truovano somiglianti alle volgari fenicie; ond'è necessario che gli uni l'avessero ricevute dagli altri. Coloro che oppinano gli egizi essere stati i primi ritruovatori di tutte le cose necessarie o utili all'umana società, in conseguenza di ciò debbon dire che gli egizi l'avessero insegnate a' fenici. Ma Clemente alessandrino, il quale dovett'esser informato meglio ch'ogni altro qualunque autore delle cose di Egitto, narra che Sancunazione o Sancuniate fenice (il quale nella Tavola cronologica sta allogato nell'età degli eroi di Grecia) avesse scritto in lettere volgari la storia fenicia, e sì il propone come primo autore della gentilità ch'abbia scritto in volgari caratteri; per lo qual luogo hassi a dire ch'i fenici, i quali certamente furono il primo popolo mercatante del mondo, per cagione di traffichi entrati in Egitto, v'abbiano portato le lettere loro volgari. Ma, senza alcun uopo d'argomenti e di congetture, la volgare tradizione ci accerta ch'essi fenici portarono le lettere in Grecia; sulla qual tradizione riflette Cornelio Tacito che le vi portarono come ritrovate da sé le lettere ritruovate da altri, che intende le geroglifiche egizie. Ma, perché la volgar tradizione abbia alcun fondamento di vero (come abbiamo universalmente pruovato tutte doverlo avere), diciamo che vi portarono le geroglifiche ricevute da altri, che non poteron essere ch'i caratteri mattematici o figure geometriche ch'essi ricevute avevano da' caldei (i quali senza contrasto furono i primi mattematici e spezialmente i primi astronomi delle nazioni; onde Zoroaste caldeo, detto così perché "osservatore degli astri", come vuole il Bocharto, fu il primo sappiente del gentilesimo), e se ne servirono per forme di numeri nelle loro mercatanzie, per cagion delle quali molto innanzi d'Omero praticavano nelle marine di Grecia. Lo che ad evidenza si pruova da essi poemi d'Omero, e spezialmente dall'Odissea, perché a' tempi d'Omero Gioseffo vigorosamente sostiene contro Appione greco gramatico che le lettere volgari non si erano ancor truovate tra' greci. I quali, con sommo pregio d'ingegno, nel quale certamente avvanzarono tutte le nazioni, trasportarono poi tai forme geometriche alle forme de' suoni articolati diversi, e con somma bellezza ne formarono i volgari caratteri delle lettere; le quali poscia si presero da' latini, ch'il medesimo Tacito osserva essere state somiglianti all'antichissime greche. Di che gravissima pruova è quella ch'i greci per lunga età, e fin agli ultimi loro tempi i latini, usarono lettere maiuscole per scriver numeri; che dev'esser ciò che Demarato corintio e Carmenta, moglie d'Evandro arcade, abbiano insegnato le lettere alli latini, come spiegheremo appresso che furono colonie greche, oltramarine e mediterranee, dedotte anticamente nel Lazio.

Né punto vale ciò che molti eruditi contendono: - le lettere volgari dagli ebrei esser venute a' greci, perocché l'appellazione di esse lettere si osserva quasi la stessa appo degli uni e degli altri, - essendo più ragionevole che gli ebrei avessero imitata tal appellazione da' greci che questi da quelli. Perché dal tempo ch'Alessandro Magno conquistò l'imperio dell'Oriente (che dopo la di lui morte si divisero i di lui capitani) tutti convengono che 'l sermon greco si sparse per tutto l'Oriente e l'Egitto; e, convenendo ancor tutti che la gramatica s'introdusse assai tardi tra essi ebrei, necessaria cosa è ch'i letterati ebrei appellassero le lettere ebraiche con l'appellazione de' greci. Oltrecché, essendo gli elementi semplicissimi per natura, dovettero dapprima i greci battere semplicissimi i suoni delle lettere, che per quest'aspetto si dovettero dire "elementi"; siccome seguitarono a batterle i latini colla stessa gravità (con che conservarono le forme delle lettere somiglianti all'antichissime greche): laonde fu d'uopo dire che tal appellazione di lettere con voci composte fussesi tardi introdotta tra essi, e più tardi da' greci si fusse in Oriente portata agli ebrei.

Per le quali cose ragionate si dilegua l'oppenion di coloro che vogliono Cecrope egizio aver portato le lettere volgari a' greci. Perché l'altra di coloro che stimano che Cadmo fenice le vi abbia portato da Egitto perocché fondò in Grecia una città col nome di Tebe, capitale della maggior dinastia degli egizi, si solverà appresso co' princìpi della Geografia poetica, per gli quali truoverassi ch'i greci, portatisi in Egitto, per una qualche simiglianza colla loro Tebe natia avessero quella capitale d'Egitto così chiamata. E finalmente s'intende perché avveduti critici, come riferisce l'autor anonimo inglese nell'Incertezza delle scienze, giudicano che per la sua troppa antichità cotal Sancuniate non mai sia stato nel mondo. Onde noi, per non tôrlo affatto dal mondo, stimiamo doversi porre a' tempi più bassi, e certamente dopo d'Omero; e per serbare maggior antichità a' fenici sopra de' greci d'intorno all'invenzion delle lettere che si dicon "volgari" (con la giusta proporzione, però, di quanto i greci furono più ingegnosi d'essi fenici), si ha a dire che Sancuniate sia stato alquanto innanzi d'Erodoto (il quale fu detto "padre della storia de' greci", la quale scrisse con favella volgare), per quello che Sancuniate fu detto lo "storico della verità", cioè scrittore del tempo istorico che Varrone dice nella sua divisione de' tempi: dal qual tempo, per la divisione delle tre lingue degli egizi, corrispondente alla divisione delle tre età del mondo scorse loro dinnanzi, essi parlarono con lingua pistolare, scritta con volgari caratteri.

Or, siccome la lingua eroica ovvero poetica si fondò dagli eroi, così le lingue volgari sono state introdutte dal volgo, che noi dentro ritruoveremo essere state le plebi de' popoli eroici: le quali lingue propiamente da' latini furono dette "vernaculæ", che non potevan introdurre quelli "vernæ" che i gramatici diffiniscono "servi nati in casa dagli schiavi che si facevano in guerra", i quali naturalmente apprendono le lingue de' popoli dov'essi nascono. Ma dentro si truoverà ch'i primi e propiamente detti "vernæ" furon i famoli degli eroi nello stato delle famiglie, da' quali poi si compose il volgo delle prime plebi dell'eroiche città, e furono gli abbozzi degli schiavi, che finalmente dalle città si fecero con le guerre. E tutto ciò si conferma con le due lingue che dice Omero, una degli dèi, altra degli uomini, che noi qui sopra spiegammo "lingua eroica" e "lingua volgare", e quindi a poco lo spiegheremo vieppiù.

Ma delle lingue volgari egli è stato ricevuto con troppo di buona fede da tutti i filologi ch'elleno significassero a placito, perch'esse, per queste lor origini naturali, debbon aver significato naturalmente, lo che è facile osservare nella lingua volgar latina (la qual è più eroica della greca volgare, e perciò più robusta quanto quella è più dilicata), che quasi tutte le voci ha formate per trasporti di nature o per propietà naturali o per effetti sensibili; e generalmente la metafora fa il maggior corpo delle lingue appo tutte le nazioni. Ma i gramatici, abbattutisi in gran numero di vocaboli che danno idee confuse e indistinte di cose, non sappiendone le origini, che le dovettero dapprima formare luminose e distinte, per dar pace alla loro ignoranza, stabilirono universalmente la massima che le voci umane articolate significano a placito, e vi trassero Aristotile con Galeno ed altri filosofi, e gli armarono contro Platone e Giamblico, come abbiam detto.

Ma pur rimane la grandissima difficultà: come, quanti sono i popoli, tante sono le lingue volgari diverse? La qual per isciogliere, è qui da stabilirsi questa gran verità: che, come certamente i popoli per la diversità de' climi han sortito varie diverse nature, onde sono usciti tanti costumi diversi; così dalle loro diverse nature e costumi sono nate altrettante diverse lingue: talché, per la medesima diversità delle loro nature, siccome han guardato le stesse utilità o necessità della vita umana con aspetti diversi, onde sono uscite tante per lo più diverse ed alle volte tra lor contrarie costumanze di nazioni; così e non altrimente son uscite in tante lingue, quant'esse sono, diverse. Lo che si conferma ad evidenza co' proverbi, che sono massime di vita umana, le stesse in sostanza, spiegate con tanti diversi aspetti quante sono state e sono le nazioni, come nelle Degnità si è avvisato. Quindi le stesse origini eroiche, conservate in accorcio dentro i parlari volgari, han fatto ciò che reca tanta maraviglia a' critici biblici: ch'i nomi degli stessi re, nella storia sagra detti d'una maniera, si leggono d'un'altra nella profana; perché l'una per avventura [considerò] gli uomini per lo riguardo dell'aspetto, della potenza; l'altra per quello de' costumi, dell'imprese o altro che fusse stato: come tuttavia osserviamo le città d'Ungheria altrimente appellarsi dagli ungheri, altrimente da' greci, altrimente da' tedeschi, altrimente da' turchi. E la lingua tedesca, ch'è lingua eroica vivente, ella trasforma quasi tutti i nomi delle lingue straniere nelle sue propie natie; lo che dobbiam congetturare aver fatto i latini e i greci ove ragionano di tante cose barbare con bell'aria greca e latina: la qual dee essere la cagione dell'oscurezza che s'incontra nell'antica geografia e nella storia naturale de' fossili, delle piante e degli animali. Perciò da noi in quest'opera la prima volta stampata si è meditata un'Idea d'un dizionario mentale da dare le significazioni a tutte le lingue articolate diverse, riducendole tutte a certe unità d'idee in sostanza, che, con varie modificazioni guardate da' popoli, hanno da quelli avuto vari diversi vocaboli; del quale tuttavia facciamo uso nel ragionar questa Scienza. E ne diemmo un pienissimo saggio nel capo IV, dove facemmo vedere i padri di famiglia, per quindeci aspetti diversi osservati nello stato delle famiglie e delle prime repubbliche, nel tempo che si dovettero formare le lingue (del qual tempo sono gravissimi gli argomenti d'intorno alle cose i quali si prendono dalle natie significazioni delle parole, come se n'è proposta una degnità), essere stati appellati con altrettanti diversi vocaboli da quindeci nazioni antiche e moderne; il qual luogo è uno degli tre per gli quali non ci pentiamo di quel libro stampato. Il qual Dizionario ragiona per altra via l'argomento che tratta Tommaso Hayne nella dissertazione De linguarum cognatione e nell'altre De linguis in genere e Variarum linguarum harmonia. Da tutto lo che si raccoglie questo corollario: che quanto le lingue sono più ricche di tali parlari eroici accorciati tanto sono più belle, e per ciò più belle perché son più evidenti, e perché più evidenti sono più veraci e più fide; e, al contrario, quanto sono più affollate di voci di tali nascoste origini sono meno dilettevoli, perché oscure e confuse, e perciò più soggette ad inganni ed errori. Lo che dev'essere delle lingue formate col mescolamento di molte barbare, delle quali non ci è venuta la storia delle loro origini e de' loro trasporti.

Ora, per entrare nella difficilissima guisa della formazione di tutte e tre queste spezie e di lingue e di lettere, è da stabilirsi questo principio: che, come dallo stesso tempo cominciarono gli dèi, gli eroi e gli uomini (perch'eran pur uomini quelli che fantasticaron gli dèi e credevano la loro natura eroica mescolata di quella degli dèi e di quella degli uomini), così nello stesso tempo cominciarono tali tre lingue (intendendo sempre andar loro del pari le lettere); però con queste tre grandissime differenze: che la lingua degli dèi fu quasi tutta muta, pochissima articolata; la lingua degli eroi, mescolata egualmente e di articolata e di muta, e 'n conseguenza di parlari volgari e di caratteri eroici co' quali scrivevano gli eroi, che sémata dice Omero; la lingua degli uomini, quasi tutta articolata e pochissima muta, perocché non vi ha lingua volgare cotanto copiosa ove non sieno più le cose che le sue voci. Quindi fu necessario che la lingua eroica nel suo principio fusse sommamente scomposta; ch'è un gran fonte dell'oscurità delle favole. Di che sia esemplo insigne quella di Cadmo: egli uccide la gran serpe, ne semina i denti, da' solchi nascono uomini armati, gitta una gran pietra tra loro, questi a morte combattono, e finalmente esso Cadmo si cangia in serpe. Cotanto fu ingegnoso quel Cadmo il qual portò le lettere a' greci, di cui fu trammandata questa favola, che, come la spiegheremo appresso, contiene più centinaia d'anni di storia poetica!

In séguito del già detto, nello stesso tempo che si formò il carattere divino di Giove, che fu il primo di tutt'i pensieri umani della gentilità, incominciò parimente a formarsi la lingua articolata con l'onomatopea, con la quale tuttavia osserviamo spiegarsi felicemente i fanciulli. Ed esso Giove fu da' latini, dal fragor del tuono, detto dapprima "Ious"; dal fischio del fulmine da' greci fu detto Zéus; dal suono che dà il fuoco ove brucia, dagli orientali dovett'essere detto "Ur", onde venne "Urim", la potenza del fuoco; dalla quale stessa origine dovett'a' greci venir detto uranós il cielo, ed a' latini il verbo "uro", "bruciare"; a' quali, dallo stesso fischio del fulmine, dovette venire "cel", uno de' monosillabi d'Ausonio, ma con prononziarlo con la "ç" degli spagnuoli, perché costi l'argutezza del medesimo Ausonio, ove di Venere così bisquitta:

Nata salo, suscepta solo, patre edita coelo.

Dentro le quali origini è da avvertirsi che, con la stessa sublimità dell'invenzione della favola di Giove, qual abbiamo sopra osservato, incomincia egualmente sublime la locuzion poetica con l'onomatopea, la quale certamente Dionigi Longino pone tra' fonti del sublime, e l'avvertisce, appo Omero, nel suono che diede l'occhio di Polifemo, quando vi si ficcò la trave infuocata da Ulisse, che fece síz.

Seguitarono a formarsi le voci umane con l'interiezioni, che sono voci articolate all'émpito di passioni violente, che 'n tutte le lingue son monosillabe. Onde non è fuori del verisimile che, da' primi fulmini incominciata a destarsi negli uomini la maraviglia, nascesse la prima interiezione da quella di Giove, formata con la voce "pa!", e che poi restò raddoppiata "pape!", interiezione di maraviglia, onde poi nacque a Giove il titolo di "padre degli uomini e degli dèi", e quindi appresso che tutti gli dèi se ne dicessero "padri", e "madri" tutte le dèe; di che restaron a' latini le voci "Iupiter", "Diespiter", "Marspiter", "Iuno genitrix": la quale certamente le favole narranci essere stata sterile; ed osservammo, sopra, tanti altri dèi e dèe nel cielo non contrarre tra essolor matrimoni (perché Venere fu detta "concubina", non già "moglie" di Marte), e nulla di meno tutti appellavansi "padri" (di che vi hanno alcuni versi di Lucilio, riferiti nelle Note al Diritto universale). E si dissero "padri" nel senso nel quale "patrare" dovette significare dapprima il fare, ch'è propio di Dio, come vi conviene anco la lingua santa ch'in narrando la criazione del mondo, dice che nel settimo giorno Iddio riposò "ab opere quod patrarat". Quindi dev'essere stato detto "impetrare", che si disse quasi "impatrare", che nella scienza augurale si diceva "impetrire", ch'era "riportar il buon augurio", della cui origine dicono tante inezie i latini gramatici: lo che pruova che la prima interpetrazione fu delle leggi divine ordinate con gli auspìci, così detta quasi "interpatratio".

Or sì fatto divino titolo, per la natural ambizione dell'umana superbia, avendosi arrogato gli uomini potenti nello stato delle famiglie, essi si appellarono "padri" (lo che forse diede motivo alla volgar tradizione ch'i primi uomini potenti della terra si fecero adorare per dèi); ma, per la pietà dovuta ai numi, quelli i numi dissero "dèi", ed appresso anco, presosi gli uomini potenti delle prime città il nome di "dèi", per la stessa pietà i numi dissero "dèi immortali", a differenza dei "dèi mortali", ch'eran tali uomini. Ma in ciò si può avvertire la goffaggine di tai giganti, qual i viaggiatori narrano de los patacones: della quale vi ha un bel vestigio in latinità, lasciatoci nell'antiche voci "pipulum" e "pipare" nel significato di "querela" e di "querelarsi", che dovette venire dall'interiezione di lamento "pi, pi"; nel qual sentimento vogliono che "pipulum" appresso Plauto sia lo stesso che "obvagulatio" delle XII Tavole, la qual voce deve venir da "vagire", ch'è propio il piagnere de' fanciulli. Talché è necessario dall'interiezione di spavento esser nata a' greci la voce paián, incominciata da pái; di che vi ha appo essi un'aurea tradizione antichissima: ch'i greci, spaventati dal gran serpente detto Pitone, invocarono in loro soccorso Apollo con quelle voci: iò paiáv che prima tre volte batterono tarde, essendo illanguiditi dallo spavento, e poi, per lo giubilo perch'avevalo Apollo ucciso, gli acclamarono altrettante volte battendole preste, col dividere l'omega in due omicron, e 'l dittongo ai in due sillabe. Onde nacque naturalmente il verso eroico prima spondaico e poi divenne dattilico, e ne restò quell'eterna propietà ch'egli in tutte l'altre sedi cede il luogo al dattilo, fuorché nell'ultima; e naturalmente nacque il canto, misurato dal verso eroico, agl'impeti di passioni violentissime, siccome tuttavia osserviamo nelle grandi passioni gli uomini dar nel canto e, sopra tutti, i sommamente afflitti ed allegri, come si è detto nelle Degnità. Lo che qui detto quindi a poco recherà molto uso ove ragioneremo dell'origini del canto e de' versi.

S'innoltrarono a formar i pronomi, imperocché l'interiezioni sfogano le passioni propie, lo che si fa anco da soli, ma i pronomi servono per comunicare le nostre idee con altrui d'intorno a quelle cose che co' nomi propi o noi non sappiamo appellare o altri non sappia intendere. E i pronomi, pur quasi tutti, in tutte le lingue la maggior parte son monosillabi; il primo de' quali, o almeno tra' primi, dovett'esser quello di che n'è rimasto quel luogo d'oro d'Ennio:

Aspice hoc sublime cadens, quem omnes invocant Iovem,

ov'è detto "hoc" invece di "coelum", e ne restò in volgar latino

Luciscit hoc iam

invece di "albescit coelum". E gli articoli dalla lor nascita hanno questa eterna propietà: d'andare innanzi a' nomi a' quali son attaccati.

Dopo si formarono le particelle, delle quali sono gran parte le preposizioni, che pure quasi in tutte le lingue son monosillabe; che conservano col nome questa eterna propietà: di andar innanzi a' nomi che le domandano ed a' verbi co' quali vanno a comporsi.

Tratto tratto s'andarono formando i nomi; de' quali nell'Origini della lingua latina, ritruovate in quest'opera la prima volta stampata, si novera una gran quantità nati dentro del Lazio, dalla vita d'essi latini selvaggia, per la contadinesca, infin alla prima civile, formati tutti monosillabi, che non han nulla d'origini forestiere, nemmeno greche, a riserba di quattro voci: bûs, sûs, mûs, séps, ch'a' latini significa "siepe" e a' greci "serpe". Il qual luogo è l'altro degli tre che stimiamo esser compiuti in quel libro, perch'egli può dar l'esemplo a' dotti dell'altre lingue di doverne indagare l'origini con grandissimo frutto della repubblica letteraria; come certamente la lingua tedesca, ch'è lingua madre (perocché non vi entrarono mai a comandare nazioni straniere), ha monosillabe tutte le sue radici. Ed esser nati i nomi prima de' verbi ci è appruovato da questa eterna propietà: che non regge orazione se non comincia da nome ch'espresso o taciuto la regga.

Finalmente gli autori delle lingue si formarono i verbi, come osserviamo i fanciulli spiegar nomi, particelle, e tacer i verbi. Perché i nomi destano idee che lasciano fermi vestigi; le particelle, che significano esse modificazioni, fanno il medesimo; ma i verbi significano moti, i quali portano l'innanzi e 'l dopo, che sono misurati dall'indivisibile del presente, difficilissimo ad intendersi dagli stessi filosofi. Ed è un'osservazione fisica che di molto appruova ciò che diciamo, che tra noi vive un uomo onesto, tòcco da gravissima apoplessia, il quale mentova nomi e sì è affatto dimenticato de' verbi. E pur i verbi che sono generi di tutti gli altri - quali sono "sum" dell'essere, al quale si riducono tutte l'essenze, ch'è tanto dire tutte le cose metafisiche; "sto" della quiete, "eo" del moto, a' quali si riducono tutte le cose fisiche; "do", "dico" e "facio", a' quali si riducono tutte le cose agibili, sien o morali o famigliari o finalmente civili - dovetter incominciare dagl'imperativi; perché nello stato delle famiglie, povero in sommo grado di lingua, i padri soli dovettero favellare e dar gli ordini a' figliuoli ed a' famoli, e questi, sotto i terribili imperi famigliari, quali poco appresso vedremo, con cieco ossequio dovevano tacendo eseguirne i comandi. I quali imperativi sono tutti monosillabi, quali ci son rimasti "es", "sta", "i", "da", "dic", "fac".

Questa generazione delle lingue è conforme a' princìpi così dell'universale natura, per gli quali gli elementi delle cose tutte sono indivisibili, de' quali esse cose si compongono e ne' quali vanno a risolversi, come a quelli della natura particolare umana, per quella Degnità ch'"i fanciulli, nati in questa copia di lingue e c'hanno mollissime le fibbre dell'istromento da articolare le voci, le incominciano monosillabe": che molto più si dee stimare de' primi uomini delle genti, i quali l'avevano durissime, né avevano udito ancor voce umana. Di più ella ne dà l'ordine con cui nacquero le parti dell'orazione, e 'n conseguenza le naturali cagioni della sintassi.

Le quali cose tutte sembrano più ragionevoli di quello che Giulio Cesare Scaligero e Francesco Sanzio ne han detto a proposito della lingua latina. Come se i popoli che si ritruovaron le lingue avessero prima dovuto andare a scuola d'Aristotile, coi cui princìpi ne hanno amendue ragionato!

V

COROLLARI D'INTORNO ALL'ORIGINI DELLA LOCUZION POETICA, DEGLI EPISODI, DEL TORNO, DEL NUMERO, DEL CANTO E DEL VERSO.

In cotal guisa si formò la lingua poetica per le nazioni, composta di caratteri divini ed eroici, dappoi spiegati con parlari volgari, e finalmente scritti con volgari caratteri. E nacque tutta da povertà di lingua e necessità di spiegarsi; lo che si dimostra con essi primi lumi della poetica locuzione, che sono l'ipotiposi, l'immagini, le somiglianze, le comparazioni, le metafore, le circoscrizioni, le frasi spieganti le cose per le loro naturali propietà, le descrizioni raccolte dagli effetti o più minuti o più risentiti, e finalmente per gli aggiunti enfatici ed anche oziosi.

Gli episodi sono nati da essa grossezza delle menti eroiche, che non sapevano sceverare il propio delle cose che facesse al loro proposito, come vediamo usargli naturalmente gl'idioti e sopra tutti le donne.

I torni nacquero dalla difficultà di dar i verbi al sermone, che, come abbiam veduto, furono gli ultimi a ritruovarsi; onde i greci, che furono più ingegnosi, essi tornarono il parlare men de' latini, e i latini meno di quel che fanno i tedeschi.

Il numero prosaico fu inteso tardi dagli scrittori - nella greca lingua da Gorgia leontino e nella latina da Cicerone, - perocché innanzi, al riferire di Cicerone medesimo, avevano renduto numerose l'orazioni con certe misure poetiche; lo che servirà molto quindi a poco, ove ragioneremo dell'origini del canto e de' versi.

Da tutto ciò sembra essersi dimostrato la locuzion poetica esser nata per necessità di natura umana prima della prosaica; come per necessità di natura umana nacquero, esse favole, universali fantastici, prima degli universali ragionati o sieno filosofici, i quali nacquero per mezzo di essi parlari prosaici. Perocché, essendo i poeti, innanzi, andati a formare la favella poetica con la composizione dell'idee particolari (come si è appieno qui dimostrato), da essa vennero poi i popoli a formare i parlari da prosa col contrarre in ciascheduna voce, come in un genere, le parti ch'aveva composte la favella poetica; e di quella frase poetica, per essemplo: "mi bolle il sangue nel cuore" (ch'è parlare per propietà naturale, eterno ed universale a tutto il gener umano), del sangue, del ribollimento e del cuore fecero una sola voce, com'un genere, che da' greci fu detto stómachos, da' latini "ira", dagl'italiani "collera". Con egual passo, de' geroglifici e delle lettere eroiche si fecero poche lettere volgari, come generi da conformarvi innumerabili voci articolate diverse, per lo che vi abbisognò fior d'ingegno; co' quali generi volgari, e di voci e di lettere, s'andarono a fare più spedite le menti de' popoli ed a formarsi astrattive, onde poi vi poterono provenir i filosofi, i quali formaron i generi intelligibili. Lo che qui ragionato è una particella della storia dell'idee. Tanto l'origini delle lettere, per truovarsi, si dovevano ad un fiato trattare con l'origini delle lingue!

Del canto e del verso si sono proposte quelle Degnità: che, dimostrata l'origine degli uomini mutoli, dovettero dapprima, come fanno i mutoli, mandar fuori le vocali cantando; dipoi, come fanno gli scilinguati, dovettero pur cantando mandar fuori l'articolate di consonanti. Di tal primo canto de' popoli fanno gran pruova i dittonghi ch'essi ci lasciarono nelle lingue, che dovettero dapprima esser assai più in numero; siccome i greci e i francesi, che passarono anzi tempo dall'età poetica alla volgare, ce n'han lasciato moltissimi, come nelle Degnità si è osservato. E la cagion si è che le vocali sono facili a formarsi ma le consonanti difficili; e perché si è dimostrato che tai primi uomini stupidi, per muoversi a profferire le voci, dovevano sentire passioni violentissime, le quali naturalmente si spiegano con altissima voce; e la natura porta ch'ove uomo alzi assai la voce, egli dia ne' dittonghi e nel canto, come nelle Degnità si è accennato: onde poco sopra dimostrammo i primi uomini greci, nel tempo de' loro dèi, aver formato il primo verso eroico spondaico col dittongo pái e pieno due volte più di vocali che consonanti.

Ancora tal primo canto de' popoli nacque naturalmente dalla difficultà delle prime prononzie, la qual si dimostra come dalle cagioni così dagli effetti. Da quelle, perché tali uomini avevano formato di fibbre assai dure l'istrumento d'articolare le voci, e di voci essi ebbero pochissime; come al contrario i fanciulli, di fibbre mollissime, nati in questa somma copia di voci, si osservano con somma difficultà prononziare le consonanti (come nelle Degnità s'è pur detto), e i chinesi, che non hanno più che trecento voci articolate, che, variamente modificando, e nel suono e nel tempo, corrispondono, con la lingua volgare a' loro cenventimila geroglifici, parlan essi cantando. Per gli effetti, si dimostra dagli accorciamenti delle voci, i quali s'osservano innumerabili nella poesia italiana (e nell'Origini della lingua latina n'abbiamo dimostro un gran numero, che dovettero nascere accorciate e poi essersi col tempo distese); ed al contrario da' ridondamenti, perocché gli scilinguati da alcuna sillaba, alla quale sono più disposti di profferire cantando, prendon essi compenso di profferir quelle che loro riescono di difficil prononzia (come pure nelle Degnità sta proposto); onde appo noi nella mia età fu un eccellente musico di tenore con tal vizio di lingua: ch'ove non poteva profferir le parole, dava in un soavissimo canto e così le prononziava. Così certamente gli arabi cominciano quasi tutte le voci da "al"; ed affermano gli unni fussero stati così detti che le cominciassero tutte da "un". Finalmente si dimostra che le lingue incominciaron dal canto per ciò che testé abbiam detto: ch'innanzi di Gorgia e di Cicerone i greci e i latini prosatori usarono certi numeri quasi poetici, come a' tempi barbari ritornati fecero i Padri della Chiesa latina (truoverassi il medesimo della greca), talché le loro prose sembrano cantilene.

Il primo verso (come abbiamo poco fa dimostrato di fatto che nacque) dovette nascere convenevole alla lingua ed all'età degli eroi, qual fu il verso eroico, il più grande di tutti gli altri e propio dell'eroica poesia; e nacque da passioni violentissime di spavento e di giubilo, come la poesia eroica non tratta che passioni perturbatissime. Però non nacque spondaico per lo gran timor del Pitone, come la volgar tradizione racconta; la qual perturbazione affretta l'idee e le voci più tosto che le ritarda, onde appo i latini "solicitus" e "festinans" significano "timoroso": ma per la tardezza delle menti e difficultà delle lingue degli autori delle nazioni nacque prima, come abbiam dimostro, spondaico, di che si mantiene in possesso, che nell'ultima sede non lascia mai lo spondeo; dappoi, faccendosi più spedite e le menti e le lingue, v'ammise il dattilo; appresso, spedendosi entrambe vieppiù, nacque il giambico, il cui piede è detto "presto" da Orazio (come di tali origini si sono proposte due Degnità); finalmente, fattesi quelle speditissime, venne la prosa, la quale, come testé si è veduto, parla quasi per generi intelligibili; ed alla prosa il verso giambico s'appressa tanto, che spesso innavedutamente cadeva a' prosatori scrivendo.

Così il canto s'andò ne' versi affrettando co' medesimi passi co' quali si spedirono nelle nazioni e le lingue e l'idee, come anco nelle Degnità si è avvisato.

Tal filosofia ci è confermata dalla storia, la quale la più antica cosa che narra sono gli oracoli e le sibille, come nelle Degnità si è proposto; onde, per significare una cosa esser antichissima, vi era il detto: "quella essere più vecchia della sibilla"; e le sibille furono sparse per tutte le prime nazioni, delle quali ci sono pervenute pur dodici. Ed è volgar tradizione che le sibille cantarono in verso eroico, e gli oracoli per tutte le nazioni pur in verso eroico davano le risposte; onde tal verso da' greci fu detto "pizio" dal loro famoso oracolo d'Apollo pizio (il qual dovette così appellarsi dall'ucciso serpente detto Pitone, onde noi sopra abbiam detto esser nato il primo verso spondaico), e da' latini fu detto "verso saturnio", come ne accerta Festo; che dovette in Italia nascere nell'età di Saturno, che risponde all'età dell'oro de' greci, nella quale Apollo, come gli altri dèi, praticava in terra con gli uomini. Ed Ennio, appo il medesimo Festo, dice che con tal verso i fauni rendevano i fati ovvero gli oracoli nell'Italia (che certamente tra' greci, com'or si è detto, si rendevano in versi esametri); ma poi "versi saturni" restaron detti i giambici senari, forse perché così poi naturalmente si parlava in tai versi saturni giambici, come innanzi si era naturalmente parlato in versi saturni eroici.

Quantunque oggi dotti di lingua santa sien divisi in oppenioni diverse d'intorno alla poesia degli ebrei, s'ella è composta di metri o veramente di ritmi, però Gioseffo, Filone, Origene, Eusebio stanno a favore de' metri, e per ciò che fa sommamente al nostro proposito san Girolamo vuole che 'l libro di Giobbe, il qual è più antico di quei di Mosè, fusse stato tessuto in verso eroico da principio del III capo fin al principio del capo XLII.

Gli arabi, ignoranti di lettera, come riferisce l'autor anonimo dell'Incertezza delle scienze, conservarono la loro lingua con tener a memoria i loro poemi finattanto ch'innondarono le provincie orientali del greco imperio.

Gli egizi scrivevano le memorie de' lor difonti nelle siringi, o colonne, in verso, dette da "sir", che vuol dire "canzona"; onde vien detta "Sirena", deità senza dubbio celebre per lo canto, nel qual Ovidio dice esser egualmente stata celebre che 'n bellezza la ninfa detta Siringa: per la qual origine si deve lo stesso dire ch'avessero dapprima parlato in versi i siri e gli assiri.

Certamente i fondatori della greca umanità furon i poeti teologi, e furon essi eroi, e cantarono in verso eroico.

Vedemmo i primi autori della lingua latina essere stati i salii, che furon poeti sagri, da' quali si hanno i frammenti de' versi saliari, c'hanno un'aria di versi eroici, che sono le più antiche memorie della latina favella. Gli antichi trionfanti romani lasciarono le memorie de' loro trionfi pur in aria di verso eroico, come Lucio Emilio Regillo quella:

Duello magno dirimendo, regibus subiugandis,

Acilio Glabrione quell'altra:

Fudit, fugat, prosternit maximas legiones,

ed altri altre.

I frammenti della legge delle XII Tavole, se bene vi si rifletta, nella più parte de' suoi capi va[nno] a terminar in versi adonî, che sono ultimi ritagli di versi eroici; lo che Cicerone dovette imitare nelle sue Leggi, le quali così incominciano:

Deos caste adeunto.

Pietatem adhibento.

Onde, al riferire del medesimo, dovette venire quel costume romano: ch'i fanciulli, per dirla con le di lui parole, "tanquam necessarium carmen", andavano cantando essa legge; non altrimenti che Eliano narra che facevano i fanciulli cretesi. Perché certamente Cicerone, famoso ritruovatore del numero prosaico appresso i latini, come Gorgia leontino lo era stato tra' greci (lo che sopra si è riflettuto), doveva schifare nella prosa, e prosa di sì grave argomento, nonché versi così sonori, anche i giambici (i quali tanto la prosa somigliano), da' quali si guardò scrivendo anco lettere famigliari. Onde di tal spezie di verso bisogna che sieno vere quelle volgari tradizioni: delle quali la prima è appresso Platone, la qual dice che le leggi degli egizi furono poemi della dea Iside; la seconda è appresso Plutarco, la quale narra che Ligurgo diede agli spartani in verso le leggi, a' quali con una particolar legge aveva proibito saper di lettera; la terza è appo Massimo tirio, la qual racconta Giove aver dato a Minosse le leggi in verso; la quarta ed ultima è riferita da Suida, che Dragone dettò in verso le leggi agli ateniesi, il quale pur volgarmente ci vien narrato averle scritte col sangue.

Ora, ritornando dalle leggi alle storie, riferisce Tacito ne' Costumi de' germani antichi che da quelli si conservavano conceputi in versi i princìpi della loro storia; e quivi Lipsio, nelle Annotazioni, riferisce il medesimo degli americani. Le quali autorità di due nazioni, delle quali la prima non fu conosciuta da altri popoli che tardi assai da' romani, la seconda fu scoverta due secoli fa da' nostri europei, ne danno un forte argomento di congetturare lo stesso di tutte l'altre barbare nazioni, così antiche come moderne; e, senza uopo di conghietture, de' persiani tralle antiche, e de' chinesi tralle nuovamente scoperte, si ha dagli autori che le prime loro storie scrissero in versi. E qui si facci questa importante riflessione: che, se i popoli si fondarono con le leggi, e le leggi appo tutti furono in versi dettate, e le prime cose de' popoli pur in versi si conservarono; necessaria cosa è che tutti i primi popoli furono di poeti.

Ora - ripigliando il proposto argomento d'intorno all'origini del verso - al riferire di Festo, ancora le guerre cartaginesi furono da Nevio innanzi di Ennio scritte in verso eroico; e Livio Andronico, il primo scrittor latino, scrisse la Romanide, ch'era un poema eroico il quale conteneva gli annali degli antichi romani. Ne' tempi barbari ritornati essi storici latini furon poeti eroici, come Guntero, Guglielmo pugliese ed altri. Abbiam veduto i primi scrittori nelle novelle lingue d'Europa essere stati verseggiatori; e nella Silesia, provincia quasi tutta di contadini, nascon poeti. E generalmente, perocché cotal lingua troppo intiere conserva le sue origini eroiche, questa è la cagione, di cui ignaro, Adamo Rochembergio afferma che le voci composte de' greci si possono felicemente rendere in lingua tedesca, spezialmente in poesia; e 'l Berneggero ne scrisse un catalogo, e poi si studiò d'arricchire Giorgio Cristoforo Peischero in Indice de græcæ et germanicæ linguæ analogia. Nella qual parte, di comporre le intiere voci tra loro, la lingua latina antica ne lasciò pur ben molte, delle quali, come di lor ragione, seguitarono a servirsi i poeti: perché dovett'essere propietà comune di tutte le prime lingue, le quali, come si è dimostrato, prima si fornirono di nomi, dappoi di verbi, e sì, per inopia di verbi, avesser unito essi nomi. Che devon esser i princìpi di ciò che scrisse il Morhofio in Disquisitionibus de germanica lingua et poesi. E questa sia una pruova dell'avviso che diemmo nelle Degnità: che, se i dotti della lingua tedesca attendano a truovarne l'origini per questi princìpi, vi faranno delle discoverte maravigliose.

Per le quali cose tutte qui ragionate sembra ad evidenza essersi confutato quel comun error de' gramatici, i quali dicono la favella della prosa esser nata prima, e dopo quella del verso; e dentro l'origini della poesia, quali qui si sono scoverte, si son truovate l'origini delle lingue e l'origini delle lettere.

6.

GLI ALTRI COROLLARI LI QUALI SI SONO DA PRINCIPIO PROPOSTI.

I

Con tal primo nascere de' caratteri e delle lingue nacque il gius, detto "ious" da' latini, e dagli antichi greci diaión - che noi sopra spiegammo "celeste", detto da Diós; onde a' latini vennero "sub dio" egualmente e "sub Iove" per dir "a ciel aperto" - e, come dice Platone nel Cratilo, che poi per leggiadria di favella fu detto díkaion. Perché universalmente da tutte le nazioni gentili fu osservato il cielo con l'aspetto di Giove, per riceverne le leggi ne' di lui divini avvisi o comandi, che credevan esser gli auspìci; lo che dimostra tutte le nazioni esser nate sulla persuasione della provvedenza divina.

E, 'ncominciandole a noverare, Giove a' caldei fu 'l cielo, in quanto era creduto dagli aspetti e moti delle stelle avvisar l'avvenire, e ne furon dette "astronomia" e "astrologia" le scienze quella delle leggi e questa del parlare degli astri, ma nel senso d'"astrologia giudiziaria", come "chaldæi" per "astrolaghi giudiziari" restarono detti nelle leggi romane.

A' persiani egli fu Giove ben anco il cielo, in quanto si credeva significare le cose occulte agli uomini. Della qual scienza i sappienti se ne dissero "maghi", e restonne appellata "magia" così la permessa, ch'è la naturale delle forze occulte maravigliose della natura, come la vietata delle sopranaturali, nel qual senso restò "mago" detto per "istregone". E i maghi adoperavano la verga (che fu il lituo degli àuguri appo i romani) e descrivevano i cerchi degli astronomi; della qual verga e cerchi poi si sono serviti i maghi nelle loro stregonerie. Ed a' persiani il cielo fu il templo di Giove, con la qual religione Ciro rovinava i templi fabbricati per la Grecia.

Agli egizi pur Giove fu 'l cielo, in quanto si credeva influire nelle cose sublunari ed avvisar l'avvenire; onde credevano fissare gl'influssi celesti nel fondere a certi tempi l'immagini, ed ancor oggi conservano una volgar arte d'indovinare.

A' greci fu anco Giove esso cielo, in quanto ne consideravano i teoremi e i matemi altre volte detti, che credevano cose divine o sublimi da contemplarsi con gli occhi del corpo e da osservarsi (in senso di "eseguirsi") come leggi di Giove; da' quai matemi nelle leggi romane "mathematici" si dicono gli astrolaghi giudiziari.

De' romani è famoso il sopra qui riferito verso di Ennio:

Aspice hoc sublime cadens, quem omnes invocant Iovem,

preso il pronome "hoc", come si è detto, in significato di "coelum"; ed a' medesimi si dissero "templa coeli", che pur sopra si sono dette le regioni del cielo disegnate dagli àuguri per prender gli auspìci. E ne restò a' latini "templum" per significare ogni luogo che da ogni parte ha libero e di nulla impedito il prospetto; ond'è "extemplo" in significato di "subito", e "neptunia templa" disse il mare, con maniera antica, Virgilio.

De' germani antichi narra Tacito ch'adoravano i loro dèi entro luoghi sagri, che chiama "lucos et nemora", che dovetter essere selve rasate dentro il chiuso de' boschi (del qual costume durò fatiga la Chiesa per dissavvezzargli, come si raccoglie da' concili stanetense e bracarense nella Raccolta de' decreti lasciataci dal Buchardo), ed ancor oggi se ne serbano in Lapponia e Livonia i vestigi.

De' peruani si è truovato Iddio dirsi assolutamente "il Sublime", i cui templi sono, a ciel aperto, poggi ove si sale da due lati per altissime scale, nella qual altezza ripongono tutta la loro magnificenza. Onde dappertutto la magnificenza de' templi or è riposta in una loro sformatissima altezza. La cima de' quali troppo a nostro proposito si truova appresso Pausania dirsi ætós, che vuol dir "aquila"; perché si sboscavano le selve per aver il prospetto di contemplare donde venivano gli auspìci dell'aquile, che volan alto più di tutti gli uccelli. E forse quindi le cime ne furon dette "pinnæ templorum", donde poi dovettero dirsi "pinnæ murorum", perché sui confini di tali primi templi del mondo dopo s'alzarono le mura delle prime città, come appresso vedremo. E finalmente in architettura restaron dette "aquilæ" i "merli" ch'or diciamo degli edifici.

Ma gli ebrei adoravano il vero Altissimo, ch'è sopra il cielo, nel chiuso del tabernacolo; e Mosè, per dovunque stendeva il popolo di Dio le conquiste, ordinava che fussero bruciati i boschi sagri che dice Tacito, dentro i quali si chiudessero i "luci".

Onde si raccoglie che dappertutto le prime leggi furono le divine di Giove. Dalla qual antichità dev'essere provenuto nelle lingue di molte nazioni cristiane di prender "il cielo" per "Dio": come noi italiani diciamo "voglia il cielo", "spero al cielo", nelle quali espressioni intendiamo "Dio"; lo stesso è usato dagli spagnuoli; e i francesi dicono "bleu" per l'"azzurro", e perché la voce "azzurro" è di cosa sensibile, dovetter intendere "bleu" per "lo cielo"; e quindi, come le nazioni gentili avevano inteso "il cielo" per "Giove", dovettero i francesi per "lo cielo" intendere "Dio" in quell'empia loro bestemmia "moure bleu!"per "muoia Iddio!", e tuttavia dicono "par bleu!" "per Dio!". E questo può esser un saggio del Vocabolario mentale proposto nelle Degnità, del quale sopra si è ragionato.

II

La certezza de' domìni fece gran parte della necessità di ritrovar i "caratteri" e i "nomi" nella significazione natia di "case diramate in molte famiglie", che con la loro somma propietà si appellarono "genti". Così Mercurio Trimegisto, carattere poetico de' primi fondatori degli egizi, quale l'abbiam dimostrato, ritruovò loro e le leggi e le lettere. Dal qual Mercurio, che fu altresì creduto dio delle mercatanzie, gl'italiani (la qual uniformità di pensare e spiegarsi, fin a' nostri dì conservata, dee recar maraviglia) dicono "mercare" il contrasegnare con lettere o con imprese i bestiami o altre robe da mercantare, per distinguere ed accertarne i padroni.

III

Queste sono le prime origini dell'imprese gentilizie e quindi delle medaglie. Dalle qual'imprese, ritruovate prima per private e poi per pubbliche necessità, vennero per diletto l'imprese erudite, le quali, indovinando, dissero "eroiche", le quali bisogna animare co' motti, perché hanno significazioni analoghe, ove l'imprese eroiche naturali lo erano per lo stesso difetto de' motti e, sì, mutole parlavano; ond'erano in lor ragione l'imprese ottime, perché contenevano significazioni propie, quanto tre spighe o tre atti di falciare significavano naturalmente "tre anni". Dallo che venne "caratteri" e "nomi" convertirsi a vicenda tra loro, e "nomi" e "nature" significare lo stesso, come l'uno e l'altro sopra si è detto.

Or, faccendoci da capo all'imprese gentilizie, ne' tempi barbari ritornati le nazioni ritornarono a divenir mutole di favella volgare: onde delle lingue italiana, francese, spagnuola o d'altre nazioni di quelli tempi non ci è giunta niuna notizia affatto, e le lingue latina e greca si sapevano solamente da' sacerdoti; talché da' francesi si diceva "clerc" in significazione di "letterato", ed allo 'ncontro dagl'italiani, per un bel luogo di Dante, si diceva "laico" per dir "uomo che non sapeva di lettera". Anzi tra gli stessi sacerdoti regnò cotanta ignoranza, che si leggono scritture sottoscritte da' vescovi col segno di croce, perché non sapevano scrivere i propi lor nomi; e i prelati dotti anco poco sapevano scrivere, come la diligenza del padre Mabillone nella sua opera De re diplomatica dà a veder intagliate in rame le sottoscrizioni de' vescovi e arcivescovi agli atti de' concili di que' tempi barbari, le quali s'osservano scritte con lettere più informi e brutte di quelle che scrivono gli più indotti idioti oggidì. E pure tali prelati erano per lo più i cancellieri de' reami d'Europa, quali restarono tre arcivescovi cancellieri dell'Imperio per tre lingue (ciascheduno per ciascheduna): tedesca, francese ed italiana; e da essi, per tal maniera di scrivere lettere con tali forme irregolari, dev'essere stata detta la "scrittura cancellaresca". Da sì fatta scarsezza per una legge inghilese fu ordinato che un reo di morte il quale sapesse di lettera, come eccellente in arte, egli non dovesse morire: da che forse poi la voce "letterato" si stese a significar "erudito".

Per la stessa inopia di scrittori, nelle case antiche non osserviamo parete ove non sia intagliata una qualche impresa. Altronde, da' latini barbari fu detta "terræ presa" in podere co' suoi confini, e dagl'italiani fu detto "podere" per la stessa idea onde da' latini era stato detto "prædium"; perché le terre ridutte a coltura furono le prime prede del mondo, e furono i fondi detti "mancipia" dalla legge delle XII Tavole, e detti "prædes" e "mancipes" gli obbligati in roba stabile, principalmente all'erario, e "iura prædiorum" le servitù che si dicon "reali". Altronde dagli spagnoli fu detta "prenda" l'"impresa forte", perché le prime imprese forti del mondo furono di domare e ridurre a coltura le terre: che si truoverà essere la maggiore di tutte le fatighe d'Ercole. L'impresa, di nuovo, agl'italiani si disse "insegna" in concetto di "cosa significante" (onde agli stessi si venne detto "insegnare"); e si dice anco "divisa", perché l'insegne si ritruovarono per segni della prima division delle terre, ch'erano state innanzi, nell'usarle, a tutto il gener umano comuni; onde i termini, prima reali, di tali campi, poi dagli scolastici si presero per termini vocali, o sia per voci significative, che sono gli estremi delle proposizioni. Qual uso appunto di termini hanno appo gli americani, come si è veduto sopra, i geroglifici, per distinguere tra essolor le famiglie.

Da tutto ciò si conchiude che all'insegne la gran necessità di significare ne' tempi delle nazioni mutole dovette esser fatta dalla certezza de' domìni, le quali poi passarono in insegne pubbliche in pace; onde vennero le medaglie, le quali appresso, essendosi introdutte le guerre, si truovarono apparecchiate per l'insegne militari, le quali hanno il primiero uso de' geroglifici, faccendosi per lo più le guerre fra nazioni di voci articolate diverse e 'n conseguenza mute tra loro. Le quali cose tutte qui ragionate, a maraviglia ci si conferma esser vere da ciò: che, per uniformità d'idee, appo gli egizi, gli antichi toscani, romani e gl'inghilesi, che l'usano per fregio della lor arma reale, si formò questo geroglifico, appo tutti uniforme: un'aquila in cima ad uno scettro, ch'appo queste nazioni, tra loro per immensi spazi di terre e mari divise, dovette egualmente significare ch'i reami ebbero i loro incominciamenti da' primi regni divini di Giove in forza de' di lui auspìci. Finalmente, essendosi introdutti i commerzi con danaio coniato, si ritruovarono le medaglie apparecchiate per l'uso delle monete, le quali, dall'uso di esse medaglie, furon dette "monetæ" a "monendo" appresso i latini, come dall'insegne fu detto "insegnare" appresso gl'italiani. Così da nómos venne nómisma, lo che ci disse Aristotile; e indi ancor forse venne detto a' latini "numus", ch'i migliori scrivono con un "m"; e i francesi dicono "loy" la legge ed "aloy" la moneta; i quali parlari non possono altronde essere provenuti che dalla "legge" o "diritto", significato con geroglifico, ch'è l'uso appunto delle medaglie. Tutto lo che a maraviglia si conferma dalle voci "ducato", detto a "ducendo", ch'è propio de' capitani; "soldo" ond'è detto "soldato"; e "scudo", arma di difesa, ch'innanzi significò il fondamento dell'armi gentilizie, che dapprima fu la terra colta di ciascun padre nel tempo delle famiglie, come appresso sarà dimostro. Quindi devon aver luce le tante medaglie antiche, ove si vede o un altare, o un lituo, ch'era la verga degli àuguri con cui prendevan gli auspìci, come si è sopra detto, o un treppiedi, donde si rendevan gli oracoli, ond'e quel motto "dictum ex tripode", "detto d'oracolo".

Della qual sorta di medaglie dovetter esser l'ale, ch'i greci nelle loro favole attaccarono a tutti i corpi significanti ragioni d'eroi fondate negli auspìci. Come Idantura, tra gli geroglifici reali co' quali rispose a Dario, mandò un uccello; e i patrizi romani, in tutte le contese eroiche le quali ebbero con la plebe (come apertamente si legge sulla storia romana), per conservarsi i loro diritti eroici, opponevano quella ragione: "auspicia esse sua". Appunto come nella barbarie ricorsa si osservano l'imprese nobili caricate d'elmi con cimieri che si adornano di pennacchi, e nell'Indie occidentali non si adornano di penne ch'i soli nobili.

IV

Così quello che fu detto "Ious", Giove, e, contratto, si disse "ius", prima d'ogni altro dovette significare il grascio delle vittime dovuto a Giove, conforme a ciò che se n'è sopra detto. Siccome nella barbarie ricorsa "canone" si disse e la legge ecclesiastica e ciò che paga l'enfiteuticario al padrone diretto, perocché forse le prime enfiteusi s'introdussero dagli ecclesiastici, che, non potendo essi coltivargli, davano i fondi delle chiese a coltivar ad altrui. Con le quali due cose qui dette convengono le due dette sopra: una de' greci, appo i quali nómos significa la legge e nómisma la moneta; l'altra de' francesi, i quali dicono "loy" la legge ed "aloy" la moneta. Alla stessa fatta e non altrimente, quel fu detto "Ious optimus" per "Giove fortissimo", che per la forza del fulmine diede principio all'autorità divina nella primiera sua significazione, che fu di "dominio", come sopra abbiam detto, perocché ogni cosa fusse di Giove.

Perché quel vero di metafisica ragionata d'intorno all'ubiquità di Dio, ch'era stato appreso con falso senso di metafisica poetica:... Iovis omnia plena, produsse l'autorità umana a quelli giganti ch'avevano occupato le prime terre vacue del mondo, nello stesso significato di "dominio", che 'n ragion romana restò certamente detto "ius optimum"; ma nella sua significazione nativa, assai diversa da quella nella quale poi restò a' tempi ultimi. Perocché nacque in significazione nella quale, in un luogo d'oro dell'orazioni, Cicerone il diffinisce "dominio di roba stabile, non soggetto a peso, non sol privato, ma anche pubblico", detto "ottimo" - estimandosi il diritto della forza, conforme ne' primi tempi del mondo si truoverà - nello stesso significato di "fortissimo", perocché non fusse infievolito di niuno peso straniero. Il qual dominio dovett'essere de' padri nello stato delle famiglie, e 'n conseguenza il dominio naturale, che dovette nascere innanzi al civile; e, delle famiglie poi componendosi le città sopra tal dominio ottimo, che in greco si dice díkaion áriston, élleno nacquero di forma aristocratica, come appresso si truoverà. Dalla stessa origine, appo i latini, dette repubbliche d'ottimati si dissero anco "repubbliche di pochi", perché le componevano que'

... pauci quos æquus amavit

Iupiter.

E gli eroi nelle contese eroiche con le plebi sostenevano le loro ragioni eroiche con gli auspìci divini; e ne' tempi muti le significavano con l'uccello d'Idantura, con le ale delle greche favole; e con lingua articolata finalmente i patrizi romani, dicendo "auspicia esse sua".

Perocché Giove co' fulmini, de' quali sono i maggiori auspìci, aveva atterrato o mandato sotterra entro le grotte de' monti i primi giganti, e con atterrargli aveva loro dato la buona fortuna di divenire signori de' fondi di quelle terre ove nascosti si ritruovaron fermati, e ne provennero signori nelle prime repubbliche; per lo qual dominio ogniuno di essi si diceva "fundus fieri" invece di "fieri auctor". E delle loro private autorità famigliari, dappoi unite, come appresso vedremo, se ne fece l'autorità civile ovvero pubblica de' loro senati eroici regnanti, spiegata in quella medaglia (che si osserva sì frequente tra quelle delle repubbliche greche appo il Golzio) che rappresenta tre cosce umane le quali s'uniscono nel centro e con le piante de' piedi ne sostengono la circonferenza; che significa il dominio de' fondi di ciascun orbe o territorio o distretto di ciascuna repubblica, ch'or si chiama "dominio eminente", ed è significato col geroglifico d'un pomo ch'oggi sostengono le corone delle civili potenze, come appresso si spiegherà. Significato fortissimo col "tre" appunto, poiché i greci solevano usare i superlativi col numero del "tre", come parlan ora i francesi; con la qual sorta di parlare fu detto il fulmine trisulco di Giove, che solca fortissimamente l'aria (onde forse l'idea di "solcare" fu prima di quello in aria, dipoi in terra, e per ultimo in acqua); fu detto il tridente di Nettunno, che, come vedremo, fu un uncino fortissimo da addentare o sia afferrare le navi; e Cerbero detto trifauce, cioè d'una vastissima gola.

Le quali cose qui dette dell'imprese gentilizie sono da premettersi a ciò che de' lor princìpi si è ragionato in quest'opera la prima volta stampata; ch'è 'l terzo luogo di quel libro per lo quale non ci 'ncresce per altro d'esser uscito alla luce.

V

In conseguenza di tutto ciò, da queste lettere e queste leggi che truovò Mercurio Trimegisto agli egizi, da questi "caratteri" e questi "nomi" de' greci, da questi "nomi" che significano e "genti" e "diritti" a' romani, gli tre principi della lor dottrina, Grozio, Seldeno, Pufendorfio, dovevan incominciar a parlare del diritto natural delle genti. E sì dovevano con intelligenza spiegarla co' geroglifici e con le favole, che sono le medaglie de' tempi ne' quali si fondarono le nazioni gentili; e sì accertarne i costumi con una critica metafisica sopra essi autori delle nazioni, dalla quale doveva prendere i primi lumi questa critica filologica sopra degli scrittori, i quali non provennero che assai più di mille anni dopo essersi le nazioni fondate.

7.

ULTIMI COROLLARI D'INTORNO ALLA LOGICA DEGLI ADDOTTRINATI.

I

Per le cose ragionate finora in forza di questa logica poetica d'intorno all'origini delle lingue, si fa giustizia a' primi di lor autori d'essere stati tenuti in tutti i tempi appresso per sappienti, perocché diedero i nomi alle cose con naturalezza e propietà; onde sopra vedemmo ch'appo i greci e latini "nomen" e "natura" significarono una medesima cosa.

II

Ch'i primi autori dell'umanità attesero ad una topica sensibile, con la quale univano le propietà o qualità o rapporti, per così dire, concreti degl'individui o delle spezie, e ne formavano i generi loro poetici.

III

Talché questa prima età del mondo si può dire con verità occupata d'intorno alla prima operazione della mente umana.

IV

E primieramente cominciò a dirozzare la topica, ch'è un'arte di ben regolare la prima operazione della nostra mente, insegnando i luoghi che si devono scorrer tutti per conoscer tutto quanto vi è nella cosa che si vuol bene ovvero tutta conoscere.

V

La provvedenza ben consigliò alle cose umane col promuovere nell'umane menti prima la topica che la critica, siccome prima è conoscere, poi giudicar delle cose. Perché la topica è la facultà di far le menti ingegnose, siccome la critica è di farle esatte; e in que' primi tempi si avevano a ritruovare tutte le cose necessarie alla vita umana, e 'l ritruovare è propietà dell'ingegno. Ed in effetto, chiunque vi rifletta, avvertirà che non solo le cose necessarie alla vita, ma l'utili, le comode, le piacevoli ed infino alle superflue del lusso, si erano già ritruovate nella Grecia innanzi di provenirvi i filosofi, come il farem vedere ove ragioneremo d'intorno all'età d'Omero. Di che abbiamo sopra proposto una Degnità: ch'"i fanciulli vagliono potentemente nell'imitare", e "la poesia non è che imitazione", e "le arti non sono che imitazioni della natura, e 'n conseguenza poesie in un certo modo reali". Così i primi popoli, i quali furon i fanciulli del gener umano, fondarono prima il mondo dell'arti; poscia i filosofi, che vennero lunga età appresso, e 'n conseguenza i vecchi delle nazioni, fondarono quel delle scienze: onde fu affatto compiuta l'umanità.

VI

Questa storia d'umane idee a maraviglia ci è confermata dalla storia di essa filosofia. Ché la prima maniera ch'usarono gli uomini di rozzamente filosofare fu l'autopsía o l'evidenza de' sensi, della quale si servì poi Epicuro, che, come filosofo de' sensi, era contento della isola sposizione delle cose all'evidenza de' sensi, ne' quali, come abbiam veduto nell'Origini della poesia, furono vividissime le prime nazioni poetiche. Dipoi venne Esopo, o i morali filosofi che diremmo "volgari" (che, come abbiam sopra detto, cominciò innanzi de' sette savi della Grecia), il quale ragionò con l'esemplo, e, perché durava ancora l'età poetica, il prendeva da un qualche simile finto (con uno de' quali il buono Menenio Agrippa ridusse la plebe romana sollevata all'ubbidienza); e tuttavia uno di sì fatti esempli, e molto più un esemplo vero, persuade il volgo ignorante assai meglio ch'ogni invitto raziocinio per massime. Appresso venne Socrate e introdusse la dialettica, con l'induzione di più cose certe ch'abbian rapporto alla cosa dubbia della quale si quistiona. Le medicine, per l'induzione dell'osservazioni, innanzi di Socrate avevano dato Ippocrate, principe di tutti i medici così per valore come per tempo, che meritò l'immortal elogio: "Nec fallit quenquam, nec falsus ab ullo est". Le mattematiche, per la via unitiva detta "sintetica", avevan a' tempi di Platone fatto i loro maggiori progressi nella scuola italiana di Pittagora, come si può veder dal Timeo. Sicché, per questa via unitiva, a' tempi di Socrate e di Platone sfolgorava Atene di tutte l'arti nelle quali può esser ammirato l'umano ingegno, così di poesia, d'eloquenza, di storia, come di musica, di fonderia, di pittura, di scoltura, d'architettura. Poi vennero Aristotile, che 'nsegnò il sillogismo, il qual è un metodo che più tosto spiega gli universali ne' loro particolari che unisce particolari per raccogliere universali; e Zenone col sorite, il quale risponde al metodo de' moderni filosofanti, ch'assottiglia, non aguzza, gl'ingegni; e non fruttarono alcuna cosa più di rimarco a pro del gener umano. Onde a gran ragione il Verulamio, gran filosofo egualmente e politico, propone, commenda ed illustra l'induzione nel suo Organo; ed è seguito tuttavia dagl'inghilesi con gran frutto della sperimentale filosofia.

VII

Da questa storia d'umane idee si convincono ad evidenza del loro comun errore tutti coloro i quali, occupati dalla falsa comune oppenione della somma sapienza ch'ebber gli antichi, han creduto Minosse, primo legislator delle genti, Teseo agli ateniesi, Ligurgo agli spartani, Romolo ed altri romani re aver ordinato leggi universali. Perché l'antichissime leggi si osservano concepute comandando o vietando ad un solo, le quali poi correvan per tutti appresso (tanto i primi popoli eran incapaci d'universali); e pure non le concepivano senonsé fussero avvenuti i fatti che domandavanle. E la legge di Tullo Ostilio nell'accusa d'Orazio non è che la pena, la qual i duumviri per ciò criati dal re dettano contro l'inclito reo, e "lex horrendi carminis" è acclamata da Livio; talch'ella è una delle leggi che Dragone scrisse col sangue e "leges sanguinis" chiama la sagra storia. Perché la riflessione di Livio: che 'l re non volle esso pubblicarla per non esser autore di giudizio sì tristo ed ingrato al popolo, ella è affatto ridevole, quando esso re ne prescrive la formola della condennagione a' duumviri, per la quale questi non potevan assolver Orazio, neppure ritruovato innocente. Dove Livio affatto non si fa intendere, perch'esso non intese che ne' senati eroici, quali ritruoveremo essere stati aristocratici, gli re non avevano altra potestà che di criare i duumviri in qualità di commessari, i quali giudicassero delle pubbliche accuse, e che i popoli delle città eroiche eran di soli nobili, a' quali i rei condennati si richiamavano.

Ora, per ritornar al proposito, cotal legge di Tullo in fatti è uno di quelli che si dissero "exempla" in senso di "castighi esemplari", e dovetter esser i primi esempli ch'usò l'umana ragione (lo che conviene con quello ch'udimmo da Aristotile sopra, nelle Degnità: che "nelle repubbliche eroiche non vi erano leggi d'intorno a' torti ed offese private"); e 'n cotal guisa, prima furono gli esempli reali, dipoi gli esempli ragionati de' quali si servono la logica e la rettorica. Ma, poi che furono intesi gli universali intelligibili, si riconobbe quella essenziale propietà della legge: - che debba esser universale, - e si stabilì quella massima in giurisprudenza: che "legibus, non exemplis, est iudicandum".

III

MORALE POETICA.

DELLA MORALE POETICA, E QUI DELL'ORIGINI DELLE VOLGARI VIRTU` INSEGNATE DALLA RELIGIONE CO' MATRIMONI.

Siccome la metafisica de' filosofi per mezzo dell'idea di Dio fa il primo suo lavoro, ch'è di schiarire la mente umana, ch'abbisogna alla logica perché con chiarezza e distinzione d'idee formi i suoi raziocini, con l'uso de' quali ella scende a purgare il cuore dell'uomo con la morale; così la metafisica de' poeti giganti, ch'avevano fatto guerra al cielo con l'ateismo, gli vinse col terrore di Giove, ch'appresero fulminante. E non meno che i corpi, egli atterrò le di loro menti, con fingersi tal idea sì spaventosa di Giove, la quale - se non co' raziocini, de' quali non erano ancor capaci, co' sensi, quantunque falsi nella materia, veri però nella loro forma (che fu la logica conforme a sì fatte loro nature) - loro germogliò la morale poetica con fargli pii. Dalla qual natura di cose umane uscì quest'eterna propietà: che le menti, per far buon uso della cognizione di Dio, bisogna ch'atterrino se medesime, siccome al contrario la superbia delle menti le porta nell'ateismo, per cui gli atei divengono giganti di spirito, che deono con Orazio dire:

Coelum ipsum petimus stultitia.

Sì fatti giganti pii certamente Platone riconosce nel Polifemo d'Omero; e noi l'avvaloriamo da ciò ch'esso Omero narra dello stesso gigante, ove gli fa dire ch'un àugure, ch'era stato un tempo tra loro, gli aveva predetto la disgrazia ch'egli poi sofferse da Ulisse: perché gli àuguri non possono vivere certamente tra gli atei. Quivi la morale poetica incominciò dalla pietà, perch'era dalla provvedenza ordinata a fondare le nazioni, appo le quali tutte la pietà volgarmente è la madre di tutte le morali, iconomiche e civili virtù; e la religione unicamente è efficace a farci virtuosamente operare, perché la filosofia è più tosto buona per ragionarne. E la pietà incominciò dalla religione, che propiamente è timore della divinità. L'origine eroica della qual voce si conservò appo i latini per coloro che la voglion detta a "religando", cioè da quelle catene con le quali Tizio e Prometeo eran incatenati sull'alte rupi, a' quali l'aquila, o sia la spaventosa religione degli auspìci di Giove, divorava il cuore e le viscere. E ne restò eterna propietà appo tutte le nazioni: che la pietà s'insinua a' fanciulli col timore d'una qualche divinità.

Cominciò, qual dee, la moral virtù dal conato, col qual i giganti dalla spaventosa religione de' fulmini furon incatenati per sotto i monti, e tennero in freno il vezzo bestiale d'andar errando da fiere per la gran selva della terra, e s'avvezzarono ad un costume, tutto contrario, di star in que' fondi nascosti e fermi; onde poscia ne divennero gli autori delle nazioni e i signori delle prime repubbliche, come abbiamo accennato sopra e spiegheremo più a lungo appresso. Ch'è uno de' gran benefici che la volgar tradizione ci conservò d'aver fatto il Cielo al gener umano, quando egli regnò in terra con la religion degli auspìci; onde a Giove fu dato il titolo di "statore" ovvero di "fermatore", come sopra si è detto. Col conato altresì incominciò in essi a spuntare la virtù dell'animo, contenendo la loro libidine bestiale di esercitarla in faccia al cielo, di cui avevano uno spavento grandissimo; e ciascuno di essi si diede a strascinare per sé una donna dentro le loro grotte e tenerlavi dentro in perpetua compagnia di lor vita; e si usarono con esse la venere umana al coverto, nascostamente, cioè a dire con pudicizia; e sì incominciarono a sentir pudore, che Socrate diceva esser il "colore della virtù". Il quale, dopo quello della religione, è l'altro vincolo che conserva unite le nazioni, siccome l'audacia e l'empietà son quelle che le rovinano.

In cotal guisa s'introdussero i matrimoni, che sono carnali congiugnimenti pudichi fatti col timore di qualche divinità, che furono da noi posti per secondo principio di questa Scienza, e provennero da quello, che noi ne ponemmo per primo, della provvedenza divina. E uscirono con tre solennità.

La prima delle quali furono gli auspìci di Giove, presi da que' fulmini onde i giganti indutti furono a celebrargli: dalla qual sorte appo i romani restò il matrimonio diffinito "omnis vitæ consortium", e ne furono il marito e la moglie detti "consortes", e tuttavia da noi le donzelle volgarmente si dicono "prender sorte" per "maritarsi". Da tal determinata guisa e da tal primo tempo del mondo restò quel diritto delle genti: che le mogli passino nella religion pubblica de' lor mariti, perocché i mariti incominciarono a comunicare le loro prime umane idee con le loro donne dall'idea d'una loro divinità, che gli sforzò a strascinarle dentro le loro grotte; e sì questa volgar metafisica incominciò anch'ella in Dio a conoscer la mente umana. E da questo primo punto di tutte le umane cose dovettero gli uomini gentili incominciar a lodare gli dèi, nel senso, con cui parlò il diritto romano antico, di "citare" e "nominatamente chiamare"; donde restò "laudare auctores", perché citassero in autori gli dèi di tutto ciò che facevan essi uomini: che dovetter esser le lodi ch'apparteneva agli uomini di dar agli dèi.

Da questa antichissima origine de' matrimoni è nato che le donne entrino nelle famiglie e case degli uomini co' quali son maritate; il qual costume natural delle genti si conservò da' romani, appo i quali le mogli erano a luogo di figliuole de' lor mariti e sorelle de' lor figliuoli. E quindi ancora i matrimoni dovettero incominciare non solo con una sola donna, come fu serbato da' romani (e Tacito ammira tal costume ne' germani antichi, che serbavano, come i romani, intiere le prime origini delle loro nazioni, e ne danno luogo di congetturare lo stesso di tutte l'altre ne' lor princìpi), ma anco in perpetua compagnia di lor vita, come restò in costume a moltissimi popoli; onde appo i romani furono diffinite le nozze, per questa propietà, "individuæ vitæ consuetudo", e appo gli stessi assai tardi s'introdusse il divorzio.

Di sì fatti auspìci de' fulmini osservati di Giove, la storia favolosa greca narra Ercole (carattere di fondatori di nazioni, come sopra vedemmo e più appresso ne osserveremo), nato da Alcmena ad un tuono di Giove; altro grande eroe di Grecia Bacco, nato da Semele fulminata. Perché questo fu il primo motivo onde gli eroi si dissero esser figliuoli di Giove; lo che con verità di sensi dicevano, sull'oppenione, della quale vivevano persuasi, che facessero ogni cosa gli dèi, come sopra si è ragionato. E questo è quello che nella storia romana si legge: che, nelle contese eroiche, a' patrizi, i quali dicevano "auspicia esse sua", la plebe rispondeva che i padri de' quali Romolo aveva composto il senato, da' quali essi patrizi traevan l'origine, "non esse coelo demissos"; che se non significa che quelli non eran eroi cotal risposta non s'intende come possavi convenire. Quindi, per significare che i connubi o sia la ragione di contrarre nozze solenni, delle quali la maggior solennità erano gli auspìci di Giove, ella era propia degli eroi, fecero Amor nobile alato e con benda agli occhi, per significarne la pudicizia (il quale si disse Eùros, col nome simile di essi eroi), ed alato Imeneo, figliuolo di Urania, detta, da uranós, "coelum", "contemplatrice del cielo", affine di prender da quello gli auspìci; che dovette nascere la prima dell'altre muse, diffinita da Omero, come sopra osservammo, "scienza del bene e del male", ed anch'essa, come l'altre, descritta alata perché propia degli eroi, come si è sopra spiegato. D'intorno alla quale pur sopra spiegammo il senso istorico di quel motto:

A Iove principium musæ:

ond'ella come tutte le altre furon credute figliuole di Giove (perché dalla religione nacquero l'arti dell'umanità, delle quali è nume Apollo, che principalmente fu creduto dio della divinità), e cantano con quel "canere" o "cantare" che significa "predire" a' latini.

La seconda solennità è che le donne si velino, in segno di quella vergogna che fece i primi matrimoni nel mondo. Il qual costume è stato conservato da tutte le nazioni; e i latini ne diedero il nome alle medesime nozze, che sono dette "nuptiæ" a "nubendo", che significa "cuoprire"; e da' tempi barbari ritornati "vergini in capillo" si dissero le donzelle, a differenza delle donne, ch'ivan velate.

La terza solennità fu (la qual si serbò da' romani) di prendersi le spose con una certa finta forza, dalla forza vera con la quale i giganti strascinarono le prime donne dentro le loro grotte. E dopo le prime terre occupate da' giganti con ingombrarle coi corpi, le mogli solenni si dissero "manucaptæ".

I poeti teologi fecero de' matrimoni solenni il secondo de' divini caratteri dopo quello di Giove: Giunone, seconda divinità delle genti dette "maggiori". La qual è di Giove sorella e moglie, perché i primi matrimoni giusti ovvero solenni (che dalla solennità degli auspìci di Giove furono detti "giusti"), da fratelli e sorelle dovetter incominciare; - regina degli uomini e degli dèi, perché i regni poi nacquero da essi matrimoni legittimi; - tutta vestita, come s'osserva nelle statue, nelle medaglie, per significazion della pudicizia.

Onde Venere eroica, in quanto nume anch'essa de' matrimoni solenni, detta "pronuba", si cuopre le vergogne col cesto; il quale, dopo, i poeti effemminati ricamarono di tutti gl'incentivi della libidine. Ma poi, corrotta la severa istoria degli auspìci, come Giove con le donne, così Venere fu creduta giacer con gli uomini, e di Anchise aver fatto Enea, che fu generato con gli auspìci di questa Venere. Ed a questa Venere sono attribuiti i cigni, comuni a lei con Apollo, che cantano di quel "canere" o "cantare" che significa "divinari" o "predire"; in forma d'uno de' quali Giove giace con Leda, per dire che Leda con tanti auspìci di Giove concepisce dalle uova Castore, Polluce ed Elena.

Ella è Giunone detta "giogale" da quel giogo ond'il matrimonio solenne fu detto "coniugium", e "coniuges" il marito e la moglie; - detta anco Lucina, ché porta i parti alla luce, non già naturale, la qual è comune anco agli parti schiavi, ma civile, ond'i nobili son detti "illustri"; - è gelosa d'una gelosia politica, con la qual i romani fin al trecento e nove di Roma tennero i connubi chiusi alla plebe. Ma da' greci fu detta Héra, dalla quale debbono essere stati detti essi eroi, perché nascevano da nozze solenni, delle quali era nume Giunone, e perciò generati con Amor nobile (ché tanto Eùros significa), che fu lo stesso ch'Imeneo. E gli eroi si dovettero dire in sentimento di "signori delle famiglie", a differenza de' famoli, i quali, come vedremo appresso, vi erano come schiavi; siccome in tal sentimento "heri" si dissero da' latini, e indi "hereditas" detta l'eredità, la quale con voce natia latina era stata detta "familia". Talché, da questa origine, "hereditas" dovette significare una "dispotica signoria", come da essa legge delle XII Tavole a' padri di famiglla fu conservata una sovrana potestà di disponerne in testamento, nel capo "Uti paterfamilias super pecuniæ tutelæve rei suæ legassit, ita ius esto". Il disponerne fu detto generalmente "legare", ch'è propio de' sovrani; onde l'erede vien ad esser un legato, il quale nell'eredità rappresenta il padre di famiglia defonto, e i figliuoli, non meno che gli schiavi, furono compresi ne' motti "rei suæ" e "pecuniæ". Lo che tutto troppo gravemente n'appruova la monarchica potestà ch'avevano avuto i padri nello stato di natura sopra le loro famiglie, la qual poi essi si dovettero conservare (come vedremo appresso che si conservarono di fatto) in quello dell'eroiche città; le quali ne dovettero nascere aristocratiche, cioè repubbliche di signori, perché la ritennero anco dentro le repubbliche popolari. Le quali cose tutte appresso saranno pienamente da noi ragionate.

La dea Giunone comanda delle grandi fatighe ad Ercole detto tebano, che fu l'Ercole greco (perché ogni nazione gentile antica n'ebbe uno che la fondò, come si è nelle Degnità sopradetto), perché la pietà co' matrimoni è la scuola dove s'imparano i primi rudimenti di tutte le grandi virtù; ed Ercole col favore di Giove, con gli cui auspìci era stato generato, tutte le supera; e ne fu detto Heraklés quasi Herakléis, "gloria di Giunone", estimata la gloria, con giusta idea, qual Cicerone la diffinisce, "fama divolgata di meriti inverso il gener umano", quanta debbe essere stata avere gli Ercoli con le loro fatighe fondato le nazioni.

Ma - oscuratesi col tempo queste severe significazioni, e con l'effemminarsi i costumi, e presa la sterilità di Giunone per naturale, e le gelosie come di Giove adultero, ed Ercole per bastardo figliuolo di Giove - con nome tutto contrario alle cose, Ercole tutte le fatighe, col favore di Giove, a dispetto di Giunon superando, fu fatto di Giunone tutto l'obbrobrio, e Giunone funne tenuta mortal nimica della virtù. E quel geroglifico o favola di Giunone appiccata in aria con una fune al collo, con le mani pur con una fune legate, e con due pesanti sassi attaccati a' piedi, che significavano tutta la santità de' matrimoni (in aria, per gli auspìci ch'abbisognavano alle nozze solenni, onde a Giunone fu data ministra l'Iride ed assegnato il pavone, che con la coda l'Iride rassomiglia; - con la fune al collo, per significare la forza fatta da' giganti alle prime donne; - con la fune legate le mani, la quale poi appo tutte le nazioni s'ingentilì con l'anello, per dimostrare la suggezione delle mogli a' mariti; - co' pesanti sassi a' piedi, per dinotare la stabilità delle nozze, onde Virgilio chiama "coniugium stabile" il matrimonio solenne), essendo poi stato preso per crudele castigo di Giove adultero, con sì fatti sensi indegni che le diedero i tempi appresso de' corrotti costumi, ha finor tanto travagliato i mitologi.

Per queste cagioni appunto Platone, qual Maneto fece de' geroglifici egizi, egli aveva fatto delle favole greche, osservandone da una parte la sconcezza di dèi con sì fatti costumi, e dall'altra parte l'acconcezza con le sue idee. Nella favola di Giove intruse l'idea del suo etere, che scorre e penetra tutto, per quel

... Iovis omnia plena,

come pur sopra abbiam detto, ma il Giove de' poeti teologi non fu più alto de' monti e della regione dell'aria dove s'ingenerano i fulmini. In quella di Giunone intruse l'idea dell'aria spirabile: ma Giunone di Giove non genera, e l'etere con l'aria produce tutto. (Tanto con tal motto i poeti teologi intesero quella verità in fisica, ch'insegna l'universo empiersi d'etere; e quell'altra in metafisica, che dimostra l'ubiquità ch'i teologi naturali dicon di Dio!) Sull'eroismo poetico innalzò il suo filosofico: che l'eroe fusse sopra all'uomo, nonché alla bestia (la bestia è schiava delle passioni; l'uomo, posto in mezzo, combatte con le passioni; l'eroe con piacere comanda alle passioni), e sì esser l'eroica mezza tralla divina natura ed umana. E truovò acconcio l'Amor nobile de' poeti (che fu detto Eùros dalla stessa origine ond'è detto éros l'eroe), finto alato e bendato, e l'Amor plebeo, senza benda e senz'ali, per ispiegar i due amori, divino e bestiale: quello bendato alle cose de' sensi, questo alle cose de' sensi intento; quello con l'ali s'innalza alla contemplazione delle cose intelligibili, questo senz'ali nelle sensibili si rovescia. E di Ganimede, per un'aquila rapito in cielo da Giove, ch'a' poeti severi volle dire il contemplatore degli auspìci di Giove, fatto poi da' tempi corrotti nefanda delizia di Giove, con bell'acconcezza egli fece il contemplativo di metafisica, il quale con la contemplazione dell'ente sommo, per la via ch'egli appella "unitiva", siesi unito con Giove.

In cotal guisa la pietà e la religione fecero i primi uomini naturalmente prudenti, che si consigliavano con gli auspìci di Giove: - giusti, della prima giustizia verso di Giove, che, come abbiam veduto, diede il nome al "giusto", e inverso gli uomini, non impacciandosi niuno delle cose d'altrui, come de' giganti, divisi per le spelonche della Sicilia, narra Polifemo ad Ulisse (la qual, giustizia in comparsa, era, in fatti, selvatichezza); - di più, temperati, contenti d'una sola donna per tutta la loro vita. E, come vedremo appresso, gli fecero forti, industriosi e magnanimi, che furono le virtù dell'età dell'oro: non già quale la si finsero, dopo, i poeti effemminati, nella quale licesse ciò che piacesse; perché, in quella de' poeti teologi, agli uomini, storditi ad ogni gusto di nauseante riflessione (come tuttavia osserviamo i costumi contadineschi), non piaceva se non ciò ch'era lecito, né piaceva se non ciò che giovava (la qual origine eroica han serbato i latini in quell'espressione con cui dicono "iuvat" per dir "è bello"); - né come la si finsero i filosofi, che gli uomini leggessero in petto di Giove le leggi eterne del giusto, perché dapprima leggerono nel cospetto del cielo le leggi lor dettate da' fulmini. E, in conchiusione, le virtù di tal prima età furono come quelle che tanto sopra, nell'Annotazioni alla Tavola cronologica, udimmo lodar degli sciti, i quali ficcavano un coltello in terra e l'adoravan per dio (con che poi giustificavano gli ammazzamenti): cioè virtù per sensi, mescolate di religione ed immanità; i quali costumi come tra loro si comportino si può tuttavia osservar nelle streghe, come nelle Degnità si è avvisato.

Da tal prima morale della superstiziosa e fiera gentilità venne quel costume di consagrare vittime umane agli dèi, come si ha dagli più antichi fenici, appo i quali, quando loro sovrastava alcuna grande calamità, come di guerra, fame, peste, gli re consagravano i loro propi figliuoli per placare l'ira celeste, come narra Filone biblio; e tal sagrifizio facevano di fanciulli ordinariamente a Saturno, al riferire di Quinto Curzio. Che, come racconta Giustino, fu conservato poi da' cartaginesi, gente senza dubbio colà pervenuta dalla Fenicia (come qui dentro si osserva), e fu da essi praticato infin agli ultimi loro tempi, come il conferma Ennio in quel verso:

Et poinei solitei sos sacruficare puellos,

i quali dopo la rotta ricevuta da Agatocle sagrificarono dugento nobili fanciulli a' loro dèi per placarli. E co' fenici e cartaginesi in tal costume empiamente pio convennero i greci col voto e sagrifizio che fece Agamennone della sua figliuola Ifigenia. Lo che non dee recar maraviglia a chiunque rifletta sulla ciclopica paterna potestà de' primi padri del gentilesimo, la quale fu praticata dagli più dotti delle nazioni, quali furon i greci, e dagli più saggi, quali sono stati i romani, i quali entrambi, fin dentro i tempi della loro più colta umanità, ebbero l'arbitrio d'uccidere i loro figliuoli bambini di fresco nati. La qual riflessione certamente dee scemarci l'orrore che 'n questa nostra mansuetudine ci si è fatto finor sentire di Bruto, che decapita due suoi figliuoli ch'avevano congiurato di riporre nel regno romano il tiranno Tarquinio, e di Manlio detto "l'imperioso", che mozza la testa al suo generoso figliuolo ch'aveva combattuto e vinto contro il suo ordine. Tali sagrifizi di vittime umane essere stati celebrati da' galli l'afferma Cesare; e Tacito negli Annali narra degl'inghilesi che, con la scienza divina de' druidi (i quali la boria de' dotti vuol esser stati ricchi di sapienza riposta), dall'entragne delle vittime umane indovinavano l'avvenire: la qual fiera ed immane religione da Augusto fu proibita ai romani i quali vivevano in Francia, e da Claudio fu interdetta a' galli medesimi, al narrare di Suetonio nella vita di questo cesare. Quindi i dotti delle lingue orientali vogliono ch'i fenici avessero sparso per le restanti parti del mondo i sagrifizi di Moloch (che 'l Morneo, il Drusio, il Seldeno dicono essere stato Saturno), co' quali gli bruciavano un uomo vivo. Tal umanità i fenici, che portarono ai greci le lettere, andavano insegnando per le prime nazioni della più barbara gentilità! D'un cui simile costume immanissimo dicono ch'Ercole avesse purgato il Lazio: di gittare nel Tevere uomini vivi sagrificati ed avesse introdotto di gittarlivi fatti di giungo. Ma Tacito narra i sagrifizi di vittime umane essere stati solenni appo gli antichi germani, i quali certamente per tutti i tempi de' quali si ha memoria furono chiusi a tutte le nazioni straniere, talché i romani, con tutte le forze del mondo, non vi poterono penetrare. E gli spagnuoli gli ritruovarono in America, nascosta fin a due secoli fa a tutto il resto del mondo; ove que' barbari si cibavano di carni umane (all'osservare di Lascoboto, De Francia nova), che dovevan essere d'uomini da essi consagrati ed uccisi (quali sagrifizi sono narrati da Oviedo, De historia indica). Talché, mentre i germani antichi vedevano in terra gli dèi, gli americani altrettanto (come sopra da noi l'un e l'altro si è detto), e gli antichissimi sciti erano ricchi di tante auree virtù di quante l'abbiamo testé uditi lodare dagli scrittori; in tali tempi medesimi celebravano tal inumanissima umanità! Queste tutte furono quelle che da Plauto son dette "Saturni hostiæ", nel cui tempo vogliono gli autori che fu l'età dell'oro del Lazio. Tanto ella fu mansueta, benigna, discreta, comportevole e doverosa!

Dallo che tutto ha a conchiudersi quanto sia stata finora vana la boria de' dotti d'intorno all'innocenza del secol d'oro, osservata dalle prime nazioni gentili; che, 'n fatti, fu un fanatismo di superstizione, ch'i primi uomini, selvaggi, orgogliosi, fierissimi, del gentilesimo teneva in qualche ufizio con un forte spavento d'una da essi immaginata divinità. Sulla qual superstizione riflettendo, Plutarco pone in problema: se fusse stato minor male così empiamente venerare gli dèi, o non creder affatto agli dèi. Ma egli non contrapone con giustizia tal fiera superstizione con l'ateismo: perché con quella sursero luminosissime nazioni, ma con l'ateismo non se ne fondò al mondo niuna, conforme sopra ne' Princìpi si è dimostrato.

E ciò sia detto della morale divina de' primi popoli del gener umano perduto: della morale eroica appresso ragioneremo a suo luogo.

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Ultimo Aggiornamento: 17/07/05 01.45.59

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